LAVINIUM - LAVINIO (Lazio)



ENEA E LAVINIO
Fin dai tempi più arcaici le civiltà che si affacciano sul Mediterraneo hanno avuto relazioni e intensi scambi commerciali condividendo miti e leggende con una tale trasmissione di cultura da creare le più grandi civiltà della storia, dalla fenicia alla greca e alla romana.

Secondo la leggenda l’eroe troiano Enea, scampato insieme al padre Anchise e al figlioletto Ascanio alla distruzione della sua città messa a ferro e fuoco dai Greci, sbarcò, dopo lunga navigazione e peripezie per mare, sulle coste dell’Italia centrale.

L'antica Lavinium, il luogo dove la leggenda vuole che Enea giunse insieme al figlio Ascanio, e non coincide con l'attuale Lavinio, ma si trova invece presso la foce del fosso di Pratica di Mare, frazione di Pomezia, circa 20 km più a nord lungo la costa. Gli scavi archeologici condotti dal 1957 in poi dall'Università di Roma, hanno stabilito che proprio nel Borgo di Pratica di Mare, sarebbe sorta l'acropoli dell'antica città latina.



LE ORIGINI

L'antica Lavinium era una città a sud di Roma che faceva parte del Latium vetus, la parte centrale dell'attuale Lazio, posta a sud del Tevere e a nord del monte Circeo.

Questa zona sarebbe il luogo dove Enea avrebbe fondato la sua prima città in Italia, insieme ai suoi profughi da Troia. La teoria trova conforto in ciò che si è rilevato nei frammenti di intonaco rinvenuti nel 1969 a Taormina e appartenenti al ginnasio dell'antica Tauromenion (Taormina).

Qui Enea, fuggito dalla città di Troia in Asia Minore, avrebbe fondato Lavinium, dando origine alla stirpe dei romani, i discendenti diretti di un manipolo di Troiani sopravvissuti alla terribile guerra iliaca. Conosciamo questa guerra dalla narrazione di Omero nell’Iliade, quando, verso la fine dell’età del Bronzo, gli Achei conquistarono e distrussero Troia, per il controllo dello stretto dei Dardanelli, l'antico Ellesponto.

Oggi l'antica  Lavinium è scomparsa e al suo posto vi è un borgo medievale dominato dal suo castello e la città antica con le sue mura, i templi e gli edifici è sepolta sotto i campi coltivati. Un museo archeologico, piccolo ma molto tecnologico ricostruisce grazie a dispositivi multimediali, l’avventuroso viaggio di Enea dalle coste dell’Asia Minore all’Italia e la nascita dei numerosi culti che resero celebre Lavinium nel mondo latino come “civitas religiosa”.

ARA GRECA FATTA A  "C"
Nel VII libro dell’Eneide Virgilio descrive l’arrivo di Enea sulla costa di Roma: 
Già sotto i raggi il mare arrossava quando i venti si posarono e all’improvviso ogni alito cadde… E qui Enea grande, dal mare, un bosco divino avvista. Nel mezzo, il Tevere con l’amena corrente, a mulinelli rapidi, biondo di mota arena, prorompe in mare. 
E sopra e all’intorno, variopinti, gli uccelli avvezzi alle rive e al greto dei fiumi con canto accarezzavano l’aria e per il bosco volavano. Quando col primo raggio le terre imbiancava, sorgendo, il giorno nuovo, città, lidi e terre del popolo esplorano per vie diverse: questi gli stagni del fonte Numico, e questo fiume è il Tevere, i forti Latini qui vivono”

Lo sbarco sarebbe avvenuto in una laguna interna, separata dal mare dalla duna costiera, grazie a un’apertura che avrebbe permesso l’attracco. Lì sarebbero apparse le due sorgenti che dissetarono Enea e i compagni. Nella laguna sfociava il fiume Numicus: risalendone il corso era facile trovare acqua e viveri nella Silva Laurentina. Lì sarebbe stata fondata Lavinium.

Il luogo della fondazione, secondo la leggenda, fu quello dove si svolse una contesa tra tre animali: un lupo, un'aquila e una volpe, oppure un picchio, interpretata da Enea come auspicio divino della futura grandezza di Lanuvio, e le cui immagini vennero riprodotte nel forum cittadino.

Il lupo e l'aquila erano simboli di Roma, il picchio di Marte e la volpe doveva corrispondere a qualche divinità locale. Un'altra versione invece, che si rifà al filone greco-argivo, è narrata da Appiano, e sostiene che la fondazione di Lanuvio fu dovuta invece a Diomede figlio di Tideo, signore di Argo.

ENEA FUGGE DA TROIA

L'ENEIDE

Nel I secolo l’imperatore romano Augusto commissiona al poeta Virgilio un’opera letteraria, l’Eneide, che sancisca non solo l’origine divina della famiglia imperiale, la gens Julia, ma soprattutto la discendenza dei romani dagli antichi Troiani in modo da unire i popoli dell’Asia Minore e quello romano sotto un'unica stirpe.

Così Virgilio narra che Enea, dopo lunga peregrinazione si scontrò col popolo laziale dei latini che non gli consentirono di stanziarsi sul loro territorio.

Pertanto l'eroe troiano dovette di nuovo combattere e finalmente, dopo aver vinto i latini, fondò la città di Lavinium, che prese nome dalla figlia del locale re Latino e di sua madre Amata.

Così la principessa Lavinia divenne sposa di Enea, stabilendo la pace tra i due popoli, e, dopo la fondazione di Lavinio, la leggenda narra che fu il figlio di Enea, Ascanio, a fondare la vicina città di Alba Longa.

MUSEO DI LAVINIO
Secondo il racconto di Livio, Lavinio era una città ricca e fiorente, tanto da avere popolazione in eccesso. Per questo motivo Ascanio, 30 anni dopo la sua fondazione, abbandonò Lavinio per fondare la nuova città di Alba Longa. In questi trent'anni, nessuno tra i vicini osò attaccare Lavinio.

A Lavinio nel 745 a.c. fu ucciso Tito Tazio, re di Roma insieme a Romolo. Questo accade perché i parenti di Tito avevano maltrattato degli ambasciatori di Lavinio a Roma e Tazio non aveva rimediato a questa ingiustizia. Giunto a Lavinio per un sacrificio solenne, fu assassinato in un moto di piazza.

Furono ancora più tardi i fatidici gemelli Romolo e Remo, discendenti dalla dinastia dei re di Alba Longa, a fondare Roma nel 753 a.c.. Insomma una schiatta di eroi fondatori di grandi città.

ENEA FERITO - POMPEI
Durante una delle battaglie contro i Latini, Enea, come ogni eroe, scomparve, rapito dagli Dei come accadrà poi per Romolo Quirino.

Così presso il fiume Numicus, l'eroe divinizzato venne seppellito in una tomba a tumulo.

Fin qui la leggenda, che per i romani però divenne storia e la città di Lavinium fu per secoli l'antica madrepatria dei romani, al punto che ogni anno i due consoli, all'inizio della loro magistratura, vi si recavano in processione per compiere sacrifici agli Dei Penati e alla Dea Vesta.

Ma dietro ogni leggenda c'è una verità storica, come poté dimostrare Heinrich Schliemann, l'uomo che, attraverso gli scavi archeologici, scoprì la storia dietro al mito di Troia.

Lavinio divenne pertanto città sacra per i romani, perché conservava gli Dei ancestrali della città, portati da Troia attraverso un lungo pellegrinaggio. Come narrano gli storici Aurelio Vittore e Dionigi di Alicarnasso, il sacerdote Egeste, si preoccupò di conservare nella sua città di Lavinio i Penati che Enea aveva portato da Troia. Ciò spiega sicuramente l'origine degli altari.



L’HEROON DI ENEA

A Lavinium, gli archeologi hanno hanno rinvenuto una tomba “a tumulo”, risalente alla metà del VII sec. a.c. che sorge isolata verso lungo il percorso tra la città e il mare.
La tomba subì diverse trasformazioni e ristrutturazioni, essendo evidentemente un vero e proprio luogo di culto.

ASCANIO - I SEC. A.C. - MERIDA
Le dimensioni del monumento e la sua posizione non discosta dal fiume, nel campo di battaglia dove scomparve Enea, rimandano al testo di Dionigi di Alicarnasso che nel VI sec. a.c. racconta che:

non essendo visibile in alcun luogo il corpo di Enea, alcuni ne dedussero che fosse stato trasportato dagli dei, altri che fosse perito nel fiume, presso il quale avvenne la battaglia. E i Latini gli costruiscono un heroon”.

Qui la tradizione colloca la tomba di Enea e Dionigi, storico greco vissuto nell’ epoca di Augusto, così la testimonia ancora esistente a Lavinio : «Si tratta di un piccolo tumulo, intorno al quale sono stati posti file regolari di alberi, che vale la pena di vedere» .

Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, Libro I, Tomo 64) scrive che dopo la battaglia tra Latini e Rutuli presso il fiume Numico che scorreva a fianco di Lavinio, non trovando il corpo di Enea, ne dedussero che fosse stato trasportato tra gli Dei, altri che fosse perito nel fiume, per cui i Latini gli costruiscono un Heroon fregiato di questa iscrizione : “del Dio padre Indigete che guida la corrente del fiume Numico”.

Narra Livio che Lavinio divenne una città fiorente, tanto da avere popolazione in eccesso. Per questo motivo Ascanio, figlio di Enea e Creusa, figlia di Priamo, chiamato anche Iulo dai Latini, 30 anni dopo la sua fondazione, abbandonò la città per fondare una nuova, secondo l'antico rito del Primo Vere.

A questa città del Latium Vetus Ascanio dette il nome di Alba Longa, che divenne poi città capo della confederazione dei popoli latini (populi albenses). In questi trent'anni, nessuno tra i vicini osò attaccare Lavinio.

A Lavinio nel 745 a.c. venne ucciso Tito Tazio, re di Roma insieme a Romolo, perché i suoi parenti avevano maltrattato degli ambasciatori di Lavinio a Roma senza che Tazio facesse giustizia. Giunto a Lavinio per un sacrificio solenne, Tito venne assassinato in un moto di piazza.

Ancora Dionigi : “C'è però chi afferma che fu costruito da Enea in onore del padre Anchise , deceduto l' anno prima di questa guerra. Consiste in un tumulo non grande ed intorno ad esso alberi allineati degni di essere visti” .

TOMBA DI ENEA
L' ipotesi che il tumulo sia il monumento descritto da Dionigi, che la critica moderna ammette possibile. Inoltre sotto il territorio di Lavinio è stato reperito un Medaglione di Antonino Pio con al dritto Enea che sbarca sulla costa laziale con sulla destra una nave offrendo un sacrificio, al rovescio l'immagine di Lavinio, una scrofa, Enea con il padre Anchise, le tredici Are e l' Heroon di Enea.

Il viaggio che portò Enea da Troia al Lazio durò ben sette anni. Enea va in Tracia, poi nell’isola di Delo a consultare l’oracolo del dio Apollo, poi a Creta, dove scoppia una pestilenza; poi nell’Epiro (Albania), dove incontra Andromaca, moglie di Ettore, ora schiava di Pirro, figlio di Achille. Va poi in Sicilia, dove muore Anchise e poi in Africa, a Cartagine. Di nuovo in Sicilia per onorare la memoria di Anchise, a Cuma per consultare la Sibilla e infine sulle coste del Lazio,
dove fonda una nuova città, Lavinium, dove custodisce gli Dei portati da Troia e la memoria dei nobili antenati da cui discendono la stirpe albana e la stessa Roma.

IL SANTUARIO DI MINERVA Nell’area di Lavinium, oggi Pratica di Mare, c'è un tempio dedicato a Minerva, dove venne ritrovata, a poca distanza dal museo che la conserva, una statuina copia di un originale in legno, alta 96 cm equivalenti a tre piedi romani, l’altezza standard per le sculture dell’epoca.

La figura è priva di braccia che certamente sostenevano lancia e scudo, il vestito è ornato di serpenti, il richiamo ai Lari, le statuine con serpentelli che rappresentavano le anime degli antenati custoditi nel larario in ogni casa romana.

Dagli scavi emerse inoltre una grande fossa con frammenti di centinaia di statue di terracotta a grandezza umana gettate alla rinfusa, segno dell’abbandono di un grande santuario di Minerva, riprodotta in gran parte delle statue.

PALLADIO
Le statue riguardavano pure figure minori di offerenti, bambini in fasce e soprattutto donne ammantate che offrivano melograni, colombe, conigli, uova e soprattutto giochi come trottole, astragali e palle.

Le numerose statue in terracotta coprivano un arco di tempo che va dal V al II secolo a.c. e sono state ricostruite grazie ad un lungo e minuzioso lavoro di restauro.

Questi reperti testimoniano i riti di passaggio dalla fanciullezza all’età adulta, quando si offrivano alla Dea i giochi dell’infanzia per prepararsi alla vita matrimoniale.
  

I gioielli raffinati sul collo e sul petto delle statue, sono copia dei gioielli portati in vita e rivelano che i donatori appartenevano ad una classe sociale ricca e raffinata.

Enea, fuggendo da Troia, oltre a figlio e padre si porta dietro proprio la statuetta del Palladio.
Ma l’abito della statuetta trovata a Lavinium è lunga fino ai piedi, cosa molto inusuale per l'epoca.
Procopio, scrivendo un resoconto degli eventi della “La Guerra Gotica”, descrive, passeggiando lungo il Tevere, una “nave antica” custodita in un hangar della riva sinistra, la nave di Enea. 
Secondo Procopio il Palladio se l’era portato sì via Diomede e se lo teneva a casa sua nel Gargano; però si era ammalato e una profezia gli aveva detto che solo restituendo il Palladio sarebbe guarito Così Diomede incontrò Enea a Benevento e glielo restituì.

L'autore, in questo frangente, descrive Minerva col braccio che “vibrava la lancia” e “vestita fino ai piedi”, dando così pieno riconoscimento al Palladio (per la veste lunga) e alla di esso copia.



ATENA ILIAS

Sopra tutte le statue, spicca però per raffinatezza di esecuzione e per la sua torva bellezza, una statua di Minerva terribilmente armata e seguita da un Tritone che ne sostiene il pesante scudo. E’ una Dea guerriera e allo stesso tempo protettrice dei matrimoni e delle nascite. Sembra una contraddizione ma non lo è, la Grande Madre era Dea della vita e della morte.

ATENA ILIA
La Minerva in terracotta, del IV  sec a.c.  riproduce l'originaria e antichissima statua in legno di Atena iliàs (di Troia), la copia di uno dei Pignora Imperii, ovvero del Palladio, un simulacro di Atena Ilias, ovvero Pallade, che, regnando Ilo, avo di Priamo, cadde dal cielo. Una cosa simile accadde a Roma per gli Ancilia, gli scudi di Marte. Uno solo era caduto dal cielo, gli altri erano imitazioni tese a evitare il furto dello scudo di Marte, anch'esso dei Pignora Imperii. Finchè il sacro scudo fosse stato conservato entro le mura di Roma, la città eterna non sarebbe caduta. 

Consultato qui a Lavinium l’oracolo di Apollo, questi rispose che quella città si sarebbe conservata finché quel prodigioso simulacro fosse restato entro le sue mura. Secondo la tradizione, fu portato nel Lazio da Enea e più tardi trasferito da Numa Pompilio nel tempio di Vesta dove era sorvegliato dalle Vestali, le sette vergini incaricate di mantenere sempre accesa la fiamma, insieme al fuoco sacro. 

Il simulacro poteva essere visto solo dalla Vestale Massima. Nel Tempio di Vesta c’erano numerose copie del Palladio. Solo la Vestale Massima sapeva riconoscere l’originale. Alla “Armipotens… Tritonia Virgo” rivolgono supplici le loro preghiere le matrone nell’XI canto dell’Eneide. La Dea guerriera non indossa armatura, avvolta nel suo chitone a pieghe, ma brandisce spada, o lancia, e scudo.
Come protezione ella porta sul petto uno spaventoso “gorgoneion” (la testa di medusa con cui terrorizza i nemici in battaglia, e sul braccio destro è attorcigliato un serpente con tre colli e tre teste. Nella destra impugna la spada, mentre con la mano sinistra regge lo scudo di forma ovale ornato da piccoli serpenti, quadrupedi e uccelli.

Anche l’elmo attico che la Dea indossa è ornato da serpenti, da sempre il simbolo della Dea Tellus.

L’appellativo “Tritonia”, rappresenta un ulteriore collegamento con il mondo Greco, dove secondo un culto antichissimo, si credeva che Atena fosse stata allevata presso il fiume Tritone.

SANTUARIO DELLE XII ARE

SANTUARIO DEI XIII ALTARI

La prima localizzazione storica e archeologica del sito dell' antica Lavinio si deve a Pirro Ligorio, famoso studioso e antiquario italiano, scoperta poi confermata quattro secoli dopo, dagli scavi archeologici eseguiti a partire dal 1957 

LE MURA DI LAVINIUM
dall’ Università di Roma.

Gli scavi condotti dall’ Universita’ di Roma nel 1957 nella zona di Pratica di Mare hanno permesso di identificare una serie di strutture dell' antica Lavinio. 

Tra queste la il Santuario delle XIII Are, dove venivano eseguiti riti sacrificali, l'Heroon di Enea, le mura della Città, una porta della Città, le Terme, ed un deposito votivo dedicato a Minerva. 

Nella zona sud esterna alle mura di Lavinium, sono localizzati due importanti monumenti: il c.d. Heroon di Enea ed il Santuario dei Tredici Altari.  Negli anni '60 del secolo scorso, alla foce del Numico furono rinvenuti i resti di un santuario, era il luogo dove la leggenda poneva lo sbarco. In seguito il fiume fu interrato ma nelle successive campagne di scavi vennero alla luce numerosi reperti. Un dato certo è che l'area era ritenuta sacra per via dei grandi santuari dedicati a Minerva e dei tredici altari.

Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane - Libro I) scrive che dopo la battaglia tra Latini e Rutuli presso il fiume Numico che scorreva apresso Lavinio, non essendo visibile in alcun luogo il corpo di Enea, alcuni ne dedussero che fosse stato trasportato tra gli Dei, altri che fosse perito nel fiume Numico e i Latini gli costruiscono un Heroon con l'iscrizione : “del Dio padre Indigete che guida la corrente del fiume Numico... C'è però chi afferma che fu costruito da Enea in onore del padre Anchise, deceduto l' anno prima di questa guerra. Consiste in un tumulo non grande ed intorno ad esso alberi allineati degni di essere visti”.

Così gli scavi archeologici, non lontano dall’Heroon, lungo il percorso che univa Lavinium al mare, scoprirono che intorno alla metà del VI secolo a.c. era stato edificato un sontuoso complesso sacro, in cui vennero rinvenuti ben tredici altari, con iscrizioni e materiale greco che documentano rapporti diretti tra la Grecia e Roma senza mediazione etrusca.

PORTA IN TERRACOTTA DELL'HEROON .DI ENEA
I tredici altari erano tutti allineati lungo un asse N-S e rivolti ad oriente. Sappiamo che oriente, talvolta sud era la direzione in cui guardavano i templi delle divinità diurne, mentre erano rivolte a occidente le divinità notturne o ctonie.

All’epoca infatti, come alcuni disegni mostrano, gli altari erano disposti in modo che, nel suo movimento, il Sole colpisse le are ad una ad una, man mano che si spostava nell’arco della giornata, soprattutto dal mattino a mezzogiorno, forse in quanto prevedeva lo svolgimento di particolari culti, in determinati giorni, durante queste ore.
Della pittura originale di colore rosso restano oggi poche tracce, ma il tufo con cui erano realizzati era finemente sagomato. In tempi più recenti è stata ritrovata una XIV Ara, poco distante dal sito dove si trovano allineate le prime XIII Are.

Il gran numero di offerte votive rinvenute, statuine in terracotta e bronzo, ha fatto comprendere, attraverso i diversi stili, che gli altari non furono edificati insieme, bensì durante il corso di circa trecento anni.

Però Strabone ci narra di un santuario federale comune a tutti i Latini e legato al culto di Venere, che egli chiama dal nome greco della Dea, Aphrodision ed Enea, secondo il mito, era frutto dell’unione fra un mortale e una Dea: l'esule troiano Anchise e la Dea dell'amore Venere (Afrodite greca).

Enea è rappresentato nell’iconografia mentre fugge da Troia portando sulle spalle il padre, reso zoppo da Zeus come punizione per essersi vantato del suo amore con Venere. Così a Lavinium, Enea venne associato al culto di sua madre, Venere.

La tomba di Enea poi non sarebbe la sua sepoltura ma il suo monumento a futura memoria, visto che la sepoltura risale al settimo secolo a.c., mentre la cronologia storica data l’arrivo di Enea più o meno nel XIII secolo a.c., quasi 6 secoli prima.



IL MUSEO

Il Museo comprende 4 sale, nella prima detta Tritonia Virgo per la straordinaria statua di Minerva, dove sono esposte interessanti terrecotte votive, databili tra il V e III sec. a.c. che testimoniano la particolarità del culto praticato a Lavinium, e riproducono figure umane a grandezza naturale ritratte nelle varie fasi della vita, dalla fanciullezza all?età adulta.

La seconda è denominata "Mundus muliebris" dove sono esposte varie teste votive, con acconciature dei capelli, gioielli ed abiti che testimoniano i vari ceti sociali.

La terza sala "Hic domus Aenae", è la sala di Enea, dove è esposta la ricostruzione in scala di una nave della fine dell'età del bronzo, e vi è una mappa dell'area e degli scavi compiuti.

La quarta sala c'è il corredo miniaturizzato in lamina bronzea di un armamento completo del X sec. a.c. appartenente ad un capo religioso e militare. In questa sala è stato predisposto un teatro ottico, una realtà virtuale che ci introduce nell'atmosfera del culto e dei riti praticati nel santuario e nelle 13 are, che consente di udire direttamente attraverso le parole di un sacerdote la descrizione del celebre santuario.

Sul luogo dove sorgeva l’antica Lavinium vi è oggi il piccolo borgo agricolo di Pratica di Mare, la cui proprietà appartiene alla nobile famiglia dei Principi Borghese.




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