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HORTI DI POMPEO


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RICOSTRUZIONE DEGLI HORTI DI POMPEO

La domus romana era la casa urbana di rappresentanza dell'aristocrazia romana, mentre la villa era la residenza extraurbana situata in campagna o al mare, insomma  le case per la villeggiatura. Fin dal I sec. a.c.  nacquero però gli horti che, seppur urbani,  non erano molto diversi dalle ville e infatti la dimora di Pompeo Magno, il grande generale romano, situata negli horti di sua proprietà venne chiamata villa pur risiedendo a Roma.

Come osservò e teorizzò Plinio, negli horti il terreno coltivato doveva essere più grande della superficie delle parti edificate, qualunque destinazione esse avessero.

FAUNO DORMIENTE PROVENIENTE
DAGLI HORTI DI POMPEO
Sembra che il ricco Pompeo avesse in precedenza una domus sulla strada romana delle Carinae, dove si dice fossero due enormi sassi che somigliavano alle carene di una nave (carinae) o perché qui abitava la nobile gens Carina che aveva dato il nome alla via.

Le Carinae  stavano nella zona nord ovest del Colle Oppio e si estendeva tra il colle Velia e il Clivus Pullius. Esse si affacciavano a sudovest, attraverso le paludi del Palus Ceroliae fino all'Aventino.

Ora non si sa se fu la domus che si ampliò con gli horti oppure Pompeo cambiò casa, fattosta che i suoi horti si dice fossero locati nel Fagutale, un tempo area delle Carinae, che Servius dice derivasse il nome non dai massi ma da certi edifici eretti accanto al tempio di Tellus che somigliavano alle carene di una nave.

Questi horti furono posti sull'estremità occidentale dello sperone meridionale del colle Esquilino, cioè tra il pendio a valle della Suburra a nord, e quella del Colosseo a sud.

Si trattava di un quartiere alla moda e la casa più famosa era la villa di Pompeo Magno che fu poi rilevata da Marco Antonio dopo la sconfitta di Pompeo e la morte nella guerra civile. Dopo la sconfitta di Azio, gli horti vennero dati da Augusto in proprietà ad Agrippa.

Attualmente l'estremità occidentale dello sperone meridionale del colle Esquilino, tra il versante a valle della Suburra a nord e quella del Colosseo, a sud, corrisponde al quartiere tra l'attuale chiesa di S. Pietro in Vincoli e la Via del Colosseo.



DESCRIZIONE

Varrone narra che gli Horti di Pompeo fossero traversati dal Murus Terreus, probabilmente alcuni resti di una fortificazione preserviana. Il monumento più importante delle Carinae era il tempio di Tellus, la Dea Terra e anche questo rimanda a tempi assai remoti.

POMPEO
Gli Horti erano delimitati da lunghissimi portici che fungevano da mura per l'esterno e ombrosi corridoi all'interno, dove passeggiare al riparo dal sole o dalla pioggia.

Il terreno misurava m 180 x 135, con lunghi viali ombreggiati da filari di platani, con piazzette costellate di fontane, fantastiche statue, siepi, rifinite balaustre di travertino, colonne di marmo, archetti, oscilla, pergolati di vite, alberi da frutta, erbe odorose ed una splendida statua di fauno dormiente giunta fino a noi.

La statua del satiro, detta oggi Satiro Barberini, ha un pene di grandi dimensioni, orecchie appuntite, una corona di edera e pelle di pantera, caratteristiche delle figure dionisiache. La figura è sdraiata su una roccia con uno stato di così completo abbandono da far pensare sia in preda all'ebbrezza, il che ne rafforzerebbe l'aspetto dionisiaco.

Le gambe aperte, la testa rivolta verso il giaciglio e le braccia diritte per fare da cuscino danno l'impressione di un movimento molto sciolto ma difficile da rappresentare, eseguito senza dubbio da un esperto scultore greco, oppure una copia romana di esso.


BIBLIO

- G. Lugli - Le antiche ville dei Colli Albani prima della occupazione domizianea - cap. 9 - Villa di Pompeo - BullCom 42 - 1915 -
- Giuseppe Lugli - Horti - a cura di Ettore De Ruggiero - Dizionario epigrafico di antichità romane III - 1922 -
- Danila Mancioli - Gli horti dell'antica Roma - a cura di Giuseppina Pisani Sartorio e Lorenzo Quilici - Roma Capitale - 1870-1911 - L'archeologia in Roma Capitale fra sterro e scavo - Venezia - Marsilio - 1983 -
- Eugenio La Rocca e Maddalena Cima - Horti Romani - Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma - Atti del convegno - Roma - 1995 -



TEATRO DI POMPEO


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RICOSTRUZIONE (di Jean-Claude Giovin)

Giuseppe Vasi 1761 su Palazzo Pio:

"Siede questo sopra le rovine del celebre teatro di Pompeo il Grande, e ne vedemmo già la cavea nella parte posteriore di esso, ed ancora nelle cantine si osservano le volte e muri di quel magnifico edifizio, nelle quali fu da primi Cristiani fatto un oratorio, o cappella dedicata prima al ss. Salvatore, e poi alla ss. Vergine, che fu detta Crypta pincta, ed ora la diciamo di Grotta Pinta.

Fu quivi da Pompeo Magno edificato quel magnifico Teatro, perchè quì presso ebbe la sua prima casa, e però dopo aver difesa la Patria, ed aver tre volte trionfato sopra i nemici di essa, 699. anni dopo l'edificazione di Roma volle far decorosa la contrada, ove egli nacque, erigendovi fra gli altri edifizj un teatro tutto di marmo capace di trenta mila spettatori, e fu il primo, che in Roma si facesse stabile, essendo per l'addietro solito farsi di legno ogni qual volta che si avessero a rappresentare giuochi scenici. Vogliono alcuni, che Pompeo lo principiasse, e poi da Cajo Calligola fosse terminato, altri che Calligola lo rinnovasse. Nerone però in un sol giorno fecelo mettere a oro, per fare splendida pompa a Tiridate Re degli Armeni quando venne in Roma.

Appresso a questo, cioè da quella parte verso la chiesa di s. Andrea della Valle, edificò il medesimo Pompeo la Curia, acciò in tempo delli spettacoli vi si tenesse Senato; ed in questa fu Giulio Cajo Cesare ucciso da' Congiurati, cadendo a piè della statua di Pompeo. Per lo che fu chiusa e poi per astio abbruciata dal Popolo. Eravi unitamente un magnifico portico sostenuto da 100. colonne, ed ornato di pitture, e fontane con varie fiere fatte in marmo."


Dunque il Teatro di Pompeo, oggi non più esistente, è stato il primo teatro di Roma costruito in muratura, accanto al luogo dove Pompeo era nato e che lui, ormai famoso e ricchissimo, voleva nobilitare.

Il tempio si ergeva nella zona del Campo Marzio, edificato a spese del console Pompeo, probabilmente su terreno di sua proprietà, come regalo ai romani, tra il 61, anno del suo terzo trionfo e il 55 a.c. anno del suo secondo consolato. Per Roma fu un' innovazione storica perchè la legge vietava la costruzione di teatri in muratura.
Come narrano Livio e Tacito, la costruzione di teatri stabili nell’Urbe era vietata e nel 154 a.c. il Senato aveva fatto abbattere un teatro in muratura “in quanto inutile e dannoso per i costumi della città.” Gli spettacoli si eseguivano su palcoscenici di legno, smontati subito dopo le rappresentazioni e in piedi, perchè sono proibiti anche i sedili. Si disse che si doveva mantenere il carattere religioso del teatro tradizionale greco; infatti i teatri provvisori in legno venivano eretti solo vicino a luoghi di culto. In realtà gli spettacoli teatrali erano osceni e pieni di satira contro i politici, e il pubblico romano era abituato a manifestarsi con grida, tamburi, battere di piedi e fischi. I teatri potevano scatenare sommosse, cosa che i senatori temevano quasi quanto una guerra.

Ma nel 55 a.c. il console Pompeo era un eroe, vincitore degli schiavi ribelli di Spartaco, dei pirati del Mediterraneo, dei Siriani, Armeni e Palestinesi, l’uomo che ha portato le legioni romane fino al mar Caspio ed ha triplicato le entrate dello Stato. Pompeo dunque aggirò la legge e fornì a roma il teatro.

Costruì pertanto su un podio rialzato un tempio dedicato a Venere vincitrice, con una gradinata d'accesso ad esedra davanti al tempio, praticamente una classica cavea semicircolare, a ridosso di una scena monumentale lunga ben 90 m, sistema utilizzato successivamente dai romani per la costruzione di altri teatri in muratura. Le scale di accesso al tempio, edificate a forma di cavea, erano dunque diventate le gradinate del teatro, che diventava pertanto sacro. Su quei gradini la gente sedette mirando gli spettacoli e voltando le spalle al tempio, proprio comesi fa oggi sulla scalinata di Piazza di Spagna. Infine fu edificato il palcoscenico di legno.



LE FONTI

Del più grande teatro di Roma antica ci sono parecchie tracce nelle fonti letterarie.
La conformazione planimetrica del teatro e dell’intero complesso si evince attraverso frammenti della pianta marmorea severiana, che la configura nell’area circoscritta dalle vie dei Giubbonari, di Torre Argentina, del Sudario, da Piazza del Paradiso e Via del Biscione.

Cicerone, presente alla festa dell'inaugurazione, la descrive ad un suo amico anche se con toni critici e un po' snob. La festa indetta da Pompeo durò cinque giorni. Nel teatro si rappresentarono commedie campane e tragedie greche, a cui parteciparono 600 muli, militi di fanteria e cavalleria con l'impiego di ben 3000 recipienti per di vino offerto al pubblico.

Ovidio ricorda lente passeggiate al riparo dalla calura estiva “sotto l’ombra di Pompeo”, alludendo ai boschi di platani e al porticato, che consiglia a uomini e donne desiderosi di incontri.

Marziale racconta di un certo Selio che per evitare la magra cena di casa propria va disperatamente alla ricerca di qualcuno che lo inviti. Entra nelle terme, assiste ai culti egizi, attraversa i recinti dove la gente va a votare e si avventura sotto i portici di Pompeo.
Tacito riferisce che dopo più di un secolo dalla costruzione Nerone invita al teatro di Pompeo illustri ospiti barbari per strabiliarli con la grandiosità del monumento.
Gli autori cristiani condannano il tempio come luogo di perdizione e Tertulliano lo definisce “reggia di tutti gli scandali”.



DESCRIZIONE

L’edificio teatrale era rivolto verso est ed esternamente aveva splendidi rivestimenti in pietra gabina, materiale vulcanico di colore scuro, alternata al travertino, materiale calcareo di colore chiaro, creando un piacevole contrasto di toni. Davanti all'entrata del treatro erano le due gigantesche statue dei Dioscuri con i cavalli, i semidei che aiutarono i Romani nella battaglia del lago Regillo combattendo per loro, oggi visibili all'entrata della piazza del Campidoglio, come è ricordato nelle epigrafi dei basamenti.

La cavea. del diametro di 150 m, era costituita da una doppia serie di muri radiali collegati tra loro da strutture curvilinee che formavano i cosiddetti cunei, coperti da volta a botte, che avevano il compito di sostenere le gradinate: All’interno la cavea era organizzata su due ordini di gradinate, il cui andamento è oggi ricalcato dalla via di Grotta Pinta, realizzata con un sistema di sostruzioni in muratura, con una serie di cunei in opus reticulatum di tufo.

Le gradinate erano di eccezionale ampiezza e potevano ospitare fino a 30.000 persone. La scena era articolata nella parte anteriore da tre esedre colonnate, delle quali la centrale era rettangolare mentre le due laterali semicircolari.

Dietro il palcoscenico c'era un immenso portico con colonne di granito di m.180 x 135, con quattordici enormi statue delle nazioni da lui sottomesse, e una zona aperta con fontane, giardini, ninfei e due boschetti di platani. Il quadriportico, dove ci si poteva riparare in caso di pioggia, terminava con la Curia di Pompeo per le periodiche riunioni del Senato, dominata da una sua grande statua, che tiene un globo nella mano destra. Qui Cesare fu pugnalato, ai piedi della statua monumentale di Pompeo.



I RESTAURI

Le fonti ricordano il restauro del teatro di Augusto nel 32. a.c. e quello successivo di Tiberio a seguito di un incendio nel 21 d.c.

POSIZIONAMENTO ORIGINARIO DEL TEATRO VISTO DA
PIAZZA CAMPO DE FIORI
Un grosso incendio divampò poi nell’80 d.c. con notevoli rifacimenti di Domiziano, ma l’incendio peggiore fu quello sotto Carino, nel 291 d.c., anche questo rimediato con costose riparazioni. Gli ultimi interventi risalgono a Diocleziano e Massimiano, ed proprio durante questi ultimi lavori le due parti che componevano il portico furono intitolate a Iovia e Herculia.

Una gigantesca statua di Ercole in bronzo dorato (l'Ercole Righetti) fu infatti qui rinvenuta nel XVI sec., oggi conservata nei Musei Vaticani. Il teatro di Pompeo fu restaurato ancora nel VI secolo da Teodorico, un imperatore barbaro ma molto romanizzato.



I RESTI ARGHEOLOGICI

Del tempio di Venere sono visibili i resti di parte del podio nelle cantine del Palazzo Pio Righetti (ex Palazzo Orsini), quell’alto edificio che si affaccia su Piazza Campo dei Fiori, costruito proprio sulle sostruzioni del tempio.

Della scena, che in gran parte occupava l’area dov’è ora la Chiesa di S.Andrea della Valle, è stata trovata a notevole profondità una parte del primo tratto sotto la Chiesa di S.Barbara in Largo dei Librai.

Della cavea si conserva la forma della curva interna nel semicerchio descritto dalle case di Piazza dei Satiri e di via di Grottapinta, mentre quella esterna si può osservare nell’andamento di via del Biscione e di Piazza Pollaiola.
Resti delle sostruzioni e dei cunei di accesso alle gradinate sono visibili nei negozi di via dei Giubbonari e nelle cantine degli stabili di Piazza Grottapinta, Piazza del Paradiso e di Via del Biscione.

Notevoli i resti visibili sotto i ristoranti “Da Pancrazio” di Via del Biscione e “Da Costanza” in Piazza del Paradiso. La denominazione “Grotta Pinta” allude probabilmente ai resti sotterranei degli ambienti pompeiani trovati nella zona.

Oggi, parte della curia è visibile sul limite occidentale dell’Area Sacra e non resta più nulla del portico, se non nel lato orientale degli scavi dell’Area Sacra, nel comprensorio tra Largo Argentina e via dei Chiavari e tra via del Sudario e via di Sant’Anna.

Il porticato, che delimitava un’area compresa tra le attuali Vie dei Chiodaroli, di S.Anna, di Torre Argentina, del Sudario, Piazza Vidoni e Largo dei Chiavari partendo dai templi repubblicani dell’attuale Largo Argentina, si individua nel tracciato attraverso la fotografia aerea.
Sotto il Teatro Argentina c’è una colonna granitica del porticato e resti delle fontanelle che erano nei giardini boscosi del quadriportico.

Due statue di Satiri, ora al Museo Capitolino, si sono trovate nella piazza che dai satiri prende nome. Un altra statua di Ercole si trova al Louvre di Parigi.
Della Curia resta un grandioso basamento in opera quadrata di tufo visibile alle spalle dei templi B e C di Largo Argentina. Osservando questo reperto dal parapetto situato davanti al moderno teatro Argentina possiamo localizzare con grande approssimazione il luogo in cui è stato assassinato Giulio Cesare.

Oggi i resti di queste murature sono ancora visibili nelle cantine di molti edifici, abitazioni private e sotterranei di locali come nel caso del Ristorante “Grotte di Pompeo”, il cui ingresso è localizzato in Piazza del Biscione, del Ristorante “da Pancrazio”, dell’albergo “Teatro di Pompeo” e nel garage interrato dell’albergo “Sole”.

(BY DIANE FAVRO)

LA DECADENZA

Benché Augusto avesse fatto murare la Curia come "locus sceleratus" (luogo maledetto) a causa dell'assassinio di Cesare, lasciò in uso il teatro che venne restaurato dagli imperatori successivi fino al V sec. d.c.

LA FORMA DEL TEATRO RISCONTRABILE NELLA ROMA ODIERNA
(INGRANDIBILE)
Al tempo del re goto Teodorico, un suo cancelliere romano ricordava con ammirazione il Teatro di Pompeo, per i suoi marmi, le sculture e gli affreschi, con “caverne coperte a volta con pietre pendenti collegate in forme bellissime”. Ma nel medioevo divenne cava di marmi e materiali edilizi, usato poi come fondamenta per nuovi edifici.

Le sostruzioni del Tempio di Venere Vincitrice sono servite da base per la costruzione di Palazzo Pio Righetti a Campo dè Fiori. Le sostruzioni del tempio di Pompeo fanno da sostegno all'attuale Teatro de satiri.
Sulle sue rovine sorsero, fra gli altri, le case degli Orsini e la Chiesa di Santa Barbara dei Librai.

Il profilo della cavea è ancora riconoscibile nelle vie di Grottapinta, per la parte interna, e nel percorso via del Biscione e via dei Giubbonari per la parte esterna. Resti delle murature e delle arcate del portico, emergono nelle cantine degli edifici successivi e in alcuni locali della zona, tra i quali un albergo che dal teatro ha preso il nome.


NEL 500

OPERA POMPEI

1562. 10 giugno « Licentia effodiendi D. Julio Gallo ci ro: Regione Parionis . . . ante domus tuas sitas in urbe prope ecclesiam s. Laurentii in Damaso, in via publica quae ex dextero angulo dictae ecclesiae, et domo tua maiore quam nunc habitas, recte ducit ad viam maiorem Parionis et Plateam Pasquini » Arch. Secr. vat. Divers tomo 209, e. 74.

L' esito di questi scavi è descritto dal Vacca, Mem. 30, benché egli sembri volerli riferire al pontificato, non di Pio IV, ma di Gregorio XIII: « sotto la casa dò Galli mi ricordo vedervi cavare un gran pilo di marmo, e fu trasportato in piazza Navona. Vi furono trovati ancora certi capitelli scolpiti con targhe, trofei, e cimieri, che davano segno vi fosse qualche tempio dedicato a Marte."
Presentemente detti capitelli sono in casa di detti Galli nella via de Leutari di fianco alla Cancelleria. Uno di questi capitelli diviso in due pezzi, e trasferito al palazzo Massimi alle Colonne, è descritto dal Winckelmann-Fea, Storia, tomo III, p. 95 e 523.

Ricordo come nella stessa « via, dove abitano li Leutari, presso il palazzo della Cancelleria nel tempo di papa Giulio III » cioè prima dell' anno 1555, era stata trovata la celeberrima statua eroica creduta di Pompeo Magno, ora al palazzo Spada. Vedi Vacca, Mem. 57. Helbig, Guide, tomo II, p. 170, n. 953.

Il cronografo dell'anno 354 dice di Diocleziano e Massimiano « bis imper. multae operae publicae fabricatae suiit: senatum, forum Caesaris, basilica Julia, scaena Pompei, porticos II   »  Una scoperta fatta nel giugno dell'anno 1554, nella via de Chiavari dietro al teatro di Pompeo, ha permesso ai topografi di interpretare rettamente la notizia relativa ai due portici, poiché il piedistallo di marmo CIL. VI, 255 trovato in quest'occasione, e dedicato al Genio di Diocleziano, parla appunto di una « lovia porticus eius a fundaraentis absoluta ». Nel secolo seguente, essendosi tornato a scavare sotto le vicine case dei Cavalieri, si ritrovò la base gemella, ivi 25G, dedicata al Genio di Massimiano, per aver egli « Herculea (m) porticu (m)eius a fundamentis absoluta(m) ».

Le seguenti notizie si riferiscono ai due templi, rotondo l'uno, rettangolo-perittero-esastilo l'altro, confinanti col recinto dei portici pompeiani dalla parte di oriente, templi delineati nel frammento della Forma Urbis Jordan, tav. XVI, n. 110, 110', e che io ho ricongiunto per la prima volta al gruppo di Pompeo negli Annali dell' Institulo, a 1883. Il tempio rotondo è quello di Ercole grande custode del circo Flaminio, tuttora in piedi nel cortile dell"antico convento di san Nicolò dei Cesarini. Il secondo, quadrato, è quello descritto da Antonio da Sangallo nella scheda fiorentina 1140 con le parole che seguono: « tempio dietro al cardinale ceserino fatto di tufo coperto di stucho ne fatto una chiesetta che si domanda sto (Nicolao) apresso al ditto ce ne uno tondo similm(en)te fatto di tufo e stucho  »
Ne rimanevano allora in piedi sei colonne della fronte, tre della fiancata sinistra, e un angolo della cella. Queste importanti reliquie devono essere state abbattute nella ricostruzione della chiesa di s. Nicolò. Ad esse, che nei tempi di Cola di Rienzo portavano il nome di « templum Veneris in calcarario » appartiene il frammento di iscrizione de Rossi, Ball. Com. tomo XXI, a. 1893, p. 192, il quale ricorda restauri fatti nel secolo IV al tempio stesso, o al vicino Ecatostilo (portico con 100 colonne).
A questo gruppo monumentale si riferisce la notizia Vacca, Afem. 20 " Dopo il palazzo del sig. Giuliano Cesarini ho visto un tempio antico di forma tonda con colonne di peperino. Credo che fossero coperte di stucchi. Vi sono ancora gran muraglie di quadri pur di peperino: grande edifizio mostra certamente essere stato, ed in molte cantine si vede che seguita la medesima fabbrica".
Questo secondo ricordo {Mem. 60) si riferisce all' Ecatostilo:


« nella piazza che si diceva di Siena, ove ora i Teatini fabbricano la chiesa di s. Andrea (della Valle) nel fare li fondamenti vi trovarono un pezzo di colonna di granito dell' Elba lungo palmi quaranta e di grossezza circa sei palmi, e sotto ad essa una selciata antica. Giudico però che detta colonna vi fosse stata trasportata, non essendo in detto piano altri vestigi di antichità e seguitando a cavare quasi vicino la creta, si trovò un gran nicchione il quale dava segno di antico e superbo edifizio. Della colonna si fecero pezzi: ed uno di essi l'hanno posto per soglia della porta grande di detta
chiesa ".

Le vestigia del teatro sono ricordate dal Marliano, nel passo già riferito nel procedente volume a p. 244: (theatri vestigia in cella vinaria et in stabulo Ursinorum in campo Florae adliuc cernuntur. Ego vero anno ni. d. x i v. post aedom S. Lucia cognomento in crypta pietà, vidi effodi marmor in quo erat (iscrizione di Veuus
Victrix CIL. VI, 788). Intorno a questo palazzo Orsini e alle suo vicende nel secolo XVI, vicende connesse più o meno con la sorte del Theatrum lapidorum, si potrebbero trarre dai nostri archivii notizie di particolare interesse. Fra quelle già da me raccolte negli atti di Stefano Amanni, merita osservazione la vendita temporanea del palazzo, fatta, ai 27 di febbraio del 1513, da Giovan Giordano Orsini a Francesco cardinale Sorrentino assente, ed in suo nome ad Agostino Chigi mercante senese, salvo lo ius della parrocchia, per ducati tremila d'oro.

Le due statue di Pan, che si trovano a destra e a sinistra del Marforio capitolino, furono trovate presente il Pighio, e perciò circa la metà del secolo, nella piazza de Satiri, il cui sito i topografi fanno coincidere con quello della scena del teatro. I due simulacri passarono al palazzo della Valle, dove furon visti e delineati dal Cavalieri, e dai suoi imitatori. Vedi Helbig, Guide, tomo I, p. 294, n. 403 e 404, il quale li riconosce simili ad altre figure scoperte al Pireo, e quindi copie di originali attici.

Si crede inoltre che la Musa colossale farnesiana (Winckelmann, Storia, tomo I, p. 322) e l'altra che prima stava nel cortile della Cancelleria e ora nel museo Pio-clementino (Visconti, tomo li, p. 26), sieno state trovate dentro l'ambito del portico-giardino annesso al teatro. Tale congettura ha ricevuta conferma dalla scoperta di una terza figura di Musa, fatta l'anno 1888 nei lavori della via Arenula presso alla chiesa di san Carlo de' Catinari. Questa figura è ora conservata nell'Antiquarium Comunale al Celio.


NELL'800

"Il primo teatro edificato in Roma con stabile costruzione di pietra fu quello che Pompeo fece erigere con somma magnificenza a poca distanza del descritto circo Flaminio verso il Campo Marzio, dal quale rimangono diversi avanzi alquanto disgiunti tra loro, ma sono peraltro ben sufficienti per farci concepire la intiera forma dell'edifizio. 
A ricercare questi molta diligenza mi sono presa in compagnia di erudite persone, e si può dire di averne ritrovati in maggior numero di quelli che per l'avanti si conoscevano. Col soccorso poi del grande frammento della antica Pianta di Roma N. XI. in cui sta incisa la forma di questo teatro, ho potuto idearne la sua intiera struttura, siccome si dimostra con disegni in grande nell'accennata opera dell'architettura antica. 

Dalla situazione degli avanzi che rimangono di questo teatro sotto al palazzo Pio, nelle case annesse al medesimo, e nel fabbricato situato lungo la via del Paradiso, si trova che la cavea del teatro stava decisamente rivolta verso Oriente, e l'edifizio tutto posto secondo la direzione meridionale delle antiche fabbriche del Campo Marzio. Al di sotto della parte del suddetto palazzo Pio situata verso la piazza di Campo di Fiore, riconobbi per la prima volta alcuni resti delle sostruzioni fatte per reggere il tempio, che Pompeo, onde connestare la grande spesa che portava la costruzione del teatro con un titolo pio, fece edificare nel mezzo della parte superiore dalla cavea, affinchè i sedili della medesima, sembrando servire come di scalinata al tempio, lo facessero figurare sopra ogni altra parte dell'edifizio, e dedicollo a Venere Vincitrice. 

La indicata situazione di questo tempio si trova anche confermata da ciò che si vede rappresentato nel suddetto frammento della Pianta Capitolina. Dietro la scena del teatro vi stava, come accenna Vitruvio, il portico che doveva servire al popolo di ricovero in tempo delle intemperie. Parte di questo portico sta disegnata nel medesimo frammento; ed ivi si vede indicato essere stato diviso in due parti da quattro file di colonne, tra le quali vi erano piantati i boschetti prescritti dallo stesso Vitruvio, e più chiaramente ancora a questo riguardo dai seguenti versi di Properzio.


Scilicet umbrosis sordet Pompeja columnis Porticus aulaeis nobilis Attalicis:
Et creber pariter platanis surgentibus ordo Flumina sopito quaeque Marone cadunt.
Et leviter Nymphis tota crepitantibus Urbe. Cum subito Triton ore recondit aquam.


Dai quali versi ancora si mostra esservi stato tra i verdeggianti platani un fonte con un Tritone che gettava acqua; come pure esservi state delle fiere di pietra si deduce da Marziale. E dal medesimo scrittore con i seguenti versi si conferma essere stati precisamente due i boschetti in tale portico.

Inde petit centum pendentia
tecta columnis Illinc Pompeii
dona, nemusque duplex

Solo ho potuto aver cognizione che si siano trovati di questo portico alcuni pochi rocchi di colonne di granito bianco e nero, ed uno di questi di considerabile lunghezza fu ultimamente scoperto nel fare le fondamenta della nuova casa situata di faccia al teatro Argentina; ove pure vidi un pezzo di muro costrutto colla stessa opera retticolata impiegata nelle altre parti del teatro di Pompeo, il quale dovea appartenere al recinto del descritto portico. Similmente sembrano avere partecipato della costruzione di tale edifizio i molti pezzi di cornicioni, rocchi di colonne e capitelli trovati sotto il palazzo della Valle al tempo di Pio IV; come pure le altre antichità rinvenute nel fare i fondamenti della vicina chiesa di S. Andrea.


CURIA DI POMPEO

"Avanti al medesimo teatro di Pompeo si conosce da Appiano esservi stata la Curia, nella quale Cesare fu ucciso dai congiurati a piedi della statua dello stesso Pompeo. E questa stava situata probabilmente nella parte d'avanti al teatro ch'era rivolta verso la Cancelleria; imperocchè da tale parte fu rinvenuta la pretesa statua di Pompeo. Benchè, come si conosce dal medesimo Appiano, tale statua sia stata da Augusto trasportata in un Giano di marmo, è da credere peraltro che questo arco, dovendo essere evidentemente situato vicino alla nominata Curia, stasse ivi pure prossima agli edifizj Pompejani."





RINASCE IL TEATRO DI POMPEO IN UN HOTEL
(Fonte)

"Un vero e proprio archeo hotel nel cuore di Roma. L’Hotel Lunetta, 4 stelle superiore nel Rione Parione di Roma, ha inaugurato, la scorsa settimana, la nuova area archeologica: una sorta di museo dove ammirare i resti delle antiche mura del Teatro di Pompeo rivenute durante i lavori di ristrutturazione durati 4 anni. Gli ospiti di questo tempio dell’ospitalità romana, si immergono nella millenaria storia della città con un percorso emozionale che si snoda dal piano seminterrato – trasformato grazie ad un certosino restauro in una sorta di galleria dove ammirare le antiche mura in tutto il loro splendore - alla Spa di 300 mq dove gli altri antichi resti sono custoditi da pannelli di cristallo. Al primo piano dell’hotel fa bella mostra di sé, sulle pareti bianche, l’opus reticulatum: raro esempio visibile ad un altezza di oltre 5 metri dal livello stradale. “L’intenzione della proprietà dell’Hotel – dichiara il general manager Luca Rombi – è di dotare l’area archeologica, in un prossimo futuro, di ulteriori strumenti che possano illustrare la storia del Teatro di Pompeo offrendo, così, un servizio in più che vada oltre l’ospitalità in senso stretto e possa arricchire le conoscenze dei nostri ospiti sulla storia della Città eterna“. "

di Sonia Rondini


BIBLIO

- L. Crema - L’architettura romana - Torino - 1959 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Famiano Nardini - Roma antica - Roma - 1771 -
- Plutarco - Vita di Pompeo - X -
- R. Allan Tomlinson - Theatres (Greek and Roman), structure - The Oxford Companion to Classical Civilization - Ed. Simon Hornblower and Antony Spawforth - Oxford University Press - 1998 - Oxford Reference Online - Oxford University Press - Northwestern University - 2007 -





G. POMPEO MAGNO - POMPEIUS MAGNUS


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Nome originale: Gnaeus Pompeius Magnus
Nascita: 28 settembre 106 a.c., Picenum
Morte: 48 a.c., Egitto
Incarico politico: 70-48 a.c.



LE ORIGINI

Gneo Pompeo Magno, ovvero Gnaeus Pompeius Magnus, nacque a Picenum, (odierna Ascoli Piceno) nel 106 a.c.. Suo padre fu Gneo Pompeo Strabone, possidente molto ricco dei territori Piceni, era un grande generale che aveva assunto nell'89 la carica di senatore. Così Pompeo era di famiglia senatoria e pertanto patrizio.

Gneo Pompeo Strabone era stato questore in Sicilia nel 104 a.c. scalando militarmente il suo cursus honorum fino a divenire console durante la Guerra Sociale e le sue tre legioni romane furono determinanti nella vittoria di Roma. Suo figlio Gneo Pompeo si mise allora a capo delle legioni del padre e le ricondusse nel Picenum.
Strabone aveva combattuto prima con Gaio Mario, poi con Lucio Cornelio Silla, grande nemico di Mario, nelle guerre civili dell'88-87 a.c. Per sostenere Silla contro Gaio Mario, aveva assediato Roma, ma morì prima della battaglia.

Pompeo era cresciuto con suo padre negli accampamenti militari, coinvolto con l'esercito e le fazioni politiche. A 17 anni, Pompeo era diventato il braccio destro di suo padre, inoltre strinse grande amicizia con un giovane ufficiale suo coetaneo, Marco Tullio Cicerone. Plutarco riferisce che Pompeo fosse considerato dalle truppe un secondo Alessandro Magno.



A FIANCO DI SILLA

Malgrado la sua gioventù, Pompeo fu al fianco di Silla dopo il suo ritorno dalla II guerra mitridatica nell'83 a.c.. La Roma repubblicana non vedeva di buon occhio Silla e si schierava con Lucio Cornelio Cinna, amico del defunto eroe Mario, che tante volte aveva salvato Roma senza mire dittatoriali.
Pompeo aveva a sua disposizioni tre legioni di veterani lasciategli dal padre insieme ai soldi per mantenerli, un grande potere che Pompeo sfruttò per fare carriera.

Silla, diventato ormai dittatore con potere assoluto della città, fece divorziare Emilia Scaura, la figliastra incinta, per farle sposare Pompeo, che a sua volta divorziò dalla plebea Antistia, per sposare la patrizia Emilia e diventare genero di Silla. Il dittatore però non condivideva con gli altri il suo potere, non faceva vita di corte e non accettava consiglieri. Essere il genero di Silla non voleva dire granchè per l'ambizioso Pompeo.



INCONTRI FATALI

Durante le campagne di Silla attraverso l'Italia, Pompeo aveva intanto incontrato Marco Licinio Crasso e Gaio Giulio Cesare. Crasso, come Pompeo, era era ricco e possedeva un esercito che aveva combattuto per Silla. Avevano molto in comune ma molto da competere. Aveva invece visto Cesare quando Silla aveva chiesto al giovanissimo nipote di Mario di divorziare da sua moglie Cornelia, la figlia di Cinna. Cesare aveva avuto l'ardire di rifiutare dimostrando per i suoi sedici anni un fierissimo carattere.

Qui i racconti divergono, alcuni sostengono che sia la figlia che Pompeo pregassero il dittatore di risparmiare il ragazzo e così le vestali si che Silla averebbe risposto di tenersi pure il ragazzo che avrebbe comunque creato guai per venti Mario messi insieme. Secondo altri Pompeo non perorò ma si limitò ad elogiare la magnanimità di Silla per cui Cesare anzichè condannato a morte diventò esule, e Silla avrebbe risposto che desiderava lasciare alcuni nemici vivi per le avventure successive. Pompeo vide in Cesare una grande determinazione, per aver rifiutato un divorzio che lui stesso aveva dovuto accettare, per timore di cadere in disgrazia come Cesare.



LA STRAGE DEI MARIANI

Silla intanto inviò Pompeo in Sicilia per recuperare dai Mariani l'isola che riforniva Roma della maggior parte del grano: se mancava il grano la popolazione si ribellava.
Pompeo ci andò giù pesante e quando i cittadini protestarono rispose con una frase rimasta famosa: "Smettete di citare leggi, noi portiamo armi".

Sconfitti i Mariani e riacquisita la Sicilia si recò in Africa, sterminando spietatamente gli altri Mariani nell'82-81 a.c. le sue truppe entusiaste lo proclamarono Imperator cosicchè Pompeo non sciolse le sue legioni giungendo alle porte di Roma con la richiesta del trionfo. Era fortemente proibito presentarsi vicino Roma con l'esercito, la legge prevedeva lo scioglimento dello stesso e un periodo di purificazione prima di entrare nell'urbe, ma Silla, che aveva conquistato il potere nello stesso modo, dovette temere il peggio e acconsentì. Fu qui che Pompeo si guadagnò il cognomen di Magno, "Grande".



ULTIMA RESISTENZA MARIANA

Nel 77 a.c. Pompeo represse la rivolta filo-mariana di Marco Emilio Lepido, riconquistò molte città del nord e sconfisse definitivamente Lepido in uno scontro in Maremma.

POMPEO
Ottenuto poi a il trionfo che era molto significativo per il plauso popolare, Pompeo richiese l'imperium proconsolare pur non avendo ricoperto la carica di console, per andare in Spagna e combattere contro Sertorio, un generale Mariano che continuava a governare la Spagna. Anche questo era fuori delle regole, per giunta Pompeo non aveva ancora sciolto le sue legioni. Era una chiara minaccia a Silla che da un lato temeva Pompeo ma dall'altro poteva togliersi l'ultima resistenza mariana.

Il dittatore dovette riflettere sulla convenienza della cosa: se Pompeo perdeva perdeva pure il suo prestigio, se vinceva il prestigio aumentava ma gli toglieva la disperata resistenza dei Mariani, avvelenati contro Silla e contro Pompeo. Decise pertanto di accettare e Pompeo si unì con Quinto Metello Pio contro Sertorio, cugino di gaio Mario che aveva distaccato da Roma la provincia iberica.

Metello era seguace di Silla, nominato da questo Pontifex Maximo senza votazione, uno scandalo, ma il dittatore poteva decidere ciò che voleva. In più concesse a Metello la carica di proconsole della Spagna Ulteriore.

La campagna contro i Mariani durò dal 76 al 71 a.c. e la guerra infine fu vinta non grazie alle abilità di Pompeo, quanto all'abilità di Metello e all'assassinio di Sertorio, ad opera del suo luogotenente Perperna, a sua volta affrontato e sconfitto da Pompeo Magno, tanto che al ritorno fu Metello a ottenere il trionfo.

Pompeo fu però abilissimo nell'organizzazione e la gestione della provincia riconquistata, dimostrandosi equanime generoso, estendendo il potere fino alla Gallia meridionale. Fu però richiamato a Roma dalla rivolta degli schiavi del 71 a.c., che stava mettendo a rischio Roma e l'Italia meridionale. Inviato dal senato a intervenire sugli insuccessi di Crasso giunse però troppo tardi.

Questi, pur di non condividere la vittoria con Pompeo, punì così atrocemente i suoi uomini giustiziandone 4000 a bastonate, da spingerli a una battaglia disperata che ebbe la meglio sugli schiavi. l'unica cosa che potè fare Pompeo fu di uccidere 5000 schiavi che stavano fuggendo verso il nord.

Tornato a Roma, Pompeo celebrò il suo secondo trionfo, nonostante non gli fosse stato concesso, per le vittorie in Spagna e la sua popolarità crebbe a dismisura. Nel 70 a.c. Pompeo Magno e Licinio Crasso, accampati alle porte di Roma i propri soldati, ottennero l’elezione a consoli. Così nell'anno successivo, 71 a.c., a soli 35 anni, Pompeo fu eletto finalmente console, per il 70 a.c. in coppia col giovanissimo Crasso, grazie all'appoggio della popolazione romana. Durante il consolato si adoperò per ridimensionare il potere del Senato e per demolire le leggi varate da Silla.



IL GRANO PER ROMA

Nel settembre 67 a.c., essendo Roma afflitta da una grave carestia, il Senato incaricò Pompeo dell'approvvigionamento di grano dell'Urbe (l'annona), conferendogli per cinque anni un comando proconsolare con dei poteri eccezionali sulla produzione agricola in tutto il mondo soggetto ai Romani e sulla navigazione marittima nell'intero Mediterraneo.

Avvalendosi di un gran numero di luogotenenti (fra i quali il posto più eminente venne assegnato a Cicerone), egli assunse prontamente il controllo di tutte le aree di produzione oltremare e dei relativi porti marittimi. Quindi egli stesso prese il mare, facendo vela verso le coste della Sardegna, della Sicilia e dell’Africa per controllare di persona la raccolta e l'imbarco dei cereali.

Quando le navi del primo convoglio erano già state caricate ed erano pronte a salpare per il rientro ad Ostia, sopravvenne una tempesta che trattenne i comandanti in porto. Ma Pompeo non tollerò che la partenza venisse ritardata. Salì a bordo della prima nave ed ordinò di sciogliere gli ormeggi esclamando: “Navigare è necessario! … vivere non lo è!” (Navigare necesse est, vivere non est necesse).

L'energia infusa da Pompeo nella rete dei rifornimenti marittimi di Roma non tardò a sanare la situazione: dopo aver riempito il mare di navi, egli colmò i mercati romani di vettovaglie sovrabbondanti. Egli raggiunse l'apice della propria potenza proprio al termine del suo proconsolato quinquennale.

LA GUERRA PIRATICA

I PIRATI

Nel 69 a.c., Pompeo era ormai il beniamino del popolo romano che vedeva in lui l'eroe invincibile. Ottenne così due incarichi proconsolari straordinari, senza precedenti nella storia romana.

Nel 67 a.c., nonostante l'avversione del senato, Pompeo fu nominato comandante di una flotta speciale per condurre una campagna contro i pirati che infestavano il Mar Mediterraneo. Per una città potente come Roma il controllo del mare Mediterraneo era indispensabile per i commerci e i rifornimenti.

Giulio Cesare faceva parte di quella minoranza di senatori che avevano sostenuto Pompeo. Il tribuno della plebe Aulo Gabinio propose la Lex Gabinia, che assegnava a Pompeo il comando della guerra contro i pirati del Mediterraneo, con il controllo assoluto sul mare e sulle coste per 50 miglia all'interno, ponendolo al di sopra di ogni capo militare in oriente.

Ecco le aree di responsabilità assegnate da Pompeo ai comandanti delle flotte romane schierate nel Mediterraneo contro i pirati:

Comandanti Delle Flotte Romane
1 Lucio Gellio Publicola (già console, nel 72 a.c.): mar Tirreno;
2 Publio Atilio: mar Ligure e acque della Corsica;
3 Marco Pomponio: mar Gallico (golfo del Leone);
4 Aulo Manlio Torquato: mar Balearico e acque delle coste orientali della Spagna;
5 Tiberio Claudio Nerone: stretto di Cadice (ora “di Gibilterra”) e mar di Alboran;
6 Gneo Cornelio Lentulo Marcellino (futuro console, nel 56 a.c.): acque della Sardegna e mar Libico;
7 Aulo Plozio Varo: mar Siculo;
8 Marco Terenzio Varrone: mar Ionio, basso Adriatico e basso Egeo fino a Delo;
9 Gneo Cornelio Lentulo Clodiano (già console, nel 72 a.c.): mare Adriatico;
10 fratelli Aulo e Quinto Pompeo Bitinico: mare Egizio;
11 Quinto Cecilio Metello Nepote (futuro console, nel 57 a.c.): Egeo sud-orientale, mar Panfilio e acque di Cipro;
12 Lucio Lollio: Egeo settentrionale, fino all’Ellesponto (Dardanelli);
13 Marco Pupio Pisone Frugi Calpurniano (futuro console, nel 61 a.c.): Propontide e Bosforo.

Pompeo risolse brillantemente e in pochi mesi il pericolo dei pirati, dimostrando grandi qualità organizzative e di comando.

COME DOVEVA APPARIRE

CONTRO MITRIDATE

« Si salutarono l'un l'altro in modo amichevole, e ciascuno si congratulò con l'altro per le sue vittorie. Lucullo era l'uomo più anziano, ma il prestigio di Pompeo era più grande, perché aveva condotto campagne più importanti, e celebrato due trionfi. 

Fasci incoronati di alloro erano portati nei cortei di entrambi i comandanti, in ricordo delle loro vittorie, e poiché Pompeo aveva fatto una lunga marcia attraverso delle regioni aride senza acqua, l'alloro che avvolgeva i suoi fasci si era inaridito. Quando i littori di Lucullo videro ciò, premurosamente diedero ai littori di Pompeo alcuni rametti del loro alloro, che invece era fresco e verde.

Questa circostanza fu interpretata come un buon auspicio da parte degli amici di Pompeo, perché, con questo gesto, il prestigio di Lucullo ornava ora il comando di Pompeo. Tuttavia, il loro incontro non portò a nessun accordo equo tra le parti, ed al contrario li portò a dividersi ancor più. Pompeo annullò le ordinanze di Lucullo, e portò via tutto, eccetto mille e seicento dei suoi soldati. Questi glieli lasciò, per condividere il suo trionfo, seppure anche loro non lo seguissero molto allegramente. »
(Plutarco, Vita di Lucullo, 36.2-4.)

Per il popolo romano era ormai un mito. Ma il senato pensò bene di occuparlo di nuovo in un paese straniero e lo incaricò di condurre la guerra contro Mitridate VI re del Ponto, in oriente, dandogli in mano tutta la conquista e la riorganizzazione dell'intero Mediterraneo orientale. Anche stavolta Cesare, che aveva a sua volta le sue mire, votò a favore di Pompeo.

Questi combattè dal 65 al 62 a.c. con tale abilità militare e capacità amministrativa che Roma conquistò gran parte dell'Asia. Con i proventi della guerra mitridatica si costruì una sontuosissima villa a Roma costruita tra il 61 e il 58 a.c., poi ereditata dal figlio Sesto e in seguito passò a Dolabella e quindi all'Imperatore Augusto.

Pompeo sconfisse ed eliminò Mitridate, poi sconfisse Tigrane il grande, re di Armenia, con cui in seguito giunse a trattative. Tra il 64-63 la Bythinia tornò provincia romana insieme al Pontus. Pompeo Magno penetrò quindi in Syria, depose re Antioco XIII, e dichiarò la Syria provincia romana.

Poi andò a combattere contro Gerusalemme, acquisendone il dominio. Fu una serie di vittorie brillanti e brillanti trattative, sostituendo i re delle nuove province orientali e facendoseli amici, affinchè custodissero la nuova frontiera di Roma in oriente.



IL RITORNO DEL VINCITORE

« Le iscrizioni [del corteo trionfale] indicavano le nazioni su cui [Pompeo] aveva trionfato. Questi erano: Ponto, Armenia, Cappadocia, Paflagonia, Media, Colchide, Iberia, Albania, Siria, Cilicia, Mesopotamia, Fenicia, Palestina, Giudea, Arabia e tutta la potenza dei pirati di mare e terra che erano stati sconfitti. Tra questi popoli furono catturate non meno di 1.000 fortezze, secondo le iscrizioni, e non meno di 900 città, oltre ad 800 navi pirata, e 39 città fondate. 

Oltre a tutto questo, le iscrizioni riportavano che, mentre i ricavi pubblici dalle tasse erano stati pari a 50 milioni di dracme, a cui se ne aggiungevano altri altri 85 milioni dalle città che Pompeo aveva conquistato e che andarono a costituire il tesoro pubblico, coniato da oggetti d'oro e d'argento per 20.000 talenti; oltre il denaro che era stato distribuito ai suoi soldati, tra i quali, quello a cui era stato dato la quota minore aveva ricevuto 1.500 dracme. 

Tra i prigionieri portati in trionfo, oltre al capo dei pirati, c'era il figlio di Tigrane con la moglie e la figlia, Zosimo con la moglie dello stesso re Tigrane, Aristobulo re dei Giudei, una sorella e cinque figli di Mitridate, alcune donne Scite, oltre ad ostaggi dati dal popolo degli Iberi, degli Albani e dal re di Commagene; c'erano anche moltissimi trofei, in numero pari a tutte le battaglie in cui Pompeo era risultato vittorioso (compresi i suoi legati). 

Ma quello che più di ogni altra cosa risultava emergere per la sua gloria fu che nessun romano prima di allora aveva mai celebrato il suo terzo trionfo sopra tre differenti continenti. Altri avevano celebrato tre trionfi, ma lui ne aveva celebrato uno sulla Libia, il suo secondo in Europa e l'ultimo sull'Asia, in modo che sembrava avesse incluso tutto il mondo nei suoi tre trionfi. »
(Plutarco, Vita di Pompeo, 45.2-5.)

Pompeo tornò a Roma nel 62 a.c. con un bottino e un versamento di tributi dalle province come mai era stato visto. Plutarco scrisse di circa 20.000 talenti d'oro e d'argento versati al tesoro, e l'erario aumentò in attivo attuale da 50 milioni a 85 milioni di dracme. Il suo genio amministrativo era tale che le sue disposizioni restarono in voga fino alla caduta di Roma.

Il suo trionfo raggiunse il vertice dello spectaculum, e fu celebrato nel 61 a.c. dopo la vittoria su Mitridate VI e del quale abbiamo una lunga e dettagliata testimonianza di Plinio, che non nasconde la sua ironia su alcuni eccessi, come il ritratto di Pompeo, composto di perle:

"Erat et imago Cn. Pompei e margaritis, illa reclino honore grata, illius probi oris venerandique per cunctas gentes, illa ex margaritis, illa severitate victa et veriore luxuriae triumpho! Numquam profecto inter illos viros durasset cognomen Magni, si prima victoria sic triumphasset! E margaritis, Magne, tam prodiga re et feminis reperta, quas gerere te fas non sit, fieri tuos voltus? Sic te pretiosum videri?"

Molti senatori già temevano una marcia su Roma come quella di Silla che portò alla dittatura. Il prestigio di Pompeo era talmente alto che, se avesse voluto, avrebbe potuto farlo tranquillamente, invece, una volta sbarcato a Brindisi, licenziò il suo esercito e tutti rifiatarono.

Dal 58 al 55 a.c. Pompeo governò la Spagna Ulteriore per procura, e a Roma ordinò la costruzione del Teatro di Pompeo. Restò infatti a Roma per il terzo trionfo e per il secondo consolato.

Intanto nel 58 Giulio Cesare era diventato governatore della Gallia Cisalpina e dell’Illyricum, alle quali viene in un secondo momento aggiunta anche la Gallia Transalpina (Narbonensis), e diede inizio alla campagna delle Gallie. Era il nuovo astro all'orizzonte.

Le leggi romane dichiaravano che un generale non poteva traversare il pomerium senza perdere il diritto al trionfo, ma un candidato doveva essere in città per presentarsi all'elezione. Pompeo chiese al senato di posporre l'elezione consolare per il giorno dopo il trionfo. Gli ottimati, guidati da Catone Uticense, si opposero e il generale scelse il trionfo, ma non poté candidarsi per il consolato. Però corruppe gli elettori per nominare il suo candidato, Afranio.

Il suo terzo trionfo avvenne l'anno dopo, nel suo 45° compleanno, celebrando le vittorie sui pirati e nel Medio Oriente. Due giorni di parata di bottini, di prigionieri, l'esercito e i vessilli con scene di battaglia riempirono la strada tra il Campo Marzio ed il tempio di Giove Ottimo Massimo. Poi Pompeo offrì un banchetto trionfale e fece donazioni al popolo di Roma che andò in visibilio per lui.

Intanto Crasso, aveva prestato molti soldi a Cesare per la sua carriera pubblica, convinto delle sue capacità e della sua amicizia che lo avrebbe di certo favorito. Cicerone invece stava cadendo in disgrazia. Pompeo allontanò i suoi eserciti da Roma per smentire l'intenzione di mirare alla dittatura.

Gli ottimati del senato però gli erano ostili e i suoi accordi in Oriente non furono ratificati subito. Soprattutto le terre pubbliche che aveva promesso ai veterani non arrivarono. La stella di Pompeo cominciò ad affievolirsi quando sorse un nuovo astro: un personaggio più abile, più intelligente e carismatico di lui: Caio Giulio Cesare.


IL PRIMO TRIUNVIRATO

Pompeo e Crasso non si amavano, ma avevano interessi comuni: una tassa proposta da Crasso era stata respinta e i veterani di Pompeo restavano ignorati. Occorreva un console amico e lungimirante: Giulio Cesare, che di ritorno dal servizio in Spagna era pronto al consolato e a favorire entrambi, per quel dono particolare che aveva di convincere gli uomini.

Così, nonostante le avversioni, Pompeo e Crasso, insieme a Cesare, concordarono il primo triumvirato. Pompeo e Crasso lo avrebbero aiutato ad essere eletto console e lui avrebbe favorito le loro leggi. Plutarco riferisce che Catone avrebbe affermato che la tragedia di Pompeo non fu essere il nemico di Cesare, ma di esserne stato amico e sostenitore.

Cesare mantenne le promesse fatte ai due triunviri e per legarsi maggiormente a Pompeo nel 59 a.c. gli dette in moglie la giovane figlia Giulia, ben trenta anni di differenza d'età; ciononostante Giulia amò teneramente Pompeo e ne fu a lungo riamata. Dopo che Cesare si fu assicurato il comando proconsolare in Gallia alla fine dell'anno consolare, a Pompeo fu dato il governo della Spagna ulteriore, cosicché potesse restare a Roma.



L'ASCESA DI CESARE

Intanto a Roma aumentava la fama di Cesare come genio militare. Cesare, ben conoscendo la rivalità tra i due, chiamò prima Crasso, si accordò con lui e poi chiamò Pompeo, il più difficile da dirigere, ad una riunione segreta a Lucca dove decisero che Pompeo e Crasso avrebbero di nuovo avuto il consolato nel 55 a.c. e in cambio avrebbero rinnovato il comando di Cesare in Gallia per altri cinque anni.

GIULIO CESARE
Crasso intanto avrebbe ricevuto il comando in Siria, mentre Pompeo avrebbe continuato a governare la Spagna in absentia dopo il loro anno consolare. Il senato si oppose ma la corruzione dilagò grazie ai soldi di Crasso e le cariche elargite, e l'elezione di Pompeo e di Crasso approdò nel 55.

Cesare aveva il ruolo minore, ma sapeva di avere dalla sua la cosa più importante: l'entusiasmo del suo esercito per il suo genio militare, per le sue vittorie, e per la sua abilità nel conquistarsi gli animi dei soldati, insomma una fedeltà senza pari.

Silla era morto ma la dittatura era ancora disponibile. Intanto nel 54 era morta l'amata Giulia, troncando così un legame tra Pompeo e Cesare, il primo triunvirato si sciolse.

Nel 52 a.c. Pompeo ottenne il consolato con Metello Scipione di cui sposò la figlia Cornelia Metella, I conservatori, che male vedevano Cesare, si rivolsero a Pompeo eleggendolo unico console per l'anno successivo e prorogando per 5 anni il proconsolato in Spagna.

Pompeo divenne così strumento degli avversari di Cesare, che temendo la sua discesa a Roma in armi, gli assegnarono il comando supremo di tutto l'esercito della penisola.
Così nel 51 a.c. Pompeo, con soddisfazione dei conservatori, vietò a Cesare (in Gallia) di candidarsi per il consolato in absentia.


LA GUERRA CIVILE

Nel 50 il senato invitò Cesare a sciogliere il proprio esercito. Un paio di mesi dopo, nel 49, giunse la lettera di Cesare al Senato con ultimatum sulla sua candidatura al secondo consolato. il Senato per tutta risposta dichiarò Cesare Hostis (nemico). Nello stesso mese Cesare varcò il Rubicone: era guerra civile. Cesare occupò Ariminium, Pisaurum, Fanum, Ancona e Arretium in pochi giorni.

Il governo della Repubblica abbandonò Roma insieme a Pompeo, mentre forse un accordo era ancora possibile. Le sue legioni fuggirono verso Brundisium, dove Pompeo voleva intraprendere la guerra contro Cesare in Oriente.

La prima mossa di Cesare, a cui né Pompeo né il Senato avevano pensato, fu di prelevare tutto l'erario, permettendo di pagare l'esercito e conquistarsi con elargizioni la simpatia del popolo di Roma. Poi Cesare, anzichè inseguire Pompeo, partì in Hispania, vinse la battaglia di Ilerda contro le truppe di Pompeo Magno comandate da Afranio e Petreio, assediò Massilia, l’esercito pompeiano si arrese e Massilia capitolò. Nello stesso anno in Africa l’esercito cesariano al comando di Curione vinse a Utica, ma venne successivamente sconfitto.

Non si sa perchè Pompeo lasciasse l'Italia senza combattere, forse perchè l'Asia era il terreno dove aveva molti alleati, o perchè, portandosi dietro consoli e senatori, costringeva Cesare a lasciare la penisola che gli eserciti fedeli a Pompeo, stanziati in Spagna, avrebbero potuto facilmente riconquistare.

Cesare però intelligente e lungimirante come sempre, intuì la trappola e, prima di inseguire Pompeo, si diresse in Spagna dove, nel giro di pochi mesi, sconfisse le truppe fedeli al suo nemico. Eliminato questo pericolo, poté finalmente attraversare l'Adriatico per lo scontro decisivo della guerra civile.

Pompeo si riprese nell'assedio di Dyrrhachium, dove Cesare si era trovato in grande difficoltà, essendo abituato a combattere in campo aperto. Tuttavia, non attaccandolo in una sortita mentre era in difficoltà, Pompeo perse la possibilità di distruggere le sue armate. Plutarco riferisce il commento di Cesare "oggi il nemico avrebbe vinto, se avesse avuto un comandante che era un vincitore."

I conservatori condotti da Pompeo fuggirono in Grecia con Cesare all'inseguimento. Lo scontro avvenne nella battaglia di Farsalo in Tessaglia nel 48 a.c., talmente duro e sanguinoso che Cesare per la prima volta pensò alla disfatta ed era pronto al suicidio.

Alla fine comunque, nello scontro tra i due colossi militari, vinse Cesare e Pompeo fuggì per salvarsi la vita, si ricongiunse alla nuova e quinta moglie Cornelia, figlia di Metello Scipione, col figlio Sesto Pompeo sull'isola di Lesbo e scappò in Egitto.

LA MORTE DI POMPEO

LA MORTE

In Egitto i consiglieri del giovanissimo re Tolomeo gli proposero di assassinarlo, per ingraziarsi Cesare già in viaggio per raggiungere Pompeo. Il 29 settembre, nel suo 58° compleanno, Pompeo Magno su una barca in cui riconobbe due vecchi compagni d'arme fu colpito alla schiena con una spada e un pugnale. Dopo la decapitazione il corpo fu abbandonato nudo sulla spiaggia, dove il suo liberto Filippo, lo onorò con un semplice funerale cremandolo su una pira del fasciame di una nave.

Cesare al suo arrivo ebbe come regalo la testa di Pompeo ed il suo anello, ma non fu affatto contento di vedere il nemico che pure stimava, un tempo alleato e genero, trattato con tanto disprezzo. Alla vista della testa di Pompeo, come riferisce Plutarco
"si girò via con ripugnanza, come da un assassino; e quando ricevette l'anello con il sigillo di Pompeo su cui era inciso un leone che tiene una spada nelle sue zampe, scoppiò in lacrime."
Quindi depose Tolomeo, fece giustiziare gli assassini e pose Cleopatra sul trono dell'Egitto. Poi consegnò le ceneri di Pompeo e l'anello a Cornelia, che le riportò in patria.

I beni di Pompeo e dei suoi eredi non vennero toccati, e nel 45 a.c., Pompeo fu deificato dal senato su richiesta di Cesare. Nel suo testamento aveva lasciato un'eredità al popolo romano a patto che gli dedicassero un circo, che venne costruito e dedicato alla Dea Flora, dove le sue sacerdotesse prostitute sacrificavano nude, il che allietò ancor più i romani.

Pompeo fu un grande condottiero e stratega, amato dai suoi soldati e dal popolo, forse non assunse il potere perchè lusingato dai riconoscimenti e gli incarichi di Silla, al contrario di Cesare che ricevette solo ostilità in cambio delle sue vittorie. O forse non ne aveva l'animo, o amava troppo la repubblica, perchè più volte giunse con l'esercito alle porte di Roma ma sempre desistette.


BIBLIO

- Plutarco - Vita di Pompeo -
- Cicerone - De Imperio Cn. Pompei ad Quirites oratio -
- John Leach - Pompeo - Il rivale di Cesare - Milano - Rizzoli - 1983 -
- Arthur Keaveney - Young Pompey 106-79 B.C. - L'antiquité classique 51 - 1982 -
- Giuseppe Antonelli - Pompeo. Il grande antagonista di Giulio Cesare - Roma - Newton & Compton editori - 2005 -
- Andrea Frediani - Le grandi battaglie di Giulio Cesare - Roma - 2003 -
- Edward Gibbon - Remarques sur les Ouvrages et sur le Caractère de Jules César -



 

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