AULO CORNELIO COSSO




Console: 428 - 413 a.c.

AULUS CORNELIUS COSSUS, fu uno dei più grandi eroi romani, colui che nella battaglia di Fidene uccise il re di Veio, Tolumnio, e per questo fu insignito delle spoglie opime, la più alta onorificenza romana, che era rilasciata solo ai comandanti che uccidevano in battaglia il comandante nemico.

In tutta la storia di Roma solo tre persone ebbero le spoglie opime: Romolo, Cornelio Cosso e Marco Claudio Marcello, che uccise in battaglia un re dei Galli.

La spolia opima si riferiva all'armatura, alle armi e agli altri effetti che un generale romano aveva tratto come trofeo dal corpo del comandante nemico ucciso in singolar tenzone, e che dovevano essere offerte nel tempio di Giove Feretrio sul Campidoglio.

Benché i Romani riconoscessero e mettessero in mostra altre specie di trofei, come le insegne ed i rostri delle navi nemiche, le spolia opima erano considerate le più onorevoli da vincere e quelle che davano maggior fama a chi le conquistava.
Così sia Cosso che Marcello sfilarono su una quadriga, trasportando personalmente i trofei.




LA BATTAGLIA DI FIDENE

Lo scontro avvenne davanti alle mura di Fidene, dove il dittatore Mamerco Emilio Mamercino comandava il fronte destro dello schieramento, Lucio Quinzio il centro e Tito Quinzio sulla sinistra, mentre Marco Fabio teneva il campo romano.

I romani riuscirono a provocare battaglia, nonostante i veienti non apparissero ancora propensi allo scontro che si presentò abbastanza incerto, soprattutto grazie alla maestria del re etrusco Tolumnio, che muovendosi a cavallo, era sempre presente dove le sue truppe stavano per cedere, riuscendo a riequilibrarne le sorti.

SPOLIA OPIMA DI ROMOLO
Aulo Cornelio Cosso ammirò molto il capo nemico e contemporaneamente comprese la sua importanza in battaglia:
« la sua straordinaria bellezza era pari al coraggio e alla forza. Orgoglioso del nome della sua stirpe, che aveva ereditato già insigne, fece in modo che diventasse per i suoi discendenti ancora più nobile e glorioso. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 2, 19.)

Aulo decise pertanto di attaccare frontalmente il re etrusco, si fece largo tra gli uomini, con grande abilità e coraggio lo disarcinò e lo uccise, gettando nel panico le linee nemiche, che si diedero alla fuga, inseguite e colpite dai legionari romani.
Per questo incredibile successo il dittatore ottenne il trionfo:

« Siccome l'impresa aveva avuto pieno successo, per decreto del Senato e per volontà del popolo, il dittatore rientrò a Roma in trionfo. Ma nel trionfo lo spettacolo più grande fu Cosso che avanzava con le spoglie opime del re ucciso. In onore di Cosso, i soldati cantavano rozzi inni, paragonandolo a Romolo. 
Con una solenne dedica rituale, egli appese in dono le spoglie nel tempio di Giove Feretrio, accanto a quelle di Romolo, le prime, e fino a quel momento le uniche, a essere chiamate opime. Cosso si attirò gli sguardi dei cittadini distogliendoli dal carro del dittatore, così che quasi da solo raccolse il frutto della solennità di quel giorno. 
Per volontà del popolo, il dittatore offrì in dono a Giove sul Campidoglio, a spese dello Stato, una corona d'oro del peso di una libbra. Seguendo tutti gli scrittori che mi hanno preceduto, ho narrato come Aulo Cornelio Cosso abbia portato le seconde spoglie opime nel tempio di Giove Feretrio avendo il grado di tribuno militare. 
Ma, a parte il fatto che tradizionalmente sono considerate opime solo le spoglie prese da un comandante a un altro comandante e che il solo comandante che noi riconosciamo è quello sotto i cui auspici si fa una guerra, la stessa iscrizione posta sulle spoglie confuta gli altri e me, dimostrando che Cosso era console quando le prese. 
Avendo io sentito Cesare Augusto, fondatore e restauratore di tutti i templi, raccontare di aver letto lui personalmente quest'iscrizione su un corsaletto di lino quando entrò nel santuario di Giove Feretrio, che lui aveva fatto riparare dai danni del tempo, ho ritenuto quasi un sacrilegio privare Cosso della testimonianza che delle sue spoglie dà Cesare, cioè proprio colui che fece restaurare il tempio. 
Ma è giusto che ciascuno abbia un'opinione personale in merito alla questione se vi sia o meno un errore, dato che sia gli annali antichi sia i libri lintei dei magistrati, depositati nel tempio di Moneta, che Licinio Macro cita continuamente come fonte), riportano solo nove anni dopo il consolato di Aulo Cornelio Cosso, insieme a Tito Quinzio Peno. 
Ma un altro valido motivo per non spostare una battaglia così famosa in quell'anno è che all'epoca del consolato di Aulo Cornelio per circa un triennio non ci furono guerre a causa di una pestilenza e di una carestia, tanto che alcuni annali, quasi in segno di lutto, riportano solo i nomi dei consoli. Due anni dopo il suo consolato, Cosso compare come tribuno militare con poteri consolari e nello stesso anno anche come magister equitum. 
E mentre ricopriva tale carica combatté un'altra celebre battaglia equestre. In merito è possibile fare molte ipotesi, che per me sono però tutte inutili, dato che il protagonista del combattimento si sottoscrisse Aulo Cornelio Cosso console, dopo aver deposto le spoglie appena conquistate nella sacra sede alla presenza di Giove, cui erano state dedicate, e di Romolo, testimoni che l'autore di un falso non può certo prendere alla leggera. »
(Livio, Ab Urbe Condita, IV 20)

MURA DI VEIO


IL I CONSOLATO

Aulo Cornelio Cosso divenne console nel 428 a.c. insieme a Tito Quinzio Peno Cincinnato, al suo II consolato. In quell'anno Roma fu colpita da carestia e pestilenza, che favorì la diffusione di riti superstiziosi in città. I riti superstiziosi per i romani erano soprattutto quelli rivolti alle divinità infere, che a Roma venivano invocate con cerimonie pubbliche e pure private ma secondo canoni precisi e solo un paio di volte l'anno. Era importante lasciare un netto confine tra l'aldiqua e l'aldilà al punto che l'ara dei Mani, Dei degli inferi in Campo Marzio, finita la cerimonia, veniva sotterrata, cioè coperta di terra.

« Non soltanto i corpi furono infettati, ma anche le menti suggestionate da riti magici di ogni genere di provenienza per lo più straniera, perché coloro che speculano sugli animi vittime della superstizione, con i loro vaticini riuscivano a introdurre nelle case strane cerimonie sacrificali; finché dello scandalo ormai pubblico non si resero conto le personalità più autorevoli della città, quando videro che in tutti i quartieri e in tutti i tempietti venivano offerti dei sacrifici espiatori, forestieri e insoliti, per implorare la benevolenza degli Dei. Perciò diedero disposizione agli edili di controllare che non si venerassero divinità al di fuori di quelle romane e che i riti fossero soltanto quelli tramandati dai padri. »

(Tito Livo, Ab Urbe condita, IV, 2, 30)

Per giunta iniziarono di nuovo le razzie e le incursioni  dei Veienti, che, a soli 20 km da Roma contendevano i territori limitrofi necessari alla loro espansione, territori però già acquisiti dai romani.



TRIBUNATO CONSOLARE

Nel 426 a.c. appena ripresisi dalla peste e dalla carestia, i romani decisero di sistemare Veio una volta per tutte, e allo scopo vennero nominati tribuni consolari con Tito Quinzio Peno Cincinnato, Marco Postumio Albino Regillense e Gaio Furio Pacilo Fuso, con il compito di muovere guerra a Veio e distruggerla una volta per tutte.

Dopo la chiamata alle armi e la costituzione degli eserciti i tribuni consolari marcarono verso il territorio etrusco, mentre ad Aulo Cornelio Cosso venne affidato il compito di difendere Roma da eventuali attacchi. Lo scontro fu una catastrofe, soprattutto per l'incapacità dei tre tribuni di coordinare le proprie azioni.



DITTATURA


A Roma la notizia della sconfitta terrorizzò i romani che temettero ancora una volta un attacco all'urbe, così il senato nominò un dittatore, ricorrendo perla terza volta a Mamerco Emilio Mamercino, che nominò Aulo Magister equitum, una carica speciale che solo il dittatore poteva concedere o togliere e che corrispondeva in pratica al luogotenente del dittatore.

Lo schieramento nemico decise stavolta di schierarsi davanti alle mura di Fidene, protetta dagli arcieri fidenati che stavano sulle mura pronti a colpire i romani. Questi però con la consueta testuggine raggiunsero le mura e ingaggiarono battaglia.

"I Romani poichè i Fidetati ruppero i patti e uccisero gli ambasciatori nella nefasta battaglia, decisero di punire i perfidi alleati. Subito nominarono dittatore M. Emilio, che preparò l'esercito, si diresse ai confini dei fidenati e iniziò il combattimento contro i nemici. Già le legioni dei romani, combattendo acremente, misero in fuga le truppe dei nemici, quando all'improvviso dalla città di Fidene irruppe la moltitudine dei cittafini che portavano nelle mani fiaccole ardenti, che fecero impeto contro i soldati romani. Il genere inusuale del combattimento terrorizzò i (parumper) i romani ma il dittatore, vedendo la trepidazione dei suoi, accorse in aiuto ai soldati affaticati e esclamò a gran voce: "O Romani perchè temete il fuoco degli inermi nemici? strappate le fiaccole ai fidenati e, memori della virtù romana, convertite le fiamme verso la città dei fidenati e incendiate fidene!". I soldati, rafforzati dalla parole del dittatore, rinnovarono la battaglia e combattendo più forte strapparono dalle mani dei cittadini le fiaccole e incendiarono la città".

Le perdite furono ingenti da ambedue le parti, ma i romani vinsero, e dopo aver messo in fuga i Veienti, riuscirono ad entrare a Fidene, che fu razziata. Per questa vittoria Mamerco ottenne il trionfo.

« In città il massacro non fu certo minore che in battaglia; infine i nemici, gettate le armi, si consegnano al dittatore, chiedendo soltanto di aver salva la vita. Città e accampamento vengono messi a sacco. Il giorno dopo, tra cavalieri e centurioni venne sorteggiato un prigioniero a testa. Due ne toccarono a quanti avevano dato prova di grandissimo valore. Il resto dei nemici venne venduto all'asta e il dittatore ricondusse in trionfo a Roma l'esercito vincitore e coperto di prede. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita, IV, 3, 34)



IL II CONSOLATO

Aulo Cornelio Cosso divenne console per la seconda volta nel 413 a.c. insieme a Lucio Furio Medullino.
I due consoli guidarono le indagini per l'ammutinamento dell'anno precedente, che aveva portato alla morte per lapidazione del tribuno consolare Marco Postumio Regillense, che aveva non solo rifiutato di dividere il bottino coi soldati ma che aveva anche tentato di punire per le loro rimostranze.

L'ammutinamento dei soldati era il reato più grave, punibile con una morte feroce, cioè bastonati a morte dai loro compagni, tuttavia i due consoli ridussero al minimo il giudizio di colpevolezza, limitandolo solo a pochi soldati, che furono indotti al suicidio.




ARTICOLI CORRELATI



0 comment:

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero