APPIO CLAUDIO CIECO




Nome: Appio Claudio Cieco
Nascita: 350 a.c.
Morte: Roma 271 a.c.
Professione: Politico e Letterato
Incarico politico: 307-280 a.c.

"Fabrum esse suae quemque fortunae"
"Ciascuno è artefice del proprio destino"






LE ORIGINI

Appio Claudio, (350  – 271 a.c.), nacque da famiglia patrizia della antica gens Claudia, Appio Claudio Cieco  è stato un politico e letterato romano. Secondo la leggenda, la sua cecità, da cui gli derivò il soprannome di Cieco, fu dovuta all'ira degli Dei per la sua idea di unificare il pantheon grecoromano con quello celtico e quello germanico, sicuramente una leggenda inventata dai conservatori scandalizzati.

Di antico ceppo sabino,  dedito all'attività letteraria e alla filosofia, pur ambedue disprezzate dalla tradizione romana arcaica che riconosceva solo il valore militare e la fedeltà alla patria, fu un personaggio notevole, intelligente e liberale, con marcata sensibilità verso la società greca, che lo portò ad integrarne la cultura e l'arte nel mondo romano con grande arricchimento per Roma. La letteratura e la filosofia, nella tradizione romana arcaica, erano considerate attività poco mascoline ed indegne di un vero cittadino romano. I fatti poi dimostreranno il contrario, perchè grandi generali furono letterati notevoli, a cominciare da Giulio Cesare. Fu dunque un aristocratico illuminato e progressista che si adoperò a favore della plebe, in quanto non voleva lui stesso sottostare al patriziato retrivo e tradizionalista.



L'UOMO NUOVO

Fu un grande politico e una grande mente, dotato di una cultura superiore al suo tempo e al suo ambiente. Da buon politico fu inoltre un grande mediatore, cercando di conciliare gli interessi dei patrizi intransigenti con quelli dei plebei proletari.

Percorse un brillante cursus honorum, in quanto rivestì quasi tutte le più importanti cariche pubbliche e militari. Fu censore nel 312 a.c., console nel 307 e nel 296 a.c., sempre con Lucio Volumnio Flamma Violente come collega; fu inoltre dittatore nel 292 e nel 285 a.c.
Ebbe un ruolo rilevante nelle guerre contro Etruschi, Latini, Sabini e Sanniti, che sconfisse in battaglia nel 296 a.c.

Pur essendo un patrizio dell'alta aristocrazia romana, aprì in qualità di censore il senato ai cittadini di bassa estrazione sociale e ai figli di liberti. Nel 312 infatti introdusse uomini nuovi in Senato, persino figli di liberti. Combattendo le istanze più conservatrici della società romana, decise anche di ripartire i cittadini tra le classi previste dall'ordinamento centuriato tenendo in considerazione i beni mobili oltre che le proprietà terriere. Permise, inoltre, agli abitanti humiles di Roma di iscriversi alle tribù rustiche, che erano precedentemente controllate dai membri dell'aristocrazia terriera.



LE OPERE PUBBLICHE

A lui si deve la costruzione del tempio di Bellona, a Roma nel 296 in Campo Marzio, di fianco al Tempio di Apollo Medicus, con cui svolgeva funzioni complementari: senaculum come sede del senato per ricevere i magistrati cum imperio e per la concessione dei trionfi, davanti stava la columna bellica da cui venivano fatte le dichiarazioni di guerra per i popoli non limitrofi. Forse conteneva le imagines clipeate della gens claudia poste da Appio (o più probabilmente da Claudio Marcello nel I sec.).

Fece quindi costruire il primo acquedotto, dell'Aqua Appia (o Aqua Claudia)  che prende acqua dalla Rustica sulle via Collatina e finisce sull’Aventino, con una portata di 75.000 m3.

Poi ordinò la costruzione della via Appia, da lui prese nome, la regina viarum, la prima grande strada militare che conduceva a Capua, il che dimostra chiaramente l'interesse di Appio Claudio per l'espansione romana verso la Magna Grecia. Fu nel 312 a.c. infatti che Appio convocò il Senato dicendo che occorreva costruire una strada degna del popolo di Roma, dopo la vittoria  sui Sanniti e la conquista della capitale Capua: il Senato approvò e nacque l'attuale Appia Antica.

Si deve ancora a lui la costruzione del Ponte Leproso a Benevento.

APPIO CLAUDIO CIECO ACCOMPAGNATO AL PARLAMENTO


LA CARRIERA

Fece una rapida carriera sia militare che politica ottenendo due volte il ruolo di edile curule, e tre volte di pretore e di interrege.
Per far fronte agli attacchi delle coalizioni di popoli italici, Roma doveva disporre di un numero sempre maggiore di uomini e di mezzi e, per averli, bisognava legare allo Stato coloro che si erano arricchiti nel commercio e nell'industria con la concessione di diritti politici che comportassero doveri patriottici.

Nominato censore nel 312, nell'operare il censimento tenne conto della ricchezza mobiliare e non più soltanto di quella fondiaria, quindi includendo schiavi, mobili, carrozze, statue, gioielli ecc; per la stessa ragione introdusse nell'ordine senatorio uomini di bassi natali, tra cui alcuni figli di liberti, e distribuì i liberti stessi nelle tribù rustiche col permesso di iscriversi in tutte le classi dell'ordinamento centuriato, che erano precedentemente controllate dai membri dell'aristocrazia terriera. Permise, inoltre, agli abitanti humiles di Roma di iscriversi alle tribù rustiche.

Riportò allo stato la cura del culto dell’Ara Maxima di Ercole nel foro Boario, prima gestito dalla famiglia Potitia e poi Pinaria

Nel 310 fu riconfermato censore e nel 307 divenne console. Grazie alle sue riforme la ricchezza mobiliare fu in grado di opporre i suoi interessi a quelli dei contadini e dei proprietari fondiari. La nobiltà reagì violentemente, ma non poté impedire che le nuove leggi democratiche venissero approvate.

Nel 292 e nel 285 a.c. fu per due volte nominato dittatore per fronteggiare la III guerra sannitica, la conquista dell'Etruria e la guerra contro i terribili Galli Senoni.

Morì a Roma nel 271 a.c. alla rispettabile età di 79 anni, notevoli per l'epoca.



IL DIRITTO ROMANO

Per sua iniziativa nel 304 a.c. fu pubblicato a cura del suo segretario Gneo Flavio il civile ius, il testo delle formule di procedura civile (legis actiones), chiamato Ius Flavianum, un elenco di procedure civili che consentivano al cittadino di ricorrere alla legge, e il calendario in cui erano distinti i dies fasti e dies nefasti. Fu  la prima opera latina di procedura giudiziaria.


Gneo Flavio

Secondo Pomponio il segretario di Appio Claudio era figlio di un liberto e costituì una tappa negli annali della giurisprudenza romana per aver divulgato il testo delle formule procedurali, sino ad allora privilegio dei patrizi, la cui raccolta fu detta Ius Flavianum e costituì il primo nucleo del Diritto romano. La divulgazione avvenne grazie alla volontà e al sostenimento economico e politico di Appio Claudio.

Successivamente, sempre col patrocinio di Appio, pubblicò il calendario dei fasti, ovvero dei giorni in cui era consentito stare in giudizio, ad evitare che il popolo fosse costretto ad interpellare i sacerdoti per conoscerli. Assunse la carica di edile curule ed alla sua opera, nel 304 a.c., venne dedicato un tempio alla Concordia, costruito nell'area Volcani.

Nel 296 a.c., sempre con Lucio Volumnio Flamma Violente come collega, fu nuovamente nominato console  e combattè come valente generale nelle guerre contro Etruschi, Latini, Sabini e Sanniti, che sconfisse in battaglia nello stesso anno.



L'ORATORIA

VIA APPIA
L'eloquenza ebbe in Roma una lunga tradizione, che nacque almeno da Appio Claudio Cieco e che con la storiografia era l'unica attività intellettuale degna di un aristocratico, necessaria per fare carriera nella vita politica, a parte  l'attività fisica, cioè bellica, indispensabile per l'excursus.

Di Appio si ricorda la grande abilità oratoria: fu una sua orazione del 280 a.c., in senato, ormai settantenne e cieco, come indica il soprannome, a dissuadere i Romani dall'accettare le proposte di pace di Pirro, re dell'Epiro, pronunciando (280) un famoso discorso cui Cicerone alludeva come al primo discorso ufficiale mai pubblicato a Roma..
Il senato respinse così le proposte di pace di Pirro se prima non avesse lasciato l'Italia; e l'orazione venne pubblicata circolando almeno sino all'età di Cicerone.

Plutarco su questo episodio scrive che dopo la sua coinvolgente orazione tutti i senatori si "sentirono invadere da un ardente desiderio di combattere, e Cinea fu rimandato al re con questa risposta; Pirro doveva uscire dall'Italia, solo allora, se lo desideraca, i Romani avrebbero discusso di amicizia e alleanza; ma finchè era presente in armi, i Romani l'avrebbero combattuto con tutte le forze".



LETTERATURA

Si sa che scrisse un trattato a carattere giuridico “De usurpationibus”, non pervenuto, invece ci è pervenuta una raccolta di Sententiae, il Carmen de moribus, raccolta di massime in versi saturni, a carattere educativo e filosofico molto apprezzate dal filosofo greco Panezio, nel II sec. a.c. Secondo Cicerone, Appio Claudio avrebbe risentito della dottrina pitagorica, mentre oggi si pensa più probabile risenta dei versi sentenziosi della contemporanea commedia nuova greca. A parere di altri, che condividiamo, le sue sentenze appaiono piuttosto equilibrate e accorte, tutt'altro che moralistiche o auliche.

PONTE LEPROSO DA APPIO CLAUDIO FATTO ERIGERE
Nell'opera, di cui ci sono giunti solo tre frammenti, Appio Claudio si occupava di vari argomenti a carattere sapienziale; inoltre si interessò dell'ortografia latina, come l'applicazione del rotacismo, trasformazione della "s" intervocalica in "r", e l'abolizione della "z" per indicare la "s" sonora.

Risulta probabile che l'intera opera fosse scritta in versi saturni, cioè versi suddivisi in due unità ritmiche contrapposte, come in questi due dei tre frammenti tramandati:

Nell'opera, di cui ci sono giunti esclusivamente tre frammenti, Appio Claudio sviluppava argomenti vari di carattere sapienziale; vi propose inoltre la soluzione di alcuni problemi dell'ortografia latina, quali l'applicazione del rotacismo, cioè la trasformazione della "s" intervocalica in "r", e l'abolizione dell'uso della "z" per indicare la "s" sonora.
Risulta probabile che l'intera opera fosse scritta in versi saturni, come due dei tre frammenti di cui disponiamo:
« aequi animi compotem esse ne quid fraudis stuprique ferocia pariat. »
« possedere un animo equilibrato, affinché l'incontinenza non provochi danno e disonore. »
(Frammento 1 Morel; trad. di G. Pontiggia.)
« Amicum cum vides obliviscere miserias; inimicus si es commentus, nec libens aeque. »
« Quando vedi un amico, dimentichi gli affanni: ma se pensi che ti sia nemico, non li dimentichi facilmente. » (Frammento 2 Morel; trad. di G. Pontiggia.)
Il terzo frammento ci è giunto per tradizione indiretta tramite lo Pseudo Sallustio, forse alterato rispetto alla forma originale:

« fabrum esse suae quemque fortunae. »
« Ciascuno è artefice del proprio destino. » (Frammento 3 Morel; trad. di G. Pontiggia.)


Versi saturni

Il saturnio, l'unico verso della poesia latina arcaica, prende il nome da Saturno, rifugiato nel Lazio dopo la cacciata dal cielo. Il poeta Ennio scrive che gli antichi canti erano in saturni e che vi ricorrevano i vati e i fauni, nella tradizione religiosa e agreste. Ha un ritmo quantitativo, una precisa successione di sillabe lunghe e brevi, oppure accentuativo, con alternanza di sillabe toniche e atone, oppure quantitativo e accentuativo insieme. È probabile che nei primi secoli il verso avesse un ritmo accentuativo di origine indoeuropea, e successivamente diventasse quantitativo, più adatto alla lingua latina.




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