GAIO VALERIO CATULLO - G. VALERIUS CATULLUS





Nome: Gaius Valerius Catullus
Nascita: 84 a.c. Verona
Morte: 54 a.c. Roma
Professione: poeta


Gaio Valero Catullo, ovvero Gaius Valerius Catullus; Verona, 84 a.c. – Roma, 54 a.c.) è stato un grande poeta romano, uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, per l'intensità delle sue passioni, per la scioltezza dei suoi versi, per l'estrema spontaneità dei suoi sentimenti assolutamente privi di artifici e manierismi.

Passioni che espresse, per la prima volta e magistralmente nella letteratura latina, nel suo Catulli Veronensis Liber, in cui l'amore ha una parte preponderante. Egli prevede di essere ricordato dopo 100 anni, in realtà lo sarà per 2000 e finchè l'umanità avrà vita.

Catullo proveniva dalla Gallia Cisalpina, da Verona, nella futura regione augustea della Venetia et Histria, e apparteneva ad una famiglia agiata, dato che il padre, secondo Svetonio, avrebbe ospitato Q. Metello Celere e Giulio Cesare in casa propria al tempo del loro proconsolato in Gallia.

San Gerolamo (347 - 420) invece pone la sua nascita nell'87 a.c. e la sua morte nel 57 a.c. e comunque concorda che Catullo morì alla giovane età di trent'anni. Alcuni accenni nei suoi carmi però che riportano all'anno 55 a.c., come l'elezione a console di Pompeo e l'invasione di Cesare della Britannia, fanno piuttosto intendere che egli sia nato nell'84 e morto nel 54 a.c., visto che in ogni caso morì a 30 anni.

CATULLO

A ROMA

Sembra si trasferì a Roma non appena indossata la toga virile, intorno al 61-60 a.c., come facevano in genere i giovani di buona famiglia quando avevano speranza di fare carriera in qualche ambito, politico, militare o letterario che fosse. Nell'Urbe perfezionò la propria istruzione per prepararsi, come tutti i figli della nobiltà locale, ad un avvenire prestigioso. Il denaro non gli mancava, tanto che possedeva una casa a Verona, una a Roma, una villa a Sirmione sul Garda e un'altra villa fra Tivoli e la Sabina.

Essendo di buona famiglia potè frequentare ambienti politici e intellettuali, intrattenendo relazioni con personaggi importanti dell'epoca, come Quinto Ortensio Ortalo (114 a.c. – 50 a.c.), Gaio Memmio (... - 46 a.c.), Cornelio Nepote (100 a.c. - 27 a.c.) ed Asinio Pollione (76 a.c. - 5). 

Conobbe anche Cesare (100 a.c. - 44 a.c.) e Cicerone (106 a.c. - 43 -a.c.), che gli risultarono entrambi sgradevoli; Cicerone poi, dimentico di essere stato anche lui bollato con il medesimo appellativo (Homo novus), lo soprannominò "Poeta Nuovo", con un senso dispregiativo. Nell'arte sua si ispirò in parte ai poeti greci Archiloco, Saffo e Callimacoma fu ispirazione e non imitazione tanto che non offuscarono mai la limpidezza e la sincerità delle sue espressioni.

Di carattere orgoglioso e individualista, cercò i piaceri smodati quanto i sentimenti più delicati, cercandoli nell'amicizia e nell'amore, senza tuttavia consolazione al suo struggente male di vivere, conscio della effimeratezza della vita, ma sconsolato di non aver potuto coglierne il senso. 

Insieme ad una stretta cerchia d'amici letterati, tra cui Licinio Calvo (82 a.c. - 47 a.c.) ed Elvio Cinna (85 a.c. - 44 a.c.) fondò la scuola dei "neoteroi", cioè "poeti nuovi", un circolo letterario di cui divenne l'esponente più famoso e che si ispirava al poeta greco Callimaco (310 a.c. - 235 a.c.), in contrasto con la poesia epica di tradizione omerica.

Callìmaco, in un’elegia posta all’inizio degli Aìtia, ritiene che i critici della sua opera sono ottusi e carichi di invidia, e presenta i princìpi della sua poesia: brevità, tecnica raffinata, deliberato rifiuto della grandiosità e della magniloquenza. Sia Callimaco che Catullo cantavano l'attuale e il quotidiano, con versi brevi e ben costruiti.

Da qui nacquero:
- l'epillio (poemetto epico), 
- l'elegia erotico-mitologica (elegia di stampo ellenistico che sovverte la morale, come nell'elogio dell'otium) 
- l'epigramma ( iscrizione poetica encomiastica o dedicatoria o, più spesso, funeraria).

GROTTE DI CATULLO

LESBIA

Durante il suo soggiorno a Roma ebbe una relazione travagliata con la sorella del tribuno Clodio, tale Clodia che cantò nei carmi con lo pseudonimo letterario "Lesbia", in onore della poetessa greca Saffo (630 a.c.–  570 a.c,) molto cara a Catullo e proveniente dall'isola di Lesbo. Lesbia, di dieci anni più grande di lui, viene descritta come graziosa, colta, intelligente e spregiudicata, tutte caratteristiche che Catullo apprezza. La loro relazione però fu piuttosto burrascosa e causa di grandi pene per il giovane poeta.

Clodia Pulcra (94 a.c.– post 45 a.c.), nota semplicemente come Clodia, era la figlia di Appio Claudio Pulcro console nel 79 a.c. e di Cecilia Metella Balearica minore, sorella di Publio Clodio Pulcro e moglie del proconsole Quinto Cecilio Metello Celere.

Seguendo le scelte populares del fratello mutò il proprio nome da Claudia in Clodia, nome con cui venne citata nell'orazione "Pro Caelio" Cicerone (106 a.c. - 43 a.c.), difendendo Marco Celio Rufo (82 a.c. - 48 a.c.) contro accuse di sovversione contro l'ordine pubblico. Cicerone accusò di proposito di vendetta la vanità ferita di Clodia, abbandonata dal suo amante Celio e descritta come una prostituta.

Abile amministratrice dei propri beni, dopo la morte di Metello Celere, Clodia è citata un'ultima volta da Cicerone fra maggio e luglio del 45 a.c. quando vuole comprare gli horti Clodiae sulle rive del Tevere; e si rivolge all'amico Attico perché faccia da intermediario e compri i giardini. Secondo Apuleio Clodia fu la Lesbia di Catullo.



LA BURRASCOSA RELAZIONE

Nel 57-56 a.c. fece parte della cohors praetoria di Gaio Memmio in Bitinia. La Cohors praetoria era un gruppo scelto di amici e commilitoni che accompagnava in guerra un comandante militare e che nell'accampamento operava accanto al praetorium, cioè il quartier generale del comandante. In quella circostanza Catullo fece visita alla tomba del fratello situata nella Troade (Turchia). Quel viaggio non dette a Catullo nè i guadagni economici sperati, nè la serenità perduta a causa dell'indifferenza di Lesbia. Solo la lapide del fratello mosse le sue emozioni e gli dedicò un carme. 

L'AMORE CHE FA SOFFRIRE
«Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
Rumoresque senum severiorum
Omnes unius aestimemus assis.»

«Viviamo, mia Lesbia, e amiamo,
e le chiacchiere dei vecchi troppo severi
consideriamole quanto un soldo»

(Carme 5)

Catullo non partecipò mai alla vita politica, facendo della sua poesia un "lusus" (gioco) fra amici, una poesia leggera e lontana dagli ideali politici e dalle adulazioni. Pur disprezzando i politici seguì la formazione del primo triumvirato, la guerra condotta da Cesare in Gallia e Britannia, i tumulti fomentati da Clodio, comandante dei populares, fratello di Lesbia e nemico di Cicerone, che verrà da lui spedito in esilio nel 58 a.c. ma poi richiamato, i patti di Lucca e il secondo consolato di Pompeo. 

«Quid est, Catulle? quid moraris emori?
sella in curuli struma Nonius sedet,
per consulatum peierat Vatinius:
quid est, Catulle? quid moraris emori?
»

«Che c'è, Catullo? Che aspetti a morire?
Sulla sedia curule siede Nonio lo scrofoloso,
per il consolato spergiura Vatinio:
che c'è, Catullo? Che aspetti a morire?»
(Carme 52)


Catullo ebbe anche una relazione omosessuale con il giovinetto Giovenzio, anch'essa causa di dolore. Si allontanò, comunque, varie volte da Roma per trascorrere del tempo nella villa paterna a Sirmione, sul lago di Garda, luogo di bellezza, di ispirazione e di riposo. Ebbe spesso problemi economici per la sua tendenza a sperperare denaro.

Comunque già da quando Catullo andò a Verona per la morte del fratello, Lesbia si fa un nuovo amante e qui inizia il calvario del poeta, che implora, si chiude, maledice e spera, con animo sempre più sofferente. La relazione con Lesbia alternava litigi e riappacificazioni e l'ultimo carme che Catullo le scrisse fu del 55 o 54 a.c., perché in essa viene citata la spedizione di Cesare in Britannia.

«Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere / 
nec scire utrum sis albus an ater homo.»

«Non mi interessa affatto piacerti, Cesare, 
né sapere se tu sia bianco o nero.»
(Catullo, Carmina 93.)

ODI ET AMO

Carmen LVII

Una bella coppia di canaglie fottute
quel finocchio di Mamurra e tu, Cesare.
Non è strano: macchiati delle stesse infamie,
a Formia o qui a Roma, se le portano
impresse e niente potrá cancellarle:
due gemelli infarciti di letteratura
sui vizi comuni allo stesso letto,
l'uno più avido dell'altro nel corrompere,
rivali e soci delle ragazzine.
Una bella coppia di canaglie fottute.

In realtà poi il parere di Cesare gli interessò, almeno quando salì al potere, perchè dopo averlo insultato nei suoi carmi dandogli del pervertito per le sue relazioni omosessuali, andò a chiedergli perdono su consiglio dei suoi amici. E Cesare, che era un magnanimo non solo lo perdonò, ma parlò amabilmente con lui in greco e dette ordine di lasciarlo entrare nella reggia come ospite sempre gradito. Questa era la morale dell'epoca: due omosessuali adulti erano osceni, mentre adescare un adolescente era ben fatto.

Tornato dal suo viaggio in Oriente, Catullo ricerca la pace della sua Sirmione e nella sua splendida villa, dove si rifugia nel 56, ormai malato nel corpo e sofferente nella mente. Si pensa trattarsi di tubercolosi, anche se la malattia viene soprattutto a chi nell'infanzia abbia sofferto di deprivazioni, cosa difficile da pensare in quanto la famiglia di Catullo era piuttosto ricca.

Catullo morì nel 54 a.c., probabilmente a causa di una malattia che lo consumava nel corpo e nello spirito. Morì infelice, per la mancanza del suo amore e per una struggente malinconia che lo perseguitò ovunque e che forse nessun amore avrebbe mai potuto placare, Montale l'avrebbe definito "Il male di vivere".



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