SAEPINUM - ATILIA-SEPINO ( Molise )



ENTRATA NEL SITO
"Basseo Rufo e Macrinio Vindice salutano i magistrati di Sepino.
Vi sottoponiamo copia della lettera che ci è stata scritta da Cosmo, liberto dell'imperatore, ministro
a rationibus, insieme alle altre che vi erano allegate e vi ammoniamo di astenervi dal fare violenza agli appaltatori delle greggi delle pecore, atto che porta un grave nocumento alle cassa imperiale, altrimenti sarà inevitabile avviare un'inchiesta e intervenire, se del caso, con gli opportuni provvedimenti.

Lettera di Cosmo, liberto dell'imperatore, ministro a rationibus, scritta a Basseo Rufo e a Macrinio Vindice, eminentissimi prefetti del pretorio. Vi sottopongo copia della lettera scritta a me da Settimiano, liberto imperiale e mio aiutante, e chiedo che vi prendiate la pena di scrivere ai magistrati di Sepino e di Boviano, affinché cessino di far violenza agli appaltatori delle greggi di pecore che dipendono dal mio ufficio, sì che per il vostro benigno intervento le finanze imperiali non siano danneggiate.

Lettera scritta da Settimiano a Cosmo. Gli appaltatori delle greggi di pecore che dipendono attualmente dal tuo ufficio si sono lamentati presso di me perché spesso, durante gli spostamenti lungo i tratturi, hanno subito angherie dalla polizia e dai magistrati di Sepino e di Boviano: costoro infatti, al momento del transito per queste città, affermano che i cavalli e i pastori da essi appaltati sono rispettivamente animali rubati e schiavi fuggiti: nel corso dell'ispezione che viene effettuata con questo pretesto, e della confusione che ne risulta, scompaiono anche pecore di proprietà imperiale.
È quindi necessario che venga loro scritto di comportarsi con più moderazione, affinché la proprietà imperiale non abbia a subire un danno. E poiché sogliono perseverare in tale comportamento ingiustificabile, affermando che non hanno intenzione di tenere in alcun conto né le mie lettere, né quelli che tu eventualmente potessi scrivere loro, ti prego, signore, se ti parrà opportuno, di chiedere a Basseo Rufo e Macrinio Vindice, uomini eminentissimi, di inviare lettere a questi magistrati e poliziotti."


Ai piedi del Matese, nei pressi di Sepino, sorge un’area archeologica di grande interesse e di particolare bellezza per la sua conservazione: Altilia-Saepinum. Esso è un centro di pianura, situato ai piedi del Matese e aperto sulla valle del Tammaro. Il nome deriva probabilmente da saepire = “recintare” ad indicare l’antico stazzo recintato connesso all’allevamento transumante, attività continuata poi nel forum pecuarium.




LA STORIA

Saepinum  (che nel medioevo fu chiamata Altilia) è un'area archeologica di epoca romana della regione Molise, in provincia di Campobasso, e situata nella piana alle falde del Matese aperta sulla valle del fiume Tammaro. Il sito, localizzato lungo l'antichissimo tratturo Pescasseroli-Candela, sorge 3 km a nord dell'attuale borgo di Sepino.

Essa era sorta come punto di sosta attrezzato con ristoro e per la sorgente all’incrocio con altre direttrici utilizzate per la transumanza, sull’asse di tratturo compreso tra Boiano e Benevento, il più importante della dorsale appenninica.

Fu prima un centro fortificato di epoca sannitica che sorge sulla montagna retrostante, detta di “Terravecchia”, conquistato dai romani nel 293 a.c., come tramanda Tito Livio, durante la III guerra sannitica, dal Console Papiro Cursore.

LA FONTANA DEL GRIFO
I pochi superstiti, abbandonarono la città ridotta un cumulo di macerie e scesero a valle in località Altilia, luogo più strategico e favorevole per i commerci, punto di incontro di due strade che divennero il decumano e il cardo massimo della città: il tratturo Pescasseroli-Candela e quello trasversale che scende dal Matese e prosegue verso le colline della piana del Tammaro.

Qui infatti accamparono accanto al tratturo che congiungeva il versante di Bojano con quello di Benevento e fondarono un villaggio rurale, che sopravvisse abbastanza bene sia per la fertilità dei terreni sia per il commercio legato alla economia pastorale.

Con la sconfitta definitiva dei Sanniti ad opera dei Romani, e quindi sotto il dominio romano, da modesto villaggio, la Sepino romana nel I sec. d. c. divenne un importante centro rurale nonchè luogo di villeggiatura romana. Il centro fiorisce nel II secolo a.c. e soprattutto in età augustea, quando vengono costruiti o restaurati i più importanti edifici della città.

Ottenuto poi Sepino il titolo di municipio, Augusto diede incarico a Tiberio e Druso di far cingere la città di mura e fece eseguire la sistemazione delle due arterie stradali principali: il Cardo e il Decumano.

In questo periodo sorsero tutti i principali edifici: forum, capitolium, basilica, macellum, terme, teatro, e pure i monumenti funerari fuori dalle mura, per volere o intervento diretto della casa imperiale, come è il caso delle mura, delle porte e delle torri, la cui costruzione risale agli anni 2 a.c. - 4 d.c., pagate con la cassa privata di Tiberio, senz'altro per volere di Augusto.

La città prospera fino al IV-V sec. d.c., in cui si deve ricostruire a seguito del terremoto del 346 d.c. che colpì il Sannio e la Campania. A questo periodo segue una forte crisi economica e demografica, aggravata dalle devastazioni della guerra greco-gotica (535-553 d.c.) con l’abbandono e il crollo degli edifici più importanti del centro, il restringimento dell’area abitata, l’interramento del basolato del foro e nell’uso sepolcrale di alcune aree ai suoi margini.

Nel IX sec. la popolazione  si sposta nel Castellum Sepini, l’attuale Sepino, posto in montagna, in un luogo più sicuro e difendibile.

PORTA BOIANO
La Sepino odierna rappresenta l’ultimo strato di interventi sovrapposti dei quali i più antichi risalgono almeno al III secolo a. c..

Il fatto che, nonostante i rigidi canoni urbanistici romani, i due assi maggiori non siano ortogonali tra loro conferma la necessità di conservare il tratturo trasversale, funzionale al sistema dei collegamenti di epoca sannitica.

Dal 2010 l’area è stata oggetto di una serie di scavi archeologici che hanno riportato alla luce quasi integralmente la cinta muraria: tuttavia è stato possibile concentrare gli interventi esclusivamente sulle aree ormai acquisite al demanio dello Stato. Alcuni di questi interventi sono stati realizzati anche grazie ai finanziamenti provenienti dal gioco del lotto, in base al comma 83 della legge 662/96

Di pregio artistico sono le colonne e i capitelli jonici della basilica, il foro, il teatro, le terme, il macellum, le imponenti porte fortificate di Terravecchia e di Bojano che ricordano l'importanza di questo centro per i pastori in marcia tra l'Appennino e il Tavoliere, la tomba dei Numisi che sorge isolata tra i campi, il mausoleo di Ennio Marso, le strade lastricate, le mura,  la fontana del Grifo e  Il centro storico della città è racchiuso entro una cinta muraria lungo la quale si distribuiscono alte torri cilindriche mostrando intatte le caratteristiche medievali originarie.

I Pentri occupavano buona parte del Molise, con esclusione della fascia costiera, che, per un’ampiezza verso l’interno di circa 30 chilometri, costituiva la Frentania; il Sannio Pentro si estendeva anche in Abruzzo, su un ampio tratto della valle del fiume Sangro e lungo la riva sinistra del fiume Trigno (a nord di Trivento) ed inoltre occupava, verso sud, anche il versante campano del Matese, fino al fiume Volturno.

Tutta quest’area all'epoca di Augusto sarà inclusa nella regione IV, secondo quanto ci tramanda Plinio il Vecchio, principale fonte di informazione circa l’assetto amministrativo ricevuto da questa popolazione nell'ambito dello stato romano.


LA STORIA

Dopo il primo conflitto con i Romani (343-341 a.c.), i Sanniti realizzarono sul territorio una fitta rete di fortificazioni, poste sulle cime delle montagne, per controllare le strade di accesso al Sannio. Nacque così la fortificazione di Terravecchia, sulla montagna di Sepino, per controllare il passo della Crocella, che mette in comunicazione i due versanti del Matese. Comunque Terravecchia fu l'ultima a cedere ai romani, dopo un sanguinoso assedio.

Alla fine delle guerre sannitiche, nel 290 a.c. Saepinum, ormai insediata in pianura, vive di agricoltura e allevamento, di artigianato locale e di scambi commerciali. Gli scavi presso l’area del foro, testimoniano che già all'inizio del II sec. a.c. c'era l'attività di tipo industriale, con una conceria per i pellami e una fullonica, con impianto per la lavorazione della lana.

Dopo aver rinnovato per la quarta volta il trattato di alleanza con i Romani, i Sanniti si armano di nuovo contro Roma con l’arrivo in Italia di Pirro (280 a.c.), e pure nelle guerre puniche, quando passano dalla parte di Annibale, dopo la sconfitta di Canne (216 a.c.). Roma poi li punisce confiscando estese aree territoriali, isolando le tribù più ostili, e invadendole di colonie latine. Contemporaneamente però li romanizza con un notevole progresso economico, a detrimento della piccola proprietà contadina.

Le aristocrazie italiche che vogliono la parità dei diritti cominciano ad ambire alla cittadinanza romana, e insorgono con il Sannio Pentro in prima linea. I Romani infine concedono la cittadinanza a quanti non si sono ribellati o sono disposti a deporre le armi, ma la estende poi a tutto il suolo italico.

Poi la cittadinanza romana venne comunque concessa a tutte le popolazioni italiche, l’intero territorio della penisola diventa ager romanus e diviso in distretti, dotati di limitata autonomia amministrativa, in quanto sede di magistrati locali. Saepinum, ormai municipio, fiorisce economicamente con un nuovo assetto urbanistico che prevede edifici pubblici e sacri, grazie al fenomeno dell'evergetismo.

Sorgono la cinta muraria, il forum pecuarium, cioè un’area recintata destinata a ricovero delle greggi, oltre che a luogo di mercato e scambi commerciali. Vengono lastricate le strade, sorgono edifici nuovi intorno al foro, è costruito il teatro e all'esterno delle mura sono edificati numerosi mausolei, allineati lungo il decumano che da Aesernia conduce a Beneventum, secondo un progetto voluto da Augusto stesso.

L’imperatore, inoltre, per soddisfare le continue richieste alimentari della plebe romana, decide di gestire direttamente il territorio dell’antico Samnium, che all'epoca garantiva la maggiore produzione di carne di maiale. Nasce così la nuova unità amministrativa della Provincia del Sannio, di cui Sepino diventa capoluogo. Questo nuovo ruolo consentirà alla cittadina di divenire all'inizio del VI secolo sede vescovile, entrando nel potere della Chiesa.


I MONUMENTI


Nel 1845 uscì la prima pubblicazione di notevole rilievo scientifico del grande studioso tedesco della romanità Theodor Mommsen (1817 –1903), che visitò di persona il sito archeologico.



LE MURA

La città non ebbe una pianta quadrata molto regolare in quanto l’impianto urbano fu condizionato dalle preesistenze, ed in modo particolare dall’andamento del tratturo; anzi è piuttosto romboidale ed il punto di incontro delle due arterie stradali non è a perfetto angolo retto né perfettamente centrale.

A cura di Tiberio e Druso, figli adottivi di Augusto, furono costruite le mura, le porte e le torri, come ricorda l’iscrizione incisa sulle quattro porte, conservata integralmente solo su Porta Bojano. Ancora oggi per accedere all’antico “municipium” occorre superare la cinta muraria attraversando una delle quattro porte poste a cavallo degli assi stradali principali della città.

Già alla fine del IV sec a.c. in questa località sorse un nucleo abitativo. Nel I sec a.c. questa parte del Sannio passò sotto l’amministrazione dello Stato Romano.

Sorsero così le mura di fortificazione con un sistema di torri elevate a cadenza regolare (35 le torri originarie) e con quattro porte di accesso in corrispondenza delle due strade principali:

- Porta Boiano contrapposta a Porta Benevento, sul decumano che corre sulla linea del tratturo;
- Porta Tammaro contro Porta Terravecchia, sul cardo che corre dal fiume alla montagna.

Le mura e le 35 torri che a distanza regolare (100 piedi romani, pari a 29,60 m) si distribuiscono lungo il percorso erano in opera reticolata. Vi erano incorporate 27 torri, delle quali 25 circolari e due ottagonali, tutte collegate da un cammino di ronda che passava sulla sommità del muro. Nelle mura erano presenti numerose feritoie, per permettere agli arcieri di colpire eventuali nemici.

La cinta muraria, in opera quasi reticolata, è realizzata con calcare proveniente dal Matese. Ha uno sviluppo di 1270 m e racchiude un’area di circa 12 ettari a pianta quadrangolare. Il tracciato è interrotto da quattro porte monumentali e da una postierla del teatro oltre che da una ulteriore apertura rivenuta nel settore sud compresa tra le torri 4 e 5.
Il circuito murario è scandito da una serie di torri a pianta circolare e da due torri a pianta ottagonale dislocate nei punti più esposti del tracciato, in posizione perfettamente speculare.



LE PORTE

Nelle mura si aprivano quattro porte, più una secondaria. Le porte principali si aprivano sui tratturi ed erano a carattere monumentale, costruite secondo il modello architettonico dell’arco di trionfo, con statue di divinità e di prigionieri. Nelle porte sui tratturi lo spazio compreso tra porta esterna e la controporta interna nei castelli aveva funzione di sicurezza, come una doppia difesa.

Le porte monumentali erano quattro e si aprivano in asse con le due arterie viarie principali: 
- Porta Tammaro (lungo il lato nord-est della cinta muraria di fronte alla piana bagnata dal fiume Tammaro); 
- Porta Boiano (nel tratto nord-ovest della cinta, in direzione di Boiano); 
- Porta Benevento (sul lato sud-est della cinta muraria, in direzione di Benevento) 
- Porta Terravecchia (sul lato sud-ovest della cinta muraria, verso il Matese). 

Sono concepite come archi trionfali, ad un unico fornice, con corte di sicurezza interna, controporta a doppio battente, ed affiancate da due torri circolari. Qui veniva riscosso il dazio per il passaggio e venivano controllate le greggi che transitavano. Delle quattro porte tre conservano anche l'arco o parte di esso.

PORTA BOIANO

PORTA BOIANO

Porta Boiano si apre nella parte nord-ovest delle mura, in direzione di Boiano. L’arco poggia su piedritti in opera quadrata con grossi blocchi di calcare locale, disposti di taglio e in orizzontale con altezza decrescente dal basso verso l’alto per la migliore stabilità della porta. Nell’angolo invece i blocchi sono collocati a filari alterni di testa e di taglio. Una cornice modanata si leva sui conci radiali dell’arco, sopra a cui si estende l'opus reticolatum terminante nell’iscrizione commemorativa.

Porta Bojano conserva un fornice, due torri circolari ai lati, i piedritti, e l'iscrizione sull’arco che ricorda i due finanziatori della costruzione delle mura e le cariche da essi ricoperte: si tratta di Tiberio e Druso, figli di Augusto.

L'iscrizione permette pertanto di datare tale opera tra il 2 a.c. ed il 4 d.c. La corte di sicurezza, probabilmente a cielo aperto, come usava all'epoca, chiude un’area di 11,50 x 7,50 m. Addossato alla parete nord è il fondo lastricato di un bacino di fontana, e per terra vi sono le impronte degli incassi per l’inserimento delle lastre del parapetto.

La Porta ha un unico fornice, fiancheggiata da due torri circolari e con una corte militare interna.

È chiusa verso la città da una controporta a doppio battente, verso l’esterno da una saracinesca scorrevole all’interno di guide, scavate nelle parti interne dei piedritti ed arretrate rispetto alla cortina.

La saracinesca era azionata dall’alto dalla camera di manovra, ricavata all’interno dell’attico.
Sulla chiave di volta, o cuneo, è raffigurata ad altorilievo una testa barbuta identificata come Ercole, mentre sulla porta contrapposta una testa, coperta con elmo, viene indicata come Marte.

LA CHIAVE DI VOLTA
Ai lati del fornice, sopra la cornice dei piedritti, si levano due figure di prigionieri barbari a ricordo delle imprese belliche di Tiberio e Druso, celebranti le vittorie sui Dalmati e Germani, il che porta a una datazione successiva all'11 d.c.

Oltre all’iscrizione commemorativa posta sull’attico, ce n'è un'altra incisa sul piedritto sud, un rescritto imperiale della seconda metà del II sec. d.c. che riporta una controversia tra le autorità di Saepinum e Bovianum e gli affittuari delle greggi imperiali che lamentavano soprusi e sottrazioni di bestiame, conclusa con l’intervento dei prefetti del pretorio ed una diffida nei confronti dei magistrati delle due città.

TI(berius) CLAUDIUS TI(beri) F(ilius) NERO PONT(ifex) CO(n)S(ul) II IMP(erator) I TRIB(unicia) POT(estate) V /
NERO CLAUDIUS TI(beri) F(ilius) DRUSUS GERM(anicus) AUGUR CO(n)S(ul) IMP(erator) II / MURUM PORTAS TURRIS D(e) S(ua) P(pecunia) F(aciundum) C(uraverunt)

"Tiberio Claudio Nerone, figlio di Tiberio, pontefice, console per due volte, comandante vittorioso per due volte, fornito della potestà tribunizia per la quinta volta /
e Nerone Claudio Druso, figlio di Tiberio, augure, console, comandante vittorioso per due volte / curarono la costruzione a proprie spese delle mura, delle porte e delle torri

Sul piedritto di destra è inciso un noto rescritto imperiale che diffida i magistrati di Sepino dal continuare a esercitare soprusi e sottrazioni ai danni degli affittuari delle greggi imperiali che transitavano sul tratturo che attraversava la città.

All’interno della porta c’è una corte che verso l’esterno era chiusa da una saracinesca azionata dall’alto in una camera di manovra posizionata sul fornice, mentre verso l’interno una seconda chiusura doveva essere a doppio battente. Nel 1955 si è conclusa anche la ricostruzione delle due torri laterali.

PORTA TAMMARO

PORTA TAMMARO

La Porta Tammaro è posta lungo il lato nord-est della cinta muraria di fronte alla piana bagnata dal fiume Tammaro. Come le altre porte è concepita come arco trionfale, ad un unico fornice, con corte di sicurezza interna, controporta a doppio battente, ed affiancata da due torri circolari. La Porta è posta in direzione della villa senatoria dei Nerazi a San Giuliano del Sannio e, proseguendo, della Apulia. 

Delle due torri circolari che in origine la fiancheggiavano resta solo un breve spezzone della metà della torre di nord-ovest, rivolta verso la campagna. Quasi niente resta della corte di sicurezza, alle spalle del fornice, e neppure della decorazione del prospetto esterno e della iscrizione commemorativa. Brevi tratti di muratura originale risultano parzialmente inglobati all'interno di alcune case di abitazione moderne, costruite a ridosso della porta.

PORTA BENEVENTO

PORTA BENEVENTO

La Porta Benevento,  a guardia dell'altra estremità del decumano, sul lato sud-est, è posta sul lato sud-est della cinta muraria, in direzione di Benevento. Come le altre porte è concepita come arco trionfale, ad un unico fornice, con corte di sicurezza interna, controporta a doppio battente, ed affiancata da due torri circolari.

Porta Benevento è stata oggetto di numerosi interventi di scavo negli anni 1954-1955 e di restauro nel 1972: la muratura originaria è stata restaurata e consolidata, ricollocando nella posizione originaria gli elementi antichi recuperati. 

Della torre nord resta la metà rivolta verso la campagna, quella meridionale presenta una caratteristica, perchè non è edificata come le altre torri in opera reticolata, ma in blocchetti disposti su piani orizzontali. L’esterno dell’arco conserva cinque cunei originali e la chiave di volta raffigura una divinità maschile con elmo, probabilmente Marte.

PORTA TERRAVECCHIA

PORTA TERRAVECCHIA

La Porta Terravecchia, a guardia del cardo cittadino, si apre quasi al centro del lato sud-ovest della cinta muraria, verso il Matese. Come le altre porte è concepita come arco trionfale, ad un unico fornice, con corte di sicurezza interna, controporta a doppio battente, ed affiancata da due torri circolari.

Porta Terravecchia ed è rivolta ai monti del Matese, da cui, attraverso l'importante passo della Crocella, era possibile arrivare in Campania. Di essa non c’è più traccia della torre est, mentre restano pochi spezzoni di muratura della torre opposta. 

Manca anche ogni traccia della rampa di accesso al cammino di guardia ed alla camera di manovra della saracinesca. Restano brevi tratti di muratura della corte di sicurezza. Non resta traccia dell’arco, della iscrizione commemorativa e delle due statue dei prigionieri barbari. Probabilmente invece fa parte dell'arco il concio rinvenuto nelle vicinanze della porta con il rilievo di una divinità femminile, forse Venere, attualmente conservato nel Museo documentario di Altilia.

LE TERME

LE TERME presso Porta Bojano

Dalla sommità di Porta Bojano, resa oggi accessibile da una scalinata, è possibile ammirare la maggior parte della città. A ridosso delle mura presso questa porta si trova una delle tre terme rinvenute fino ad ora nella città, per ora scavate solo in parte.

E' ancora visibile la bocca del forno, le suspensurae, cioè le colonnine su cui posava il pavimento al di sotto del quale circolava l’aria calda, i tubuli, cioè i mattoni forati applicati alle pareti per la stessa circolazione. Due delle vasche hanno una parete absidata.

Se ne individuano una grande sala interna, degli ambienti laterali, una zona aperta sul portico ed una serie di vani quadrati e rettangolari.

Oltre a queste terme, ne sono state identificate altre due: una, lungo il tratto di mura che va da Porta Terravecchia a Porta Benevento, purtroppo inglobata in un casale rurale, con suspensurae ancora visibiliu, e un’altra del II sec. d.c., posta lungo il decumano, a ridosso del lato interno della cinta muraria e affacciante sulla piazza con un porticato, anch’essa caratterizzata da ambienti a pareti curvilinee.
Di quest'ultima si è individuata una serie di ambienti con varie destinazioni: vani absidati, un praefurnium, vasche disposte in stretta successione per bagni in acque a temperature diverse.

Funzionale a questo è probabilmente il castellum aquae di piccole dimensioni, individuato a ridosso dei bracci che chiudono la corte di Porta Boiano.



EDIFICI lungo il decumano da Porta Bojano al foro

Il decumano conserva il lastricato originario in quasi tutta la lunghezza; è fiancheggiato da crepidines (marciapiedi) soprelevate rispetto al piano stradale, di cui alcuni blocchi hanno i sesti delle colonne che sorreggevano un portico.

Su questo si affacciavano le botteghe situate sulla strada, mentre le abitazioni erano poste sul retro.

Man mano che ci si avvicina al foro si infittiscono gli edifici monumentali a carattere pubblico.

Un edificio di culto, a pianta quadrata, preceduto da un atrio con due pilastri, era probabilmente adibito al culto imperiale, seguito dal macellum, una struttura complessa destinata alla vendita di generi alimentari, con pianta trapezoidale e una serie di botteghe lungo i margini, due delle quali affacciano sul decumano.

Altre invece aprono sulla parte centrale della struttura, che è a pianta esagonale ed ospita al centro una macina per frantoio che funge da vasca.

LA BASILICA

LA BASILICA

La basilica forense, ossia il luogo dove si amministrava la giustizia, è l’edificio pubblico più importante su questo lato del decumano, in posizione angolare in modo da affacciare con il lato corto sul decumano, con quello lungo sul cardo e sul foro.

La basilica, posta all’incrocio fra cardo e decumano, chiudeva il lato nord-ovest del foro con una pianta rettangolare di m. 31,60 x 20,40, divisa al suo interno da un peristilio di venti colonne a fusto liscio, quattro sui lati brevi ed otto sui lati lunghi, sormontati da capitelli di stile ionico.

Il peristilio, di venti colonne a fusto liscio, sormontate da capitelli ionici, che sostenevano un corpo sopraelevato, era a pianta rettangolare. Di esso è scomparsa ogni traccia pavimentazione in quanto asportata, anch'esso a pianta rettangolare di m. 19,50 x 9,00, è circondato da un recinto largo m. 3,60.

La basilica era uno degli edifici pubblici preminente in ogni foro, perchè qui si amministrava la giustizia, le pratiche commerciali e pure le attività religiose del culto dell’imperatore. Esso costituiva il salotto della città, un luogo di sosta e di incontro, frequentato da patrizi e plebei. Esso costituiva anche il centro delle notizie e dei pettegolezzi, una specie di giornale vivente.

Vi si accedeva dalla piazza mediante tre ingressi; un quarto ingresso apriva sul decumano. con il principale che incorporava un bacino di fontana a pianta rettangolare. L’edificio comunica internamente con un’aula absidata che è preceduta dal tribunal columnatum, la tribuna utilizzata dai magistrati locali.

Una serie di testimonianze epigrafiche, hanno consentito la ricostruzione della storia della basilica, soprattutto una grossa epigrafe di oltre tre metri di lunghezza, dell’80 d.c. che rammenta l'elergizione munifica di Marcus Hirrius Fronto Neratius Pansa, e che doveva trovarsi al di sopra dell’entrata principale della basilica. 

Il prestigioso membro della gens Neratia, senatore di Roma, evidentemente finanziò il restauro della basilica e di altri edifici pubblici danneggiati dal terremoto del 50 d.c. Numerose altre iscrizioni risalgono alla metà del IV secolo d.c. quando Saepinum divenne capoluogo della Provincia Samnii, interessata da grossi interventi statali promossi dal governatore della regione, Fabio Massimo.
L’unica testimonianza epigrafica conservata all'interno dell’edificio è posta sui blocchi squadrati del lato nord occidentale della basilica:
L(ucius) Naevius N(umeri) f(ilius) Pansa II vir quiq(uennalis)

Questo edificio fu costruito dunque a cura di Nevio Pansa verso la fine del I sec. d.c.; danneggiata gravemente dal terremoto che colpì il Sannio nel 346 d.c., fu ristrutturata da Fabio Massimo, governatore della provincia, e dal suo successore Flavio Uranio intorno alla metà del IV secolo d.c.

La basilica verso la fine del IV-V sec. d.c. quando diventa luogo di culto cristiano, con l’aggiunta dell’abside e dei due ambienti simmetrici nell’aula laterale.

PARTE DEL FORO

IL FORO

Di età augustea e di forma trapezoidale, è situato all’incrocio tra cardo e decumano non ortogonali tra loro. E' lastricato con grosse lastre di pietra calcarea disposte su 82 filari ed è circondato da un canale, l’euripo, anch’esso in calcare, che convoglia le acque smaltendole nella rete fognaria.

Esso copre un'area di  circa m² 1.412, un tempo era circondato dagli edifici pubblici, oggi completamente spoglio per il lavoro di distruzione a lungo operato nei secoli. I lati corti, della piazza, paralleli al cardo, misurano a nord-ovest m. 29,56 e a sud-est m. 23,25, mentre i lati lunghi del trapezio misurano a nord–est, allineato al decumano, m. 53,90 e a sud-ovest  m. 53,13. La piazza è lastricata a basolato di lastre di calcare disposte in piano su 82 filari paralleli. 

Al centro della piazza, ricavata sul lastricato e orientata per una lettura dal cardo, si trova un’iscrizione che ricorda i magistrati che sostennero a loro ì spese la pavimentazione del foro.

L’iscrizione si snoda su un'unica linea di pietre, per una lunghezza di m. 17,80. Di uno dei magistrati è rimasto il nome, tale Caio Papio Faber, di evidente origine sannita. 

Un'altra iscrizione riporta una dedica all'imperatore Augusto divinizzato, quindi morto, per cui la lastricatura del foro è  successiva al 14 d.c., quando la città beneficiava ancora del suo rilancio in qualità di "municipium" romano. Dei numerosi monumenti onorari che dovevano trovarsi nella piazza restano quattro basamenti presso l’angolo sud-orientale.

Lungo il lato sud-occidentale del foro si nota un importante edificio degli inizi del II sec. d.c., sopravanzato da un arco di cui restano in situ gli elementi di base dei piedritti, sul cui attico era posta l’iscrizione che ricorda il finanziatore dell’intero complesso L.Neratius Priscus. Sul lato corto ad est si aprono alcuni ambienti con pavimentazione in mosaico e opus sctile utilizzati probabilmente come sedi di corporazioni.

Lungo il lato nord-orientale del foro si trovano invece la curia a pianta rettangolare e il comizio, a pianta trapezoidale e pronao a pilastri. Sul foro affacciano importanti edifici pubblici: la curia, il comizio, e un grande arco onorario, del quale sono sopravvissuti numerosi blocchi dell’alzato e dell’iscrizione che lo coronava: il destinatario era personaggio di origini sepinati, Lucio Nerazio Prisco, illustre giureconsulto, consigliere degli imperatori Traiano ed Adriano.

Di altri monumenti e statue onorarie restano solo le basi. Affaccia sul foro anche una delle fontane monumentali che si trovavano in città; è quella cosiddetta del Grifo, per via di un grifo scolpito a bassorilievo sulla lastra della fontana; un'iscrizione incisa ricorda che fu eseguita per volontà ed a spese di due magistrati municipali, Ennio Marso e Ennio Gallo.

LA STRADA ROMANA

LA FONTANA DEL GRIFO

La fontana del Grifo appartiene al 2 a.c.- 4 d.c. e il suo nome proviene dall’immagine a rilievo di un grifo, reso di profilo, accucciato sulle zampe posteriori.
Esisteva una seconda fontana decorata da un mascherone barbato, con attributi ferini e con la fronte cinta da una benda. Entrambe le decorazioni rimandano al mondo dei giochi e degli spettacoli teatrali.



EDIFICI lungo il decumano tra il foro e Porta Benevento

Sempre sul fronte della strada, dopo la fontana del Grifo, c'è una fabrica, un mulino con un canale stretto ed allungato in cui confluiva l’acqua necessaria per muovere le mole.

Più avanti, ma arretrata sul decumano, è un altro laboratorio di cui sono visibili i grossi recipienti a cono capovolto, interrati in parte e con pareti ottenute con file di mattoncini. Vi è stata riconosciuta una conceria. Nell’edilizia privata le case hanno un impianto di tipo pompeiano, con impluvi e atrii.

Un quartiere di abitazioni di età augustea, utilizzato fino al V sec. d.c. è ubicato lungo il decumano nel tratto compreso tra il foro e porta Benevento. Si tratta di una serie continua di ambienti impiantati secondo uno schema a maglia ortogonale, con botteghe affacciate sul decumano e vani abitativi posti sul retro.

Il sito è a ridosso di un incrocio fra due percorsi: uno che dal fiume Tammaro sale verso le alture del Matese e l’altro che corre parallelamente al Massiccio del Matese e costituisce un tratturo percorso anticamente da animali allo stato brado nelle loro transumanze stagionali.

Gli altri edifici sono destinati ad attività di tipo industriale; si segnala in particolare la presenza di cinque recipienti in terracotta interrati e collegati tra loro con piccoli canali che posso essere interpretati come recipienti per la decantazione e la conservazione dell’olio, o come vasche per la tintura delle stoffe, ad attestare la presenza di un frantoio o di una conceria.



IL MACELLUM

Il macellum è l’edificio destinato al mercato; ha un accesso rialzato rispetto al livello stradale, a cui è collegato da un passaggio pedonale, e limitato da una zona di rispetto lastricata. Ha pianta trapezoidale, con ambiente centrale a pianta esagonale pavimentato con tessere irregolari di calcare. I vani posti lateralmente sono botteghe di forma trapezoidale e rettangolare.

Al centro si trova un bacino esagonale realizzato nel I secolo d.c. per volere di un augustale M.Annius Phoebus. L’edificio di culto ha pianta quadrata e pronao trapezoidale. Al muro di fondo si addossa un bancone rivestito di lastre marmoree policrome, su cui probabilmente erano poste le immagini di culto. Nella pavimentazione del pronao è scavata invece una vaschetta quadrata rivestita di marmi policromi, da cui parte una canaletta coperta in direzione del decumano.

IL TEATRO

IL TEATRO


Il teatro, di età giulio-claudia e posto nella zona nord del municipio, è l'edificio meglio conservato di Saepinum, poteva contenere circa 3000 persone e presenta un diametro di m. 61,50 per un altro diametro di m. 53. Venne edificato in pietra calcarea locale, con i muri portanti in opera cementizia, rivestiti di un paramento a blocchetti disposti su linee parallele. 

Ai lati della cavea vi sono i due ingressi del teatro, quattro massicci pilastri per parte, alti circa m. 2,20, cui sono sovrapposte grosse arcate a tutto sesto, e si poteva accedere alla orchestra attraverso due corridoi laterali (párodoi) parzialmente coperti da una volta a botte.

Mentre orchestra ed ima cavea poggiano su una gettata cementizia sopra al terreno, la media cavea e la summa cavea (oggi distrutta) poggiano invece sulla struttura portante di due muri concentrici coperti da volte cementizie. Per accedere alla media ed alla summa cavea gli spettatori utilizzavano i "vomitoria", dei corridoi laterali coperti, che salivano dall'ambulacro interno del teatro direttamente alle gradinate.

Una parte della scena è ancora oggi occupata da un edificio rurale di m. 16,20 x 7,60 adibito a museo, della summa cavea restano soltanto pochi avanzi della muratura di sostruzione, essendo stata completamente ricoperta da una cortina di edifici. Molti teatri furono sommersi dagli edifici quando il cristianesimo proibì l'uso dei teatri in quanto fornivano spettacoli peccaminosi.

La cavea era divisa almeno in tre sezioni corrispondenti all’ima, media e summa cavea separate dalle praecinsiones, corridoi semicircolari che facilitavano il raggiungimento dei sedili da parte degli spettatori. Radialmente l’intera cavea è ripartita in 4 settori separati da 5 file di gradini di collegamento (klimates).

Del teatro si conservano oggi:

- il piano dell'orchestra di m. 8,50, pavimentato a lastre rettangolari di dimensioni variabili,
- le quattro gradinate dell’ima cavea
- le prime tre gradinate della media cavea,
- dell'ima cavea si conservano nove ordini di gradini
- il piano lastricato dell’orchestra,
- il corridoio semicircolare (praecinctio), largo m. 1,20 e pavimentato in pietra,
- parte del lungo corridoio di separazione dalla media cavea.
- il parapetto semicircolare (balteus), alto un metro e costituito da blocchi verticali accostati, posto alle spalle dell’ultima gradinata.



Sotto le gradinate correvano due ambulacri semianulari, intercomunicanti attraverso tre porte.
L’ambulacro più interno è in gran parte distrutto: alcune strutture di esso sono state utilizzate come base delle costruzioni sovrapposte.

L’ambulacro esterno, invece, è ben conservato. Su di esso, coperto all’origine e sovrastato da una parte della summa cavea, si innestano tre accessi: due corrispondenti ai poderosi tetrapili che consentono di accedere anche al piano dell’ima cavea dell’orchestra, il terzo in corrispondenza di un varco nella cinta muraria, una porta per consentire un facile accesso agli spettacoli teatrali dagli abitanti della campagna.

Sulla sommità della cavea come coronamento doveva esserci un tempietto a pianta circolare come attestato da numerosi blocchi ad andamento curvilineo. Il teatro poteva contenere 3000 spettatori.

 Il complesso campus-piscina-porticus è progettato contemporaneamente al teatro e comprende:
- uno spazio in cui avvenivano le esercitazioni ginniche e i giochi dei gladiatori;
- un portico ad U che ospitava gli spettatori del teatro durante gli intervalli ed in caso di maltempo
- un giardino in cui fu sistemata in epoca tardo imperiale una fontana realizzata con materiale di recupero.
Il teatro presenta una ben congegnata rete di canali che convogliano l’acqua piovana nell'euripo. Un sipario (aulaeum) azionato da un sistema di funi posto sulla sommità della scena è testimoniato dalla presenza di pozzetti rettangolari dove si alloggiavano le apparecchiature di sollevamento. Un velarium, per riparare gli spettatori dalla pioggia o dalla calura, era posto era posto alla sommità del teatro a coprire la cavea in parte o totalmente.
Sono in esplorazione, sulla base di una iscrizione epigrafica, un campus, una piscina ed una porticus, posti alle spalle dell’edificio teatrale. Il testo dell'iscrizione è:
Herennius M(arci) f(ilius) Obellianus (ca)mpum piscinam porticum s(ua) p(ecunia) f(ecit).
Erennio Obelliano, figlio di Marco, fece a sue spese il campo, la piscina ed il portico.




IL TEMPIO

L’edificio di culto appartiene al I sec. d.c.

Esso ha pianta quadrata e pronao trapezoidale.

Al muro di fondo si addossa un bancone rivestito di lastre marmoree policrome, su cui probabilmente erano poste le immagini di culto.

Nella pavimentazione del pronao è scavata invece una vaschetta quadrata rivestita di marmi policromi, da cui parte una canaletta coperta in direzione del decumano.

In effetti il tempio si affaccia direttamente sul decumano e presenta un colonnato di sei colonne squadrate.

l tempio era dedicato forse a Giove Ottimo Massimo con un podio, a cui si accedeva attraverso una rampa.

Per la sua costruzione si procedette ad una colmata artificiale che ricoprì gli edifici precedenti: una fullonica, attiva fino alla fine del II sec. a.c. e la successiva abitazione.

Al lato dello stesso tempio si trova un edificio probabilmente destinato a sede di culto imperiale, del III-IV sec. d.c., a pianta quadrata e fronte caratterizzata da un colonnato.



CASA DELL'IMPLUVIO SANNITICO

La Casa dell’impluvio sannitico è un’abitazione, probabilmente a due piani, di età romana con una serie di ambienti che si aprono su un cortile centrale ed un corridoio d’ingresso preceduto da un portico ed affiancato da due botteghe.

Il nome deriva dal ritrovamento di un impluvium di terracotta, della fine del II secolo a.c., realizzato con mattonelle romboidali e cornici modanate con incise alcune lettere in osco.



CASTELLUM

Il castellum aquae di Sepino è di piccole dimensioni, individuato a ridosso dei bracci che chiudono la corte di Porta Boiano.



LA NECROPOLI

Come nel resto nelle città romane dell’impero, anche a Sepino le necropoli si distribuiscono lungo le strade immediatamente al di fuori della città.  La necropoli romana posta aldifuori della porta mostra i resti di un insediamento medievale (XIV secolo d.c.) che ha riutilizzato il materiale della necropoli.

Le necropoli individuate sono al di fuori di Porta Boiano e di Porta Benevento, lungo tutto il tratturo. Si segnalano i monumenti funerari di Publius Numisius Ligus della prima metà del I sec. d.c. e di Caius Ennius Marsus di età augustea.
Il mausoleo dei Numisi, il cui titolare era Publio Numisio Ligo, aveva forma parallelepipeda su pianta quadrata, con cornice superiore coronata da palmette agli angoli.

Dalla parte opposta, fuori Porta Benevento, è l’altro grande mausoleo, quello dei Marsi, di proprietà di Ennio Marso (lo stesso personaggio che fece costruire la fontana del Grifo). Ha una zoccolatura a pianta quadrata ornata ai quattro angoli da leoni a tutto tondo, con tamburo cilindrico che si eleva su questa base. L’iscrizione ricorda il proprietario in tutte le sue cariche e mostra le insegne del potere: i fasci e la sella curule.





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