GESTUALITA' DEI ROMANI



Gesticolare non era disdicevole per i Romani, come lo fu poi dall'epoca bizantina al medioevo dove le persone appaiono piuttosto imbalsamate. La proibizione del gesto si estese fino alla metà del XX sec. in cui la gestualità cominciò ad essere rivalutata.
Da allora in ogni epoca le mani costituirono un problema, i maschi le infilarono  nelle tasche del panciotto e poi nei pantaloni, le donne se la cavarono portando in mano borse, fazzoletti, guanti e ventagli.
Naturalmente la gestualità è molto connessa coll'istintualità e il lasciarsi andare, cosa che i romani non trovavano disdicevole pur seguendo rigide regole militari nei confronti dello stato.
Il lasciarsi andare non impediva l'espletamento dei propri doveri, come invece si è ritenuto nel post impero.

Per i Romani il gesto era invece importantissimo. Roscio era un grande attore comico romano, amico di Cicerone che lo sfidò a declamare recitando un pensiero, uno dei due ricorreva all'estrema eloquenza e l'altro accompagnava il dire con una puntuale gestualità. Gli astanti giudicavano chi era riuscito ad esprimere meglio: l'eloquenza contro la gestualità.

I gesti erano ritenuti molto importanti soprattutto nell'oratoria e nel teatro drammatico, e comunque faceva parte del fascino personale. Si dice ad esempio che Cesare avesse una gestualità ampia, ma armoniosa e contenuta, con cui dava più risalto ai propri discorsi, e che contribuì notevolmente al suo fascino..




IL SALUTO ROMANO

Una delle prime regole del saluto dovette essere il mostrare la mano disarmata, chiarendo così che si veniva con buone intenzioni. Oggi il saluto civile è una stretta di mano ma dobbiamo riconoscere che è un saluto a volte forzato, e che un contatto fisico con molta gente ce lo risparmieremmo, forse il saluto romano era più obiettivo oltre che più igienico.


A BRACCIO ALZATO


Occorre tener presente che in tutta la cultura antica mediterranea il saluto non prevedeva un contatto corporeo. Nel saluto egizio ad esempio, come racconta Erodoto, ci si inchinava portando la mano fino al ginocchio, e Greci, Etruschi e Romani non si toccavano.

Anche il saluto etrusco, come si può leggere nelle tombe di Tarquinia, era a braccio alzato.
I Romani salutavano a braccio teso nelle cerimonie ma il gesto era appena accennato nella vita quotidiana, cioè un braccio alzato con la palma in avanti e il braccio un po' piegato, se non altro per non intruppare gli altri.

Per capire il saluto romano basta guardare le statue di alcuni imperatori come Cesare o Augusto, o la statua equestre di Marco Aurelio per capire che il gesto è a braccio non disteso nè troppo piegato, sempre però con la palma in avanti.

La Colonna Traiana raffigura un saluto all'imperatore da parte delle legioni, in cui i milites salutano alzando il braccio destro non esteso completamente. Una gesto praticamente identico compare in un rilievo funerario di Efeso del II secolo d.c., in cui il militare saluta il superiore con braccio proteso in avanti ed un poco piegato, palma aperta rivolta verso il comandante, tutte le dita unite tranne il pollice allargato. Sicuramente prima che romano il gesto, almeno simile, fu greco.

Giuseppe Flavio nel suo De bello iudaico segnala come i legionari, acclamando il loro comandante, alzassero tre volte il braccio destro.

Non bisogna confondere il saluto civile con quello militare o da parata che fu in ogni tempo e luogo decisamente più scenico e rigido.

Il saluto del legionario romano consisteva nel battere con forza il pugno o la mano destra tesa sul petto, ma solo col superiore, perchè il saluto tra militari di pari grado e il saluto gladiatorio, affiancavano l'avambraccio destro a quello della persona da salutare scambiandosi una reciproca stretta al di sopra del polso.
Ma il saluto gladiatorio verso l'imperatore era a braccio teso verso l'alto perchè era un gesto di scena, così come lo era nelle parate dove sicuramente il braccio era a 45°.

Altri hanno proposto un'altra forma di saluto militare, consistente nell’alzare la mano in alto verso l’elmo, in maniera analoga al saluto militare contemporaneo, documentato peraltro da due rilievi, fra cui celebre quello di Domizio Enobarbo. Deve essere vero ma non troppo usato.



LA MANO SUL CUORE

Publilio Siro, nella Roma di Cesare, scrive di un saluto col pugno destro sul cuore, e poi il braccio allungato, sempre all'altezza del volto. Esistono numerose attestazioni di ciò, come la statua dell'Arringatore del Trasimeno, la famosa statua dell'Augusto di Prima Porta e la statua equestre di Marco Aurelio in Campidoglio.

Alcuni storici anglosassoni ritengono che il monumento equestre di Marco Aurelio, un tempo presso la Basilica lateranense, dove sorgeva la caserma degli equites singulares, indicasse che il sovrano rispondeva al saluto militare che il reparto gli stava facendo. Sembra molto probabile.



LA STRETTA DI MANO

SALUTO DELLA MILIZIA ROMANA
Ben diverso invece il saluto tra i seguaci di Mitra, divinità molto seguita dai militari romani e non solo. La stretta di mano, giudicata durante il fascismo un gesto borghese, fu tutt'altro perchè nacque proprio nei templi di Mitra, e poi si estese alla massa fino ad oggi.
Poichè il culto di Mitra aveva molto seguito, si pensi che ad Ostia antica ci sono ben 17 mitrei e a Roma ne sono stati rinvenuti almeno un centinaio, per lo più mitrei privati, ne deriva che il gesto aveva molta diffusione e soprattutto c'era la novità del contatto della pelle.
Insomma la stretta di mano moderna non solo è romana ma è il saluto dei seguaci di un culto misterico.

Tra i militari romani invece, la stretta di mano era tra avambraccio e mano, in cui ognuno afferrava l'avambraccio dell'altro, ben diverso l'afferrarsi reciprocamente la mano.



MANO E INDICE ALZATI - MANUS AD INDICEM

A volte il gesto non vede la mano interamente distesa, ma soltanto l’indice, sollevato verso l’alto, mentre le altre dita sono di solito leggermente piegate verso il basso. Questo ha indotto alcuni studiosi a ritenere che il gesto sia quello dell’adlocutio, con cui un oratore si rivolge al suo pubblico iniziando il discorso, e non un vero e proprio saluto militare. Svetonio chiama l'indice digitus salutaris (dito del saluto). il che fa pensare che fosse consueto alzare un poco il dito oltre la mano nell'oratoria.

Famoso però il gesto di Augusto con braccio e indice alzato, copiato poi da quasi tutti gli imperatori, in cui la mano sembra però indicare il cielo, che ben si accorda con l'appellativo di Augusto, cioè celeste e divino. Il saluto di Ottaviano è non solo di un imperatore e di un comandante, ma del saggio che indica la via. E' il gesto del capo in assoluto, molto di più di un'adlocutio o di un semplice saluto.

Infatti fu adottato dalla Chiesa Cattolica come gesto di benedizione alle masse, ancora oggi usato dal Papa e dai vari prelati fino al semplice prete.




IL GESTO OSCENO


PUGNO CHIUSO E MEDIO APERTO

Il gesto del medio eretto era in voga come gesto osceno già nell'antica Grecia e da lì passò ai Romani, che infatti lo chiamavano "digitus impudicus", dito impudico, cioè osceno.  Il gesto viene infatti identificato in alcuni antichi scritti Romani e la commedia Le Nuvole di Aristofane contiene dei riferimenti ad esso. L'uso di questo gesto in parecchie e differenti culture è probabilmente dovuto alla vasta influenza geografica dell'Impero Romano e della civiltà Greco-Romana. Inoltre, è attestato (per es. in Polluce) il sostantivo greco antico καταπῡ́γων, -ονος (katapȳ́gōn) che, oltre a designare una persona perversa, si può anche riferire al dito medio usato in gesto osceno.
Probabilmente il gesto rapportava il dito al fallo per una minaccia di sodomizzazione.
Si racconta che Caligola, mentre i suoi sudditi gli baciavano la mano in segno di omaggio e di sottomissione, facesse, porgendo loro la mano, il "digitus impudicus", allo scopo di umiliarli. Ma c'è un particolare, il baciamano è una usanza orientale, usata poi dalla Chiesa Cattolica, ma i Romani non baciavano le mani a nessuno, nè all'imperatore nè al pontefice massimo, e neppure nelle cerimonie delle investiture, perciò l'aneddoto deve essere necessariamente inventato.



POLLICE TRA INDICE E MEDIO

Era un gesto di derivazione greco-romana: mostrare la punta del pollice tra l'indice ed il medio nel pugno chiuso, anche questo un insulto di tipo sessuale, ma in epoca romana aveva soprattutto un senso scaramantico e di buona fortuna, la vagina era pur sempre l'organo della fertilità, infatti a Pompei sono stati ritrovati molti amuleti che rappresentano il suddetto gesto. Ancora oggi si chiama :  "fare le fiche", perchè anticamente era ritenuto una rappresentazione della vagina, che anticamente portava fortuna, come simbolo di ricchezza e prosperità. Non a caso i dolci in onore di Cerere, i milloi, erano fatti a forma di organo femminile.




LA PREGHIERA


SUPINA MANUS

Pregare con le mani giunte e le dita intrecciate era assolutamente vietato nel rito romano. Come spiega Plinio, intrecciare le dita inibisce qualsiasi rituale, così come accavallare le gambe.

I Romani pregavano gli Dei con gli occhi rivolti al cielo e la mano destra tesa (Virgilio - Eneide). La supina manus, col palmo della mano aperta, dita unite e tese leggermente indietro è menzionata da molti autori romani, tra cui Catullo e Virgilio. Tito Livio scrive di Marco Curzio che "la sua mano tesa verso gli Dei in cielo, ora ai Manes nel baratro ha dedicato se stesso". E un centinaio di anni dopo Silio Italico, Valerio Flacco, e Papirio Stazio riferirono come un romano avrebbe pregato "alzando le palme delle sue mani al cielo" (Val. Flacc. Argo). Infatti si pregava con una mano alzata o con ambedue, ma rigorosamente in piedi, i Romani non si inginocchiavano neppure agli Dei.

Se si doveva pregare un Dio terrestre l'orante sarebbe ricorso all'uso della mano destra, supina manus, mentre la mano verso le stelle avrebbe diretto il palmo della mano verso la dimora del Dio.

Ne conseguiva che pregando a Silvano si sarebbe potuto dirigere il palmo della mano verso una vicina foresta. Per pregare Neptunus, il palmo doveva essere diretto alle acque più vicine, mentre per pregare un Dio celeste, si poteva dirigere il palmo anche verso la Sua dimora terrestre, come un tempio o addirittura verso un altare a cui il Dio è stato invocato.
Del resto il romano pregava rigorosamente in piedi, inchinarsi di fronte agli Dei o all'imperatore non era degno di un Romano e non veniva richiesto neppure agli schiavi. L'abitudine di inginocchiarsi o prosternarsi non era nè romana nì greca, ma prettamente orientale e barbarica.

Sacrificare agli Dei celesti o terrestri richiedeva di servire le offerte e versare libagioni con la mano destra. Ma quando si sacrificava alle divinità infernali si teneva la sua mano destra prona manus e si serviva l'offerta con la mano sinistra versando i contenuti in una fossa scavata in terra.
Alla fine del rito si faceva un gesto di liberalità, come aggiustarsi la toga o toccarla ecc. per indicare la fine del rito.




IL GESTO PROPIZIATORIO


LA MANO DEL TRE

Un po' propiziatorio ma pure scaramantico era il gesto del 3, indice e medio aperti a V e pollice distanziato. Spesso veniva raffigurata pittoricamente o come scultura una mano in siffatto modo aggiungendovi amuleti e portafortuna sulle dita, dipinti o a rilievo.


TOCCARSI I GENITALI

Relativo unicamente ai maschi, uso conservato a tutt'oggi, derivato dal fallo di Priapo che toccato portava fortune e prosperità. Infatti spesso il fallo divino veniva pitturato o scolpito a rilievo nelle piazze o agli angoli delle vie e i mercanti non aprivano i negozi senza prima aver toccato l'immagine priapea. Toccarsi i propri genitali era però in segno apotropaico, per allontanare la sfortuna.




GESTI VARI


POLLEX VERSUS - POLLICE VERSO

Mentre il pollice nel pugno chiuso (spada nel fodero) risparmiava la vita al gladiatore perdente, non ci sono prove della condanna col pollice puntato verso il basso. Secondo alcuni Il gesto era di puntare la mano aperta con le 4 dita unite che puntano verso il basso e di conseguenza il pollice "verso" "contro" la persona che si voleva indicare.

In questo modo le quattro dita che puntavano verso il basso indicavano la volontà che quella persona discendesse negli inferi, mentre il pollice puntato contro quella persona indicava la spada che doveva affondare il colpo.

Lo stesso gesto del Pollex Versus viene eseguito mostrando completamente il palmo della mano, col senso di rimettere alla volontà del vincitore la propria vita. Ve ne sono diversi esempi nella colonna Traiana, Antonina e oltre. Nell'ars gladiatura invece non appare mai. Nell'ambito militare spesso sono gli sconfitti a chiedere mercè ai Romani vincitori.



POLLEX PRESSUS

La grazia nel combattimento tra gladiatori veniva concessa al perdente attraverso un gesto definito POLLEX PRESSUS; ovvero il pollice (rappresentate sempre la lama) veniva racchiuso all'interno delle altre dita simboleggiando la lama riposta e mostrato sollevando il braccio. Il pollice col dito in basso è un'invenzione cinematografica.

Infatti nel 1997, nel sud della Francia, fu scoperto un medaglione romano del II o III sec., su cui è raffigurato un giudice nell'atto di premere il pollice nel pugno chiuso, accanto a due gladiatori, con l'iscrizione "quelli in piedi verranno liberati"



TOCCARSI IL MENTO

Era un gesto con valenze diverse, tra cui anche rituali:
"Il Pontefice gli ha ordinato di prendere la toga praetexta e con il capo coperto, una mano che sporge da sotto la toga di toccare il mento, in piedi, e con i piedi su una lancia ha detto quanto segue:

"Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lares, divino Novensiles e Indigetes, è dèi a cui appartiene il potere su di noi e sui nostri nemici, e anche voi, Divini Manes, vi prego, vi venero, prego affinché con grazia e favore voi benediciate il popolo romano, il Quiriti, con il potere e la vittoria, e visitiate i nemici del popolo romano, o Quiriti, con paura e terrore e morte. In modo analogo, come ho pronunciato questa preghiera così faccio ora a nome della Repubblica Romana dei Quiriti, per conto dell'esercito, le legioni, gli ausiliari del Popolo Romano, i Quiriti, dedico le legioni e gli ausiliari del nemico, insieme con me stesso ai Divini Manes e a Tellus," (Tito Livio)

In altri contesti era segno di riflessione, di indagine filosofica, e per questo venivano talvolta rappresentati i filosofi in tale atteggiamento, ma pure di mestizia, A volte, come per le raffigurazioni di Arpocrate, era il segno di chi conserva un segreto.



MEDIO CONTRO POLLICE

"Una dei gesti più comuni consiste nel mettere il dito medio contro il pollice ed estendendo gli altri tre. Il gesto è adatto per l'esordio dell'allocuzione, agitando appena la mano a destra e a sinistra, seguendo il movimento in modo leggero con testa e spalle. Serve sopratutto per chiedere attenzione ma è utile anche nella esposizione dei fatti, dove però la mano si deve muovere con fermezza e un po' più in avanti, mentre, per rimproverare o confutare l'avversario, lo stesso movimento può essere impiegato con veemenza ed energia." (Quintiliano: Institutio oratoria)



IL PALMO TESO A RESPINGERE

Era un gesto romano consueto per indicare un grande stupore, spesso misto a paura, o un ribrezzo, un forte rifiuto per qualcuno o qualcosa. Veniva usato anche come gesto simbolico per indicare che l'altro non era gradito come amante, insomma un inequivocabile gesto di rifiuto.



TOCCARSI LA FRONTE

Presso i Romani era segno di stupore, ma anche per indicare incredulità o senso di estasi. Talvolta anche per indicare una grande sofferenza,psichica o fisica che fosse, in quest'ultimo caso si toccava il centro della fronte col dito indice, con le altre quattro dita reclinate.




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6 comment:

Anonimo ha detto...

ecco queste cose non si leggono in giro, siete grandi.

scacciapensieri on 10 ottobre 2015 10:40 ha detto...

Si potrebbe sapere la bibliografia ?:)

scacciapensieri on 10 ottobre 2015 10:40 ha detto...

Grazie :)

ATMAN on 11 ottobre 2015 18:39 ha detto...

un popolo barbaro...ebbro e voglioso di sangue e morte..." visita i nemici di roma con terrore e morte,,," sai che concetti elevati...piuttosto barbari e primitivi, non che i cattolici siano stati da meno a seguire l esempio...certo, grandiose costruzioni e opere, ma x il resto...non parliamo di civiltà...

Giulia on 4 novembre 2015 13:30 ha detto...

Se da noi le donne non girano col burca e non tagliano le mani ai ladri ecc ecc è perchè i romani ci hanno lasciato un codice di diritto a cui si è ispirato tutto il mondo civile.

Anonimo ha detto...

@ATMAN: "... non parliamo di civiltà." Vorrei che ti spiegassi meglio. Se ti riferisci alla storia di Roma non sai di cosa parli.

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