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LUCIO VERO - LUCIUS VERUS


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Nome completo:  Lucius Ceionius Commodus Verus
Nascita:  Roma, 15 dicembre 130
Morte:  Altinum, 169
Dinastia:  Antonini
Padre:  Lucio Elio (naturale); Antonino Pio (adottivo)
Madre:  Avidia Plautia
Coniuge:  Lucilla
Figli:  tre figli
Regno: 161-169 d.c.


LE ORIGINI

Lucio Ceionio Commodo Vero, ovvero Lucius Ceionius Commodus Verus, nacque presso Altino nel 169 d.c., da Lucio Elio Cesare, di origini etrusche, uomo fidato dell'imperatore Adriano e sua prima scelta come successore, attraverso la moglie Avidia, nativa di Faenza. Quando Elio Cesare morì nel 138, Adriano scelse come successore Antonino Pio, a patto però che adottasse Lucio Vero, all'epoca di sette anni, e Marco Aurelio, suo nipote, di anni diciassette.

Come possibile successore, Vero ricevette una raffinata educazione dal famoso oratore Marco Cornelio Frontone, risultando un ottimo allievo, eccellente nella scrittura, poesie e oratoria.
Le fonti lo descrivono bello di persona, di volto simpatico, con la barba lunga all'uso barbaro, o greco, con la bionda chioma ricciuta (da lui sovente cosparsa di pulviscolo d’oro) e con un che di venerabile nell’espressione.

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL VOLTO (By Haroun Binous)

IL CURSUS HONORUM

Vero iniziò la carriera pubblica come questore nel 153 e fu console nel 154, molto prima dei 32 anni richiesti per questa mansione, e senza essere pretore fra l'una e l'altra carica. Nel 161 fu di nuovo console, con Marco Aurelio come collega più anziano. Nello stesso anno Antonino morì e gli succedette Marco Aurelio che, come dimostrarono i fatti, era molto affezionato a Lucio.

Infatti Vero fu immediatamente chiamato ad essere co-imperatore, il primo dell'Impero Romano, apparentemente con lo stesso potere, in realtà Marco Aurelio esercitò la sua esperienza ed autorevolezza su di lui, ma senza dissidi. A dimostrazione dei buoni rapporti Aurelio concesse a Vero il comando dell'esercito, e la mano di sua figlia Lucilla, da cui Vero ebbe tre figli.



LE GUERRE

Vero si trovò a combattere in oriente al comando di una campagna militare contro i Parti, nel 162-166, senza successo, ma dimostrandosi un eccellente comandante, senza paura di delegare a generali più competenti di lui.

Vero nell'esercito mostrava uno strano comportamento, circondandosi di attori e musicisti, e facendo frequenti banchetti in cui coinvolgeva anche l'esercito, il cui morale era alto.

Comunque si dimostrò all'altezza dei compiti. Al ritorno dalla campagna, Vero fu accolto col trionfo, inclusi Marco Aurelio ed i loro figli e figlie non sposate, in una grande celebrazione familiare.

I successivi due anni Vero li trascorse a Roma, sempre con uno stile di vita trasgressivo e lussuoso. Aveva fatto costruire una taverna in cui si festeggiava fino all'alba con gli amici. Per giunta si aggirava per le strade in incognito in mezzo alla gente.

I giochi del circo furono un'altra passione della sua vita, specialmente le corse dei carri. Marco Aurelio non amava la sua condotta ma poichè Vero assolveva ai suoi incarichi ufficiali, non interveniva.

Nel 166/167 Longobardi ed Osii invasero i territori romani valicando la frontiera del Danubio per cui i due imperatori si recarono sul Danubio a Carnuntum l'anno successivo (168). Le successive guerre marcomanniche contro le popolazioni germaniche e sarmatiche a nord del tratto danubiano compreso tra Vindobona (l'odierna Vienna) e Singidunum (Belgrado) durarono fino ad oltre il 180, ma Vero non ne vide la fine.

Nel 169, mentre assieme a Marco Aurelio rientravano a Roma dal fronte, Vero fu colpito da infarto, sebbene si sospettasse un avvelenamento, e nel giro di tre giorni decedette nei pressi di Altino.
Marco Aurelio soffrì molto la perdita del fratello adottivo, ne riportò il corpo a Roma offrendo giochi in sua memoria. Dopo le esequie il senato lo divinizzò dandogli l'appellativo di Divus Verus.

RESTI DELLA VILLA DI LUCIO VERO

LA VILLA DI LUCIO VERO

"Villam praeterea extruxit in via Clodia famosissimam, in qua per multos dies et ipse ingenti luxuria debacchatus est cum libertis suis et amicis Paridis, quorum praesentia ulla inerat reverentia, et Marcus rogavit, qui venit, ut fratri venerabilem morum suorum et imitandam ostenderet sanctitudinem, et quinque diebus in eadem villa residens cognitionibus continuis operam dedit, aut convivante fratre aut convivia comparante."
(HA Verus 8.8, ed. Hohl [Lipsiae 1955] 80–81)

Con queste parole il biografo della vita di Lucio Vero, nella Historia Augusta, documenta la presenza di una dimora di notevoli proporzioni e magnifico aspetto fatta costruire dall’imperatore, sul tracciato della via Clodia/Cassia nel II sec. d.c. in località Acquatraversa, su una modesta altura che domina la valle

I ruderi romani nella vasta area del conte Gaetano Manzoni nella sua residenza romana, ancora parzialmente visibili all'interno del parco, furono identificati dagli inizi del '600 nella villa suburbana dell'l’imperatore Lucio Vero, al V miglio della via Clodia, in località Acquatraversa.

La sontuosa residenza imperiale, sorta sul sito di un precedente impianto tardo repubblicano del I sec. a.c., raggiunse un particolare splendore nel II sec. d.c. con l'intervento di Lucio Vero, dislocata su terrazze, con materiali architettonici e scultorei rinvenuti negli scavi a partire dal XVII secolo.

Dell'impianto tardo repubblicano rimane visibile un muro in opera incerta e una cisterna a cunicoli labirintici, già ampliato nel I sec. d.c. con la costruzione di un'altra cisterna a due navate, posta a un livello più alto, e di una vasca, entrambe in opera cementizia a scaglie di selce.

Al periodo di Lucio Vero apparterrebbero il muro di sostruzione della villa, "frammenti di ricchissimi pavimenti intarsiati con smalti vitrei colorati e di osso" rinvenuti nel 1879, pavimenti a mosaico, scoperti durante i lavori per la costruzione della villa moderna, e una vasta sala con pavimento in
opus sectile, individuata nel 1988.


Nel muro di sostruzione, di cui rimane visibile il settore occidentale, vi sono due fasi di costruzione: la parte più alta venne coperta e rafforzata da un'ulteriore struttura a nicchie più grandi molto profonde, inquadrate da pilastri a base rettangolare, non in asse con quelle retrostanti. Il primo muro di sostruzione è in opera laterizia con mattoni gialli e rossi, quello più recente è in blocchetti di tufo e mattoni.

In entrambe le fasi si notano fori di drenaggio lungo l'asse centrale delle nicchie, mentre, alla base della terza nicchia da ovest, c'è lo sbocco di una canaletta fognante rimasta in funzione anche dopo la costruzione del secondo muro; nella quarta nicchia fu edificata una fornace. Pilastri a base quadrata in opera laterizia si dispongono, a distanze regolari, a m 2,50 dal muro di sostruzione.

Villa Manzoni, edificata sulla villa di Lucio Vero, apparteneva all’INPDAI, ma non fu esercitato il diritto di prelazione nè da parte del Comune (nonostante le richieste in tal senso dei Comitati di quartiere) nè del Ministero dei Beni Culturali che lasciò passivamente (...) che diventasse territorio straniero.

Acquistata dal Gruppo Carlyle venne rimesso in vendita al miglior offerente che è risultata l’Ambasciata del Kazakistan ma, prima di cederlo, ha dato la possibilità al Comune di Roma di riacquistarlo che però ha preteso uno sconto e pertanto, il Gruppo Carlyle, l’ha ceduta all'ambasciata. Molte volte i comportamenti dell'amministrazione italiana nel campo delle arti risulta un mistero per noi.


BIBLIO

- Aulo Gellio - Noctes Atticae -
- Scrittori della storia augusta - a cura di Paolo Soverini - voll.2 - Torino - Utet - 1983.-
- Anthony Richard Birley - Marco Aurelio - Milano - Rusconi - 1990 -
- Carlo Carena - Marco Aurelio - I ricordi - Torino - Einaudi - 1968 -



COMMODO - COMMODUS


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Nome completo: Lucius Aurelius Commodus Antoninus
Nascita: Lanuvium, 31 agosto 161
Morte: Roma, 31 dicembre 192 (31 anni)
Predecessore: Marco Aurelio
Successore: Pertinace
Coniuge: Bruzia Crispina
Dinastia: Antonini
Padre: Marco Aurelio
Madre: Faustina minore
Regno: 180-193 d.c.


Marco Aurelio Commodo, detto Commodo, della dinastia degli Antonini, nacque a Lanuvio nel 160, e fu chiamato Cesare insieme al fratello minore, Marco Annio Vero che morì nel 169, lasciandolo unico erede.

Marco Aurelio aveva nominato Imperator Commodo nel 176 d.c. e nel 177 gli aveva dato il titolo di Augusto, facendogli condividere il potere con lui. Gli fece quindi conferire il Tribunato e il Consolato a soli 15 anni.
L'idea che Marco Aurelio avesse compreso l'animo del figlio è dubbia. E' evidente che lo volesse suo successore, oppure Marco non era così saggio come si crede.

Commodo con Bruzia Crispina accompagnò suo padre al fronte del Danubio nel 178 che lì morì dopo un paio d'anni, lasciandolo erede a soli 19 anni.

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL VOLTO (By Haroun Binous)

- EPIGRAFE (CIL III 3385 = ILS 395). – 

- IMP.  CAES.  M. [Aur. Commodus An]TONINUS  AUG.  PIUS  SAR[mat. Germ.] BRIT, PONT.  MAX.,  TRIB.  POT. X, [imp. VII], COS.  IIII,  P.  P., RIPAM  OMNEM  BU[rgis] A SOLO  EXTRUCTIS,  ITEM  PRAES[i]DIS  PER  LOCA  OPPORTUNA  AD CLANDESTINOS  LATRUNCULORUM  TRANSITUS  OPPOSITIS,  MUNIVIT  PER[L. Cornelium Felicem Plotianum] leg(atum) PR(o) PR(aetore). -

L’iscrizione fu trovata presso il Danubio nella Pannonia inferiore, non lontano da Aquincum (in quella stessa regione ne furono scoperte parecchie altre del medesimo tenore), e si riferisce alle opere di fortificazione del confine danubiano eseguite sotto Commodo.

Nella titolatura dell’imperatore la menzione della X tribunicia potestas (dal 10 dicembre 184 al 9 dicembre 185) è quella che permette di stabilire la data dell’epigrafe, mentre solo il valore di un "terminus post quem" ha la menzione del quarto consolato, rivestito nel 183 (il V nel 186).

I lavori di fortificazione furono dunque eseguiti nel periodo dal 10 dic. 184 al 9 dic. 185, a cura del governatore (legatus pro praetore) della Pannonia inferiore L. Cornelio Felice Ploziano (un personaggio che ad un certo momento cadde in disgrazia dell’imperatore e fu condannato, sì che il suo nome fu poi cancellato da questa pietra, ma testimoniato in un altro documento).

Gli apprestamenti difensivi consistevano nella costruzione lungo la riva destra del fiume di un sistema di difesa rigida, rappresentato da posti fortificati (burgi), sul quale s’innestava un sistema di difesa mobile rappresentato da "praesidia per loca opportuna opposita."

Il tutto doveva servire a contenere le scorrerie dei "latrunculi," termine col quale vengono qui indicate le popolazioni barbariche stanziate al di là del Danubio, e precisamente gli Iazyges di stirpe sarmatica (Ammiano Marcellino XVI, 10,20).



LA CONTROVERSA FOLLIA

Secondo gli storici fin da subito Commodo aveva mostrato il suo carattere perverso, ad esempio ordinando che si gettasse nel forno un servo che gli aveva scaldato troppo l'acqua del bagno. Di scarsa intelligenza e volontà, aveva rifiutato gli studi dandosi agli esercizi fisici: salto, danza, giochi, lotta. Incaricò i suoi amici di amministrare l'Impero dividendo con loro i soldi che rubavano.

Era completamente pazzo, entrava armato nell'arena per combattere contro disgraziati armati solo con spade di legno. Abbigliato e ritratto nelle statue in veste di Ercole, Commodo riteneva di esserne la reincarnazione vestendosi di pelli di leopardo e clava. Si vantava di aver ucciso 12.000 uomini in combattimenti gladiatori.

Sembra che per ogni apparizione nell'arena, addebitasse alla città di Roma un milione di sesterzi, e guai a colui che non l'avesse osannato in questa caricatura, sarebbe stata morte certa.

Si divertiva a uccidere belve e animali esotici, in cui talvolta rischiava la vita, in particolare gli struzzi tagliando loro la testa con una specie di roncola. Sembra che in un solo giorno ne uccidesse e facesse uccidere 3000. Si narra pure che una volta uccidesse un leone a mani nude, o almeno era quello che voleva far credere e che fece celebrare.

Fece massacrare gli abitanti di una città perché uno di loro lo avrebbe offeso. Si sentiva un Dio e voleva essere adorato come tale, e aveva un harem di circa 300 giovani, uomini e donne. Le sue giornate erano occupate prevalentemente in orge sessuali, cosa di certo non gradita al Senato.

Secondo altri Commodo aveva combattuto nell'arena ancor prima di essere imperatore, era uomo di alta statura, robusto e di imponenti qualità di combattente. Sull'arena aveva vinto ben 700 gladiatori e il popolo lo amava.

Gli storici lo declassarono perchè appartenenti all'aristocrazia di cui faceva parte il senato, che Commodo odiava per la sua grettezza e la sua smania di potere. Secondo questa seconda versione proibì ai patrizi di combattere da gladiatori perchè molti lo facevano per conquistarsi gloria e popolarità.



IL MAL GOVERNO

Alla morte di Marco Aurelio pronunciò alle truppe l'elogio del padre, poi dichiarò di voler tornare a Roma. I generali protestarono perchè la guerra era quasi vinta, ma non ne volle sapere e stipulò la pace con Marcomanni, Quadi e Buri.

Questi si impegnarono a restituire disertori e prigionieri, e pure a fornire truppe ausiliarie a Roma. Commodo rientrò a Roma in trionfo come avesse combattuto lui. Nella reggia fiorirono orge e favoriti, una manica di truffatori che accumulavano cariche e snaturavano il Senato e l'Ordine Equestre.

COMMODO GIOVINETTO

LA CONGIURA

Fiorirono così le congiure, di cui la prima guidata da sua sorella Annia Lucilia. Fra i congiurati c'erano il marito Claudio Pompeiano, Unmidio Quadrato, che aveva in moglie un'altra figlia di Marco Aurelio di nome Annia Faustina, e il senatore Quinziano, genero ed amante di Lucilia.
L'incarico di sopprimere l'imperatore era stato dato a Quinziano ma prima di colpire questi gli mostrò l'arma esclamando scioccamente «Te la manda il Senato.» Commodo schivò il colpo e dette l'allarme, la congiura fallì.

Ne seguirono processi e condanne: Lucilia venne relegata a Capri e trucidata. Quinziano e Unmidio Quadrato condannati a morte. Tarrutenio Paterno non aveva preso parte alla congiura, ma era detestato da Perenne che voleva da solo il comando del pretorio.

Ucciso perciò un favorito di Commodo, Saotero, si sparse la voce che l'omicida fosse Paterno e l'imperatore, aizzato da Perenne, lo destituì dal comando dei Pretoriani nominandolo Senatore, poi lo fece accusare di congiura e quindi uccidere.

Venne condannato nello stesso modo Giuliano, comandante delle legioni della Germania. Poi fece uccidere i due fratelli Quintili e confiscarne i beni, tra cui una magnifica villa dei Quintilii nella campagna romana, di cui ancora oggi restano i sontuosi resti.



LA FORTUNA COMMODIANA

Incaricò i suoi amici di crapula di amministrare l'Impero dividendo con loro i soldi che derubavano a cittadini e stato.

Nel 190, una parte di Roma fu distrutta da un incendio, e Commodo la fece ricostruire rinominandola Colonia Commodiana, cosa che scandalizzò non poco i Romani.

Cambiò in onore di se stesso anche i mesi del calendario, e il Senato diventò Senato della Fortuna Commodiana, mentre l'esercito divenne Esercito commodiano.

E' falsa la notizia che avesse assassinato suo padre, anzi, durante il suo regno Commodo eresse vari monumenti celebranti le imprese di Marco Aurelio, tra cui la Colonna Aureliana, il monumento perduto, e probabilmente anche un arco, da cui provengono molte lastre dell'Arco di Costantino e forse la statua equestre di Marco Aurelio sul Campidoglio.

Durante il suo regno fece cessare le persecuzioni ai Cristiani, si dice anche perchè fosse innamorato di una di esse, Marcia.

COMMODO CON LE FATTEZZE DI ERCOLE

SECONDA E TERZA CONGIURA - LA MORTE

Nel 192 una successiva congiura tentò di avvelenarlo. Commodo bevve un bicchiere di vino drogato e avvelenato offertogli da una delle sue concubine, forse la cristiana Marcia. Ma la dose non fece l'effetto sperato, l'imperatore sopravvisse e la vendetta iniziò. Ma durò poco perchè dopo pochi giorni Commodo fu strangolato nel bagno da Narcisso, istruttore ad una scuola per gladiatori, ed allenatore personale di Commodo.

Quest'ultimo raggiunse Commodo in bagno, lo afferrò per il collo e lo annegò nella vasca, narrando poi "Gli presi il collo con una mano sola, e strizzai. Facile come uccidere uno struzzo"
Il giorno dopo Commodo avrebbe dovuto recarsi al Senato vestito da gladiatore per farsi proclamare Console. Invece il Senato fu ben lieto di decretare la sua Damnatio Memoriae ripristinando il nome precedente delle istituzioni.

Non tutte le volte le acclamazioni erano segni di gioia, nei senatori furono d'indignazione e di spregio dopo la morte di Commodo. Lampridio ci fa conoscere l'ira dalla quale era acceso il Senato contro quel principe:

hostis patria honores detrahanlur; parricida ho nores detrahantur;
hostis statuas undique, parricida statuas undique,
gladiatoris statuas undique; gladiatoris et parricida: detrahantur.

" Si strappino, gridavano, gli onori di dosso al nemico della patria, si strappino gli onori al parricida; le statue di questo nemico, di questo parricida, di questo vil gladiatore e parricida si atterrino, dove che siano. "

Ma nel 195, l'imperatore Settimio Severo, cercando il favore della famiglia di Marco Aurelio, o secondo altri perchè Commodo era stato invece un buon imperatore avversato dal senato, riabilitò la memoria di Commodo ed il Senato lo dichiarò Dio. Fortunatamente il resto non mutò nome.
Con lui finì la dinastia Antonina. Dopo di lui il popolo ed il senato acclameranno imperatore il senatore Publio Elvio Pertinace.


BIBLIO

- Historia Augusta - Marco Aurelio, Commodo, Lucio Vero e Pertinace -
- Guido Clemente - La riorganizzazione politico-istituzionale da Antonino a Commodoin: AA. VV. - Storia di Roma - Einaudi - Torino, 1990 - vol. II, tomo 2 - Storia Einaudi dei Greci e dei Romani - Ed. Il Sole 24 ORE - Milano - 2008 -
- Aurelio Vittore - De Caesaribus -
- Aurelio Vittore - Epitome de Caesaribus -
- Cassio Dione - Storia romana - LXXII e LXXIII -
- Erodiano - Storia dell'impero dopo Marco Aurelio - I -
- A. Galimberti - Erodiano e Commodo - Traduzione e commento storico al primo libro della «Storia dell'Impero dopo Marco» - Gottingen - Vandenhoeck & Ruprecht - 2014 -



MARCO AURELIO - MARCUS AURELIUS


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Nome completo: Marcus Aurelius Antoninus Augustus
Altri titoli: Pater Patriae
Nascita: Roma, 26 aprile 121
Morte: Vindobona o Sirmio, 17 marzo 180
Predecessore: Antonino Pio
Successore: Commodo
Coniuge: Faustina minore
Figli: 13, fra cui Commodo, Marco Annio Vero e Lucilla
Dinastia: Antonini
Padre: Marco Annio Vero
Madre: Domizia Lucilla
Regno: 161-180 d.c.

"A nessuno capita qualcosa che non sia in grado di sopportare" (Marco Aurelio)
Marco Annio Catilo Severo, ovvero Marco Aurelio, nacque a Roma nel 121 d.c., in una villa sul monte Celio, da una nobile famiglia che dichiarava di risalire a Numa Pompilio e a Malemmio re dei Salentini.

Il bisnonno paterno, originario della Spagna Inferiore, aveva fatto una splendida carriera giungendo a Senatore e Questore. Il nonno fu tre volte console, e il padre sposò la ricca Domizia Lucilla, di facoltosa famiglia proprietaria di una fabbrica di tegole.

Fin dalla fanciullezza Marco, forse a causa degli istitutori greci e per una sua propensione alla filosofia, vestì e si comportò come i filosofi, studiando avvolto nel pallio come i Greci, e dormendo per terra.

Adriano stesso, che stravedeva per i Greci, si occupò della sua educazione, facendogli studiare retorica e diritto, nominandolo cavaliere a sei anni e facendolo entrare nel collegio dei Salii a otto. Si trattava di uno dei collegi sacerdotali più importanti di Roma, dedicato al Dio Marte.

Infatti si racconta di un prodigio avvenuto in quel collegio. Quando tutti i sacerdoti avevano lanciato durante il rito ognuno una ghirlanda sull'ara di Marte, la sua e solo la sua si posò sul capo del Dio, le altre finirono in terra. A quindici anni assunse la toga virile e si fidanzò per volere di Adriano con la figlia di Lucio Elio Cesare, il figlio adottivo dell'imperatore.

"Il Ficoroni ne' Piombi, p. 10, tav. II, n. 3, descrive un disco della grandezza d'un medaglione con le teste di M. Aurelio e L. Vero « che si riguardano .. . trovato da Giuseppe Mitelli cavatore di cose antiche nell'imoscapo d'una gran colonna di bellissimo marmo giallo, ma rotta in pezzi mentre si scavava nell'estremità del monte Celio vicino » al Laterano."
(Rodolfo Lanciani)

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL VOLTO (By Haroun Binous)

L'ASPETTO E IL CARATTERE

Fin dall'infanzia fu introverso, riservato e molto riflessivo. Non a caso scrisse il libro "Colloqui con se stesso", soffermandosi sull'impotenza dell'uomo di fronte agli Dei, e sulle illusioni umane.
Tentò di adattarsi alla realtà del mondo di cui non poteva comprendere le cause, ma questo gli costò una profonda tristezza. Tutto passava e finiva, tutto era palcoscenico e rappresentazione e nulla aveva senso, se non cercare la verità in se stessi.

Per Marco Aurelio l'anima era separata dal corpo, composta dal pneuma, o soffio vitale e dall'intelletto, sede dell'attività spirituale. Come dire una forza vitale e un'intelligenza, riposta però nella mente, il che riporta molto alla divinizzazione greca del logos o mente.
STATUA DEL MARCO AURELIO
Percepì il suo ruolo di imperatore come un dovere, ma avvertì l'inutilità di qualsiasi azione perchè sapeva che non avrebbe cambiato la folle irrazionalità dell'essere umano:

" Volgi subito lo sguardo dall'altra parte, alla rapidità dell'oblio che tutte le cose avvolge, al baratro del tempo infinito, alla vanità di tutto quel gran rimbombo, alla volubilità e superficialità di tutti coloro che sembrano applaudire... Insomma tieni sempre a mente questo ritiro che hai a tua disposizione in questo tuo proprio campiello. " (Ricordi, IV, 3).

A diciotto anni morì l'erede di Adriano, Lucio Cesare. Poichè però Marco Aurelio era troppo giovane, fu sostituito da Antonino Pio, che Adriano aveva obbligato all'adozione di Marco, insieme al figlio di Lucio Elio Cesare, Lucio Vero.

Marco Aurelio non fu contento di lasciare la villa dove viveva con la madre vedova per trasferirsi nella reggia di Adriano. Poichè non aveva brame di potere sentiva questo come vanità, e in seguito come responsabilità.

"Ma cosa allora ha valore? Suscitare gli applausi? Certamente no. Né tanto meno suscitare le lodi della folla, che altro non sono che applausi della lingua." (Libro VI-16).

Diventato membro della casa imperiale, Marco rispettò tutti i parenti continuando a condurre una vita sobria e senza lussi, rammentando a se stesso di "non tingersi troppo di porpora". Amava il pugilato, la lotta, la corsa e il gioco della palla, ma soprattutto gli studi di filosofia.

Morto Adriano e diventato imperatore Antonino, Marco ricevette da lui incarichi diversi: fu Questore, Console e Pontefice, in più l'appellativo di Cesare. Avrebbe preferito dedicarsi agli studi e alle riflessioni ma non si oppose alla sorte, perchè in questo stava il suo stoicismo.

Quando Antonino Pio fu prossimo alla morte chiamò Marco al suo capezzale, e agli amici e ai Prefetti raccomandò di confermarlo suo successore. Poi ordinò di portare nella camera di Marco Aurelio la statua della Fortuna d'oro che stava nella stanza degli imperatori, quindi spirò sereno.

MARCO AURELIO GIOVINETTO


I DUE IMPERATORI

Appena eletto imperatore Marco Aurelio associò al comando il fratello adottivo Lucio Aurelio Vero Commodo. Per la prima volta ci furono due Augusti. Certamente Marco non aveva fiducia nel fratello, ma riteneva suo dovere assecondare il desiderio di Adriano.

Ma la Dea Fortuna non fu dalla parte del nuovo imperatore: il Tevere straripò distruggendo case, gente e bestiame, provocando una gravissima carestia. Entrambi gli imperatori si prodigarono generosamente e anche personalmente, ma nuovi imprevisti colpirono l'impero.



LE GUERRE

L'Oriente, la Germania e la Britannia si ribellarono costringendo Marco Aurelio, amante della pace, a fare la guerra, e durante la campagna contro Quadi e Marcomanni, Marco Aurelio scriverà una delle opere filosofiche più apprezzate in ogni epoca: "Colloqui con se stesso", scritta in greco, dove tutto, e specialmente le battaglie, sono viste come l'inseguimento di una gloria inutile e insensata.

Nel 162 d.c. la cacciata del governatore della Siria fece scoppiare la guerra contro i Parti. Intanto i Catti invadevano la Germania e la Rezia e in Britannia covava la ribellione. Marco Aurelio mandò in Germania e Britannia i valorosi generali Calpurnio Agricola e Aufidio Vittorino. Contro i Parti, che avevano invaso l'Armenia sconfiggendo due eserciti imperiali, mosse invece un potente esercito comandato da Lucio Vero.

Questi però invece di comandare l'esercito, trascorreva il tempo negli svaghi. Marco sopportò pazientemente e comunque la spedizione fu un successo grazie al generale Stazio Prisco. L'Armenia fu occupata e trasformata in protettorato. A Lucio fu conferito il titolo di Armeniaco. Entrambi gli imperatori celebrarono il trionfo nel 166 con i due figlioletti Commodo e Annio Vero che nell'occasione ricevettero il titolo di Cesare.



AMMINISTRAZIONE E GIUSTIZIA

« Sii come il promontorio contro cui si infrangono incessantemente i flutti: resta immobile e intorno ad esso si placa il ribollire delle acque. «Me sventurato, mi è capitato questo». Niente affatto! Semmai: «Me fortunato, perché anche se mi è capitato questo resisto senza provar dolore, senza farmi spezzare dal presente e senza temere il futuro». Infatti una cosa simile sarebbe potuta accadere a tutti, ma non tutti avrebbero saputo resistere senza cedere al dolore. Allora perché vedere in quello una sfortuna anziché in questo una fortuna? »
(Marco Aurelio, 4.49.)
Marco Aurelio fu saggio e rispettoso delle istituzioni repubblicane e del Senato innanzi tutto. Affidò ai Senatori incarichi e funzioni giudiziarie escludendo persone equivoche, favorendo invece anche i poco abbienti purchè meritevoli. Tanta fu la tolleranza che si potevano fare pubblicamente e impunemente caricature ai due imperatori, come fece il mimo Marullo, con cui nessuno si risentì.


I provvedimenti:
  • Aumentò i giorni lavorativi per l'amministrazione della giustizia.
  • Autorizzò che i processi ai senatori si svolgessero a porte chiuse.
  • Concesse a chiunque di prendersi dei procuratori senza specificarne il motivo, mentre prima, in base alla legge Pletoria, ciò era obbligatorio solo per gli irresponsabili e i pazzi.
  • Perseguitò i calunniatori che avevano lo scopo di ottenere la quarta parte dei beni delle vittime denunciate.
  • Non prese mai in considerazione accuse solo perchè a vantaggio dell'erario.
  • Proibì di andare a cavallo e in carrozza entro le mura della città.
  • Tentò nuove vie commerciali, anche presso l'Imperatore Cinese nel 166. I Cinesi lo conoscevano col nome di An-Tun.
  • In tempo di carestia distribuì fra le città italiche il frumento destinato a Roma e organizzò i rifornimenti.
  • Fece arruolare i gladiatori nell'esercito per toglierli dalla schiavitù e limitare i divertimenti.
  • Diminuì gli spettacoli gladiatori e gli stipendi degli istrioni.
  • Obbligò i pantomimi a cominciare a tarda ora perchè non distraessero la gente dalle occupazioni diurne.
  • Istituì l’anagrafe: ogni cittadino romano dovè registrare i figli entro trenta giorni dalla nascita.
  • Restaurò le vie di Roma e le strade provinciali controllando i rifornimenti annonari.
  • Consentì ai Procuratori delle regioni e delle strade di punire gli esattori che avessero estorto ai contribuenti più del dovuto.
  • In seguito alla caduta di schiavi acrobati nel corso di un'esibizione, prescrisse di stendere sul terreno dei materassi, come oggi è d'obbligo l'uso delle reti.

Riferisce Alessandro Geraldini, Vescovo del XVI sec., nel suo viaggio nelle terre d'Africa:

- "Non possiamo dimenticare quanti monumenti si incont­rano al limitare del deserto che confina con l’Etiopia: moltissi­ne colonne, di svariati colori di marmo, sono visibili da grandi distanze per le loro dimensioni: iniziano appena fuori dal desert­o e ai confini stessi dell’Etiopia, e proseguono in lunga fila fino alle zone più lontane dell’Etiopia stessa, a sud dell’Egitto. Nel deserto e in Etiopia, infatti, si trovano grandi quantità di mar­mi diversi, e queste colonne, poste l’una dall’altra a venti stadi (a 3.699,40 m di distanza ciascuna.), si susseguono senza soluzione di continuità davanti agli occhi di chi passa, con tutti i vari editti degli Imperatori: le col­onne erano state a suo tempo sistemate dai Romani per spazi così vasti e in terre tanto lontane, perché a tutto il mondo fosse noto che un preciso confine era stato stabilito dal popolo romano tra l’Etiopia e il deserto.

In quei secoli, io credo che gli antichi Quiriti abbiano toc­cato le più alte vette del cielo: per la dignità di tutti gli uomini, usarono in ogni parte del mondo la stessa cura che avevano avut­a per se stessi e per il proprio Stato; per il decoro di tutti i sudditi e per valorizzare l’impegno anche di popoli molto diver­si e lontani, usarono un’attenzione non minore di quella usata per gli stessi cittadini romani. Raggiunsero la massima potenza in un impero vastissimo che copriva tutto il mondo abitato, emergendo per il loro buon senso, per la loro cultura, per la loro in­telligenza.
E tra i tanti cimeli visti, ho pensato fosse giusto ricordare qui i due seguenti:


"Io, Imperatore Cesare, Marco, Antonio, Vero, Invitto, Augusto, Ponte­fice Massimo, alla nona Potestà tribunica, Padre della Patria, Console per la seconda volta, Proconsole.
Nessun Console, nessun Proconsole, nessun Pretore, nessun Propretore, nessun Capo di Provincia osi varcare con un esercito queste Colonne, poste all’entrata dell’Etiopia a segnare il vero confine del deserto."

E' evidente che i Romani non desiderassero infatti avere troppe ingerenze in Etiopia, dove c’era il problema dell’eccessivo calore, che uccideva i soldati che pure portavano armature leggere; Su un’altra colonna da lui veduta, era scolpito, sul medesimo argomento, un altro editto di Marco Aurelio (121-180 d.c.), dove si diceva:

"Io, Imperatore Cesare Marco Aurelio Antonio Pio, Felice, Augusto, Par­tico massimo, Britannico massimo, Germanico massimo, di dodicesima Pote­stà tribunica, comandante per la terza volta, Console per la quarta.

Permetto ai soldati legionari, che vorranno passare per l’Etiopia per conto proprio o a squadre per catturare schiavi, di passare liberamente; e questo privilegio è riservato anche alle genti che arrivano spontaneamente per paga­re i tributi al Popolo Romano. Con decreto reso pubblico proibisco ai Con­soli, ai Proconsoli, ai Pretori, ai Propretori e ai nostri eserciti di osare acco­starsi in qualche modo a questa parte del mondo ove regna ovunque una gran­de calura.

Gli stessi Romani sono ben lieti di questo ordine: escludono infat­ti l’Etiopia, che non ha alcun comportamento di vita pregevole e simile a quello del mondo romano, dai vasti continenti d'Europa, d'Asia e d' Africa; così anche escludono gli Sciti, che vanno vagando sotto la zona settentrionale e non vivono secondo una legge civile".



NUOVE GUERRE

Nel 167 scoppiò una nuova rivolta in Germania ad opera dei Marcomanni. Proprio mentre i due imperatori stavano per partire per il fronte di battaglia scoppiò a Roma una grave pestilenza. Le vittime furono migliaia. Per il trasporto dei cadaveri si dovettero impiegare vetture e carri, vennero emanate leggi severissime sulla sepoltura dei morti e vietata la costruzione di tombe senza le precauzioni prescritte. Marco Aurelio dedicò statue alle vittime più illustri e fece seppellire a spese pubbliche la gente del popolo.

Infine gli imperatori partirono verso la Germania. Le legioni di confine avevano subito due sconfitte e i barbari avevano assediato Aquileia.

La marcia verso il Nord scoraggiò i ribelli che si ritirarono, ma i due imperatori valicarono le Alpi per difendere l'Italia e l'Illirico. Nei pressi dell'odierna Venezia, mentre viaggiava in carrozza con il fratello, Lucio Vero morì improvvisamente di infarto.

Marco, pur disapprovando in vita il fratello, dopo la morte lo fece divinizzare. Qualcuno però pensò che fosse un assassinio per avvelenamento da parte di Marco Aurelio, ma non ci sono prove a riguardo, nè il comportamento di Marco lo lascia minimamente supporre.

Comunque dopo la morte del fratello adottivo, Marco Aurelio governò più serenamente:
"Non sperare nella Repubblica di Platone! Accontentati di fare un passo avanti anche piccolo"
(Marco Aurelio -Pensieri).

Non aveva superbia nè sopravvalutava il suo intelletto. Prima di prendere qualsiasi decisione Marco chiedeva consiglio ai suoi legati perchè:
"E' più giusto seguire il consiglio di tanti illustri amici che esigere da loro obbedienza alla mia unica ed esclusiva volontà".

La guerra aveva dissanguato l'erario per cui Marco, per non imporre aggravi fiscali, mise generosamente all'asta nel foro di Traiano preziosi oggetti personali (coppe d'oro, piatti d'argento, statue, vasellame, gioielli e gemme). Alla fine della guerra, risanato il bilancio, Marco autorizzò chiunque lo volesse a rivendergli la merce acquistata e riprendersi il proprio denaro, ma senza obbligo.

Marco Aurelio aveva concesso a diverse tribù barbare di stanziarsi all'interno dell'Impero in cambio di terre da coltivare e con l'obbligo di prestare servizio nell'esercito. Ma il progetto di colonizzazione fu stroncato dalla rivolta di Avidio Cassio in Oriente, che si proclamò imperatore, si dice istigato dall'imperatrice Faustina, convinta che il marito avesse i giorni contati.

La rivolta fu domata e la testa di Cassio portata all'Imperatore, che la fece seppellire e si adoperò perché nessuno dei complici della ribellione venisse ucciso, nemmeno un senatore.

Marco fu molto tollerante verso la moglie Faustina, che a Gaeta frequentava volentieri marinai e gladiatori. A chi gli suggeriva di ripudiarla, l'imperatore rispondeva che insieme alla donna avrebbe dovuto restituire anche la dote, cioè l'impero che aveva ricevuto dal suocero quando questi l'aveva adottato per volontà di Adriano.

Si dice che una volta Faustina si innamorò tanto di un gladiatore da cadere malata. Per aiutarla Marco consultò gli indovini Caldei. Essi consigliarono a Marco di far uccidere il gladiatore e a Faustina di bagnarsi con il sangue del morto i genitali e di unirsi così al marito. E così fu fatto secondo gli autori postumi, naturalmente cattolici, di cui però poco ci si può fidare, sapendo in quale considerazione tenessero i pagani e soprattutto le donne romane, troppo libere e libertine per i misogini cristiani.

Le dissolutezze di Faustina Minore sanno della solita diffamazione riservata dagli storici alle donne romane più intraprendenti, particolarmente poi dagli uomini di chiesa. Non ci sono prove storiche dell'epoca ma solo pettegolezzi postumi.

Ma neppure col figlio Marco Aurelio fu fortunato. Commodo fu più gladiatore che principe, tant'è vero che diventato imperatore scese nell'arena esibendosi in pubblico.

Anche le città ribelli di Antiochia e Alessandria vennero risparmiate. Il figlio di Cassio, Eliodoro, venne deportato e gli altri complici ebbero la facoltà di scegliere il luogo dell'esilio e conservare parte dei loro beni. Durante il viaggio in Oriente per ristabilire la pace morì Faustina in circostanze misteriose, qualcuno parlò di suicidio.


LUDOVICO ANTONIO MURATORI:

"Durante questo suo pellegrinaggio (di Marco Aurelio) vennero i re dell’Oriente e gli ambasciatori del re dei Parti ad inchinarlo, e a rinnovare i trattati di pace. Insomma lasciò questo Augusto per tutta l’Asia e per l’Egitto un gran nome della sua saviezza e moderazione; nè persona vi fu che non concepisse un grande amore e stima per lui. 

Venuto a Smirne, imparò ivi a conoscere il sofista Aristide, di cui restano le orazioni. Arrivò ad Atene, e quivi, per provare la sua purezza, volle essere ammesso ai misteri di Cerere, e da solo entrò in quel sacrario. Accrebbe i privilegii a così illustre città, e specialmente beneficò quelle scuole con assegnar buone pensioni a tutti i maestri delle sette filosofiche, cioè Stoici, Platonici, Peripatetici ed Epicurei. 

Poscia imbarcatosi, spiegò le vele alla volta di Italia, e soffrì nel viaggio una gravissima tempesta di mare. Sbarcato che fu a Brindisi, prese tosto la toga, cioè l’abito di pace, e con questa ancora volle che marciassero tutte le milizie che lo scortavano. Entrò dipoi in Roma colla solennità del trionfo a lui decretato per le vittorie riportate in Germania".

LA STATUA EQUESTRE

LA MORTE

Marco Aurelio ripeteva il detto di Platone "Le città fiorirebbero se fossero governate da filosofi o se i governanti governassero con filosofia."
Marco, l'amante della pace, morirà, per ironia della sorte, sul campo militare.

« ...poco è il tempo in cui vive ciascuno, piccolo il ristretto angolo di terra ove ciascuno continua a vivere e scarsa la fama presso i posteri; sia anche una fama assai lunga, pur sempre ottenuta per successive vicende di piccoli uomini destinati a morire, piccoli uomini che non conoscono neppure se stessi; tanto meno un altro uomo, già morto prima, in tempi antichi. »
(Marco Aurelio, Colloqui con se stesso, III, 10.)

Colto da un misterioso morbo, forse peste, nell'accampamento nei pressi di Vindobona durante la terza campagna conto i Marcomanni e i Quadi (iniziata nel 178 d.c.) chiamò vicino a sé il figlio Commodo del quale aveva già cominciato a saggiare l'immoralità e la crudeltà.

Chiese al figlio di portare a termine le operazioni di guerra perché non fosse additato come traditore, ma questi rispose che temeva per la sua salute ed intendeva lasciare subito l'accampamento per timore di essere contagiato. Marco non lo contraddisse, lasciandolo libero di agire come voleva, ma lo pregò almeno di aspettare qualche giorno. Di certo non temeva la sua morte:

" Quanto è bella l'anima che si tiene pronta, se è necessario, a liberarsi subito dal corpo per estendersi, disperdersi o sopravvivere! Ma questo stato di preparazione deve venire da un giudizio personale e non da un puro spirito di opposizione come nei cristiani. Esso deve essere ragionato, grave, senza posa teatrale. "

Ormai desiderava morire. Digiunò per quattro giorni per accelerare la morte. Il sesto giorno chiamò a sé gli amici più intimi e chiese loro: "Perché piangete per me?" e poi, vedendo che si allontanavano temendo il contagio, disse ancora: "Vedo che volete congedarvi da me, ma io lo faccio prima e vi saluto."

COLONNA DI MARCO AURELIO
Il settimo giorno, viste le sue condizioni, chiamò di nuovo accanto a sé il figlio poi, dopo averlo allontanato, si coprì il capo come volesse dormire e durante la notte spirò.
Era il 180 d.c. "Parti dunque, e il tuo cuore sia sereno e propizio. Sta pur sicuro: sereno e propizio è anche Colui che dissolve"
(Marco Aurelio - Pensieri).

Taluni affermano che Marco desiderasse la morte del figlio perché a suo stesso detto sarebbe diventato un altro Nerone, o un Caligola, o un Domiziano, come in effetti avvenne.

Marco fu criticato, e giustamente, per aver abbandonato il criterio delle adozioni, per tornare al criterio ereditario.

Fu un grande pensatore, un filosofo e uno stoico.

"Gli uomini sono nati gli uni per gli altri. Ammaestrali, dunque. O sopportali".

"Tutti gli uomini sono fratelli e sorelle, membri di un'unica comunità mondiale la cui più alta espressione, simbolo dell'ideale cosmopolita degli stoici, è, nonostante tutte le sue imperfezioni, l'Impero."

"Quale uso faccio dell'anima mia? Io debbo domandare di continuo, esaminando me stesso: che cosa avviene ora in quella parte di me che chiamano organo direttivo? Quale anima ora ospito? Forse quella di un bimbo, di un giovanetto, di una femmina, di un despota, di una bestia da soma, di una belva?"
(Libro V-11).

Marco Aurelio si sentì cittadino del mondo, costretto a riconoscere l'impero come unico strumento di convivenza, e con cui poter realizzare, sia pur in minima parte, la fratellanza degli uomini. Nonostante questi principi, non fu apprezzato dagli autori cristiani. Venne invece ritenuto dai romani uno dei "Cinque buoni Imperatori" del II secolo, insieme a Traiano, Adriano e Antonino Pio.

Nel 177 d.c. a Lione l'imperatore ordinò l'uccisione di quarantotto cristiani colpevoli di non avere rinnegato la propria fede. Ma ai Romani non interessavano le questioni religiose per cui avevano massima tolleranza. Gli Dei stranieri venivano aggiunti agli altri Dei, solo i Cristiani e gli Ebrei volevano il riconoscimento di un unico Dio con l'eliminazione di tutti gli altri Dei, piuttosto si temeva la destabilizzante per l'ordine pubblico.

Orosio sostenne che le piaghe da cui fu tormentato il regno di Marco erano la punizione di Dio per il trattamento inflitto ai Cristiani, colpevoli per l'imperatore di fare una vita settaria. Ma la calata dei barbari che ridusse a 25000 il milione e mezzo di abitanti nell'antica Roma, cosa doveva punire?


LA PRIMA STATUA

A memoria di Marco Aurelio fu eretta dopo la sua morte la bella e altissima (42 m.) colonna per ricordare proprio le vittorie sul fronte germanico-danubiano. La colonna era sormontata da una statua dell’Imperatore, ma la Chiesa vi ha posto quella di S. Paolo, come fece sostituendo la statua di Traiano con quella di di S. Pietro.


LA SECONDA STATUA

- 1474, 24 dicembre. Nardo Corbolini e Leonardo Guidocci, orefici, restaurano la statua equestre
di Marco Aurelio, e la collocano su nuova base marmorea. 

Prezzo dell'opera 670 fiorini d'oro. Sisto IV nell' iscrizione riferita dall' Albertini ed. 1515, e. 62, e dal Cancellieri, Possessi, p. 198, dice che la statua era « vetustate quassatam, et collabantem cum assessore », ma non mutila. 

11 restauro, ponendo in migliore evidenza quel bronzo famoso, colpi la mente degli artisti contemporanei, « Vedendo Andrea (Verrocchio) che delle molte statue antiche, ed altre cose che si trovavano in Roma, si faceva grandissima stima; e che fu fatto porre quel cavallo di bronzo, dal papa, a san Giovanni Laterano; e che de' fragmenti, non che delle cose intere, che ogni dì si trovavano, si faceva conto, deliberò d'attendere alla scultura: e così, abbandonato in tutto l'orefice, si mise a gettare di bronzo » 

Vasari ed. Milanesi, tomo III, p. 359. Ma già prima del Verrocchio se ne era occupato Antonio Averlino detto il Filarete, riproducendolo nel bronzo oggi del museo di Dresda, descritto dal de Rossi in Bull. com. tomo XIV, a. 1886, p. 349.

(Rodolfo Lanciani)


BIBLIO

- H.Z. Rubin - Wheather Miracles under Marcus Aurelius - Atheaneum - 1979 -
- J. Guey - Le date de la pluie miraculeuse et la colonne Aurelienne - Mélanges de l'Ecole Francaise de Rome - LX - Parigi - 1948 -
- Perea Yébenes, Sabino - La legion XII y el prodigio de la lluvia en época del emperador Marco Aurelio - Madrid - 2002 -
- Ilaria Ramelli - Prefazione a - Sabino Perea Yébenes - La legion XII y el prodigio de la lluvia en época del emperador Marco Aurelio - Madrid - 2002 -
- Antony Birley - Marco Aurelio - Milano - 1990 -
- Pierre Grimal - Marc Aurèle - Paris - Fayard - 1991 -
- Pierre Grimal - Marco Aurelio - Milano - 2004 -
- Caprino - in C.Caprino, A.M.Colini, G.Gatti, M.Pallottino, P.Romanelli - La colonna di Marco Aurelio - Roma - 1955 -


ANTONINO PIO - ANTONINUS PIUS


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Nome completo: Titus Aurelius Fulvus Boionus Arrius Antoninus
Altri titoli: Pontifex Maximus, Pius e Pater Patriae
Nascita: Lanuvio, 19 settembre 86
Morte: Lorium, 7 marzo 161
Predecessore: Adriano
Successore: Marco Aurelio e Lucio Vero
Coniuge: Annia Galeria Faustina
Figli: Annia Galeria Faustina, Aurelia Fadilla
Adottivi, Marco Aurelio e Lucio Vero
Dinastia: Antonini
Padre: Tito Aurelio Fulvo
Madre: Arria Fadilla
Regno: 138-161 d.c.


« Certi teologi dicono che il divino imperatore Antonino non era virtuoso; che era uno stoico testardo, il quale, non contento di comandare agli uomini, voleva anche essere stimato da loro; che attribuiva a se stesso il bene che faceva al genere umano; che in tutta la sua vita fu giusto, laborioso, benefico per vanità, e che non fece nient'altro che ingannare gli uomini con le sue virtù; e a questo punto esclamo: «Mio Dio, mandaci spesso di queste canaglie! »

(Estratto dalla voce Virtù del Dizionario Filosofico di Voltaire)


LE ORIGINI

L'imperatore, designato da Adriano a succedergli, Titus Aurelius Fulvus Boionius Arrius Antoninus Pius, apparteneva a una famiglia piuttosto ricca proveniente da Nemauso (Nimes), nella Gallia meridionale.
Adriano aveva scelto Tito Aurelio Fulvio Boionio Arrio Antonino, che a sua volta adottò, per volere dell'imperatore, il giovane figlio di Lucio Elio Cesare, futuro Lucio Aurelio Commodo, ed il nipote di sua moglie Marco Aurelio Vero, il futuro imperatore Marco Aurelio.

Antonino nacque a Lanuvio nell'86 d.c, trascorse la sua giovinezza Lorium, a 12 km. da Roma, fu Pretore, poi Questore, e nel 120 fu nominato Console, poi Giudice in Campania (uno dei 4 giudici dello stato), Proconsole in Asia e infine membro del Consilium Principis.

RICOSTRUZIONE

L'ASPETTO E IL CARATTERE

Historia Augusta:
  • Vita di Antonino Pio II - "Fu un uomo di bell'aspetto e di grande ingegno: equilibrato e nobile, aveva un volto che esprimeva compostezza e un'intelligenza fuori del comune".
  • Vita di Antonino Pio, XIII - "Il suo aspetto aveva una severa maestà; era alto di statura, e proprio per questo, quando incominciò a curvarsi per la vecchiaia, si teneva ritto fasciandosi il petto con listelli di tiglio. Anche quando era già avanti con gli anni, ogni mattina, prima che i cortigiani venissero a salutarlo, mangiava pane secco per tenersi in forma. La sua voce era rauca e grossa, ma niente affatto sgradevole".
Dalla statuaria appare un volto dai lineamenti fini e regolari, magro, labbra sottili, naso greco e collo slanciato, un bell'uomo insomma.

Presentandolo al Senato l'imperatore Adriano lo descrisse: "Nobile, mite, indulgente, savio, lontano dagli impeti della gioventù e dal torpore della vecchiaia"

Antonino era intelligente e di buon animo, amava l'ordine e l'economia, era calmo, amante della vita sedentaria, della pace, e della giustizia.



IL SENATO


Morto Adriano, Antonino ne portò a Roma le ceneri e chiese che gli venisse tributata l'apoteosi; ma il Senato si oppose e minacciò la damnatio memoriae su Adriano. Non perdonava al passato imperatore i privilegi tolti ai Senatori e una certa crudeltà contro di loro degli ultimi anni.
Antonino però aveva dalla sua l'esercito, per cui riuscì a vincere l'opposizione del Senato. In cambio però dovette abrogare l'organo di governo formato dai quattro giudici circoscrizionali.

Gli fu dato il titolo di Pio per il buon carattere: non prese provvedimenti contro gli oppositori dell'apoteosi di Adriano e amnistiò i condannati dal predecessore.

Dette sempre prova di grande clemenza: quando un certo Attilio Tiziano fu esiliato dai Senatori per aver cospirato contro di lui, non volle se ne cercassero i complici, e quando un certo Prisciano, accusato anch'egli di congiura, si tolse la vita per non essere condannato, Antonino ne aiutò il figlio con generosità.



LE RIFORME

Come Adriano curò molto la giustizia, assistito anche lui dai più illustri giureconsulti.
  • Abolì i quattro giudici circoscrizionali istituiti da Adriano.
  • Restituì ai Senatori i vecchi privilegi.
  • Aumentò le elargizioni alla plebe di Roma, oltre ai 200.000 cittadini che avevano grano e acqua senza lavorare per la legge di Augusto, fece distribuire anche olio e vino.
  • Migliorò la condizione della donna decretando che il marito potesse punire l'infedeltà solo se lui stesso fosse stato fedele.
  • Migliorò la condizione degli schiavi deliberando che i padroni che uccidessero i loro schiavi fossero puniti come omicidi.
  • Abolì la confisca dei beni paterni per i figli dei funzionari condannati per concussione purchè restituissero alle province il mal tolto del padre.
  • Punì coloro che nella riscossione dei tributi non si comportassero con umanità.
  • L'oro offerto per la sua adozione lo restituì per metà alle province, e il resto a Roma.
  • Distribuì denaro al popolo e ai soldati.
  • Spese considerevoli somme in feste e spettacoli, e per la celebrazione del nono centenario di Roma, ridusse le imposte.
  • Nel 148, revisionando le imposte, condonò ai contribuenti gli arretrati di quindici anni.
  • Fu generosissimo negli aiuti a Rodi e in Asia Minore, devastate da un terremoto e con le città di Narbona, Antiochia e Cartagine, danneggiate da incendi, facendo tra l'altro sospendere i tributi per anni.
  • Molto denaro spese pure per Roma, che aveva perso in un incendio trecentoquaranta insulae (caseggiati), che era stata inondata dal Tevere, afflitta per giunta da una grave carestia e dalla rovina del circo durante i giuochi apollinari, in cui morì un migliaio di persone.
  • Costruì acquedotti, migliorò i porti di Puteoli, Terracina e Gaeta.
  • Costruì strade in Africa, nella Gallia, in Italia e nella Pannonia.
  • Costruì un tempio ad Adriano e ne terminò il bellissimo mausoleo, in cui vennero deposte le ceneri di Adriano, di Cejonio e poi dei figli e della moglie di Antonino, Faustina. Questa morì nel 141 e, sebbene di costumi opinabili, le fece decretare l'apoteosi e innalzare un tempio sulla via Sacra.
  • In memoria di Faustina fondò una istituzione di beneficienza per fanciulle orfane, dette le Faustiniane.
  • Rinnovò l'incarico anche per sei o nove anni ai governatori delle province più capaci, attento peraltro ai reclami giuridici verso gli abusi dei procuratori del fisco nelle province.
Antonino pur andando incontro a molte spese lasciò un bilancio statale floridissimo, di oltre due miliardi e mezzo di sesterzi.



LE GUERRE

Non mancarono le rivolte che lo costrinsero alla guerra, anche perchè l'aristocrazia forzava per l'antico mito dell'egemonia romana. Così la Scizia e la Parzia furono ufficialmente considerate province romane.

Historia Augusta (Vita di Antonino Pio, IX)

"- Riuscì con una semplice lettera a distogliere il re dei Parti, Vologese III, dall'invadere l'Armenia... 
- Rifiutò seccamente di restituire al re dei Parti il trono regale che era stato preso come parte del bottino da Traiano, 
- ridiede il governo del Bosforo a Remetalce, Re del Bosforo Cimmerio, risolvendo le pendenze che questi aveva con Eupatore, 
- mandò nel Ponto rinforzi agli Olbiopoliti, che erano in lotta contro i Taurosciti, 
- e sconfisse questi ultimi costringendoli anche a dare ostaggi."

(Vita di Antonino Pio, IX):

"- Antonino ricevette a Roma la visita di Farasmane, re degli Iberi, che si mostrò verso di lui più deferente di quanto non fosse stato verso Adriano. 
- Nominò Pacoro re dei Lazi, popolazione stanziata sulla riva sud-orientale del Mar Nero, 
- e bastò la sua autorità per richiamare il re Abgaro dall'Oriente. 
- Fu anche arbitro nelle contese tra i vari sovrani. 
-  Il suo prestigio presso i popoli stranieri, insomma, fu senza precedenti, in virtù soprattutto del fatto che amò sempre la pace, tanto da ripetere spesso il detto di Scipione che dice: «Preferisco salvare un solo cittadino che uccidere mille nemici»".

Le rivolte si ebbero in Acaja, Egitto e sul suolo ebraico, e combattè contro Germani, Alani, Baci, Mauntam e Britanni. Questi ultimi furono i più pericolosi, soprattutto per i Briganti, gli adoratori della Dea Brigantia, e i Caledoni (odierni scozzesi) che minacciavano il Vallo di Adriano.

Il legato Quinto Lollio Urbino li sconfisse e li ricacciò più a nord costruendo un vallo provvisorio oltre il Vallo di Adriano. Stranamente ancor oggi la Scozia adotta il Diritto Romano, mentre se ne discosta di più l'Inghilterra, per quanto la conquista romana abbia pesato più su quest'ultima e poco sulla Scozia.

Fu come il "Benefattore dell'umanità", "Il piu' santo di tutti i tempi", "Il piu' grande e visibile degli Dei", "Il più caro agli Dei". Per trecento anni, quando si procedeva all'investitura di un nuovo imperatore si terminava con l'augurio "Che tu possa essere come Antonino il Pio".

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL VOLTO (By Haroun Binous)

LA MORTE

Antonino Pio si spense a Lorium, dov'era nato, nel 161, a settantaquattro anni, dopo tre giorni di febbre. Il giorno della sua morte, chiamò gli amici e i prefetti delle coorti pretorie, cui raccomandò Marco Aurelio, nella cui stanza fece portare la statua d'oro della Fortuna.

Sembra che l'ultima parola a Marco Aurelio sia stata "Aequanimitas", un'invito ad essere equanime, cioè giusto, poi si volse nel letto dall'altra parte come per dormire e morì tranquillamente. Venne ritenuto uno dei "Cinque buoni Imperatori" del II secolo, insieme a Traiano, Adriano e Marco Aurelio.


Il Tempio di Antonino Pio a Roma

Identificato grazie all'iscrizione sull'architrave, dedicato nel 141 d.c. a Faustina senior, sua moglie, morta e divinizzata in quell'anno e, successivamente, all'imperatore dopo la sua morte.

Il tempio è su un alto podio in blocchi di peperino, preceduto da una scalinata, ricostruita in mattoni da un restauro moderno. Al centro della scalinata era un altare per i riti alla presenza del popolo.

La fronte dell'edificio mostra sei colonne di marmo cipollino alte 17 metri con capitelli corinzi in marmo bianco.

La cella interna unica è in blocchi di peperino, rivestito all'epoca di lastre di marmo, come appare dalle tracce di grappe sulla parete.

Le scanalature oblique nella parte alta delle colonne, sono la traccia di un fallito tentativo di far crollare il tutto mediante tiro con corde o con catene, per il riutilizzo dei materiali.

A partire dal VII secolo l'edificio venne riconvertito in chiesa cristiana dedicata a S.Lorenzo detto in Miranda, evitandogli la distruzione.


BIBLIO

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- Michael Grant - The Antonines: the Roman Empire in Transition - New York - Routledge - 1996
- Ronald Mellor - Recensione a Fronto and Antonine Rome of E. Champlin - in The American Journal of Philology - 1982 -
- Anthony Richard Birley - Hadrian to the Antonines - The Cambridge Ancient History - XI - The High Empire - A.D. 70–192 - 2000 -
- Gaio Svetonio Tranquillo - De Vita Caesarum - libri I-II-III -



ADRIANO - HADRIANUS


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Nome completo: Publius Aelius Traianus Hadrianus
Altri titoli: Pontifex Maximus, Pater Patriae
Nascita: Italica, 24 gennaio 76
Morte: Baia, 10 luglio 138
Predecessore: Traiano
Successore: Antonino Pio
Coniuge: Vibia Sabina, Antinoo (amante)
Figli: nessuno
Dinastia: Antonini
Padre: Publio Elio Adriano Afro
Madre: Domizia Paolina
Regno: 117-138 d.c.


Publio Elio Traiano Adriano, successe a Traiano, adottato da lui in punto di morte. Non se ne ha però alcuna prova e qualcuno pensò fosse opera di Plotina, moglie di Traiano, che aveva badato a lui come a un figlio. Adriano, governatore della Siria, si trovava ad Antiochia quando ricevette la notizia dell'adozione, e due giorni dopo ricevette quella della morte dell'imperatore.

Ha vissuto 62 anni, 5 mesi, 17 giorni. Ha governato 20 anni, 11 mesi. Era alto di statura ed elegante in apparenza; aveva capelli ricci e portava una folta barba per coprire le imperfezioni naturali sul suo volto; era molto forte. Ha viaggiato e camminato molto e si è sempre tenuto in allenamento con l’uso delle armi e del giavellotto
(Historia Augusta, “Vita Hadriani”).



LA NASCITA

Come Traiano, Adriano era nato ad Italica, ma nel 76. Il padre, Publio Elio Adriano Afro, era imparentato alla lontana con Traiano, ma morì nell'86, quando Adriano aveva solo dieci anni, e sua madre era morta un anno prima, per cui divenne suo tutore Traiano, e la moglie Plotina si prese cura di lui come una madre.

Nel 98 Adriano aveva portato a Traiano, nella Germania superiore, la notizia della morte di Nerva; poco dopo aveva sposato la pronipote di Traiano, Sabina, ma il matrimonio andò a rotoli, e non solo non si sposò mai più ma sembra che abbia avuto rapporti con soli uomini.

Come avvenne per Giulio Cesare, che era però bisessuale con preferenza per le donne, i suoi soldati, nonostante l'avversione dei romani per l'omosessualità, non fecero caso a questa sua predilezione, ma si affezionarono a lui giustamente per le sue qualità.

Dal tutore aveva appreso l'arte della guerra seguendolo nella prima e nella Seconda guerra contro i Daci e in quest'ultima si era così distinto da meritare l'anello che Traiano aveva ricevuto da Nerva il giorno dell'adozione.

Per tre volte ricoprì la carica di tribuno militare presso la legione II in Pannonia, la XII in Mesia e la XXII in Germania. Fu anche Questore, Pribuno della plebe e Pretore.



LA PERSONA E IL CARATTERE

Adriano era alto, di solida corporatura e grande resistenza fisica. Era un camminatore instancabile, eccellente cavaliere, e provetto tiratore d'arco. Andava sempre a capo scoperto, col sole o la neve; aveva maniere semplici e modi spartani, frugale nel cibo e instancabile nei viaggi. Possedeva una memoria prodigiosa ed era molto affabile e piacevole nel colloquio.
Aveva poco dell'aspetto classico romano, con viso lungo e pieno e capelli folti e ricci, collo taurino e naso greco.

Dell’imperatore Adriano sono noti un numero molto elevato di ritratti, distribuiti fra i ventuno anni del suo lungo regno. Ben 150 esemplari, ma per Traiano ne sono stati individuati 130 e sui 135 per Settimio Severo, su Augusto poi circa 200.
Ciò dimostra l’attenzione dell’imperatore per la propria immagine; si dice che l’imperatore portasse sempre un anello con incisa la propria immagine. Un cammeo di corniola ritrae l’imperatore volto a sinistra, barbato e laureato, e il taglio del busto è poco al di sotto del possente collo; si tratta di un ritratto giovanile perché l’abbigliamento è ancora quello di un generale.

Un “paludamentum” sulle spalle è fissato da una fibula tonda, i capelli cadono liberamente, ma sono in rilievo sopra alla fronte. Di identica tipologia è una corniola gemmaria, della stessa epoca ed oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove l’imperatore, all’incirca quarantenne, è di profilo; i capelli sono assai morbidi ed ondulati in modo da formare i ricci sulla fronte; la barba è corta e ricciuta; sulla nuca e sulle spalle scendono sinuosamente i due capi di una benda che serra la corona sul capo.

Era alto e di potente muscolatura e fu il primo tra gli imperatori a portare la barba per seguire un'usanza greca: lo affermano il suo biografo, vissuto all'epoca di Diocleziano, Sparziano e lo storico Dione Cassio.

Nei ritratti scultorei i tratti del volto appaiono regolari, il volto è severo, il capo è eretto in atteggiamento fiero, una corta barba copre le gote ed alcuni riccioli voluminosi sono disposti a corona attorno alla fronte ed alle tempie. Amava le armi, la caccia e gli uomini, anzi gli efebi. Molto celebrato fu il suo rapporto con il bellissimo greco Antinoo, che lo accompagnò nei suoi viaggi attraverso l'Impero.

"Tuttavia le attitudini di Adriano possono considerarsi almeno volubili, soprattutto nei confronti dei suoi amici più cari, come per esempio lo stesso Attiano, Nepote, Setticio Claro, Eudemone, Polieno, Marcello, Eliodoro, Tiziano, Ummidio Quadrato, Catilio Severo, Turbone e addirittura liberti e soldati. 
Poteva comunque essere anche spiritoso nei confronti di coloro che erano stati suoi nemici prima di essere adottato e di divenire poi Augusto: "Di quelli che aveva considerato suoi nemici quando era un privato, non si dette più pensiero, tanto da dire a uno di loro, considerato in precedenza nemico mortale "L'hai scampata alla grande". 
Tuttavia, almeno secondo Mario Massimo, la sua clemenza non era altro che pura finzione, per mascherare la sua natura crudele, e non subire così la stessa fine di Domiziano, notoriamente ucciso in una congiura di palazzo."
(Gaio Avidio Ceionio Commodo - Marco Aurelio: La miseria della filosofia)

Nell'ottobre dell'anno 130 "Antinoo affogò nel Nilo". Non si sa se sia stato un incidente, o un suicidio, o un assassinio o un sacrificio alle divinità. Adriano deificò l'immagine di Antinoo dedicandogli un'infinità di statue, scandalizzando i cristiani che fecero del tutto per demolirle, ma fortunatamente ne rimangono diverse immagini di squisita fattura. Dopo di lui Adriano ebbe altri amanti, mai donne.

Adriano non era solo un valente soldato, ma grande cultore di lettere ed arti: musica, pittura, scultura, architettura e filosofia, inoltre scriveva in prosa e in poesia, in greco e in latino; aveva anzi una stima reverenziale per la cultura ellenica tanto che a Roma lo chiamavano il "graeculus".

ADRIANO INCARICA SALVIO GIULIANO DI EDITARE L'EDICTUM PERPETUUM

LA NOMINA

Appena ad Antiochia si seppe dell'adozione di Adriano e della morte di Traiano, le truppe lo acclamarono imperatore, ma Adriano prudentemente scrisse al Senato chiedendo conferma, giurando di esserne stato costretto dall'esercito e di voler governare solo per il bene dell'impero: «Il principe appartiene allo stato e non lo stato al principe » e chiedendo inoltre l'apoteosi di Traiano.

Il Senato accettò e Adriano promise che non avrebbe mai senza il consenso dell'assemblea firmato una sentenza di morte per un senatore. Poi fece le solite elargizioni al popolo e ai legionari per tenerli tranquilli.

Entrò a Roma nel 118, il Senato voleva donargli un trionfo ma Adriano lo riservò a Traiano. Nel 119, per il suo anniversario Adriano concesse giochi imponenti in cui purtroppo cento leoni e altrettante leonesse furono uccise nel circo. L'imperatore sapeva che così si conquistava il favore del popolo: a "panem et circensem" (a pane e circo).

In più ai cittadini condonò i debiti verso il fisco e stabilì che ogni quindici anni si facesse una revisione dei debiti e che le imposte, anziché col sistema degli appalti, venissero riscosse direttamente.



LA CONGIURA

Non tutti erano contenti di Adriano. Soprattutto la nobiltà guerriera che non amava l'ellenismo, nè una politica di difesa anzichè di espansione.

Fra questi Cornelio Palma, conquistatore dell'Arabia Pètrèa, e Lucio Quieto, valoroso generale sotto Traiano, ambedue deprivati del comando. A loro si erano uniti due consolari e insieme congiurarono contro l'imperatore. Scoperta però la congiura vennero tutti giustiziati per ordine del Senato.

Adriano fu spiacente della condanna, perchè avrebbe concesso la grazia. Così tolse la carica a chi li aveva condannati e rinnovò la dichiarazione che non avrebbe firmato per nessun senatore la sentenza di morte senza il consenso di tutto il Senato.

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL VOLTO (By Haroun Binous)

LE RIFORME DI ADRIANO


Riforme civili

- Importantissima fu quella dell'Editto Pretorio, in cui un magistrato all'inizio del mandato comunicava i principi giuridici generali, che vennero man mano raccolti come guida per i processi. L'Edictum Vetus (vecchio editto) si arricchiva così di nuove applicazioni, per tutelare anche i rapporti non previsti dalla legge.

- Adriano affidò la codifica dell'editto al giurista romano Salvio Giuliano, approvato poi da un senatoconsulto che lo rese Editto Perpetuo, insomma un codice civile e penale.

- Inoltre dismise il sistema di Augusto che aveva consentito ad ogni imperatore di scegliere i suoi giuristi. Adriano creò invece il Consilium Principis, con ruolo indipendente dall'imperatore.

- Cadde pertanto il favoritismo dei liberti cesarei sostituendoli con funzionari della classe dei cavalieri, preposti a: finanze, giustizia, patrimonio, contabilità, opere pubbliche ecc.

- Le cariche divennero fisse, venne regolato il loro numero, assegnate le attribuzioni, stabiliti stipendi e carriera.

- Creò così una segreteria generale formata da impiegati che consultavano libri, un ufficio di corrispondenza, uno di contabilità, per il patrimonio, per le acque, per le tasse sull'eredità.

- Creò inoltre un'avvocatura di Stato che difendesse in giudizio gli interessi delle finanze pubbliche, cioè il Fiscus, il Fisco.

Questa riforma dell'amministrazione dette grande impulso finanziario tanto che nonostante le ingenti spese iniziali Adriano mantenne sempre l'erario in equilibrio.

- Fu molto tollerante con i cristiani, ancor più di Traiano, commise infatti agli accusatori dei cristiani l'onere della prova, e dovevan dimostrare che in quanto cristiani avessero commesso danni o reati contro lo stato.

- Per giunta ordinò la punizione per chiunque facesse nei confronti dei cristiani accuse ingiuste. e lo impose con una certa veemenza come risulta dal rescritto: «ma, per Ercole, se qualcuno accampa pretesti per calunniare, tu, stabilitane la gravità, devi senza indugio punirlo».
Le conseguenze di azioni contro i cristiani prive di prova, e pertanto diffamatorie e calunniose, dovevano ritorcersi per giustizia contro gli stessi proponenti.


Giuridicamente
  • Rinnovò il divieto dell'evirazione.
  • Tolse ai padroni il diritto di vita e di morte sugli schiavi.
  • Stabilì pene severe contro i padroni che maltrattavano i servi.
  • Proibì il commercio degli schiavi quando si offendeva il pudore e le leggi dell'umanità.
  • Tolse la pena di morte agli schiavi che, in caso di uccisione del padrone, erano così vicini a lui da potergli recare aiuto o danno mentre prima venivano condannati alla pena capitale tutti gli schiavi che abitavano nella casa del padrone ucciso.
  • In Italia e nelle province affidò la giustizia a speciali magistrati detti iuridici.
  • Si circondò di giureconsulti valenti per raccogliere ed ordinare le leggi, gli editti e i senato-consulti, per farne una scelta e farne un codice, l'Edictum Perpetuum.
ADRIANO VISITA PALMIRA

L'esercito

L'esercito era molto cambiato, soprattutto alle frontiere più tranquille, dove regnava la corruzione, il lusso e i piaceri. Grotte artificiali e portici vi erano stati costruiti per riparare i soldati dalle piogge e dal sole, mancavano operosità, allenamento e disciplina.

Adriano dette un ottimo esempio nei suoi viaggi: rifuggiva dai cocchi, marciava a piedi o a cavallo, sotto la pioggia, tra le nevi o sotto al sole, si intratteneva coi soldati rendendosi conto delle loro condizioni e dei loro bisogni, non portava abiti ed armature sfarzose e soltanto la spada dall'impugnatura d'avorio lo distingueva dagli ufficiali. Proibì nei campi i venditori e le cortigiane, fece demolire le grotte e i portici, ordinò che i soldati vivessero frugalmente e si abituassero con giornaliere esercitazioni all'uso delle armi, alle fatiche e alle economie.

Regolò inoltre la ferma e le promozioni, proibì l'acquisto delle licenze, nella scelta degli ufficiali fece prevalere il merito alle simpatie delle truppe, tolse gli abusi, rinsaldò la disciplina, restaurò il rispetto verso i superiori, propose ufficiali probi ed abili agli ospedali ed ai magazzini, ordinò frequenti ispezioni alle armi, ai fossi, alle mura, ai depositi. Inoltre incaricò Apollodoro di scrivere un trattato sulle macchine da guerra, cui il celebre architetto portò grandi miglioramenti.

Narra Dione Cassio che avendo Adriano mandato il suo disegno del nuovo tempio di Venere e Roma all'insigne architetto Apollodoro, questi gli facesse osservare argutamente che le due dee erano così alte da spezzare la volta dell'edificio se si fossero alzate.

Adriano, ferito dallo scherzo di Apollodoro, avrebbe ordinato che fosse messo a morte. Ma il racconto di Dione non trova conferma e sotto Adriano fiorirono ed ebbero onori uomini illustri, dalla letteratura alle opere d'arte. Nessun imperatore come lui empì il mondo di opere pubbliche e artistiche.

Adriano per la politica estera seguì la politica di pace di Augusto e di Tiberio. La situazione era difficile: la rivolta nell'Oriente partico e in Palestina, in Armenia, in Mauritania, tra i Sarmati e i Rossolani, e in Scozia.

Adrìano restrinse perciò i confini, munendoli di difese e presidiandoli con un esercito forte e disciplinato: costruì fortini agli sbocchi delle valli carpatiche per la sicurezza della Dacia e dell'angolo tra il Danubio e il Reno, fondò una piazzaforte a Tresmi, fortificò Figizio, Carmuntum a Vindobona ed altre importanti fortificazioni condusse tra il Reno e il Danubio.

Adriano riportò il confine dell' impero all'Eufrate. L'Armenia, da Traiano ridotta a provincia, fu di nuovo innalzata a principato sotto il protettorato romano, ma sorseo liti tra il nuovo re e Farasmane II, re degli Iberi, che invase e devastò la Media; Farasmane poi si recò a Roma a far le scuse all'Imperatore, ma l'Armenia era ancora un pericolo.

L'Assiria e la Mesopotania furono sgombrate, Partamasate fu deposto dal trono partico ed eletto re degli Osroeni; la Parzia ritornò sotto Cosroe e a questo venne restituita la figlia. Questa politica provocò un grave malcontento nell'aristocrazia provinciale.



I VIAGGI DI ADRIANO

I viaggi di Adriano avevano lo scopo di osservare le condizioni delle province provvedendo ai loro bisogni e al loro sviluppo. Egli non le considerava terre di sfruttamento, ma da arricchire con città e monumenti e difese alle frontiere, promovendovi artigianato e commercio, migliorandone viabilità e amministrazione.

I VIAGGI DI ADRIANO (INGRANDIBILE)
Cominciò col visitare la Gallia nel 119. Le tre province galliche erano romanizzate, il druidismo era stato sostituito dal paganesimo e cristianesimo. Vi erano una estera rete stradale, grandi città ricche di templi, teatri, biblioteche, bagni, scuole, artigianato e commercio.
La Gallia era legata alla vita dell'impero, cui forniva buoni soldati e generali. Era inoltre sicura dalle incursioni barbariche per le fortificazioni imponenti tra Reno e Danubio.

A Lugdunum (Lione) venne infatti coniata una medaglia dedicata al "Restauratore della Gallia", e altre ne verrano da altre province con la stessa dedica. Poi Adriano si recò nella Germania superiore e nell'inferiore, dove fortificò le frontiere, riportò la disciplina nelle legioni e la sicurezza nei campi militari.

Anche la Britannia stava romanizzandosi, con larghi proventi dalle miniere di stagno, rame ed argento e l'esportazione di prodotti locali, ma a nord era esposta alle incursioni dei Caledoni che vi avevano sterminato una legione (la IX). Adriano ordinò una difesa con trincee e fortini e strade di collegamento. Fu il famoso Vallum Hadriani, terminato nel 124, di cui si conservano importanti resti.



IL VALLO DI ADRIANO

Il Vallo di Adriano era una fortificazione in pietra, che anticamente segnava il confine tra la provincia romana occupata della Britannia e la Caledonia (l'attuale Scozia). Questa fortificazione divideva l'isola in due parti.

Il nome viene ancor'oggi talvolta usato per indicare il confine tra Scozia e Inghilterra, anche se il muro non seguiva il confine attuale. Fu il confine più settentrionale dell'Impero Romano in Britannia e inoltre il più pesantemente fortificato dell'intero impero.

Probabilmente le porte di accesso attraverso il vallo servivano anche come dogane per la tassazione delle merci.

Una porzione del vallo è ancora esistente, soprattutto nella parte centrale, e costituisce la principale attrazione turistica dell'Inghilterra settentrionale, dove è noto semplicemente come Roman Wall (muraglia romana). Il Vallo di Adriano è diventato patrimonio dell'umanità dell'UNESCO nel 1987.

Se ne contano 17 fortini nell’elenco di quelli che si trovavano lungo la cima del muro; ma di essi solo 14 furono poi uniti alle mura. Degli altri tre, due rimangono più a sud tanto del muro quanto del Vallo, sulla Stanegate, e risalgono certamente ad Agricola; il terzo (a Castlesteads nel Cumberland) si trova fra il Muro e il Vallo.


I nomi dei forti da est a ovest:
  • Wallsend Segedunum
  • Newcastle Pons Aelii
  • Benwell Hill Condercum
  • Rudchester Vindobala
  • Halton Chesters Hunnum
  • Chesters Cilurnum
  • Carrawburgh Procolitia
  • Housesteads Borcovicium
  • Chesterholm Vindolanda
  • Great Chesters Aesica
  • Carvoran Magnae
  • Birdoswald Amboglanna
  • Castlesteads
  • Stanwix
  • Burgh-by-Sands
  • Drumburgh
  • Bowness
Di questi, Cilurnum, Borcovicium, Aesica ed Amboglanna sono quelli che oggi permettono di studiare la costruzione e la pianta dei forti. Il luogo esatto del forte a Burgh fu scoperto nella primavera del 1922.

L’area compresa nelle cinte dei forti varia da uno a due ettari. Il piano è sempre a forma di parallelogramma con angoli arrotondati. Lo spessore del muro di cinta era almeno di 1,5 m., con un fossato, e quattro ingressi: a nord, est, sud, ovest. Erano a doppio portale, con archi a tutto sesto, e porte di legno a due battenti, che giravano su cardini di ferro.

Per un approfondimento: VALLO DI ADRIANO



IL VIAGGIO PROSEGUE

Poi Adriano passò in Spagna, ricca di belle città molto romanizzate, con scuole, strade ampie e sicure, fiorenti culture di olio, vino e i cereali esportate nell'impero; ricca l'estrazione mineraria.

Adriano si trovava a Tarracona, quando un'insurrezione in Mauritama lo costrinse a passare in Africa. Anche qui prese provvedimenti per la difesa militare e iniziò la costruzione di un vallum. Inoltre trasferì i quartieri della Legione III Augusta a Lambese.

Poi passò in Egitto e in Oriente, dove il re dei Parti preparava la guerra. Adriano lo rassicurò e gli restituì la figlia. Passò ad altre province asiatiche, ancora poco romanizzate, come in Asia Minore, ricca di foreste, campi di foraggio e armenti, con esportazione di legname e lana.

Ispezionò poi la costa ovest, dalla Cilicia all'Ellesponto, con numerose le città e artigianato fiorente, soprattutto le tessiture. Ma la cultura orientale non si era trasformata nè ai Greci nè ai Romani, la sua letteratura era fantasiosa, molle, verbosa; la religione una caotica mescolanza tra l'ellenica, l'egizia, giudaica e cristiana, oltre ai culti asiatici di Mitra, di Cibele, di Attis: questi ultimi tre travasati a Roma.

Soprattutto ebbe presa il culto misterico di Mitra che accoglieva in specie i soldati romani, con un percorso iniziatico di sette gradi, un culto che si sovrappose ad Elios, il Dio sole, a sua volta importato dai Greci. Adriano vi soggiornò parecchi mesi, costruendo e abbellendo: grandi porti, strade, archi, fontane, edifici.

Poi tornò in Grecia, la provincia che amava di più, ma di molto decaduta. Rifece di Corinto la principale città greca, arricchendola di terme, di una magnifica via militare che attraversava l'istmo e di un acquedotto. Nomea fu dotata di un ippodromo, Mantinea di un superbo tempio a Nettuno. Argo di un pavone d'oro collocato nel tempio di Giunone e rimise in vigore le corse equestri dei giochi Nemei.

Ma ad Atene, che lo nominò cittadino ed arconte, completò il tempio di Giove Olimpico, e sul piano dell'Ilisso fece costruire un grande quartiere, con un arco trionfale con la scritta: «Questa è Atene, l'antica città di Teseo» e dall'altro lato: «Questa è la città di Adriano». Vi fece erigere il tempio della Fortuna con portici e biblioteca, un ginnasio sorretto da cento colonne e il tempio Panthellenion per le feste nazionali dei Greci. Fondò poi una nuova città Tracia che si chiamò Adrianopoli.

Tornò a Roma nel 126, fino al 128. In questi due anni abbellì Roma:
  • Fece ricostruire l'antico tempio eretto inizialmente da Agrippa successivamente distrutto, poi divenuto l'odierno Pantheon.
  • Costruì il tempio di Venere presso il Colosseo.
  • Arricchì di splendidi edifici il Foro Traiano.
  • Fece edificare sull'altra sponda del Tevere il suo Mausoleo, la Mole Adriana, rivestita di marmo pario e coronata di statue, l'odierno Castel S. Angelo.
  • Sul Campidoglio fondò l'Ateneo per insegnare filosofia, retorica e giurisprudenza.


VILLA ADRIANA

Presso Tivoli edificò una villa grandiosa, la Villa Adriana, una villa più grande di tutta Pompei, a 17 km. da Roma, dentro la quale fece riprodurre le meraviglie del mondo antico, come:

- Le Terme, con le grandi e le piccole Terme.
- Il Pecìle, ricostruzione della "stoà poikìle" (portico dipinto) il centro politico e culturale di Atene.
- Il Teatro marittimo, innalzato su un laghetto formato da un canale, con un isolotto al centro di 45 m. di diametro accessibile con un ponte movibile. Si dice che Adriano, stanco della corte si rifugiasse sovente in questo isolotto alzando il ponte.

Villa Adriana è stata dichiarata nel 1999 patrimonio dell'umanità, con questa motivazione:
« Villa Adriana è un capolavoro che riunisce in maniera unica le forme più alte di espressione delle culture materiali dell'antico mondo mediterraneo. Lo studio dei monumenti che compongono la Villa Adriana ha svolto un ruolo decisivo nella scoperta degli elementi dell'architettura classica da parte degli architetti del Rinascimento e del Barocco. Essa ha, inoltre, profondamente influenzato un gran numero di architetti e disegnatori del XIX e del XX secolo.»

Per un approfondimento: VILLA ADRIANA



IL NUOVO VIAGGIO

Nel 128 Adriano si rimise in viaggio: Mauritania, Grecia e Asia. In Siria giunse a Palmira, la città del deserto, che dotò di importanti edifici ed elevò al grado di colonia, poi scese nella provincia d'Arabia fino a Petra che in onore dell'imperatore prese il suo nome. Lì fece costruire strade che l'allacciarono con Siria, Palestina ed Egitto.

In Egitto poi fece costruire il villaggio di Antinoopoli, con un magnifico tempio e un nuovo culto in onore di Antinoo, l'amante perduto.

Nel 131 Adriano fece ritorno a Roma, dove consacrò il tempio di Venere e Roma e fece approvare dal Senato l'Editto Perpetuo, base di ogni sistema legislativo moderno, soprattutto inglese.
Nel 132 tornò in Palestina per una nuova insurrezione, per cui istituì a Gerusalemme una colonia militare, la Elia Capitolina, e ricostruì la città distrutta in stile greco-romano con templi pagani; sul tempio di Jehova pose un tempio a Giove Capitolino.

Questa costruzione offese molto gli Ebrei facendo scoppiare di nuovo la rivolta in tutta la Giudea. Il gran rabbino Akiba mise alla testa della rivolta Bar Kokeba, considerato il Messia. Il legato Tìneo Rufo tentò di domare la rivolta, ma venne sconfitto, e così altri due generali romani.
Adriano allora corse in Palestina e mise a capo dell'esercito il più valoroso generale del tempo, Sesto Giulio Severo.

Si dovette combattere fino al 136 per domare la rivolta. Questa guerra costò perdite enormi ai ribelli: 50 fortezze furono espugnate e 985 paesi distrutti; oltre 500.000 combattenti vennero uccisi; i superstiti vennero venduti come schiavi e i capi della ribellione, specie i rabbini, furono uccisi. Gli Ebrei non ebbero più nè patria nè la loro città santa.



MORTE DI ADRIANO

Nel 135 Adriano fece l'ultimo ritorno a Roma. Per la successione scelse Cejonio Commodo Vero, di costumi corrotti e malaticcio, malvisto da tutti. Quattrocento milioni dì sesterzi, spesi in donativi ai soldati e al popolo, gli costò quell'inutile adozione perchè Cejonio fu mandato in Pannonia a comandarvi le legioni e vi morì nel 138.

La morte di Cejonio venne accolta con gioia specialmente dai Senatori. Dopo vari pretendenti Adriano adottò Tito Aurelio Fulvio Antonino nel 138 che divenne Tito Elio Antonino con la potestà tribunizia e l'impero preconsolare. Non avendo questi alcun figlio gli ordinò che adottasse a sua volta il figlio del defunto Cejonio, Marco Vero, nipote di Antonino, diciassettenne. Intanto il male di Adriano, l'idropisia, si aggravava. La sofferenza era tale che più volte tentò di suicidarsi.

Scrive Marguerite Yourcenar nel suo libro "Memorie di Adriano"
Sono andato stamattina dal mio medico, Ermogene, recentemente rientrato in Villa da un lungo viaggio in Asia. Bisognava che mi visitasse a digiuno ed eravamo d’accordo per incontrarci di primo mattino. Ho deposto mantello e tunica; mi sono adagiato sul letto … E’ difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana: l’occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue. E per la prima volta, stamane, m’è venuto in mente che il mio corpo, compagno fedele, amico sicuro e a me noto più dell’anima, è solo un mostro subdolo che finirà per divorare il padrone”.

Mormorò durante l'agonia: "I troppi medici uccisero il principe, non la morte."
Morì finalmente a Baja nel 138. Aveva regnato per venti anni, di cui due terzi passati in viaggio. A lui il mondo deve tante bellezze architettoniche, come Villa Adriana, che a tutt'oggi conserva il suo splendore. Venne ritenuto uno dei "Quattro buoni Imperatori" del II secolo, insieme a Traiano, Antonino Pio e Marco Aurelio.


IL TEMPIO DI ADRIANO A ROMA

Costruito in onore dell'imperatore Adriano, considerato un dio, dal suo successore Antonino Pio nel 145 d.c. I suoi resti sono inseriti in un edificio del XVII secolo, oggi in piazza di Pietra.
Su un podio di peperino, alto circa 4 metri, poggiano le 11 colonne corinzie in marmo bianco, appartenenti al lato destro dell'antico edificio, alte circa 15 metri. Al di sopra è conservato anche un tratto dell'architrave, in parte rifatto modernamente.

Il muro della cella, in opera quadrata di peperino, era in origine rivestito di lastre di marmo, come risulta chiaramente dai fori di fissaggio. L'edificio aveva 8 colonne sui lati corti e 15 sui lunghi, preceduto ad est da una scalinata.

All'interno si possono vedere i resti della cella, che era priva di abside, coperta da una volta a botte e decorata tutt'intorno da una serie di pilastri, poggianti su zoccoli.

In questi erano rappresentate in rilievo le province romane, mentre negli spazi intermedi vi erano i trofei. I rilievi sono esposti oggi nel cortile del Palazzo dei Conservatori. Intorno al tempio era una grande piazza porticata con colonne di giallo antico.

Per un approfondimento: TEMPIO DI ADRIANO


L'ATENEO DI ADRIANO

"L’Ateneum di Adriano imperatore, noto dalle fonti storiche, mai trovato. Ecco cosa rappresenta, anzi di cosa fa parte, la scalinata imperiale emersa a piazza Venezia durante gli scavi per la metro C. A 5 m di profondità, proprio di fronte al Vittoriano, è emersa l'ultima straordinaria novità dei ritrovamenti archeologici a Roma: il posto in cui anche a Roma, come ad Atene, si discuteva e si effettuavano rappresentazioni pubbliche.

La scalinata individuata due anni fa ha una consorella, proprio di fronte, appena scoperta e purtroppo nascosta sotto il palazzo delle assicurazioni in cui è stata interrata: in mezzo, un pavimento a marmi policromi che fungeva da cavea. L’esatta riproduzione dell’Ateneum che l’imperatore Adriano aveva fatto erigere ad Atene, accanto alla grande biblioteca eretta nel 132 d.c., un auditorium per rappresentazioni e dibattiti, per la recitazione di retori e poeti.

Tutto è iniziato col ritrovamento di una prima grande scala, in cemento romano, ricoperta in marmo. Cinque gradoni imponenti, per una larghezza di 15 metri, riemersi due anni fa grazie agli scavi per l’uscita della Metro C a piazza Venezia.

I gradoni scendono verso il palazzo delle Assicurazioni Generali e atterrano davanti a una pavimentazione in granito e marmi gialli. L’impianto è chiuso da entrambi i lati da pilastri in laterizi che sono collassati, probabilmente a causa di un terremoto. I laterizi sono fatti da mattoni «bipedali» romani, cioè quei grandi e spessi quadratoni giallognoli di lato 59 cm Sui pilastri ci sono i segni di un grande incendio, probabilmente quello del 390 d.c.

Adriano era solito dire «a sud dell’Acropoli c’è l’Atene di Teseo, a nord dell’Acropoli c’è l’Atene di Adriano». Ad Atene la Biblioteca di Adriano si trova sul confine del Foro romano, a nord. Costruita dall’Imperatore nel 132 a.c. è l’edificio più grande di Atene. Accanto alla biblioteca l’Ateneum era un luogo molto caro all'imperatore. Lo si conosce dalle descrizioni storiche, il suo gemello romano rappresenta dunque un soccorso inaspettato per la conoscenza archeologica imperiale."

Per un approfondimento: ATENEO DI ADRIANO


HADRIANEUM

"Non mancano tuttavia delle ragioni a favore di un edificio cui possa spettare l'appellazione di Hadrianeurn e che realmente sorgesse nel Campo Marzio; ragioni, o piuttosto indizi che sinora da nessuno, che io mi sappia, furono addotti per illustrare un edificio di tanta incertezza. 

Il Preller crede l'Hadrianeutn un tempio edificato da Antonino Pio in onore di Adriano, e giustifica la denominazione Hadrianeurn (o Hadrianium), col paragonarlo al tempio di Claudio, il Claudium della regione II, non è certamente improbabile che alcuno degli Antonini abbia eretto un tempio al divo Adriano; ma, ad ogni modo, l'opinione del Preller è meramente ipotetica, e non avvalorata da testimonianze di scrittore alcuno. 

Abbiamo invece, se mal non mi appongo, qualche altro, sebben fievole lume, per supporre l'Hadriamum un tempio edificalo dallo stesso Adriano nella regione IX. Lampridio nella vita di Severo Alessandro scrive, che questo imperatore '"Christo templum facere voluti eumque inter deos recipere. Quod et Hadrianus cogitasse fertur qui tempia in omnibus civitatibus sine simulacris iusserat fieri: quae hodie idcirco quia non habent numina  dicuntur Adriani"'.  

Mentre Adriano costruì edifici in tutte le città, come pure attesta Sparziano nella vita di lui, sappiamo poi che moltissimi ne fece in Roma; e non sarebbe perciò maraviglia che vi facesse edificare uno di quei templi sine simulacris (che perciò avrebbe potuto togliere il nome del suo autore, ed essere appellato Hadrianeum) propriamente nella regione IX, ove tante opere aveva eseguite intorno a fabbriche situate nel centro della istessa regione. 

Ora, se dovessimo collocare 1' Hadrianeum tra gli edifici centrali della regione IX, non vi sarebbe altro spazio libero che l'area oggi occupata dal palazzo Chigi; ed una tale situazione corrisponderebbe a maraviglia con quella indicata dal catalogo, che registra 1' Hadrianeum dopo la colonna coclide di M. Aurelio (cf. la tav. XVII).

(Luigi Borsari)


BIBLIO

- Cassio Dione - Historia Augusta - Hadrianus  - 69 -
- Sparziano - De vita Hadriani Aelii -
- Alessandro Galimberti - Adriano e l'ideologia del principato - L'Erma di Bretschneider - 2007 -
- Elena Calandra - Oltre la Grecia. Alle origini del filellenismo di Adriano - Napoli - Edizioni Scientifiche Italiane - 1996 -
- Mario Attilio Levi - Adriano un ventennio di cambiamento - Bompiani - 1994 -
- Giuseppe Antonelli - Gli uomini che fecero grande Roma antica - Roma - Newton & Compton - 2002 -
- Craig Williams - Roman Homosexuality - Oxford University Press - 1999, 2010 -
 - Caroline Vout - Power and Eroticism in Imperial Rome  - Cambridge University Press - 2007 -



 

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