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GAIANUM


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Il Gaianum era un'area del Transtiberim (Trastevere) nell'antica Roma, uno spazio aperto nella Regione XIV (Reg. Cat .; Hemerol. Filoc. Ad V Kal. April., CIL I2 p314), a circa 300 m a nord-ovest del Mausoleo di Adriano, a sud della naumachia Vaticana (che si pensa sia stata costruita da Traiano) e ad est della via Triumphalis.

Lo storico Cassio Dio dice fosse il luogo dove Caligola amava assistere alle corse dei cavalli (Cass. Dio LIX.14). Caligola, comunemente noto anche nelle fonti antiche come Gaio, usava il Gaianum, che evidentemente da lui prese il nome, per le esercitazioni delle corse dei cavalli e dei carri. Dalle iscrizioni trovate nelle vicinanze  sembra che fosse circondato da statue di aurighi di successo. 

Per le iscrizioni si veda CIL VI.10052‑4, 10057‑8, 10067, 33937, 33953; BC 1902, 177‑185; per le statue degli auriga si veda HJ 662; DAP 2.viii .355-60; BC 1896, 248-9.

In effetti nella zona sono state trovate numerose statue della vittoria, ma sembra che siano state installate originariamente al Circo di Gaio e Nerone. Il Gaianum era probabilmente solo una pista, e non un edificio circense. 

Il Calendario di Filocalus (354 d.c.) elenca un Initium Caiani (la cerimonia di iniziazione ai misteri di Attis) il 28 marzo, a conclusione di un festival religioso di epoca imperiale per la Dea Cibele e suo figlio Attis che aveva avuto inizio il 22 marzo. 4-10.
I cataloghi regionali collegano il Gaianum al Phrygianum, un santuario della Magna Mater sul colle Vaticano. nella localitå che oggi comprende parte della Piazza di San Pietro, l'Arco delle Campane, la piazza dei Protomartiri e il Camposanto Teutonico. Le are qui contenute presentano rilievi e quasi sempre iscrizioni votive, o latine o greche, tutte sono del IV secolo d.c. ma altri documenti attestano l'esistenza di un Phrygianum in Vaticano in tempi assai più remoti.
Alcuni studiosi ritengono invece che il 28 marzo si sia tenuto un rito di iniziazione in relazione al culto, con il Gaianum che sostituì il Phrygianum quando fu reso inaccessibile dalla costruzione dell'inizio di San Pietro all'inizio del IV secolo.

Il 28 marzo era anche la data dell'ingresso (initium) di Caligola a Roma nel 37 d.c., quando fu acclamato come princeps, e la festa potrebbe avere origine da lui, senza alcun rapporto con il culto di Cibele. Cosa molto probabile visto il carattere molto autoreferenziale di Caligola.

STATUA EQUESTRE FORSE DI CALIGOLA E DI INCITATUS - BRITISH MUSEUM

IL CAVALLO DI CALIGOLA

Si sa che Gaio Giulio Cesare Germanico, soprannominato Caligola per la sua consuetudine a calzare caligae (calzature militari), fu un grande appassionato di cavalli, e si sa che fosse molto attaccato al suo cavallo di nome Incitatus. Caligola non fu di certo un buon princeps, ma di lui fu raccontato anche troppo, perchè molte storie erano inventate, soprattutto dagli storici cristiani che dovevano far apparire gli imperatori romani come demoni.

Tra queste favole c'è quella che avesse nominato senatore il suo cavallo, ma è senza fondamento. Le fonti che ne scrivono, e cioè Svetonio e Cassio Dione, ne parlano in modo molto diverso. Caligola era un appassionato delle corse coi carri nel circo, dove si sfidavano quattro fazioni: i Verdi, i Rossi, gli Azzurri e i Bianchi. L'imperatore era grande sostenitore dei Verdi e spesso si fermava a cena nei locali accanto alle stalle a conversare con gli auriga. 

Ovviamente aveva cavalli di sua proprietà che partecipavano alle gare, e che faceva allenare in una zona del colle Vaticano chiamata appunto Gaianum. Qui si allenava anche il suo cavallo più amato. Egli amava molto gli equini, al punto da invitare a pranzo uno di essi, appunto il suo cavallo preferito, a cui aveva dato il nome di Incitatus. Durante il pranzo, come narra Cassio Dione (Storia Romana, 14, 7) “gli offriva chicchi di orzo dorato e brindava alla sua salute in coppe d’oro“.

Secondo Svetonio (Vita di Caligola, LV), per evitare che Incitatus “venisse disturbato alla vigilia di una corsa, imponeva ai vicini di stare zitti a mezzo di soldati, inoltre aveva fatto costruire per il suo cavallo una scuderia in marmo e una mangiatoia d’avorio, e gli regalò gualdrappe di porpora e finimenti ingemmati, e persino una casa arredata e dei servi, per ricevere con maggiore dignità le persone che l'imperatore invitava per glorificare il suo cavallo. Si dice che volesse persino nominarlo console“. Quindi non lo nominò console ma disse per sfregio ai consoli e quindi ai senatori che avrebbe voluto farlo.

Così lo riporta Cassio Dione: “Giurava inoltre in nome della salvezza e della sorte di Incitatus ed aveva anche promesso che lo avrebbe designato console, cosa che avrebbe sicuramente fatto, se fosse vissuto più a lungo” Ma questa è un'illazione.
(Dione Cassio - LIX, 14, 7).

Sembra però che avanzando la sua follia, quando nel 40 d.c. iniziò ad attribuirsi un rango divino, riferendosi a Giove come suo fratello, progettò un tempio dedicato a se stesso sul Palatino ed istituì un nuovo collegio sacerdotale preposto al suo culto. Nominò come suoi sacerdoti sua moglie Cesonia, suo zio Claudio e altri ricchi patrizi disposti o costretti a pagare dieci milioni di sesterzi per tale carica. Arrivò al punto di nominare sacerdote del culto anche il suo cavallo preferito: Incitatus, Dunque sacerdote ma non console.

(Cassio Dione LIX, 28, 6).


BIBLIO

- Cassio Dione - Storia romana - a cura di Alessandro Stroppa - 5 volumi - BUR - Milano - 1995 -
- Anthony A. Barrett - Caligola - L'ambiguità di un tiranno - Oscar Storia - Milano - Mondadori - 1993 -
- Cassio Dione - Geoffrey S. Sumi - Ceremony and Power: Performing Politics in Rome between Republic and Empire - University of Michigan Press - 2005 -
- Alison Futrell - The Roman Games: A Sourcebook - Blackwell - 2006 -
- CIL 6.2028e - Suetonius, Caligula 14.1 - as cited by Richardson - New Topographical Dictionary -


NAUMACHIA DI AUGUSTO - NAUMACHIA AUGUSTI


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Le naumachie erano dei grandi bacini attrezzati per rappresentare le battaglie navali dove si rievocavano le grandi vittorie del passato, il che non solo divertiva gli spettatori ma li inorgogliva per essere romani provocando un attaccamento sempre maggiore alla patria.

I naumacharii, cioè gli attori combattenti, erano  nemici caduti schiavi, o gente assoldata al momento in cerca di notorietà e fortuna (nella naumachia si era molto visibili), o marinai pagati, o criminali condannati a morte cui veniva risparmiata la vita se dimostravano abilità e coraggio.

Questi dovevano guerreggiare indossando le armature del paese rappresentato, incitati alla lotta dai pretoriani e dalla folla sugli spalti. Questi spettacoli erano chiamati navalia proelia, battaglie navali, mentre il termine greco naumachia, più comune, indicava sia lo spettacolo sia il sito che le ospitava.

Questi spettacoli, ideati e rappresentati a Roma, solo raramente furono eseguiti altrove, in quanto costosissimi, poiché le navi erano autentiche, e manovravano come vere navi in battaglia, rovinandosi tra loro o addirittura affondando.

In origine i giochi erano gestiti dai sacerdoti per questioni di culto e duravano, come le famose corse dei cavalli, solo un giorno. Dai 77 giorni di ludi proclamati ufficiali tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero si arrivò nel quarto secolo a ben 177 giorni all’anno dedicati agli spettacoli.

Le naumachie spesso riproducevano famose battaglie storiche, come quella dei Greci che vinsero i Persiani a Salamina, ma passarono presto a rappresentare le vittorie di Roma, ormai padrona del Mediterraneo.

I naumachiarii (combattenti nella naumachia), e non come spesso si crede i gladiatori, salutavano  prima della battaglia l'imperatore con una frase famosa: "Ave Caesar, morituri te salutant." Almeno così salutarono l'imperatore Claudio che non desiderando il massacro di tutti fece un cenno di negazione che fu però interpretato come una grazia dal combattimento. Claudio si infuriò, gli uomini combatterono, parecchi morirono, la folla andò in visibilio e tutti i sopravvissuti vennero graziati. Poiché era andata bene la frase venne ripetuta.

NAUMACHIA DEL COLOSSEO

LA  I  NAUMACHIA

La prima naumachia si tenne a Roma in un bacino temporaneo scavato nel Campo Marzio, e fu finanziata da Cesare nel 46 a.c. per celebrare il suo trionfo. Ebbe tanto successo che Augusto organizzò le naumachie nei Septa, un ampio complesso con uno spazio aperto di 300 x 120 metri, circondato da portici e arricchito da opere d'arte prese dai paesi conquistati. 

Augusto voleva celebrare la potenza della flotta romana, soprattutto la sua vittoria navale di Azio, dove Agrippa, suo genero, era stato l'ammiraglio della flotta. Per la prima volta dai tempi di Caio Duilio, vincitore contro Cartagine, un ammiraglio era stato più celebrato di un generale delle armate di terra. L’orgoglio dei romani per la loro marina militare si rifletteva negli spettacoli delle battaglie navali.
 

IL COLOSSEO

Il Colosseo poteva offrire lo spettacolo di naumachia quando la scena veniva inondata da un sistema ingegnoso d’irrigazione, ma sembra sia stato usato poche volte, dopodiché venne usato solo come anfiteatro, poiché "erano necessari molti preparativi per rendere l'arena stagna e riempirla ad una altezza sufficiente (1,5 m) per potervi far galleggiare le navi".


IL VATICANO

Un'altra Naumachia famosa era costruita nella valle del Vaticano. Fu edificata da Domiziano all'interno degli Horti di Agrippinae, all'inizio per uso privato e poi per uso pubblico, a ovest del Mausoleo di Adriano. Era rettangolare con due lati lunghi e uno breve curvo. Pirro Ligorio ne riportò un disegno nel suo libro "Antiquae Urbis Image" del 1561. Poi fu usato per piantarvi una vigna e alla fine scomparve.

NAUMACHIA DI AUGUSTO (by Jean Claude Golvin)

LA NAUMACHIA DI AUGUSTO

La naumachia d'Augusto (naumachia Augusti) è conosciuta dalle Res Gestæ. Il bacino fu edificato nel 42 a.c., per celebrare la dedicazione del tempio di Marte Ultore, dove si rappresentò la battaglia di Salamina. Augusto medesimo indica che il bacino misurava 1800 piedi romani su 1200 (circa 533 x 355 m) e Plinio aggiunge che al centro del bacino, probabilmente ovale, si trovava un'isola collegata all'argine con un ponte.

Il bacino era rifornito dall'acquedotto dell'Aqua Alsietina, acquedotto sotterraneo costruito nel 2 a.c. che assicurava l’alimentazione di acqua, passando sotto le costruzioni, appositamente costruito da Augusto per la sua alimentazione, con una capacità di 180 litri di acqua al secondo, per un ammontare di circa 200.000  utili per riempire in 15 giorni la naumachia. Il bacino doveva avere una profondità di circa 1,5 m, quella minima per permettere alle navi di galleggiare, e pertanto una capacità giustappunto di circa 200.000 .

Era un acquedotto lungo 22.000 passi, creato appositamente per portare l'acqua alla Naumachia di Augusto dal lago di Martignano (vicino al lago di Bracciano) con un percorso di 33 km.
Un canale navigabile permetteva l'accesso alle navi provenienti dal Tevere, oltrepassato da un ponte mobile (pons naumachiarius).

I romani erano impazziti per la naumachia di Cesare, pertanto Augusto, che copiava il padre adottivo in tutto e per tutto, organizzò altre naumachie nei Septa, un complesso monumentale con uno spazio aperto di 300 x 120 m, circondato da portici e arricchito da opere d'arte provenienti dai paesi conquistati. 

LOCAZIONE DEL BACINO
Augusto celebrava così la flotta romana, poiché egli stesso aveva conquistato il potere e sgominato i suoi nemici attraverso la vittoria navale di Azio, ove il suo genero Agrippa, costruttore del Pantheon, era stato l'ammiraglio della flotta. Si suppone che la stessa battaglia sia stata poi rievocata a beneficio dei romani e del suo imperator.

Come riportò nelle Res Gestæ, fece scavare sulla riva destra del Tevere, nel luogo denominato "bosco dei cesari" (nemus Caesarum), un bacino dove s'affrontarono 3000 uomini, senza contare i rematori, su 30 navi, e altre unità più piccole. 

Considerando le dimensioni del bacino e quelle d'una trireme (35 x 4,90 m circa), la trentina di vascelli utilizzati non dovevano avere molto margine di manovra.

In più l'equipaggio d'una trireme romana era di circa 170 rematori e tra i 50 o 60 soldati imbarcati, per cui occorrevano molti più combattenti d'una vera flotta. Lo spettacolo non consentiva evoluzioni ai vascelli, ma era basato sulla presenza scenica degli stessi nei grandi bacini e sui combattimenti corpo a corpo.

La sua naumachia riprodusse fedelmente quella di Cesare, cioè la battaglia di Salamina.

In questa immensa conca le navi di guerra romane si affrontavano in battaglie sanguinose. Tutto attorno accoglievano le folle numerose gradinate, di cui si è creduto riconoscere qualche avanzo nei pressi della chiesa di S. Cosimato. Nel centro c'era il lungo molo per gli ormeggi. Il tutto con un imponente servizio di guardia per evitare che i ladri approfittassero dell’assenza dei romani per compiere saccheggi nelle loro case.



DOPO AUGUSTO

Risulta che il ponte mobile Naumachiarius venne restaurato da Tiberius dopo un incendio e vi si tennero spettacoli sotto gli imperatori Nerone e Tito.  Più tardi, anche Domiziano costruì una naumachia, ma il luogo preciso è ancora oggetto di dibattito.

La naumachia Augusti è menzionata ancora nel 95 d.c. (Stat. Silv. IV.4.5), poi cadde in disuso, si che al tempo di Alessandro Severo ne restavano solo alcune parti. (Cass. Dio LV.10). Secondo alcune fonti questa naumachia sarebbe sparita all’inizio del II secolo.


BIBLIO

- L. Quilici, S. Quilici Gigli - Architettura e pianificazione urbana nell'Italia antica - L'Erma di Bretschneider - 1997 -
- A. M. Liberati - Naumachia Augusti - ed. E. Steinby - Lexicon topographicum urbis Romae - 1996 -
- Anna Maria Liberati - Naumachia Caesaris - a cura di Eva Margareta Steinby - Lexicon Topographicum Urbis Romae - Roma - 1993 -



TRIGARIUM


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TRIGARIUM
Il Trigarium era uno spazio aperto posto a sud dell'ansa del Tevere, vicino al Mausoleo di Adriano, che venne usato all'inizio come terreno di allenamento alle gare equestri. Esso era posto nella parte nord-ovest del Campo Marzio, così chiamato dal nome della triga, un carro a tre cavalli. In realtà le corse con la triga erano inusuali, in quanto tre cavalli erano difficili da gestire per qualsiasi auriga, ma allenarcisi era ottimo per passare poi alle bighe.

Nelle gare si usavano le bighe, a due cavalli, e talvolta le quadrighe ma quasi esclusivamente per spettacoli di parata che non per corse tra quadrigae (quadrighe). Le sfide classiche erano tra le bighe, ma talvolta per allenarsi gli auriga si cimentavano da soli nella corsa con le trighe.  Dionigi di Alicarnasso cita corse di trighe sotto Augusto, corse che sono registrate anche in iscrizioni relative a periodi più tardi..Il primo riferimento al Trigarium data al periodo dell'imperatore Claudio, ma non ne conosciamo le origini.

Si pensa che il Trigarium facesse parte di un terreno più ampio, un vasto spazio pubblico destinato al pascolo dei cavalli e all'addestramento militare dei giovani, che era l'uso originario del Campo Marzio, che si chiamava così proprio perchè i soldati si esercitavano nell'arte della guerra protetta dal Dio Marte. Palmer ipotizza che il sito fu utilizzato per tre tipi di corse. Questo enorme spazio conteneva oltre al Trigarium, anche i Septa Trigaria e il Tarentum.

LA PRESUNTA POSIZIONE

ALLENAMENTO E LUDI

Sebbene il Trigario venisse usato come terreno di allenamento, talvolta ospitava realmente delle corse di bigae che servivano da introduzione all'October Equus, compiuto in Campo Marzio in onore del Dio Marte il 15 ottobre.

RAPPRESENTAZIONE DI DUE TRIGAE
Pertanto lo spazio dedicato all'allenamento si trasformò pian piano in un vero e proprio stadio e gli allevamenti divennero spettacoli. Alla fine della gara il cavallo guida della squadra vincente era sacrificato presso la località ad Nixas, un luogo posto appena a est del Trigarium, che era o un altare alle divinità della nascita (di nixi) o forse qualcosa denominato Ciconiae Nixae.

Alle cerimonie del cavallo di ottobre (October Equus), due quartieri si sfidavano in duelli incruenti per il possesso della testa del cavallo come trofeo per l'anno successivo e un atleta correva a perdifiato per portare la coda del cavallo alla Regia e, prima che si coagulasse, versare il suo sangue sul fuoco sacro di Roma.

In definitiva non si sa se le corse degli Equirria del 27 febbraio e del 14 marzo, festività anch'essa dedicata a Marte, e i ludi tarentini, che poi divennero i Ludi Saeculares si svolgessero al Trigarium oppure l'area servisse solo come campo di allenamento e preparazione per queste festività. 
Isidoro di Siviglia, nelle Etimologie, 18.26, scrive:
"Trigas diis inferis, quia is per tres aetates homines ad se rapit: id est per infantiam, iuventutem atque senectam"



SEPTA TRIGARIA

Nel vasto Campo marzio oltre al Trigarium c'era la Septa Trigaria che Publio Vittore, sulle regioni augustane, pone la nella IX Regio del Circus Flaminius. I Septa sing. septum). Le Septa erano uno spazio recintato all'inizio da tavole (e perciò si chiamarono anche ovili) e diviso in sezioni dove le tribù e le centurie si adunavano nei comizii per dare il suffragio. 
Scrisse Attico, il dì 30 settembre dell'anno 699 di Roma, che egli ed Oppio volevano fare di marmo e coprire i Septa nel Campo Marzio per i comizi tributi e cingerli con un portico magnifico che girasse 1000 passi e con questo edificio andare a raggiungere la Villa Publica.

ADE

TARENTUM

Il Trigarium non possedeva strutture permanenti proprio perchè addetto a svariati usi. Accanto ad esso infatti era collocato il Tarentum, l'altare sotterraneo dedicato a Dis Pater (equivalente di Plutone) e Proserpina (equivalenete di Persefone o Core). 

Dis aveva rapito Proserpina portandola nel mondo degli inferi per farne la sua sposa e regina. Nelle religioni misteriche, la coppia veniva talvolta rappresentata come il Sole e la Luna, e il carro di Plutone è trainato dai quattro cavalli come nelle quadrighe dei sovrani e degli Dei del Sole.

Pertanto anche l'altare era legato al mondo degli inferi con le festività romane dei Consualia, dell'equus Octrber e dei Ludi Taurii, mentre il Tarentum era legato ai ludi tarentini, e il Trigarium era legato alle gare ai giochi e alla religione. 

Isidoro di Siviglia narra che le gare del Trigarium si svolgevano in concomitanza con alcune festività religiose. La quadriga - riferisce Isidoro - rappresenta il sole e la biga la luna; la triga rappresenta gli Dei degli inferi, ma pure le tre età dell'uomo: infanzia, età adulta e vecchiaia.



HARPASTUM 

La sede della fazione degli aurighi professionisti era ubicata nelle vicinanze: il Trigarium si trovava appena a nordovest delle stalle e dell'edificio in cui era la sede delle squadre verde e blu.

GIOCO DELL'HARPASTUM
Un'area adiacente, in cui la gente giocava ad harpastum (gioco della palletta), ai giochi con il cerchio e alla lotta, era il sito in cui furono costruiti stadi temporanei di legno da Giulio Cesare e da Augusto fino a quello permanente dello Stadio di Domiziano.

Infatti Plinio il Vecchio utilizza la parola per indicare genericamente l'esercizio equestre: egli descrive un'acqua fortificata o una bevanda per lo sport, preparata con polvere di sterco di capra e aceto, che era bevuta da Nerone "quando voleva fortificarsi per il trigarium.". Plinio asserisce che i cavalli del suolo italico erano superiori agli altri per gli esercizi del trigarium.

L'ultimo riferimento al Trigarium risale alla seconda metà del IV secolo, dopodiché si suppone che anche le corse dei cavalli ebbero fine in una dolente decadenza generale delle arti, dei costumi e dei diritti umani insieme alla distruzione di tutto ciò che di monumentale poté essere distrutto.


BIBLIO

- Palmer - Studies of the Northern Campus Martius - Richardson - Topographical Dictionary -
- Robert E.A. Palmer - Studies of the Northern Campus Martius in Ancient Rome - American Philosophical Society - 1990 -
- Plinio, Naturalis Historia - 29.9. -
- Isidoro di Siviglia - Etimologie -
- John H. Humphrey - Roman Circuses: Arenas for Chariot Racing - University of California Press - 1986 -






CIRCO DI FLORA


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Il circo era sede di Ludi dedicati alla Dea (Florales o Florae o Floralia), fissati dal 28 aprile al 3 maggio. Erano feste antiche, che si dicevano celebrate per la prima volta nel 516 di Roma.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che negli Horti Sallustiani vi fosse un ippodromo e che qui si svolgessero i Floralia, le feste in onore di Flora, per altri ancora però sembra che le Floralia fossero celebrate non qui ma al Circo Massimo.

A Flora venne dunque dedicato non solo un tempio ma anche un circo le cui arcate, come si vede in foto, hanno fatto da sostruzioni a Palazzo Barberini a Roma. Entrambe le strutture sono citate nei Cataloghi regionari sul colle Quirinale, nella Regio VI presso il Capitolium Vetus.


ANTONIO NIBBY

"Che poi il Circo di Flora fosse ne' conturni di piazza Barberini, oltre i Regionarj Rufo e Vittore, che nella Regione VI del Quirinale, detta Alta Semita, il primo chiamandolo Circus Florae, l'altro Circus Floralis, lo dichiarano Fulvio e Donati, Antiquari moderni, ai tempi de' quali se ne vedevano le rovine.

Può inoltre dedursi la vicinanza del Campidoglio Vecchio al Circo di Flora, dall' ordine col quale i Regionari lo nominano, leggendosi in Vittore nella VI. Regione Templum Florae Circus Floralis, Capitolium Vetus, e nella Notizia Tcmplum Florae, Capitolium antiquum.

Questo Tempio esisteva non lungi da S Andrea de' Gesuiti e dal Monastero delle Cappuccine, e dominava la valle sottoposta detta perciò da cosa dimostrata, che il Capitolium vetus fosse, secondo la opinione comune, dove è oggi il palazzo Barberini, non ne segue da ciò, che dovesse stare dentro il recinto, sapendosi quanto spesso gli antichi i loro tempi edificavano fuori della città e lo stesso ragionamento può tenersi circa al tempio di Quirino".

(Antonio Nibby)

PLASTICO DEL CIRCO
Le celebrazioni erano dedicate a propiziare l'annata agricola, dove le persone vi accorrevano vestite di vari colori per simulare i colori dei fiori, oltre che adornate con fiori, ghirlande, nastri e gioielli, il tutto coloratissimo. I ludi che vi si effettuavano avevano caratteristiche sessuali e paniche, con prostitute, comici e attrici.

A questo proposito lo storico Valerio Massimo racconta di un'occasione nella quale si trovò a presenziare ai giochi anche il severo Catone Uticense, la cui presenza impediva alle partecipanti di denudarsi, come tradizionalmente accadeva.

Avvertito da un amico di questa fase della rappresentazione, l'Uticense decise allora di ritirarsi discretamente, per non privare il popolo del suo divertimento, e se stesso della propria dignità, e se ne andò accompagnato dall'applauso riconoscente di tutto il circo.
Il che equivaleva a: "Grazie che ti levi da torno"

I RESTI DEL CIRCO - PALAZZO BARBERINI

Secondo Lattanzio i giochi floreali nel IV sec. vennero storicizzati dal Senato romano come lascito pubblico di una celebre cortigiana di nome Flora.

C'era la mania di trasformare le Dee della sessualità e prolificità in prostitute, accadde altrettanto con la Lupa dei fatidici gemelli e con Acca Larentia.

Flora era invece un'arcaica divinità osco-sabina della natura, pertanto della proliferazione e della sessualità, che all'epoca non era vista così peccaminosa.

Infatti si trattava di feste antiche, che si dicevano celebrate per la prima volta nel 516 di Roma, e poi definitivamente stabilite nel 580 (cioè in piena età repubblicana, nel 173 a.c.).

Antonio Nibby nel 1328 ribadisce l'esistenza del circo di Sallustio in questa zona e riconosce quello di Fora nelle grandiose sostruzioni in opera reticolata che erano in vista già all'inizio del XVII secolo come si vede in un'incisione di Alò Giovannoli (incisore delle "Vedute delle antiche vestigia di Roma") sotto il palazzo degli Sforza, la dove prima sorgeva la residenza del cardinal Pio de Carpi e poi si edificherà Palazzo Barberini.

"E siccome nell'anno 1825 io vidi fare scavi nell'angolo della piazza testé ricordata presso la croce de pp. cappuccini, ed allora furono trovati muri di bella cortina de' tempi imperiali, che poterono essere parte di uno de' lati del circo, mi sembra che la estensione di esso potrebbe essere ad un incirca fra il largo di s. Nicola in Arcione ed il vicolo detto del Basilico che lega insieme le strade di s. Basilio e di s. Nicola di Tolentino, spazio di 1500 piedi: la larghezza poi può determinarsi fra la croce sovraindicata ed il palazzo Barberini cioè di circa 300 piedi. 

DEA FLORA O SAFFO
Il Donati scrivendo circa l'anno 1640 afferma nella sua Roma Vetus ac Recens lib. III c. XV di aver veduto la cavea e le vestigia di questo circo sotto il palazzo Barberini, allorché quella valle venne innalzata coll'edificar quella fabbrica, ed aggiunge che la faccia di quel palazzo rivolta a settentrione fu edificata sopra un'arcuazione, forse quella destinata a reggere i gradini ed a servire di portici esterni: e questa testimonianza conferma tutto quello che è stato indicato di sopra."

(Antonio Nibby)

A detta di Fernando Mariani:
" Per dette ville corre voce comune che qui fossero l'orti di Sallustio e che li suddetti vestigi di muri antichi siano del Circo di Flora, ed in alcuni luoghi di dette antichità si vedono vestigi come di seditori che forse potevano servire per commodo degli spettatori e ciò si osserva verso la villa del Sig. di Acquasparta."

Anche Rodolfo Lanciani posiziona un circo abbozzato dalla natura e perfezionato dall'uomo, nella valle sallustiana, sulla base oltre che della situazione archologica, anche di un  episodio riportato da Livio (XXX 38) che ricorda nel 202 a.c., la celebrazione dei Ludi Apollinares nella zona fuori Porta Collina, vicino al Tempio di Venere Ericina, poichè il Circo Massimo era inondato da una piena del Tevere.

"Sotto la valle, che Piazza Grimana si dice, dal Fulvio se ne additano le mura, che v'erano al suo tempo: "Intra otrumque Collem" (cioè tra l'una e l'altra delle sue sommità) "subest vallis inclusa parietis ubi olim fiebant Floralia", e più modernamente Donati scrive averne visto i vestigi.

FLORA
"Il titolo di Rustica che Marziale si dà a Flora, dal medesimo Donati si interpreta, o perchè ella era Dea dei fiori della campagna, o piuttosto perchè il suo circo era fatto di rozza struttura. Io la direi detta rustica, a distinzione dal teatro, che era nel vico patrizio; perchè ivi si celebravano i giochi Florali cittadineschi, e quivi quelli della campagna, come nella regione antecedente ai discorsi. "
Però il circo di Flora fu definito "Rustica" da Marziale, forse per allusione alla gente delle campagne che interveniva ai ludi del circo.

"Oltre al circo, Vittore e Rufo scrivono il Tempio di Flora il quale (deve) esser stato o congiunto al circo, o appresso dee credersi. Da alcuni si colloca sulla sponda del colle sovrastante, il che sembra non discordar da Ovidio, che nel V de' Fasti nel Clivo Publico, dice esser stato fatto tra i due publici edifizi plebei col denaro cavato di pena da chi danneggiava i publici pascoli e quel Clivo ancora (deve) essere stata opera dei medesimi Publici, iscrive Varrone; il quale non lungi molto dalla salita delle Quattro Fontane potria sospettarli, ma vaglia schiettamente il vero: il Clivo publico con quel Tempio di Flora, che i publici vi fecero, fu altrove, e nella regione decimaterza il vedremo, con tutto che dalla maggior parte degli Antiquari s'additi quivi.... 
...
Verso il declivo della Piazza Grimana alla Fontana di Trevi, facciasi tra tanto conseguenza, che le botteghe del Minio furono nello spazio nella piazza medesima verso quel declivo: a capo delle quali essendo stato il Tempio di Flora, segue che in quel lato, o presso quel lato del Circo fosse, e non in altro, o sul colle come altri pensano. "

(Famiano Nardini)


BIBLIO

- Famiano Nardini - Roma antica Vol I - Roma - a spese di Carlo Barbiellini; nella Stamperia di Lorenzo Capponi presso il Palazzo di Firenze - 1771 -
- Degli avanzi delle antichità - Bonaventura Overbeke - a cura di Paolo Rolli - Tommaso Edlin - Londra - 1739 -
- Jona Lendering - The Marble City. Literary - Guide of Ancient Rome - La città di marmo -
- L. Richardson - A New Topographical Dictionary of Ancient Rome - Baltimore-Londres - 1992 -






STADIO PALATINO O MEGALENSE


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RICOSTRUZIONE DELLO STADIO PALATINO
Siamo nella parte centrale del colle Palatino che, alla fine del I secolo d.c., era occupata dalla Domus Augustana, il palazzo degli imperatori per eccellenza, un immenso palazzo dinastico tanto da fare un notevole effetto sui contemporanei. Sul lato orientale del settore privato della domus si estendeva lo stadio, uno spazio rettangolare, molto allungato.

Infatti Domiziano, non contento di possedere un palco di lusso sul Circo Massimo, volle anche costruire un proprio stadio ad uso privato ed inaccessibile all'esterno. La sua domus fu l'ultima ad essere costruita, dopo la Domus Flavia e la Domus Augustana, le parti pubblica e privata della reggia. E vi aggiunse uno splendido stadio, molto vasto e sfarzoso,  ma non era ad uso pubblico, bensì era riservato alla famiglia imperiale e ai suoi ospiti. Siamo molto lontani dagli imperatori illuminati che lasciarono invece al pubblico per testamento arte dei loro beni (vedi Cesare).

Il suo uso non è ancora chiaro, forse un ippodromo per le corse dei carri, o per le sue cavalcate, sicuramente anche per gli spettacoli, ma anche giardino per le passeggiate dell'imperatore nonchè della sua corte.

Il circo, che sta ad est della Domus Augustana, fu disegnato dall'architetto Rabiro (particolarmente lodato da Marziale per le opere palatine), ed ha una forma rettangolare molto allungata, diritta a nord e curva a sud, ed era in opera laterizia e marmo.  Inoltre aveva un muro perimetrale dotato di un porticato articolato su due piani, ed occupava tutta la parte centrale del Palatino dalla fine del I sec. d.c., e per edificarlo si erano sacrificati edifici più antichi, dalla Repubblica a Nerone.




LA STORIA

I lavori vennero diretti dall'architetto Rabiro, iniziati poco dopo l'81, quando salì al potere di Domiziano, e terminarono nel 92, verso la fine del suo regno, come confermano i bolli laterizi.
Venne poi risanato, soprattutto nei porticati, nel periodo di Adriano e, per quanto concerne i lavori sull’esedra, sotto Settimio Severo, che vi aggiunse dei pilastri per rinforzare la struttura portante.

Alle due estremità sono poste delle piccole costruzioni semicircolari che potevano essere delle fontane.

Il piccolo recinto ovale che si vede a sud risale infine all'epoca di Teodorico, quando forse venne usato come anfiteatro, non come campo di allenamento di gladiatori, essendo questi già stati aboliti ai tempi di Onorio.

Il complesso venne scoperto e scavato nel XVIII secolo, al quale seguirono presto veri e propri saccheggi che hanno irrimediabilmente compromesso lo stato dell'edificio.

LO STADIO PALATINO OGGI


DESCRIZIONE

Lo Stadio fiancheggia totalmente il lato orientale della Domus Augustana, per un totale di circa 88 m, di lunghezza e 30 m di larghezza, con una superficie di 160 x 48 m..

Il livello inferiore del porticato, caratterizzato da una volta a botte con cassettoni,  era composto da enormi pilastri, dei quali oggi sono visibili unicamente i basamenti, realizzati con mattoni all'epoca rivestiti di marmo come tutto il complesso.

Il suo livello è notevolmente inferiore alla reggia, il livello coincide con quello del peristilio inferiore, con cui però non comunicava.

Al centro aveva un'ara quadrata rappresentava le 12 maggiori divinità dell'Olimpo.

Era realizzato in mattoni i cui bolli laterizi sono tutti pertinenti alla fine del principato di Domiziano, con alcuni rifacimenti in epoca adrianea (nei portici) e severiana (nell'esedra) rifacimenti dell’età di Adriano e di Settimio Severo, come l'esedra semicircolare e le arcate di rinforzo del portico

Il viale ad anello che lo circondava era sovrastato da archi di laterizio rivestito di marmi, con nicchie, statue, vasi di marmo e piante ovunque.

Questi archi, prospicienti il Circo Massimo, avevano la funzione di creare un piano artificiale su cui edificare la nuova ala del palazzo che però è crollata.

Porticato inferiore

Il piano inferiore era formato da 3 stanze aperte verso l'arena e presentava dei dipinti sulle pareti. Le stanze dovevano servire per accogliere tutte le attrezzature necessarie al mantenimento dello stadio, come pure alla sosta dei protagonisti dello spettacolo che dovevano presentarsi nell'arena, e la terza per gli addetti ai lavori dello stadio. Le stanze dovevano avere porte a due battenti con la parte superiore aperta per la luce.



Porticato superiore

Il livello superiore aveva invece un colonnato in marmo, di cui resta solo l’angolo nord-ovest, in parte ricostruito. Con la ristrutturazione severiana, le colonne che prima sorreggevano da sole la volta, ora poggiavano su pilastri di laterizio rivestiti in marmo.

IL PALCO IMPERIALE

L'esedra

Al centro del lato lungo orientale era situato il grande palco imperiale,  un podio a emiciclo, formato da un'esedra semicircolare circondata da un corridoio voltato a due piani con stucchi e con tre ambienti affiancati al livello dell'arena e aperti su questa.

Attorno al palco pertanto girava un corridoio anulare posto su tre livelli, tutti voltati a botte cassettonata e rispettivamente corrispondenti al piano dello stadio, a quello dell’esedra e all’imposta della semicalotta; vari altri ambienti quadrangolari si trovano a ridosso dei corridoi.

La tribuna, posta al livello superiore del portico e leggermente sporgente, è sorretta dai tre ambienti aperti sullo stadio. con sopra tre stanze aperte sull’arena e alte oltre il porticato. Si tratta del palco imperiale, ma anche il luogo dove veniva svolto il rituale del lectisternium cioè il trasferimento sacro dei simulacri divini, portati su lettighe, sulla tribuna, onde gli Dei potessero godere delle competizioni che si svolgevano. La tribuna al centro così ampia, era tipica degli stadi delle grandi "domus" private.

Secondo altri studiosi invece trattavasi di una grande esedra semicircolare, forse coperta da una semicalotta, ma l'edificio è troppo ampio, alto e articolato per una semplice esedra.

L'ANFITEATRO INTERNO

L’estremita semicircolare dello Stadio

La piccola recinzione ovale nella parte sud dello Stadio, collocabile al periodo di Teodorico, doveva essere utilizzata  per le corse a piedi, ma anche come anfiteatro, di certo non per gladiatori, essendo questo spettacolo già stato abolito dai tempi di Onorio.


L'arena

L’area in cui si svolgevano i giochi, nella parte centrale, era percorsa da una “spina” longitudinale, che divideva in due l’arena, e attorno a cui correvano i carri: di questa spina centrale oggi, purtroppo, restano soltanto gli elementi terminali semicircolari.

RICOSTRUZIONE DEL LAVACRO DI APOLLO SUL FONDO DELLO STADIO

Il giardino

Lo stadio era solcato da un largo viale ad anello da cui si diramavano vialetti ed aiuole ed era finemente arredato con statue e marmi preziosi; proviene infatti da qui la maggior parte delle statue presenti nel Museo Palatino. Per terra lungo tutto lo stadio si possono vedere colonne di marmo cipollino e di granito, capitelli e frammenti della decorazione marmorea che circondava l'intero stadio.

Sicuramente l’edificio era utilizzato come maneggio e come giardino, il Viridarium del palazzo, o come narra Plinio il Giovane a proposito delle ville romane, dotate di ippodromi privati e di cortili dalle forme simili ai circhi impiegati anche per cavalcare. Plinio soggiunge però che lo spazio verde dell'imperatore veniva da questi usato per il riposo e le passeggiate, e dove si dice che l'imperatore Eliogabalo, in un'estate afosa, abbia fatto trasportare una montagna di neve.

"Qui non siamo con i piedi sulla terra come alla "Vigna Barberini", ma si "vola". Siamo sull'isola delle "Arcate", le straordinarie sostruzioni romane, le strutture ad archi su due piani, alti, altissimi e stretti, 10 - 20 m e più, larghi due m e mezzo circa, che sono il sistema usato sul Palatino per creare spazio in piano dove spazio in assoluto non c'era, e nello stesso tempo fare da fondamenta agli edifici. Una applicazione della tecnica degli acquedotti di cui i romani erano provetti.

L'isola è quella delle "Arcate" cominciate da Domiziano e completate da Settimio Severo per le sue terme. Sull'isola delle "Arcate" perché la zona aperta al pubblico è proprio una terrazza sulla struttura, formata da una parte lunga circa una cinquantina di metri e larga una dozzina, ed una di dimensioni minori. Siamo su un'isola perché questo blocco delle "Arcate" è staccato dalle altre sostruzioni, sempre altissime che sono attorno, e che si percorrono nella parte finale per arrivare alla terrazza. E che sono un altro spettacolo a parte, con quello che si vede e che si intuisce del loro interno, mura possenti senza pavimento fra i piani, ambienti.
FRONTALE DEL LAVACRO DI APOLLO
L'isola della terrazza è esattamente una penisola grazie ad un ponticello in muratura che si appoggia alle "Arcate" e unisce i vari blocchi di sostruzioni (un ponticello che qualcuno voleva sostituire con una passerella metallica, ma che è stato salvato perché ci si è ricordati che non era una aggiunta ottocentesca, ma compariva già in incisioni del Settecento).

Anche questa apertura era attesa da anni. Le "Arcate" furono restaurate negli anni 1997-2000, dovevano essere aperte per il Giubileo, ma non lo furono mai per mancanza di personale (le stesse difficoltà che si sono ripetute oggi).

Dalla parte più piccola della terrazza si può lanciare lo sguardo all'interno dello "Stadio" e si vede parte della arena che è lunga 160 metri e larga 48. 

Sempre su questa parte della terrazza si innalza una esedra con al centro una nicchia che doveva ospitare una scultura di ridotte dimensioni. Una posizione che gli archeologi attribuiscono all'intervento di Massenzio. Nell'esedra si apre sulla destra una scaletta che scende ad una terrazza inferiore che è una tribuna ancora più vicina al Circo Massimo.

Da questa posizione più bassa si ha la migliore vista laterale delle "Arcate" e degli interni, fra le luci e le ombre del tramonto. Le "Arcate" a due piani,  pure e semplici, monumentali strutture senza pavimento fra un piano e l'altro per alleggerire il peso. 


Il sistema delle sostruzioni sul Palatino non è stato finora precisato nelle dimensioni né studiato nelle caratteristiche e non è stato neppure mai aperto al pubblico. Ma è un sistema di ambienti che anche gli archeologi devono esplorare. 

Sotto le "Arcate severiane" - spiega Mariantonietta Tomei responsabile del Palatino-Foro Romano -, "c'è un intrico di stanze da consolidare, in parte da scavare. Un programma di molti anni e molti soldi".


RICOSTRUZIONE DEGLI INTERNI DEL LAVACRO
La terrazza collegata all'esedra di Massenzio "non è aperta al pubblico perché la sala che la precede, anche questa molto alta, deve essere messa in sicurezza". Sarà aperta in una seconda fase. 

Al di là della terrazza, sulla destra, sono i resti non visibili del palco imperiale che Massenzio si fece costruire per assistere da casa agli spettacoli del Circo Massimo e farsi vedere dal pubblico. Deve essere stato un colpo d'occhio indescrivibile con i 250 mila spettatori che il Circo Massimo poteva contenere.

Così Massenzio sopravanzava Domiziano che si era fatto costruire su un lato lungo, orientale, dello "Stadio" un palco a due piani, semicircolare, dal quale assistere alle gare di atletica, alle moderate corse nello "Stadio" che era riservato alla famiglia imperiale. Sono gli imponenti resti che i visitatori sfiorano nell'itinerario delle "Arcate", con la grande galleria anulare. 

Palco e galleria dovevano essere piene di opere d'arte, dipinti e statue, e i cassettoni ricoperti di stucchi, il tutto con abbondanza di marmi preziosi.

Anche lo "Stadio" (o "Ippodromo"), progetto dell'architetto Rabirio che aveva già ricostruito sul Campidoglio il tempio di Giove Capitolino, il massimo tempio di Roma, "doveva essere arredato come una vera galleria d'arte". Era tutto "contornato da portici per l'altezza di almeno due piani, con larghi corridoi interni e con mezze colonne rivestite di marmo verso l'arena".

Le meraviglie non sono ancora finite. Sulla via del ritorno le mille aperture delle mura altissime che chiudono lo "Stadio" si "incendiano" del sole al tramonto.
È vero che Palatino-Foro Romano-Colosseo vengono chiusi un'ora prima del tramonto, ma già allora si manifestano gli effetti del calare del sole. E poi sarebbe bello prevedere la possibilità di rimanere fino al pieno completamento del tramonto, il "Tramonto su Roma dal Palatino".


(GOFFREDO SILVESTRI)


BIBLIO

- Filippo Coarelli - Palatium. Il Palatino dalle origini all'impero - Roma - ed Quasar - 2012 -
- Alessandro Capannari - Pianta di Roma ricavata dalle misure di Leon Battista Alberti - ed. WorldCat - 1885 -
- Adriano La Regina - Circhi e ippodromi. Le corse dei cavalli nel mondo antico - Roma - Cosmopoli - 2007 -
- J. P. Thuillier - Le Sport dans la Rome Antique - Paris - 1997 -




CIRCO VARIANO


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 "Esquiliae allora", di Girolamo Milanese:
"Benché io abbia già discorso di questo argomento nell'Itinerario di Eins. p. 59, pure mi è necessario fare ricordo del circo Variano, e del suo obelisco, e delle scoperte avvenute nella prima metà del secolo nella vigna".



RODOLFO LANCIANI

- « Cavandosi alle spese di monsignor Sebastiano Gualtieri vescovo Viterbense dalla parte di dietro dell'Horto di Santa croce in Hierosolyme, in  certi belli edifici rovinati, vi furono trovate le statue et della Diva Helena, et del grande Constantino et de figliuoli armate et quella della Helena era vestita d'una stola longa insino alli piedi et palliata ciò è con un bello mantello attorno ... 

La base ridotta nella chiesa di santa croce » [Ligorio, Torin, XV, e. 119]. 

- La sostanza di questo racconto è vera. Nella cripta di santa Croce esiste presentemente una grande base dedicata alla imperatrice Elena da lulius Maximilianus, base che lo Smet ed altri dicono scavata nel giardino del monastero.

Dall'istesso luogo deve prevenire un secondo piedistallo di statua, dedicato alla stessa augusta da Flavius Pistus suo segretario e amministratore privato, impiegata poi a sostenere una colonna di una cappella cristiana vicino a ss. Sanctorum. 

(COMMENTO:  Strano che il Lanciani non riconobbe la statua romana che oggi è riconosciuta come Giunone e che ancora adesso viene passata come statua di Santa Elena dopo averle messo una improbabile croce tra le braccia)

POSIZIONE DEL CIRCO RISPETTO I PALAZZI ODIERNI


LE CITAZIONI SUL CIRCO VARIANO

- Vedi CIL. 1134, 1135. Il Ciacconio a e. 89' e 90' del cod. barb. delinea un bellissimo busto, che egli attribuisce alla diva Elena, e che a me pare piuttosto di Mammea o di Otacilia 

« ex marmoreo capite a Hieronymo Mutiano pletore insigni in vinca sua invento ad Exquilias ». 

- La nota dice: 

« Appresso a sancta ierusalem in quel basso trovate sotto tera dove dicano fu sepolta santa elena»

Mi ricordo che appresso alla porta di santa Croce in Gerusalemme vi era un'anticaglia fabbricata assai sotterra, nella quale sono molti santi dipinti, e li Cristiani se ne sono serviti per chiesa. 

Ora è minata o conversa in vigne. Appresso di essa vi fu scoperta un'antica strada selciata e molto spaziosa: e viddi che si partiva da porta Maggiore e andava a s. Gio. in Laterano (la via che traversa la Villa AVolkousky, parallelamente, e al nord degli archi neroniani, passando davanti al colombaio dell'architetto Tiberius Claudius Vitalis. Vedi F. U. li. tav. 34). 

- Sopra di essa vi fu trovata una grossa colonna di granito bigio (vista io stesso nel 1869, esplorando col defunto marchese Achille Savorelli il cuniculo dell'acquedotto pontificio Lateranense) compagna di quelle che sono in opera nella detta chiesa di s. Giovanni alla nave degli Apostoli [ora murate nel vivo dei pilastri] Mi do a credere che quando il magno Costantino fabbricò il Laterano, spogliasse qualche edifizio fuori di porta Maggiore » Vacca, Mem. 114.

- Anche la fabbrica della Hierusalem mostrava essere stata messa insieme con materiale raccogliticcio. 

- Vedi Giovanni Alberti cod. Collacchioui, e. 7 : « le doi base sono isa ierusalem. sono di tutta grandezza, le colonne che posano in ditte base son state di altri detìtii . . . a me e parso far queste per le piu belle ». 

- un'altra base come questa sta sopra della chiavica della dogana «.Vedi Lanciani, Itin. Eins. p. 6, e Sangallo giuniore sch. fior. 899, ove ricorda alcuni motivi della decorazione dell'aula con la postilla: «archi aperti ichrostati di marmo porfido serpentino. Stava chosi ». 

I RESTI
- Per quanto concerne l'altro edificio monumentale degli Orti, detto volgarmente tempio di Venere e Cupidine, io credo che la pianta Ligoriana in cod. vai. 3429 f. 32 meriti una certa fiducia, a causa di taluni particolari che hanno tutta l'apparenza di verità. Cosi i due goffi speroni dell'abside sono con ragione chiamati « fortezze p p ruinà templi ob grandes finestras » . 

- Le note del Panvinio ricordano « bases capitula ord. còpositi . . . Dea e statua e christallo . . . columnae e marmore svenite s. granito rosso ». La tradizione riferisce a questa contrada del Sessorio il rinvenimento del simulacro di Afrodite, il cui volto oltre qualche rassomiglianza con i lineamenti di Sallustia Barbia Orbiana, simulacro noto sotto il nome di Venere e Cupido, e trasferito in Belvedere sino dai tempi di Giulio II. Vedi Ann. List. 1890, p. 13 e seg. e CIL. 781, 782.)

- Aderente al Circo (l'catrium Sessorianum del Bufalini), e forse in capo al medesimo (come si vede nel Canopo di villa Adriana) v'era un ninfeo a doppio recesso rotondo, delineato da Antonio da Sangallo il giovine nella sch. tìor. 900, insieme all'obelisco che apparisce rotto in due pezzi.
(COMMENTO: Il ninfeo doveva pertanto combaciare con il lato diritto del Circo)

- La postilla dice: 
«1'obelischo e fuora di porta maiore 1° mezo miglio apresso li aquidotto duo tiri di mano I uno circo navale (?) quale da la banda delli acquidotti diverso la porta s. Ianni nella vigna di mes. girolamo milanese che ci lavora rugieri scarpellino ». 


- Nell'anno 1570 « obelisci fragmenta diu prostrata Curtius Saccoccius et Marcellus fratres, ad perpetuam huius Circi memoriam erigi curarunt ».

- Dall' iscrizione dell' obelisco, ora pinciano, rettamente interpretata dall' Erman [ivi, p. 115 seg.], si apprende come l'obelisco stesso fosse stato eretto originalmente in memoria di Antinoo « im Grenz felde der Herrin des Genusses (?) Rome » cioè all'estremo confine della città, vicino al mausoleo di Adriano, dove erano state deposte le spoglie di Antinoo. Elagabalo, o qualche altro membro della gente Varia, fabbricando il Circo in « orientaliori Urbis angulo », si è impossessato, secondo il vezzo de' tempi, di un obelisco già esistente, e non sacro a divinità, per collocarlo sulla spina. 

- Così fece più tardi Massenzio trasferendo al proprio Circo sull'Appia l'obelisco di Domiziano, che già decorava lo Stadio. E come questo secondo obelisco è tornato ad occupare il sito originario, sino dal tempo di papa Pamfili, cosi l'obelisco di Antinoo si trova nuovamente eretto « im Grenz felde der Herrin des Genusses Rome » nella publica passeggiata del Pincio."

RESTI DEL CIRCO

IL CIRCO VARIANO

Il Circo Variano, (o circus Varianus) era un circo di Roma, che prese il nome dall'imperatore Eliogabalo (Sesto Vario Avito Bassiano). Ma fu detto anche circo Aureliano (Ridolfini). Fu costruito nel complesso residenziale imperiale detto Ad Spem Veterem, nella parte orientale di Roma.

Era lungo 565 m e largo 125 m, quindi era più piccolo del Circo Massimo ma più grande del circo di Massenzio. Sulla spina del circo era collocato l'obelisco di Antinoo, il ragazzo amato da Adriano, fatto trasportare dall'Egitto da Adriano ed eretto sulla via Labicana in onore dell'amante dell'imperatore e qui riportato da Eliogabalo.

La sua edificazione iniziò ad opera dell'imperatore Settimio Severo che costruì una grande villa con giardino (193-211), detto Horti Spei Veteris che collegò, inglobandoli, i vari Horti dell'area esquilina a partire dall'epoca di mecenate.

La residenza viene ampliata da Caracalla e, soprattutto, da Elagabalo (Sesto Vario Avito Bassiano - 218-222), che fece completare il circo ed erigere un piccolo anfiteatro dotato di sotterranei, l'anfiteatro castrense.  

Questo complesso comprendeva anche il Palazzo Sessoriano e l'anfiteatro Castrense: nell'anfiteatro e nel circo si tenevano i giochi gladiatorii e le corse dei carri di cui Eliogabalo era grande appassionato, tanto che partecipò ad alcune gare.

C'era anche un grande atrio (poi trasformato nella chiesa). Si trattava di una villa a nuclei monumentali, articolati in un vasto parco e collegati tra loro da un corridoio carrabile, conosciuta anche come Horti Variani.

In seguito il circo continuò ad essere utilizzato, sia per spettacolo che per le manovre militari in onore dell'imperatore, fin quando non vennero costruite le Mura Aureliane, a oriente della moderna basilica di Santa Croce in Gerusalemme. Si ritiene potesse contenere circa 10000 persone. Quando Aureliano costruì le mura (dal 271) tagliò il complesso, lasciando fuori buona parte.

Invece le Terme di Elena erano un insieme di cisterne, ovvero la grande cisterna di Via Eleniana, costituita da dodici ambienti comunicanti tra loro tramite aperture ad arco. Facevano parte di un impianto termale pubblico sempre di epoca severiana ma collocato al di fuori degli horti. Esso è conservato solo in parte ma la sua forma è conosciuta grazie ai disegni degli artisti rinascimentali Andrea Palladio e Antonio da Sangallo il Giovane.

Circa cento anni dopo Costantino trasformò la villa in palazzo imperiale, alternativo a quello sul Palatino e vicino alla nuova sede papale e alla cattedrale Basilica Salvatoris, (San Giovanni). Il luogo, che diventa poi la residenza della madre Elena, prende il nome di Palatium Sessorianum o Sessorium (luogo di riunioni).

Questo palazzo era  l'estremità di un gigantesco possedimento (praedium) imperiale sviluppato lungo la via Labicana (Casilina) e chiamato Ad duas lauros: al III miglio della Labicana si trova, non a caso, il grande rudere del Mausoleo di Elena, noto popolarmente come Torre delle pignatte (da cui il toponimo della zona, Torpignattara).

All'estremità nord-orientale del palazzo, proprio a ridosso delle Mura Aureliane, viene edificato il quartiere residenziale destinato i membri della corte.  Due di queste abitazioni domus, con pavimenti in mosaico e denominate "Domus dei Ritratti" e "Domus della Fontana", sono state scoperte nel 1959.

La parte occidentale del circo, il lato della partenza, è stato ritrovato all'interno delle mura, mentre il lato orientale incurvato si trovava all'altezza di via Alcamo; il lato settentrionale del circo ha fornito poi il sostegno per l'ultimo tratto dell'Acqua Felice.
I suoi resti furono trovati in scavi successivi, l'ultimo dei quali è avvenuto nel 1959.

Invece il circo Variano viene trasformato in area di servizio, di collegamento e forse di residenza della servitù della corte imperiale. E' stato possibile desumere la pianta del circo in quanto furono ritrovati nel giardino della ex caserma dei granatieri delle murature in opera laterizia che delimitavano due file di camere disposte in due piani con scale e tubazioni. Antonio Maria Colini ha ricostruito le dimensioni dell'edificio che probabilmente doveva essere di circa 600 metri di lunghezza con le carceres in prossimità del palazzo Sessorio, probabilmente aveva anche una spina

Infine la trasformazione di un atrio degli Horti Variani in una chiesa, oggi Santa Croce in Gerusalemme, ad opera di Costantino.


Circus Varianum (Circus Hortorum) 

Da circa diciotto anni sono in corso attività di scavo, studio e restauro in un'area archeologica tra le più ricche, e sconosciute, di Roma: Santa Croce in Gerusalemme. Sconosciute perchè i prelati che la detengono non la fanno visitare, pure avendo scavato, scoperto e restaurato splendidi monumenti, e ristrutturati e riabbelliti i giardini, il tutto a spese dello stato italiano.

Siamo alle estreme propaggini dell'Esquilino, adiacenti alle Mura Aureliane e in prossimità del Laterano.

Il circo di Vario, esattamente come l’anfiteatro Castrense, venne integrato nelle mura aureliane per ridurre i costi della costruzione delle mura, ma anche per evitare la distruzione del circo. Le mura attraversano il circo per i gradini e così tenevano un quinto dell’edificio all’interno di Roma.

Nel centro della spina venne eretto l' obelisco di Antinoo nell’onore dell’amante dell’Imperatore Adriano, di cui la tomba era accanto al circo. L’obelisco venne spostato solo nel III secolo per ornare la spina del circo di Vario.

Nel 1570 Curzio e Marcello Saccoccio ritrovarono un obelisco nella loro vigna che era dove oggi è la via Nuoro, probabilmente questo obelisco era in prossimità del circo, ma al di fuori del lato curvo.

Nel Circo Variano all’inizio del 2014, nel corso di un saggio per un intervento dell’Acea, è stata rimessa in luce una porzione della torre occidentale del circo.

Il ritrovamento della struttura rivela anche il posizionamento delle cabine di partenza dei carri, che erano affiancate alla torre.

E’ stato così possibile stabilire che l’impianto originario del Circo aveva una lunghezza superiore a quella del Circo Massimo (circa 630 metri, almeno 9 in più del Circo Massimo).

La sua estensione fu poi ridotta dal successore di Caracalla, Elagabalo.

- Dall' iscrizione dell' obelisco, ora pinciano, rettamente interpretata dall' Erman [ivi, p. 115 seg.], si apprende come l'obelisco stesso fosse stato eretto originalmente in memoria di Antinoo « im Grenz felde der Herrin des Genusses (?) Rome » cioè all'estremo confine della città, vicino al mausoleo di Adriano, dove erano state deposte le spoglie di Antinoo. Elagabalo, o qualche altro membro della gente Varia, fabbricando il Circo in « orientaliori Urbis angulo », si è impossessato, secondo il vezzo de' tempi, di un obelisco già esistente, e non sacro a divinità, per collocarlo sulla spina. 

S. ELENA - IN REALTA' STATUA ROMANA RIADATTATA CON UNA CROCE


L'OBELISCO DEL CIRCO VARIANO

Adriano aveva fatto edificare nel 121 sulla Velia il Tempio della Fortuna Romana (o Tempio della Dea Roma) dove avrebbe fatto porre un obelisco egizio proveniente da Antinopoli che celebrava le virtù di Antinoo-Osiride sulla tomba dello stesso Antinoo.

OBELISCO DEL CIRCO VARIANO
Ma si pensa invece che Antinoo sia stato sepolto a Villa Adriana a decorare un monumento dedicato al giovane dopo la sua morte in Egitto, dove l'imperatore ne avrebbe così avuto vicino il ricordo. Eliogabalo poi lo fece spostare per ornare la spina del circo Variano nella sua residenza suburbana.

«1'obelischo e fuora di porta maiore 1° mezo miglio apresso li aquidotto duo tiri di mano I uno circo navale (?) quale da la banda delli acquidotti diverso la porta s. Ianni nella vigna di mes. girolamo milanese che ci lavora rugieri scarpellino ».

- Aderente al Circo (il castrium Sessorianum del Bufalini), e forse in capo al medesimo (come si vede nel Canopo di villa Adriana) v'era un ninfeo a doppio recesso rotondo, delineato da Antonio da Sangallo il giovine nella sch. tìor. 900, insieme all'obelisco che apparisce rotto in due pezzi. -

- Così fece più tardi Massenzio trasferendo al proprio Circo sull'Appia l'obelisco di Domiziano, che già decorava lo Stadio. E come questo secondo obelisco è tornato ad occupare il sito originario, sino dal tempo di papa Pamfili, cosi l'obelisco di Antinoo si trova nuovamente eretto « im Grenz felde der Herrin des Genusses Rome » nella publica passeggiata del Pincio. -

- Nell'anno 1570 « obelisci fragmenta diu prostrata Curtius Saccoccius et Marcellus fratres, ad perpetuam huius Circi memoriam erigi curarunt ».

L'obelisco è alto 9,24 m. con la stella in cima e il basamento sotto raggiunge  m 17,26. Rinvenuto nel XVI sec. fuori Porta Maggiore (presso le mura aureliane, per cui viene chiamato "obelisco Aureliano"), poi spostato dai Barberini nel loro palazzo, infine venne innalzato solo nel 1822 nei giardini del Pincio.


BIBLIO

- Il Giornale d'Italia 1959: scoperto il Circo Variano - Torna alla luce un grandioso circo romano nella zona di S. Croce in Gerusalemme -
- M. Barbera - Dagli Horti Spei Veteris al Palatium Sessorianum - in Ensoli, La Rocca - 2000 -
- J. Cl. Golvin - L'amphithéâtre romain. Essai sur la théorisation de sa forme et de ses fonctions - Paris -1988 -
- J. Cl. Golvin, Ch. Landes - Amphithéâtres et gladiateurs - Paris - 1990, 96 -
- John H. Humphrey - Roman circuses: arenas for chariot racing - Londra - University of California Press - 1986 -






 

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