TEMPIO DI CIBELE SUL PALATINO



RAPPRESENTAZIONE DEL TEMPIO IN UN BASSORILIEVO CUSTODITO A VILLA MEDICI

LA DEA

Petronio:
"Madre degli Dei immortali,
Lei prepara un carro veloce, tirato da leoni uccisori di tori:
Lei che maneggia lo scettro sul rinomato bastone,
Lei dai tanti nomi, l'Onorata!

Tu occupasti il Trono Centrale del Cosmo,
e così della Terra, mentre Tu provvedevi a cibi delicati!
Attraverso Te c'è stata portata la razza degli esseri immortali e mortali!
Grazie a Te, i fiumi e l'intero mare sono governati!

Vai al banchetto, O Altissima! Deliziante con tamburi, Tamer di tutti,
Savia dei Frigi, Compagna di Kronos, Figlia d'Urano,
l'Antica, Genitrice di Vita, Amante Instancabile, Gioconda ...
gratificata con atti di pietà!

Dea generosa dell'Ida, Tu, Madre di Dei,
Che porta la delizia a Dindyma ...
e nelle città turrite ...
e nei leoni aggiogati in coppie...
ora guidami negli anni a venire!
Dea, rendi questo segno benigno!
Cammina accanto a me con il Tuo passo grazioso!"

Cibele, la Grande Madre (Matrix Magnae), era la Dea della natura, degli animali e dei luoghi selvatici. Il centro principale del suo culto era Pessinunte, nella Frigia, da cui attraverso la Lidia passò nel VII secolo a.c. nelle colonie greche dell'Asia Minore e successivamente nel continente.

Nella mitologia greca fu identificata con Rea. Veniva spesso raffigurata seduta sul trono tra due leoni o leopardi, spesso con in mano un tamburello e una corona turrita sul capo.

Collegato al culto era il giovane dio Attis, suo figlio, poi da adulto suo amante e paredro, che in seguito si innamorò di una ninfa. Durante il banchetto nuziale Cibele, per vendetta, fece impazzire il giovane che, fuggito sui monti, si uccise evirandosi.

RICOSTRUZIONE DEL TEMPLUM MATRIX MAGNAE
Poi Attis resuscitò in primavera venendo assiso in cielo accanto alla Dea.

Era l'antico mito in cui il Dio vegetazione muore al solstizio d'inverno risorgendo all'equinozio di primavera, nell'eterno ciclo della natura (la Dea Madre). Le due divinità sono sovente raffigurate insieme sul carro divino trainato da leoni in un corteo trionfale.
Il Tempio della Magna Mater o di Cibele (Aedes Matris Magnae) fu edificato sul colle Palatino a partire dal 204 a.c. e venne terminato, e pertanto inaugurato, l’11 aprile del 191 a.c. Per la celebrazione venne dato l'avvio ai Ludi Megalensi, di cui scrissero Terenzio e Plauto. Il culto venne proclamato ufficiale dell'Impero Romano nel 160 d.c.



LA STORIA


Gli anni tra il 219 e il 201 a.c. furono gli anni della II guerra punica, che terrorizzava i cittadini romani per le continue distruzioni di villaggi e città, per il massacro degli abitanti, per le vittorie e le depredazioni dell’esercito di Annibale.
I Romani avevano sacrificato agli stessi Dei che fino ad allora avevano protetto Roma, ma inutilmente, allora si rivolsero a una consultazione di antichi testi che si faceva solo in caso di estrema necessità, cioè i Libri Sibillini. I libri vennero consultati e interpretati, per salvare Roma occorreva la protezione di un'antica Dea mediterranea, la Magna Mater di cui c'era un importante tempio a Pessinunte, nel nord dell’Asia Minore, detta anche "La Pietra Nera". Infatti il simulacro era una roccia scura e conica, probabilmente un meteorite.

I RESTI
Tito Livio:
"In accordo con un oracolo trovato nei libri Sibillini, in cui si affermava che un invasore straniero sarebbe stato scacciato se la Madre Idaea [Cibele] fosse stata portata a Roma, la Madre Idaea fu trasportata a Roma dalla città figia di Pessinunte. Ella fu consegnata ai Romani dal re Attalo dell'Asia. Secondo gli indigeni, la Madre degli dei era una pietra.
Perché l'oracolo aveva ordinato che la dea dovesse essere ricevuta e consacrata dal miglior uomo, fu ricevuta da Publio [Cornelius] Scipione Nasica (figlio di Gneo, che era morto in Spagna), giudicato dal Senato come il miglior uomo, anche se era giovane e non non era ancora stato eletto questore."

Una delegazione romana partì dal Senato e si recò al tempio della Dea e ne imbarcò il simulacro su una nave per essere trasferita a Roma e, una volta giunta in città, fu sistemata momentaneamente all’interno del Tempio della Vittoria che era situato a sud-ovest del colle Palatino, accanto a quello che sarà poi il podio del Tempio di Cibele, di cui si conservano pochi resti.

"Fu la nobile matrona di Roma, Claudia Quinta, che personalmente diede il benvenuto al seguito di Cibele a Ostia, tirando la nave con la sua virtuosa forza, un episodio considerato allora come un segno miracoloso di destino favorevole"

Il nuovo tempio venne subito costruito sullo stesso colle, innalzato nella parte interna del pomerio, una striscia di terreno consacrata agli Dei, perchè la Dea Cibele, giungendo dalla Troade, mitica patria dei Romani, fu considerata romana a tutti gli effetti.

Venne dunque costruito al centro tra la Domus Tiberiana e la Casa Romuli, nelle vicinanze della Domus Augustana e un'immagine figurativa della Dea, fu ritrovata senza testa nelle vicinanze del Tempio a lei dedicato, conservata oggi nel Museo Palatino.  In più venne ritrovata un'iscrizione che doveva sorgere sul lato destro della facciata: M(ater) D(eum) M(agna) I(daea).

Esiste anche una raffigurazione dell'edificio in un rilievo dell'età di Claudio, murato nella facciata posteriore di Villa Medici, dove il tempio è raffigurato corinzio e esastilo, con alta scalinata; senza colonne sui lati.
Il Tempio di Cibele fu distrutto due volte da un incendio: la prima volta nel 111 a.c., poi restaurato da  Metello Numidico e la seconda volta nel l 3 d.c. e Augusto lo fece riscostruire. L'edificio, innalzato su un’alta pedana preceduta da una gradinata, aveva un sacello quadrato al cui interno era conservato il simulacro della Dea, e un pronao con sei colonne corinzie e realizzate in peperino. L’attuale base è quella originaria ascrivibile al II secolo a.c., mentre le colonne di peperino che giacciono distese nelle vicinanze del podio derivano dai risanamenti, con lavorazione quasi reticolata, messi in atto in seguito all’incendio del 111 a.c., mentre i capitelli corinzi e i resti della parte frontale sono collocabili al risanamento che seguì l’incendio del 3 d.c. Sarebbe tuttavia auspicabile il loro riposizionamento.

ALTRA RAPPRESENTAZIONE IN CUI UN BUE VIENE PORTATO AL TEMPIO
DELLA MAGNA MATER PER IL SACRIFICIO. (Villa Medici)

I LUDI

Alla dedica del tempio si inaugurarono i Ludi Megalensi, dal greco Megale, un nome della Dea che significa Madre, celebrati con spettacoli teatrali per i quali scrissero alcune delle loro migliori opere Plauto e Terenzio.

CIBELE ROMANA
In epoca imperiale, il ruolo di Attis, la cui morte e resurrezione simboleggiava il ciclo vegetativo della primavera, divenne più importante acquisendo una connotazione misterica e iniziatica. In suo onore si organizzarono delle festività annuali, che prevedevano il rito del Sanguem dal 15 al 28 marzo.

Ovidio - I Ludi Megalensi:
Che il cielo giri per tre volte sul suo asse,
che il Sole tre volte aggioghi e lasci andare i suoi cavalli,
e quando il flauto Berecinto inizierà a suonare
il suo corno ricurvo, sarà la festa della Mater Idaea.
Gli Eunuchi sfileranno, e suoneranno i tamburi,
e i cembali batteranno con i cembali, con toni sonori:
seduta sui colli morbidi dei suoi servitori, essa verrà condotta
tra le urla per le vie della città.
La scenario è ultimato: i giochi stanno chiamando. Guardate, poi,
o Romani, e lasciate che le cause legali cessino nelle piazze.
Vorrei chiedere molte cose, ma sono impaurito
dal battito stridulo del bronzo e dal terribile ronzio del flauto curvo.
"Dammi qualcuno a cui chiedere, o dea."
Cibele, che sorvegliando le sue dotti nipoti, le Muse, ordinò loro di prendersi cura di me.
“I Bambini a balia dell’Elicona, memore dei suoi ordini, rivelano
il perché la Grande Dea provi piacere nel rumore continuo.”
Così parlai.

A Cibele erano riservati due culti. Quello romano, pubblico, prevedeva una serie di Ludi Megalensi, dal 4 al 10 aprile, consistenti inizialmente in rappresentazioni teatrali che avevano luogo nell'area antistante il tempio e ai quali si assisteva dalle gradinate dell'edificio; in seguito vennero aggiunte anche gare e corse nel sottostante Circo Massimo. Oltre i Ludi, era prevista l'offerta di un piatto di erbe chiamato “moretum” e l'invito reciproco dei romani a banchetti serali, “invitationes”, che lo Stato dovette provvedere a regolamentare a causa dell'eccessiva sontuosità.

ARA DI CIBELE
Il culto originario, quello frigio, a carattere misterico, era invece officiato da sacerdoti stranieri, (era proibito ai romani come poco dignitoso) chiamati arcigalli, con cerimonie  cruente che avevano inizio il 15 marzo e terminavano il 28. Il 15 marzo una processione della corporazione dei “cannofori” (portatori di canne) si recavano al tempio di Cibele, sul Palatino, portando tra le mani fusti di canne. La cerimonia, che portava il nome di “Canna Intrat” (Entra la Canna) ricordava un antichissimo rito agrario dedicato ad ottenere la pioggia; ma mirava a ricordare l'esposizione di Attis bambino in un canneto.

Seguiva un periodo di penitenza, “Castus Matris” (Digiuno della Madre), che durava fino al 22. Il 22 marzo un'altra processione onorava la Dea e il giovane Attis. La corporazione dei “dendrofori” (portatori dell'albero-fallo), esponeva nel tempio Palatino un pino che essi stessi avevano reciso. Lo privavano dei rami, lo avvolgevano in bende di lana rosso sangue, lo decoravano con ghirlande di viole e con strumenti musicali come la siringa, e vi collocavano una statuetta del Dio, trasportandolo fino al tempio di Cibele.

Qui si svolgeva il compianto per la morte di Attis. La cerimonia veniva detta “Arbor Intrat” (Entra l'Albero). Alcune fonti riferiscono di palme al posto dei pini e non a caso questo giorno è stato rinominato dai cristiani “Domenica delle Palme”.

Il giorno del sangue (“Dies Sanguinis” o più comunemente “Sanguem”) veniva celebrato il 24 marzo e per la morte di Attis i sacerdoti si flagellavano a sangue. Il pianto terminava quando il pino veniva sepolto nel sotterraneo del tempio, dove rimaneva fino all'anno seguente.



LA RESURREZIONE

CIBELE TURCA
Il giorno seguente, il 25 marzo, chiamato “Hilaria” (Gioia), celebrava la rinascita del Dio,  (rinominata Pasqua dai cattolici), che veniva annunciata con la presenza di una luce nel tempio.

Il 26 marzo doveva essere, come indica il nome, “Requetio”, un giorno di riposo. Alla festa della “Lavatio” (abluzione, lavacro) della statua di Cibele partecipavano fin dai tempi più antichi i “quindecemviri”; la cerimonia aveva luogo il 27 marzo: l'immagine di Cibele, su un carro, veniva portata al fiume Almone. Nella testa della statua era incastonata la pietra sacra che il 4 aprile del 204 a.c. era giunta a Roma insieme alla Megalesia.

Il carro veniva spinto nel fiume e l'arcigallo bagnava la statua per poi asciugarla e cospargerla di cenere. Come sempre nei culti di Cibele la festa si chiudeva tra canti e danze e la statua tornava al suo tempio sul Palatino.

Si trattava dell'ultima cerimonia prima del momento più solenne: l'iniziazione ai Sacri Misteri.



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