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BEVAGNA - MEVANIA (Umbria)


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Bevagna è oggi un bel borgo medievale, che ancora rivela la sua antica origine umbro-romana: resti di templi, mosaici, teatro, mura, cisterne, colonne ed elementi decorativi. Era nota come centro itinerario degli Umbri e famosa per la sua pastorizia e allevamento bovino.

Situata nel cuore dell'Umbria, è collocata nella piana di Foligno, ai piedi del gruppo collinare dove sorge Montefalco, presso l'ansa del fiume Timia. La città è circondata da una fertile pianura ricca di acque e coltivata a grano, viti ed olivi.

Gli Umbri furono un antico popolo italico del gruppo osco-umbro, che si estendeva dall'alta e media valle del Tevere fino al mar Adriatico. Si occupavano di agricoltura, di allevamento e di artigianato.

I MOSAICI DELLE TERME

« La popolazione umbra è ritenuta la più antica d'Italia, si crede infatti che gli Umbri fossero stati chiamati Ombrici dai Greci perché sarebbero sopravvissuti alle piogge quando la terra fu inondata. È attestato che gli Etruschi sottomisero trecento città umbre » (Plinio il Vecchio, Naturalis historia, III, 112-113)

Le prime notizie storiche su Bevagna risalgono alla conquista romana dell'Umbria, con la famosa battaglia del Sentino del 295 a.c., detta anche Battaglia delle nazioni, durante la III guerra sannitica, dell'Esercito romano contro l'alleanza avversa di Etruschi, Sanniti, Galli Senoni ed Umbri. La battaglia finì con una decisiva vittoria romana, che aprì a Roma la strada del dominio dell'Italia centrale.

BEVAGNA ROMANA (INGRANDIBILE)
Divenne municipio romano dal 90 a.c. col nome di Mevania, venne ascritta alla tribù Aemilia, nella VI Regio. Divenne importante centro agricolo e strategico grazie alla favorevole posizione al centro della grande rete viaria della via Flaminia (220 a.c.), e alla sua postazione sul Topino (che si getta nel fiume Chiascio e quindi nel Tevere).

Fu florida fino al III secolo d.c., quando la Flaminia passava per Terni e Spoleto, con un notevole sviluppo edilizio: venne munita di cinta muraria, terme e anfiteatro, dei quali permangono i resti. A un'espansione verso nord della popolazione di Mevania viene attribuita la fondazione di Mevaniola (presso l'odierna Galeata, nell'Appennino forlivese), che significa Piccola Mevania.

LE COLONNE ROMANE

Nel 308 a.c. lo scrittore latino Livio ricorda la battaglia di Mevania, anche se per gli storici l'episodio è dubbio. Sicuro è che dopo il 295 Mevania con altre città umbre si alleò con Roma. Probabilmente Bevagna fu la patria del poeta romano Sesto Aurelio Properzio (47 a.c. - dopo il 16 a.c.)

Mevania, “colei che sta nel mezzo”, fu un fiorente centro commerciale in epoca romana, attraversata dalla antica via Flaminia e sede di un importante porto fluviale, alla confluenza tra Clitunno e Timia, fu cantata da Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, Virgilio e Giovenale

Simile a un museo a cielo aperto, anticamente chiamata Mefana dagli etruschi e successivamente Mevania dai romani, è una cittadina situata sulla consolare via Flaminia. La città è circondata da spesse mura e torri, la sua architettura conserva ancora oggi alcuni segni tipicamente romani.

COME DOVEVA ESSERE IL TEATRO

LA SUA STORIA

Le prime notizie storiche di Bevagna coincidono con la conquista romana dell'Umbria, quando i Romani occuparono la zona e costruirono la Via Flaminia occidentale (220 a.c.) e le strade di collegamento. 

In epoca romana, come confermano anche recenti ritrovamenti, fu anche porto fluviale collegato direttamente con Roma attraverso il Tevere, nel quale si riversa, il sistema Clitunno-Topino. Il porto era adiacente alla Via Flaminia e costituiva un polo intermodale di scambio tra i vari sistemi di trasporto.

Nel 90 a.c. divenne un importante municipio romano con il nome di Mevania, lasciando
testimonianze di epoca romana con resti di un tempio, poi trasformato nella ex chiesa della Madonna della Neve, un edificio termale, che conserva un mosaico pavimentale del II secolo d.C. a tessere bianche e nere a soggetto marino. Nella parte alta della città, le case disposte a semicerchio ricalcano l'andamento dell'antico teatro (due colonne scanalate in marmo si trovano all'interno dell'ufficio postale).


BIBLIO

- Mevania, Mevaniola. Le tracce della storia - a Pianetto in mostra le relazioni fra le due città attraverso i riti e i corredi funerari -
- Riccardo Riccardi e Arturo Solari - BEVAGNA - in Enciclopedia Italiana - Istituto dell'Enciclopedia Italiana - 1930 -



NEQUINUM - NARNI (Umbria)


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FONTE FERONIA

Nequino, cittadina dell'Umbria posta sul fiume Nera, oggi Narnia, corrispondente all'attuale Narni. Sappiamo che Narnia divenne colonia latina all’inizio del III sec. a.c., che si arricchì e ampliò con la costruzione della via Flaminia, che doveva passare su una antica strada già esistente, tanto da avere un suo porto fluviale sul Nera, e ancor più prosperò dopo essere divenuta municipium. Tra l'altro ebbe l'onore di dare i natali all’imperatore Marco Cocceio Nerva (IMP·NERVA·CAES·AVG·PONT·MAX· TR·POT. 30 - 98 d.c.) 

PORTA ROMANA

LA NARNIA ROMANA

Tito Livio ci ha tramandato lo stratagemma col quale l’inespugnabile oppidum di Nequinum fu presa dai
romani nel 299 a.c. che l'avevano inutilmente assediata per più di un anno, attraverso l'esercito guidato dal console Quinto Appuleio Pansa. Attraverso il tradimento di due narnesi, che realizzarono un cunicolo nei pressi della loro abitazione posta nei pressi delle mura, i Romani riuscirono a entrare a Nequinum e conquistarla.

Recenti rinvenimenti di siti protostorici sulle alture intorno a Narni fanno ipotizzare che i romani abbiano conquistato un territorio controllato non da un unico centro abitato ma da una sorta di confederazione di villaggi, dei quali Nequinum rappresentava forse il centro strategico più importante.

Nequinum divenne così Narnia, colonia latina posta a controllo dello snodo strategico tra i centri sulla valle tiberina di Ocriculum e Ameria (Otricoli e Amelia) e l’Umbria interna, raggiungibile attraverso quella che diventerà presto la via Flaminia nelle due direzioni: quella a nord, verso Carsulae (che sarà resa più agevole con la costruzione del Ponte di Augusto), e quella verso nord-est diretta a Interamna – oggi Terni.


Da Nequinum a Narnia.

Sembra che i Romani, piuttosto superstiziosi, considerando il nome della città di cattivo auspicio, in latino nequeo significa “non posso”, cambiarono il nome in Narnia, proprio dal fiume Nar che vi scorre sotto. Del resto per la stessa ragione cambiarono il nome Maleventum in Beneventum, oggi Benevento.

Testimoniato anche dalle fonti e dai ritrovamenti archeologici si sa che la città godeva del porto di Narnia, prima di Nequinum, e soprattutto del cantiere navale costruito nei pressi dell’odierna Stifone, il borgo e il porto lungo le Gole del Nera. Sotto la rupe rocciosa su cui poggia il castello di Taizzano, oggi pressochè scomparso, ma in un luogo di bellezze naturalistiche e storiche.

La zona dove oggi insiste il borgo fu il porto fluviale di Narni già in epoca pre-romana e crebbe, nel
periodo successivo, con la realizzazione di un cantiere navale, probabilmente realizzato a partire dalla prima guerra punica. Tacito narra del viaggio verso Roma, con imbarco presso il porto di Narnia, del console Gneo Calpurnio Pisone nel 19 d.c. e alcuni ritrovamenti di sepolture e mosaici di età imperiale attestano che il porto divenne un luogo sempre più frequentato.

Fu probabilmente in uso prima della romanizzazione, e si presume vi furono costruite – al riparo dagli attacchi possibili sul Tevere – quelle navi che supportarono Roma nel conflitto contro Cartagine.
È certo che, come riferisce Tacito, il console Gneo Calpurnio Pisone nell’anno 19 d.c. raggiunse la capitale imbarcandosi proprio a Narni.

PONTE DI AUGUSTO

La Via Flaminia

La costruzione della via Flaminia, intorno al 220 a.c., con l’uso in parte di tracciati preesistenti, rappresentò uno sviluppo sul territorio, realizzato per fini militari, ma anche di sviluppo economico.
Purtroppo le tracce archeologiche della fase repubblicana sono poche e si limitano a quanto resta delle mura urbiche e ai pochi reperti mobili oggi conservati nel museo.

Di certo uno dei monumenti di questo periodo è, in Via dell’Arco Romano, quello che oggi è detto arco del Vescovo che doveva essere la porta principale di accesso alla città. Narnia, divenuta municipio dopo la guerra sociale del 90-88 a.c., fu ascritta alla tribù Papiria e inserita nella Regio VI in età augustea, quando l’opera degli ingegneri dell’imperatore edificarono l’opera più importante di cui oggi si conservano i monumentali resti: il Ponte di Augusto.

In questo periodo il fertile territorio di Narnia fu sfruttato per la costruzione di ville sia rustiche sia per l’otium, come quelle attestate dagli autori antichi, della ricchissima Pompeia Celerina, suocera di Plinio il Giovane.

ACQUEDOTTO DELLA FORMINA

- Tra il 24 e il 33 d.c. - venne edificata, sotto la direzione del curator aquae Marco Cocceio Nerva, avo del futuro imperatore, la mirabile opera idraulica dell’Acquedotto della Formina.

- Nel 30 d.c. - vi nacque Marco Cocceio Nerva, imperatore dal 96 al 98 per adozione da parte di Domiziano: fu l’ultimo di origini italiche tra gli imperatori romani e gli successe Traiano.

Per ciò che concerne gli edifici pubblici: un’ipotesi posizionerebbe l’anfiteatro a valle, nei pressi del ramo della Flaminia che va verso Terni; carte del XVII secolo fanno supporre che il teatro potesse essere disposto dove ora sorge il complesso della Beata Lucia, nei pressi di Piazza Galeotto Marzio.

Non si hanno notizie di luoghi di culto. Unico sito, il cui toponimo è legato a una divinità italico-sabina, è quello della Fonte Feronia, luogo votato al culto delle acque con strutture primitive del IV-III sec. a.c. poi più volte rimaneggiate. Nonostante le tradizioni orali ponessero sotto la Chiesa di Santa Maria Impensole un tempio dedicato a Bacco, e sotto Santa Maria Maggiore, poi San Domenico e oggi Auditorium Bortolotti, quello dedicato a Minerva, da recenti studi queste ipotesi non sono state confermate.

NARNI SOTTERRANEA

Secondo Tertulliano, che scrive alla fine del II secolo e si riferisce a un’opera perduta di Terenzio Varrone, a Narnia si venerava il Dio indigeno Visidianus (come a Ocriculum la dea Valentia).

Rare anche le aree funerarie che sono state rinvenute principalmente lungo la via Flaminia. L’area sepolcrale più importante è quella di fianco le mura lungo la via Flaminia dove per tradizione venne sepolto San Giovenale morto nel 376 e dove, alcuni anni dopo, venne edificato quel sacello che accolse i vescovi di Narnia e che fu la base su cui fu edificata la Cattedrale di Narni.


BIBLIO

- Christian Armadori -  Il Porto di Narnia e il Cantiere Navale Romano sul Fiume Nera - Ed. Quasar - 2012 -
- Alvaro Caponi - I segreti del porto etrusco e il cantiere navale di Narnia: ritrovamenti unici al mondo: Villa Pompeia Celerina - Ricerca obiettivo - 2006 -
- Structurae - "Ponte di Augusto (Narni) | Structurae" - En.structurae.de. 2013-03-26 -
- Holly Hartman - Narnia: A Look Back - factmonster.com -

 


PAGLIANO ( Umbria )


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Tito Livio: 
e grandi convogli di frumento giunsero a Roma per il Tevere, grazie agli ottimi uffici dell'Etruria." 

Dionigi D'Alicarnasso: 
Il Tevere non è traversato nella sua foce da cumuli di arene, come altri gran fiumi, né dilaga in stagni e paludi, né si consuma in altre maniere prima che giunga nel mare: ma è sempre navigabile con barche fluviali mezzane”. 

Il sito di Pagliano si colloca a Sud del lago di Corbara e dell' A.1, nella confluenza attuale tra il Tevere e del Paglia (che proviene da Ovest), nel territorio comunale di Orvieto, ben seguito dal seminario di studi "sul campo" organizzato dalla Scuola di Etruscologia e Archeologia dell'Italia Antica e coordinato dal Prof. Maurizio Gualtieri (Dipartimento Uomo e Territorio - Sezione Studi Comparati sulle Società Antiche, Università degli Studi di Perugia). La zona, compresa tra i due fiumi, forma un triangolo, sopraelevato per circa 6 metri rispetto al terreno circostante, che si estende per circa 8000 mq.

Pagliano, centro urbano di origine etrusca, situata su una lingua di terra molto fertile a forma di cuneo, dista circa 6 km da Orvieto nel punto in cui il Tevere riceve le acque del Paglia. Pagliano aveva vie di comunicazione stradali, ma pure fiumi, come il Paglia ed il Tevere, a quei tempi navigabili, tutte vie riutilizzate poi dai Romani. La navigazione tiberina era ottima per gli scambi commerciali che collegavano Roma con le regioni più interne, attraverso il Paglia, la Nera, l'Aniene. 

Lo dimostrano i resti di anfore, il recupero delle strutture murarie, di cisterne, di terme e di impianti portuali lungo il Tevere. Lungo il tratto fluviale si stanziarono gli Umbri, i Falisci, gli Osci, nel IV sec. a.c. già in rapporti con Roma. 

Si pensa che le origini di Pagliaro furono molto remote anche perchè sembra che il porto esistesse già al tempo degli scontri tra Roma e l’Etruria per il predominio sul Tevere (IV ­ III sec. a.c.); un’altra ipotesi invece lo fa risalire al tempo di Silla, nell’80 a.c., in quanto epoca della comparsa dell’opus reticolatum.



LE ORIGINI

Si ipotizza che le origini di Pagliano furono molto antiche per la probabile esistenza del porto già al tempo degli scontri tra Roma e l’Etruria per il predominio sul Tevere (IV ­ III sec. a.c.); un’ altra ipotesi lo fa risalire al tempo di Silla, nell’80 a.c., in quanto fu allora che l’opus reticolatum cominciò ad apparire. Tuttavia Pagliano sarebbe entrato in funzione ancora prima del I secolo a.c. come testimoniano dei muri in opus incertum. 

Di grande importanza per delineare il periodo di attività del porto sono le iscrizioni doliari e le ceramiche di Pagliano; queste sono distinguibili per il marchio con il nome dei vasai noti, per la colorazione nera o rossocorallino e per le figurazioni in rilievo. I vasi neri risalgono al II secolo a.c., mentre quelli rossi al I secolo a.c..
 
Sembra dunque che i primi abitanti furono gli Etruschi, come testimoniano i ritrovamenti di tombe etrusche nei pressi di Castellonchio, il massimo sviluppo si ebbe dunque in epoca romana, come attestano i ruderi in opus reticolatum (parametro con elementi in tufo piramidali legati dal calcestruzzo di cui rimangono a vista solo i quadrati tufacei).  

Secondo altri Pagliano sarebbe entrato in funzione ancora prima del I secolo a.c., come dimostrerebbero ruderi di muri in opus incertum. Il territorio di Pagliano, già in epoca etrusca, era comunque servito da vie di comunicazione poi riutilizzate e migliorate dai Romani.

Sul lato sinistro del Paglia sono stati ritrovati dei resti di scheletri umani che hanno messo in evidenza un’area di circa 900 mq destinati alla sepoltura. E’ di grande interesse l’aver portato alla luce cadaveri interi deposti in urne di coccio ricalcanti la tipologia degli antichi orci italici.



GLI STUDI 

L'indagine sistematica programmata per gli anni 2009 e 2010, condotta in collaborazione tra la Scuola di Etruscologia e Archeologia dell'Italia Antica (istituita nel 2002 per volontà congiunta della Fondazione per il Centro Studi "Città di Orvieto" e della Fondazione per il Museo "Claudio Faina"), l'Università degli Studi di Perugia e la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Umbria, consentirà di effettuare un rilievo aggiornato delle strutture già visibili nonché una campagna di prospezioni geo-archeologiche mirata ad una più precisa definizione della natura ed estensione dell' area archeologica. 




IL PORTO

Le prime notizie sulla presenza di testimonianze archeologiche in questa zona risalgono l 1889, quando a seguito di lavori agricoli commissionati dalla Banca Romana, proprietaria del terreno, vennero rinvenuti i primi reperti. Fu dato allora incarico all’ing. Riccardo Mancini di organizzare la prima campagna di scavo.

Il sito, con imponenti strutture già parzialmente messe in luce da precedenti indagini, è stato identificato quale porto fluviale di Volsinii a partire almeno dall'età tardo-repubblicana. Livio e Dionigi riportano che il Tevere e i suoi affluenti fossero percorsi da grandi e piccole imbarcazioni in inverno e in primavera, tranne che in estate, quando diminuiva il livello delle acque. 

Le operazioni di ricerca si protrassero fino al Novembre 1890 e portarono alla luce vari ambienti e numerosi frammenti; purtroppo le modalità non proprio scientifiche delle indagini, come era uso all'epoca, non ci hanno lasciato indicazioni sul loro rinvenimento.
Dal I sec. a.c. la zona orvietana si servì del porto di Pagliano fino al IV sec. d.c., ma la massima fioritura di Pagliano avvenne in epoca romana, E' recente la “riscoperta” dell’impianto portuale a seguito di un’opera di disboscamento. 
E’ visibile, infatti, un molo che precede i fabbricati insieme a piloni di ormeggio che fungevano da luogo di approdo e banchina di carico e scarico delle merci. Complementare ad esso è la via terrestre, la strada Ferentinum - ­Tuder, evidente raccordo anulare con le vie fluviali, testimoniata da un tratto di muro costruito con pietra squadrata da ambo le parti simili a teste di ponte e da un cippo marmoreo dedicato ad Ercole (come dimostra l’iscrizione) che nell’Italia centrale era identificato come tutor Viarum. 

Il Mancini lasciò comunque una documentazione preziosa, tutt'oggi usata negli scavi in corso: una planimetria in scala 1:200, realizzata con estrema precisione su cui riportò natura e dimensioni dei vari ambienti di quello che lui interpretò come un edificio termale.

A proporre invece uno scalo portuale fu l'ing. archeologo Armando Ricci, ma l'improvviso abbandono delle attività di scavo ed il degrado delle strutture non permisero altre ricerche. La causa fu l'indagine della Banca Romana, finanziatrice degli scavi, per una serie di ammanchi di capitali, che provocarono la caduta del Governo Giolitti e il fallimento dell’Istituto Bancario.

Nel 1925 la Soprintendenza di Firenze si preoccupò di ripulire l’area e riportare alla luce i resti archeologici. Nel 1957, l’ISAO (Istituto Storico Artistico Orvietano) e Cesare Morelli, eseguirono una nuova ricognizione dell’area e produssero la prima ed al momento unica pubblicazione su Pagliano.
Ma negli anni Sessanta, la costruzione dell’Autostrada del Sole, a pochi Km di distanza dal sito provocò una catastrofe distruggendo ogni antica traccia per disporvi i cantieri dell'auostrada.

Negli anni Novanta le indagini archeologiche ripresero grazie alla Scuola di Etruscologia e Archeologia dell’Italia Antica, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, che formarono un Campo Scuola per giovani archeologi, per promuovere una metodologia scientifica di scavo scientifico, oltre a portare avanti le ricerche.

Nel 2010, al Museo Archeologico Nazionale di Orvieto, si è svolto il primo seminario di studi sul “Porto” romano di Pagliano per verificare l’esistenza di alcune strutture individuate dal Mancini, ma attualmente non più visibili, se non anomalie riferibili a strutture archeologiche sepolte. 




LA FINE

 La fine dell’ attività di Pagliano va cercata negli avvenimenti tra il 395 e il 408, con la discesa in Italia di Alarico re dei Visigoti. Per ostacolare la navigazione sul Tevere e togliere ai Romani i rifornimenti questi distrusse Pagliano, dopo aver abbattuto anche il porto di Ostia. Molto probabilmente il porto venne incendiato come dimostrano i segni dell’azione distruttiva del fuoco.



GLI SCAVI

Gli scavi hanno fatto riemergere molte anfore vinarie ed olearie, rinvenute nel sito, testimoniano che qui c’erano magazzini di tali prodotti. Il territorio di Pagliano forniva: grano, farina, vino, olio, ortaggi, il sale delle saline di Ostia, stoffe, aromi, cristalli, calzature, bronzi e ceramiche, anche perchè la via fluviale era la più sicura ed economica. 

La presenza di 16 macine da mulino e di granai a nord­est, attestano che qui c’era un "pistrinense opificium" in cui avveniva la trasformazione del grano in farina; i molti vasi aretini e campani, nonchè monili d'argento, candelabri, collane, fibule, statue bronzee o di marmo, confermano che qui c’era un emporio commerciale, non potendo tanto materiale appartenere alla popolazione locale, costituita prevalentemente da schiavi. 

Prima della macinazione il grano veniva lavato in acqua corrente, per mezzo di vasche assai capaci e intercomunicanti per via di canaletti; questi si trovano nei vani attigui alla sala di macinazione, alimentati da una fontana ancora oggi visibile sotto un arco. L’asciugatura del grano, avvenendo in inverno per sfruttare la temporanea navigabilità del fiume, ricorreva ad ambienti riscaldati.

Il sito archeologico oggi è distribuito sulla sponda sinistra e sulla sponda destra. Il piano più basso, della sponda sinistra, era abitato per circa 8000 mq. quello sulla sponda destra, coperta da terra alluvionale, presenta locali con frammenti di lucerne e ceramiche aretine e utensili come aghi e anfore e molte monete dell’epoca di Augusto fino a quella di Costanzo. 

Altri ritrovamenti rivelano alcuni vani come balneum (bagno), provvisti di vasche e oggetti da toilette; in altri sono stati rinvenute colonne in travertino, cippi sepolcrali, nicchie semicircolari e canali per scaricare l’acqua. 

Nella parte inferiore, quella che guarda il corso del Paglia, si pensa fosse la zona adibita alla macinazione e che il vano centrale possa essere stato un luogo di mercato con intorno un ambulacro coperto. Le abitazioni non erano ricche, addossate le une contro le altre e prive di atrium e peristilium. 

LE MACINE DEL FIUME PAGLIA


Nuove scoperte dì antichità in contrada Pagliano del feudo Corbara.

Si scoprì per un'altezza di circa m. 2,00 un grande ambiente, che prospetta sulla sponda destra del Tevere, nell'angolo di confluenza con il Paglia, per una superficie approssimativa di 300 m.q. Vi si rinvennero gli oggetti che seguono:
 Bronzo.
- Due monete di Nerone, e sedici di vario modulo, irriconoscibili per l'ossido -
- Utensile da toletta, semplice, lungo m. 0,09 - Frammento, forse di serratura, lungo m 0,05 -
Vetro.
- Due bottoni di colore scuro - Globetto per collana, a forma di pera -
Osso.
- Ago crinale semplice, lungo m. 0,095, rotto.
 Ferro.
- Chiodo con grande capocchia, lungo m. 0,09 - Oggetto da lavoro,  lungo m. 0,16, alto 0,09, da applicare a manico di legno m. 0,05. Da un lato con punta solida e ricurva, dall'altro una punta adunca, più corta - Aratro di forma comune, m. 0,27 x 0,10. - Altro più piccolo m. 0,19 x. 0,07.
Fittili - Frammento di tazza di fabbrica aretina.
 Pietra.
- Piccola base di travertino, m. 0,47 x 0,47 con tratto di colonna, alta m. 0,13, diametro m. 0,30.
- Oggetto di puddinga (roccia), alto cm 64, formato da due coni tronchi vuoti, diametro di m. 0,66 ciascuno, uniti per la parte superiore, senza comunicazione tra loro.



EDIFICI

Il lato della sinistra sponda del fiume Paglia è stato ritenuto il più adatto per cominciare i lavori di sterro delle camere dell'edificio romano di opera reticolata quivi esistente in un terreno dalla Banca Romana, cioè Pagliano (ex feudo di Corbara) nel territorio di Orvieto (cfr. Notizie 1889, p. 4).

Sino a tutto il giorno 8 gennaio nei lavori suddetti è stata rimessa in luce una parte di una corsìa, ritenuta di passaggio, senza traccia di copertura. Misura m. 14,00 X 2,90. Le pareti interne sono rivestite di opera reticolata, di buona conservazione, dello spessore di m. 0,45. L'altezza, presa a valle, alla estremità del muro sulla sponda del Paglia in corrosione, è di m.0,60, mentre a monte va a salire sino a m. 1,30. Il pavimento è costruito con ciottoli ricavati da detto fiume, messi a cemento.

A sinistra un piccolo vano, o cameretta scoperta, forse usata per bagno, quasi quadrata, senza indizio di comunicazione e mancante della parete parallela al fiume. L'accesso parrebbe dalla parte superiore. Ha in pianta le dimensioni di m. 3,60X4, conserva qualche traccia di pavimento, quasi uguale a quello della corsìa.

Dopo la suddetta camera riapparve un altro piccolo vano, ancora non del tutto sterrato. In uno strato di terriccio alluvionale, misto a combustione, si raccolsero gli oggetti che seguono:
- Nove aghi crinali, semplici, da m. 0,09 a m. 0,05 - Frammenti di aghi crinali semplici -
VETRO
- Tre bottoni color turchiniccio - Manico di anforetta -
FERRO
- Piccola scure ben conservata, lunga m. 0,14. - Lama di coltello lunga m. 0.085 -
- Gancio di saliscendi - Frammento con grande capocchia, lungo m. 0,22 a forma di chiodo -
- Due anelli intrecciati, uno rotto da un lato - Perno con capocchia rotonda, lungo m. 0,17 -
BRONZO
- Grazioso oggetto da toletta lungo m. 0,115 - Ago di forma comune lungo m. 0,07 -
- Oggetto di lavoro lungo m. 0,1 rotto da un lato - Anello da dito, diam. m. 0,02 -
- Chiave lunga m. 0,042 - Ago crinale lungo m. 0,085 con ornato presso la testa -
- Frammento di manico di vaso - Piccola chiave lunga m. 0,025 con anellino attaccato e rotto -
- Frammento di serratura - Cinque dischi con giri concentrici e foro al centro, da m. 0,05 a m 0,09 - 
- Frammenti fatti a cordoni a sbalzo - Due frammenti di chiavi, di una catenella e di un bottone -
- Cinquecentotto monete, irriconoscibili per l'ossido; le più conservate spettano ad Augusto, Druso, Faustina, Lucilla, Gordiano, Carino, Costantino, Filippo giuniore e Filippo seniore.
PIOMBO
- Peso da bilancia alto m. 0,043, diam. alla base m. 0,043, in sommità m. 0,02, peso grammi 450.
TERRACOTTA
- Peso da telaro, con foro, alto m. 0,09 largo in sommità m. 0,052, alla base m. 0,072.
- Tredici lucerne ordinarie di più dimensioni e forme, due delle quali con ornati.
- Frammento di tegola con bollo frammentato - Frammenti di vasetto aretino -



RESTI DI EDIFICIO TERMALE

Furono proseguite le ricerche nei ruderi delle terme in contrada Pagliano (ex feudo Corbara) delle quali si disse nelle Notizie dello scorso gennaio tenendosi conto di ciò che era stato rinvenuto fin al giorno 8 di quel mese. Dal giorno 9 al 21 del mese stesso si ebbero questi nuovi trovamenti.

È stato messo all'aperto un altro tratto di corsìa, ora segnato col n. 1,  di m. 6,00 e per m. 2,90. Il muro laterale a sinistra, partendo dalla sponda del fiume Paglia, mantiene lo spessore di m. 0,42, e misura in altezza m. 1,80, proseguendo leggermente a salire dalla parte della collina.

Si è dovuto riconoscere che in epoche piuttosto antiche, sieno stati fatti dei tentativi di scavo, in vari punti del grande edificio romano, e in ispecie in questo tratto di corsia, nel quale non si sono raccolti che pochi frammenti di embrici e di grandi anfore di rozzo lavoro.



SECONDO VANO

Quindi, con regolare scavazione, ed a seguito dell'altra camera già descritta nel precedente rapporto, venne scoperto altro vano, di eguale costruzione, di forma quadrata, segnato col n. 3. Ha le dimensioni di m. 4,00 per m. 4,00  e m. 0,93 di altezza, dal lato del Paglia, e m. 1,27 a monte. I muri in giro hanno lo spessore di m. 0,42.

VENERE DI PAGLIANO
Sparsi nella terra, si estrassero gli oggetti seguenti:
Fittili ordinari.
- Frammento di una tazza con testa umana sul davanti.
- Testina a rilievo di vecchio sbarbato con bocca semiaperta, alta m. 0,09 mancante dell'orecchio sinistro. Ha il capo ricoperto da un manto che gli scende sul collo. Frammento forse di vaso -
- Lucerna con rilievo a stampa di un cervo, rotta nel beccuccio -
- Frammenti di embrice rotto nel punto in cui era impressa la marca di fabbrica
Fittili di arte aretina.
- Grande lucerna, frammentata, con sopra bellissimo ornamento a stampa, di un vaso con fiori.
Piombo.
- Quadretto di forma ovoidale ; altezza della luce m. 0,05, altezza esterna m. 0,10 ; ha la cornicetta ornata in giro ad impressione, e un monogramma - Frammento di piccola lastra lunga m. 0,07.
Osso.
- Sei aghi crinali, semplici, dei quali, da m. 0,08 a m 0,15 - Frammenti di altri quattro aghi -
Ferro.
- Oggetto triangolare di una bilancia, m 0,10 x m 0,07 - Frammento di lastra ricurva, lunga m 0,10 -
Argento.
- Frammenti di anello da dito, con pasta vitrea incastonata, ove è impressa una colomba.
Bronzo.
- Ago crinale lungo m. 0,095, ornato nella capocchia - Piccolo piombo da filo, alto m. 0,03 -
- Frammento di catenella - Frammento di disco a sbalzo, con foro al centro, diam. m. 0,15 -
- Anello semplice da dito, con piastrina; diam. m. 0,23 - Altro diametro m. 0,2-1 senza piastrina -
- Altro, semplicissimo, diam. m. 0,02 - Monete varie di bronzo di Augusto, Germanico e i Gordiani -



TERZO VANO

Col progredire dei lavori si potè arguire che la suddetta camera avesse a sud-ovest, un piccolo accesso, che si riconobbe rovinato, parallelo al muro sinistro della corsia. Venne scavata altra camera piccola, che fa seguito alla suddetta, di forma quadrilunga, lunga m 2,25, larga m 4,00, alta, dal lato del Paglia m 1,27, da quello della collina m 1,40; lo spessore del muro è di m. 0,42.

Anche in questo vano osservasi una piccola porta di accesso, larga m. 1,35, che in tempi posteriori alla costruzione dell'edificio venne chiusa, come attualmente si crede, per la ragione forse, che l'ambiente fu destinato ad altro uso. Misti a terra ed ai rottami laterizi si raccolsero i seguenti oggetti:

OSSO
- Dieci aghi crinali, da m 0,08 a m. 0,10 - Frammenti di altri quattro aghi crinali -
- Piccolo manico lavorato al tornio, lungo m. 0,93.
FITTILI
- Lucerna con piccoli ornati circolari, manichetto arcuato sopra, e sotto la marca FORTIS -
- Due grandi anfore, una alta m. 0,99, l'altra in parte mancante - Tazza a due manichi, rotta -
- frammenti di piccoli vasi - Grande anfora, assai affusolata lunga m. 0,74, mancante del collo -
VETRO
- Anforina semplice, alta m 0,045 - Piede di vasetto, diam. m. 0,05 con dentelli sull'orlo esterno -
- Palla sferica, diam. m 0,04, di colore turchiniccio e verde smeraldo -
FERRO
- Chiave rotta e mancante, lunga m 0,065 - Anello semplice da catena, diam. m. 0,03 -
- Altro più piccolo e largo, diam. m 0,025 -
BRONZO
- Bilico di piccola bilancia m. 0,11 X 0,035, ben conservato - Piccola chiave lunga m. 0,058 -
- Dischetto semplice, diam. m 0,052 - Frammento lastra lunga m. 0,11 X 0,068, ornato a sbalzo -
- Due frammenti: una mezza testina ed una chiave.
- Frammento a rilievo con due piccole teste umane, imberbi, quasi unite, lavorate a sbalzo -
- Lastra a lama di rasoio, con sei piccoli fori al centro; m. 0,11 X 0,018 -
- Monete di varie dimensioni, in gran parte corrose ed in cattivo stato. Alcune di M. Antonio. Augusto, Livia, Antonino Pio, Julia Domna e i Gordiani.

VEDUTA AEREA DELL'AREA ARCHEOLOGICA


QUARTO VANO

Nuove indagini nei resti dell'edifìcio termale in contrada « Pagliano » .
A contatto degli ambienti segnati coi numeri 2, 3, 4, già descritti, si riconobbe esistere un'altra fila parallela di piccole camere, alquanto rovinate. In quella indicata col n. 7, già in corrosione per trovarsi sulla sponda sinistra del Paglia, non si rinvenne suppellettile di sorta. Misura m. 3,02 in lunghezza, m. 4,00 in larghezza, m. 0,72 nell'altezza media e m. 0,41 nello spessore dei muri.
Proseguito lo scavo verso il monte, venne dissotterrato il vano n. 13, che anteriormente era diviso in due parti per mezzo di muro distrutto in tempi abbastanza remoti. Detto vano misura m. 7,20 x 4,00 in larghezza, ed ha l'altezza media di m. 1,00.

Misti alla terra si raccolsero i seguenti oggetti:
BRONZO
- Pezzo di aes rude. Anello da dito; diam. m. 0,02 con sopra piccola incisione irriconoscibile -
- Statuetta m. 0,05, rappresentante Giove, in piedi, quasi ignudo; ha nella destra il fulmine e la clamide avvolta nella sinistra; è discretamente conservato e di arte mediocre.
- Ottantaquattro monete di vario modulo, per lo più irriconoscibili, a causa dell'ossido. Ve ne sono delle familiari e delle imperiali.
Sospeso lo scavo nella camera n. 13, furono incominciate le indagini presso la sponda inferiore del Paglia, ove fu rimessa alla luce una delle solite camerette. Misura m. 5,90 X 3,50 X 0,52, ed ha la porta orientata a sud-ovest, larga m. 1,70. Vi si rinvenne:
PIETRA
- Macina di puddinga, del diam. di m. 0,90 e m. 0,31 di spessore. Giaceva nell'angolo destro della porta, ove
ancora trovasi.
ORO
-  Anello da dito; diametro m. 0,02, con vetro liscio color granato, incastonato.
ARGENTO
- Anello semplice da dito, mancante della pietra.
BRONZO
- Piccolo busto virile barbuto, m. 0,042 - Due monete di Gordiano Pio, ed una di Costanzo -
- Novantaquattro monete irriconoscibili per l'ossido.



QUINTO VANO

In prossimità della suddetta camera,  ebbe luogo la scoperta di altro piccolo vano con dimensioni identiche a quelle della camera, con la porta orientata a sud-ovest. Vi si raccolsero i seguenti oggetti:

CIPPO A TESTA DI GUUERRIERO
BRONZO
- Statuetta m 0,06, di uomo barbato, ignudo che appressa la mano sinistra alla fronte, rotta in più parti e mediocre - Due anelli semplici da dito, diam. m. 0,015 - Altro simile diametro di m. 0,017 -
- Oggetto lungo m. 0,17, con cinque fori, forse una serratura - Piccolo candelabro ad imitazione di un tronco d'albero, alto m. 0,275. Ha tre cornetti o foglie ricurve, una rotta come un piedino della base -
- Oggetto lungo m 0,06, con sopra un piccolo delfino attortigliato - Altro a mezza luna, largo m 0,07 -
- Grande capocchia, diam. m 0,025 - Piccolo pezzo di aes rude - Manico di vaso diam. m 0,07 -
- Anello da dito con punte sporgenti, diam. m 0,016 - Frammento di altro anello semplice -
- Chiavetta lunga m. 0,043 - Anello a forma di armilla diam. m 0,05 -
- Altro più piccolo e rotto, diam. m. 0,032 - Altro semplice di filo di rame, diametro m. 0,05 -
- Idoletto arte locale, alto m 0,05, senza gamba sinistra - Otto frammenti di oggetti vari -
- Settantacinque monete di diverso modulo, ossidate.
ARGENTO
- Piccolo fiammento, forse di orecchino - Anello semplice da dito, diam. m. 0,017 -
VETRO
- Manico di anfora con collo, color turchiniccio, lungo m 0,08 - Piede circolare di vasetto con punte sporgenti, diam. m 0,04 - Frammento di armilla, color olivastro, diam. m 0,08 - Frammento di altra, di colore scuro - Piccolo disco piede di tazza, con rilievo di un busto di uomo barbato -
OSSO
- Cinque aghi crinali semplici, da m. 0,165, con tre fori in testa, a m. 0,07 -
FERRO
- Anello, diam. m, 0,04 - Cilindro a forma di chiodo, lungo m. 0,20 -
PIETRA
- Piccola base di colonna di marmo bianco m 0,24X0,24 - Piccola macina di puddinga, circolare, m. 0,32 X 0,18, con foro al centro - Altra macina del diametro di m. 0,37 X 0,21 - Frammento di marmo, di cornice architettonica, m. 0,21 - Alcuni frammenti di lastre in marmo bianco.
- Due dischi di serpentino, quasi sferici, il maggiore m 0,10 X 0,145; il minore m 0,08 X 0,11 -
FITTILI ARETINI
- Piede di tazza, diam. m 0,095, col bollo: A/I - Altro frammento, diam. m. 0,06 col bollo: L • P • S -
- Frammenti di piedi di vasetti e tazze di varie forme e grandezze, con bolli non decifrabili -
FITTILI ORDINARI di arte locale.
- Bordo di grande ziro, largo m. 0,20, col bollo: LiRRA CHtl - Frammenti di tegole con marche incomplete e ripetute - Altro frammento m 0,14 X 0,11 con impressione di un priapo, al centro una croce e un piccolo ornato di cuori o foglie - Peso da telaio con piccolo foro m. 0,10 X 0,07 X 0,06 -



SESTO VANO

In seguito alla precedente fu scoperta la camera, di uguali dimensioni, e costruzione; la porta è orientata a sud-ovest, dal lato del Paglia, come le altre due. Nello spurgo della terra si raccolse:
BRONZO
- Statuetta alta m 0,08 di Mercurio in piedi, ignudo; con la sinistra tiene il caduceo e sulla spalla e sul braccio ha avvolta la clamide. Nella destra, protesa, sostiene una testa di animale, e presso il piede destro è un piccolo montone. Ha la testa cinta da una corona di tre foglie.
- Beccuccio a testa di leone, di un vaso - Frammento di anello da dito, con pastiglia incastonata, ove è impressa una figurina - Disco diam. m 0,08, con cinque fori e giri concentrici a sbalzo, rotto in parte -
- Altri tre dischi mezzani, diam. m 0,062 ciascuno, uno rotto, ed altro con lieve traforo - Altri sei più piccoli, m. 0,05 ciascuno, tre mancanti e rotti - Altro piccolissimo, semplice, m. 0,03, rotto.
- Vasetto del diam, alla bocca m 0,05, e 0,04 alla base, con quattro anellini per appenderlo -
- Chiodo m. 0,095 con bella capocchia e punta acuminata, per trapano -
- Settantuno monete, ossidate, di vario modulo, tutte irriconoscibili per l'ossido.



SETTIMO VANO

Poi furono scoperte due camere. Nella prima, partendo dal piano di campagna, si discende per una piccola scala composta di quattro gradini, lunghi ognuno m. 1,53, alti m. 0,22, larghi m. 0,29. In questo vano di m. 5,57 x 2,02 x 0,81, osservasi una traccia di vasca di m. 1,12 x 0,82 x 0,22; quattro pilastrini di opera incerta, in parte rovinati e caduti. Dalla parte della collina, ad un livello più basso di m. 1,61 vi è l'altro vano m 5,50 X 1,56.
Aderente al muro superiore, ove, in alto, sono due nicchie semicircolari del diam. di m 0,84 ciascuna, vi è nel pavimento un canaletto, m. 0,34 X 5,50 che serviva per scaricare l'acqua nella corsia; e dal lato opposto, discretamente conservate, tre vasche da bagno, di arenaria. Ognuna m. 1,40 x 0,82 x 0,81. Si rinvennero nelle due camere i seguenti oggetti:

VETRO
- Globetto rigato, forato, per collana - Bottone color biancastro -
FITTILI SEMPLICI
- Due lucerne con bolli indecifrabili; una di esse è rotta - Piccola tazza semplice, diam. m. 0,07 -
- Frammenti di due lucerne; in una un giovane genuflesso, nell'altra un amorino, a stampo -
- Tazza semplice ad imitazione dei fittili aretini; diam., alla bocca, m. 0,09 -
FITTILI ARETINI
- Otto frammenti di vasetti e tazze di più forme e grandezze.



OTTAVO VANO

Proseguirono le indagini, seguendo sempre la corrente del fiume Paglia, sulla sponda sinistra; ed è stata rimessa in luce altra camera più grande delle altre, ancora non del tutto esplorata e mancante in parte del lato verso la collina. Si pote constatare che aveva due porte di accesso, una a destra,
l'altra di fronte verso il Paglia. Questa misura in larghezza m. 2,06. Le dimensioni dell'ambiente sono: m. 8,45 x 4,85. La parete meglio conservata è alta m. 1,10. Vi si raccolsero i seguenti oggetti:
FITTILE
- Piccolo frammento di embrice con la marca rettangolare: MLVCVLL
BRONZO
- Frammento di piccola figura votiva arte locale m. 0,04 - Alcune monete di Claudio, Aureliano, Gordiano, Costantino, ed altre 57 di piccolo modulo, non decifrabili per l'ossidazione -

Alla distanza di m. 5,00 circa dal muro laterale destro della camera suddetta, si rinvenne, al posto, una base di colonna, di travertino, di forma quadrata, di m. 0,60 di lato e m. 0,06 di spessore.
Sulla stessa linea, a m. 3,00, venne in luce un altro frammento di colonna di travertino, in forma di rozzo cippo sepolcrale. Ha in base le dimensioni di m. 0,55 X 0,55 X 0,82.

Più indietro, verso il monte, a m. 2 di distanza si scoprì una colonnetta di pietra puddinga, di forma conica, del diametro medio di m. 0,48, alta m. 0,40. Anch'essa al posto primitivo. Da ultimo, presso la sponda del Paglia, a m. 3,00 di distanza dal frammento di colonna di travertino, si incontrò una piccola vasca quadrangolare, di opera incerta, m. 0,95 X 0,45 X 0,51, che sulla destra ha un piccolo canale, di m. 0,70 X 0,75 -
In questo spazio di terra, senza ordine, si trovò:
OSSO
- Un ago crinale lungo m 0,093 - Quattro frammenti di aghi - Un bottone diametro di m. 0,022 -
FITTILI
- Due lucerne semplici, una rotta nel manico - Frammenti di due tazze, di fabbrica aretina.
BRONZO
- Anello semplice per catena, m. 0,04 - Piccola armilla con righette, diam. m 0,04 rotta -
- Pendaglio a mezza luna, m. 0,06, con due fori all'estremità - Disco con foro al centro, e giri concentrici; diam. m. 0,064 - Altro più piccolo, diam. m. 0,058, un poco rotto -
- Frammento di altro disco con testa di uomo imberbe al centro, fatta a sbalzo, diam. m. 0,042 -
- Altro semplice, diam. m. 0,062, con cinque fori, e rotto - Frammento di lastra di m. 0,06X0,085 -
- Piccola chiave m. 0,05 - Anello semplice m. 0,02 - Altro più piccolo m. 0,025, con piastrina -
- Altro semplice e rotto, diam. m. 0,018 con piastrina ed incisione indecifrabile.
- Varie monete di Probo e Costantino - Altre 624 monete corrose ed ossidate -
PIOMBO
- Una tessera -

Nuove esplorazioni In contrada Pagliano dell'ex fendo Corbara. 18 maggio - 22 giugno. Fu sospesa la prosecuzione dei lavori di scavo del grande edificio termale romano, presso le camere segnate coi numeri 18 e 20. Fu invece incominciato uno scavo dal lato est della tenuta, presso la destra del Tevere, dove erano state iniziate alcune riparazioni a difesa di quella sponda, e precisamente nell'angolo di confluenza del fiume Paglia. Si rimise in luce qualche resto di antico muro; nello spessore del quale si ebbe a riconoscere una traccia di gradinata che scendeva in qualche vano, ora non più visibile, in direzione del Tevere, e nel limite della sponda destra. Degli oggetti sparsi in disordine, si notano i seguenti:

FITTILI
- Parte superiore di una lucerna con tibicine barbato, seduto e seminudo; m. 0,07 - 
- Cilindro a punta; lung. m. 0,18, diam. m. 0,06 con linee formate quasi a spira, all'esterno -
FITTILI ARETINI
Furono anche scoperti vari frammenti fittili aretini e campani con bolli di fabbrica.
- 1. Parte di grande sottocoppa con: ALFI entro impressione di piede.
- 2. Fondo grande di sottocoppa con leggenda entro sigillo a forma di piede: C-M-E
- 3. Fondo frammentato di piattello. Nel mezzo è il sigillo, a forma di piede con: C- WR marca comunissima che aveva le fornaci a Fonte Pozzuolo, sotto il lato settentrionale delle mura di Arezzo -
- 4. Fondo di piattello con impressione del piede, con due lettere così disposte: MR -
- 5. Fondo di piattello con la nota marca: C-M VII -
- 6. Fondo di piccola tazza, con leggenda entro impressione di piede: C-M VRI -
- 7. Fondo di piattello con sigillo uguale al precedente -
- 8. Fondo di tazzina con rozza impressione di piede, e dentro: P- AVG -
- 9. Fondo di vasetto con piccola impressione di piede, su cui si legge: CORNELI -
- 10. Idem con bollo rettangolare: PGR, di P. Cornelio, delle fabbriche di Cincelli presso Arezzo -
- 11. Piccolo fondo di vasetto con orma di piede che contiene: GELI della Gelila -
- 12. Fondo di vasetto con: C-SE in sigillo rettangolare della Sertoria (Gamurrini, iscr. aret. n. 148) -
- 13. Fondo di piattello con rozza impressione di piede e dentro: TERM e sotto una X -
- 14. Fondo di tazza liscia in rosso pallido. Nel mezzo, impressione di piede con: OCT -PRO -
- 15. Fondo di tazzina a vernice rosso-lucida. Entro il sigillo a forma di piede : T- RGLA forse la fabbrica di T. Rufrenio. scoperta nel 1837 nella piazza di s. Agostino di Arezzo -
- 16. Fondo di grande coppa con: L • VM entro impressione di piede. Spetta alla fornace di L. Unibricio (Gaiuiirrini, op. cit. u. 384) -
- 17. Nel fondo di vasetto liscio entro la solita forma del piede, malamente impresso: PRIJW -
- 18. Fondo di piattello con RASINI entro segno di piede -
- 19. Fondo di tazzina colla solita impressione del piede con: T • R- S PI 20 -
- 20. Idem a vernice rossa sfamata in fornace. Nel mezzo sigillo rettangolare con: L- L VCI Sotto il fondo una T. Appartiene forse alle fabbriche della Campania -
- 21. Fondo e parte di orlo di una tazzina verniciata rosso pallido, forse della Campania. Entro piccola orma di piede, a lettere nitide: L • EOPOR -
- 22. Fondo di tazzina liscia con il bollo precedente. Sotto due graffiature in croce -
- 23. Idem verniciato di rosso pallido, segnato con sigillo a forma di piede: LEOPO -
- 24. Vasetto campano a vernice pallida che ripete il sigillo precedente -
- 25. Fondo di tazzina con piccola impressione di piede, contenente la leggenda: LE-PR -
- 26. Altro fondo di tazzina campana recante entro l'orma di piede: L- EOP -
- 27. Fondo di vasetto con orma di piede e con : L-E -
- 28. Fondo di tazzina campana con leggenda entro impressione di piede: L • EOTP -
- 29. Fondo di tazza con sigillo a forma di piede, debolmente impresso: L -
- 30. Fondo di tazzina delle fabbriche campane. Entro il sigillo a forma di piede: L-P- Z- -
- 31. In altri sette frammenti i sigilli sono indecifrabili, A. Fasqci -
BRONZO
- Anello semplice da dito; diam. m. 0,02 - Altro più grande m. 0,025 - Mollette lunghe m. 0,09 -
- Ditale m. 0,018 - Manico di un vaso a boccale, lungo m. 0,14, con pendaglietto mobile -
- Campanello m. 0,12 X 0,06, senza battaglio - Sei piccoli frammenti di niun valore -
- Monete di Augusto, Germanico, Traiano. Altre di vario modulo, ossidate e corrose -
- Frammento di serratura con sei piccoli fori - Stilo lungo m. 0,058 senza capocchia.
MARMO
- Frammento lungo m. 0,27 di color giallognolo, con baccellature incavate, disposte a circolo.


BIBLIO

- Della Fina G.M. - Tra archeologia e museologia - in A. Caravale - Museo Claudio Faina di Orvieto - Bronzetti votivi - Perugia - Electa - 2003 -
BIBLIO
- P. Bruschetti - Il porto romano di Pagliano presso Orvieto - in F. Coarelli, H. Patterson (a cura di) - Mercator Placidissimus. the tiber Valley in the Antiquity - New Reserach in the upper and middle river valley -  Roma - 2009 -
- A. Satolli - Orvieto antica nell'immaginario erudito e romantico, in quaderni dell'istituto Statale d'Arte di Orvieto - 1984 -  
- U. Tarchi - L'arte nell'Umbria e nella Sabina, I Periodo Etrusco Romano - Milano - 1936 -



FANUM VOLTUMNAE - CAMPO DELLA FIERA (Umbria)


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BRONZO ETRUSCO
Secondo Tito Livio, il Fanum era il luogo delle riunioni annuali dei rappresentanti della lega delle dodici città etrusche e durante questi incontri, oltre alle cerimonie religiose, si svolgevano fiere, mercati, spettacoli teatrali e giochi solenni che era proibito interrompere. Il luogo, quindi, doveva essere vasto e provvisto di grandi spazi per accogliere i delegati e manifestazioni di tipo diverso.

- 1400 - Cercato invano fin dal Quattrocento, il Fanum, ove si venerava Il Dio Voltumna/Vertumnus, era il luogo delle riunioni annuali dei rappresentanti della lega delle dodici città etrusche. Lo storico romano Tito Livio narra delle cerimonie religiose che vi si svolgevano con fiere, mercati, spettacoli teatrali e ludi. Doveva trattarsi perciò di un’area molto vasta, capace di ospitare tutte le delegazioni e accogliere così tante manifestazioni diverse.

L'area pianeggiante posta a Ovest del pianoro tufaceo su cui sorge Orvieto deve il nome, "Campo della Fiera", al fatto di essere stata per secoli sede di fiere e mercati periodici. Già dal XIX secolo le indagini archeologiche rivelano la presenza di un santuario etrusco.

- 1876 - Nel 1876 vennero alla  luce resti di strutture murarie in tufo e si recuperarono pregevoli terrecotte architettoniche ora conservate al "Pergamon Museum" di Berlino. Ma essendo stati gli scavi ottocenteschi poco documentati, non si conosceva l'ubicazione esatta dell'area sacra, i caratteri del culto che vi si praticava e il riconoscimento delle divinità titolari.

SITO ARCHEOLOGICO
- 2000 - Nel Duemila le indagini sono riprese visto che dagli studi più recenti è risultato che il Fanum Voltumnae, il massimo santuario del popolo etrusco, si trovava proprio a Campo della Fiera.

La localizzazione a Orvieto del Fanum è supportata anche da un documento epigrafico, il "Rescritto di Spello",  con cui l'imperatore Costantino concedeva agli Umbri di poter celebrare, secondo un'antichissima consuetudine, le annuali cerimonie religiose e i giochi ad esse connessi a Spello, senza doversi più recare "presso Volsinii".

Se la Volsinii cui si fa riferimento è Bolsena, il richiamo a un'antichissima consuetudine e il termine "presso" fanno pensare alla Volsinii etrusca, cioè Orvieto.

RICOSTRUZIONE DELLE TERME (INGRANDIBILE)
Alcuni versi del poeta umbro Properzio ci informano dell'origine volsiniese di Voltumna, il Dio titolare del Fanum, e  Plinio il Vecchio ricorda che nella conquista di Velzna/Volsinii/Orvieto furono depredate ben duemila statue di bronzo, segno evidente di un importante luogo di culto.

Lo scavo nell'area è stato avviato nel 2000 e prosegue con campagne annuali che hanno restituito materiali e strutture sempre più numerose. L'area dell'antico Fanum Voltumnae viene ricoperta tra una campagna di scavo e l'altra. Ma  tra fine luglio e fine agosto lo scavo archeologico è in pieno fermento e oggetto di visite guidate. Si indaga su un'area di oltre tre ettari che rivela un'ininterrotta frequentazione per circa 1900 anni, dal VI sec. a.c. alla Peste Nera del 1348.

È stata scoperta la strada basolata etrusca che collegava Orvieto a Bolsena, larga 5 metri e segnata da profondi solchi lasciati dal passaggio di carri. Accanto alla strada si apre un vasto recinto sacro con due pozzi, un tempio che ha subito ristrutturazioni nel corso dei secoli, un monumentale donario sul quale erano infisse statuette di bronzo e un altare monolitico in tufo, coperto in gran parte da strati di inequivocabili residui sacrificali.

RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO B
Accanto all'altare c'è un contenitore di offerte monetali che ha restituito più di duecento monete romane di bronzo e d'argento. Sono state trovate nel recinto anche depositi di materiali votivi, in particolare ceramiche greche e teste e statue etrusche in terracotta. Sono inoltre tornate in luce una meridiana e un busto marmoreo di età imperiale romana.

Il recinto era accessibile da una strada interna al santuario, la Via Sacra, con rifacimenti dal VI sec. a.c. all'età romana. Larga 7 metri e fornita di marciapiedi per una larghezza complessiva di 9,50 metri costituisce la più monumentale strada etrusca finora scoperta. Soltanto nella metà orientale sono rilevabili solchi di carri appena incavati, a dimostrazione di un transito occasionale e contenuto: si tratta infatti di un percorso processionale e "trionfale" che termina di fronte a un tempio.

Al fianco orientale della Via Sacra è stato scoperto inoltre un tempio arcaico di notevoli dimensioni, purtroppo conservato solo nel basamento, sul quale giaceva uno strato ricchissimo di ceramiche greche e una coppa in bucchero con un'iscrizione che menziona l'appellativo "madre" rivolto a una Dea.

La via si dirige a Sud verso un settore più elevato, dove sono tornate in luce le fondazioni di un altro imponente edificio templare, preceduto da un recinto che delimita una fontana monumentale circolare della quale resta anche il doccione a testa leonina.

RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO A

LA TESTA DEL DIO VOLTUMNAE

Nell'area del Fanum Voltumnae, risalente al VI secolo a.c. è stata infine portata alla luce la testa del Dio degli Etruschi, Voltumna, il re degli Dei, insieme al tempio principale e la strada sacra.
Ma non mancano i monumenti di età romana, come il complesso termale in parte costruito sopra la Via Sacra etrusca.

TESTA DI DIVINITA'
Le terme, ormai distrutte, fra il IV e il V sec. d.c. vennero utilizzate come struttura abitativa. A iniziare dal VI sec. d.c. la zona divenne infine cimitero cristiano. Per ultimo un complesso ecclesiale del quale si era persa ogni traccia, noto nei documenti medievali con il nome di S. Pietro in vetere e che era sorto su precedenti edifici etruschi e romani.

Tra i numerosi reperti rinvenuti notevoli sono, per qualità e quantità, le terrecotte architettoniche e policrome che decoravano gli edifici sacri, con un arco cronologico che va dal VI al III sec. a.c.. oltre a magnifici frammenti di ceramiche attiche, appartenenti a vasi di grandi dimensioni e prestigiosi doni votivi al santuario.

Poi bronzi figurati e teste votive femminili tra cui emerge una raffinata testina bronzea, inoltre monete "straniere" (coni di zecca umbra, greca e siculo-punica) che indiziano la frequentazione dell'area sacra, di grande fama anche fuori d'Etruria.

Il Campo della Fiera di Orvieto è dunque la sede del Fanum Voltumnae e molti dei materiali rinvenuti sono già esposti nel Museo Archeologico Nazionale di Orvieto. Ultimamente è stata ritrovata la testa del Dio degli Etruschi, Voltumna, il capo delle divinità dell'antico popolo.

Nuovi eccezionali ritrovamenti archeologici a Orvieto nell'area del Fanum Voltumnae, il grande e mitico santuario federale degli Etruschi risalente al VI secolo a.c. Alla luce anche il tempio principale e la strada sacra.

MOSAICO DELLE TERME

- 2013 - Nella campagna di scavo 2013 sono emerse, ad una quota più alta dello scavo dove finora era affiorato il basamento dell’edificio sacro, il gocciolatoio di una fontana di metà del V sec. a.c.; a quota più ancora più alta è emersa una strada medievale che si sovrappone alle strutture etrusche ed una canaletta che adduceva l’acqua alla fontana stessa. 

All’angolo con l’attuale edificio di una villa è poi emerso un altro edificio sacro di grande interesse scientifico, ma anche una piattaforma in tufo con foro e un tappo funzionale alle libagioni e alle offerte liquide rivolte alle divinità.

E’ venuto alla luce, inoltre, il quarto tempio certo di Campo della Fiera (un quinto tempio resterà probabilmente sepolto sotto la chiesa di S. Pietro in vetere), di cui è emersa la parete frontale, ora completamente visibile nelle sue dimensioni (35 metri x 7 metri) e nei suoi mosaici.

TESTA DI DIVINITA'

Nella “zona termale” è stato liberato l’intero percorso balneare: dal frigidarium per i bagni in acqua fredda, al tepidarium lper i bagni in acqua tiepida fino allo scavo della camera di combustione con gli incassi del grande calderone di acqua che distribuiva calore ed un ulteriore gocciolatoio. Dalle terme è affiorata anche una spilla che raffigura la Lupa che allatta i gemelli.

- 2016 - Le ricerche archeologiche 2016 hanno  svelato un bel mosaico in bianco e nero raffigurante soggetti marini, tra cui una minacciosa una Scilla, armata di remo e dalle estremità terminanti in teste di cane, circondata da mostri marini che avvolgono in più spire le loro lunghe code, oltre a guizzanti delfini, e una fornace a forma rotonda dove nel III secolo a.c. si cuocevano ceramiche.

Ma adesso ha svelato un nuovo ambiente a ridosso dell’atrio della  residenza del magistrato che presiedeva le annuali riunioni presso il Fanum Voltumnae: un elegante mosaico a tessere nere e scaglie di marmi policromi provenienti da diverse cave del Mediterraneo. 


Il centro della stanza è decorato da un quadro con un fiore a quattro petali. Si tratta di un pavimento chiamato dai Romani ‘scutulatum’, molto costoso sia per l’esecuzione che per i materiali.
Il sito, che dal VI secolo a.c. fu sede del santuario federale etrusco, chiamato dagli Etruschi “Il luogo celeste” e dai Romani Fanum Voltumnae, venne ristrutturato in epoca romana perdurando per più di 2000 anni, finchè non venne cancellato dalle chiese e gli edifici sovrastanti.

Finora sono emersi due complessi termali e mosaici romani e tombe cristiane; mentre nell’area circostante il grande tempio etrusco ubicato alla quota più alta dell’area, sono emerse le strutture di un portico e di fontane. Sono stati scoperti, inoltre, resti del convento e della chiesa di San Pietro in vetere, costruiti sopra una grande e lussuosa dimora romana, sede degli incontri ufficiali che annualmente avevano luogo presso il santuario. 

ALTARE
"I vari ritrovamenti" ha spiegato l'archeologa Simonetta Stopponi, responsabile del progetto di ricerca " rivelano l'importanza del sito archeologico orvietano, frequentato ancora dai fedeli del Medioevo". Il fatto che nei secoli che seguirono la caduta dell'Impero Romano d'Occidente la religione fosse totalmente cristianizzata è una credenza ampiamente da sfatare. Le religiosità dei pagus, cioè pagane, resistettero a oltranza con le antiche divinità. 

Mentre nelle città il controllo del potere fu durissimo imponendo la conversione al cristianesimo con la pena di morte e l'alienazione dei beni alle famiglie, nelle campagne il controllo era molto difficile perchè i fedeli recitavano i loro riti nelle aperte campagne e nel folto dei boschi dove il controllo era impossibile. Il paganesimo si estirpò solo nel XVI secolo con l'avvento della Santa Inquisizione che bollò come demoniaco e stregonico qualsiasi residuo di paganesimo. Fu il clima del terrore e non la fede a dettare la conversione.

DECORAZIONE DEL TEMPIO

- LUSSEMBURGO -

Frammenti marmorei, altari, teste femminili in terracotta, monete, vasi greci, un braccio di grandi dimensioni appartenente a una statua di culto e una base lapidea di statua bronzea, rapinata dai conquistatori romani, la cui lunga incisione in lingua etrusca, databile al 510 a.c., rivela l'esistenza del santuario che gli Etruschi chiamavano "Luogo Celeste". 

Sono questi gli antichissimi gioielli rivenuti in 18 anni di scavi nell'area di Campo della Fiera di Orvieto (Tr) che saranno protagonisti della grande mostra "Il Luogo Celeste. Gli Etruschi e i loro dei. Il santuario federale di Orvieto" ospitata dal 15 marzo al 2 settembre presso il Musée National d'Histoire et d'Art di Lussemburgo.

La mostra, organizzata dall'Associazione Campo della Fiera Onlus, svela attraverso oltre 1200 reperti mai esposti gli straordinari segreti del "Fanum Voltumnae", il santuario federale della Lega Etrusca dove, come scrive Tito Livio, si riunivano i rappresentanti delle dodici maggiori città per prendere decisioni in comune. Un luogo sacro dedicato al dio etrusco Veltune di incredibile importanza storica, se si pensa che fu l'unico tra i grandi santuari etruschi che fu oggetto di un'intensa opera di ristrutturazione da parte dell'imperatore Augusto.

PAVIMENTO SCUTULATUM
Nell'esposizione, che occupa due piani del museo lussemburghese per una superficie totale di 650 mq, il pubblico seguirà un percorso cronologico volto a documentare attraverso gli oggetti esposti e con l'ausilio di testi in 4 lingue (francese, inglese, italiano e tedesco) il ruolo politico e il significato religioso del santuario nel corso dei secoli. Inoltre con un'introduzione sulla civiltà etrusca e sulla città di Orvieto verrà presentata l'intera area dello scavo, oltre 5 ettari nei quali sono emersi una grande Via Sacra (a cui è dedicata un'ampia sezione della mostra) e quattro templi. 

Le numerose basi in pietra esposte lungo il percorso testimoniano il saccheggio di oltre 2000 statue bronzee da parte dei Romani, così come viene dimostrata la continuità di culto nel santuario non solo in età romana ma anche in età cristiana, con la testimonianza anche di quella che è stata riconosciuta come la Chiesa di San Pietro in Vetere, databile tra il XII e il XIII secolo.

Dopo la prima tappa in Lussemburgo, l'idea degli organizzatori sarebbe quella di riportare la mostra "a casa", magari proprio a Orvieto. Per farlo però bisogna superare lo scoglio della mancanza di finanziamenti, il più grande problema affrontato durante i quasi vent'anni di scavi. "Il museo del Lussemburgo ha sostenuto gran parte delle spese. 

Ci piacerebbe portare questa mostra in Italia: se troviamo i finanziamenti è già tutto pronto", spiega all'Ansa la professoressa Simonetta Stopponi, che ha condotto gli scavi ed è presidente dell'Associazione Campo della Fiera Onlus, "in questi anni sono passata dalle biblioteche, dove in genere lavoro, alle sale d'attesa di ogni tipo di ente che potesse finanziare gli scavi. 

Per fortuna da tempo a sostenerci è la Cassa di Risparmio di Orvieto e speriamo che continui a farlo". "Sono stati 18 anni di scavi, di campagne annuali con ogni volta 100 studenti futuri archeologi provenienti da Italia, Europa e Stati Uniti, di soddisfazioni e delusioni, per scoprire sotto la rupe orvietana una superficie di oltre 5 ettari", prosegue, "ma lo scavo non è finito, c'è ancora tanto da scoprire".


BIBLIO

- Simonetta Stopponi - La media valle del Tevere fra Etruschi ed Umbri - in Filippo Coarelli - Helen Patterson (a cura di) - Mercator placidissimus - The Tiber valley in antiquity, New research in the upper and middle river valley - Roma - Ed. Quasar - 2009 -
- Augusto Ancillotti, Romolo Cerri - La civiltà degli Umbri - Edizioni Jama - Perugia - 1996 -
- Giovanni Colonna - I caratteri originali della civiltà Etrusca - in Mario Torelli (a cura di) - Gli Etruschi - Milano - Bompiani - 2000 -
- Roberto Bosi - Il libro degli Etruschi - Bompiani - Milano - 1983 -
- Raymond Bloch - Gli Etruschi - Garzanti - Milano - 1960 -



PERUSIA AUGUSTA - PERUGIA (Umbria)


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ARCO DI AUGUSTO

Perugia etrusca, dal VII-VI sec. ac., cercò di espandersi nel territorio umbro sulla riva sinistra del Tevere, che segnò sotto Augusto il confine tra la Regio VI Umbria e la Regio VII Etruria.

La battaglia del Sentino, detta anche delle nazioni, nel 295 a.c., durante la III Guerra Sannitica, si svolse tra l'esercito romano e una lega di Etruschi, Sanniti, Galli Senoni ed Umbri. Si risolse con una decisiva vittoria romana.

I Sanniti, nel 296 a.c. mossero in Etruria con un grande esercito, per ottenere l'alleanza di Etruschi, Umbri e Galli contro Roma. La mossa ebbe successo, e si formò una coalizione di quattro popoli, che radunò un grosso esercito nel territorio di Sentino. I Piceni, invece, che avevano invece visto il proprio territorio settentrionale invaso dai Galli, si allearono con i Romani.

I Romani  si accamparono a circa quattro miglia dal nemico. In questo ai Sanniti ed ai Galli fu affidato il compito di dare battaglia ai romani sul campo, ad Umbri ed Etruschi, quello di attaccarne l'accampamento. Conosciuti i piani, i consoli romani ottennero fecero allontanare gli Etruschi da Sentino, per proteggere Chiusi attaccata da forze romane.

Fu in questa battaglia che Decio Mure, come aveva già fatto il padre, invocò la devotio.
« . Si consacrò in voto recitando la stessa preghiera, indossando lo stesso abbigliamento con cui presso il fiume Veseri si era consacrato il padre Publio Decio durante la guerra contro i Latini, e avendo aggiunto alla formula di rito la propria intenzione di gettare di fronte a sé la paura, la fuga, il massacro, il sangue, il risentimento degli dèi celesti e di quelli infernali, e quella di funestare con imprecazioni di morte le insegne, le armi e le difese dei nemici, e aggiungendo ancora che lo stesso luogo avrebbe unito la sua rovina e quella di Galli e Sanniti - lanciate dunque tutte queste maledizioni sulla propria persona e sui nemici, spronò il cavallo là dove vedeva che le schiere dei Galli erano più compatte, e trovò la morte offrendo il proprio corpo alle frecce nemiche. »
(Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 28.)

« In quella giornata vennero uccisi 25.000 nemici, mentre i prigionieri catturati ammontarono a 8.000. Ma la vittoria non fu certo priva di perdite, visto che tra gli uomini di Decio vi furono 7.000 caduti, tra quelli di Fabio più di 1.700. »
(Livio, Ab Urbe condita libri, X, 29.)

Per l'Urbe il risultato concreto della battaglia di Sentino, infatti, fu la possibilità di continuare la sua politica di egemonia sul resto della penisola. I Romani con la battaglia di Sentino conquistarono Perusia e gran parte dell'Umbria, pur conservando la propria lingua (l'uso dell'etrusco è documentato in città fino a tarda età repubblicana) ed una limitata autonomia municipale.

Nella II guerra punica la città, pur conservando ancora le proprie specificità ma dimostrandosi fedele a Roma, dà rifugio ai romani dopo la tragica sconfitta nella Battaglia del Lago Trasimeno nel 217 a.c. È solo a partire dal I sec. a.c., in seguito alla Guerra Sociale, che Perugia ottiene la cittadinanza romana nell'89 a.c. 

L'incendio della città nel 41 ac. durante il Bellum Perusinum tra Ottaviano e Antonio, incendio voluto dall'Augusto per punire la città sterminandone l'aristocrazia che aveva appoggiato Marco Antonio, fu un occasione per l'imperatore per farla ricostruire più bella di prima.

Pur serbandone l'assetto viario etrusco, la ricostruì sotto il nome di Augusta Perusia, in nome della famosa clemenza che l'augusto aveva ereditato da Cesare. 

Ancor oggi la scritta Augusta Perusia è visibile sulle porte regali di accesso alla città, tra tutte sull'Arco  

In età imperiale la città si espande ben oltre la cinta etrusca, come testimoniano l'anfiteatro ed il tempio di Marte, od il mosaico rappresentante il mito di Orfeo (II secolo d.c.) nei pressi del quale sorgevano le terme. Nella seconda metà del III sec. l'imperatore Vibio Treboniano Gallo, perugino d'origine, dà alla città lo ius coloniæ.



PERUSIA AUGUSTA ( Fonte )

Un nuovo rinvenimento archeologico in centro storico a Perugia.Basta scavare per trovare qualcosa in una città così antica, costruita strato dopo strato dalle varie civiltà avvicendatesi una dopo l'altra, in un continuo rinnovarsi di stili e di sapienze architettoniche.

I resti di una strada in basolato di epoca romana sono venuti alla luce in Corso Cavour all'altezza di via Podiani. La porzione di strada ha una larghezza massima di 1 metro circa e una lunghezza di metri 4.50. Costruita con basoli di calcare, mostra i segni del passaggio delle ruote dei carri.

La scoperta ancora non ha ancora nulla di eccezionale dal punto di vista artistico e architettonico, ma costituisce un ulteriore tassello per la ricostruzione di una storia urbana della città e della prima espansione del suo nucleo urbano.

La civiltà romana a Perugia non è immediatamente evidente, in quanto è penetrata nell'antica acropoli fondendosi gradualmente con l'altra grande civiltà che la precedeva, quella etrusca.


I massimi esempi dell'arte e dell'architettura romana ancor oggi visibili a Perugia sono:
  • il Mosaico di Orfeo e le Fiere, rinvenuto presso l'ex Chiesa di Santa Elisabetta, oggi nei locali dall'Università di Perugia in via Pascoli. Il soggetto è ricorrente nell'antichità e il tratto dell'artista lascia intuire una maestranza venuta da Roma. Il Mosaico sorgeva nei pressi delle antiche Terme cittadine.
  • le colonne del Tempio di Sant'Angelo, la più antica chiesa paleocristiana di Perugia, risalente al V secolo d.c. Costruita sopra una tempio pagano (dedicato al dio Vulcano?) dal quale ha preso diversi elementi, tra cui appunto le splendide colonne romane dai capitelli corinzi, la chiesa presenta una rara pianta circolare.
  • Porta Marzia: la porta in travertino è di origine etrusca, ma sono diversi gli elementi romani in essa presenti. A dominare la scena, tra le balaustre a bassorilievo di capitelli dorici, le figure di Giove, al centro tra i Dioscuri Castore e Polluce e due sculture Equestri di gusto romano. Oggi la porta Marzia è inglobata all'ingresso posteriore della Rocca Paolina, verso viale Indipendenza.
  • la statua bronzea dell'Imperatore Germanico, custodita presso il Museo Archeologico Nazionale. Il rivestimento da cerimonia dell'Imperatore, in atto benedicente, raffigura alcune vicende della mitologia classica omerica. La statua manca da Perugia da diversi anni, per via di una situazione di stallo venutasi a creare tra la Sovrintendenza ai Beni Culturali dell'Umbria e la città di Amelia, dove la statua venne rinvenuta e presso il cui Museo Civico si trova oggi, ufficialmente in prestito. 
  • L'Arco di Augusto, in realtà il maggiore monumento etrusco rimasto, costituisce la porta della cinta muraria etrusca (IV-III secolo a.c.) orientata verso nord, guarnita in epoca romana di poderosi bastioni laterali realizzati in blocchi megalitici di travertino (dimensione media cm 100x60 in facciata). Il contrafforte sinistro è sormontato da elegante loggia rinascimentale e ornato alla base di fonte seicentesca, a sua volta sormontata da due tipici falli etruschi. Nell'arco a tutto sesto è incisa la scritta AUGUSTA PERUSIA.
  • Dagli scavi sotto la cattedrale di S. Lorenzo sono emersi numerosi frammenti di decorazioni architettoniche, quali capitelli, cornici marmoree riferibili all’età romana, che per Perugia iniziò con la designazione a console di un perugino nel II secolo a.C. e si compì con l’assegnazione alla città dello status di municipio.


LE ACQUE

Perugia è costruita su un reticolo di cunicoli sotterranei, sicuramente etruschi, reimpiegati e ampliati dai romani. oggi ne risultano censiti poco più di venti, per una lunghezza complessiva di circa 1.300 m, con funzioni di drenaggio,o per usi potabili ed irrigui.

Alcuni percorsi sono rettilinei, altri tortuosi proprio per raccogliere l'acqua e convogliarla fin sotto le abitazioni.

Per l'abbondanza delle acque gli Etruschi prima e  i romani poi, costruirono diversi pozzi e cisterne in cima ai colli di Perugia. La realizzazione di un ingente numero di fontane e di pozzi permette dunque che i canali sotterranei trovino vie di sfogo e di utilizzo.

PORTA MARZIA
Pozzo Sorbello, in piazza Danti, così detto poiché ubicato nei sotterranei del Palazzo gentilizio Ranieri di Sorbello. Coevo alla cinta muraria etrusca, costruito con i grandi blocchi dello stesso tipo di travertino, che rivestono la canna per 17 filari, si trova circa 4 m al di sotto dell’attuale livello stradale ed è alimentato da acqua sorgiva.

Struttura unica nel suo genere, sia per le caratteristiche architettoniche, che per l’originalità della doppia funzione di pozzo e di cisterna, ha una profondità di circa 35,60 m e un diametro massimo di 5,6 nella parte superiore della canna.

Da segnalare il sistema di copertura, costituito da due possenti capriate, formate ciascuna da cinque
grandi blocchi di travertino: due monoliti orizzontali, due monoliti trasversali e una chiave di volta,
come base di appoggio dei lastroni pavimentali sui quali poggiava la vera quadrata, entro cui era ricavata l’apertura per l’attingimento dell’acqua.

Il pozzo-cisterna aveva una capacità fino a 424.000 l e si può considerare il principale serbatoio idrico della città fino al medioevo. Altri pozzi e cisterne si trovavano all’interno della città antica, rimanendo in uso fino alla costruzione del primo acquedotto medievale.

POZZO SORBELLO
Tra questi molto simile al pozzo Sorbello, per monumentalità e caratteristiche tecniche, è la cisterna all’angolo tra via Bonazzi e via Caporali, inglobata e riutilizzata in età romana in una domus dai ricchi pavimenti musivi (proprietà privata).

Ai primi secoli dell’epoca romana risale un’altra grande cisterna e fontana, in opera cementizia, lunga m 26,5, larga m 4,8, ubicata nel Foro romano, sottostante l’attuale Piazza IV Novembre (scavata e ricoperta, non più visibile).

Sono invece visibili e visitabili (su richiesta alla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria) le strutture sotto Piazza Cavallotti, relativi a un sistema di cunicoli e di canalizzazione pertinenti a una fontana di epoca romana, originariamente rivestita in marmo, poi con pavimentazione a mosaico.

Di certo le cisterne e i pozzi antichi di Perugia sono tra loro correlati sulla base di un tracciato collegato all’andamento viario antico ad assi ortogonali, a sua volta raccordato con le principali porte urbiche.


BIBLIO

- Plinio il Vecchio - Naturalis historia - III -
- Cesare Crispolti - Perugia Augusta - Perugia - Tomasi e Zecchini - 1648 -
- Pompeo Pellini - Dell'historia di Perugia - Venezia - 1664 - ristampa anastatica: Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1968 -
- Luigi Bonazzi - Storia di Perugia dalle origini al 1860 - Perugia - Tipografia di Vincenzo Santucci - 1875-1879 -
- Eck, Werner - The Age of Augustus - Blackwell Publishing - 2003 -
- Briquel, Dominique - Le sacrifice humain attribué a Octave lors du siege de Perouse, in Augusta Perusia - a cura di Università degli Studi di Perugia e di Giorgio Bonamente - editrice "Pliniana" - Perugia - 2012 -



 

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