CULTO DI VIRTUS



Dea romana del coraggio e del valore militare, spesso accompagnata al Dio Honos, le due qualità di un buon soldato: virtù e onore. Intorno alla Porta Collinae si è rivenuta un'iscrizione al Dio Honos e alla Dea Virtus del III sec. a.c., culto che perdurò per tutta l'epoca imperiale.

Valori fondamentali dei cittadino romano erano la virtus, la gloria, la libertas, la pietas (quest'ultima da intendersi come il rispetto e la pietà religiosa), la fides (la fedeltà), la dignitas (la stima generale) e la maiestas populi romani (la potenza e la grandezza del popoio romano), che era considerata il bene supremo.

La virtù del guerriero romano era l'attaccamento alla patria, quindi ai compagni d'arme e al condottiero che lo guidava, mentre l'onore era un concetto più personale, che riguardava la sua immagine rispetto soprattutto alla sua gens, o ai concittadini.

Molteplici sono gli aspetti della virtus. Il poeta Gaio Lucilio afferma che la virtus per un uomo è sapere ciò che è il bene, il male, l’inutile, vergognoso, o disonorevole. In origine designava il valore in battaglia dell'eroe e del guerriero.

La virtus è tale solo se non viene utilizzata per scopi personali, bensì per l’interesse della comunità romana. Dal I secolo a.c. però la virtus non sarà più vista come al servizio dello stato, ma si distaccherà da questo ideale per ottenere un obbiettivo più pratico: distinguersi dagli altri. 

La virtus originariamente si trasmetteva da padre in figlio. Successivamente, dal I secolo a.c. la concezione di virtus cambia: essa non è ereditaria, ma bisogna ottenerla con impegno, superando le gesta degli antenati.
Lo storiografo Ennio nella sua opera degli Annales come nella sua opera epica oltre che di gesta di eroi parlò anche di valori e virtù: la gloriosa storia di Roma era stata possibile e lo era tuttora grazie alla virtus di singoli individui.

"Si pensa che più valore ebbe Archimede nell'imitare le orbite della sfera che la natura nel farle. Ogni qualvolta era messa in moto la sfera, ad ogni rotazione si vedeva la luna levarsi dopo il sole all'orizzonte della terra, proprio come si osserva in cielo ogni giorno; e si vedeva poi come il sole scompariva e come la luna entrava nel cono d'ombra della terra".
La Sfera fu uno dei due bottini di guerra che il generale romano Marcello, espugnata Siracusa, tenne per sè e offrì votivamente alla Dea Virtus.

Gaio Nevio, nel III secolo a.c, nelle sue opere fa trasparire l'ideologia eroica; nelle sue Cothurnatae traspaiono alcuni valori riguardanti la guerra e i soldati. In vari frammenti del Bellum Poenicum traspaiono valori come la virtus, la gloria, l'onore del soldato:
« seseque ei perire mavolunt ibidem quam cum stupro redire ad suos popularis. »
« ed essi preferiscono morire lì sul posto piuttosto che tornare con vergogna presso i concittadini. »

Silla onorò la Dea col nome di Virtus Bellona per cui coniò parecchie monete, assumendo talvolta il nome di Virtus Pulvinensis, cioè dotata di un lato oscuro, insomma una Dea infera. Un pannello dell'Ara Pacis Augustae, quello di nord-est, raffigura Roma seduta con le armi ai suoi piedi, tra le due divinità Honos e Virtus.

Come riferisce Valerio Massimo nell'anno 210 a.c. il console M. Claudio Marcello fece creare un tempio comune agli Dei Virtus e Honos.

Ma se c'era da portare al tempio una vittima non si sapeva a quale delle due divinità sacrificarla. Marcello allora stabilì che durante il suo consolato si dovesse sacrificare alla Virtus, e poi ad Honos.

Augusto alimentò il culto della Dea che però man mano perse importanza, restando però come valore nei soldati che seguitarono ad onorarla.

La sfilata dei cavalieri romani, gli equites, partiva ogni anno da questo tempio per fare la parata militare.

Anche se la Virtus era vissuta soprattutto come valore militare, anche in senso civico però aveva una valenza particolare.

La virtù era per un romano la capacità di osservare ai suoi doveri di cives romanus per il bene della patria, cioè di Roma.

Un uomo virtuoso badava anzitutto al benessere dello stato, sia in tempo di guerra che di pace.

Dopo aver assolto i suoi doveri militari obbediva a quelli civili di mantenere un ordine, osservare e far rispettare le leggi, onorare e sacrificare agli Dei nei modi dovuti, quindi essere un buon padre di famiglia o una virtuosa matrona.

Una persona virtuosa non dava scandalo, era moderata nel lusso, nel mangiare, nel sesso e nel comportamento sapeva mantenere la calma. Era generosa e giusta verso i figli ma pure con servi e schiavi.



ICONOGRAFIA

VIRTUS SULL'ARCO DI TITO
Appare spesso armata o con solo l'elmo ma con lancia e scudo, una corta e larga spada o pugnale senza punta portata dai latini come distinzione sociale, generalmente indossata a sinistra. Rare volte è stata rappresentata come un uomo.

In genere era invece una giovane fanciulla coi capelli raccolti sulla nuca, la veste corta alla circassa (un po' come compariva di solito Diana), cioè a balze e fermata in vita da una cintura in modo che non giungesse alle ginocchia.

Indossava inoltre stivaletti corti ma senza mantello, spesso invece recava in mano una piccola statua della Nike alata e munita di corona d'alloro. Talvolta invece aveva un seno scoperto e i piedi nudi, risalente evidentemente a una divinità più arcaica.

Una statua d'oro della Dea venne fusa da Alarico nel sacco di Roma del 410 d.c.

La sua festa era celebrata il 12 agosto in onore di Honos, Virtus et Felicitas, divinità personificazioni di Onore, Virtù e Felicità. Si ricordava la dedicatio del Templum Honoris, Virtutis, Felicitatis.



IL TEMPIO DI VIRTUS

Era in realtà il Templum Honoris et Virtutis, che, secondo Vitruvio, Caio Mario, il prozio di Cesare, in seguito alle vittorie su Mitridate,  innalzò servendosi delle capacità dell'architetto Caius Mutius.

Non si sa però se stesse sul Campidoglio o sulla velia. Si dice fosse un  tempio rotondo, costruito quindi secondo il gusto arcaico.



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