I NINFEI ROMANI



NINFEO DI VILLA GIULIA - ROMA
Un ninfeo è in origine un edificio sacro dedicato ad una o più ninfe, da cui il nome, in genere posto presso una fontana o una sorgente d'acqua. Le sacerdotesse, o semplicemente le donne, vi si recavano facendo offerte incruente e pregando per ottenere prosperità e pace. Qui si svilupparono poi altari o spazi sacri, poi veri santuari delle ninfe, in epoca ellenistica o romana, con costruzioni di forma rettangolare o circolare, contenenti una fonte e una fontana sacra.

PARTICOLARE DEL NINFEO DELLA FONTANA GRANDE - POMPEI
Il famoso Lourdes ad esempio è un antico santuario pagano. " Ai piedi della cittadella sorgeva un tempio pagano dedicato alle divinità delle acque, le cui costruzioni sono venute parzialmente alla luce subito dopo la demolizione della parrocchiale di Saint Pierre (avvenuta agli inizi del Novecento), insieme a resti di ceramiche e di tre altari votivi. "

I ninfei avevano diverse forme, rettangolari, ellittiche o circolari caratterizzati da un prospetto architettonico con nicchie che contenevano all’interno delle fontane.
Oggi le chiameremmo fontane monumentali, di quelle che si trovano nei parchi o nelle regge, ma i romani più ricchi li mettevano pure nelle loro case.

Il ninfeo in realtà non ha origini romane ma greche ed è attestato per la prima volta a partire dal IV secolo a.c. in un santuario dell’isola di Delo. Quello greco però aveva funzione religiosa mentre i romani, più edonisti, lo fanno diventare un luogo fantastico dove convogliare le acque.

In età repubblicana, soprattutto nelle ville del Lazio e della Campania, le fontane e i ninfei entrano a far parte dei giardini con tre elementi fissi: i ciottoli, le conchiglie e i mosaici. Ne fa testo la Casa di Nettuno e Anfitrite negli scavi archeologici di Ercolano.

Presso greci e romani con ninfeo si indicavano dei "luoghi d'acque", strutture con vasche e piante acquatiche presso i quali era possibile sostare, imbandire banchetti con amici, magari con musici, poeti e danzatori.



L'ESEDRA

Spesso il ninfeo aveva un incavo semicircolare, sovrastato da una semi-cupola, posto spesso in una stanza che si apriva su un portico, circondata tutt'intorno da banchi di pietra alti e ricurvi: un ambiente aperto destinato a luogo di ritrovo e conversazione filosofica.

ESEDRA DEL COLLE OPPIO - ROMA
Un'esedra può anche risaltare da uno spazio vuoto ricurvo in un colonnato, magari con una sede semicircolare. 

Oppure si poggiava su una casa, in una parete esterna che dava in un giardino.

L'esedra fu ampiamente adottata dai romani e così il ninfeo, che poteva avere anche più esedre, dalle quali l'acqua si incanalava in vasche di varia forma. 

A volte il ninfeo era un'opera urbana con getti d'acqua a più piani collocata nel punto terminale di un acquedotto. 

Nell'edilizia residenziale invece, i ninfei erano locali affacciati sul giardino-peristilio, destinati ai banchetti estivi, con un'edicola mosaicata da cui scaturiva l'acqua. Talvolta venivano decorate anche con incrostazioni in spuma di lava e conchiglie (da esse si originano le rocaille, parola che indica un tipo di decorazione eseguita con pietre, rocce e conchiglie, utilizzate come abbellimento di padiglioni da giardino e grotte.
Qui il peristilio, uno spazio delimitato da colonne, era per lo più uno spazio pavimentato, mentre il ninfeo, a fianco ad esso, era una fonte leggiadra. Innumerevoli ninfei di questo tipo si trovano nelle case più ricche di Pompei ed Ercolano (per esempio, la Casa di Giulia Felice).
La decorazione di ninfei, spesso a tessere bianche e nere, comincia ad avere tessere policrome dal 58 a.c., come appare nel teatro di M. Scaurus a Roma (Plin. XXXVI, app. 114) e nelle residenze imperiali di Tiberio di Capri e si diffonde ampiamente nel I secolo d.c. Si pensi ad esempio al ninfeo di Marina della Lobbra nella penisola sorrentina. 

I ninfei a pianta centrale servirono come base per la progettazione dei battisteri paleocristiani, edifici annessi a una chiesa, dove si svolgeva il rito del battesimo. La separazione dei due luoghi ebbe origine nei primi secoli dell'era cristiana, quando i non ancora battezzati non erano ammessi alle celebrazioni eucaristiche all'interno dei luoghi di culto consacrati.

NINFEO BERGANTINO - CASTELGANDOLFO

ESEMPI DI NINFEI


IL NINFEO DI VILLA PIPIANO

Si tratta di una parte di una villa marittima di età giulio-claudia (50-55 d.c.) ed é uno degli esempi più esplicativi di questo genere, e pure meglio conservati in Campania, riguardante le splendide ville marittime consacrate all’otium dagli imperatori e dai ricchi nobili romani su tutto il golfo di Napoli.

La straordinarietà dei ninfeo riguarda tanto la grandiosa articolazione scenografica della struttura architettonica, quanto la preziosa e policroma decorazione delle pareti interamente rivestite a mosaico con costose paste vitree.



"Nel 1979 l’Archeoclub di Massa Lubrense segnalò alla Soprintendenza delle Province di Napoli e Caserta l’esistenza di una “edicola” mosaicata posta sul costone roccioso prospiciente il mare, lungo la via costiera, allora ancora in fase di sistemazione, che univa Marina della Lobra all’insediamento residenziale di S. Montano (il tratto comunemente chiamato “la Ghiaia”), e ne fornì una fotografia a colori.

Circa nove anni dopo la comunicazione dell’Archeoclub, nel 1988, la Soprintendenza intraprese una campagna di scavo di quella che sembrava un’”edicola” isolata e che si rivelò, invece, parte di un monumentale ninfeo, pertinente ad una villa romana edificata in quel luogo.

Successive indagini archeologiche sistematiche iniziate nel 1993 e continuate nel 1994 e 1996 hanno consentito il rinvenimento di altri elementi del ninfeo, in parte rovinato dal susseguirsi di fenomeni di smottamento comuni a quel tratto costiero.

Nelle varie campagne di scavo sono state recuperate dieci nicchie interamente rivestite di mosaici policromi. Per assicurare la conservazione della decorazione musiva costantemente in pericolo a causa delle frequenti frane, fu deciso il distacco dei mosaici contestualmente allo scavo per poi restaurarli e montarli su pannelli altrove.

Cinque delle dieci nicchie e un avancorpo sporgente, che probabilmente costituiva la parte centrale del ninfeo, sono state restaurate e ricostruite nel parco del Museo Archeologico Territoriale della Penisola Sorrentina “Georges Vallet”, allestito a Villa Fondi, a Piano di Sorrento, dove ora è possibile ammirarle.

La struttura architettonica, posta a circa 15 m sopra il livello del mare, si sviluppava per circa m 24. ed era costituita da una natatio rettangolare rivestita di cocciopesto e coperta all’interno di intonaco azzurro.
Era invece decorata sui bordi da lastre di marmo, presenti anche alla base delle pareti mosaicate, e da uno scenografico fondale articolato in corpi avanzati e retroposti, nei quali erano ricavate nicchie a pianta, alternativamente, trapezoidale e rettangolare. Dalla parte opposta la natatio si apriva alla vista del mare.
Un avancorpo sporgente per m 0,95, nel quale si apriva una nicchia absidata con soffitto a volta, costituiva la parte centrale del ninfeo dalla quale probabilmente scaturiva l’acqua che alimentava la piscina. Nella nicchia absidata si è conservata solo una piccola parte del rivestimento musivo, raffigurante dei pesci e un’aragosta sul fondo blu egizio. 
Cinque nicchie erano poste a destra dell’avancorpo centrale e altre cinque a sinistra, per un totale di dieci nicchie. 
La struttura muraria era in opera reticolata con cubilia di 8,5 cm di lato, ammorsata da blocchetti parallelepipedi di tufo grigio locale, e formava una quinta alta m 2,70.
Nel piano di fondo delle nicchie lastre di marmo coprivano le fistule di adduzione dell’acqua tutte asportate nell’ultimo periodo di vita del monumento. 
Al centro della natatio c’era una base rivestita di lastre di marmo. La copertura del ninfeo era realizzata con un filare di tegole coperte da un doppio strato di cocciopesto, realizzato il primo con malta e scaglie di tufo, l’altro con malta e scaglie di mattoni.

A Villa Fondi sono state ricostruite le cinque nicchie a destra dell’avancorpo centrale. In ordine di rinvenimento, si osserva una prima nicchia (quella diametralmente opposta all’avancorpo), con fondo piano e soffitto a volta, nella quale il pannello di fondo, molto danneggiato, era occupato da un riquadro con un cigno che stringe un nastro fra le zampe.

La seconda, rettangolare, a fondo piano e soffitto piano, ha un medaglione con la rappresentazione di un’antilope con lunghe corna in posizione di salto, con le quattro zampe sollevate da terra. La terza, con fondo absidato e copertura a volta, è decorata con scene di giardino.

Nella quarta, anch’essa rettangolare, fondo piano e soffitto piano, sulla parete di fondo, è raffigurato un medaglione con un grifo in volo. Anche nella quinta, l’ultima prima dell’avancorpo sporgente, a fondo piano e copertura a volta, è presente su tutti e tre i lati, una scena di giardino dietro una transenna ad incannucciata. Al centro è raffigurato un platano contornato da rami di alloro e uccelli svolazzanti.
La decorazione conservata costituisce una delle più estese e rappresentative superfici di mosaico parietale del I sec. d.c. attestate in Campania. E’ realizzata con tessere in più materiali utilizzati per ottenere effetti cromatici diversi: blu egizio (la cosiddetta “fritta” ottenuta dalla cottura di una mescolanza di sabbia, fior di nitro e rame) calcari policromi, marmo, pasta vitrea.
Il soggetto principale raffigurato è quello del giardino fiorito con alberelli dai colori sgargianti e astratti, popolati da uccelli variopinti, transennato da canne, che si sviluppa sulle pareti della terza e quinta nicchia e spicca sul blu egizio utilizzato come sfondo. 
Accanto alla raffigurazione del giardino si inseriscono coppie di quadretti con motivi idilliaci o di genere: la capra presso l’altare (nella prima nicchia), la colomba che estrae la collana dal portagioie (nella lunetta della prima nicchia), la pantera e la cista (sulla parete interna dell’arco della prima nicchia), l’uccello e la frutta (nella seconda nicchia), fondali marini con pesci e molluschi (nell’avancorpo centrale).


Tutte le scene sono inserite in una complessa trama di motivi decorativi: palmette circoscritte in grosse volute contrapposte dai colori brillanti, verde e blu, disegnate in giallo sul fondo rosso scuro; candelabri tortili dorati; bordi di tappeto con motivi cuoriformi contrapposti.

Gusci di conchiglie collocate su una superficie preventivamente dipinta di rosso sono utilizzati per sottolineare le cornici e i bordi dei campi decorativi.
Le ricercate composizioni tonali testimoniano una sensibilità coloristica propria del gusto ellenistico.


Effetti cromatici ottenuti con utilizzo di tessere diverse sono visibili nel medaglione contenente un busto femminile con i capelli lunghi ai lati del collo, dove tessere bianche rendono le lumeggiature del diadema a fascia, in giallo.


Nel medaglione della seconda nicchia, con un gorgoneion al centro di un elemento raggiato, l’uso di tessere di diversa gradazione di verde conserva l’effetto del volume di una stoffa pieghettata, mentre le pantere rappresentate nella prima nicchia hanno il mantello reso realisticamente a macchie con l’uso di tessere bianche, gialle, rosa e marroni.

Il tema del giardino verdeggiante con alberi ricchi di pomi e uccelli svolazzanti visto al di là di una staccionata di canne è largamente attestato in pittura: a Roma confronti si possono stabilire con i famosi dipinti del ninfeo sotterraneo di Villa Livia o con quelli del c.d. Auditorio di Mecenate; numerosi esempi sono presenti anche a Pompei ed a Stabia.

L’ampia diffusione di questo genere dimostra le sue profonde radici, le cui origini vanno forse ricercate nelle scenografie ellenistiche del dramma satiresco che, secondo Vitruvio (V, 6,9), erano caratterizzate da “alberi, grotte, monti ed altre scene campestri trasformate a mo’ di giardino”.

L’ampio uso di tessere in blu egizio, che con l’affermazione della pasta vitrea tende a scomparire dall’età tiberiana in poi, ma che in Campania continuerà fino agli anni ’60, la sintassi decorativa e la presenza di raffigurazioni di giardino hanno consentito di datare i mosaici in età claudia, negli anni 50-55 d.c. 


Il ninfeo era pertinente ad una villa marittima dotata di giardini, probabilmente con disposizione a terrazze, come sembra indicare l’esistenza di una rampa in terreno battuto rinvenuta sul lato orientale, mentre, alcuni frammenti di colonne doriche di tufo stuccate, sembrano indicare la presenza di un peristilio o porticato sulla terrazza superiore.

La villa di Marina della Lobra si inserisce in quel complesso di ville marittime costruite in posizione panoramica che soprattutto dal I sec. a.c. sorsero in tutto il Golfo di Napoli.
L’amenità dei luoghi fece della Penisola Sorrentina un sito privilegiato per la costruzione di dimore marittime, che sfruttavano scenografiche disposizioni degli ambienti.

La frequentazione della penisola da parte dell’aristocrazia romana da Augusto in poi, ed in particolare con la presenza di Tiberio e della sua corte a Capri dal 27 al 37 d.c., determinarono un periodo particolarmente florido, testimoniato anche da un’intensa attività edilizia a Sorrento durante la prima età imperiale."
SAN GIOVANNI DEL PALCO - AVELLINO

NINFEO DI SAN GIOVANNI IN PALCO

Al confine tra il comune di Lauro e di Taurano, ad est del Vesuvio e poco a sud di Nola, stretta fra le montagne di Sarno e gli Appennini interni, si estende la lussureggiante valle di Lauro, dove, in località San Giovanni del Palco si trova la bellissima villa romana costruita in età imperiale intorno al I secolo a.c.

Ai margini del Comune, in una splendida posizione soprelevata sorge il convento di S. Giovanni del Palco. Probabilmente la chiesa ed il convento di San Giovanni del Palco vennero  costruiti spoliando i resti di una Villa Romana, come è infatti illustrato in un affresco di fine ‘800 presente nel Castello Lancellotti.

RICOSTRUZIONE
Al centro del vallo, in posizione dominante, si trova il Castello Lancellotti, che fu costruito probabilmente su un tempio romano. Si tratta di una villa di circa 1400 mq costruita su tre livelli probabilmente per uso rurale data la presenza di numerosi vigneti ed oliveti e soprattutto alle vicine sorgenti a monte.

Sicuramente di uso rurale ma anche di uso residenziale, altrimenti vi non avrebbero edificato un ninfeo così vasto e così riccamente e splendidamente decorato. Ai piedi della chiesa, edificato su più terrazze lungo la collina, ci sono le bellissime terme della villa, scavato per circa 1330 mq. a partire dal 1981.

I resti finora portati in luce lasciano ipotizzare varie fasi di vita del complesso, con successivi restauri e riattamenti, dal II secolo a.c. fino all’eruzione vesuviana del 472 d.c., quando il complesso venne definitivamente abbandonato.

Vi si riconoscono infatti l'hypocaustum ed il sistema idrico di approvvigionamento. Nella terrazza inferiore si trova lo splendido ninfeo di età tiberiana, con fontana absidata, vasca e due edicole alle estremità, e, ai lati di queste, una serie di nicchie decorate con mosaici a tessere bianche e azzurre, e ben decorate con motivi diversi.
RICOSTRUZIONE DEL NINFEO DI PUNTA EPITAFFIO - PARCO SOMMERSO DI BAIA

NINFEO DI PUNTA EPITAFFIO

Il Ninfeo di Punta Epitaffio è un ninfeo romano, risalente al I secolo d.c. all'epoca dell'imperatore Claudio (41-54 d.c.), situato ad una profondità di circa 7 metri sotto il livello del mare all'interno del Parco sommerso di Baia, nel golfo di Pozzuoli, in Campania. Esso è stato poi  ricostruito nel Museo archeologico dei Campi Flegrei situato nel Castello Aragonese di Baia.

La scoperta casuale avvenne nel 1969, rinvenendo statue e blocchi sul fondale che pulite e ricomposte ricostituirono parte dello splendido e ricco ninfeo. 

Le statue dell'abside terminale raffiguravano l'episodio dell'Odissea in cui Ulisse, prigioniero nella grotta di Polifemo, cerca di ubriacare il ciclope per accecarlo. 
Ne restano la figura di Ulisse che offre a Polifemo la coppa di vino, e uno dei compagni, che reca l'otre, mentre non resta traccia della figura del Ciclope, che sicuramente occupava la posizione centrale.

Delle otto statue delle nicchi laterali, quattro sono perfettamente conservate, due sono di Dioniso giovinetto e le altre due, la prima ritrae Antonia Minore come Augusta, con in capo un diadema e in braccio un fanciullo alato, forse un Eros funerario.

APOLLO - BAIA
L'altra è una bimba dalle delicate fattezze, con un'acconciatura che ricorda i ritratti giovanili di Nerone, anch'essa ornata di gemme sul capo. 

Secondo alcuni trattasi di  Claudia Ottavia, futura sposa di Nerone, o meglio e più credibile, una delle figlie di Claudio morte in tenera età. Delle altre statue, come per il Polifemo, non si è trovata alcuna traccia.

Era dunque un ninfeo per la presenza dell'acqua e la decorazione delle pareti che imitano grotte naturali: l'abside e le nicchie dell'edificio erano infatti rivestite con pezzi di calcare naturale (finta roccia) e con mosaico di paste vitree policrome e conchiglie, mentre il resto delle pareti era coperto da lastre di marmo colorato.

Ma era contemporaneamente un triclinio perché secondo gli archeologi sulla piattaforma c'erano i letti tricliniari, con cuscini e lenzuoli su cui stavano sdraiate le persone e banchettavano allietati da musiche, danze e poesie.

NINFEO DELLA CASA DELLA FONTANA GRANDE - POMPEI


NINFEO DELLA CASA DELLA FONTANA GRANDE

La fontana, ovvero il ninfeo, fu rinvenuto nel 1826 a Pompei per interessamento di Francesco I di Borbone. La Casa della Fontana Grande era dotata di graziosi ninfei a nicchia decorati da mosaici e una fontana forse eccessivamente grande per le proporzioni del giardino. Il bellissimo viridario faceva da cornice alla grande fontana a mosaico ornata anche con conchiglie.

Questa casa, situata lungo la via di Mercurio, deve il nome alla presenza di quel genere di fontane, particolarmente in uso nell’età post-augustea, tipiche dell’Egitto greco-romano, ma pure dell'uso greco: fontane a nicchia interamente rivestite di mosaici a paste vitree policrome.

Ancora oggi, dopo venti secoli, ritroviamo inalterati i colori ed i motivi delle decorazioni parietali. D'altronde le paste vitree erano così preziose, e costose, che a volte ci si facevano delle collane legate addirittura con l'oro.

Accanto al ninfeo, è collocato un piccolo bronzo di cui l’originale si trova a Napoli, raffigurante un putto con delfino, ma anche delle copie di belle statue bronzee.

Degno di osservazione è anche il bel prospetto esterno, tutto in tufo a bugne e pilastri terminali ben squadrati.
Accanto a questa casa è situata anche la Casa della Fontana Piccola, con altro pregevole ninfeo.



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