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IULIA VALENTIA BANASA (Marocco)


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La Mauretania Tingitana (latino Tangerine Mauretania) era una provincia romana situata nel Maghreb, che si estendeva dalla penisola settentrionale di fronte a Gibilterra, a Sala Colonia (o Chellah) e Volubilis a sud, e fino a est fino al fiume Mulucha (o Malva). La sua capitale era Tingis (Tangeri). Altre grandi città della provincia erano Iulia Valentia Banasa, Septem, Rusadir, Lixus e Tamuda.

Il nome latino Valentia significa "giovane", "forte", come Valence (Francia) e Valencia (Spagna), anch'esse colonie. Augusto fondò almeno dodici colonie romane in Mauritania, nonostante fosse un regno assoggettato e non una vera provincia dell'impero. Banasa fu citata da Plinio, Tolomeo, Itinerario Antonino e Geografo di Ravenna. 

Il sito di Banasa si trova dove fu successivamente costruito il mausoleo di Sidi Ali bou Djenoun, 17 km a ovest di Mechra bel Ksiri. Il sito risalirebbe almeno al IV sec. a.c., con insediamenti autoctoni a cui si sono aggiunti insediamenti fenici, cartaginesi e poi romani, con un vasto transito commerciale. 

La città crebbe e raggiunse il suo apogeo nel III secolo, epoca in cui furono ricostruiti i principali edifici pubblici e oggi le sue rovine si trovano sulla riva sinistra del wadi Sebou, che Plinio descrisse come: "amnis Sububus praeter Banasam coloniam defluens magnificus et nauigabilis". 

33 - 25 a.c. - Iulia Valentia Banasa fu una delle tre colonie romane della Mauretania Tingitana (oggi Marocco settentrionale) fondate da Augusto durante il periodo tra la morte del re Boco e l'ascesa di Giuba II (33-25 a.c.), per accogliere i veterani della battaglia di Azio. 

La città si trovava sulla riva meridionale del fiume Sebou, sulla strada da Tingi a Sala, nei pressi della costa atlantica, sul sito oggi noto come Sidi Ali Boujenoun. Colonie contemporanee alla Iulia Valentia Banasa, furono Chella e Volubilis.

- 40 d.c. - Con l'assassinio di di Tolomeo di Mauretania, nipote di Marco Antonio, nel 40 d.c., voluto da suo cugino l'imperatore Caligola, Roma annetté completamente Banasa come provincia imperiale nonostante i forti disordini e le rivolte che si succedettero in Mauretania.

- 165 circa - All'inizio del regno di Marco Aurelio (r. 161 - 180) Banasa divenne la Colonia Aurelia. 



EDITTO DI BANASA

- 216 - E' un'epigrafe che riporta un editto dell'imperatore Caracalla datato al 216, con il quale si accorda una remissione dalle imposte arretrate, purché in futuro si pagassero le imposte in argento e in grano, uomini per l'esercito e gli animali da circo, destinati agli spettacoli degli anfiteatri. Gli animali da circo, detti "animali celesti" ("caelestia animalia"), dovevano essere soprattutto leoni ed elefanti.

La remissione delle imposte riguardava vici e provinciae, inteso in genere come province dell'impero, ma per lo storico ed epigrafico Michel Christol erano i territori che dipendevano dalle città della Mauretania Tingitana, per Jacques Gascou invece si trattava delle province della Tingitana e della Cesariense, mentre i vici erano i centri rurali.

La gratitudine degli abitanti della Tingitana per la remissione delle imposte è evidenziata nell'iscrizione dell'arco dedicato a Caracalla a Volubilis (216-217), dove si cita la indulgentia dell'imperatore.



LA FINE

- 285 - La provincia romana della Mauretania Tingitana si ridusse ai territori a nord di Lixus, situata poco a nord dell'attuale porto di Larache sul fiume Luccus. I territori erano per lo più collinosi contornati a nord ed est da foreste di querce. Banasa fu quindi abbandonata.

I reperti scavati a Banasa sono esposti presso il Museo archeologico di Rabat, il più importante museo del Marocco.



GLI SCAVI

Scoperta nel 1871 dall'archeologo Charles-Joseph Tissot, Banasa fu sottoposta a diverse campagne di scavi che hanno individuato tre livelli di occupazione preromana. Gli scavi archeologici hanno evidenziato che gli strati risalenti a prima della conquista romana sono rimasti sepolti sotto spessi strati di depositi alluvionali dovuti alle successive inondazioni del wadi Sebou. 

Per questo finora sono stati effettuati scavi limitati solo nel quartiere S e, a N, lungo il cardo principale tra il foro e il marabout di Sidi Ahmed el Garge. 

- I primi frammenti di vaso riscontrati negli scavi, a 10,25 m dalla superficie, non sono databili e non si capisce a quale edificio appartengano. 

- Le prime strutture, naturalmente preromane, sono 4,5 m più in basso, al di sotto della falda romana e vi predomina un gran numero di fornaci da vasaio e resti di abitazioni di fango e mattoni crudi del III - II d c.. Da questo momento in poi, anche fino al I sec. d.c., i vasai Banasa producevano oggetti dipinti caratteristici, ispirati ai modelli punici e iberici che venivano esportati piuttosto ampiamente nella regione. 

A questi primi strati corrisponde anche un certo numero di tombe rinvenute a SE del foro che contenevano gioielli punici piuttosto belli, si presume del VI-V sec. a.c., ma i doni immessi nella tomba sono probabilmente successivi.



L'URBANISTICA

La città romana era costruita su una pianta a griglia complessiva NE-SO formando insulae regolari anche se disuguali. Ma vi si scorge un altro orientamento, che riflette la pianta della colonia augustea, nel qual caso il bastione, di solito datato al tardo impero, sarebbe quello della colonia

Gli edifici che sono stati rinvenuti sono per lo più posteriori alla fine del I sec. d.c., che è il periodo dell'ultima edizione del Foro, ricostruito su precedenti resti. Probabilmente anche prima che Diocleziano avesse evacuato la Tingitania.



IL FORO

Il foro si trova al centro dell'insediamento, costituito da una piazza trapezoidale lastricata delle dimensioni di m 37 x 34, fiancheggiata a O ed E da portici, mentre a N termina con una basilica rettangolare, a E presenta un piccolo atrio absidale, e a S cinque celle frontali a un comune portico.

Queste celle si trovano su un podio davanti al quale si trova una fila di piedistalli in pietra e basi di statue. Secondo alcuni studiosi si tratterebbe di un Capitolium, ma in realtà è un tempio, costruito su un piano, che, insieme al vicino foro, sembra un principia di accampamento militare. 

Alcune epigrafi attestano la presenza di una flaminica e di seuiri augustales che testimoniano il culto dell'imperatore; altre iscrizioni e pure rappresentazioni di figure attestano la presenza delle divinità predominanti del pantheon greco-romano, Giove, Giunone, Minerva, Venere, Marte e Mercurio con in più Iside e il tempio della Mater deum.
 
Il foro conserva la pavimentazione a grandi lastre calcaree, sotto le quali sono state trovate le vestigia di costruzioni di epoca anteriore, distrutte agli inizi del III secolo; sul lato est sono i resti di una piccola curia absidata.



IL CAMPIDOGLIO

Il Campidoglio, situato sul lato sud del foro, è provvisto di tre logge che alloggiavano le statue della triade capitolina (Giove, Giunone, Minerva). Esso venne ampliato e abbellito nel II secolo. Sul lato opposto sorge un arco a tutto sesto appartenente alla basilica, dove si amministrava la giustizia.



IL MACELLUM 

È presente anche un macellum (mercato), che dovrebbe essere posto ad O del foro, dove occupa un'intera insula, e non nel quartiere NO dove il nome è stato erroneamente dato ad una grande domus. Il macellum dispone di un cortile centrale circondato da gallerie.

TERME DI BANASA

LE TERME

Dal Campidoglio, attraversando l'asse stradale principale, si raggiungono le Grandi Terme dell'Ovest.Una scalinata e un vestibolo immettevano in un grande ambiente, il tepidarium, in origine pavimentato in marmo bianco, sul quale affacciavano i locali riscaldati dall'ipocausto e la piscina.

Subito a ovest, a un livello inferiore, si trovano le cosiddette terme degli Affreschi, o Piccole Terme, con un vestibolo mosaicato dal quale si accedeva a un ambiente pavimentato in mattoni disposti a lisca di pesce e con muri affrescati. Notevoli i mosaici che illustrano il mito di Amore e Psiche corredato da Ninfe e Baccanti.

Un mosaico raffigurante teste di amorini e tracce di quello che potrebbe rappresentare il dio Bacco ornava il pavimento del vestibolo, il che, insieme ad alcune epigrafi, ha fatto supporre che le terme fossero destinate agli iscritti di una setta dionisiaca, ma è tutto da dimostrare.
 


I QUARTIERI

A sud delle terme gli scavi hanno portato alla luce le rovine di un quartiere di abitazioni, botteghe e laboratori con un piccolo tempio.

Lungo la via principale si aprivano molte botteghe, a ovest delle quali sorgeva il quartiere sviluppatosi attorno al macellum, Al centro del portico sud si è trovato un pannello raffigurante due personaggi non identificati e un albero stilizzato.
Le case più ricche di Banasa richiamano molto quelle rinvenute a Volubilis, anche se meno ricche, tutte disposte attorno a un peristilio centrale secondo la tradizione romana. Le case più semplici sono invece disposte secondo una pianta meno regolare; ricordano le case della Mauritania trovate, ad esempio, a Tamuda ea Lixus.
 
Questi edifici non hanno potuto usufruire della pietra perchè le cave sono abbastanza lontane, per cui nella maggior parte dei casi i muri erano costruiti di fango o mattoni crudi (cioè cotti al sole) su una base di pietre di forma irregolare.
Il bugnato era riservato agli edifici pubblici o alla decorazione dei migliori edifici privati. La loro decorazione fece un salto di qualità modificata, nel II - III secolo, in cui si eseguirono i pavimenti a mosaico, i rivestimenti delle pareti marmo importato o affreschi dipinti, alcuni dei quali mostrano tracce di figure umane e di animali.
 
Negli scavi operati fino ad oggi sono state scoperte molte botteghe, indici di benessere, e sono stati scoperti diversi panifici, riconoscibili dalle loro attrezzature, che testimoniano la tradizionale e vasta produzione di cereali nella zona, mentre vi è solo un numero molto ridotto di impianti per la produzione di olio.


Nella zona la statuaria di pietra è rara e solitamente grezza; di quella in bronzo sono rimasti solo minuti frammenti di grandi statue e poche statuette. Sicuramente con l'avvento del cristianesimo, qui come altrove, le statue di bronzo vennero fuse, un po' per fabbricare le nuove immagini sacre e non e un po' per cancellare i vecchi Dei.

Il materiale epigrafico invece è ricchissimo, comprese le iscrizioni in bronzo: tra queste una dozzina di diplomi militari, quattro decreti di patronato e due importanti testi giuridici:
- un editto di Caracalla che esenta gli abitanti di Banasa dalle tasse nel 216
- la Tabula banasitana del periodo di Marco Aurelio e Commodo, che stabiliva le condizioni alle quali agli stranieri poteva essere concesso il diritto della città e il modo in cui erano organizzati il consilium principis e la cancelleria imperiale.



TABULA BANASITANA

La tavola riporta fedelmente, i documenti del 177 riguardanti la concessione della cittadinanza romana da parte dell'imperatore Marco Aurelio (121-180) a una famiglia di notabili della tribù dei Zegrenses, popolazione indigena della provincia della Mauretania Tingitana.
L'epigrafe illustra la procedura amministrativa della concessione della cittadinanza viritim (cioè concessa a titolo personale) e le conseguenze della concessione: la cittadinanza è concessa salvo iure gentis, ovvero preservando il diritto locale, e il nuovo cittadino può proseguire a condurre la propria vita come in precedenza.

La concessione della cittadinanza non intacca dunque l'equilibrio delle comunità locali dato poi che i beneficiari nominati nell'iscrizione mantengono tutti i loro doveri nei confronti del fisco. Questi dati sulla cittadinanza romana nel II secolo contribuiscono a chiarire anche l'editto di Caracalla.

L'iscrizione fornisce inoltre molte informazioni prosopografiche (a posizione sociale, famliare e gentilizia) sui nomi dei governatori della Mauretania Tingitana e sulla composizione del consiglio imperiale nella seduta del luglio 177.

La tabula riporta il testo di tre lettere, le prime due degli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero e la terza riporta un estratto del registro imperiale dei nuovi cittadini seguiti dalle dodici firme del consilium principis. La richiesta era accompagnata dalla raccomandazione di Vallio Massimiano (procurator Augustorum pro legato).

L prima lettera: "Noi abbiamo preso conoscenza della richiesta dello Zegrense Giuliano, che era unita alla tua lettera, e sebbene non sia abitudine concedere la cittadinanza romana a dei membri di queste tribù, se non quando il merito dei servizi resi attiri il favore imperiale... noi non esitiamo a concedere la cittadinanza romana, senza che essi debbano lasciare il diritto locale.."
La cittadinanza viene concessa fatto salvo lo ius gentis, anche se divenuti cittadini romani, Giuliano e i suoi familiari, possono continuare a vivere secondo il diritto berbero, non v'è nessuna modifica anche in campo tributario tranne nel fatto che Giuliano deve pagare le tasse locali ed in più quelle dovute a Roma.


GLI SCAVI FUTURI

A SO dell'insediamento, la fotografia aerea ha rivelato quelle che probabilmente sono tracce di un accampamento militare e di un piccolo forte di minore importanza; tuttavia, non è possibile tramite questo tipo di fotografia rilevare dei resti del sito sul terreno stesso.
Saranno i prossimi scavi, che ci auguriamo non avvengano a lungo termine, a chiarire il sito e a far riemergere questa importante parte dei dati di Iulia Valentia Banasa.


BIBLIO

- R. Thouvenot - Une colonie romaine de Maurétanie tingitane: Valentia Banasa - Publications du Service des Antiquités du Maroc - 1941 -
- R. Thouvenot - Une remise d'impôt sous l'empereur Caracalla - CRAI - Publications du Service des Antiquités du Maroc - 1954 -
- M. Euzennat - Chroniques - Bulletin d'Archéologie Marocaine 2 - 1957 - 
- M. Euzennat & W. Seston - Un dossier de la chancellerie romaine: la Tabula Banasitana - CRAI - 1971 -
- William Seston, Maurice Euzennat - Un dossier de la chancellerie romaine : La Tabula Banasitana. Etude de diplomatique - Comptes rendus de l'Académie des inscriptions et belles-lettres - 1971 -



IULIA CONSTANTIA ZILIL - ARZEILA (Marocco)


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Gli scavi hanno dimostrato che la regione del Dchar Jdid era stata abitata sin dai tempi più antichi, con ritrovamenti di asce, punte e raschiatori datati tra i 40.000 e i 25.000 anni fa. Sono state trovate anche strutture corrispondenti ad abitazioni, vasi dipinti con strisce orizzontali rosso scuro di chiara provenienza fenicia.
In questo sito, tra il II e il I secolo a.c., fu fondata poi una città le cui case erano di mattoni e che aveva locali dedicati al commercio e all'artigianato, su cui i romani fondarono la colonia di Zilil che prese il nome di Iulia Constantia.
Iulia Constantia Zilil (chiamata più tardi Arzeila) fu così una città romano-berbera del Dchar Jdid, posta a 40 km a sud-ovest di Tangeri e a 13 km a nord-est di Asilah. Fu una delle tre colonie della Mauretania Tingitana (nella parte settentrionale del Marocco) fondata dall'imperatore Augusto fra il 33 e il 25 a.c. per i veterani della battaglia di Azio e divisa nel 44 d.c. dall'Imperatore Claudio in due province romane: la Mauretania Tingitana e la Mauretania Caesariensis.
Studi della metà del XX secolo furono dedicati a Dchar Jdid, con le sue mura, torri e porte e dove sono state scoperte alcune dediche che aiutano a identificare il nome romano della città: una è offerta a Zilitanorum, un'altra a Constantia, e una terza riporta il nome completo: Iulia Constantia Zilil. 



ITINERARIO ANTONINO 

Sin dal IV secolo a.c. Iulia Constantia Zilil fu un insediamento fenicio e mauritanico, trasformata poi in una delle tante città berbere settentrionali nella provincia della Mauretania Tingitana. La città fu un'importante stazione dell'Itinerario Antonino, un registro di stazioni e distanze lungo varie strade, che a causa della scarsità di altri documenti di questo tipo, è un prezioso ricordo storico, e venne dedicata al Dio Mercurio, protettore dei viandanti e dei commercianti. 

L'itinerario, probabilmente basato su documenti ufficiali provenienti da un'indagine condotta sotto Augusto, descrive le strade dell'Impero Romano, e ha inizio nell'antico "Ad Mercuri Tingi", biforcandosi proprio a Zilil; una strada andava a Tangeri e Rabat, e l'altra a Volubilis. In questo percorso si trova Dchar Jdid, l'unico sito a nord di Asilah dove sono state trovate importanti rovine romane.

Nella II metà del II secolo d.c., la città venne circondata da mura. Essa comprendeva dei distretti residenziali, un grande tempio e un anfiteatro edificato fuori le mura insieme alle terme (costruite nell'80 d.c.) e una cisterna fatta a quattro compartimenti, fornita da un acquedotto parzialmente sotterraneo costruito nel 130 d.c. costruita dopo Adriano.


LA PRIMA CHIESA CRISTIANA 

Il monumento più spettacolare di Iulia Constantia è stato quello della prima chiesa di Iulia Constantia Zilil. Caratterizzata da tre navate, era dotata di un battistero e di varie appendici vicino alla porta occidentale. Questa antica chiesa è l'unica che si trova nel Marocco atlantico, ed era legata all'adesione cristiana dei berberi romanizzati. 

La città fu distrutta tra il 238 e la metà del IV secolo, e sullo studio delle monete provenienti dagli scavi di Dchar Jdid si dimostra che la ricostruzione della città risulta dall'imperatore e può essere datata abbastanza precisamente agli anni 355-360 d.c. 

La città fu di nuovo distrutta negli anni 410-430 d.c., durante l'invasione della Mauretania Tingitana da parte delle tribù vandaliche. Ma le prove archeologiche dimostrano che la città rimase popolata come un piccolo villaggio di pescatori fino all'invasione araba all'inizio dell'VIII secolo.

L'edificio più notevole, come si è detto, è quello di una chiesa paleocristiana, a tre navate, con battistero e vari annessi, in prossimità della porta ovest del recinto murario, unico monumento di questa categoria portato alla luce nel Maurétanie Tingitane. La città fu distrutta all'inizio del V secolo. ma la data di cessazione definitiva dell'occupazione del sito è ancora dibattuta.



IL SITO STORICO

Secondo un decreto del Capo del Governo, Zilil è classificato come "sito storico", e quindi non vi si possono effettuare lavori di restauro o di valorizzazione senza l'autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali e sotto la sua supervisione.

La decisione è stata presa in conformità alla Legge 22.80 sulla Conservazione dei Monumenti e dei Siti Storici, delle Iscrizioni, delle Opere d'Arte e delle Antichità, e a seguito di una decisione del Ministero dei Beni Culturali e delle Comunicazioni di effettuare un'indagine sull'opportunità dell'aggiunta di questo sito.

L'Osservatorio per la Protezione dell'Ambiente e dei Monumenti Storici di Tangeri (OPEMH) ha chiesto che vengano intrapresi senza indugio lavori di esplorazione sul sito, che venga eretta una recinzione e che venga preparata una guida turistica per presentare la città antica ed evidenziarne la particolarità. I lavori si concentreranno anche sulla costruzione delle infrastrutture, in particolare le strade, necessarie per migliorarne l'accessibilità al pubblico.



BIBLIO

- A. Akerraz et al. - Fouilles de Dchar Jdid - 1977-1980 -
- Eliane Lenoir - Fouilles de Dchar Jedid - 1977-1980 - B.A.M.,XIV - 1981-1982 -
- Eliane Lenoir - La ville romaine de Zilil du Ier av IVe siècle ap. J.-C., dans L’afrique romaine, Iersiècle av. J.-C - début Ve siècle ap. J.-C. - colloque de la SOPHAU - Pallas - 2005 - 



THAMUSIDA (Marocco)


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THAMUSIDA (by Jean-Claude-Golvin)
Thamusida fu un'antica città romana della provincia della Mauretania Tingitana, sorta intorno ad un castrum romano a sua volta sorto su un antico villaggio berbero del Regno di Mauretania, nel Nordafrica, fondato nel II secolo a.c. accanto a un guado sul fiume navigabile di Sebou.

Il regno di Mauretania si estendeva ad ovest del regno di Numidia, che si estendeva in corrispondenza dell'attuale Marocco e dell'Algeria occidentale, tra il IV secolo a.c. e il I secolo. I suoi resti archeologici si trovano presso la località di Sidi Ali ben Ahmed, a circa 10 km dall'attuale città di Kenitra in Marocco, in un sito archeologico di 15 ettari di estensione.

L'insediamento romano copriva circa 15 ettari di un pianoro a 12 m slm sulla riva sinistra del fiume Sububus (oggi Sebou), tra le antiche città di Sala Colonia (oggi Chella), a sud, e di Iulia Valentia Banasa, a nord, sul percorso di una via tra Tingis (Tangeri) e Sala Colonia. 

PIANTA DEL SITO ARCHEOLOGICO

LA STORIA

Il re Bocco I svolse un importante ruolo durante la guerra giugurtina, che vedeva il re Giugurta di Numidia nemico di Roma: fu lui infatti a consegnare Giugurta ai Romani nel 105 a.c., e da allora fu alleato di Roma. 

Gli successe il figlio, Soso, o Mastanesoso, e in seguito il regno fu suddiviso tra i suoi due figli, la metà orientale retta da Bocco II e la metà occidentale, retta da Bogud. 

BOCCO I
Durante la guerra civile tra Ottaviano e Marco Antonio, Bogud venne cacciato da una rivolta a Tingis (Tangeri) e il suo regno fu incorporato da Bocco II. 

Alla sua morte, nel 33 a.c. Bocco II lasciò il regno in eredità al popolo romano e Ottaviano vi fondò una serie di colonie di veterani.

Nel 25 a.c. il regno venne assegnato a Giuba II, della famiglia reale numida e restò indipendente fino al 40 d.c., quando Caligola fece assassinare l'ultimo re, Tolomeo, figlio di Giuba II. 

Dopo aver debellato una rivolta di tribù dell'interno, l'imperatore Claudio istituì due province nel territorio dell'antico regno: la Mauretania Tingitana e la Mauretania Cesariense.

Nell'avanzata romana del 40 d.c. la resistenza locale provocò la distruzione del villaggio berbero. Poco dopo, in epoca flavia (II metà del I secolo d.c.) sul pianoro venne costruito un castrum per una vessillazione dell'esercito, intorno a cui si sviluppò una piccola città, con templi, case e taberne.

Nella seconda metà del II secolo il castrum venne ampliato e la città venne cinta da mura. Il campo fu abbandonato alla fine del III secolo, ma la città continuò ad essere abitata finchè venne abbandonata con la conquista araba, nel VII-VIII secolo. 

A Thamusida si conservano solamente i crolli dei paramenti in pietra delle mura delle caserme, di alcuni tratti delle mura urbane e del Temple carré. Erano forse in pietra anche i principia del campo militare e le terme ma la maggior parte degli edifici era realizzata con basamenti in pietra ed elevati in terra.

I materiali della città furono riadoperati nel XVII secolo per la costruzione alla foce del fiume della rocca di Mehdya da parte degli spagnoli e le rovine furono definitivamente distrutte da un terremoto nel secolo seguente.

I resti furono identificati con la città citata dalle fonti antiche nel 1874 dal diplomatico e archeologo Charles-Joseph Tissot. I primi scavi furono condotti da studiosi francesi negli anni 1932-1935, 1952-1955 e 1959-1962.

Il primo progetto italiano in Marocco è iniziato nel 1999 a Thamusida (Sidi Ali ben Ahmed, Kenitra). Alcune missioni francesi avevano scavato le più antiche stratificazioni del villaggio mauro e i principali monumenti romani. Le ricerche italo-marocchine ebbero lo scopo di ricostruire la storia del sito dai primi insediamenti umani, dai Fenici ai Punici, agli Iberici, all'Impero Romano, e agli Arabi.



LA PROVINCIA ROMANA

Nel 40 d.c. Roma creò la provincia della Mauretania Tingitana nel territorio del Marocco settentrionale; l'antico villaggio fu distrutto nel corso delle operazioni militari per il controllo della regione. Nella seconda metà del I secolo fu istallato un campo militare per le truppe, intorno al quale nacque un nuovo centro. 

La piccola città fu organizzata secondo i bisogni degli abitanti: case e baracche, terme e templi, taverne e botteghe, officine per la fabbricazione delle armi, granai, fabbriche per la produzione di salse di pesce, forni per produrre anfore, mattoni e ceramiche. 

Nella seconda metà del II secolo la città fu circondata da mura per proteggerla contro le tribù berbere del Gharb. Alla fine del III secolo l'esercito romano si ritirò ma la città continuò a essere abitata. Gli immigrati arabi, arrivati con la conquista del VII-VIII secolo scelsero di abitare sulla collina vicino alla città, utilizzando la collina del marabut per allestire un granaio collettivo. 

Per la costruzione della casbah di Mehdya, portoghesi e spagnoli utilizzarono purtroppo le pietre del vecchio centro costruito dai Romani, che fu definitivamente distrutto da un terremoto alla metà del XVIII secolo.

LE MURA E LE PORTE SUL FIUME SEBOU

LE ABITAZIONI

A Thamusida pochi edifici erano interamente in pietra, mentre la terra era un materiale di facile reperimento nella pianura alluvionale dove abbondano argille, marne e terreni limosi. La maggior parte degli edifici era realizzata con basamenti in pietra ed elevati in terra. Come abitazioni se ne trovano tre diversi tipi:

- Quella della domus urbana, con pianta simile a quelle rinvenute a Volubilis:
La Domus au Dallage si trova nel quartiere orientale ed è addossata alla cinta muraria. Sul fronte si apre un vestibolo che da accesso a cinque ambienti: solo quello centrale è il vestibolo dell'abitazione mentre le altre porte appartengono a botteghe. 
L'accesso conduce a un peristilio porticato con colonne di laterizi e una fontana collocata nella metà orientale del cortile. Attorno al peristilio si aprono varie stanze, con gli alloggi e gli ambienti di servizio; sul fondo della casa, in asse con l'ambiente di accesso, si trova un tablinum. Accanto a questo, su entrambi i lati si articolano  gli appartamenti dei proprietari.

- Le abitazioni a corridoio centrale:
L'insula aux Tambours, caratterizzata da un corridoio centrale in genere pavimentato con piccole pietre, frammenti di cocciopesto o in opus spicatum con piccoli laterizi disposti a taglio. Su ciascun lato del corridoio si aprono normalmente tre stanze. 
In alcuni casi, come nell'Insula aux Tambours, alcune di queste stanze presentano dimensioni maggiori, forse perché avevano una funzione di rappresentanza; dal corridoio centrale si accede ad un secondo ambiente di disimpegno, più piccolo, su cui si aprono altre stanze: probabilmente gli alloggi privati.

- Le capanne:
Le case più semplici si trovano fuori dalle mura della città e ne costituiscono i sobborghi. Queste capanne hanno una o due stanze in tutto, con basamenti di pietra su cui si elevavano muri in terra; i pavimenti erano in terra battuta. Davanti ad alcune di queste c'era un'aia con pavimentazione a piccole pietre o cocci e di fronte alla casa dei piccoli ambienti, forse relativi alle attività di vita quotidiana degli abitanti (mangiatoie, magazzini e laboratori).

I TEMPLI

I TEMPLI

Gli scavi condotti a Thamusida nel secolo scorso hanno portato alla luce i resti di quattro strutture templari.

L'aedes principiorum
Un sacello che dominava il lato occidentale dei principia del Campo Militare, custodendo le insegne della guarnigione. Esso sorgeva su di un podio di circa 7 per 10 metri, alto 1,20, cui si accedeva attraverso una scalinata, inquadrata da due basi che sorgevano con ogni probabilità due statue equestri. 
L'edicola era decorata da un fronte pseudotetrastilo con due semicolonne che inquadravano l'ingresso e due lesene a decorare gli spigoli Nord-Est e Sud-Est. Essa risale all'età flavia e fu rimaneggiata durante il regno di Marco Aurelio.

Il ‘Tempio quadrato’
Di tipo punico, mal conservato e posto presso il quartiere Sud-Est della città. Di pianta pressoché quadrata, sorse probabilmente su un santuario precedente, di età punica originariamente collocato all'esterno della città. Sembra vi fosse venerata la Venus Caelestis, erede della Tanit punica, accanto al suo paredro Saturno, erede di Baal Hammon. 
La cella, poggiata su un basso podio circondato da un porticato, era dotata di due basi che sostenevano le statue di culto e di un piccolo altare. Tra quest'ultimo e la struttura principale vi era una gradinata di accesso e, ai piedi di questa, una coppia di colonne ornamentali in stile punico.

Il ‘Rivestimento a bugnato’
L'identificazione come santuario non è certa, si tratta di alcune strutture di età flavia, rinvenute al di sotto della cd. "Insula Bassa" a Ovest delle Terme. Tuttavia la planimetria tripartita e l'utilizzo del bugnato per i conci del fronte del podio lo hanno fatto presupporre un Capitolium.

Il Tempio a tre celle
Questo tempio, anch'esso situato lungo il fiume ma ad Est delle Terme, è un tipico santuario africano-romano, dotato di tre celle prospicienti un'ampia corte porticata. Esso viene tradizionalmente datato alla metà del II secolo d.c., molto dopo del "Tempio a bugnato". In realtà anch'esso ha una fase precedente, forse di fine I secolo d.c., a cella unica.




LE TERME

Le Thermes du Fleuve, ("Terme del fiume"),  così chiamate per la loro posizione nei pressi del fiume Sebou, ebbero numerose fasi costruttive (età flavia, età severiana, I metà del III secolo e II metà del III secolo), fino a raggiungere un'estensione di circa 3.000 mq, il più grande impianto termale della provincia. Consistendo in due complessi giustapposti, si suppone fossero adibiti ai due sessi divisi.

Le terme sono anche fortemente indagate da dalla missione francese tra il 1932 e il 1953, portando alla luce quasi l'intero edificio. L'impianto termale avrebbe attraversato otto fasi costruttive dall'età giulio-claudia fino all'abbandono della città nel 280 d.c. circa. 

Con la documentazione nel 2002, la prima fase di costruzione sarebbe databile all'età flavia; le altre importanti fasi di sviluppo del complesso termale sono attribuibili alla fine del II - inizi del III secolo, alla prima metà del III secolo e infine alla seconda metà del III secolo.



LE FORNACI

Gli scavi delle missioni francesi condotti a Thamusida negli anni '50 individuarono alcune fornaci nella zona nord-ovest del sito, con cinque forni, tre dei quali oggetto delle recenti campagne di scavo. Le fornaci furono attive tra la fine del I secolo a.c. e la prima metà del I secolo d.c., riutilizzate poi come calcare in seguito all'arrivo dei Romani, nonchè per la produzione di anfore di tipo romano per il trasporto di spezie e salse come il garum.

Si tratta di forni scavati nel terreno e di dimensioni notevoli (le due più grandi, i forni A e C, hanno un diametro di circa cinque metri e dovevano raggiungere un'altezza complessiva di circa sette metri) costruite in argilla e mattoni crudi. In nessuno dei forni scavati è stato rinvenuto il piano di cottura che doveva essere sorretto, probabilmente, da un pilastro centrale.

Probabilmente questa mancanza è dovuta al fatto che le fornaci furono oggetto di riutilizzi successivi durante i quali vennero impiegate spesso come discariche, mentre il forno B fu impiegato come calcara.



I GRANAI

Il granaio civile

La città era dotata di un imponente granaio di ben 980 mq, locato a est nel quartiere del fiume, in una depressione naturale al centro di due alture. L'indagine archeologica, avviata a partire dal 1999 e conclusasi nel 2002, ha chiarito la funzione del cosiddetto ‘bâtiment rectangulaire’ come grande horreum, vale a dire magazzino. 

Questo fu realizzato nella seconda metà del II sec. d.c. per immagazzinare il grano del Gharb da destinare al consumo romano. L'edificio ha una pianta leggermente trapezoidale di metri 40,90 (il lato ovest è di 39,30) per 23,15 metri, orientato in senso nord-sud con una sola entrata sul lato corto nord verso il fiume Sebou. 

L'interno era diviso in tre lunghe navate separate da pilastri quadrangolari con arcate, dove le due navate laterali insieme al settore sud del corridoio erano destinate ad accogliere il grano addossato alle pareti perimetrali secondo il sistema a mucchi sciolti ancora in uso. 

Il piano pavimentale dell'intero granaio era costituito da un tavolato di legno di quercia che poggiava sulle fondamenta dei muri perimetrali e sulle fondazioni interne. Come si sa la quercia resiste molto bene alle tarme, ma a parte questo l'ingegno romano aveva usato altre precauzioni.

Sotto l'assito in legno, l'intercapedine risultante, oltre ad isolare l'umidità, allontanava l'azione dei punteruoli o di altri animali nocivi. Uno strato di intonaco isolante sulle fondazioni e sulle pareti interne impediva inoltre agli insetti di annidarsi negli interstizi e nelle fessure. 

Insomma l'accuratezza nell'allestimento interno rendono l'intero edificio ben adeguato alla conservazione del frumento e poteva stivare fino a circa 1.000 tonnellate di grano. Il granaio di Thamusida con gli horrea di Cuicul (Djemila, in Algeria), erano i soli horrea provinciali di tipo civile aventi pavimenti rialzati.

Il granaio militare

All'interno dei castra vi era poi un edificio di forma rettangolare di 10 per 45 metri, vale a dire il granaio destinato all'approvvigionamento delle truppe di stanza a Thamusida. Collocato nella porzione nord-ovest delle caserme si trovava nella retentura, un'area generalmente destinata ad ospitare l'infermeria, le officine, le rimesse e i magazzini. 

Il granaio, orientato a nord, presentava un ingresso a sud in corrispondenza della porta ovest dell'accampamento e muri spessi 70 centimetri privi di contrafforti esterni con aperture verticali per mantenere una continua aerazione sotto il piano pavimentale e, nello stesso tempo, ostacolare l'entrata di animali e insetti nocivi al grano. 

Piccole aperture di forma quadrangolare accoglievano le mensole poste a sostegno dell'assito in legno, al di sotto uno strato di cocciopesto, senza alcuna funzione pavimentale. Anche la ripavimentazione del granaio, avvenuta nella prima metà del II secolo d.c., ridusse di circa 40 centimetri l'intercapedine isolante dimezzando l'altezza degli areatori. I calcoli di capacità e il sistema di immagazzinamento (a mucchi sciolti) ipotizzati farebbero pensare ad una portata di circa 360 tonnellate di grano stivato.



IL CASTRUM


Il castrum sorse intorno alla metà del I secolo d.c. sul pendio della collina sopra il pianoro e fu rimaneggiato all'epoca di Marco Aurelio (165,85 m x 138.78 m): il campo militare più grande della Mauretania. 

Era circondato da un muro con 14 torri interne a pianta quadrata e con quattro porte, fiancheggiate ciascuna da due torri quadrate sporgenti all'esterno. Gli edifici sono allineati su due strade che si incrociano ad angolo retto e al centro si trovavano i principia (quartier generale), consistente in un cortile porticato con ambienti su tre lati.

L'ambiente al centro del lato ovest, con un podio (alto 1.2 m e di 10 m x 7 m) accessibile da una serie di gradini, doveva essere il sacrario delle insegne e doveva apparire come un'edicola con due semicolonne e due lesene. Il sacrario fu costruito in epoca flavia e rimaneggiato all'epoca di Marco Aurelio.

Il lato nord dei principia fu trasformato in epoca Severiana, con la costruzione di un ambiente a pianta basilicale che occupò parte del cortile: era una basilica exercitatoria, per lo svolgimento delle esercitazioni militari al coperto per riparare dal caldo torrido o dalle piogge.

Gli edifici per l'alloggiamento delle truppe erano una dozzina: con un passaggio centrale scoperto sul quale si aprivano le stanze da letto, precedute da una tettoia poggiata su pilastri. Nella parte ovest c'erano stalle e ambienti di servizio, tra cui un forno per la cottura del pane, e un granaio (10 m x 45 m) con pavimento in legno sopraelevato e intercapedine aerata per mezzo di aperture. Costruito in età flavia, la pavimentazione venne rifatta nella prima metà del II secolo, abbassando l'intercapedine.

LE MURA DI THAMUSIDA

LE MURA

La città romana fu cinta da mura nel II secolo (epoca di Commodo 161-192), nello stesso periodo in cui anche altri centri della provincia costruirono cinte difensive, per la situazione poco tranquilla sulla frontiera dell'impero in quest'epoca. Le mura hanno una pianta a trapezio irregolare e sono dotate di torri semicircolari esterne. Sono orientate secondo i punti cardinali, con il lato nord lungo il fiume, mentre gli altri lati inglobano i castra di epoca Flavia e i quartieri della città. 

La cortina, con torri che si sopraelevavano di un piano ulteriore, aveva uno spessore variabile tra 0,90 m e 1,05, alta circa 4,50-4,80 m, e i tratti lineari erano intervallati da torri semicircolari, distanti l'una dall'altra tra i 30 e i 40 m. Lungo il circuito si aprivano tre porte principali, sui fronti est, sud e ovest. La cortina raggiungeva un'altezza di circa 6-6,30 m. Un camminamento interno di legno si snodava lungo la cresta, testimoniato dall'inizio di una rampa in muratura.

La porta est era la più monumentale con un ingresso articolato in due fornici, uno grande l'altro solo per i pedoni, sul fronte esterno, e un grande arco interno che chiudeva il cavaedium formato dagli avancorpi delle torri fiancheggianti la porta; sia pur con caratteristiche meno "monumentali" anche le porte ovest e sud rispecchiano la tipologia a cavaedium. 

Sui tre lati sud, est ed ovest si aprono tre porte principali e ci sono due postierle, a est, all'angolo nord-ovest, a sud in corrispondenza di una strada e pure un accesso verso il porto, forse in corrispondenza del granaio.

La porta est, la più monumentale, aveva due fornici, uno più grande per i carri e l'esercito e uno più piccolo per i pedoni. All'interno un grande arco chiudeva lo spazio tra le torri formando un cavedio (piccolo cortile interno per arieggiare e illuminare un fabbricato). Nel suburbio fuori dalle mura sorgevano abitazioni sparse e strutture produttive o commerciali. Nella zona est doveva sorgere la necropoli della città.

L'accampamento non era lontano nè dal villaggio primitivo nè dal fiume, dislocato sul pendio della collina, una delle caserme più grandi di tutta la Mauretania, estesa per quasi due ettari e mezzo.
Aveva una pianta rettangolare con mura alte circa 5 metri, dotate di 22 torri e 4 porte, con un sistema di vie che si incrociavano ad angolo retto. 

Al centro si trovano i principia, il quartier generale dei castra, con il sacello delle insegne collocato sopra un podio, oltre alla cassaforte che conteneva il soldo per la truppa e forse l'armeria. Successivamente la parte nord venne trasformata in una basilica exercitatoria, per le esercitazioni militari al coperto. Ai lati si dovevano disporre le abitazioni degli ufficiali e forse le terme, di cui restano poche strutture.

Davanti, nella zona chiamata praetentura, si trovavano una dozzina di baracche con i dormitori delle truppe, con un passaggio centrale su cui si aprivano le stanze da letto dietro una tettoia sorretta da pilastri. La parte a ovest, la retentura, mostra quattro edifici di forma allungata (stalle per i cavalli o alloggi per i graduati) oltre a un'area destinata all'infermeria, le officine, le rimesse e i magazzini, il granaio militare e un forno per la cottura del pane, delle focacce ecc. 



LE RICERCHE

Presso i dormitori sono stati rinvenuti: 
- guarnizioni di foderi di pugnali, 
- borchie, 
- cinturoni, 
- appliques che raffigurano militari, 
- diplomi iscritti su coppie di tavolette di bronzo tenute insieme da fili: si tratta di copie, conformi a originali che erano affissi pubblicamente a Roma, dei decreti di concessione da parte dell'imperatore, al momento del congedo, della cittadinanza romana (civitas) e del diritto di contrarre matrimonio (conubium).

Sono stati inoltre individuati alcuni dei tracciati viari principali, come le strade che uscivano dalle porte sud e ovest della città in direzione dei principali centri della provincia. Nella zona posta a est del sito è stata invece individuata la necropoli romana, mentre nell'area posta in prossimità del fiume si doveva trovare un quartiere artigianale con fornaci e impianti produttivi.

A Thamusida sono stati studiati 67 mattoni e piastrelle trovati in diversi contesti archeologici durante gli scavi archeologici. 40 tra mattoni e piastrelle risalgono all'occupazione romana del sito (I-III secolo d.c.). I risultati hanno permesso di ricostruire due produzioni locali di uno o più tipi di materiali da costruzione. 

Il rapporto tra produzioni locali e importazioni è cambiato nella seconda metà del II secolo d.c. La prima fase dell'insediamento ha utilizzato materiali da costruzione sia locali che importati, mentre le produzioni locali sembrano essere cessate e completamente sostituite nella fase tardiva.



VOLUBILIS (Marocco)


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IL DECUMANO MASSIMO
Volubilis è un sito archeologico romano, situato ai piedi del massiccio dello Zerhoun, a 27 km a nord di Meknès, e a 80 km a nord-est della catena montuosa dell'Atlante. Essa fu abitata fin dall'epoca neolitica e venne occupata anche dai Cartaginesi. Volubilis era la più occidentale tra le città del Nord Africa ed era una città punica.

Fu una delle capitali di Giuba II (25 a.c. - 23 o 24 d.c.), re della Mauretania, con il nome di Oulili, ovvero Oaulili, che significa "oleandri rosa". È il sito archeologico più noto del Marocco ed è inserito nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.

Nell'anno 42 Claudio annetté all'impero romano la provincia della Mauretania, una sequela di deserti e monti, con poche oasi di terra fertile, che si stendevano dai confini della Numidia fino a Tangeri. Sembrava una terra piuttosto avara ed inospitale ma gli straordinari ingegneri romani, ricalcando e allargando una pista punica e prolungandola gradualmente a ovest fino a Tangeri (Tingi) e a sud fino a Rabat, edificarono una strada costiera che andava dall'Atlantico al Nilo, per una lunghezza continua di 2800 miglia (4480 LM), un'opera colossale.

COME DOVEVA APPARIRE
Attraverso questa strada transitavano gli eserciti ma pure i carri producendo rifornimenti e commerci, che davano vita e lavoro e mezzi di sostentamento ai villaggi. Trasformata poi in provincia romana (40-45 d.c.), sebbene molto lontana dal mare, ma ben collegata da questa strada costiera, divenne una delle principali città della provincia mauretana tingitana, residenza dei procuratori che governavano la regione per conto dell'imperatore.

Volubilis visse il suo apogeo nel II e III secolo d.c. grazie al commercio dell'olio, una casa su quattro infatti era dotata di un frantoio per le olive, di una macina per il grano che producevano ormai essi stessi e diverse gabbie con dentro gli animali selvaggi (leoni, pantere, elefanti). Le immense possibilità di commercio per tutto l'impero romano la fecero ricca, anche perchè divenne fonte delle belve da far combattere nei circhi romani.

VOLUBILIS OGGI

LA STORIA

Augusto, grazie alla conquista di Cesare, fece della Mauretania un regno "cliente", che forniva esercito e tributi, in cambio di un abbellimento e una civilizzazione che purtroppo non durò abbastanza per poterle dare un codice di diritto romano.

In questo regno "cliente" pose sul trono Giuba II, figlio di Giuba I e nipote di Massinissa, sovrani di Numidia. Giuba I era stato già sconfitto da Cesare nel corso della guerra contro Pompeo, ma con la solita clemenza romana la vita del sovrano mauretano venne risparmiata, a patto naturalmente che alla sua morte il suo regno passasse in mano romane.

Alla morte di Giuba I la Numidia divenne provincia romana e Giuba II, ancora bambino, venne portato a Roma dove ricevette la stessa educazione dei figli dell'aristocrazia romana. Qui conobbe e sposò, nel 19 a.c., la greca Cleopatra Selene, figlia di Cleopatra VII la Grande e di Antonio, che era stata, come il marito, educata a Roma alla cultura sia romana che greca.

IL FORO
I due regnarono insieme avendo per capitali sia Cesarea che Volubilis,  si fecero edificare insieme una splendida tomba di tipo "imperiale" a Tipasa, e scrissero opere di notevole interesse storico e geografico, che poco conosciamo e solo attraverso gli autori più tardi. Essi ebbero un figlio, Tolomeo, che regnò dopo di loro fino al 42 d.c., quando fu ucciso per ordine del folle Caligola.

l regno di Mauretania (nord del Marocco e Algeria costiera) venne diviso in due province:

- Mauretania Tingitana (la parte nord del Marocco, da Tingis, Tangeri,
- Mauretania Cesariensis con capitale Cesarea.

La Mauretania era collegata alle strade imperiali che, attraverso la Spagna, arrivavano alle Colonne d'Ercole. Diventata poi residenza del procuratore, Volubilis ebbe il comando del limes della Mauritania Tingitana.

CASA ROMANA CON IMPLUVIO ROTONDO

Luzio Quieto

Nel 117 Volubilis subì attacchi da parte dei Mauri, capeggiati da Luzio Quieto, ovvero Lusius Quietus, principe di una tribù della Mauretania mai conquistata dai Romani. Suo padre fu un fedele alleato di Roma negli anni che seguirono la conquista e trasformazione in provincia della Mauretania Tingitana (41-46), tanto da meritarsi la cittadinanza romana.

Luzio (Mauretania, 70 circa – 118) in effetti era stato un militare berbero dell'Impero romano, che aveva servito nelle file degli auxilia, come prefetto di un'ala di Mauri, prima di venire allontanato dal servizio con ignominia (non si sa per quale ragione) da parte di Domiziano (51 - 96).

Tornato in servizio alla morte dell'imperatore, compì eroiche imprese militari durante l'impero di Traiano che lo apprezzò invece nel giusto merito, prima nel corso della conquista della Dacia degli anni 101-106, e poi nel corso delle campagne partiche degli anni 114-117. 

BASILICA ROMANA
In Dacia sono ricordate le sue imprese a capo della cavalleria leggera dei Mauri, l'ala dell'esercito traiano, mentre in Mesopotamia Lusio si distinse particolarmente per aver conquistato Nisibis e saccheggiato Edessa, capitale dell'Osroene (antico regno della Mesopotamia), oltre ad aver represso una rivolta di Giudei in Mesopotamia.

Traiano "optimus princeps" (53 - 117) riconoscente lo nominò senatore, con la formula "adlectus inter praetorios" che significa che era stato nominato dall'imperatore senza alcuna elezione, poi nel 117 lo fece addirittura console, e subito dopo legato della Siria-Palestina. Una serie di onori mai sperati per un mauretano.

L'anno seguente (118), fu però accusato da Attiano, prefetto del pretorio ed ex tutore di Adriano, di aver ordito una congiura ai danni di Traiano, insieme a tre complici, quando l'imperatore era già morto e non poteva difenderlo.

LA PORTA DI TINGIS
I quattro accusati furono sottoposti a un sommario processo "in absentia" conclusosi con la condanna a morte. Ciò provocò la rivolta della Mauretania capeggiata da Lusio Quieto, che però alla fine venne braccato e giustiziato.

È probabile che i quattro fossero semplicemente oppositori della rinunciataria politica imperiale sul limes orientale di cui Lusio perdeva tra l'altro il governatorato. L'imperatore Adriano avrebbe preso energicamente le distanze da questo oscuro episodio che segnò negativamente il suo esordio e i suoi rapporti con il senato. Anche nella sua perduta autobiografia ne avrebbe attribuita ogni responsabilità ad Attiano, che venne poi rimosso dalla carica.

Comunque fu l'Imperatore Adriano a reprimere le rivolte tra i Mauri alla fine del suo primo grande viaggio attraverso l'impero nel 121-122. Direttamente da Hispania in Mauritania, dove avrebbe trascorso in inverno, per condurre di persona una campagna contro la ribellione mauritana. 


Infine, nel 168, la città venne protetta da una cinta di mura. Per difendersi dagli attacchi continui delle tribù berbere, nomadi e razziatrici, venne eretto questo poderoso muro di cinta con molte torri attorno alla città. Proseguì sotto le dinastie degli Antonini (138 - 192) e dei Severi (193 - 235) il rafforzamento delle mura e l'abbellimento della città.

Ancora sotto Commodo Volubilis venne abbellita di monumenti; sotto Macrino ottenne la costruzione del Campidoglio e sotto Caracalla quella di un Arco di Trionfo a lui dedicato. L'arco di Trionfo sul «decumanus maximus», edificato come tutto il foro in pietra locale e munito di un bel fregio nella parte anteriore, fu eretto infatti nel 217 in onore di Caracalla e di sua madre Iulia Domna.

La città venne abbandonata dalle autorità romane verso il 284-285 e rimase fuori dai nuovi confini della provincia fissati da Diocleziano. L'impero rivedeva il suoi confini che non riusciva più a mantenere.

LE TERME DI UNA VILLA PRIVATA
Anche se ad un certo punto l'acquedotto che alimentava la città cessò di funzionare, le iscrizioni superstiti attestano che verso la metà del VII secolo vi fu ancora una civiltà latina e cristiana che perdurò fino all'arrivo degli arabi che ne decretarono la fine.

Il declino di Volubilis iniziò con il regno di Mulay Isma'il ( 1645 – 1727), il quale utilizzò i marmi della città per abbellire i palazzi di Meknès. Nel 1755 un terremoto la rase al suolo. Solo nel XIX secolo furono avviati gli scavi per recuperare gli antichi resti.

TEMPIO CAPITOLINO

24 GIUGNO 2018  MARCO SCANU (Fonte)

- Lucio
"Quando ero piccolo, arrivava spesso al porto di Cadice, dall’Africa, con le Galere, un oleum che ai miei occhi appariva davvero speciale perché dicevano essere fatto in una città leggendaria… VOLUBILIS."

- Marco
"Non è una leggenda. I resti di Volubilis si trovano in Marocco, vicino a dove oggi sorge Meknès. In una vallata che ho visitato di recente e, dopo un inverno piovoso, il verde dei campi e l’argento degli olivi mostravano un paesaggio straordinario. Un clima davvero unico tra due mari e la catena montuosa di Atlante che crea le condizioni per un’olivicoltura dalla grande storia e tradizione.

Come Atlante anche le popolazioni dei Berberi sono lì da sempre, eppure, insieme a loro, ci appare di colpo qualcosa che appartiene alla profonda essenza del sentirsi contemporaneo: la Città o meglio l’Urbe Romana. Perché non andarci proprio ora?"

Il volto di Lucio s’illumina di colpo, l’idea di vedere qualcosa di cui ha solo sentito parlare sin dalla più tenera età lo affascina ancor più che toccare con mano le innumerevoli meraviglie moderne… Così in men che non si dica i nostri passi ci conducono a Volubilis.

IL FRANTOIO

- Marco
"Una città che, oltre al tempo inesorabile e la fatalità di un terribile terremoto nel 1775, presenta una serie straordinaria di monumenti che lasciano intuire la bellezza di una volta.
C’è una cosa che rende speciale ai miei occhi Volubilis: l’eccezionale quantità di Frantoi che troviamo e che dimostrano quale fosse davvero la principale economia della regione e della bellissima e ricchissima Urbe di Volubilis."

- Lucio
"Fai presto tu a dire Urbe, mio caro, ma senza l’agricoltura mai avremmo potuto creare alcuna delle nostre Città antiche e moderne. Mi rendo conto nell’osservarvi come la vostra sia un’agricoltura che ha perso i punti cardinali di riferimento, stravolgendo i valori di base e andando in una direzione sempre più estrema, sia per la progressiva alienazione dell’uomo dal lavoro agricolo che per l’inquinamento sempre più grave ed irreversibile sul pianeta terra. La centralità persa è quella della Agricoltura a servizio della Civitas appunto l’agricoltura fatta dall’uomo per l’uomo e quindi necessariamente a dimensione “urbana”."

MOSAICO DEI MOSTRI MARINI DELLA CASA DI ORFEO

- Marco
"Ma l’uomo moderno ha sostituito la forza lavoro con le macchine, positivamente, per sostituire le persone in lavori pesanti. Voi Romani avevate gli schiavi – e di questo parleremo poi se credi – ma noi con le nuove tecnologie abbiamo ridotto i tempi e aumentato le capacità in volume e quantità prodotto. 

L’aratro si è modernizzato aiutando non poco lo sviluppo agricolo. Da lì ci abbiamo preso gusto e l’evoluzione è stata inarrestabile sia in tecnologie che in sviluppo della chimica applicata all’agricoltura. Pensa Lucio che siamo arrivati a creare pesticidi intelligenti e modificare geneticamente il grano anch’esso intelligente per renderlo resistente a questi e così massimizzarne le produzioni. 

Siamo arrivati al punto da dover inserire l’agricoltura tra le primissime cause di inquinamento del nostro Pianeta. Ma siamo costretti a farlo perchè abbiamo una popolazione mondiale che cresce esponenzialmente, che ha fame e che va sfamata. 

Le produzioni devono essere sempre più massive per cui dobbiamo globalizzare: un solo grano, un solo olio, una sola carne, un solo pomodoro, una sola patata, uno solo di tutto è l’unico obiettivo a condizione che possa essere prodotto a bassissimi costi e altissimi rendimenti per i padroni esclusivi e protetti da brevetti di ogni genere, insomma un vero oligopolio di semi unici e dei pesticidi esclusivi.
Anche nell’olio si tende a uniformare e globalizzare tutto su tre forse quattro cultivar meccanizzabili e non di più…"



- Lucio
"Sarà pure come dici ma non mi convince proprio per nulla. L’agricoltura di un tempo ha messo le basi per tutte le grandi civiltà mentre oggi l’agricoltura moderna sta minacciando l’esistenza della Umanità intera! State producendo tantissimo cibo avvelenato che tra l’altro poi verrà in parte sprecato e distrutto non arrivando mai a chi ha davvero fame, tutto ciò ad un costo insostenibile per il contadino, ma quando ve ne renderete conto?"

Camminiamo per le strade in pietra solcate dalle ruote dei carri con marciapiede su cui si affacciano le case dedite al commercio. Volubilis è affascinante ma proprio qui vicino c’è il caso di un’azienda olivicola che ben incarna questa tendenza di alienare l’uomo dal centro della scena produttiva. 

Nonostante qui in Marocco il costo del lavoro sia incredibilmente basso, circa 8 euro al giorno per un operaio agricolo (oggi in Italia parliamo almeno di 60 euro, quasi otto volte di più!), gli investitori internazionali hanno comunque deciso di realizzare un oliveto Superintensivo non tanto evidentemente in ragione del costo, come detto già bassissimo, della manodopera, ma a mio avviso proprio per eliminare a monte ogni problematica di gestione dell’uomo/operaio.



- Lucio
"Ma come puoi passare da macchine utili a macchine che tolgono lavoro all’uomo? Ma come pensare di sfamare la gente con un solo grano e un solo olio piuttosto che creare le condizioni perché quell’uomo possa lavorare e guadagnare dignitosamente per poi poter scegliere tra più grani e più oli, scegliere tra dignità e miseria, tra alienazione e distruzione da una parte e sostenibilità umana e ambientale dall’altra?"

- Marco 
Le parole di Lucio mi lasciano ammutolito. Le sue accuse al nostro sistema sono veri e propri macigni, grandi come queste pietre dei muri di Volubilis che ci circondano.

Lo sguardo di Lucio fissa con attenzione la macina di un Frantoio davvero ben conservato. Entriamo dall’ingresso laterale che doveva essere destinato allo scarico delle olive. Lucio è molto serio e con la mano accarezza i bordi della macina. Fissandomi mi avverte che lì non c’erano animali da lavoro ma schiavi che spingevano quella macina di pietra.

- Marco
"Quanto erano importanti, per l’economia e lo sviluppo di Roma, gli schiavi?"

BACCO E ARIANNA (CASA DI BACCO)

- Lucio
"Non avremmo mai potuto costruire l’impero di Roma senza la schiavitù. Dal numero di schiavi si poteva apprezzare l’importanza del Nobile Romano, immagina che alcuni Nobili arrivarono ad averne oltre 20 mila al proprio servizio. Per fortuna mi pare che il nuovo mondo abbia debellato la schiavitù, o no?"

- Marco
"Caro Lucio, oggi abbiamo forme moderne di schiavitù: sfruttamento minorile, la tratta di donne e uomini sono cose attuali anche ai nostri tempi. Schiavi moderni che si distinguono da quelli dell’Antichità solo per l’illusione di essere uomini liberi, anche se sono invece vittime di pochi, ora come allora."

- Lucio
"Sembra proprio che, come l’olivo, anche l’uomo non sia cambiato affatto. Ma tu Marco dimmi che olivicoltura immagini possibile in questo scenario?"

- Marco
"Se posso sognare allora immagino una olivicoltura che si ispiri a quella in cui ho la fortuna di lavorare in una zona a te carissima: Il METAPONTO. Ci andiamo?"

Un largo sorriso sul volto di Lucio mi dice che la prossima tappa sarà in Italia…



GLI SCAVI

Il sito, non è ancora riportato interamente alla luce, si stima che ancora 2/3 dell’avamposto romano siano seppelliti sotto cumuli di terra. Cionondimeno nel corso di scavi praticati in questa zona nel 1944 furono ritrovati due busti, di cui uno del re Giuba II che regnò a Jol-Caesarea (oggi Chercell) in Mauretania con sua moglie Cleopatra Selene. 

Fu, secondo Plutarco, uno «dei prigionieri più fortunati che siano mai caduti nelle mani dei Romani, perché pur essendo un barbaro (suo padre era un re dei Numidi), poté collaborare con gli storici più eruditi della Grecia».



Caesarea, oggi un povero villaggio di pescatori a cento miglia all'incirca a ovest di Algeri, era adorna al tempo di questo suo re di monumenti, che racchiudevano una delle collezioni più splendide di statue greche, fra cui originali di Fidia, Alcamene e Prassitele e pure i tesori recuperati dalla trireme naufragata davanti a Mahdia, sulle coste della Tunisia, mentre portava a Giuba sculture greche, bronzi e mobili stupendi, perfettamente conservati dal mare, che riempiono oggi due sale del Museo del Bardo.

Qui si conserva anche il ritratto di Catone il giovane, suicida dopo essere stato sconfitto da Giulio Cesare nella battaglia di Tapso. Man mano che l'Africa cresceva in opulenza aumentavano i suoi predoni, perchè chi non coltiva la terra è nomade ed ama razziare. E poiché i berberi e gli altri abitanti dell'interno erano naturalmente attirati dalle città costruite nei deserti dai colonizzatori, fu necessario mandarvi di stanza guarnigioni sempre più numerose.

ARCO DI CARACALLA

LA CITTA'

- Le mura presentano quattro porte, la principale delle quali, collegata alla strada proveniente da Tangeri, immette nel decumanus maximus che prosegue fino all'ingresso ovest.

- Il decumanus maximus è l'asse che attraversa la città fra la cosiddetta porta di Tangeri, a nord-est, e la porta occidentale (il tratto messo in luce dagli scavi è compreso fra l'arco di trionfo e la porta di Tangeri). Lungo la strada si allineavano il palazzo del Procuratore (detto di Gordiano) e le più belle dimore della città.

- Uno dei monumenti più importanti è la basilica che presenta due esedre contrapposte, 

- il capitolium dei Severi (nel Foro),

- templi risalenti al I secolo, tra cui quello di Giove capitolino

- l'acquedotto

- le terme di Gallieno, che si raggiungono dopo il Foro e la basilica più a sud. Vi si può riscontrare la sorprendente maestria degli ingegneri romani per la realizzazione della rete fognaria e di quella idrica e delle tecniche di riscaldamento utili al funzionamento delle terme.

ISCRIZIONE DELL'ARCO DI CARACALLA
- l'arco di trionfo costruito da Marco Aurelio Sebastiano in onore di Caracalla, come testimoniano i nomi suo e di sua madre, scolpiti sul frontone. L'arco di Trionfo, collocato sul «decumanus maximus», fu eretto nel 217 in onore di Caracalla e di sua madre Iulia Domna ed è stato rialzato nel 1933.

- diverse case con frantoi e vasche per la produzione dell'olio d'oliva, una casa su quattro ne possedeva uno. 

- Lungo il decumano si trovano i resti di numerose case romane e patrizie decorate con complessi mosaici policromi, alcuni dei quali in ottime condizioni di conservazione. 
Tra le case più importanti:

- la Casa dell’acrobata (vedi mosaico),
- la Casa di Orfeo (Orfeo con lira che incanta gli animali, Anfitrite su biga trainata da ippocampo, i nove delfini),
- la Casa del corteo di Venere,
- la Casa dell’Efebo,
- la Casa delle Colonne,
- la Casa del Cavaliere, 
- Casa di Bacco,
- la Casa delle Fatiche di Ercole,
- la Casa delle Ninfe al bagno (uno dei mosaici è stato prelevato da Volubilis e allestito nel Museo della Kasbah di Tangeri).


BIBLIO

- O. Elia, D. Levi - «Emblema» - G. Becatti (a cura di) - Mosaico c Mosaicisti nell'antichitå, Roma - 1967 -
- Pierre Gros - Le province orientali. Realtà e ideologia dell'urbanistica romana - in Pierre Gros, Mario Torelli - Storia dell'urbanistica. Il mondo romano - Nuova ed. - Roma-Bari - Laterza - 2007 -- Daniela De Rosa - Marocco - Ulysse Network s.r.l. - 2006 -






 

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