Visualizzazione post con etichetta Dei Romani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Dei Romani. Mostra tutti i post

CULTO DI CHORUS


0 comment
CANTO E MUSICA

IL CORALE NELLA TRAGEDIA GRECA

Chorus nel pantheon romano era il Dio dei canti e dei cantori. Nella città eterna esistevano moltissime divinità, di cui solo una parte aveva la sua istituzione statale con uno o più templi e sacerdoti addetti ad essi. Per la maggior parte le divinità, autoctone o importate, venivano adorate a mezzo di are e/o statue che le rappresentavano, spesso commissionate dagli stessi fedeli che ne seguivano il culto. 

In molti casi queste divinità minori erano poste nei templi di divinità maggiori, nello stesso modo in cui oggi si pongono se statue o le immagini dei santi nelle chiese  dedicate al Dio cattolico o alla Madonna. Tra queste divinità minori c'era Chorus Dio del canto e della musica, soprattutto Dio romano dei cantori.

Già in Omero XI - VIII secolo a.c., esistono riferimenti nella danza e nel canto, di solito in onore di qualche Dio. Il coro greco più antico fu detto coro ciclico, di origine cretese e popolare, dove i coreuti si disponevano in cerchio intorno all’altare del Dio. Inventore del coro ciclico per il ditirambo in onore di Dioniso fu considerato Arione, poeta e musico del VII sec. a.c. che istruì a Corinto un coro ditirambico, travestendo i coreuti da satiri; dal ditirambo di Arione sarebbe poi nata la tragedia attica. 

I coreuti, sempre maschi, portavano maschera e travestimento secondo il personaggio o la figura che rappresentavano. Il coro della tragedia entrava nell’orchestra da due entrate laterali ai lati della scena, dopo il prologo, e si disponeva nell’orchestra intorno all’altare eretto al centro, poi il coreuta rimaneva nell’orchestra intervallando con canti gli episodi della scena. L’accompagnamento musicale nella tragedia si faceva di solito con la lira, nella commedia col doppio flauto. 

TERSICORE

IL COREUTA ROMANO

Musica e danza del coro sono per noi perdute. Però sappiamo che presso i Romani il coro, tratto sulla scena, comparve solo negli intervalli dell’azione; ma il coro fu impiegato nella musica sacra e  profana,  legata a occasioni religiose, celebrative o spettacolari. Naturalmente dalla Grecia l'uso e l'arte passò ai romani e non sappiamo se i greci avessero già un loro Dio dei canti e dei cantori, ma sappiamo che a Roma c'era un Dio per chiunque e per qualunque cosa. Pertanto c'era il Dio Chorus, Dio dei canti e dei cantori. 

Questa divinità era addetta a due compiti precisi, proteggere canti e cantori dalle sventure, soprattutto proteggendo le loro voci che non si incrinassero o si abbassassero e ispirarli altresì al buon canto e alle buone composizioni sia durante gli studi e le prove, sia durante e soprattutto nelle loro esibizioni. 

I romani erano duri in guerra quanto erano morbidi in pace, dove si concedevano molte feste, molte vacanze, molte terme e molti banchetti. Pertanto o stato si serviva di danzatori e cantori, che talvolta ma non sempre coincidevano, per ingentilire e arricchire le cerimonie e gli spettacoli pubblici, ma ne facevano uso anche e soprattutto i privati.

I patrizi e comunque i ricchi usavano chiamare danzatori e cantori ai loro sontuosi banchetti che allietavano l'occhio e l'udito dei commensali e siccome le amicizie e le nuove conoscenze si ottenevano o alle terme o ai banchetti è evidente che i più ricchi facessero largo uso di banchetti allietati con musiche e cantori.



LE LIBAGIONI

Così i seguaci del Dio Chorus offrivano al loro Dio libagioni di vino mescolato col garum che disinfettava la gola e schiariva la voce (oggi si usa per lo stesso motivo la pasta di acciughe), insieme ad apposite preghiere. In tempi passati si onorava in Grecia Melpomene Dea della musica che divenne però soprattutto Dea della tragedia, e fu più vicina alla musica la Dea Tersicore, a cui Apollo sottrasse la sacra lira.

I romani invece accompagnavano il canto con lo zufolo. e successivamente col biflauto, ma ben presto passarono alla lira, sostituendo gli strumenti a fiato con gli strumenti a corda, per cui guarnivano l'altare del Dio Chorus con rami di ulivo in onore di Apollo Dio del suono della lira e indirettamente del bel canto. 



BIBLIO

- Apollodoro - I miti greci - a cura di Paolo Scarpi - Fondazione Lorenzo Valla - Mondadori - Milano - 2010 -
- Cicerone - De natura deorum -
- Fabio Mora - Il pensiero storico-religioso antico: autori greci e Roma - Volume 1 - Dionigi di Alicarnasso - Roma - L'Erma di Bretschneider - 1996 -
- Omero - Iliade - a cura di Guido Paduano - Mondadori - Milano - 2007 -
- Attilio De Marchi - "Il culto privato di Roma Antica, I" - Milano - 1896 -
- Jacqueline Champeaux - La religione dei romani - di N. Salomon - Ed. Il Mulino - Trad. G. Zattoni Nesi - 2002 -


CULTO DI GIUNONE PRONUBA


0 comment

GIUNONE REGINA
Inni Orfici:

Racchiusa nei grembi cerulei, aereiforme, era di tutto sovrana, beata compagna di Zeus,
che offrì ai mortali brezze gradevoli che nutrono la vita, madre delle piogge, nutrici dei venti, origine di tutto.
Senza di te nulla conobbe affatto la natura della vita, perchè, mescolata all'aria santa, tutto partecipi,
infatti tu sola domini e su tutto regni, agitata sull'onda con sibili d'aria.
Ma, Dea beata, dai molti nomi, di tutto sovrana, vieni benevola rallegrandoti nel bel volto.
"

Hera, ovvero Era, ovvero Giunone, il cui nome significa “signora”, era figlia, come Zeus, di Cronos e Rea, di lei si innamorò Zeus, ovvero Giove che però non era bravo a corteggiare, per cui invece di palesarle i suoi sentimenti, in un un giorno d’inverno, mentre Era filava, si trasformò in cuculo, entrò dalla finestra e le si posò sulla spalla. Dopodiché riprese le sembianze del Dio, e la costrinse a sposarlo. Il perchè si fosse presentato come cuculo resta un mistero.

Le nozze avvennero all’arrivo della primavera, e Giunone venne incoronata Regina degli Dei. La Dea simboleggiava anche la fecondità della terra e le era sacro il cuculo poiché si pensava annunziasse con il suo canto l’arrivo della pioggia che rende fertile il terreno. Fu per questo venerata come protettrice del matrimonio e dell’amore coniugale a simbolo della fedeltà; il suo culto venne professato dalle donne, che proteggeva al momento del parto.

Vi era comunque corrispondenza quasi totale tra la Giunone italica e la Era greca. Per i popoli italici Iuno o Giunone era, tra l’altro, la dea della luce mattutina, e quindi dell’atmosfera, come per i greci. Ebbe vari appellativi come: verginale, matronale, pronuba, coniugale, lucina, ma fu anche protettrice dello stato, assumendo così anche carattere politico.



GIUNONE POLIADE

Come poliade, Dea della città, Dea politica si interessò dei popoli e delle fazioni:

"Ma dall’inachia Argo, ecco, veniva
la fiera sposa di Giove, le vie dell’aria teneva:

e lieto Enea fin dal cielo lontano, dal siculo
capo Pachino la dardana flotta scoperse.

Alzar già case li vede, fidarsi ormai della terra,
lasciar da parte le navi. Si fermò, con acuto dolore,
poi scuotendo la testa così sfogò il cuore in parole:
«Ah la razza odiosa e contrari ai miei fati

i fati dei Frigi! Perirono forse nelle pianure Sigèe?
Vinti, forse si arresero? O Troia, ardendo, i suoi uomini
arse? In mezzo alle schiere, in mezzo alle fiamme
hanno trovato la via. Ma, credo, la mia potenza alla fine

giacque esausta o, sazia d’odio, io volli fermarmi!
Anzi, privi di patria, anche fra l’onde, implacabile
volli inseguirli, ai fuggiaschi per tutto il mare mi opposi.
Consunte contro i Troiani del cielo e del mare ho le forze
."



IUNO PRONUBA

Nel mito italico-romano, pur copiando molto quello greco, la Iuno italica, già madre e moglie di Ianus, Giano, col nome di Ianua (la porta), fu Dea dell'inizio e della fine, a cui era dedicato l'inizio dell'anno Ianuarius, Gennaio, sostituita da Giano in questo aspetto. Come Dea dell'inizio e della fine si interessava delle nascite e per attivarle in modo consono proteggeva i matrimoni e le spose.

In tal senso favoriva i matrimoni, le cerimonie nuziali, la buona disposizione d'animo della sposa, la sua vestizione ed acconciatura, l'organizzazione della cerimonia sacra e del banchetto nuziale, ma soprattutto, come avrebbe fatto una brava madre, si occupava dello stato d'animo della sposa, infondendole fiducia, speranza e buona disposizione d'animo per lo sposo, affinchè le nozze avessero un lieto fine.

Nell’antica Roma, la matrona che assisteva la sposa nella cerimonia nuziale; doveva essere di onesti costumi e univira (non passata a seconde nozze) ma era pure un epiteto delle divinità femminili protettrici delle nozze, soprattutto di Giunone. Pronuba veniva dal verbo nubĕre «sposare», relativo però alla donna. 

Pronubo era chi assisteva lo sposo nella cerimonia nuziale, ma di lui Giunone non si occupava. Si riteneva che il periodo ideale per la celebrazione del matrimonio fosse la seconda metà di giugno, mese sacro appunto a Giunone Pronuba, divinità protettrice delle nozze. 



GIUNONE PARANINFA

Ma c'era un altro aspetto di Giunone pronuba, cioè a favore delle nozze, ed era che la dea si adoperava perchè le nozze avvenissero, perchè la fanciulla fosse impalmata da un buon marito. pertanto la Dea era invocata dalle fanciulle affinchè non restassero nubili. poi gli Dei romani decaddero insieme all'impero romano, ma le fanciulle avevano bisogno di pregare una Dea che procurase loro delle fauste nozze, per cui Giunone Pronuba venne sostituita da Santa Rita da Cascia.



BIBLIO

- Arici Cesare - Inno festivo a Giunone Pronuba di Bachillide poeta greco volgarizzato - «Per le faustissime nozze di Odoardo Donismondi e Angela Martinengo», da Francesco Martinengo padre della sposa - ed. Niccolò Bettoni - Brescia - 1811 -
- Publio Ovidio Nasone - Metamorfosi -
- Gabriella D'Anna - Dizionario dei miti - ediz. Newton&Compton - Roma - 1996 -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
- Laura Rangoni - La grande madre - Il culto del femminile nella storia - Milano - Xenia - 2005 -
- Robert Turcan - The Gods of Ancient Rome - Routledge - 1998 -

CULTO DI AERUMNA


0 comment
NOX DEA DELLA NOTTE

I Titani, nella mitologia greca, furono antichissimi Dei (próteroi theoí), antecedenti agli Dei Olimpici, generati dal cielo, di cui era Dio Urano e dalla Terra, di cui era Dea Gea. Le loro sorelle, mogli e compagne erano dette Titanidi.

I Titani vennero considerati come le forze primordiali del cosmo, che imperversavano sul mondo prima dell'intervento regolatore e ordinatore degli Dei olimpici. Naturalmente questa era la visione dei Greci posteriori, gli invasori portatori degli Dei Olimpici,

Urano era Dio del cielo stellato, del firmamento, per cui dello spazio infinito, che unitosi con la Terra, Gea generò i Titani di cui alcuni, come Oceano, Teti, Estia (Vesta), Elio (il sole). Selene (la luna), Eos (l'aurora), Crono (Saturno), Nix (notte) e Nike (Vittoria) continuarono ad essere onorati anche all'epoca degli Dei Olimpici.

La Dea, Nyx (in greco antico: Nύξ, Nýx), è descritta come "Luce Oscura" o Luce Nera" che cade dalle stelle e si impone sugli uomini e sugli Dei e nella cosmogonia orfica viene citata quale figlia di Phanes (la Luce), divinità primigenia della procreazione e dell’origine della vita. Questo perchè la notte dell'anima è l'unico buio da cui può nascere la vera luce, ovvero la conoscenza dentro di sè, mentre suo fratello Erebo rappresentava la Notte nel mondo Infernale, quindi l'ignoranza distruttiva.

FONTANA DELLA NOTTE

AERUMNA

Così la Notte, Nox per i romani, colei da cui anticamente nasceva il giorno (alla mezzanotte, l'ora della magia ovvero l'ora delle streghe), ebbe diversi figli tra cui Erumna, in latino Aerumna. Se questa divinità per i greci era Dea dell'Incertezza e dell'inquietudine, in costante compagnia del Dolore e del Timore, per i romani, più ottimisti, era la Dea romana che salvava dall'incertezza e dall'inquietudine.

Per i romani le incertezze e le inquietudini maggiori furono all'inizio sulla capacità di arginare i nemici che li circondavano, e siccome o si conquistava o si veniva conquistati, l'importante era avere buoni soldati ma soprattutto buoni generali che, per essere tali, dovevano essere buoni strateghi ma pure capaci di trascinare con il loro carisma i militi alla battaglia.

Pertanto i generali romani dovevano superare incertezza e inquietudini e mostrarsi determinati e sicuri agli occhi dei solo soldati. Si comprende allora come Erumna fosse tra le loro divinità preferite, che non apportava malessere ma anzi facilitava la vittoria all'esercito romano benvoluto peraltro dagli Dei, visto che sapevano vincere in battaglia come pochi.

Così la Dea veniva onorata soprattutto come culto privato dai comandanti dell'esercito che le dedicarono are e statue, nonchè preghiere e libagioni nei banchetti. Ma la invocavano anche persone comuni quando avevano difficoltà e incertezze per le vicende della loro vita.



BIBLIO

- Marco Tullio Cicerone - De Natura Deorum - III -
- Károly Kerényi - Gli dei e gli eroi della Grecia - Milano - il Saggiatore - 1963 -
- Elena Dalla Benetta - Emera la Dea della notte - vol. II - 2021 -
- Ernesto Curotto - Dizionario della mitologia universale - Società editrice internazionale - 1958 -
- Eleos: “l’affanno della ragione”. Tra compassione e misericordia - a cura di M. Marin e M. Mantovani - 20002 -
- Caldwell, Richard - Hesiod's Theogony - Focus Publishing - R. Pullins Company - 1987 -


CULTO DELLE FURIE - ERINNI


0 comment
ERINNI

Virgilio, Eneide

« ...dove in un punto furon dritte ratto
tre furïe infernal di sangue tinte,
che membra femminine avìeno e atto,
e con idre verdissime eran cinte;
serpentelli e ceraste avean per crine,
onde le fiere tempie erano avvinte.
E quei, che ben conobbe le meschine
della regina dell'etterno pianto.
"Guarda - mi disse - le feroci Erine.
Quest'è Megera dal sinistro canto;
quella che piange dal destro è Aletto;
Tesifone è nel mezzo"; e tacque a tanto
»

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto IX, 37 - 48)


Le Erinni (in greco antico: Ἐρινύες, Erinues) sono, nella religione e nella mitologia greca, figlie della Terra e della Notte, personificazioni femminili della vendetta (Furie nella mitologia romana) soprattutto nei confronti di chi colpisce la propria famiglia e i parenti. Ma colpiscono pure gli spergiuri e la mancanza di rispetto verso i deboli e verso i genitori, la violazione delle leggi dell’ospitalità, il comportamento impietoso verso i supplici.

Secondo la Teogonia esiodea le Erinni sorsero dalle gocce del sangue di Urano, mutilato dal figlio Crono. Dal V sec. a.c. compaiono in numero di tre. la antica Dea trina: Moire, Parche, Norne, Grazie, Eumenidi ecc. Vennero chiamate più tardi Aletto, Tisifone e Megera. Dalla fine del V sec. a.c. vennero identificate con le Eumenidi («le Benevole»), che, a differenza delle Erinni, erano oggetto di culto in varie parti del mondo greco.

L’iconografia è quella di donne in genere alate che corrono implacabili dietro alla loro vittime, cacciatrici munita di serpi, divinità punitrici, Dee della maledizione e della vendetta, che avveniva con guerre, pestilenze, discordie e instillando il rimorso. I colpevoli, soprattutto gli assassini, venivano perseguitati anche dopo la morte.


Avevano un aspetto lugubre e terribile, con una veste nera e insanguinata e serpi in testa al posto dei capelli. Quando il colpevole si pentiva e si purificava della sua colpa, diventavano benevole, donde il nome di Eumenidi (dal greco euméneia, “benevolenza”).

Secondo il mito esse nacquero dal sangue di Urano, fuoriuscito quando Crono lo evirò, mentre la successiva tradizione le vuole figlie della Notte. Le Erinni sono tre sorelle, che vennero poi rese più positive con il nome di Eumenidi (le "benevole").

Venivano rappresentate come geni alati, la bocca spalancata per urla terribili, con serpenti al posto dei capelli, in mano torce o fruste o tizzoni ardenti per torturare il copevole.

Il poeta e senatore romano Claudio Claudiano nel De Raptu Proserpinae:

«Fanno lega le Furie, e Tisifone, avvolta di Maligni colubri,
squassa con sinistri bagliori la torcia e chiama
all'esangue raduno gli armati spettri»

(Claudio Claudiano, De Raptu Proserpinae - 395-398 -

ERINNI LUDOVISI
Solevano vendicare i delitti, soprattutto sui propri congiunti, torturando l'assassino, fino a farlo impazzire, ma punivano anche gli spergiuri e altri crimini.

Le Erinni perseguitarono Alcmeone, uno degli Epigoni che guidarono la II spedizione contro Tebe, per l'assassinio di sua madre. Dopo la vittoria, tornò ad Argo e uccise la madre Erifile, che aveva convinto Anfiarao a partecipare alla spedizione in cui trovò la morte, per impossessarsi della collana dell'eterna giovinezza di Armonia, custodita nei forzieri di Tebe.

Erifile, tuttavia, prima di morire, lanciò un anatema contro il figlio, che fu inseguito senza tregua per molti giorni dalla furia delle Erinni, impazzendo. Alcmeone giunse quindi alla corte di re Fegeo, che convinse il Dio Apollo a cancellare la maledizione.

Le Furie o Erinni straziarono Pentesilea che aveva involontariamente ucciso sua sorella in una battuta di caccia, credendo di colpire un cervo. La regina cercò rifugio a Troia per sfuggire alle Erinni della sorella, ma Ettore era già cadavere. Condannata da Afrodite a essere violentata da tutti gli uomini che la vedevano, si coprì con una splendida armatura e divenne regina delle Amazzoni. Achille, dopo averla uccisa, le sfilò l'elmo e affascinato dalla sua bellezza la possedette da morta. Per altri la baciò e stop.

Nella Medea di Euripide il coro invoca il raggio divino affinché fermi, a evitare l'incombente duplice infanticidio, la mano di Medea, posseduta dalla sanguinaria Erinni, che le infonde lo spirito di vendetta.
Ma inseguirono Oreste per l'assassinio di sua madre Clitennestra, fin quando Oreste non andò a purificarsi nel tempio di Delfi, e ad Atene viene poi giudicato da un tribunale istituito dalla Dea Atena e assolto.

Nel mito di Oreste c'è tutto il passaggio da matriarcato a patriarcato. Nel primo il matricidio è il delitto più grande, imperdonabile, ma nel patriarcato il crimine trova perdono. Infatti Atena, una Dea Madre, a sua volta figlia di Temi, un'altra Dea Madre, passa, a sua stessa ammissione al culto di Giove "Io sono tutta del padre", Viene smentita la sua nascita da Temi Dea della Giustizia e viene partorita dalla mente di Giove.

Il re degli Dei ebbe un gran mal di testa e Vulcano venne in suo soccorso, ma da quel rozzo fabbro che era seppe solo afferrare la scure e sferrargli un terribile colpo sulla fronte. Miracolo, dalla fronte di Giove uscì Atena già tutta armata. Atena pertanto nasce non dalle viscere di una donna ma dalla mente di un uomo e come tale è mentale, di istintuale non ha più nulla.

Infatti sostiene che la madre è poco importante, perché nel parto è solo il padre che pone il seme, la donna non ha seme ma è solo la terra in cui il seme si deposita e ciò fu creduto per secoli, pertanto Oreste viene perdonato e ad Atene e poi a Roma le Erinni vengono trasformate in Eumenidi, divinità della giustizia anziché della vendetta.
FURIE

IL CULTO

Le Erinni avevano un santuario a Colòno (sobborgo di Atene) ed erano venerate ad Argo e a Sicione. Nei sacrifici si recitavano preghiere e venivano loro offerti soprattutto agnelli neri e una bevanda costituita da miele e acqua. Le Erinni nelle varie preghiere venivano anche chiamate Semnai o Potnie ("venerabili"), Manie ("folli") e Ablabie ("senza colpa").

A Roma vennero identificate con le Furie. Dal V secolo in poi le Furie furono identificate come Aletto, il Furore, Tisifone, la Vendetta, e Megera, l'Ira invidiosa, e rappresentate con capelli di serpenti verdi.

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- Dionigi di Alicarnasso - Rhomaikes Archaiologhias - Antichità romane -
- Cicerone, De natura deorum -  III -
- Marziano Capella - De nuptiis Mercurii et Philologiae - II -
- Claudio Claudiano - De Raptu Proserpinae -
- Eschilo - Orestea -
- Euripide - Medea
- Esiodo - Teogonia -


CULTO DI GIUNONE OPIGENA


0 comment
GIUNONE

Inni Orfici:
"Racchiusa nei grembi cerulei, areiforme, era di tutto sovrana, 
beata compagna di Zeus, che offrì ai mortali brezze gradevoli 
che nutrono la vita, madre delle piogge, 
nutrici dei venti, origine di tutto.
Senza di te nulla conobbe affatto la natura della vita, perchè, 
mescolata all'aria santa, tutto partecipi,
infatti tu sola domini e su tutto regni, agitata sull'onda con sibili d'aria.
Ma, Dea beata, dai molti nomi, di tutto sovrana, 
vieni benevola rallegrandoti nel bel volto."

Giunone Opigena era in particolare colei che assisteva le partorienti, ovvero che aiuta nelle nascite. Trattasi della Dea Giunone o Iuno, da Ianua (la porta per entrare o uscire, vita o morte, inizio e fine), antica divinità italica, legata al ciclo lunare come dimostra il suo diadema a mezza luna, alla natura, alla sessualità e al parto. Spesso era rappresentata nell’atto di allattare, in uno specchio prenestino allatta Giove bambino, quindi una Dea Madre antecedente a Giove. 

Come tutte le Dee madri doveva essere vergine, partorire un figlio e poi accoppiarsi con lui da adulto. In Etruria Giunone era Uni, in triade divina con Tinia (Giove) e Menrva (Minerva). Si comprende che da qui derivi la triade capitolina, precedentemente tutta di linea maschile (Giove, Marte, Quirino). 

Nel mito greco invece, ormai patriarcale, diventa la moglie di Giove, e la lussuria con accoppiamento e prolificità della Grande Madre Natura passa al Dio Padre. Ora è Zeus che si accoppia con tutte, e lo fa nel modo peggiore, cioè con lo stupro, molto diffuso all'epoca, dove le leggi consentivano il reato e non difendevano la donna.

Giunone, Juno,  assunse il ruolo di Regina, sposando il re degli Dei Iovis, per cui perse la libertà sessuale, costretta suo malgrado al matrimonio. Nel mito rimaneggiato è lei a chiedere lo sposalizio a Giove, nei miti precedenti invece è Giove che la obbliga, poichè il matrimonio è istituzione maschile. Lo testimonia nel V sec. a.c. la tragedia delle Danaidi che minacciano di impiccarsi piuttosto che sposarsi nelle Supplici di Eschilo:

Tutto ciò ch’è fatale accadrà:
di Zeus non è valicabile
la mente senza confini.
Come per molte donne che ti precedettero
Con le nozze si concluderà il tuo destino. 

(Eschilo - Le supplici)

Nelle Eumenidi di Eschilo le Erinni piangono perchè le donne, e per prima Giunone, devono sottoporsi al volere dei maschi che impongono loro il matrimonio. La donna da libera, come libero era il maschio nella scelta del partner, doveva sposarsi in monogamia ed essere fedele, mentre il maschio non era tenuto alla fedeltà. 

GIUNONE HERA

IL CULTO ROMANO

Con Giove e Minerva Giunone formava la Triade Capitolina, che costituiva il culto nazionale del popolo romano. A lei era dedicato il mese di giugno, Iunius. La Dea simboleggiava anche la fecondità della terra e le era sacro il cuculo poiché si pensava annunziasse con il suo canto l’arrivo della pioggia che rende fertile il terreno: per questo Zeus, per dichiarare il suo amore a Giunone, aveva scelto di prenderne le sembianze.

Come protettrice del matrimonio, dell’amore coniugale e del parto, il suo culto venne professato specialmente dalle donne, anche se Giunone col marito non se la cavava molto bene, visti i di lui tradimenti, ma era un esempio di sopportazione per le spose molto caldeggiato dai romani maschi.

Cantò Catullo:
Quante volte fu Giunone, la Regina,
a soffocare, comprensiva, il giusto sdegno,
di fronte ai troppi tradimenti del marito!


Fu rappresentata in atteggiamento regale come una donna di grande bellezza e dall'aspetto piacevolmente florido. A Roma non aveva un sacerdozio proprio, ma era ufficialmente servita dalla “regina”, ossia la moglie del “re sacrale”, la Regina Sacrorum, e dalla Flaminica, la moglie del Flamen Dialis, il sacerdote pubblico di Giove. Simbolicamente così importante che alla sua eventuale morte il marito flamen perdeva la sua carica.

Giunone Opigena è un aspetto della Grande Dea Madre romana Giunone, in quanto Dea del parto e figlia della Dea della Terra Ops. Opigena significa "Figlia di Ops", cioè partorita da Ops, personificazione dell'abbondanza della terra o dei raccolti; equiparata alla greca Rea, madre di molti Dei dell'Olimpo, tra cui Era, con cui Giunone era identificata. Il nome Ops  è anche il nome di Copia, Dea dell'abbondanza.

In quanto figlia di una Dea Madre, Giunone Opigena supervisionava il parto e il travaglio e proteggeva le donne in questo momento difficile. Essendo figlia di una Dea dell'abbondanza e della fertilità, era anche invocata per concedere alle donne famiglie numerose e prosperità. A volte viene chiamata assistente di Lucina, una Dea della luce e della nascita, ma anch'essa identificata con Giunone.



BIBLIO

- Publio Ovidio Nasone - Metamorfosi -
- Gabriella D'Anna - Dizionario dei miti - ediz. Newton&Compton - Roma - 1996 -
- Samuel Ball Platner - Aedes Junonis Lucinae - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Londra Oxford University Press - 1929 -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
- Laura Rangoni - La grande madre - Il culto del femminile nella storia - Milano - Xenia - 2005 -
- Robert Turcan - The Gods of Ancient Rome - Routledge - 1998 -


CULTO DI LATERANUS


0 comment
FORNO ROMANO A POMPEI

Lateranus è un antico Dio tutelare romano dei focolari (focus - foci) e un genio dei forni di mattoni, secondo un passaggio satirico dello scrittore cristiano Arnobio, un apologista cristiano di origini berbere durante il regno di Diocleziano (284–305).

" Lateranus, ut dicitis, deus est focorum et genius adiectus que hoc nomine, quod ex laterculis ab hominibus crudis caminorum istud exaedificetur genus. Quid ergo? si testa aut materia fuerint quacumque alia fabricati, foci genios non habebunt, et ab officio tutelae quisquis iste est Lateranus abscedet, quod regni sui possessio non luteis constructa est formis? et quid, quaeso, ut faciat, praesidatum focorum deus iste sortitus est? (Arnobe, Adversus Nationes)



FORNAX

La Dea Fornace era però una divinità preromana antichissima, precedente al Dio Lateranus, come colei che presiedeva alla cottura dei cibi e alla sessualità. Si ritiene che da lei venga il termine fornicare, cioè esercitare la sessualità, anch'essa collegata al calore. Grazie a Numa Pompilio venne introdotta una festa propiziatoria in onore della Dea Fornace, protettrice dei forni per il pane.

Il forno costruito con mattoni pieni che si scaldavano e si raffreddavano molto lentamente, permetteva dopo aver cotto il pane, di cucinare arrosti, verdure e dolci. Fornace (dal latino fornax) era dunque la Dea del forno in cui si cuoce il pane. In suo nome si festeggiavano le Fornacalia (19-20 e 21 gennaio), feste di ringraziamento per la tostatura del farro nei forni dei panificatori, infatti nel periodo più arcaico in territorio romano si coltivava il farro, solo successivamente si coltivò il grano, che era più nutriente e di sapore migliore. 

Le Fornicalia erano le feste in onore della Dea Fornix dove si cuoceva e si offriva la mola salsa alla Dea e il pane alla gente, dopo avervi impresso i segno del sole, un punto centrale coi raggi intorno. Soprattutto i poveri si giovavano di queste elargizioni festive pagate dallo stato. Si organizzava la processione con pane vino e latte che veniva offerto ai cittadini.

LA VENDITA DEL PANE

IL MATTONE

Il nome del Dio deriva da Lateritium, il mattone che da crudo diventa cotto ad alte temperature. Il Dio, o genio, controlla con quali tipi di legna si produca il calore nei focolari; dà forza e coesione ai vasi di creta, perché non volino in pezzi, vinti dalla violenza delle fiamme; si adopera affinchè il sapore dei cibi raggiunga il gusto del palato con la propria piacevolezza, fa la parte dell'assaggiatore, e prova se le salse siano state ben preparate.

Il nome Lateranus si basa infatti sulla radice latina che significa mattone, "later", come in "opus latericium", un tipo di muratura fatta di mattoni cotti dai romani per renderli resistenti alla pioggia e nel tempo. WH Roscher colloca Lateranus tra gli indigitamenta, l'elenco delle divinità mantenuto dai sacerdoti romani per assicurare che la divinità corretta fosse invocata per i rituali. 

Il Dio Laterano era dunque il Dio del forno a mattoni cotti ad alte temperature in grado di scaldare fortemente il forno e cuocere rapidamente e uniformemente i cibi. I forni diventano tabernae o thermopolii dove si cuociono e si vendono i cibi, 

L'artigianato diventa commercio, La Dea Fornax viene affiancata dal Dio Lateranus, la cucina romana, dapprima di area mediterranea si estese anche ai gusti dell'oriente formando una cucina varia e gustosa a tal punto da guadagnarsi oggi il titolo di patrimonio dell'UNESCO.



BIBLIO

- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -
- Howard Hayes Scullard - Festivals and ceremonies of the Roman republic - 1981 -
- W. Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic: An Introduction to the Study of the Religion of the Romans - London - Macmillan and Co. -1899 -
- J. Eckhel - Doctrina numorum veterum - IV - Vienna - 1794 -
- Jorg Rupke - Communicating with the Gods - A Companion to the Roman Republic - Blackwell - 2010 -


CULTO DI AESCULANUS


0 comment
DEA TEMI ANTICA AESCULANA

Aescolanus fu una remota divinità romana, protettrice dei mercanti, preposta alla coniazione delle monete. Pertanto era una divinità che presiedeva alla fabbricazione delle monete di rame, la prima coniazione di monete che sostituiva il baratto fu in realtà in bronzo, e andò dalla fondazione di Roma nel 753 a.c. a tutto il periodo monarchico dal 753 al 509 a.c. e parte del periodo repubblicano, praticamente fino al III secolo a.c.,

Allora il commercio, precedentemente basato sullo scambio delle pecore (pecus da cui pecunia) non si basava sulla moneta, ma su una specie di baratto o di pseudo monetazione per cui il mezzo di scambio erano gli scarti di lavorazione del bronzo (aes rude), in base al valore e al peso del metallo.

Codesta divinità però (che all'inizio doveva chiamarsi Aesculana), per quanto ora fosse maschile, veniva ancora rappresentata sotto la figura di donna maestosa che si ergeva in piedi con la mano sinistra appoggiala su un'asta e una bilancia nella destra. 

MONETA DI RAME


E' evidente che il Dio era un tempo una Dea, che l'asta era l'immagine del suo aspetto guerriero e pertanto punitivo in caso di offesa alla legge, e che la bilancia nella destra simboleggiava però il suo aspetto di giustizia, come colei che faceva rispettare la legge. Pertanto la Dea era colei che faceva rispettare l'uso della moneta, uso non facile da instaurare dovendo sostituire il baratto usato fino ad allora.

L'asta era il simbolo dell'arma usata in battaglia, quindi la necessità di combattere per sopravvivere, dove era difficile distinguere la difesa dall'offesa, perchè chi attaccava per primo non era benedetto dagli Dei però più facilmente vinceva. 

Pertanto l'antica divinità da un lato combatteva ma dall'altro lato aveva il simbolo della misura e delle giustizia, quindi della continenza in tutte le sue espressioni per non lasciarsi andare agli eccessi. In tal caso garantiva la giusta equivalenza del denaro, una garanzia che doveva essere per forza divina affinchè gli uomini potessero fidarsi.

AESCULANUS SULLA COLONNA DI SINISTRA, RAPPRESENTATO
IN UNA STAMPA MEDIEVALE

Quindi una Dea della Guerra ma pure della Giustizia, ovvero colei che rispondeva per giustizia in quanto offesa, per cui conduceva guerre giuste, fatte per difesa e non per smania di potere, ed esercitava la sua giustizia anche in merito all'equità dei commerci e celle monete di scambio. La divinità col tempo divenne maschile in quanto il patriarcato rafforzò sempre di più il potere del maschio, pur conservando i suoi simboli femminili.

Augustine of Hippo (354 - 430), De Civitate Dei 4.21, 28: "Allo stesso modo, infatti, essi presentarono il loro caso ad Escolano, padre di Argentino, perché il denaro di rame (o di bronzo) era entrato in uso per primo e l'argento per ultimo" (nam ideo patrem Argentini Aescolanum posuerunt, quia prius aerea pecunia in usu esse coepit, post argentea).

Esculano, ovvero Aesculanus divenne dunque il Dio delle monete di rame (aes) e padre di Argentino. il Dio delle monete d'argento, visto che alla moneta di rame seguì quella d'argento che non la soppiantò ma solo l'affiancò. La necessità di portare agevolmente grandi valori fece infatti creare una moneta di metallo più prezioso che consentiva perciò di portare meno peso e meno ingombro.



BIBLIO

- Gian Guido Belloni - La moneta romana. Società, politica, cultura - Firenze - NIS - 1993 -
- Italo Vecchi - Italian Cast Coinage. A descriptive catalogue of the cast coinage of Rome and Italy - Ancient Coins - London - 2013 -
- Alberto Banti - Corpus Nummorum Romanorum. Monetazione repubblicana - Firenze, Banti ed. - 1980 -
- H.A. Seaby, Roman Silver Coins - vol I: Republic to Augustus - Londra - 1989 -
- William Boyne - A Manual of Roman Coins: from the earliest period to the extinction of the empire - W. H. Johnston - 1865 -
Edward Allen Sydenham, The Coinage of the Roman Republic, New York, 1952 -


CULTO DI VERMINUS


0 comment
DIVINITA'  ITALICHE

Verminus era unDio che allontanava dal bestiame la malattia dei vermi, più in generale Dio dei vari parassiti nelle greggi e degli armenti, così come della guarigione del bestiame, di qualsiasi tipo di bestiame. Anticamente la malattia veniva vista come una divinità distruttiva da scongiurare, ma pian piano la divinità scongiurata si trasformava in benefica e protettiva dai danni di cui precedentemente era stata portatrice.



LE VARIE IPOTESI

Dio Indigete

Ciò avvenne soprattutto per le divinità più arcaiche dei romani, secondo alcuni studiosi il Dio Verminus era una divinità degli Indigeti (indigetes o indigetae), in contrapposizione agli di novensides, cioè a quelle aggiuntesi in tempo più recente (indigetes = indigenae, cioè proprî del luogo; novensides, da novus e inses, cioè venuti più tardi a prendervi dimora). 

La distinzione rimase sempre importante nel rituale romano. La formazione di due distinti gruppi di Dei si operò probabilmente nel VI secolo, quando, chiusasi la serie degli Dei indigeti, non si ammise più in essa alcuna nuova divinità, e gli Dei accolti in seguito nella religione ufficiale di Roma andarono così a costituire la categoria dei Novensidi.

La religione dei primi romani era più di tipo animista (un Dio o uno spirito responsabile di una cosa), e attribuiva a un potere più alto e incontrollabile ogni evento della vita. Questa religione era nei primi tempi, e nel caso degli Dei Indigetes, una religione privata, senza clero, e ognuno invocava l'uno o l'altro Dio secondo i suoi bisogni. 

I loro nomi furono: Anna Perenna, Carmenta, Carna, Ceres, Consus, Diva Angerona, Falacer, Faunus, Flora, Fons, Furrina, Ianus, Iuppiter, Larenta, Lares, Lemures, Liber, Mars, Mater Matuta, Neptunus, Ops, Pales, Pomona, Portunus, Quirinus, Robigus, Saturnus, Tellus, Terminus, Veiovis, Vesta, Volcanus, Volturnus. Come si vede del Dio Verminus non v'è traccia.


Dio iberico

Secondo altri studiosi il Dio venne attinto dalla popolazione iberica e preromana della penisola iberica che occuparono l'Hispania Tarraconensis, nel golfo di Empúries e Rhoda, estendendosi sui Pirenei. Essi parlavano la lingua iberica e coniarono loro monete. Nel 218 a.c.. furono conquistati da Roma che ne adottò alcune divinità. 


Il Dio sul Viminale

Il Viminale si può considerare il suburbio del primitivo centro di Roma. Il suo nome si fa derivare da antiche selve di vimini, delle quali sarebbe stato coperto: tali condizioni naturali e altre avrebbero trovato religiosa espressione in un Deus Viminus o Iupiter Viminus, antichissima divinità del colle, e forse anche in un Dio Verminus, attestato dall'iscrizione di un'ara del sec. II a.c. trovata a Via Volturno, divinità ignota, ma che sembra avere con le precedenti, almeno nel nome, una certa analogia.

Un altare dedicato dal console (o duovir) Aulus Postumius Albinus nel 151 a.c.. a Verminus fu scoperto nel 1876 e fu alloggiato nel museo di Antiquarium Comunale in Roma. Un'iscrizione del II secolo dedicata al Dio è stata ritenuta una preghiera e un rituale a causa di infezioni dovute ai vermi che si erano estesi anche agli esseri umani. 



Dio dei pastori

I romani erano antichi pastori soprattutto di greggi di pecore ma pure di capre, di maiali e di armenti di buoi, pertanto temevano i parassiti degli animali, ma erano anche contadibi per cui temevano i parassiti delle piante coltivate. Così il timore della "ruggine" per le piante, e dei parassiti degli animali, e pure degli uomini, come appunto i vermi intestinali, fecero di questi parassiti delle divinità nefaste.

Ma col tempo, essendo in perpetue battaglie coi popoli vicini, i romani divennero ottimi combattenti per cui cominciarono a pensare che gli Dei potevano essere propizi contentandosi magari di preghiere e offerte, Così gli Dei nefasti come la Dea Febbre portatrice appunto delle febbri, o il Dio Robigo, Dio della Ruggine del grano e il Dio Verminus, Dio portatore di vermi in uomini ed animali divennero da nefasti a propizi, trasformandosi da coloro che procuravano danni a colori che proteggevano da quei danni.



LE TRASFORMAZIONI

Questi Dei relativi alla pastorizia e all'agricoltura divennero pertanto Dei delle guarigioni e dei malanni, così come Mars, o Marte italico, inizialmente Dio della fertilità, della vegetazione e dei giardini, ma anche della folgore, del tuono e della pioggia. In seguito venne associato esclusivamente alla guerra e la battaglia, tanto importante per l'impero romano, come e anche più del greco Ares greco con cui finì per identificarsi. 
Spiriti della terra, dateci forza! Marmar il sanguinario, castiga i devastatori, ferma le calamità! E dopo sàziati. Siedi sereno sul confine: veglialo. Marmar, invita a danzare gli Spiriti del vento. Marmar, dacci forza! Sia gloria a Marmar!” cantavano i sacerdoti Arvali.

Restò come eccezione la Dea dell'agricoltura Pale che venne protetta dallo stato per la sua capacità di sfamare gli ormai numerosissimi romani attraverso il frumento.

Il popolo di pecorari divenne un popolo di guerrieri e di esploratori, ma anche di giuristi e di letterati, di ingegneri e di architetti per cui i culti pagati dallo stato riguardava più il lato bellico e cittadino, ma i contadini e i pastori mantennero in privato i loro Dei, che comunque il senato romano vedeva di buon occhio, come ad esempio per Verminus.



BIBLIO

- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
- Attilio De Marchi - "Il culto privato di Roma Antica, I" - Milano - 1896 -
- George Dumezil - La religione romana arcaica - Parigi - Payot - 1964 - Milano - Rizzoli - 1977 -
- Philippe Borgeaud - Avec Doralice Fabiano - Perception et construction du divin dans l'Antiquité - Genève - Droz - 2013 -
- Anna Ferrari - Dizionario di mitologia - Torino - Utet - 1999 -
- Licia Ferro e Maria Monteleone - Miti romani - Il racconto, con un saggio di Maurizio Bettini - Torino - Einaudi - 2010 -


CULTO DI ADOLENDA, COMMOLENDA, DEFERUNDA E COINQUENDA


0 comment

DEE DEGLI ALBERI

 ADOLENDA,  COMMOLENDA,  DEFERUNDA, E  COINQUENDA

Erano le Dee, italiche prima e poi romane, che dovevano venire invocate e onorate per il piaculum indispensabile alla distruzione di un albero, a cui tra l'altro si offrono sacrifici cruenti,


GLI ARVALI

Gli Arvali, Fratres Arvales, o "Fratelli Arvàli" erano un antichissimo collegio sacerdotale romano formato di dodici membri scelti a vita tra gli esponenti delle famiglie patrizie. Il termine deriva da arvum o aruum, "terra lavorata" (stessa radice ar di "arare" e di "aratro").

I sacerdoti si dedicavano al culto della Dea Dia, una divinità arcaica romana, più tardi identificata con Cerere, e di Marmar o Mavors, identificato più tardi con Marte, che proteggevano la terra e le messi.
Queste divinità venivano invocate nelle processioni, dette Ambarvalia, che si svolgevano in primavera per invocare la protezione degli Dei Lari sui campi.


GLI ACTA ARVALIA

Gli Acta Arvalia erano iscritti in tavolette di marmo fissate alle pareti del tempio di Dea Dia, Dea del boschetto, presso l'attuale quartiere della Magliana Vecchia, tra la riva destra del Tevere e il colle Monte delle Piche. Gli acta documentano i rituali di routine e le occasioni speciali, i vota dei membri partecipanti, il nome del luogo in cui si svolgevano i sacrifici e le date specifiche. 

Gli Acta Arvalia conservano i nomi di quattro "Dee funzionali", altrimenti sconosciute, che dovevano essere invocate per un piaculum, una propiziazione condotta prima di tagliare o comunque uccidere un albero. I loro nomi, che hanno l'aspetto di gerundivi latini, sono Adolenda (in riferimento alla combustione dell'albero), Commolenda (o Conmolanda, riduzione in schegge), Deferunda e Coinquenda (abbattimento dell'albero). 

Nel rituale romano tanto l'errore commesso, cioè l'atto da espiare, quanto l'espiazione, l'atto con cui si espiava, si diceva piaculum. La più lieve infrazione alle norme precise che regolavano le cerimonie religiose, i riti funebri, i ludi, la manutenzione dei boschi sacri (luci), costituivano un piaculum.


Il più radicale dei piacula era quello di ricominciare da capo la cerimonia o l'atto. Plutarco (Coriol., 25) afferma che ai suoi tempi si ricominciò un sacrificio fino a trenta volte. Secondo Livio (XXXII, 1; XXXVII, 3) le ferie latine, negli anni 190 e 189 a.c., furono rinnovate. 

Il più comune degli atti espiatorî consisteva in un sacrificio, in genere d'un porco o d'una troia. Alcuni sacrifici espiatorî avevano un carattere desecratorio: così il sacrificio d'una troia che ogni anno si offriva a Cerere prima di mettere mano alle primizie, aveva lo scopo di espiare e riscattare la proprietà sacra della messe adibendola all'uso profano.

Costituivano piacula preventivi i sacrifici delle vittime dette "praecidaneae", che si immolavano alla vigilia dei solenni sacrifici. Qui tanto il sacerdote celebrante, quanto gli assistenti dovevano essere puri, come anche tutti gli oggetti e utensili indispensabili al complicato rituale dovevano essere purificati. La impurità degli astanti e degli oggetti costituiva un caso di nullità del sacrificio, che doveva essere riparato (piaculum). Perfino la non esatta disposizione degli arredi sacri sulla mensa, e il difettoso loro maneggio, costituenti un'infrazione ai rigorosi canoni del rituale, potevano essere motivo di piaculum.

Il rigore era osservato in genere in tutti i sacrifici sia pubblici sia privati; però esso era massimo e spinto fino allo scrupolo nei sacrifici solenni di carattere pubblico, che erano anche i più complicati e minu̇ziosi. I Romani allora con il loro senso pratico, usavano celebrare in precedenza, alla vigilia dei grandi sacrifici, un sacrificio preliminare e preventivo non meno solenne, offerto in nome dello stato, con carattere espiatorio, in previsione degli errori e delle manchevolezze durante la cerimonia principale.

La vittima immolata in questo sacrificio si diceva appunto hostia praecidanea. Lo stesso carattere precauzionale aveva il sacrificio della porca praecidanea che ogni anno si offriva a Cerere, prima di cominciare le operazioni della mietitura. Con quel sacrificio si intendeva espiare in precedenza tutte le deroghe al rituale che si fossero potute commettere.

AMBAVARALIA

In tesi generale non si ammetteva espiazione quando la violazione fosse stata commessa volontariamente; in questo caso il colpevole diveniva impius. La competenza del giudizio della procedura dei piacula riferentesi alla religione nazionale era del collegio dei pontefici, quella concernente i culti non latini spettava ai "XV viri sacris faciundis".

Sono stati inclusi da W.H. Roscher tra gli indigitamenta, gli elenchi di divinità romane tenuti dai sacerdoti per garantire che nei rituali pubblici venisse invocata la divinità corretta. La forma gerundiva sarebbe insolita, anche se non unica per queste quattro divinità. La maggior parte dei teonimi formati da verbi sono nomi attivi o agenti, a indicare che la divinità permettesse o eseguisse l'azione.

Se i nomi sono gerundivi, potrebbero essere passivi, come se la divinità invece ricevesse l'azione. Hendrik Wagenvoort ha pensato che forse i nomi erano rivolti al numen dell'albero stesso, essendo gli alberi di genere femminile in latino. Due pecore erano il piaculum prescritto per ogni divinità.

Pertanto abbattere o bruciare un albero era una colpa, poichè però l'azione era necessaria agli uomini, questa si compiva unendola all'espiazione della colpa in quanto si abbatteva una creatura della Madre Terra. Certamente non si poteva abbattere una pecora per risarcire di un albero, ma si uccidevano ritualmente due pecore per cancellare la colpa di tutti gli alberi abbattuti in quella zona e magari in quell'anno.

Si concedevano così alla Madre Terra due pecore per risarcirla di tutti gli alberi tagliati nella stagione in quella zona, ma guai a sbagliare il rituale perchè il sacrificio in tal caso andava ripetuto. Il reato di consumare le creature della Terra a proprio beneficio dipendeva dunque da una necessità che le quattro Dee potevano ben comprendere, e serviva comunque a evitare che gli uomini abusassero del loro potere sulla natura dimenticando che essi non fossero i padroni del pianeta ma solo figli e sottomessi alla Grande Dea.



BIBLIO

- A. Bouché-Leclercq - Les pontifices de l'ancienne Rome - Parigi - 1871 -
- G. Wissowa - Religion und Kultus der Römer - Monaco - 1912 -
-  Varro, De lingua Latina 5.85.
-  Wilhelm Henzen - ed. Acta Fratrum Arvalium quae supersunt - Berlin - 1874 -
- Scheid John - Les frères arvales: recrutement et origine sociale sous les Julio-Claudiens - Paris - 1975 -
- Scheid, John, ed., Comentarii Fraturm Arvalium Qui Supersunt (Rome: Ecole Francaise de Rome and Soprintendenza Archeologica di Roma, 1998)


CULTO DI GIUNONE LUCINA


0 comment
GIUNONE REGINA

GIUNONE REGINA
Inni Orfici:

Racchiusa nei grembi cerulei, aereiforme, era di tutto sovrana,
beata compagna di Zeus, che offrì ai mortali brezze gradevoli
che nutrono la vita, madre delle piogge, nutrici dei venti, origine di tutto.
Senza di te nulla conobbe affatto la natura della vita, perchè,
mescolata all'aria santa, tutto partecipi, infatti tu sola domini e su tutto regni,
agitata sull'onda con sibili d'aria. Ma, Dea beata, dai molti nomi,
di tutto sovrana, vieni benevola rallegrandoti nel bel volto
."


Roma attinse a molte divinità, anzitutto greche, dato la presenza della Magnagrecia, ma pure etrusche e pure italiche. Fra le divinità greche i Romani venerarono Ilizia, o almeno la corrispondente di lei, Giunone Lucina, Dea della Luce e delle nascite, per cui del parto, che tante vittime mieteva sia come madri che come figli al momento della nascita.

Ilizia era figlia di Zeus e di Era, e sorella di Ebe, d'Ares e di Efesto. Nell'Iliade si parla invece al plurale delle Ilizie, personificazioni delle doglie del parto, che Era, loro madre, manda a suo arbitrio in terra. Presso gli antichi Greci Ilizia era la Dea che presiedeva al parto. I Romani la identificarono con Juno Lucina.

Avendo gli antichi dato a ciascuna divinità la protezione di una parte del corpo, fecero di Giunone Lucina la protettrice delle ciglia, perchè queste proteggono l'occhio, per cui si gode la luce che la Dea dà ai nascenti a cui assiste.

Fino a 30 anni fa si riteneva (o si era voluto far credere) che Lucina fosse stata una matrona romana convertita al cristianesimo, proprietaria di immobili in zona, che avrebbe fondato nella sua casa una "ecclesia domestica", cioè un luogo destinato ad un culto non pubblico ma privato. Lucina in seguito avrebbe donato la casa alla Chiesa Romana che vi fece erigere la chiesa di S. Lorenzo.

LE MATRONALIA IN ONORE DI GIUNONE

Ma si riteneva di quasi tutte le sedi delle chiese, finchè non si è scoperto che i luoghi di culto cristiano sorgevano quasi sempre sopra il tempio di culto pagano e si è  compreso che il nome femminile non apparteneva alla donatrice ma alla precedente divinità pagana. Ma gli indizi archeologici e i reperti riportano a una "Aedes Lucinae", un antico tempio precristiano della Dea Giunone Lucina, che fu poi adibito a culto cristiano e trasformato quindi nella prima basilica.

Le donne partorienti invocavano questa Dea col grido: "Giunone Lucina aiutamì e guardami, ti prego, da morte", grido del tutto giustificato perchè sembra che a Roma una donna su dieci morisse di parto. Nelle antiche medaglie di Faustina, questa Dea è rappresentata da una matrona di età matura che tiene nella destra una tazza e un'asta nella sinistra. 

La Dea Lucina, poi assimilata a Giunone e trasformata pertanto in Giunone Lucina, presiedeva ai parti e le donne dell'antica Roma attingevano, presso il tempio, l'acqua "miracolosa" per curarsi o per avere figli. Questa tradizione è confermata dal ritrovamento, durante gli scavi sotto la Sala Capitolare, di un pozzo e di un meraviglioso mosaico intatto, con gradini di marmo bianco e pareti affrescate, che avvalora l'ipotesi che possa trattarsi proprio dell'antico tempio di Giunone Lucina.

Le case o le insule non avevano pozzi, al massimo avevano le fontane, ma i pozzi derivavano da antichi riti, come quello del Carcere Mamertino. Inoltre Papa Sisto III per costruire la chiesa dovette richiedere il permesso imperiale, dato che si voleva costruire su terreno demaniale, quindi non si trattava di una proprietà della chiesa, nè di una domus donata, ma di un edificio pubblico, che apparteneva allo stato, sopra cui si voleva edificare una basilica o un tempio

La Dea era in stretto rapporto con Artemide (che però era vergine e mai aveva partorito), che talvolta veniva chiamata essa stessa Ilizia, con Afrodite e con Demetra, considerate sotto l'aspetto di Dee della maternità, e soprattutto con Era, invocata anch'essa come protettrice delle partorienti. Era velata dalla testa ai piedi, con una fiaccola in mano, alludendo al mistero della vita umana accesa o spenta (nascita e morte) con una fiaccola che poteva venir tenuta in alto per la vita o abbassata per la morte.

ILIZIA ASSISTE ALLA PARTENOGENESI DI ATENA

ILIZIA E LATONA

Quando Latona, incinta dei due gemelli divini, viaggiando col Vento del Sud, giunse a Ortigia presso Delo, tutte le Dee per fedeltà a Giove erano accorse ad assisterla nel parto, ma Era-Giunone appresa la notizia, decise di confondere la mente a Ilizia, impedendole di vedere Leto che da nove giorni attendeva le doglie del parto.

Dunque l'assenza di Ilizia impediva che si giungesse alle nascite. Allora Giove inviò Iride, la messaggera degli Dei da Ilizia perchè corresse da Leto promettendole una ghirlanda d'ambra intrecciata di fili d'oro. se avesse l'avesse assistita. Incantata dalla meravigliosa ghirlanda Ilizia corse a Delo, e Leto portò alla luce due gemelli: Artemide e Febo (Apollo).

In un'altra versione Latona grazie a Ilizia mise alla luce Artemide, che appena nata aiutò sua madre ad attraversare lo stretto e a Delo, e tra un olivo e una palma da datteri sulle pendici del monte Cinto, Latona partorì Apollo dopo nove giorni di travaglio.

GIOVE E ALCMENA

ILIZIA E ALCMENA

Era cercò di ritardare la nascita di Eracle, facendo sedere Ilizia davanti alla porta di Alcmena con le gambe, le braccia e le dita incrociate. Ma la serva di Alcmena, Galantide, o Galena, annunciò falsamente che Alcmena si era sgravata per cui ilizia se ne andò. Alcmena fece così uscire rapidamente dal grembo il neonato Eracle.

I Romani identificarono poi Ilizia con Juno Lucina, uno degli aspetti di Giunone come Dea che assisteva al parto. Era un modo tutto romano di unire diverse divinità straniere ad analoghe divinità romane dando loro un aggettivo che le indicasse la particolarità, in modo da poter celebrare le suddette divinità in un unico culto con gli stessi sacerdoti e i medesimi riti e sacrifici.



LA DEA LUCINA

In realtà Lucina fu una Dea della mitologia romana di origine etrusca (nella mitologia etrusca, Lucina corrisponde a Thalna, la Dea del parto e moglie di Tinia, il re degli Dei corrispondente a Giove, raffigurata nell'arte etrusca come una giovane e bella donna. Thalna si trova spesso raffigurata negli specchi etruschi, sui quali erano comunemente incise delle scene mitologiche. 

Dea della luce e dei parti, venne descritta da Ovidio Publio Nasone nelle “Metamorfosi” come la levatrice che fece nascere Adone da Mirra, figlia di Cinira re Assiro, la quale fu costretta dalla dea Afrodite, ad un rapporto incestuoso con il padre.

Le Metamorfosi  Libro decimo 128
"A metà del tronco il ventre della madre si gonfia, tutto teso dal peso del feto. Ma il dolore non ha parole, la partoriente non ha voce per invocare Lucina. Tuttavia la pianta sembra avere le doglie, curva su di sé, manda fitti gemiti, e tutta è imperlata di stille. Lucina, impietosita, si ferma davanti quei rami dolenti, accosta le sue mani e pronuncia la formula del parto. Si apre una crepa e dalla corteccia squarciata l’albero fa nascere un essere vivo, un bimbo che piange: le Naiadi lo depongono su un letto d’erba e lo ungono con le lacrime della madre.” 



IL GIURAMENTO A LUCINA

A Lucina in particolare si rivolgevano le ostetriche romane che si dice facessero alla Dea un giuramento:

Al momento di essere ammessa quale membro della Professione ostetrica, io mi impegno solennemente a consacrare la mia vita al servizio dell’umanità.
Riserverò ai miei maestri il rispetto e la gratitudine che è loro dovuta.
Praticherò la mia professione con coscienza e dignità la salute delle donne, dei bambini e delle famiglie, sarà la mia preoccupazione.
Rispetterò i segreti che mi verranno affidati, anche in situazioni drammatiche.
Custodirò con tutte le mie forze l’onore e le nobili tradizioni della professione ostetrica e le mie colleghe ed i miei colleghi, saranno miei fratelli.
Non permetterò che considerazioni di ordine religioso, nazionale, razziale, politico o di rango sociale, si inseriscano fra il mio dovere e le persone che a me si affideranno.
Manterrò il massimo rispetto per la vita umana dal momento del concepimento.
Nemmeno sotto costrizione farò delle mie conoscenze sanitarie un uso contrario alle leggi dell’umanità.
Faccio queste promesse solennemente, liberamente e sul mio onore
.”

Da notare che nella civilissima Sparta le levatrici, dopo la formazione (che era proibita agli uomini), e che avveniva nei templi e dopo aver ottenuto l’abilitazione, venivano assunte dallo Stato, divenendo pertanto vere e proprie professioniste.

IL PARTO NELL'ANTICA ROMA

GIUNONE LUCINA

Pian piano Lucina fu assimilata a Giunone diventando un suo epiteto cioè un suo aspetto, come Giunone Lucina, la portatrice di luce. Tuttavia alcuni studiosi fanno derivare Lucina dalla parola latina "lucus" (che significa "bosco sacro"), per un bosco sacro di alberi di loto che si trovava sul colle Esquilino, associato alla Dea.

Recenti studi etimologici hanno infatti proposto la derivazione della parola lucus da lux secondo l'etimologia degli opposti. Fu Varrone che definì nella sua "De lingua latina" la cosiddetta etimologia degli opposti, per cui lux avrebbe portato a lucus, cioè radure all'interno dei boschi nei quali venivano compiuti i sacrifici agli Dei. Peccato che i Romani, estremamente razionali, non agivano mai per opposti, ma soprattutto in Italia l'albero del lotus, o cachi, venne introdotto per la prima volta nel 1880.

Lucina era pertanto la Dea della Luce, ma in tutti i sensi, perchè la Dea portava alla luce i neonati, ma pure le idee, che fossero di operatività o di arte, per cui era ispiratrice di lavori complessi ma pure artistici, e a lei si rivolgevano:

- le donne gravide per ottenere una buona gravidanza, o un parto facile e veloce; Lucina è descritta da Publio Ovidio Nasone nelle Metamorfosi, come la levatrice che fece nascere Adone da Mirra figlia del re Cìnira.
- i poeti per l'ispirazione,
- gli scrittori di biografia e di storia per la giusta memoria e abilità compositiva,
- gli artigiani per le idee compositive,
- i filosofi per le intuizioni,
- i sacerdoti per comprendere i desideri degli Dei,
- le sacerdotesse per oracolare.

CHIESA DI SAN LORENZO IN LUCINA

IL TEMPIO DI GIUNONE LUCINA

Il tempio di Giunone Lucina era un tempio dell'antica Roma, dedicato sul colle Esquilino a Giunone Lucina, protettrice delle partorienti. Il tempio venne dedicato a Giunone Lucina il I marzo del 375 a.c. In questo tempio si celebravano le feste dei Matronalia il I marzo, giorno di dedicazione del tempio sull'Esquilino, detto pure “Femineae Kalendae” ³ (calende delle donne), perchè riguardanti solo le matrone ed erano collegati, secondo Ovidio, alla nascita di Romolo, al risveglio primaverile della fecondità e alla prima gravidanza delle donne sabine dopo il rapimento.

RESTI DEL TEMPIO DI GIUNONE LUCINA
Le donne romane attingevano, presso un pozzo  intorno a cui era sorto questo tempio, l'acqua "miracolosa" per curarsi o per avere figli.

Questa tradizione è confermata dal ritrovamento, durante gli scavi sotto la Sala Capitolare, di un pozzo e di un meraviglioso mosaico intatto, con gradini di marmo bianco e pareti affrescate, che avvalora l'ipotesi che possa trattarsi proprio dell'antico tempio di Giunone Lucina.

Le case o le insule non avevano pozzi, al massimo avevano le fontane, ma i pozzi derivavano da antichi riti, come quello del Carcere Mamertino. 

Inoltre Papa Sisto III per costruire la chiesa dovette chiedere il permesso imperiale, dato che si trattava di terreno demaniale, quindi non una proprietà della chiesa, nè di una domus donata, ma di un edificio pubblico, appartenente allo stato, sopra cui quindi si voleva edificare una basilica o un tempio.


IL VALORE DEL MARITO

Poiché il pregio maggiore di un marito, almeno socialmente, era che acquisisse gloria in battaglia, le mogli pregavano e facevano voti per questo, diventandone anche i giudici. 

Se un marito, ovvero la sua legione, avesse perduto una battaglia, specialmente se non si fossero battuti con un esercito di molto superiore, la moglie sicuramente ignorava la festa del tempio di Lucina non potendo elogiare il marito, e addirittura poteva vestirsi a lutto vergognandosi del comportamento poco patriottico del marito.

Se costui invece aveva con la sua legione vinto una battaglia, la moglie avrebbe dinanzi al tempio di Lucina fatto un pubblico elogio al marito e nel caso sfoggiato i simboli degli onori riconosciuti al consorte (falere o altro).

Il fatto che la moglie potesse lodare o meno il marito toglieva, almeno in epoca imperiale, un certo potere al consorte. La moglie stabiliva in pubblico il suo valore e, per parenti e conoscenti, questo avrebbe determinato in gran parte il valore del marito della donna. Il collegamento col culto di Giunone Lucina, protettrice delle nascite, trasformò la festività nella celebrazione delle nascite da un lato, e del giudizio sul consorte dall'altro.


COME DOVEVA ESSERE IL TEMPIO


La festività cadeva alle calende di marzo, anche dette "femineae kalendae", l'inizio dell'antico calendario romano: le donne romane recavano fiori e incenso al tempio di Giunone Lucina sull'Esquilino, e facevano dei voti perchè i loro mariti fossero valorosi nelle battaglie. 


LA BASILICA SEICENTESCA

Nel Seicento la basilica venne trasformata, riducendo le tre navate ad una navata unica, e rialzando il pavimento per evitare le alluvioni del Tevere. Sull'altare maggiore vi è la celebre Crocifissione di Guido Reni, posta tra quattro colonne e due semicolonne in marmo nero antico tratte dal tempio precedente. 

Sotto la sagrestia della basilica e sotto i palazzi di via di Campo Marzio furono ritrovati i resti del grande orologio solare costruito da Augusto nel 10 a.c., costituito da una platea circolare del diametro di quasi 180 m in lastre di travertino, su cui erano incastrate le lettere bronzee alte ben 3 m ciascuna.

Come gnomone fu utilizzato un obelisco egiziano, attualmente in piazza di Montecitorio e qui rinvenuto, che con la sua ombra indicava le ore. Nel 1568, durante alcuni lavori di scavo delle fondamenta, vennero alla luce i primi resti dell'Ara Pacis. In un luogo tanto illustre e scenografico non poteva mancare un tempio importante.


 
 

BIBLIO

- Publio Ovidio Nasone - Metamorfosi -
- Samuel Ball Platner - Aedes Junonis Lucinae - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Londra Oxford University Press - 1929 -
- Laura Rangoni - La grande madre - Il culto del femminile nella storia - Milano - Xenia - 2005 -
- Karoly Kerenyi - Gli dei e gli eroi della Grecia - Il Saggiatore - 2002 -
- M.S.Mirto - La storia sacra dell'isola stella: Delo e i suoi nomi - in Il Nome nel testo - Pisa - 2017 -
- Gabriella D'Anna - Dizionario dei miti - ediz. Newton&Compton - Roma - 1996 -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -





 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero - Info - Privacy e Cookies