COSA (Toscana)





Cosa era una città, fondata nel 273 a.c. come colonia di diritto latino dai Romani, dopo la sconfitta dell'esercito alleato delle città etrusche Volsinii e Vulci, avvenuta nel 280 a.c. Per l'occasione Vulci dovette cedere buona parte del suo territorio, compresa la fascia costiera. La nuova colonia di Cosa si trovò pertanto a dover controllare un’area di circa 550 kmq. La data della sua fondazione è stata confermata dalle epigrafi degli scavi.

Il centro urbano presentò, fin dalla sua costituzione, un impianto costituito da una fitta griglia di strade che s’incrociavano ad angolo retto determinando sia lunghi isolati rettangolari per le case dei coloni sia aree più ampie destinate a ospitare edifici pubblici.

Ciò somigliava molto all'impianto romano di cardo massimo e decumano massimo, per cui il passaggio all'ordinamento romano non fu tanto difficile.

La città era posta in posizione strategica, potendo controllare sia il traffico terrestre che marino, in un'epoca in cui Roma stava per entrare in guerra con Cartagine.

Cosa sorgeva sul roccioso promontorio dell'attuale Ansedonia, nel comune di Orbetello, da cui si dominava la costa tirrenica verso il Lazio, poco distante dalla via Aurelia. Il colle, nella sua parte più alta, era formato da due cime, una orientale, l'altra meridionale, separate da un'ampia sella, molto simile al colle del Campidoglio di Roma. Il nome della colonia sembra derivi da quello di una vicina città etrusca, Cusi o Cosia, che doveva sorgere vicino alla spiaggia che oggi si chiama Lido del Venerabile presso la laguna di Orbetello.

Agli anni tra la fondazione e la fine del sec. risalgono la cinta muraria, gli edifici pubblici più antichi e i primi impianti portuali del vicino Portus Cosanus.




L'ACROPOLI

Sull’altura maggiore prospiciente il mare sorgeva l’acropoli (o arx), centro religioso con il Capitolium, il tempio dedicato alla triade Giove-Giunone-Minerva. Più in basso, nella sella, sta la piazza del foro, con il comitium, la curia, un tempio dedicato alla Concordia e la basilica civile.

racchiusa da una cinta muraria e collegata al foro tramite la via Sacra.
L’arx rappresenta il principale centro di culto fin dalla fondazione dell’insediamento di Cosa. L’edificio principale attualmente visibile è il Capitolium, costruito tra il 170 e il 150 a.c. nell’area in cui sorgeva un tempio più antico, dedicato a Giove.
Il Capitolium, dedicato alla triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva), è di tipo etrusco-italico, con tre celle destinate a ospitare le statue delle tre divinità. Edificato su alto podio, presenta un frontone sorretto da quattro colonne.
All’interno dell’arx sono inoltre i resti del Tempio D, risalente agli inizi del II secolo a.c. Il tempio, a cella unica preceduta da quattro colonne, era dedicato a una divinità femminile che è stata identificata con Mater Matuta, antica dea romana protettrice delle nascite.

VILLA ROMANA SUL FORO


LE ABITAZIONI

Le case dei coloni, disposte longitudinalmente nei lunghi isolati rettangolari, erano uguali tra loro. Ogni casa, di forma rettangolare, era divisa in due parti: abitazione e orto, e poteva disporre di una cisterna sotterranea.

La classe dirigente abitava invece in case più ampie e lussuose, disposte lungo le strade principali della città, insomma le domus.

Tra due alture della città venne innalzato il Foro, destinato all'attività politico-amministrativa. Sul promontorio più alto stava l'Acropoli destinato invece al culto degli Dei. Le possenti mura poligonali che cingono l'abitato, di sicuro non sono nè romane nè etrusche, ma pelasgiche, di epoca molto arcaica. Stupisce che ancora oggi si parli di mura poligonali come fossero romane, quando in molte località italiche e ultraitaliche si siano retrodatate fino al 800-900 a.c. e financo al 1500 a.c. in talune località.

Essenziale per la città fu la costruzione di cisterne per la raccolta delle acque piovane, iniziativa invece tutta romana, stante le difficoltà di approvvigionamento idrico date dal sito.



LE MURA
LE MURA 

Le mura di Cosa hanno tutta l'aria di essere preromane, essendo mura poligonali, altrimenti dette pelasgiche.

Chi pensa possano essere romane ha idee poco chiare sulla mentalità romana, precisa, razionale e organizzata.

I romani squadravano tutto e pure quando indulgettero in nicchie e cupole lo fecero in modo matematico e simmetrico.

I romani non avrebbero mai scavato un monumento sottoterra, come facevano gli etruschi, nè mai avrebbero issato mura fatte di poligoni irregolari, come fecero i pelasgi.

I romani costruirono con blocchi di tufo in opus quadratum e poi in mattoni ben squadrati. La stessa razionalità che adoperavano nell'esercito riguardava l'arte delle costruzioni.



IL PORTO

Ai piedi del promontorio in cui sorgeva la colonia fu costruito il porto della città: Portus Cosanus.
Alle spalle di questo si estendeva era un’ampia laguna costiera di cui oggi si conserva solo un residuo: il Lago di Burano. Tutta l’area circostante il porto fu attrezzata con imponenti infrastrutture, adibite al ricovero delle navi, alla loro manutenzione e costruzione.

Questo porto rappresenta un mirabile esempio delle capacità ingegneristiche romane.finalizzate sia alla creazione sotto il promontorio di un ricovero sicuro per le imbarcazioni, realizzato con moli e frangiflutti in blocchi di calcare, sia per evitare l’insabbiamento del porto stesso e della laguna retrostante.

Infatti nei primi decenni II sec. a.c. fu sfruttata la forza delle correnti d’un emissario della laguna e d’una grande fenditura naturale della roccia, oggi denominata “Spacco della Regina”, che metteva in collegamento il mare con la retrostante laguna. Questi canali venivano aperti o chiusi, a seconda delle stagioni, dei venti e delle correnti, mediante paratie di legno che scorrevano in apposite scanalature, in modo che la corrente forzata spazzasse i detriti accumulati nel bacino del porto.

TAGLIATA ROMANA

Agli inizi del I sec. a.c. però lo” Spacco della Regina”, forse reso inagibile da una frana, fu sostituito da un’opera artificiale, oggi denominata “La Tagliata”: un'opera stupenda e incredibile, un canale interamente scavato nella roccia, il quale s’ estendeva per un percorso di circa 80 m dal mare alla laguna.

Per molto tempo si denominò erroneamente la Tagliata Etrusca, ma si tratta di una magnifica opera di ingegneria idraulica romana, realizzata per ottimizzare il flusso ed il riflusso delle acque dal porto, in modo da evitarne l'insabbiamento. Una scalinata permette di salire sul fianco del promontorio rivolto al mare, ed osservare gli incassi delle paratie con cui si apriva e chiudeva il canale. Ancora oggi, in condizioni di mare agitato, si può osservare chiaramente la dinamica del movimento delle acque nella Tagliata.

Contemporaneamente, nella laguna, fu costruita una peschiera di forma rettangolare e divisa in due scomparti. Isolata dalla laguna nella parte nordorientale mediante una diga, dipendeva, per la circolazione delle acque e per il controllo della sua salinità, dalla Tagliata e da una sorgente d’acqua situata ai piedi del promontorio. La sorgente approvvigionava anche l’area del porto mediante l’acquedotto.

Quando anche questo canale si ostruì, ne venne realizzato un altro nel fianco della collina, la Tagliata, ancor oggi visibile. Tra la fine del II e l'inizio del I secolo a.c. è testimoniato che, nel centro urbano, alcune case precedenti vengono unite e ristrutturate al fine di costituire un'unica grande abitazione.

CISTERNA

Dalla fine del II sec. a.c. inizia per la città un periodo di declino, a causa dell'appoggio di cosa alla fazione mariana nella guerra civile. Nel 90 a.c., in forza della lex Julia, i suoi cittadini divennero cittadini romani a tutti gli effetti. Intorno al 70 a.c. Cosa viene saccheggiata e abbandonata per circa un cinquantennio. Le origini del ripopolamento di età augustea non sono ancora chiare. tuttavia una città che aveva sostenuto Mario era in un certo senso devota a Cesare e pertanto ad Augusto, e Ottaviano badava molto a queste sfumature.

Le monete della Casa di Diana mostrano una discontinuità dell’abitato tra il 70 e il 27 a.c., mentre l’insieme delle decorazioni suggeriscono una datazione tra il 20 e il 10 a.c., che può essere considerata come un terminus post quem per l’intero insediamento. È possibile ipotizzare uno stanziamento di veterani, sebbene manchino prove evidenti. Il ripopolamento della colonia dovrebbe aver comportato la creazione di infrastrutture e servizi, di un mercato e di un centro politico per gli abitanti delle campagne.

Le trincee di scavo a campioni indicano che la nuova città era meno estesa della precedente, con la sola rioccupazione del foro e di nove insulae dell’area centrale. Le nuove case erano però più grandi e più lussuose: la Casa di Diana fu ricostruita con una loggia in una parte del vecchio giardino e riutilizzò le rovine della casa adiacente per un orto.

A questo periodo ne segue un altro di ulteriore abbandono nell'80, determinato essenzialmente dalla trasformazione economica del territorio circostante, dove si creano grandi latifondi autosufficienti, in luogo della coltivazione diffusa, affidata ai coloni latini e residenti in città.

VIA AURELIA

All'inizio del III secolo la città di Cosa sembra vivere una ripresa con la sua istituzione a centro amministrativo (Res Publica Cosanorum), nota solo da una serie di iscrizioni, ma che per il resto, a giudicare dai resti archeologici, appare un episodio non significativo e comunque senza seguito.

In quest'epoca furono ricostruite due insulae e nuove abitazioni dietro il Foro, furono restaurati i portici a sudovest e la Curia.

Dietro l'odeum restaurato e la Curia furono costruiti tre nuovi edifici pubblici e rifatti alcuni atria pubblici nella metà del secolo, tutti pavimentati in legno su terra battuta. Nell'entrata nordovest fu eretta una costruzione interpretata da Brown come una stalla, ma Fentress ha ipotizzato fosse più plausibile la teoria di un granaio, visto che anche gli altri edifici pubblici abbandonati furono trasformati in granai.

PIANTA DEL COMPLESSO

I TEMPLI

 Ci sono anche due edifici sacri: un mithraeum nella cella est della Curia, datato da alcune monete del 241, e il santuario di Liber Pater, datato da un'iscrizione databile alla fine del secolo. Il tempio chiude l'esedra dell'entrata sudest al Foro, il pavimento in signinum e la colonna all'entrata furono rasi al suolo dall'edificio costruito sopra a questo nel IV secolo, datato da monete coniate tra il 317 e il 425-455.

 Il nome derivò, secondo alcuni, da quello più antico di Cusi o Cusia, relativo a un piccolo centro etrusco disposto sul luogo dell’attuale Orbetello.

La colonia di Cosa, secondo l'uso romano, influì beneficamente sull’intero territorio, con infrastrutture quali ponti, strade, porti e la centuriazione, insomma un vero piano regolatore.

CAPITOLIUM

La centuriazione serviva anche per determinare gli appezzamenti di terreno coltivabile da distribuire ai coloni: a ciascuno di essi fu attribuito un podere di circa 8 o 16 iugeri (1 o 2 ettari). Bisogna comunque considerare anche la possibilità che i coloni fossero divisi in due o tre classi e che avessero quindi diritto ad assegnazioni diverse di terra. Per risolvere le difficoltà di drenaggio della pianura costiera fu creata una rete di canali perpendicolari, aventi l’inclinazione del tratto terminale del fiume Albegna.

L’attuale presenza di viottoli e canali di scolo, soprattutto nella valle di Capalbio, muniti della medesima inclinazione, mostra l’efficienza e la validità del controllo del regime idrografico, che fu in questa zona sempre problematico.

 Nel I sec. a.c. la colonia si alleò, come la maggior parte dell’Etruria, con Mario contro Silla, ma alle sconfitte mariane seguirono le ritorsioni sillane. A Cosa non è documentata nessuna distruzione attribuibile a questo periodo, quali quelle riscontrabili in altri centri (Talamone, Vetulonia, Populonia, Volterra, Fiesole), ma tesoretti di monete rinvenuti nel territorio della colonia* (Capalbio, Montieri) fanno dedurre uno stato di emergenza latente.

Nel 90 a.c., con la Lex Iulia, Cosa diventò municipium e i suoi abitanti ottennero la cittadinanza romana. Intorno al 71 a.c. la città fu saccheggiata e incendiata in circostanze fino a oggi rimaste ignote e restò pressoché abbandonata fino all’età augustea (20 a.c.), quando fu ricostruita, ma parzialmente e limitatamente alle aree d’ interesse pubblico (foro e acropoli), riducendosi comunque a centro di culto. Tra il I sec a.c. e il I sec d.c.scomparvero le piccole proprietà dei coloni a favore di grandi aziende agricole, le villae, che, sfruttando con schiavi e con il sussidio di liberi ampie porzioni di terreno, si sovrapposero ai campi centuriati della colonia, riutilizzandone gli antichi drenaggi.

RESTI DEL TEMPIO SULL'ARCE

Così la campagna visse, grazie alle villae, un periodo florido, mentre la città ebbe un lento declino da cui non si risolleverà. All’inizio del II sec. d.c. si verificò un progressivo spostamento dell’abitato della collina alla valle sottostante di Succosa (da Subcosa), nei pressi del porto: un’iscrizione del 236 d.c. segnala, infatti, la fatiscenza degli edifici del foro dovuta all’abbandono della città.

Il centro amministrativo, istituito nel III secolo d.c. grazie al diretto intervento statale e definito nelle iscrizioni superstiti Res Publica Cosanorum, ebbe poco successo visto che alla fine del secolo il centro era nuovamente abbandonato: restavano in vita, nell’area del foro, solo una casa e un tempio dedicato a Bacco, forse come santuario rurale.

Agli inizi del VI sec. gli antichi edifici romani vennero ulteriormente danneggiati: l’acropoli venne ristrutturata per accogliere una guarnigione militare fortificata, mentre nell’area del foro sorse un coacervo di casupole con una chiesa cristiana sorta sulle rovine dell’antica basilica civile romana.

In questo periodo Cosa potrebbe essere quindi stata una fortezza bizantina, posta a contrastare l’avanzata dei Longobardi. Risale forse a questo tempo il cambiamento del nome in Ansedonia.

Nella Città di Cosa furono erette 3 porte di ingresso e uscita, 18 torri, un tempio dedicato a Giove, un foro, varie cisterne di acqua e diverse abitazioni civili. Ancora oggi la maggior parte di questi monumenti sono ancora visibili. 

I reperti antichi sono custoditi presso il museo della Città di Cosa situato a l'ingresso delle mura, dove si conservano le decorazioni fittili dei templi sull’Arce, oltre agli oggetti di ceramiche, vetri, metallo e avorio di uso domestico.

Appena fuori città si estende la necropoli di Cosa immersa in un uliveto secolare affacciato sulla laguna di Orbetello e sull’Isola del Giglio. 

CASA DELLO SCHELETRO


CASA DELLO SCHELETRO

La Casa dello scheletro, la villa romana così chiamata per il ritrovamento di uno scheletro nella cisterna dell’abitazione, venne edificata nel I sec. a.c., unendo i giardini di cinque domus di epoca precedente. 

L’ingresso (fauces), aperto sulla via principale, immetteva in un atrio, munito di impluvium, il bacino rettangolare entro cui si raccoglieva l’acqua piovana, che veniva poi convogliata in una cisterna.

Attorno all'impluvium si disponevano vari ambienti di servizio: una piccola cucina (culina) dotata di un focolare per la preparazione dei cibi, i cubicula (camere da letto del personale di servizio), il tablinum (ambiente aperto destinato a ricevere gli ospiti) e una scala di accesso al piano superiore che ospitava gli ambienti padronali. con i loro cubicula, balneum e lo studio.

Dal portico, posto a piano terra, si accedeva al triclinio (sala del banchetto) e all’hortus, un ampio giardino sul quale si apriva un altro ambiente con funzione di sala da pranzo estiva. Il pregio dell’abitazione è sottolineato dalla presenza di pavimentazione a mosaico con motivi geometrici e dalle pitture parietali. 

VILLA SETTEFINESTRE

VILLA SETTEFINESTRE

Inoltre nelle vicinanze si trova Villa Settefinestre, una villa del XV secolo, ricostruzione di una precedente Villa romana del I secolo a.c.

Era una villa di tarda epoca romana, gestita da schiavi e di proprietà di una famiglia senatoriale dei Volusii, costruita nel I sec. a.c. e poi ampliata nel I sec. d.c. con un grande criptoportico. Quando Cosa in seguito alle guerre civili finì con lo spopolarsi, il luogo servì poi alla costruzione di un gruppo di ville la cui gestione era affidata al lavoro degli schiavi a differenza dei grandi latifondi del sud Italia, gestiti invece dai loro padroni.

Fra la strada che conduce alla villa e quella che costeggia i piedi della collina è stato rinvenuto quello che si definisce un Leporarium, cioè un muro alto tre m che circonda un'area di circa un ettaro, cioè un parco venatorio che, oltre a rifornire la mensa del dominus, era una riserva di caccia per il dominus e i suoi ospiti.
Vicino alla villa si aprivano giardini, orti e frutteti, arnie per le api e voliere per gli uccelli. La villa era fronteggiata da un giardino turrito, con l'aspetto di una cinta di mura cittadine. Il lato sud-est è costituito di stanzette per le abitazioni degli schiavi. Alcune strutture della villa di Settefinestre (cantina, criptoportico) sono tipiche dei grandi edifici pubblici e privati diffusi nel Lazio e in Campania nel I sec. 

La fattoria annessa alla villa produceva vino e gli scavi del 1976 - 1981, sotto la direzione di Andrea Carandini, fornirono notevoli reperti relativi ad una moltitudine di attrezzi agricoli dell'epoca, evidenziando come, con le sue forme ed edifici annessi, rispondesse esattamente ai modelli degli agronomi romani. Tanto è vero che gli scavi archeologici di Settefinestre sono stati presi come termine di paragone per una nuova fase dello studio dell'archeologia, volta allo studio dei metodi di lavoro in agricoltura nell'antico agro romano.

Questi risultati sono stati poi presentati in una pubblicazione. Villa Settefinestre è stata restaurata negli anni settanta e trasformata in una residenza di vacanza con le rovine romane aperte al pubblico.
Accanto alla villa di Settefinestre, esistono delle rovine confrontabili con ville contemporanee di Colonne ed altre province romane.



VILLA MARITTIMA DELLA TAGLIATA

Ai piedi del promontorio di Cosa, in prossimità dell’antico porto della città romana, emergono i resti di una grande villa marittima, risalente alla fine del I secolo d.c. 
Le ville marittime si distinguono dalle ville costiere per differenze strutturali(perché provviste di costruzioni che avanzano nel mare) e per finalità(perché erano indirizzate all’allevamento di pesci nelle peschiere).
Le indagini archeologiche, svolte in occasione di interventi di emergenza, hanno messo in luce un settore residenziale, decorato da pavimenti a mosaico e pitture parietali, e ambienti riferibili ad un impianto termale.

Non è stata individuata alcuna struttura riferibile ad attività produttive, ma è probabile che la villa della Tagliata, come le altre ville marittime, disponesse di propri vivai per l’allevamento di crostacei e molluschi.

Il complesso, di notevole estensione, è oggi scarsamente leggibile ed è stato parzialmente inglobato nella costruzione della torre detta Puccini.




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