VELIA (Campania)




Elea, denominata dai romani Velia, è un'antica città della Magna Grecia localizzata nella contrada Piana di Velia, nel comune di Ascea in provincia di Salerno, all'interno del Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano.
La città è posta sulla Costiera Cilentana, non lontana da Vallo della Lucania, a circa 90 km a sud di Salerno. L'accesso al sito è da via di Porta Rosa.

I resti di questa città, sebbene scavati solo in parte, sono sorprendenti. I fondatori di Velia venivano da Focea (Asia Minore), da dove erano fuggiti, nel 545 a.c., per l'attacco militare persiano, finchè nel 540 a.c.si rifugiarono a Reggio.

Un oracolo li spinse verso la fonte Hyele, dove fondarono la città di Elea.  A difesa del territorio vennero create una serie di fortificazioni quali Punta della Carpinina (presso Licosa) a nord, Torricelli (presso Vallo Scalo) e Civitella (presso Moio) ad est e Castelluccio (presso Pisciotta) a sud.

Dell'antica città restano l'Area Portuale, Porta Marina, Porta Rosa, le Terme Ellenistiche e le Terme Romane, l'Agorà, l'Acropoli, il Quartiere Meridionale e il Quartiere Arcaico.

Tra i motivi che fanno di Velia un patrimonio dell'umanità va sicuramente menzionata la scuola eleatica. Infatti, pochi decenni dopo la fondazione, i suoi intellettuali più illustri, i filosofi Parmenide e Zenone, fondarono la scuola "eleatica" che ancora oggi influenza gran parte del pensiero del nostro tempo.

Una scuola filosofica che ha potuto vantare, fra i suoi esponenti, anche Melisso di Samo e Senofane di Colofone. Qui Zenone, che fu allievo di Parmenide, elaborò il metodo della dimostrazione indiretta di una tesi mediante la riduzione all’assurdo della tesi contraddittoria: per questo Aristotele gli riconobbe il titolo di “inventore della dialettica”. Possiamo affermare che il pensiero occidentale è nato qui.

Fu anche sede di una scuola di medicina e meta di infermi che accorrevano per le cure.
Elea dovette sostenere anche duri scontri con la vicina Poseidonia (Paestum) e con i Lucani. Come Paestum si schierò poi a favore dei Romani nelle guerre contro Annibale, e visti i meriti della flotta navale velina, i Romani riconobbero i privilegi e l'autonomia della città, quale quello di coniare moneta.

Lo sviluppo dei commerci della città è testimoniato dalle sue belle monete, che portano su una faccia la testa di Atena o quella della ninfa Velia, sull'altra, un leone, spesso in lotta con un cervo.

In età romana Elea, rinominata Velia, venne ricordata per la dolcezza del suo clima, l'ospitalità e l'alto tenore di vita degli abitanti, diventando meta di numerose personalità, tra le quali Cicerone, Paolo Emilio e Orazio. Bruto, dopo l'uccisione di Cesare, si rifugiò a Velia e Marcantonio, lo attese fuori senza entrare in città. 
Inoltre, la posizione geografica, su un promontorio che in antico si protendeva sul mare ne favorì la trasformazione in un centro di villeggiatura.

Un duro colpo all'economia della città venne dall'insabbiamento dei suoi porti che rese difficile l'attività marinara.

In tal modo Velia sopravvisse ancora per poco diventando sede vescovile, ma venendo abbandonata a seguito delle invasioni saracene (sec.VIII-IX). Dell’antica Velia si perse ogni ricordo.

Le rovine dell'antica città greca furono poste in luce da scavi moderni, nel sito del borgo medievale di Castellammare di Veglia o della Bruca.



LA STORIA

Strabone, nella sua opera "Geografia", spiega che la città di Elea-Velia, fondata dal popolo dei Focei (coloni greci di Focea), fu chiamata Hyele, nome che poi divenne Ele e infine Elea. Infatti Elea fu fondata nella seconda metà del VI secolo a.c. da esuli Focei in fuga dalla Ionia (Turchia) per sfuggire agli invasori persiani. I Romani invece la chiamarono Velia, attestata a partire da Cicerone.

Sulla fondazione di Elea abbiamo il resoconto di Erodoto. Questa avvenne a seguito della Battaglia di Alalia, combattuta dai Focei di Alalia contro una coalizione di Etruschi e Cartaginesi, nel 541 - 535 circa a.c.

Secondo Erodoto i focei furono i primi Greci, a navigare su lunghe distanze, spingendosi fino a Tartesso, città-stato protostorica dell'Iberia meridionale, forse in Andalusia nei pressi della foce del Guadalquivir e forse adesso sotto il livello del mare. Qui si stabilirono intrattenendo relazioni fraterne col re Argantonio.

Questi, di fronte alle pressioni di Arpago, il re tentò di convincerli ad abbandonare la Ionia e ad insediarsi nei paraggi, ma, non riuscendo a convincerli, li rifornì di abbondante denaro per rinforzare le mura di Focea e far fronte alle minacce dei Medi. Fu così che le mura di Focea, costituite di grossi blocchi ben connessi, divennero opera monumentale.

ZONA DEL TEMPIO DI ATENA

L'ASSEDIO DI ELEA

Quando la città fu cinta d'assedio da Arpago, ai Focei fu promessa una resa onorevole, e solo la simbolica distruzione di un solo bastione e la consacrazione di un edificio a Ciro. I Focei, chiesero un giorno di tempo per decidere e lo ottenne, nonostante Arpago avesse intuito i propositi.

Infatti i Focei misero in mare le loro navi e, cariche di tutta la popolazione, di tutti i beni che potevano, incluse statue votive ed offerte tratte dai templi, ad eccezione delle statue in bronzo e in pietra e dei dipinti, si allontanarono dalla città abbandonandola al suo destino. Il giorno dopo i Persiani entrarono in una città deserta.

Lasciata Focea andarono a Chio, chiedendo agli abitanti di vender loro le isole Enusse, ma i Chìesi, temendone la concorrenza commerciale, le negarono. Prima di ripartire fecero però rotta su Focea dove sbarcarono e massacrarono il presidio persiano. Poi, maledicendo chi abbandonasse il viaggio, gettarono in mare un masso di ferro incandescente giurando che mai sarebbero tornati a Focea se non quando esso fosse ritornato a galla.

Ma durante il viaggio più della metà di loro, vittime della nostalgia, ruppe il giuramento e tornò a Focea.
Tutti gli altri si diressero allora verso l'isola di Cirno, in Corsica, dove, vent'anni prima, assecondando un responso oracolare, avevano eretto la città di Alalia (Aleria).

La città fu edificata sulla sommità e sui fianchi di un promontorio, comprato dai Focei agli Enotri, situato tra Punta Licosa e Palinuro. Fu inizialmente chiamata Hyele, dal nome della sorgente posta alle spalle del promontorio.

La città sorse su due porti, uno a Nord, detto "le case della notte" perché sempre in ombra,.abitato dai Sibariti, la popolazione autoctona, ed uno a Sud, chiamato "la via del giorno" e abitato dai Focei.

I rapporti fra le due popolazioni si deteriorarono quando i Sibariti, rifiutando l'amicizia con la città di Crotone, amicizia stretta dai Focei. Pertanto questi ultimi divisero con mura e con una porta le due parti della città operando una secessione dai Sibariti. 

Con la minaccia di invasione da parte dei Siracusani i due popoli si riunirono sotto le direttive del saggio Parmenide che divenne legislatore e primo cittadino di Vele. Narrò le sue gesta con la traversata della "via del Nume", alla fine della quale la dea Giustizia gli detta personalmente le leggi per la città.

Nel V sec. a.c., la città divenne famosa per la sua scuola filosofica presocratica, la Scuola eleatica, fondata da Parmenide. Nel IV secolo si alleò con altre città contro la possibile invasione dei Lucani che avevano già occupato la vicina Poseidonia (Paestum).

A Roma invece, Elea fornì navi per le guerre puniche (III-II secolo) e inviò giovani sacerdotesse per il culto a Demetra (Cerere). Divenne infine luogo di villeggiatura e di studio per l'ottimo clima e la scuola medico-filosofica.
Nell'88 a.c. Elea fu ascritta alla tribù Romilia, un'antica tribù rustica romana, divenendo municipio romano col nome Velia, con il diritto di mantenere la lingua greca e di battere moneta propria. Nella II metà del I secolo servì come base navale, prima per Bruto (44 a.c.) e poi per Ottaviano (38 a.c.).


LA DECADENZA

La città prosperò finche il progressivo insabbiamento dei porti e la costruzione, avviata nel 132 a.c., della Via Popilia che collegava Roma con il sud della penisola tagliando fuori Velia, la tagliarono fuori dai commerci impoverendola.
Dalla fine dell'età imperiale, gli ultimi abitanti traslocarono nella parte alta dell'Acropoli per sfuggire all'avanzamento delle paludi. Il materiale sedimentato dai tre fiumi del territorio determinò l'interramento dello specchio antistante la città, causando la scomparsa delle due isole Enotridi, fornite di approdi, di cui ci parla Strabone.
Dell'esistenza delle due isole ci viene conferma da Plinio il Vecchio che ce ne fornisce sia l'ubicazione (contra Veliam) che i nomi (Isacia e Pontia).

Giunti a Cirno i Focesi vi eressero templi, coabitando per cinque anni con i precedenti coloni. Ma Etruschi e Cartaginesi li attaccarono con una flotta di 120 navi. I Focei, con sessanta navi, ne uscirono vincitori, ma con quaranta navi distrutte e le rimanenti venti, con i rostri spezzati,  inservibili alla guerra. 


Sbarcarono ad Alalia e, presi a bordo donne e bambini, salparono verso Reggio, risalirono la costa e raggiunsero, in terra Enotria, una città allora chiamata Hyele.

Qui un sacerdote di Poseidonia rivelò ai focei di aver frainteso l'oracolo della Pizia: essi avrebbero dovuto attestare con santuari il culto dell'eroe Cirno, figlio di Eracle, piuttosto che insediarsi essi stessi sull'isola di Cirno.

Convinti dell'errore, si risolsero a prendere possesso della città enotria. La connessione tra il sito che sarà di Elea e una preesistente città enotria è suggerita dalla lettura del testo erodoteo e confermata da Plinio (Naturalis historia, III, 85)



LA SCUOLA ELEATICA

Tra i motivi che fanno di Velia un patrimonio dell'umanità va menzionata la scuola eleatica, una scuola filosofica che ha potuto vantare, fra i suoi esponenti, Parmenide, Zenone di Elea e Melisso di Samo. Senofane di Colofone è stato a lungo considerato un filosofo della tradizione eleatica per la scelta stilistica di scrivere in versi: la critica dell'antropomorfismo religioso e dei valori della classe aristocratica sono invece chiari esempi della sua impostazione ionica.

Ad Elea soggiornarono anche i filosofi Senofane e Leucippo. Fino almeno al 62 d.c. operò una fiorente scuola medica e di Velia furono i due grammatici Stazio (padre del più noto poeta latino) e Palamede (II sec. d.c.).



GLI SCAVI

Dell'antica città restano l'Area Portuale, Porta Marina, Porta Rosa, le Terme Ellenistiche e le Terme romane, l'Agorà, l'Acropoli, il Quartiere Meridionale e il Quartiere Arcaico. Nonostante il progetto cofinanziato dall’Unione Europea, delle tante risorse apprestate solo la biglietteria è stata utilizzata, mentre le altre risultano in stato di abbandono sin dal loro completamento. Addirittura gli scaffali accatastati non sono nemmeno stati montati, segno dell'indifferenza totale degli amministratori locali per la cultura e le possibilità lavorative del turismo. 



I MONUMENTI


IL PORTO

Verso gli inizi del IV sec. a.c. quest’area, invasa dal mare, funzionava come porto della città poi, per una grossa alluvione e il ritirarsi della linea di costa, si insabbiò finchè strappata al mare con la costruzione di mura ed urbanizzata.

Subito dopo l’ingresso sulla destra si notano le mura della città, costruite sulla diga dell’antico porto. Al termine del muro vi è una torre circolare fiancheggiata da un varco a doppio imbuto, originariamente un faro.

Da questa costruzione le mura rientrano verso l’interno sino ad una poderosa torre quadrata da cui iniziano le mura più arcaiche del VI sec. a.c. Segue un’ampia apertura che doveva servire a una darsena, successivamente occlusa.

Dopo un altro breve tratto di mura si incontra Porta Marina Sud, del V sec. ac. suddivisa in una porta pedonale e per le merci.
La strada che esce da Porta Marina Sud conduce verso il porto romano, più avanzato rispetto a quello greco. L’ubicazione esatta della struttura portuale romana non è ancora conosciuta.

Appena fuori della porta è una torre con due tecniche costruttive diverse: i filari più bassi risalgono ad un’età più antica, mentre quelli superiori, con blocchi posti tutti di testa, sono successivi all’interramento della zona.

Il muro che segue la torre è sempre di età arcaica a doppia cortina, di cui la cortina esterna è costituita di blocchi di arenaria squadrati, mentre quella interna è costituita di pietre naturali calcaree. Tra le due cortine è uno spazio con pietrame e terreno.
Il muro continua poi in direzione sud incontrando un’altra torre più piccola.

I suoi due porti ed un efficace sistema difensivo aiutato da una natura impervia ed una accurata diplomazia hanno permesso ad Elea (Velia) di evitare la conquista dei Lucani. Attorno ai porti si allargò il quartiere marittimo.

La struttura urbanistica dell’antica Velia risulta articolata in tre nuclei: il quartiere meridionale, il quartiere settentrionale e l’acropoli.



IL TEMPIO IMPERIALE

Percorrendo via di Porta Marina, a destra si può vedere un edificio pubblico,costituito da un criptoportico a tre bracci, databile all'età età augustea (31 a.c. - 14 d.c.) con rifacimenti nel corso del II sec. d.c. variamente interpretato come palestra, scuola medica o sacello del culto imperiale visto il ritrovamento di numerose erme e statue dedicate a medici locali e di teste ritratto della famiglia imperiale.



IL QUARTIERE MERIDIONALE

Inoltrandosi dall’ingresso agli scavi verso il viottolo che scende verso il quartiere meridionale si incontrano due insulae del III sec. a.c.poi un tratto di mura arcaiche con due torri quadrate con una piccola porta che accede all’insula I.

Qui si trovano alcune abitazioni a cortile centrale con pozzo e, originariamente, con l’ara domestica. In una di esse si trova un pavimento a mosaico con rosetta centrale e contorno ad onda. I mattoni, in argilla locale, hanno due bolli, quello del fabbricante e quello dello stato.


L’insula II occupata da un vasto edificio costruito nel I sec. d.c. su abitazioni preesistenti. Si tratta di un criptoportico nel quale si sono rinvenuti numerosi ritratti di membri della famiglia di Augusto. Al di sopra del portico è una spianata con un altare.

Affianco è un colonnato su tre lati costruito su una piscina a sua volta costruita su un edificio preesistente in mattoni crudi del quale si ignora la funzione. Tutto il complesso potrebbe essere un caesareum (edificio di culto dell’imperatore) o un Collegio degli Augustali.

Tornati indietro sulla strada perpendicolare alla via di Porta Marina, si giunge ad un pozzo sacro, profondo circa 6 metri. In esso vennero trovate numerose offerte votive come balsamari, lucerne, vasi, statuette.



LE TERME ROMANE 

Si imbocca la salita che conduce verso Porta Rosa, una strada greca che collega il quartiere meridionale con quello settentrionale.

PISCINA DELLE TERME
Essa è larga 5 metri ed è delimitata da una cordonatura di blocchi squadrati oltre i quali vi sono cunette per il deflusso delle acque piovane.

All’inizio si nota l’apertura di un canale che originariamente aveva una copertura a blocchi. A sinistra è un edificio termale romano risalente alla prima metà del II sec. d.c. Le mura esterne sono costruite con filari di pietra fra doppi corsi di mattoni.

All’interno sono visibili bei pavimenti mosaicati con scene marine. Le Terme Adrianee (II sec. d.c.) conservano vari ambienti del calidarium e la sala del frigidarium, decorata da uno splendido mosaico con tessere in bianco e nere che raffigurano animali e mostri marini.
Superate le terme, la strada fiancheggia un grande ninfeo infossato con basi di colonne ioniche.



 L’AGORA’ 

Si giunge così all’ingresso di un complesso da molti identificato come agorà o come ginnasio. Si tratta di un’area pavimentata e porticata con tre lati delimitati da mura di terrazzamento alle quali erano appoggiate botteghe.

Il monumento, del III sec. a.c., è preceduto sulla fronte da una fontana, mentre sul muro di fondo è un monumento romano in mattoni con nicchia.

Alle spalle è un canale di pietra con copertura a doppio spiovente disposto a gradini che funge da collettore delle acque: probabilmente esso venne costruito a seguito degli eventi alluvionali.



LE TERME ELLENISTICHE 

Proseguendo a salire verso Porta Rosa, si incontra sulla destra una spianata nella quale è stato messo in luce un impianto termale ellenistico risalente al III sec. a.c., unico in Magna Grecia.

Il primo ambiente che si incontra era probabilmente l’apodyterium (spogliatoio) e presenta un pavimento in mattoni eleati su cui poggiano formelle esagonali di terracotta munite di fori rettangolari al centro.

Sulla sinistra è un ambiente quadrangolare all’esterno e circolare all’interno con vasche individuali in terracotta, appoggiate alle pareti, per il bagno in posizione seduta. Tale ambiente corrisponde al laconicum delle terme romane.

Segue un ambiente non identificato. Aldilà del primo ambiente è un vano di vaste dimensioni (calidarium) con pavimento in cocciopesto e mosaico, uno dei più antichi esempi in ambiente greco-occidentale. La parte centrale del pavimento, rettangolare, è contornata da un motivo ad onda interrotta agli angoli da motivi vegetali.

Al centro vi sono due quadrati inseriti obliquamente l’uno nell’altro con una rosetta centrale a 6 petali. In un angolo c'è un basso banco e resti di tegole del muro destinato, così, a contenere meglio il calore.

Nell’angolo a destra v’era una grande vasca con spalliera munita di riscaldamento sotto il pavimento.
Proseguendo verso sinistra è il praefurnium sovrastato da una cisterna.

I DUE PORTI

PORTA MARINA

L'accesso vero e proprio alla città avviene attraverso Porta Marina Sud che è protetta da una torre quadrangolare di cui è possibile distinguere due fasi costruttive: la prima della prima metà del V sec. a.c. riconoscibile dai blocchi parallelepipedi di arenaria posti nella parte bassa, la seconda, databile al III sec.a.c., per cui sono stati usati blocchi in conglomerato.



PORTA ROSA 

Porta Rosa, databile alla metà del IV sec. a.c., è preceduta dai resti di una porta del sistema difensivo arcaico con ante di arenaria e tracce dei cardini e dei battenti. Porta Rosa consentiva il passaggio da una parte all'altra della gola, mettendo in comunicazione il quartiere meridionale con quello settentrionale (non ancora scavato) e di viadotto congiungente le due parti del colle.

Porta Rosa era in realtà un viadotto che collegava le due sommità naturali dell'acropoli di Elea. Non vi sono infatti tracce di cardini. Si comprese che era un viadotto solo a scavi ultimati, quando il nome era già stato attribuito. L'arco, in undici conci di pietra arenaria, oltre a quella di viadotto, svolgeva la funzione di contenimento delle pareti della gola che collegava. 

Nel III secolo a.c. l'arco fu ostruito e interrato, o per una frana o perché l'apertura costituiva un punto debole nella difesa della città.
Contrariamente a ciò che si è scritto di quest'arco esso non è greco ma è precedente alla colonizzazione greca, ed è osco-italico,  probabilmente mutuata agli oschi dagli etruschi. E' bene poi sottolineare che i greci non conoscevano l'arco, perchè mai se ne è trovata traccia.

Un muro di terrazzamento in opera isodoma contiene la sponda occidentale della gola. L’arco a tutto sesto è sostenuto da due piedritti in opera isodoma. Sul primo arco è un secondo archetto di epoca posteriore che doveva servire a creare un passaggio (a mo’ di ponte) tra le due parti del crinale separate dalla gola.

La datazione è quella data dallo scopritore Mario Napoli (che diede anche il nome della moglie, Rosa, alla porta), ossia la metà circa del IV sec. a.c.

La perfezione di Porta Rosa e l’armonia delle sue dimensioni è eccezionale: la luce dell’arco inscrive esattamente due circonferenze l’una sull’altra aventi per diametro la larghezza dell’arco (m. 2,68). Nel corso del III sec. a.c., la porta rimase sepolta da una frana e restò ostruita per sempre



IL QUARTIERE MERIDIONALE

Il quartiere meridionale non è stato ancora esplorato. E' un valico artificiale dove negli anni '60 Mario Napoli ha trovato la Porta Rosa, splendido esempio dell'utilizzo dell'arco da parte dei Greci, pertanto in questa zona c'è un tesoro ancora tutto da scoprire.



LE CASE ARCAICHE 

Retrocedendo di pochi metri, si inizia la salita verso l'Acropoli. Poco prima di arrivare alla sommità, si notano i resti dell'insediamento abitativo più antico della città (540-535 a.c.): si tratta di abitazioni ad un solo vano con cortile antistante: la muratura è a blocchi di arenaria di forma poligonale, una tecnica importata dall’Asia Minore da dove provenivano i coloni.

Le abitazioni sono disposte a terrazza ed attraversate da una larga strada di terra battuta che conduce verso il porto. Intorno al 480 a.c. queste abitazioni vennero cancellate per far posto ad un grosso muro di terrazzamento in opera quadrata.

Il tutto nel più vasto progetto di ospitare gli edifici religiosi e pubblici sull’Acropoli e destinare la parte bassa alle abitazioni.



LE DOMUS

L'isola a sinistra di Porta Marina, ad uso abitativo e commerciale, aveva almeno quattro case di età imperiale costituite da un vano centrale con impluvio su cui si aprono gli altri ambienti.

Presso la Masseria Cobellis è venuto alla luce un edificio pubblico di età medio-imperiale con impianto scenografico su due livelli. Lungo l'asse centrale dell'edificio, infatti, si aprivano un ninfeo e una vasca delimitate da rampe di scale in laterizio e rivestite con lastre marmoree parzialmente conservate.

Presso Porta marina si sono rinvenuti due isolati, uno di età ellenistica e uno tardo-imperiale, non distante un Pozzo Sacro, di età ellenistica, forse dedicato ad Ermes per le lettere greche Η Ρ  incise sullo sperone di roccia.

Lo scavo della Casa degli Affreschi, nel quartiere occidentale è orientato in senso nord-sud, è purtroppo conservato solo nella sua parte settentrionale, dal momento che quella meridionale potrebbe essere scivolata lungo il pendio, per effetto del degrado dei versanti, o a causa degli sbancamenti per la costruzione della linea ferroviaria.



TERME ELLENICHE

Quella che si riteneva l'agorà di Elea viene oggi interpretata come un santuario dedicato ad Asclepio, Dio delle guarigioni, che si elevava su almeno tre livelli con un grande ambiente rettangolare, circondato su tre lati da un porticato e decorato all'ingresso con una fontana.

Il santuario, dell II sec. a.c., usufruiva l'acqua della sorgente Hyele che troviamo più in alto, dove in età ellenistica vennero edificate le terme di cui si conservano un ambiente riscaldato in cui sono visibili i sistemi di conduzione del vapore, un'ampia vasca di forma rettangolare per il bagno caldo e un vano per piccole vasche di terracotta, destinate al bagno individuale in posizione seduta.



L’ACROPOLI 

TORRE DEL CASTELLO NORMANNO
EDIFICATA SOPRA I RESTI ROMANI
In alto verso l'Acropoli, si snoda il più antico abitato di Velia (VI sec. a.c.), con resti di abitazioni allineate lungo una strada, abbandonate nel V sec.

Di essi si osservano i resti di un teatro romano edificato sopra uno ellenico più antico.

Poi un tempio e un edificio porticato forse anch'esso religioso.

Dall'acropoli segue un suggestivo itinerario lungo il crinale della collina con piccole aree sacre, edifici di età ellenistica e tratti della cinta muraria ellenica.

Dall'Acropoli si notano subito i resti del piccolo teatro risalente al IV secolo a.c., che si appoggia con il muro portante sulla terrazza del tempio ionico, ancor'oggi scena di spettacoli teatrali. 

Sulla terrazza superiore è il tempio ionico (m. 32,50 x 19,35), in parte distrutto dalla grande torre del castello normanno.

Il tempio fu a sua volta costruito su strutture preesistenti come dimostra il rinvenimento di mura in opera poligonale ad un livello inferiore. Poco oltre si nota un portico ellenistico che creava una quinta verso il paesaggio marino. 

Poco oltre è un edificio a pianta rettangolare; era in effetti la stoà dell’Area Sacra. 

Sulla terrazza superiore è il tempio ionico in parte distrutto dalla grande torre del castello normanno. Qui troviamo l’area ove si svolgeva la vita pubblica e religiosa della città, ossia l’Acropoli.

Dall'Acropoli si può seguire un tratto delle mura, giungendo ad una prima terrazza dov'era un'area sacra a Poseidon. 

Proseguendo si giunge ad una seconda terrazza dov'era un'altra area sacra ove è conservato un altare monumentale (cosiddetto Santuario di Zeus). 

Più avanti è il Castelluccio punto culminante del sistema difensivo di Velia.
Poco oltre è un edificio a pianta rettangolare, forse destinato a contenere le offerte votive.



ANTIQUARIUM

All’altra estremità del promontorio è un piccolo antiquarium con lapidario ospitato in una chiesetta. Vi sono una serie di stele di arenaria con iscrizioni greche dedicatorie a varie divinità (Poseidon, Hera, Zeus, ecc.), nonché iscrizioni latine su marmi.

RESTI DI VELIA
Sotto la chiesetta è un tratto di strada lastricata che faceva parte della via di collegamento dal quartiere meridionale conduceva sull’acropoli. Dall'Acropoli si può seguire un tratto delle mura, giungendo ad una prima terrazza dov'era un'area sacra a Poseidon con un portico ad U.

Continuando si passa sopra Porta Rosa, dove è una torre quadrata che protegge il vallone. Proseguendo si giunge ad una seconda terrazza dov'era un'altra area sacra con un grande altare.

Le strutture architettoniche della città antica sono immerse in una vasta area di macchia mediterranea e di rigogliosi uliveti costituendo uno splendido connubio tra archeologia e natura. Per questo motivo, con la L. regionale n.5 del 8.02.05, è stato istituito il Parco Archeologico di Velia che ha potuto usufruire di cospicue risorse con fondi nazionali ed europei che hanno permesso la ripresa della ricerca archeologica affiancata dal restauro dei principali monumenti.



PIETRO EBNER

Da http://www.cilentocultura.it/cultura/ebner.htm

"Cominciai - dice Ebner - studiando la monetazione di Paestum e di Velia."
Con antiche monete tra le mani e la frequenza assidua a Velia durante gli scavi del periodo Maiuri e del periodo Napoli egli ha la possibilità di leggere la millenaria storia di quella città.

CAPPELLA PALATINA
I suoi primi studi su Velia risalgono agli anni '50. Comunica le sue scoperte su Riviste specializzate e di grande prestigio come Parola del Passato, Giornale di Metafisica, Rassegna Storica Salernitana, Apollo, Il Veltro, Rivista dei Musei Provinciali di Salerno e sulla rivista inglese The Illustrated London News.

 In questi studi egli non solo parla con la competenza dell'esperto, ma formula le sue prime ipotesi sulla vita, la cultura e l'attività di Velia. 

Dallo studio delle monete riesce a rilevare i rapporti culturali e commerciali tra le città della Grecia, in particolar modo, Atene e Velia. 

Viene subito annoverato tra i maggiori numismatici italiani. 
E arrivano i primi riconoscimenti.

Su designazione di Amedeo Maiuri viene nominato ispettore onorario degli scavi di Velia. E in occasione di visite agli scavi di personaggi illustri, come la visita del re-archeologo Gustavo di Svezia, viene designato dalla Soprintendenza a fare gli onori di casa.
Nessuno meglio di lui conosce quelle pietre che ha visto venire alla luce l'una dopo l'altra. Di Velia egli studia la topografia e le varie insulae dove individua templi ed edifici pubblici.

Parla con convinzione di un secondo porto a Velia posto a settentrione del promontorio che separava le due insenature. Un terzo porto lo colloca alla confluenza dei fiumi Alento e Palistro. 

Parla di antiche vie che portavano nel Vallo di Diano attraverso il passo "Alfa" e il passo "Beta" del Gelbison. 

Individua la Via del Sale che da Velia, attraverso il territorio di Ceraso, San Biase, Valle di Montescuro (passo Beta), raggiungeva il Girone di Rofrano e di lì il Vallo di Diano. 

Sono gli stessi Dei - dice - che hanno scelto Velia nel 540 a.c. Anche la Pizia era intervenuta per la colonizzazione di questa città dal clima meraviglioso, in tutto simile a quello della Grecia. 

Il gruppo dei Focei si fonde, in maniera pacifica col gruppo italiota preesistente in quella meravigliosa rada. Velia diventa la continuazione di Focea. Vegliano su Velia gli stessi Dei della madrepatria che sono stati imbarcati sulle grosse Pentecòntori unitamente alle loro masserizie.



Dallo studio appassionato delle monete osserva che l'officina monetaria di Velia sembra ispirarsi a quella di Atene. Compaiono, infatti, gli stessi simboli: l'ulivo, la civetta, il leone, il cervo, l'elmo di Athena. Lo stesso culto di Athena a Velia gli appare evidente dalle monete. 

Ne riceve conferma durante gli scavi del 1963/64 quando, con Amedeo Maiuri, individua l'Athenaion. E non esita ad affermare, in quella occasione, col prof. Iohannosky, che il culto di Athena a Velia era tra i più importanti.
Si domanda da cristiano, devoto alla Madonna, se il culto della Vergine a Velia, non sia una sovrapposizione al culto di questa divinità pagana molto radicato nella popolazione. Ebner lo lascia presupporre. 
E questo perchè a Velia il culto della Madonna è antichissimo. Si parla addirittura dei tempi di Traiano.

L'approfondimento dello studio delle monete e della storia della Magna Graecia lo portano a scoprire episodi salienti della vita di Velia e del mondo antico.
"Il volto fidiaco di Athena sul didramma ricorda certamente - afferma Ebner - il viaggio trionfale degli Eleàti ad Atene. Come il grifone è a ricordo dell'arrivo degli Ioni a Velia".

Questo uccello, infatti, era il simbolo della Ionia. Così pure nel V secolo, per il ripetersi di lotte fratricide tra fazioni nelle diverse pòleis italiote, nei didrammi appare il leone rappresentato nell'attimo che precede il balzo fatale sulla preda. "Lo indica - dice Ebner - la bocca semiaperta, l'erta criniera, gli arti posteriori semiflessi e gli anteriori rigidamente tesi".

Verso la fine del V secolo per rendere grazie alla Dea Athena protettrice della città per il ritorno della democrazia, sui didrammi compare una corona di rami d'ulivo sulla testa della Dea e sul retro della moneta la testa di Apollo. 

Rileva il culto della Ninfa Velia, personificazione delle acque termali di Velia, anche dalle monete dove la Ninfa appare coronata di canne palustri. 

Ma per Velia Ebner, nel 1965, fa uno scoop archeologico. Partendo da alcuni indizi, formula l'ipotesi dell'esistenza di una Scuola di Medicina nella città di Parmenide dalla quale poi sarebbe derivata la Scuola Medica Salernitana. 

Tutto ciò iniziò durante la campagna di scavi del 1958/60. Egli notò, nella parte meridionale della città, e precisamente nei pressi di Porta Marina un enorme edificio o meglio un complesso di edifici con circa centosettanta vani. 

Tra i ruderi di questo edificio tanto materiale prezioso: colonne, nicchie, volte, mosaici, statue acefale e monche. Una statua, in particolare attira la sua attenzione: rappresenta un personaggio avvolto in una toga, un anello al dito, un'iscrizione dedicatoria alla base: "uelìtes iatros ".

C'è poi nella iscrizione un'altra parola con un significato preciso. E' il termine phòlarcos  da phòleos e arcòs . Traduce subito. Vuol dire caposcuola. Cerca poi di capire l'altra parola oùlis , che accosta agli aggettivi oùlios , ouliàdes , che si attribuivano ad Apollo quando si voleva parlare di lui come un dio guaritore.
Una scuola di medicina? Quel complesso era la sede?
La sua, al momento è un'intuizione. C'è bisogno di altri indizi.

E quando riesce a dimostrare l'esistenza di una eterìa pitagorica a Velia (di cui aveva già parlato nel 1951), cioè un circolo di medici esistente a Velia ai tempi di Parmenide le tenebre si dileguano ulteriormente. Gli scavi continuano e la sua ipotesi è suffragata da nuove prove. 

Nella stessa zona, infatti, cioè la seconda insula, nel 1962, fu trovata una statua cultuale di Asclepio, frammenti di un altare sull'ampia scalinata di accesso al complesso e un pozzo che, per le sue caratteristiche, non era certamente una comune cisterna. 

Viene pure alla luce una statua di Parmenide. Nella scritta dedicatoria di questa statua appare il termine physicòs . Per lui non ci sono più dubbi.
Quel complesso era la sede di una Scuola di Medicina. La notizia rimbalza in Italia dall'Inghilterra. Ebner, infatti, aveva scritto un articolo in Illustrated London News . E quando legge le sue comunicazioni al Congresso internazionale di Siena sulla Storia della Medicina, tenutosi dal 22 al 28 settembre 1968, la sua ipotesi è applaudita.
Ebner si mostra certo dell'esistenza della Scuola di Medicina a Velia con annesso Collegio già dal IV secolo a.c. Indaga nella letteratura latina e nota che personaggi famosi furono a Velia dove si praticava la idroterapia fredda. 

Scopre che Cicerone nel De Officiis, nel De Divinatione, nelle Tusculanae Disputationes e nella VII lettera accenna alla medicina e ai medici di Velia.
Che poi i medici di Velia si siano trasferiti a Salerno è più che probabile. Egli si mostra convinto che la Schola Salerni potrebbe essere stata la continuazione-derivazione della Scuola di Velia, forse, distrutta da un improvviso e pauroso cataclisma abbattutosi sulla città. 

TEMPIO DI ATHENA
Studia con attenzione un'epigrafe rinvenuta nella necropoli romana di Salerno nella quale si parla di un medico, un certo Diogene, di origine greca. In un Codice del XII secolo, rinvenuto da Sergio Musitelli nel 1968, Ebner nota che si parla a lungo di Velia e degli Eleati.
"Che i medici di Velia - dice Ebner - si siano trasferiti a Salerno e a Napoli non meraviglia. Esodi nel primo secolo d.C. furono favoriti da Stertinio Senofonte, il quale con il fratello Cleonimo aveva realizzato non pochi guadagni con speculazioni edilizie".

Inoltre, studioso attento di numismatica, vede nel pentagono stellato lo stemma dell'eterìa pitagorica di Velia. "E' da presumere - scrive nel 1951 - che il simbolo fosse stato voluto da Gisulfo su quel follaro, proprio per ricordare l'ultima Scuola di Medicina a Salerno, che nelle tenebre del Medioevo costituì il più luminoso centro di cultura europea.

Certo è che Telesio chiama la Scuola di Medicina di Salerno erede della Scuola di Pitagora".
Il riferimento è all'eterìa pitagorica di Velia. A questo punto, mi domando, che significato ha l'intitolazione di un via a Velia a poca distanza dalle sede della Scuola Medica Salernitana? Sarebbe interessante conoscere le motivazioni che spinsero gli amministratori del tempo a dedicare una via a Velia nella città di Salerno.

Pietro Ebner, dunque, non è solo lo storico del Cilento che abbiamo apprezzato dallo studio dei suoi tanti volumi, ma è anche un profondo conoscitore del mondo antico. Peccato che questi suoi studi, tutti originali, non siano sufficientemente conosciuti, perchè pubblicati su Riviste specializzate che si trovano nelle mani di pochi. Interessante sarebbe la pubblicazione, oggi, di tutti questi articoli in un volume unico."




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