LE SORGENTI DI ROMA



SORGENTE DELL'ANIENE
Le antiche sorgenti romane attualmente riconosciute sono ventitré, individuate soprattutto nella zona centrale della città. Le acque di tali sorgenti andavano poi ad alimentare gli antichi torrenti dell'epoca, come l’Amnis Petronia, che scorreva tra il Pincio e il Quirinale, e lo Spinon, che scorreva tra il Campidoglio e l'Oppio.


Le sorgenti a destra del Tevere sono:

-  n. 1 - Acqua della Fontana delle Api - Acqua di Santa Maria delle Grazie - Acqua Angelica (per alimentare fontane);
-  n. 2 - Acqua Damasiana (fonte battesimale);
-  n. 3 - Acqua Pia (come fontana-abbeveratoio a p.za Porta Cavalleggeri);
-  n. 4 - Acqua Lancisiana (acqua minerale oggi imbottigliata, posta sui muraglioni del Tevere vicino Ponte Principe Amedeo d’Aosta);
-  n. 5 - Acqua Corsiniana;
- n. 6 - Acque Corsiniane (per uso e fontane privati di residenze nobili);
- n. 7 - Acqua Innocenziana o Acqua del Fontanile delle Mole Gianicolensi (posta sotto il Convento di S. Pietro in Montorio) - Fontis Arae (usate per i mulini);
- n. 8 - Acqua del Tempio Siriaco (alimentazione del ninfeo dell’omonimo monumento in Via Dandolo).


Le sorgenti a sinistra del Tevere sono:

ROMA ED I SUOI CORSI D'ACQUA NEL 753 A.C. (INGRANDIBILE)
- n.  9  - Sorgente di Via Margutta
- n. 10 - Acque Sallustiane;
- n. 11 - Acque Sallustiane;
- n. 12 - Acqua di San Felice;
- n. 13 - Acque Fontanili - Fonte del Grillo;
- n. 14 - Acqua Tulliana ( sgorga nel pavimento della cella inferiore del Carcere Mamertino ai piedi del Campidoglio; per uso religioso);
- n. 15 - Acque Lautole;
- n. 16 - Fonte di Giuturna - Tempio dei Castori (usate come vasche);
- n. 17 - Fonte del Lupercale (uso religioso);
- n. 18 - Acqua di San Clemente (dentro la Basilica di San Clemente);
- n. 19 - Acqua di Mercurio (per alimentazione del ninfeo, come ricorda una lapide posta su un casino a Piazza di Porta Capena);
- n. 20 - Fons Apollinis;
- n. 21 - Fonte delle Camene (alimentazione il ninfeo);
- n. 22 - Piscina Pubblica (per pulire la fogna delle Terme di Caracalla);
- n. 23 - Fonte di Pico;


All'esterno dell'Urbe:

- n. 24 - La Fons Egeria, fatta captare da Erode Attico per alimentare un ninfeo della sua villa, ancora visibile nel Parco della Caffarella.
- n. 25 - Le sorgenti dell’Acqua Vergine, ubicate nella Tenuta di Salone, lungo la via Collatina, circa 1,5 km fuori dal GRA.

FONTINALIA FESTA DELLE FONTI

DELLE ACQUE SORGENTI IN ROMA
RODOLFO LANCIANI - Estratto dagli Aiti della R. Accademia dei Lincei

« Ab urbe condita per annos quadringentos quadraginta unum contenti fuerunt Romani usu aquarum, quas aut ex Tiberi aut ex puleis aut ex fontibus hauriebant. fontium memoria cum sanati tate adhuc extat et colitur: salubritatem aegris corporibus afferre creduntur, sicut Camenarum et ApoIIinis et luturnae ». (4,4).
I romani, prima della perduzìone dell'appia, si dissetavano:
- I, ex Tiberi, dal Tevere;
- II, fonti di acqua viva, i pozzi;
- III, ex fontibus, le fontane
- IV, ex aqua coeles, sottintesa da Frontino, la quale raccoglievasi nei compluvi, o nelle cisterne.

FONTE DEL TEVERE

DELL'ACQUA DEL TEVERE

Le acque del Tevere giungendo a Roma dopo un percorso di 373 chilometri, ed una discesa di 1161 m hanno perduto per via la purezza e la limpidità primitiva. Attraversando un bacino argilloso ed i depositi delle proprie alluvioni, si assimilano, astrazione fatta da altre brutture, almeno otto sostanze più o meno solubili.

Ciò che dice Frontino della loro potabilità, è provato da che, non appena i romani , distrutti gli acquedotti imperiali, vennero a trovarsi nelle condizioni dei loro antenati vissuti prima del 442, si dissetarono nuovamente alla corrente del Tevere. Che anzi il desiderio di trovarseli vicini deve essere posto fra le cause che determinarono gli abitanti delle colline a discendere al campo Marzio, ove era altresì più facile e più efficace il perforamento dei pozzi.

La salubrità delle acque tiberine è vantata da Alessandro Petronì, archiatro di Paolo IV e Gregorio XIII, nel trattato De aqua tiberina Romae 1522; da Alessandro Sacci, medico di Sisto V, nell'opuscolo Del vivere dei romani e di conservare la sanità, Roma 1542; dal Fabricio al e. 12 della Roma, il quale afferma:
« aqua tiberina fictilibus urceis continetur, fìtque in eis limpidissima, potu amabilis, et absque corruptione longo tempore pura ».

Di Clemente VII narrasi come « nel recarsi che fece nel 1553 a Marsiglia,  per congiungere in matrimonio sua nipote Caterina de' Medici con il duca di Orleans, che fu poi Enrico II, a consiglio del suo medico Corti che a que' di godeva fama di dottissimo uomo, portò seco tale quantità di acqua del Tevere da essere dispensato da usarne alcun' altra. Altrettanto praticò il suo successore Paolo III nelle sue peregrinazioni a Loreto Bologna e Nizza. E Gregorio XIII, sebbene successore a Pio V, che aveva ricondotta l'acqua vergine, nella sua vita comechè più che ottuagenaria, non usò mai altra acqua ».

Contro questa predilezione verso le sozze acque tiberine, vera cloaca massima della città, sorsero oppositori quali Giovanni Battista Modio ed il Gagliardelli, dichiarandola pregiudizievole agli usi domestici. In siffatta controversia spettava alla chimica di pronunciare il verdetto.

Lasciando da parte l'analisi fatta da Antonio Chimenti nel 1831, perchè un po' grossolana, mi attengo a quella accuratissima fatta dai sigg. Commaille e Lambert, e divulgata l'anno 1860 nella Memoria sur les eaux potables et minérales du bassin de Rome. Paris, Germer-Baillière.
Analizzando quindi i corpi che possono derivare da questi elementi, i signori Commaille e Lambert dichiarano che l'acqua del Tevere non può considerarsi malsana.

FONTE DI GIUTURNA

DELLE SORGENTI URBANE

« Fontium memoria cum sanctitate adhuc extat et colitur, scrive Frontino, salubritatem aegris corporibus afferro creduntur, sicut Camenarum et Apollinis et Juturnae ».

I tre esempi citati si riferiscono alle sole fonti medicinali: assai maggiore è il numero delle potabili note agli antichi, e di quelle che suppongo essere loro state note, benché non ne abbiano lasciata memoria.

Il «locum delegit (Romulus) fontibus abundantem » di Cicerone. In questo paragrafo ragionerò primieramente delle tre frontiniane: quindi delle altre non nominate ne' commentari ma da altri scrittori e monumenti, e che « ora sono inaridite o vanno serpeggiando sotto le rovine: infine di quelle delle quali non si ha memoria nei classici o nei monumenti, benché possano supporsi note agli antichi.

Può darsi però che, come oggi le due sorgenti di vigna Bettini e di villa Mattei appariscono distinte, fossero considerate come tali anche presso gli antichi. In questo caso, serbando il nome di Egeria alle polle superiori, riconoscerei nelle inferiori matteiane il « Fons Apollinis » di Frontino, intorno al sito del quale nulla si conosce di preciso. Un frammento della pianta capitolina, ora perduto, esprime il centro di una piazza ornata di un monumentino quadrato, fontana o puteale che sia, e la piazza vi è chiamata Area Apollinis.

Ora fra le piazze della prima regione i cataloghi pongono 1' "arcum Apollinis et splenis". Questo accoppiamento, il quale sa d'idroterapia, ben s'addice alla virtù del fonte accennata da Frontino. Inoltre quella bassura di villa Mattei, sui confini della prima regione, si presta benissimo al collocamento della piazza nominata nei cataloghi, tracciando la linea dei confini medesimi. I Mirabilia fan fede della permanenza delle tradizioni locali sul fonte d'Apollo, nel medio evo.

FONTE DI GIUTURNA

1) - FONS IUTURNAE

Il sito preciso, nel quale la fonte di Giuturna scaturiva dalla rupe palatina, è indicato da Dionisio (6, 13), da Ovidio (FasL 1, 707), da Floro; e siccome il tempio dei Castori è in gran parte superstite, non incontriamo difficoltà a segnare il posto della sorgente nella pianta idrografica di Roma. Le acque sembra ristagnassero nella convalle sottoposta, formando una profunda palus (Livio, 1, 13), detta il Lago Curzio, che dobbiamo credere diversa e distinta dal minore velabro.

È probabile che, aperta la cloaca massima, il laghetto ottenesse un ben ordinato regime di scolo, che ne fosse ristretto il perimetro, che fosse conservato infine, piuttosto per sacra e tradizionale reminiscenza (in lacum Curtii stipem jacebar Suet. Octav. 57) che non come abbeveratoio, o riserva di acqua potabile.

Del culto di questa fonte di Giuturna abbiamo non solo la testimonianza di Frontino, di Properzio, di Varrone, ma anche quella dei marmi. Il eh. Tomassetti ha scoperto nella galleria lapidaria vaticana un bacino lustrale di travertino, segnato col n. 164, dedicato dai due Tiberii Giulii Stafilo e Ninfio, padre e figlio, a Giuturna DIVTVR.

La forma e la natura del monumento ci costringono a riferirlo alla fonte vicina ai Castori. Un altro puteale scritto, posto nell'istesso luogo per senatus-consulto nelle acque di Giuturna, sono ricomparse più volte in varie epoche, sempre vicino alle tre colonne. Prescindendo dalle oscure tradizioni medioevali, dalle quali ebbero origine i nomi di "s. Maria de inferno" e di "s. Silvestro in lacu" dati a una o due chiesuole vicine, abbiamo le seguenti notizie più certe.

Nella storia di s. Maria in Cosmedin del Crescimbeni, Angelo Maifei racconta:
« mi ricordo.... avere veduto vicino alle tre colonne.... ove si vede una bocca di cloaca esservi naturalmente ceduto il terreno, ed avere aperta una voragine al mio credere profonda da 50 e più cubiti, e nel fondo della quale si vedeva passare l'acqua ».

Nella Storia dei solenni possessi del Cancellieri si ha notizia di uno scavo eseguito il 24 maggio 1702 dietro la chiesa di "s. Maria de inferno". Questo scavo, per asserto del Fea, non fu condotto a termine a causa dell'apparizione di limpide vene d'acqua. Nel marzo 1816 un' altra polla d'acqua eruppe presso le tre colonne.

Nell'agosto 1818 nell'istesso luogo « sotto il piano della selciata laterale si trovò un fondo d'acqua per tutto il tratto scavato di più canne in giro, tastandosi in tutti i punti il terreno con lancetta di ferro lunga 15 palmi, senza trovar fondo ».

Finalmente nel dicembre 1870 « da parecchi punti del vico tusco scaturirono potentissime vene: e mentre deliberavasi sul modo di liberarsi da siffatta molestia, d'improvviso un tratto del selciato avvallò; e le acque penetrando nelle fenditure del suolo, vi trovarono... un esito proporzionato al bisogno ».

Forse questo piccolo bacino lacustre non è, o meglio, non era alimentato dal solo fonte di Giuturna. Dall'altra banda della via sacra « altro fonte... scaturisce nella chiesa sotterranea dei ss. Cosmo e Damiano.... per 25 palmi più sotto alla superiore.... Questa continua nella sua purità di vena incessante;. Il Brocchi attribuisce questa vena al sistema idrografico di quella frastagliatura dell'Esquilino che dicevasi Oppio ».

Oltre le quattro fonti fin qui descritte, abbiamo memoria di moltissime altre sorgenti urbane note agli antichi. Alcune erano di scarso volume: altre più abbondanti davano origine a fiumicelli perenni.
Spettano a quest'ultima classe:

ALMONE IL FIUME SACRO

2 ) - FIUME ALMONE

- il lubricus, cursu brevissimus almo di Ovidio, il flumen Almonis della P regione, l'Acquataccio, o marrana della Caffarella de nostri tempi. Nasce fra le vie Latina ed Appia, nella valle della Caffarella
e consta di molte vene. Due, sono il sopravanzo della coppia di fontanili che trovansi a monte ed a valle del casale della tenuta. La terza, è quella minerale d'Acquasanta e zampilla alla quota di 33 metri dal livello del mare. Rende 7 oncie.

Quivi accanto, sulla spianata del colle, furono già veduti avanzi di un suburbano con bellissimi pavimenti di mosaico. Trattato medico-fisico dell'Acquas, narrano come tornasse ad apparire l'anno 1567 sotto Pio V, rendendosi celebre per guarigioni, l'anno 1616 sotto Paolo V. Alessandro VII ne usò "quotidianamente contro il mal di pietra."

PERCORSO DELL'ALMONE (INGRANDIBILE)
L' ultimo gruppo di vene è quello che fa mostra nel ninfeo del Triopio di Erode Attico, detto della ninfa Egeria, e che sgorga pure dalle rupi di Capo di Bove. Dà forza motrice al molino della Caflfarella. Di queste vene, dice l'Olstenio « cum multa hinc inde foramina subterranea dehiscere deprehendissem, immisi homines peritos, qui pervestigarent et tentarent si qua aditus in coemeterium pateret. Sed illi, lustratis omnibus...., affirmarunt haec spiracula esse aquaeductus subterranei, quo aqua in lucum Camoenarum perducta iam olim fuit ».

Il eh. de Rossi tentò la prova nel 1853; discese da molti pozzi e spiraceli nel sotterraneo labirinto, e lo riconobbe destinato, almeno in grandissima parte, all'allacciamento «nympharum quae sub colle sunt». L'istesso aveva fatto il Fea, il quale, dopo descritte le belle scoperte quivi avvenute circa il 1815, aggiunge : « la sorgente primaria dell'acqua proveniva da vene allacciate dalla parte alquanto più alta a mano sinistra di chi guarda (il ninfeo) d'onde per mezzo di una forma assai ampia si distribuiva.... Nella rottura della nicchia essendovi una sufficiente capacità m'insinuai per essa nella forma, e, richinato un poco, la girai comodamente.... La parete del colle, a cui è appoggiata la fabbrica, si vede, da dentro la forma, composta di terra grossolana non di tufo ».

ECCO COME APPARIVA ANTICAMENTE IL CAMPO MARZIO, CON I SUO LAGO CENTRALE
(PALUS CAPRAE) ED I SUOI AFFLUENTI CHE SFOCIAVANO NEL TEVERE

3) - PETRONIA AMNIS

«Petronia amnis.... in Tiberim perfluens, quam maglie stratus auspicato transeunt cum in campo quid agere volunt »
La sua sorgente dicevasi « Cati fons.... quod in agro cuiusdam fiierit Cati ». Correva dunque fra le mura serviane rivolte al campo Marzio e nel campo stesso. Ora se ne è perduta in apparenza ogni traccia, ma la sua linea è marcata da un violento corso di acque sotterranee, che il volgo chiama sallustiane.

Il fondo di ciascuna delle valli che dividono l'un dall'altro il Pincio, il Quirinale, il Viminale, l'Oppio, il Cispio, il Celio, l'Aventino, è il ricettacolo naturale delle vene di filtrazione che scendono dai versanti di ciascuna coppia di colline, e che si crede scaturissero con maggiore abbondanza quando le colline stesse erano rivestite di almeno diciotto boschi.

Celebri sono le querce del Celio e del Capitolino, i cornioli della Velia, i vinchi del Viminale, i lauri, gli elei, i mirti dell'Aventino, i pini del monte Mario. Veggasi la Storia fisica del bacino di Roma (1867, p. 12, 17) del eh. Ponzi, e la rara «Pianta dell'antica città di Roma con i suoi boschi sacri etc. » di Giambattista Agretti, rettificata e corretta da P. E. Visconti.

Prima che gli ingegneri etruschi, avvezzi a combattere le natie maremme, dotassero Roma di cloache, ad ogni gola fra una coppia di colli, corrispondeva la relativa palude:
- alla gola fra il Celio e l'Aventino il Velabro maggiore: « nam olim paludibus mons (Aventinus) erat ab reliquis disclusus »:
- alle gole, fra l' Esquilino il Viminale il Quirinale, il minore Velabro;
- alla gola fra il Quirinale ed il Pincio la Caprae palus in campo, ed i vada ferenti.

ANTICO PERCORSO DEL PETRONIA AMNIS
Queste paludi erano evidentemente alimentate dai ruscelli, ove sotterranei ove superficiali, che solcavano il fondo delle convalli a monte. Per me non v'ha dubbio esservi relazione fra il « Petronia amnis in campo » e la « Caprae palus in campo » nel senso che il primo alimentasse la seconda: credo pure che a queste vetuste memorie di un corso d'acqua fra il Pincio ed il Quirinale si colleghi l'acqua sallustiana del nostro volgo, nome proprio di tutte quelle vene onde è saturo il sottosuolo di piazza Barberini e delle vie del Tritone, della Stamperia, di s. Claudio ecc.

« Nel convento de' padri della Vittoria » scrive il Venuti « scorre sotterranea un' acqua leggerissima e salubre, la quale, passando per il giardino d'Acquasparta, per il convento di s. Niccola da Tolentino e per le case prossime a s. Idelfonso, i possessori delle quali se ne servono per via di pozzi, prosegue il cammino per forma incognita ».

« Clemente XII propose d'imboccarla nel condotto dell'acqua vergine, ma ne fu tralasciata l'impresa perchè portava seco la rovina di tanti edifizi, sotto a' quali ella passa ».

Il Canevari la rintracciò nel 1871 in piazza Barberini « al fondo del grosso materasso di terreni di scarico, e sopra ai tufi che funzionano da strati impermeabili » alla quota di m. 20,64 sul mare, ed a m. 11,75 sotto il selciato della piazza.

Il Fabretti dice averla veduta « in puteo pharmacopolii sub signo regis Mithridatis in via b. Virginis Constantinopolitanae » ossia del Tritone « quam eandem esse dicunt cum ea quae ad plateam Ulmi sub officina tinctoria visitur ».

Il Ligorio chiama le "aquae ad plateam ulmi", il fonte di Calcarara. « La parte più interna (del circo flaminio) stava nel sito della casa di Ludovico Mattei, il quale ha cavato una quantità di travertino un fregio in un gran pezzo intagliato, de' putti che sopra de' carri facevano i giuochi circensi, e nella cantina trovaronsi altri travertini, e viddesi alquanto del canale per dove passava l'acqua, la quale ora chiamasi il fonte di Calcarara ».

Gli avanzi di questo circo, furono distrutti e ricoperti dalla fabbrica del palazzo Mattei, restandovi per memoria di esso un capo d'acqua. il quale si vede ancora vicino al detto palazzo nella cantina di una casa.

Anzi fabbricandosi nel secolo passato il palazzo Altieri, alla cantonata si scoperse un condotto di purissima acqua corrente, la quale si stimò essere quella  che andava al circo Flaminio, e che ancora oggi sbocca all'istesso sito.
« Altro capo d'acqua.... si è osservato nel restaurarsi il palazzo Casoni vicino alla chiesa di s. Caterina (de' funari) trovandola leggera e condottata »

Nasce ora una questione di qualche importanza. Hanno gli antichi cercato di trarre partito da queste vene sallustiane, e di sottoporle ad un regime idraulico dì raccolta e distribuzione?
V'è una iscrizione, che il Grutero ebbe dal Mazochio, che dice:

IMP • DIOCLETIANVS C • AVG • PIVS • FELIX
PLVRIMUS OPERIBVS IN COLLE HOC EXCAVATO SAXO
QVAESITAM AQVAM EX IVGI PROFLWIO EX TOPO HIC
SCATENTEM INVENIT -MAR • SALVBRIOREM • TIBER
LEVIOREM CVRANDIS AEGRITVDINIBVS • STATERÀ IVDICAT
EIVS RECEPTVI PVTEVM AD PROX • TRICLIN • VSVM
IN HOC SPHAERISTERIO VBI ET IMPERAT NYMFEVM • F • C

Fu trovata, secondo il Grutero, « in vinca Johannes Dominici de Fidelibus prope sanctam Marìam maiorem »; vigna che il Massimo dichiara compresa nel perimetro della sua villa sull'alto dell'Esquilino, dirimpetto a s. M. Maggiore.

Non è possibile che la lapide sia stata trovata al suo posto, poiché non è sul culmine ma nei fianchi delle colline, che si scavano cunicoli per l'allacciamento di vene profonde: e del resto è chiaro che l'iscrizione si riferisce al complesso dei lavori fatti per lo stabilimento delle terme.

Essa nomina tre cose distinte:
a) una rete di cunicoli,
b) un pozzo,
e) un ninfeo.
Vediamo se di tutto rimanga traccia nella zona delle terme dioclezianee.

« Nelle vigne presso alle terme, narra l'Àldovrandi, dalla parte verso la valle quirinale vogliono che Diocleziano facesse un palazzo. Vi sono state ai dì nostri ritrovate gran basi di colonne poste nel luogo loro: e vi si è scoperto una cappella (fontana-ninfeo) di varie conchiglie ornata. Un'altra ne fu ritrovata dalla parte opposta di queste terme, coperta di due pezzi soli di marmo, lavorati a guisa d'una conchiglia di mare ».

A sud della via Venti Settembre ho esplorato una serie di pozzi più o meno profondi.
- Il primo, all'angolo di detta via con la vìa Goito, scoperto il giorno 18 giugno 1878 ha pareti laterizie, m. 1,00 x 1,00 di luce, e chiusino composto di un enorme pietrone.
- Il secondo, trovato nelle escavazioni del palazzo delle finanze, serbava l'acqua alla profondità di m. 27,50.
- Il terzo fu scoperto il 22 novembre 1873 dietro la mostra dell'acqua felice nel giardino de' sordo-muti; aveva sponde di peperino con le pedarole per la discesa, e serbava l'acqua alla quota di m 40 sul mare.

Ora tutto il banco di tufo che costituisce il sottosuolo della contrada circostante alle terme, alla quota di m. 42 è perforato da un labirinto di cunicoli, alti m 1,70 larghi 0,45, intorno al cui lo scopo idraulico non è più permesso di dubitare.
Tutto ciò costituisce un complesso di fatti che dimostrano avere gli antichi fatto ricerca di vene in questa regione, con sistema in tutto e per tutto conforme a quello dichiarato nell'epigrafe dioclezianea. Ho anche indizio che le avessero raccolte in un capo solo, nel basso della valle sallustiana.



LE LATOMIE DI POZZOLANA

Il giorno 9 aprile 1858 l'ingegnere Adamo Ugo, scavando un pozzo nella casa Chelli presso s. Nicola da Tolentino, alla profondità di m 4,11 trovò un ampio cunicolo, tagliato nel tufo, largo m 0, 67 alto m 1, 83 diretto verso sud-ovest, e pieno di sottili depositi argillosi.

CAVE DI POZZOLANA
Può darsi che questo fosse lo speco collettore, o almeno uno dei principali, e che abbia relazione con la bella piscina sulla quale sono fondate le case che formano angolo tra le vie del Falcone e di s. Susanna.

È necessario però riflettere che le latomie di pozzolana, aperte su tutto l'altipiano del Quirinale, debbono avere alterato il vetusto regime delle acque sotterranee. Ho attribuito altrove l'apertura di queste cave all'infimo medio evo: ora posso meglio definirne la cronologia.

Una parte è sicuramente anteriore alla costruzione del quadriportico della Certosa, perchè alcune gallerie penetrano nell'interno del medesimo, e non è possibile supporre che sieno state scavate per attentare alla sicurezza della bella opera di Michelangelo.

Con rogito notarile del Cavallucci, in data 21 maggio 1588, donna Camilla Peretta concede a Francesco di Piero, e Cesare Marette l'apertura di una cava di pozzolana in quella parte della sua villa esquilina che aveva acquistata dai pp. di s. Eusebio, e che confinava con la via di porta s. Lorenzo. Dalle notizie raccolte nelle Memor, istoriche della v. Massimo, apparisce che l'estrazione della pozzolana nella zona delle terme, deve aver durato fino al 1780 incirca.

LE PALUDI DEL TEVERE - RISERVA NATURALE

LE PALUDI DEL TEVERE

Della depressione del campo Marzio ove impaludavano le acque capree è rimasta memoria fino ai giorni nostri nella Valle ove sorge la chiesa di s. Andrea. Nel medio evo questo nome di Valle estendevasi a tutta la contrada vicina.
« Non è facile determinarne i confini, ma egli è certo che le chiese di s. Marcello, di s. Marco, di s. Maria in Aquiro, di s. Apollinare, di s. Maria in via lata, di s. Lorenzo in Lucina, e di s. Trifone, tutte sono dette della Valle nell'insigne placito di pp. Onorio II dell'anno 1127. con altri nomi, propinquorum fluminum. »

Chi sa che questi non fossero i nomi o dei rivi che alimentavano le altre paludi urbane, simili alla Caprea, ovvero dei loro canali di scolo nel Tevere. Poiché è duopo rammentare che siffatte paludi non trovavansi ad uguale livello col Tevere, ma lo dominavano di circa 8 metri, onde una comunicazione diretta continua non poteva avvenire se non in occasione di piene straordinarie {aqua hiberna).
Il fondo della cloaca massima sul vico tusco, di questo « receptaculum omnium purgamenorum urbis » e canale di scolo del Velabro, trovasi a m 8,25 sull'idrometro di Ripetta.



4 ) - AQUA TUTIA

Un altro fiumicello, assai vicino alle mura, era l'aqua Tutia, da cui trasse il nome un latifondo medioevale, posto ad un miglio dalle porte salaria, nomentana, e tiburtina. Il Bosio pone a confronto con l' aqua Tutia il « iuita nymphas ad latus agri verani » degli atti di s. Lorenzo. Lo credo corrispondere al fosso del Portonaccio.

AQUA TUTIA, EX FOSSO DI PORTONACCIO,
OGGI LAGO DI PORTONACCIO
È degno di considerazione il fatto che, ostruite dopo la caduta dell'impero in tutto in parte le fogne della città, le vecchie paludi tornarono ad apparire in modo più o meno evidente. Del velabro maggiore ritroviamo le tracce in quell'alluvione sotterranea la quale impedì a Matteo da Castello di proseguire gli scavi nel Circo massimo, nei primi mesi del 1587.

Del velabro minore, in tutta quella serie di fenomeni, relativi alla azione delle acque presso s. M. Liberatrice, dei quali ho parlato nel Bollettino dell'Istituto del 1871 e disopra nel paragrafo relativo
al fonte di Giuturna, e possiamo aggiungere, trattandosi di uno stesso bacino lacustre, nella pozzanghera fra s. Giorgio in velabro e s. Anastasia ricolmata da Alessandro VII coi materiali prodotti dallo spianamento della piazza del Pantheon, e nel Pantano del foro di Augusto.



IL PANTANO DI VIA BACCINA

L'arco che anche oggi diciamo de' Pantani, da cui ha principio la via Baccina, nel medio evo ebbe nome di Arcus Nervae e corrottamente Arca di Noè, celiando forse il volgo sulla condizione del luogo perennemente coperto dalle acque « defluenti per sotterranee vie dal prossimo colle ».

Il pantano, anteriore per certo al secolo XIV (cf. Cod. Vatic, di Eutropio, 1904, ove un postillatore
del secolo nominato osserva: pantanusque est post ecclesiam sancte Martinae et sancti Adriani) fu incominciato a prosciugare dal card. Alessandrino, e disparve completamente sotto Paolo V, nell'anno 1606, come si ha da una iscrizione posta sulla fronte della chiesa di san Quirico.

Finalmente dei vetusti pantani del campo Marzio, nel punto più depresso ove sorge il Pantheon, si ritrovano tracce nelle alluvioni descritte dall'arciprete Cipriano « Hic abi none fora sunt, adae tesaere paludes Amne redundatis fossa manabat aquis. (Ovid. Fasti). Non dobbiamo credere che il Tevere liberamente s'insinuasse nei due velabri in tutte le stagioni quasi che essi ne fossero due particolari ramificazioni »

Cipriani, narrando della costruzione della chiavica maestra della Rotonda per opera di Urbano Vili (Aggiunge il Nibby che presso la chiesa di s. Lucia della chiavica « furono trovati molti scoli d'acqua che mettevano nella gran chiavica propinqua ». Si confronti anche il nome « in piscinula » dato ad una chiesa di s. Stefano demolita nel 1741. Nello schema dello « Stato delle acque nell'epoca diluviana » disegnato dal eh. Ponzi vi sono disegnate le tre paludi postdiluviali, la caprea e i due velabri, insieme ai rivi che le alimentavano, ai quali timidamente propongo dare il nome di Petronia, Spinon, Nodinus etc.

« Se si guardi la carta annessa » scrive il Ponzi p. 18 « si vedrà che tanto la palude caprea, quanto i due velabri si distesero lungo il corso dei tre principali torrenti che percorrevano la valle della sponda sinistra.... Questi sono:
1) quello che raccoglieva le acque del Pincio e del Quirinale il quale, avanti di raggiungere le gore della corrente del Tevere, dilatava le sue onde sui piani del campo Marzio, e vi produsse la palude caprea;
2) quello che condusse i scoli del Quirinale, Viminale, e Esquilino... che fu la causa del piccolo velabro, e dell'annesso lago Curzio...;
3) il torrente poi che portò le acque del Celio, del monte d'Oro, e degli Aventini fu l'origine del grande velabro.

Nei tempi più remoti il velabro maggiore era ingrossato dalle fonti delle Camene, di Mercurio e della Piscina Publica: il  minore dalle Lautole, dal tulliano, dalle fonti di Giutuma e di Fauno Luperco.



5 ) - LAUTOLE

La sorgente minerale detta "Lautolae" è collocata da Varrone:
« ...ad Jainum Geminum (aquae caldae fuerur, ab his palus fuit in minore velabro). »

VIA BONELLA - LAUTOLA
Siccome la posizione di cotesto Giano è nota per le indicazioni lasciate da infiniti autori raccolti dal Nichols Forvrm,  possiamo con certezza collocar la sorgente presso l'imbocco di via Bonella.

Il eh. Michele de Bossi la crede termale non solo, ma solforosa, in un passo che stimo utile riferire per disteso:

 « .... il Palatino... sovrasta un punto assai frastagliato e largo della vallata tiberina; e dallo studio comparativo delle memorie storico-fisiche locali, e delle osservazioni puramente geologiche si può quasi con certezza dedurre, che ivi giunge e s'incrocia colla valle del Tevere una delle fenditure disposte a raggi attorno al comune centro del vulcano laziale.... 

Infatti le acque Lautole, ivi presso sorgenti, erano calde e solforose: ed è questo il foro romano. spessissimo centro particolare di terremoti, voragini, ed altri fenomeni. »

Anche il Brocchi ponendo a confronto i versi d'Ovidio {FofL I, 257):
 « Ante tamen gelidi s subieci snlphara venis
Claaderet ut Tatio fervidus hnmor iter. »

Col nome di Lautolae, dato alla sorgente tennale di Peschio montano presso Tarracina, crede le lautole urbane idrosolfate.
Questi fenomeni non furono limitati soltanto alla valle del foro. Altre tracce di vulcanismo si hanno nel Campus Ignifer, il "fumans solum" di Valerio Massimo, consacrato da Valerio Poplicola. Anche il vico Insteio ebbe i suoi fenomeni:... «  in vico Insteio fontem sub terra tanta vi aqimrum fluxisse. Questa via era acclive, avendosi menzione del vicus insteianus summus. »

IL LUPERCALE

6 ) - LUPERCALE

La sorgente del Lupercale è forse quella che, prima di ogni altra, fu frequentata ed usata dai preistorici abitatori della Roma palatina; consacrata con arcadico rito a Fauno Luperco cioè allontanatore dei lupi. Sgorgava da un antro della rupe del Germalo, presso l'angolo che guarda fra
il velabro ed il circo massimo.

Se ne è perduta ogni traccia, benché il sito sia con ogni precisione determinato per le notizie che si hanno da Dionisio, Appiano, Varrone, Plutarco, Virgilio, Servio, Velleio Patercolo, Livio, Valerio Massimo, Orosio e dalla iscrizione ancirana.

Dico che se ne è perduta ogni traccia, perchè è semplice supposizione quella del Brocchi di riconoscere nella polla di s. Giorgio le acque lupercali, trascorrenti per profondi meati dalla rupe palatina fino alla cloaca massima. Il medesimo dice esser probabile che il vero capo delle vene palatine, almeno uno dei capi, sia quello che alimenta il pozzo profondissimo della villa già Spada ora delle suore della Visitazione.

Forse la notizia più accurata che si abbia del Lupercale è quella contenuta nella IV memoria dell'Aldovrandi:
« Nel circo massimo si vuole che fosse un tempio di Nettuno edificato dagli arcadi: e si tiene che fosse quella cappella (ninfeo) che fu ai dì nostri scoperta sotto le radici del Palatino presso a s. Anastasia, tutta adorna di conchiglie marine ».



7 ) - FONTE DI PICO

(Sotto l’Aventino e di fronte al Tevere sorgeva, con salubri e copiose acque oggi completamente scomparse, il Fonte di Pico, figlio di Saturno e antico re del Lazio, marito di Venilia, figlia di Giano. Un giorno Pico, avendo respinto le proposte d’amore di Circe, fu da questa trasformato in uccello, e così mutato, essendo solito venire a dissetarsi colà, rimase alla fonte il nome di Pico).

Si riferiscono a questo fonte i distici di Ovidio:

« Lucas Aventino suberat niger ìlicis umbra
Quo posses viso dicere: numen adest.
In medio gramen, rauncoque adoperta virenti,
Manabat saxo vena perennis aqnae. »

« Con valide autorità potrebbesi opinare che l'antro e la fonte di Pico fossero nel colle aventino sotto il tempio di s. Prisca »;  « in monte Aventino qua parte eam regionem urbis respicit, quae piscina publica dicebatur »  fu scoperta una famiglia di iscrizioni, incise in sassi di travertino, e riferibili
tutte al culto di una o più sorgenti locali. Sono dodici di numero: ma è duopo aggiunger loro una decimoterza trovata nell'anno 1815 evidentemente nell'istesso luogo.

Le iscrizioni integre cominciano con la data della loro dedicazione; le quali date abbracciano un periodo quasi secolare.1 dedicanti sono gli ufficiali di un collegio, intitolato da una sorgente « (cuìus) memoria adhuc extabat et colebalur nella piscina publica. »

Nei titoli si parla di MAGISTRI • ET • MINISTRI • FONTIS senz'altra designazione, ovvero di « magistri et ministri, huius anni », senza pur accennare alla natura del magisterio o del ministerio, essendoché il luogo nel quale i cippi erano eretti lo indicava palesemente.

Sembra essere stata ritrovata nel secolo decorso. « Non sono molti anni » scrive il Cassio (2,520)
« essendosi fatta da un personaggio amante di antichità una cava sotto alla strada di s. Balbina, tra
l' ingresso delle antoniane, e alcuni orti o vigneti quasi in prospetto del monastero di s. Gregorio, sboccò un gran capo d'acqua, che per la limpidezza fu giudicata provenire da viva sorgente in
quella parte del monte. Ma essendosi ricoperto l'orificio dell' occulto condotto in cui scaricavasi verso la valle del Circo, nell'essersi smossa la terra dalli cavatori, allagò tutti li vicini vigneti. »

TULLIANUM

8 ) - TULLIANUM

Sorgente assai famosa è quella che oggi zampilla nella cripta inferiore del carcere tulliano; il quale sembra anzi aver tratto il nome dalla sorgente stessa. Tulli, aquarum proiectus, quales sunt in .4nt ne
Iwmtn. Paragonando la costruzione di questa cella con quella dell'antichissimo serbatoio tuscolano, si vede che ambedue furono edificate per identico scopo, destinate ad eguale uso.

La sorgente è di tenue portata: credo fosse più abbondante prima della separazione del Quirinale dal Capitolino, avvenuta sotto Traiano. La cripta tulliana comunica con un sistema di cloache, le quali possono vedersi disegnate dal eh. de Mauro nella Ichnografia carceris Mam. Buonarroti 1868.

Che il nome Tullianum non abbia connessione di sorta con Tullio re, è dimostrato anche dall' assurdità del fatto che la parte inferiore del carcere possa essere più recente della superiore, come pretenderebbe Varrone {career a coercendo. .. In hoc pars quae sub terra Tullianum, ideo quod additum a Tullio rege).

A livello del pavimento esiste ancora la bocca della sorgente cerchiata da un grande anello bronzeo, che si dice sgorgata miracolosamente per opera di san Pietro ma in realtà già esistente dal momento della costruzione del carcere. Non è escluso pertanto che fosse chiamato carcere tulliano per la sorgente che c'era all'epoca.



9 ) - AQUAE FONTINALIS

Il nome di Fontinalis dato ad una porta del recinto serviano sul Quirinale, presso la piazzetta di Magnanapoli e s. Caterina da Siena, deriva evidentemente da una o più vene locali: e questa etimologia è confermata da Paolo Diacono.

Per quanto possa sembrare strano di ritrovare sorgenti sulla cima di un colle, isolato, anzi a piombo da tre lati, pure il fatto è confermato non solo dall'esperienza avutasi in occasione del taglio per la via Nazionale attraverso la villa Aldobrandini, nel quale sono apparse ricchissime vene di un vago color
ceruleo, ma anche da osservazioni fatte più volte negli ultimi secoli.

Quando il Fuga, sotto Clemente XII, fondava il palazzo della Consulta incontrò capi d'acqua così esuberanti che, proprio lì, sul vertice del monte fu costretto a far uso di palizzate. La fontana nel cortile del real palazzo, detto di s. Felice, è alimentata da vene locali, vinte in bontà dalla sola vergine.

Un pozzo ricoperto da un cupolino, rimasto in piedi fino al 1876, nella piazzetta all'angolo delle vie Quirinale e Mazarino era profondo m. 17,84, sopra tre e mezzo di diametro. Vi correano in fondo vene limpide e fresche che si credono quelle istesse le quali emergono alla fonte del Grillo, sulla
fede di un'esperienza descritta dal Cassio, nella quale alcuni grani di miglio gettati nel pozzo sarebbero tornati ad apparire nella fontana.

Quest' acqua del Grillo fu di recente sottratta all'uso publico, ma può attingersi nella bottega n. 6 annessa al palazzo, o nel cortile della casa n. 25. Andrea Fulvio descrive un pozzo nella valle del Quirinale, « more fluentis aquae vitreis uberrimus undis »; ma ignoro di quale intenda egli parlare.



10 ) - FONTIS ARAE

Altre fonti non distinte da denominazione speciale, ma consacrate con are votive, ci sono indicate da Cicerone a pie del monte Gianicolo « quod procul ad fontis aras regem nostrum Numam conditum accepimus ». Ora è noto che gli avelli lapidei, nei quali erano stati deposti Numa ed i suoi codici, furono discoperti V anno 572/182 « in agro L. Petilii scribae sub Janiculo, dum cultores altius moliuntur terram ».

E' notevole la descrizione che Livio ci ha lasciata di quelle vetuste arche sepolcrali: « duae lapideae arcae, octonos ferme pedes longae (m. 2,35) quaternos latae (m. 1,175) . . . , operculis plumbo devinctis »; poiché si può rigorosamente applicare, salvo la saldatura plumbea, a tutte le antichissime arche fossili che abbiamo ritrovato a centinaia presso le porte fontinale, viminale ed esquilina, e delle quali ho data più volte descrizione nel Bull, municipale. La loro remota antichità è testificata dal fatto che non tutte trovansi al di fuori del recinto serviano.



11 ) - FONTI ESQUILINE

Anche l'Esquilino ebbe le sue sorgenti. Costruendosi le case del nuovo quartiere, più e più volte si è incontrata l'acqua viva a quote comprese fra i 30 e 35 m. sul mare. Abbondano sopratutto nella valle attraversata dalla via Merulana presso ss. Pietro e Marcellino, e nel bacino di villa Massimo, in capo al vico patricio.

Il Canevari, esplorando con trivella artesiana il terreno nella piazza delPEsquilino, dinanzi al cancello inferiore di detta villa, trovò l'acqua alla quota di 28,62 m. sul mare, che è quanto dire a m. 13,32 sotto il piano stradale.

Il giorno 2 febbraio 1879, nelle fondamenta della casa che forma angolo fra la via delle quattro fontane e la piazza dell' Esquilino, dirimpetto al villino Costanzi, si ritrovò uno speco profondo che attraversa ad angolo retto detta via, e quindi piega dalla banda del Viminale. Vi scorre per entro un capo d'acqua considerevole.

Prima di lasciare l'Esquilino debbo esporre una mia congettura che si collega alla idrografia del luogo, ed al partito tratto dalle sorgenti locali per aumentare le difese della città lungo la linea dell'aggere serviano. Il lunedì 9 aprile 1877, mentre gli operai della società genovese dell'Esquilino attendevano a scavare le fondamenta di un vasto fabbricato circoscritto dalle vie Carlo Alberto, Mazzini e Rattazzi, il terreno che, per due terzi dell'area (partendo dal nord) si era mostrato solidamente vergine, mancò all'improvviso sotto i loro piedi, squarciandosi in profonda voragine.

Il mio chiaro amico ing. Pio Giobbe, cui era stato affidato lo incarico di ricercare le cause della frana, avendomi chiamato a parte delle sue indagini, mi diede occasione di scoprire in quel luogo non solo la grande fossa serviana, ma altre particolarità istorico-topografiche di molta importanza.

Queste appariscono evidenti nella pianta e sezione dello scavo che publico alla tav. I, fig. 7. Vi si incontra dapprima il terrapieno o aggere, quindi (procedendo verso est) il muro di sostruzione largo m. 3,00: succede una banchina di suolo vergine e compatto larga m. 8,00, misura corrispondente a quella già verificata in altri tratti della banchina medesima.

Viene da ultimo la grande fossa, profonda in questo punto ben 17 metri (15 sotto il piano stradale). I materiali che la riempivano a partire dal ciglio della banchina si riconobbero essere: uno strato di terriccio misto a tegolozza, ed a frantumi di vasellame domestico, grosso in circa m. 4,00; uno strato enorme di ossa umane, non solo, ma anche di animali domestici, grosso m. 11,30; un ultimo strato di fango e melma umidiccia, mista a detriti vegetali, grosso m. 1,50.

Questa ultima particolarità dimostra che l'acqua ristagnò per un periodo non breve nel fondo della fossa serviana: e poiché la elevazione della zona sul livello del mare vieta di pensare alle acque di filtrazione, mi sembra potere attribuire quella inondazione della fossa a vere sorgenti "ex tufo hic scaturentibus".

L'istessa esperienza si è avuta nel luglio 1879, fondandosi una casa sull'angolo di via Merulana e di via Leopardi presso la sala mecenaziana. Le sponde della fossa serviana sono apparse nello scavo così nette e decise che sembravano tagliate col piccone da pochi giorni: nel fondo ristagnava l'acqua che si è dovuta vincere con macchine idrovore.

ISCRIZIONE DELL'AQUA DAMASIANA

12 ) - AQUA DAMASIANA

Abbondantissimo di salubri acque è il Gianicolo. Esse emergono dagli strati pliocenici, a differenza di tutte le altre urbane che nascono dai tufi vulcanici. Celebre sopra tutte è la damasiana, cui si riferisce il carme da quel pontefice fatto incidere in marmo, ritrovato da Paolo V fra le rovine della vetusta basilica vaticana, e per suo ordine affisso alle pareti delle grotte sotto la confessione, con lapide commemorativa recante la data del 1607.

« Cingebant latices montem, teneroque meata Gorpora mnltorum cineres atque ossa rigabant. Non tulit hoc Daroasas, commani lege sepultos. Post requiem tristes iterum persolvere poenas. 'Protinas aggressus magnani superare laborem, Aggeris immensi deicit culmine montis, Intima sollicito scrutatus viscera terrae. Siccavit totani quodquid madefecerat huraor: Invenit fontem praebet qui dona salutis ».

Questo carme ci apprende che la basilica vaticana trovavasi nel secolo IV in condizioni poco
dissimili da quelle in cui è rimasta fino a questi ultimi tempi la basilica di s. Lorenzo fuori le mura, incassate ambedue nei fianchi di un colle, in modo da assorbirne tutta l'umidità.

Ciò che è stato compiuto sotto i nostri occhi a s. Lorenzo, col taglio del colle detto il Pincetto, Damaso lo compì pel Vaticano ove le acque di filtrazione erano assai più abbondanti, attesa la predominanza della creta nella formazione del suolo. Del resto, anche nei tempi classici, il Vaticano era noto per l'insalubrità dell'aria. L'acqua damasiana, ritrovata col seguire il corso delle vene apparse nel taglio della intercapedine, sorge a circa 1120 metri a s. o. della basilica, fuori porta Cavalleggieri, nel sito detto s. Antonino.

Vi sono due vene: la prima apparisce in fondo al pozzo o trombino, dal quale attingono l'acqua gli inquilini della casa di 8. Antonino: la seconda sorge pochi metri più a valle. Discendono, unite, nel volume complessivo di oncie quattro entro lo speco damasiano, alto m. 1,34 largo m. 0,99, di buona
e salda opera laterizia, a profondità varie sotto il piano del suolo; la massima essendo di metri 29,60, come può verificarsi per mezzo degli spiracoli disposti a giusti intervalli.

S. Damaso la condusse all'atrio della basilica, secondo il Cassio, (1, 48); nell'oratorio di s. Giovanni Battista, secondo il Ciampini; nel battisterio, secondo Ermodio di Pavia. Innocenzo X la ricuperò dopo lunga dispersione, l'anno 1649, e la raccolse entro ampia conserva nei giardini vaticani, onde potè accrescersene la erogazione fino a nove oncie e mezzo per mezzo di chiavi regolatrici.

La mostra principale, nel cortile di s. Damaso, è disegno di Alessandro Algardi. La iscrizione commemorativa ha la data del 1649. L'acqua damasiana ha sapore leggermente terroso, temperatura variabile.

FONTE VATICANA

13 ) - FONTI VATICANE

Nell'anno 1637, regnando Urbano Vili, appiedi della salita che conduce ai giardini vaticani, e sotto l'ala occidentale del teatro di Belvedere si trovarono vene d'acqua, della portata di oncie due.
Lorenzo Bernini le raccolse entro una fistola, e recolle al grazioso fonte delle api, ove è inciso un distico attribuito alla musa pontificia.

Nell'anno 1697, regnando Innocenzo XII, frate Francesco Antonio Beffa, del convento di s. M. delle Grazie, scoprì altra vena d'acqua eccellente sotto al giardino di Belvedere dalla parte di porta Angelica. La incondottò nel volume di dodici oncie all'incirca, e condussela all'angolo di detta chiesa, ove ancora zampilla. La lapida commemorativa è trascritta dal Cassio (1,427).

FONTE LANCISIANA

14 ) - FONTI GIANICOLENSI

L'acqua lancisiana nasce alla estrema pendice del Gianicolo sotto la salita di s. Onofrio. Se ne
faceva uso ab antico {temporis iniuriis ita dispersami ut eius vestigium in ripa tiberis vijo extaret). Clemente XI, nell'anno 1720, per iniziativa del Lancisi l'incondottò in tre fistole e condussela a far mostra al porto leonino.

Entro la villa Salviati (orto botanico) alla Lungara scaturisce una vena assai profonda, che si attinge per via d'un pozzo. La villa Corsini possiede due polle. Scaturiscono a così grande elevazione sulla costa del monte, che giungono con le fistole sino in sommo al palazzo. Il Biondo narra che ai suoi tempi (intorno al 1430) si vedean correre presso la porta settimiana acque sorgive, raccolte in vasti ricettacoli, ed anche in fontanili.

Nell'anno 1682, sotto Innocenzo XI, fondandosi la mola inferiore gianicolense presso il bosco parrasio, si trovò ima copiosa vena. Alimenta anche oggi il fontanile sotto il muro di cinta dell'orto di s. Pietro in Montorio, per mezzo di due fistole di due oncie ciascuna. Così abbiamo dal Cassio. Ora sembra che una delle due fistole renda acqua Paola. La innocenziana genuina ha temperatura di 15^: grado idrotimetrico 19'*,4. Contiene in un litro centigr. 35 di sali, e  4,83 di ossigeno.

FONTANA DEL NILO

ALTRE FONTI MINORI

15 ) - Castro pretorio

Il Brocchi nomina una vena perenne nel castro pretorio, che a me non è riuscito trovare. Forse ne ha presa la notizia del Fauno, 4, 6 p. 115 che dice: « dietro agli argini di Tarquinio infino alla muraglia è il campo viminale, che sono tutti hoggi arbusti e vigne, dove fu già un pozzo di acqua viva, che si « chiamava il pozzo del vivario »; ovvero dal Gamucci, 3, che scrive: « questo medesimo campo (viminale) essendo stato sin a quei tempi, per cagione di certe acque che vi surgevano, chiamato il Vivario, ha conservato sempre il nome ».


16 ) - S. Lorenzo

Nel 1878 al di fuori della porta viminale, fra questa e la via di p. s. Lorenzo fu trovata una nicchia di fontana, incrostala di mosaico, ove era scritto con lettere di smalto d'oro: FONS PERENNIS.

POZZO DI PROBA

17 ) - S. Agata in Suburra

Il Marliano dice che nella valle sottoposta alla chiesa di s. Agata in Subura fuvvi già il pozzo di Proba, presso s. M. in Campo, chiesa che il Martinelli annovera fra le scomparse a suo tempo. Il Corvisieri invece riferisce il sito del « pozzo di Proba » alla chiesa di s. Salvatore in pisile o de Cornullis demolita sotto Paolo V, e che il Bufalini segna sulla vetta del Quirinale fra s. Silvestro ed il palazzo Bospigliosi.


18 ) - S. Bernardino

« Non saprei dire se fosse anticamente nota quest'acqua, ma una iscrizione dei « bassi tempi ad essa spettante leggevasi a detta del Fulvio presso l'ospitale degli « Albanesi che era dove sta oggidì la chiesa ed il convento di s. Bernardino. Veggasi il documento del 1025 presso il Marini, Papiri 70 « regione VII in loco qui vocatur Proba, iuxta monàsterium Agathae super Sobora ».


19 ) - Via Margutta

II Cassio parla di una sorgente scoperta a' suoi giorni in via Margutta sotto il casino del musicista Mattioli, che « scorre dilatata senza fistola e se fosse stata ristretta potea rendere il fonte di un' oncia » (2,348).


20 ) - Testaccio

« Sotto il monte (Testaccio) dietro una vigna detta la Farfallina vi è un pozzo la di cui acqua è salutevole a bere, ed anche per guarire le piaghe, come ve ne sono molte esperienze ».



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