CARSULAE (Umbria)



CARSULAE, RICOSTRUZIONE

"Duces partium ut Carsulas venere paucos ad requiem dies sumunt... Et locus ipse castrorum placebat, late prospectans, tuto copiarum adgestu, flontissimis pone tergum municipiis..."

"I capi del partito, giunti a Carsulae, si prendono pochi giorni di riposo... la località stessa del campo era assai piacevole: la vista era molto ampia, assicurati i rifornimenti per le truppe, avevano alle spalle municipi estremamente fiorenti..."

Tacito, Hist., III, 60



LA POSIZIONE

L’antica città di Carsulae è situata nell’Umbria meridionale, su una pianura ai piedi dei Monti Martani, a 500 m s.l.m., ed è attraversata dal ramo occidentale della via Flaminia che conserva attualmente la pavimentazione originaria.

RICOSTRUZIONE
La città, uno dei siti archeologici più importanti dell'Umbria. nacque lungo la via Flaminia e grazie ad essa, raccogliendo le popolazioni preromane residenti sulle colline e nelle campagne vicine, in un territorio abitato fin dalla media età del bronzo, con insediamenti sui rilievi che dominavano le pianure e le vie naturali di comunicazione.
Storici illustri come Plinio il Giovane, Strabone e Tacito ricordano Carsulae adagiata su un fertile altopiano che spazia sul profilo meridionale dei monti Martani.
Attraverso la Flaminia si svolgevano traffici fra Roma e l'Adriatico e verso l'Italia settentrionale. il trovarsi poi ai margini di una fertile pianura permetteva una agricoltura redditizia. Le rovine sono sostanzialmente integre e grazie alla loro conservazione il sito archeologico di Carsulae è uno dei più completi della zona.



LE ORIGINI

Il territorio del ternano entrò negli interessi di Roma quando questa, nella seconda metà del IV sec a.c., organizzò la conquista dell’Italia centro orientale. Con la battaglia di Sentino (295 a.c.) e grazie all’azione militare di M. Curio Dentato, avvenne la definitiva occupazione della zona, la quale fu rafforzata dalla fondazione di alcune colonie e dall’apertura della Via Flaminia che, tracciata fra il 220 e il 219 a.c., segna la nascita di Carsulae.

Carsulae viene menzionata da Strabone come uno dei centri più importanti lungo la Flaminia. Tacito narra che il sito venne scelto da Vespasiano per accamparvi, durante l’inverno dell’anno 69 d.c., le sue truppe in marcia verso Roma alla conquista del trono imperiale, sia per approvvigionarsi presso i fiorenti municipi vicini, sia per la posizione strategica, posta di fronte alle truppe fedeli a Vitellio, acquartierate a Narni. Infine Plinio il Vecchio descrive la zona come particolarmente adatta alla coltivazione della vite, che all'epoca portava a commerci di vino fiorenti.

Le rovine di Carsulae sorgono a 500 m s.l.m in una zona tra Terni e San Gemini, attarversata attraversata da Nord a Sud dalla Via Flaminia. Fondata dunque attorno al 220 a.c., quando fu costruita la strada che collegava Roma al mare Adriatico, Carsulae si sviluppò inizialmente come emporio e luogo di sosta dove i viaggiatori stanchi potevano mangiare e fare un bagno. Col crescere della sua importanza, la città divenne un importante centro politico e commerciale.

Dagli scavi è comunque emerso che già nel I sec. a.c. il centro fosse abbellito di forme monumentali, come attestano i resti rinvenuti di squisita fattura. L'età più preziosa fu comunque l'età imperiale, avviata forse già sotto il principato di Augusto (27 a.c - 14 d.c.) ma portata a termine negli ultimi decenni del I sec. d.c., con la ristrutturazione della via consolare e la riorganizzazione urbanistica dal caratteristico assetto esagonale.con la costruzione della nuova piazza forense e la creazione di edifici pubblici come terme, teatro, ecc.


Non è ancora possibile esprimersi invece sui quartieri abitativi, ubicati nelle aree a ridosso del centro monumentale, ancora non indagati. Fu all'epoca augustea che Carsulae venne costituita municipio e fu assegnata alla tribù Clustumina, ingrandendosi notevolmente fino a contare ventimila abitanti non solo per la sua favorevole posizione lungo la Flaminia, ma anche per la bellezza caratteristica del luogo.



  1. Arco di accesso
  2. I due sepolcri
  3. Foro 
  4. Basilica 
  5. I due templi gemelli
  6. Anfiteatro
  7. Teatro
  8. I 3 pozzi-cisterne










GLI SCAVI

Gli scavi, susseguiti in modo disordinato a partire dal XVI secolo, ad opera dei Conti Cesi, fra cui Federico, fondatore nel 1602 della prestigiosa Accademia dei Lincei. e culminati con le campagne intensive fra il 1951 e il 1972, hanno riportato in luce una grande quantità di monumenti, di strutture edilizie e infrastrutture, oltre ad una serie di iscrizioni, dalle quali appare un municipio ricco e politicizzato, i cui abitanti erano retti da magistrature di derivazione romana e con associazioni di categoria, soprattutto mercantile.



LA DECADENZA

La decadenza di Carsulae e il suo abbandono riguardarono la perdita di importanza del ramo occidentale della Flaminia, a beneficio di quello per Interamna e Spoletium. Della fase urbanistica repubblicana, nel periodo coincidente con l'apertura della strada, restano limitate tracce recuperate nello scavo delle sostruzioni dei templi del foro. Il definitivo assetto urbanistico risale però ad età augustea, quando la città ottenne la costituzione municipale e fu assegnata alla tribù Clustumina.

Le testimonianze di vita, ininterrotte per tutto il II e il III secolo, cessano bruscamente nel corso della prima metà del IV secolo, per lo spostamento del tracciato principale della Flaminia verso la pianura spoletina, e per eventi naturali, fra cui un forte movimento tellurico che provocò il crollo di alcune doline sulle quali erano impostati molti edifici pubblici e privati. Le rovine furono lentamente ricoperte dal terriccio alluvionale discendente dalle vicine montagne. Carsulae non è menzionata come sede episcopale; l'unica presenza cristiana consiste nella trasformazione di un edificio romano nella chiesa di San Damiano, sede di un piccolo convento di monache.

A partire dalla fine del III secolo d.c. nessuna fonte, documentaria o epigrafica, cita Carsulae, seppure la città facesse parte della regione Tuscia et Umbria.
Infatti, la decadenza di Carsulae e il suo abbandono iniziano dal IV sec. a ragione della perdita di importanza del ramo occidentale della Flaminia, a beneficio di quello per Interamna e Spoletium. ovvero il percorso cosiddetto “orientale” della Via Flaminia. La distruzione di Carsulae è connessa poi ad un cataclisma naturale, un violento terremoto comprovato dalle risultanze degli scavi archeologici.
Non sono certi i motivi per cui Carsulae fu abbandonata nel IV secolo d.C., ma furono probabilmente i frequenti terremoti che colpirono la zona e la chiusura del tratto della via Flaminia lungo cui sorgeva la città a causarne il declino.



I RESTI

Questa interessante zona archeologica, posta tra Terni e Sangemini, non è stata ancora del tutto riportata alla luce. L’assenza di altri centri urbani posti a una ragionevole distanza per il riutilizzo delle pietre e degli ornati ha permesso a Carsulae di restare pressocchè integra, senza sovrapposizioni di epoche successive a quella romana.

TEATRO
Carsulae è quasi ignorata dagli storici romani, eppure doveva avere una certa importanza, visto il quartiere degli spettacoli con anfiteatro e teatro, nonchè il foro, i templi, le terme e la basilica.
Alcuni pensano che Carsulae fosse una citta' del divertimento per le legioni che tornavano a Roma dopo le campagne vittoriose nel Nord Europa. I soldati dovevano scontare una sorta di quarantena prima di entrare nell'Urbe, per evitare il rischio di contagio con malattie importate. Carsulae, grazie alle sue acque medicamentose e al suo clima salubre era il posto giusto dove fare indugiare i legionari che nel frattempo potevano divertirsi al teatro e all'anfiteatro.Per altri Carsulae era un ambito luogo di villeggiatura dove i romani costruivano le domus per le vacanze attratti dalla cura delle acque termali. Come San Gemini e Aquasparta, Carsulae era un rinomato centro termale con un’ottima acqua minerale e grandi terme pubbliche, le cui proprietà curative delle acque erano già note, come testimoniano i templi a Castore e Polluce, grandi guaritori.

MONUMENTO FUNERARIO
Nell'area sono rimasti integri il cardo maximus (la Via Flaminia) con la pavimentazione in pietra originale dell'epoca, il bellissimo arco di San Damiano oltre il quale sono notevoli monumenti sepolcrali, il foro con i resti della basilica, circondato da resti di edifici pubblici, due templi gemelli ospitanti le tabernae,  le terme con fini mosaici pavimentali, le cisterne, il teatro e l'anfiteatro, entrambi abbastanza ben conservati. e gran parte della struttura muraria originaria. Proprio a fianco del Foro è stata costruita, con i materiali archeologici reperiti nella zona, la bella chiesa medioevale di San Damiano, edificata su un edificio romano.

 Proseguendo sulla strada che passa per la Chiesa, si giunge al Foro. A destra si trovano i resti della basilica forense, a sinistra alcuni edifici pubblici o a carattere sacro. Imboccando di nuovo la via Flaminia, si giunge all’Arco di San Traiano. Fuori dal centro abitato, un sepolcro circolare, e altri sepolcri più piccoli. Se si torna indietro, si incontra l’anfiteatro.



CARDO MAXIMUS

Visitando l’area archeologica si incontra il cardo maximus (la Via Flaminia) con l’originale pavimentazione in pietra su cui si svolgono i principali monumenti. Visibili i solchi scavati dai carri sul basolato. La via Flaminia, attraversando la città in senso nord-sud, coincide dunque con il cardo maximus della città. Il tratto urbano della strada è pavimentato con basoli e, all’altezza dell’ingresso al foro, incrocia il decumanus maximus, altro fondamentale asse viario, che, con orientamento est-ovest, conduce agli edifici di spettacolo.



CHIESA DI S. DAMIANO

Sorta, nell’alto Medioevo, su un edificio romano preesistente, di cui sussistono tracce ben visibili sul fianco meridionale: strutture murarie in blocchetti di calcare (opus vittatum) con ricorsi regolari di mattoni, sulle quali si impostano tre archi a tutto sesto, anch'essi in laterizi.
Davanti al suo ingresso è visibile il lastricato originale della Via Flaminia,  per un tratto piuttosto lungo, mentre poco più a sud, vicino al limite meridionale della città, sono visibili i resti di alcuni ambienti delle terme.

Tornando indietro all’altezza della chiesa di San Damiano si notano, ai lati della strada, i ruderi di una serie di vani, forse di età tardorepubblicana, di cui quelli di destra, disposti intorno a un cortile centrale, avevano probabilmente funzione residenziale.
La dedica a San Damiano si riferisce forse ai santi Cosma e Damiano, che qui come a Roma, avevano il compito di sostituire le divinità curatrici di Castore e Polluce.

Infatti anche Cosma e Damiano erano gemelli, erano medici e pertanto curatori, e famosi per la loro tempestività. Infatti i Dioscuri erano considerati di veloce soccorso, sia per la salute che in guerra.
Si deduce la preesistenza del sito anche dall'ampio uso, soprattutto in facciata, di blocchi di riutilizzo, e anche dai caratteri stilistici del rilievo posto a decorazione della lunetta d'ingresso. L'edificio originario, costituito da un'unica aula rettangolare absidata, fu modificato (probabilmente nell'XI sec.) con l'aggiunta di un portichetto in facciata, realizzato quasi interamente con materiali di reimpiego, e, all'interno, con l'inserimento di due colonnati. La chiesa ospita al suo interno e sotto al portico frammenti di decorazione architettonica (basi, capitelli, ecc.) e numerose lastre marmoree pertinenti al rivestimento parietale della basilica e degli edifici pubblici del foro.



ARCO DI S. DAMIANO

Realizzato in blocchi di travertino, si conserva il fornice superstite del monumentale arco quadriforme di accesso alla città. Porta monumentale di età augustea che delimitava simbolicamente la città, visto che questa era priva di mura.

 L’arco era in origine a tre fornici (i due laterali minori sono crollati) e interamente rivestito di lastre di marmo, le cui pietre si reggono le una le altre a contrasto senza malta. Il fornuce centrale era adibito al passaggio dei carri; i fornici laterali erano riservati ai pedoni
In realtà l'ingresso dalla Via Flaminia avveniva tramite due monumentali archi quadrifronti o tetrapili: il primo, più meridionale, era posto in prossimità dei cosiddetti templi gemini, di cui restano soltanto i due podî, affiancati e di dimensioni uguali, dedicati a una coppia di divinità che qualcuno ipotizza Castore e Polluce.

Il secondo ingresso immetteva invece nel porticato che bordava il lato settentrionale della piazza e su cui si affacciavano alcuni edifici pubblici: si tratta di quattro aule rettangolari absidate, tutte caratterizzate da una prestigiosa decorazione marmorea parietale e pavimentale (le cui tracce sono ancora ben visibili in due ambienti, decorati con pavimentazione in opus sectile).



TERME

Le terme che sappiamo essere interrate, di cui si conoscono la struttura e l'esistenza di pavimenti a mosaico, non sono ancora state scavate.



IL FORO

Il foro circondato da resti di edifici pubblici, largo quasi 40 metri e profondo 60. Fu costruito in gran parte su un terrazzamento in muratura, al quale si addossano, sul lato rivolto verso la strada, una serie di ambienti voltati (tabernae) utilizzati probabilmente per attività commerciali.



IL FORO
LA BASILICA

A est della piazza forense e in asse con questa, sulla destra del cardo entrando a Carsulae, si possono osservare i resti della basilica, grande aula rettangolare divisa in tre navate da due file di pilastri e con abside finale, destinata all’amministrazione della giustizia e all’esercizio del commercio.

Alle spalle di questa, sul limite orientale del centro abitato, spiccano il teatro e l’anfiteatro.



TEMPLI GEMELLI

Sulla sinistra, proseguendo il cardo, si presentano i basamenti piuttosto alti di due tempietti gemelli, foderati di lastre di pietra rosa, due piccoli edifici di culto con quattro colonne sulla fronte, le cui sostruzioni ospitavano delle tabernae.
PARTE DEI DUE TEMPLI
Sembra fossero dedicati appunto a due gemelli: Castore e Polluce, i due divini soccorritori e guaritori. Al disotto della platea dei templi gemini sono riemersi i resti di un portico colonnato del I sec. a.c. Il culto dei gemelli divini, infatti, potrebbe essersi tradotto nella devozione, a partire dal VI sec. d.C., dei santi Cosma e Damiano, gemelli medici martirizzati tramite decapitazione nel 300 d.c., appunto nella chiesa di S. Damiano che riguarda in effetti i due santi.Di seguito si incontrano alcuni edifici pubblici composti di quattro stanze rettangolari absidate e con pavimenti decorati.



IL TEMPIO GRANDE

Rivolgendoci ora al lato ovest del foro, i resti di alcune strutture murarie suggeriscono la presenza di un grande edificio, probabilmente un tempio più grande e importante. Procedendo poco più avanti nella stessa direzione si giunge a una cisterna rettangolare in opus reticulatum: tale struttura, in origine forse collegata al vicino impianto termale, è stata oggi trasformata in antiquarium.

Forse a questo tempio è pertinente la bellissima statua di Dioniso della seconda metà del II sec. d.c.  rimvenuta a Carsulae durante gli scavi Ciotti.
La bella statua – spiega il professor Fabrizio Slavazzi del Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Milano - raffigura Dioniso in aspetto giovanile. Il dio, rappresentato in dimensioni superiori al naturale, è vestito solamente di un mantello che gli copre il petto e le spalle e avvolge il braccio sinistro”.
Appare in posizione rilassata, con il peso appoggiato alla gamba destra, mentre la sinistra è flessa e portata di lato e il piede poggia sul tronco nodoso di un albero alla sua sinistra, su cui si adagia il braccio, mentre l’altro, andato perduto, scendeva lungo il fianco. La testa, girata verso sinistra, è in gran parte perduta, ma rimangono le tracce di una ricca acconciatura nella quale i capelli a lunghe ciocche erano cinti da una corona di pampini e grappoli d'uva. Alla sinistra del dio è accovacciata una piccola pantera, attorno al fusto dell'albero si avvolge una pianta di vite, carica di grappoli avvolti dalle foglie.
L'immagine divina  si rifà a un modello antico, riconducibile alla produzione tardoclassica e all'ambito dello scultore Prassitele, da cui derivano alcune statue confrontabili con quella di Carsulae, come una al Museo del Prado e quella del Louvre proveniente dalla collezione Richelieu”.
La statua si apprezza per la raffinata trattazione del giovane corpo del dio, di cui si sottolineano la morbidezza delle superfici e l'abbandono della parte sinistra della figura. Con il nudo luminoso contrastano la stoffa del mantello, resa con pieghe corpose, e la vite dai ricchi grappoli; i giochi di chiaroscuro, che accentuano i volumi, sono ottenuti con un abile e insistito lavoro del trapano.



ANFITEATRO

In posizione leggermente decentrata sono visibili gli scavi dell'anfiteatro, interrato in una depressione del terreno e collocato quasi perfettamente in asse col teatro, che venne però costruito con una tecnica assai differente, cioè a blocchetti di calcare regolarmente alternati a file di mattoni, forse databile in età flavia.

L'ANFITEATRO
Di questo monumento, collocato all’interno di una cavità naturale del terreno, restano conservati la metà meridionale della cavea, gli accessi sull’asse maggiore e alcuni ingressi secondari di collegamento con le gradinate.
Proviene da quest'area la dedica alla Providentia Augusta, che ricorda probabilmente la costruzione di un altare dedicato appunto alla Providentia Augusta, a seguito del fallito colpo di stato da parte del prefetto pretorio Seiano, durante il regno di Tiberio, nel 31 d.c.
Il torso marmoreo di Carsulae, in marmo bianco a grana fine, appartiene ad una statua di cui, oltre alla testa e alla parte inferiore, sono andati perduti quasi tutto il braccio destro, e gran parte del sinistro, conservato fino al gomito.



TEATRO

IL TEATRO
Fu costruito in periodo augusteo in opera reticolata, con gli archi in laterizio e la cavea divisa in tre ordini. Il muro del pulpito, in cui si aprivano quattro nicchie, era in laterizio rivestito di marmo e, alle spalle, era il sipario.

Venne edificato in laterizio accanto all'anfiteatro, costruito interamente in opus reticulatum e ancora ben conservato in elevato, fino alla parte mediana della cavea. Risale all’età augustea ed è leggermente anteriore all’anfiteatro.

Ne rimane gran parte della struttura muraria, cioè la cavea, le fondazioni della scena e i completi primi due gradoni dell'orchestra.




MONUMENTI FUNERARI

MONUMENTO FUNERARI
Subito al di fuori della porta si notano, fortemente restaurate, alcune tombe monumentali, di cui la prima, più grande, è “a tumulo”, come usava nelle famiglie aristocratiche tra la fine dell’età repubblicana e quella augustea.
Probabilmente si riferisce a questo monumento funerario l’iscrizione conservata a Palazzo Cesi di Acquasparta, in cui sono iscritti i nomi di alcuni membri della gens Furia, una delle più prestigiose famiglie carsulane.

Il secondo tumulo, di piccole dimensioni e ampiamente ricostruito, a forma di cono sopra un basamento quadrato e dedicata a Senzio, un giovanetto che non raggiunse il diciottesimo anno d’età.



LE CISTERNE

Di notevole interesse anche il sistema di rifornimento idrico che conta i resti di quattro grandi pozzi-cisterne. collegate da tubazioni.



CURIOSITA'

Secondo Farinacci, a Carsuale si troverebbero resti celtici tra cui un Menhir Fallico, una pietra di forma quadrangolare sovrastata da un cilindro con l'estremità superiore conica la cui funzione sarebbe quella di attrarre gli influssi celesti. La simbologia scolpita sotto al cilindro, rappresenterebbe le varie costellazioni che partendo dal “Fiore della Vita” ( simbolo di fertilità) si ricongiungono tutti i segni dello zodiaco.

CISTERNA ANTIQUARIUM
Inoltre la presenza di una specie di osservatorio astronomico sul Monte Torre Maggiore (la vetta più alta dei Martani) avvalorerebbe le ipotesi gli interessi astronomici legati al culto celtico. L'osservatorio è costituito da una roccia isolata (quasi un Menhir), in cima alla quale è ancora presente una vaschetta quadrangolare, scavata allo scopo di mantenerla sempre piena d'acqua, in modo da farvi specchiare le varie costellazioni. Ogni anno, alla mezzanotte del 24 Giugno, l'Orsa Maggiore si trova perfettamente a perpendicolo con la vaschetta, indicando il solstizio d'estate.

"Carsulae era il centro spirituale dei Celti d'Italia. E' una teoria che uno studioso da poco scomparso, Manlio Farinacci ha tentato di dimostrare in tutti modi, scrivendo decine di pubblicazione sull'argomento, tenendo conferenze, partecipando a trasmissioni televisive, costituendo associazioni. Una teoria non ha mancato di creare interesse, non solo a livello locale, anche se rimane contestatissima dagli archeologi e dagli storici ufficiali. Alla base dei suoi studi Farinacci ha messo un'analisi del dialetto locale che avrebbe delle curiose assonanze con il gaelico.


DIONISO
Lo stesso nome di Carsulae, significherebbe, in celtico, la città dalle pietre luccicanti. Ammesso che le popolazioni di origine umbra fossero in realtà celtiche, Farinacci spiega nel dettaglio, nei suoi libri, come Carsulae ne fosse la città sacra. La strada lastricata che l'attraversa sarebbe non già un diverticolo della Flaminia, ma una via rituale percorsa dai pellegrini che si ritrovavano nei santuari celto-pagani della città, amministrati non da sacerdoti, ma da druidi.
Nei cippi funerari disseminati in mezzo alle rovine, ecco apparire altri simboli celtici, come le asce bipenni e le croci nei cerchi. In mezzo a tronchi di colonne ecco i menhir a forma fallica. Perché di tutto questo si è persa la memoria? Secondo Farinacci la rimozione dell'identità celtica di Carsulae è avvenuta a causa dell'ostilità della Chiesa nei confronti della paganitas di queste zone che resistette fino al Medio Evo e ben oltre."

Il santuario del culto fallico si sarebbe trovato al posto dell’attuale Chiesa di San Damiano; lì gli iniziati venivano portati per il sacrificio rituale. Presso questo luogo mistico vi sarebbe inoltre l’ingresso del Regno dei Morti, o la Porta di Saman (oggi Arco di San Damiano).

Tali tesi, credibili o meno, finirono per scatenare un putiferio. Nessuna voce di protesta si levò quando, con la scusa della solita tutela, la Soprintendenza perugina sequestrò a Manlio Farinacci un masso con un inconfutabile segno runico senza degnarsi, dopo più di una decina d'anni, di fornire ai cittadini ternani alcuna plausibile spiegazione.




ARTICOLI CORRELATI



0 comment:

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero