COLOMBARIO DI VILLA PAMPHILI



TOMBA PAMPHILI

RODOLFO LANCIANI - COLOMBARIO DI VILLA PAMPHILI - LO SCEMPIO

"Pietro Sante Bartoli ci dice che quando venne per la prima volta a Roma verso il 1660, Olimpia Maidalchini e Camillo Pamphili, intenti a gettare le fondazioni del casino, scoprirono "diverse tombe decorate con affreschi, stucchi, e nobilissimi mosaici".

C’erano anche urne di vetro con resti di abiti d’oro, le figure di un leone e di una tigre che furono comprate dal Viceré di Napoli, il marchese di Leve. Alcuni anni dopo, quando Monsignor Lorenzo Corsini intraprese la costruzione del Casino dei Quattro Venti (da allora annesso alla Villa Pamphili e trasformato in una sorta di arco monumentale), e furono trovate e distrutte, per reimpiegarne i materiali da costruzione, 34 splendide tombe (sig!).

Non si possono leggere i resoconti di Bartoli ed esaminare le sue 22 tavole che illustrano il testo senza provare un senso di orrore per gli atti che questi personaggi ciechi furono capaci di compiere a sangue freddo.

Ci dice che le 34 tombe formavano una sorta di piccolo villaggio con strade, marciapiedi e piazze; che erano costruite con mattoni rossi e gialli, di splendida fattura, come quelle della Via Latina.
Ogni tomba conservava le proprie decorazioni ed i propri arredi funerari quasi intatti: affreschi, bassorilievi, mosaici, iscrizioni, lampade, gioielli, statue, busti, urne cinerarie e sarcofagi.
Alcune erano ancora chiuse, dato che le porte non erano di legno o bronzo ma di marmo; c’erano iscrizione sugli architravi o sui frontoni che identificavano ogni tomba.

LA PLANIMETRIA
Questi resti ci dicono che in epoca romana questa parte di Villa Pamphili si chiamava Ager Fonteianus e che il tratto in pendenza della Via Aurelia, che corre vicino, era chiamato Clivus Rutarius.
Bartoli attribuisce il perfetto stato di conservazione di questo cimitero al fatto che venne deliberatamente ricoperto di terra prima della caduta dell’Impero.

Sin dal XVII secolo sono state trovate e distrutte molte tombe all’interno della villa, specialmente nell’aprile del 1859.
L’unica ancora visibile fu scoperta nel 1838 ed è notevole per le sue iscrizioni dipinte e per i suoi affreschi.

Originariamente c’erano 175 pannelli, ma oggi se ne può vedere a malapena la metà.
Rappresentano animali, paesaggi, caricature, scene di vita quotidiana e soggetti mitologici e drammatici.
Solo uno è storico, e, secondo Petersen, e rappresenta il giudizio di Salomone.

Questo soggetto, sebbene estremamente raro, non è unico nell’ambito dell’arte classica, essendo già stato trovato dipinto sulle pareti di una casa pompeiana."

COLOMBARIO DI VILLA PAMPHILI

IL COLOMBARIO DI SCRIBONIO MENOFILO A VILLA PAMPHILI


La via Aurelia Antica era costeggiata, come ogni altra strada romana che si allontanava da Roma, da una moltitudine di sepolcri disposti anche su più file lungo la via consolare, forse da porre in relazione con il vicino e popoloso quartiere di Trastevere.

Una parte della necropoli della via Aurelia è riemersa a più riprese nei pressi dello splendido Casino del Bel Respiro di Villa Doria Pamphilj. Un primo settore, immediatamente a nord del Casino, presenta una tomba in peperino della tarda epoca repubblicana. 

Accanto a questo giace un colombario di età augustea le cui pareti affrescate sono state asportate per ragioni conservative e sono oggi al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo, non in esposizione ma nei magazzini; attorno vi sono molte iscrizioni e pure resti di altri sepolcri.

Per quanto già citate le tombe di Villa Pamphili e il loro scempio, solo nel 1984, nella zona del Casino dell’Algardi di Villa Pamphili, durante lavori di ristrutturazione per la costruzione di una centrale elettrica sotterranea, venne scoperto il grande colombario di Villa Panphili dalle pareti affrescate, il cui ingresso è oggi al numero 111 di via Aurelia Antica.

COLOMBARIO DI SCRIBONIO

Il colombario è di età augustea ed ebbe un uso costante fino alla metà del II secolo d.c., almeno fino all’età dei Flavi.

Esso presenta una sala principale di notevole estensione e due ambienti più piccoli, coperti con volta a botte, con un corredo di tombe a colombario per circa 500 individui.

Vi si accedeva dal lato nord attraverso una scala, laterale ai due ambienti più piccoli, che introduceva a quello orientale e poi alla sala grande. 

Questa presenta pareti intonacate e finemente decorate fino all’altezza della quinta fila di nicchie. Tra una fila e l’altra sono dipinte le cosiddette "tabulae ansatae", tavolette rettangolari con ai lati due triangoli equilateri che li toccano con le punte, entro cui si scrivevano i nomi dei defunti.


Le loro ceneri erano contenute nelle olle cinerarie accolte nei piccoli arcosoli che sormontavano le tabulae ansate, e tra le fila dei colombari erano raffigurate varie immagini, senza legame tra loro ma di pura funzione decorativa, con ghirlande vegetali, rami, frutti, uccelli e animali in genere, paesaggi miniaturizzati, scene animate, maschere teatrali, vasi rituali. 

Nelle scene in alto compaiono anche scene drammatiche ad esempio con un guerriero con elmo e corazza armato di pugnale che sta per uccidere un prigioniero nudo, tenuto da due guardie, ma pure un altare con vaso votivo e così via, forse relative ad episodi della storia e della leggenda di Roma.

Queste pitture, piuttosto belle, presentano alcune affinità con quelle scoperte nella villa della Farnesina e conservate a Palazzo Massimo, ma pure con molte pitture decorative di Pompei. 

C'era infatti l'uso di lasciar sbizzarrire l'estro dell'artista (e magari anche del commissionario) che si lasciava andare a immagini imprevedibili, allegre, dipinte magistralmente con pochissimi gesti, ciò che può anche scivolare nell'assurdo divenendo matrice delle famose grottesche, pochi tratti di pennello che rendono però molto bene il soggetto, un'arte che si perpetuerà in seguito nella maestria degli acquarelli napoletani.

Il pavimento è in opus scutulatum, a tessere nere con inseriti frammenti irregolari di marmi colorati tra i quali prevalgono il giallo antico, il portasanta, l’africano, il pavonazzetto e di elementi geometrici di opus sectile in prevalenza in palombino e giallo antico. Il pavimento presenta anche una raffinata decorazione a pasta vitrea.

Sul lato occidentale della stanza, all’interno di una grande tabula ansata in mosaico bianco, si trova l’iscrizione:

C. SCRIBONI[V]S C.L. MEN[OPHI]LVS, 
a memoria del liberto Caio Scribonio Menophilo, sicuramente il finanziatore della realizzazione del pavimento, un nome che ritroviamo nel colombario come proprietario di diverse nicchie.


L’ambiente adiacente, di dimensioni minori ma forse ancor più prezioso, presenta anch'esso varie scene, spesso dominate da buffe immagini di pigmei. 

Questi, che spesso troviamo dipinti a Pompei, erano per i romani una specie di genietti che si comportavano in modo simile agli eroti, cioè lavoravano, giocavano, sempre con l'aria di divertirsi in ogni attività. I romani avevano esplorato a lungo l'Africa, giungendo pure a cercare le famose sorgenti del Nilo (per ordine di Nerone che finanziò l'impresa). 

Il tentativo non riuscì ma di certo si spinsero nel centro dell'Africa dove incontrarono i pigmei che evidentemente non dettero loro una cattiva accoglienza, anche perchè i romani non conquistavano zone dove non ci fosse già una civiltà di cui usufruire.

Questi uomini piuttosto bassi o almeno i racconti dei romani su di loro, ispirarono diversi pittori che ne fecero appunto dei geni industriosi e buffi, rappresentandoli nel colombario di Villa Pamphili in lotta con le gru o a cavallo di arieti.

Del resto i romani ritenevano il mondo della natura ricolmo di entità invisibili perlopiù positive, anche se a volte potevano fare degli scherzi per spaventare le persone, ma scherzi quasi infantili, mai violenti, per cui non fecero fatica ad introdurre i pigmei nell'invisibile mondo naturale già popolato di geni del luogo, di eroti, di ninfe e di satiri.




Da: MARIA GRAZIA GRANINO CECERE

"Questo (colombario) è strutturato in tre ambienti quasi del tutto sotterranei: uno, che chiameremo A, di più ampie dimensioni (4,85×3), sul quale si aprono altri due ambienti, B e C, di dimensioni pressoché uguali (2,10×1,10); solo di questi ultimi è conservata la volta a botte, mentre è perduta la copertura della stanza più ampia.

In un primo tempo si doveva accedere al complesso tramite una scala lignea, che metteva in comunicazione l’ambiente A con una stanza sopraterra che potremmo definire di «servizio», destinata anche alle celebrazioni dei riti funebri.  

Un calcolo approssimativo consente di attribuire al colombario, che nell’ambiente A prevedeva almeno 9 file di loculi, più di 500 loci, e conseguentemente di considerarlo, come il vicino «grande colombario» rinvenuto ca. 150 anni prima, tra quelli di grandi dimensioni, destinato ad accogliere le ceneri di un notevole numero di individui. 

Appartiene, dunque, a quella tipologia di edilizia funeraria che vede i suoi primi esempi realizzati in età triumvirale o protoaugustea e che, a quanto sembra, appare abbandonata già in età flavia. 

Anzi, come già indicato in uno studio di carattere generale a tale tipologia dedicato, il colombario di Scribonio Menofilo, con quello grande di Villa Doria Pamphilj, può ascriversi tra quelli di carattere imprenditoriale, ovvero costruiti per committenza di un singolo individuo o di un piccolo gruppo di consorziati, e in particolare tra i primi realizzati nel tempo fra quanti finora rinvenuti. 

Ciò trova conferma nella documentazione epigrafica così come nella decorazione pittorica, quest’ultima parte integrante dell’impianto originario e molto simile nei due monumenti. Il collega Thomas Fröhlich, al cui studio è stata affidata, ha da tempo posto in risalto le significative somiglianze tematiche e stilistiche, con i dovuti limiti, tra il fregio figurato del colombario e alcuni elementi di quelli sotto la villa della Farnesina, quando non anche con la sala delle maschere della casa di Augusto. 

In questo di Scribonio Menofilo vediamo l’attuarsi di una molteplicità di soluzioni, seppur discrete nel complesso, di certo in parte contemporanee, probabilmente dettate dalle diverse possibilità economiche dei singoli o dal diverso impegno finanziario che ciascuno intese investire o da un più sentito desiderio di «personalizzare» la sepoltura in un monumento per definizione collettivo." 



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