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DOMIZIANO - DOMITIANUS


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Nome completo: Domitianus Augustus Germanicus
Nascita: Roma, 24 ottobre del 51
Morte: Roma, 18 settembre del 96
Predecessore: Tito
Successore: Nerva
Coniuge: Domizia Longina
Figli: uno morto in età infantile
Dinastia: ultimo della dinastia Flavia
Padre: Vespasiano
Madre: Flavia Domitilla maggiore
Fretelli: Tito, Flavia Domitilla
Regno: 81-96 d.c.

Domiziano nacque nel 51 a Roma, nella regione Malum Punicum, il melograno, dove farà poi costruire un tempio. I genitori, Vespasiano allora console e Flavia Domitilla avevano già altri due figli: Flavia Domitilla minore e Tito. Ricevette una ricca educazione: studiò retorica, letteratura, legge e amministrazione.



GLI ANTECEDENTI

Appena eletto Vitellio dovette affrontare la rivolta delle legioni della Giudea, che avevano proclamato Vespasiano imperatore. Lasciando al figlio Tito il compito di combattere i giudei, Vespasiano si mise alla testa delle sue truppe. Vitellio spaventato abdicò ma i suoi veterani di Germania non accettarono e presero d’assalto il Campidoglio dove si era rifugiato il fratello di Vespasiano con le sue coorti e con Domiziano che riuscì a scappare travestito da sacerdote di Iside.

Nel 70 Domiziano costrinse al divorzio Domizia Longina per sposarla. Lucio Elio Lamia, suo marito, non potè opporsi, e Domizia divenne nuora dell'imperatore. Ebbe con lei due figli che però morirono giovani.

Vespesiano sconfisse le truppe di Vitellio, che cercò di rientrare a Roma, ma il popolo che sapeva della sua sconfitta lo uccise. Vespasiano, capostipite della dinastia dei Flavi, venne incoronato col figlio Tito imperatore e console dal Senato nel 69, mentre Domiziano fu eletto pretore con potere consolare.

Intanto, le tribù germaniche si erano unite per la rivolta, ma Petilio Ceriale li sconfisse, senza bisogno di Domiziano che, sperando di dimostrare capacità di condottiero, aveva superato le Alpi col legato Muciano. Visto che l'ordine era tornato Muciano tornò a Roma con Domiziano, presentando questi alla truppe come reggente in attesa di Vespasiano.



LA REGGENZA

Nella reggenza Domiziano fece buona impressione ai senatori per modestia e moderazione, proponendo la riabilitazione di Galba e perchè invitò a non perseguitare i sostenitori del vecchio regime, limitandosi a revocare i consoli ordinati da Vitellio.

Con l’arrivo di Vespasiano, Domiziano dovette rinunciare al governo, ripiegando sulla letteratura. Il fratello maggiore Tito invece, per la lunga esperienza politica e militare, fu associato al governo dell'impero.

Tito però non aveva figli maschi, per cui Vespasiano dovette pensare che Domiziano più giovane dovesse un giorno succedergli. Per cui gli dette la carica di sacerdote, e dal 72 poté essere effigiato nelle monete, dal 74 potè anche battere moneta, portare la corona d’alloro e far incidere il suo nome nei monumenti accanto a quelli del padre e del fratello.

Durante il regno di Vespasiano, Domiziano fu console per sei volte, anche se ne esercitò uno solo ordinario perché Tito gli cedette il posto. la prima volta a venti anni, ottenne l’unico consolato ordinario nel 73, gli altri nel 75, 76, 77 e 79.

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL VOLTO (By Haroun Binous)

LA PERSONA

Svetonio lo descrive con una conversazione elegante, con grandi occhi e sopracciglia rialzate. Filostrato scrive lo sguardo inqiuetante e il tono basso della voce.
Era un bell'uomo, alto col viso tondo ma con vista debole. Di costumi viziosi e dissoluti, non si fermò davanti a nulla: rubò la moglie ad Elio Lamia, disonorò la nipote Giulia, figlia di Tito, causandone la morte; poi tornò a convivere con la moglie Domizia già ripudiata per adulterio.

Tito Flavio Domiziano lo descrive: - Di alta statura, con un'espressione modesta nel volto che spesso arrossiva, occhi grandi ma miopi. Era bello e ben proporzionato, specie da giovane. -
Plinio il Giovane scrive che - Era sempre alla ricerca di isolamento, senza mai uscire dalla sua solitudine se non per crearne un’altra. -
Svetonio - Cenava da solo e fino all’ora di coricarsi altro non faceva se non passeggiare in disparte.-
Aurelio Vittore invece ne descrive un particolare curioso: - Per qualche ora teneva lontani tutti e si metteva ad inseguire battaglioni di mosche. -
Lo cita anche Svetonio: - Vibo Crispo, interrogato da un tale se ci fosse qualcuno con l’imperatore, gli rispose: No, neppure una mosca. -
E pure Dione Cassio: - E’ per conto suo, non ha con sè nemmeno una mosca. -

Piuttosto frugale e sobrio, faceva in genere un pasto al giorno, e pur dando frequentemente festini li faceva terminare al tramonto.
Amante delle tradizioni greche, istituì a Roma giochi ellenici a cui assisteva vestito alla greca ed era molto devoto di Athena.

Probabilmente invidioso del padre e del fratello, verso il quale avrebbe mostrato risentimento anche dopo la morte, criticandone gli atti e abolendo le feste in onore all’anniversario della nascita. Misantropo e collerico, - S’irritava allo stesso modo con chi si mostrava cortigiano e con chi cortigiano non era: secondo lui, gli uni volevano lusingarlo, gli altri disprezzarlo. -

Domiziano ristabilì la politica dei Giulio-Claudi, rafforzando il proprio potere per contrastare quello dei patrizi. Si fece chiamare "Signore e Dio nostro". Durante la guerra contro i Daci, alcune legioni si ribellarono costringendolo a firmare una pace sfavorevole. Sentendosi tradito, Domiziano vide congiure ovunque, fissandosi sempre più sul culto della sua personalità.

Un’iscrizione del 93, che ancora si legge a Porta Maggiore a Roma lo cita:
- IMPERATOR CAESAR, DIVI VESPASIANI FILIUS, DOMITIANUS AUGUSTUS GERMANICUS, PONTIFEX MAXIMUS, TRIBUNICIA POTESTATE XII, IMPERATOR XXII, CONSUL XVI, CENSOR PERPETUUS, PATER PATRIAE. -
A sua moglie moglie Domizia Longina fece dare il titolo di Augusta.

Il re dei Parti, aveva chiesto a Vespasiano di inviargli un esercito alleato guidato da un figlio, e Domiziano chiese al padre l'incarico, ma questi rifiutò.
Domiziano ripiegò allora sulla poesia, guadagnandosi le adulazioni di Quintiliano: - Cosa vi è di più sublime, di più dotto, di più armoniosamente bello delle sue poesie composte nell’ozio in cui si è confinato nella sua giovinezza, dopo averci fatto dono dell’Impero? Chi potrebbe cantare meglio la guerra di colui che la fece così gloriosamente? A chi dovrebbero mostrarsi più benigni gli Dei che presiedono agli studi? I secoli futuri parleranno meglio di me; ora la sua gloria poetica è eclissata dalla fama dei suoi altri talenti.-

Alla morte di Vespasiano, nel 79, Tito rimase unico imperatore e, come il padre, escluse Domiziano dagli affari di Stato, ma lo dichiarò suo successore e gli fece ottenere il consolato ordinario nell’80 proponendogli di sposare la figlia Giulia: Domiziano rifiutò di separarsi da Domizia ma Giulia divenne poi la sua amante.

Tito morì di febbri malariche nell'81, e Domiziano partì precipitosamente per Roma, per farsi acclamare imperatore dai pretoriani. Partì così di fretta che qualcuno sospettò che lui entrasse in qualcosa nella morte del fratello. Era infatti ambiziosissimo. Il giorno dopo il Senato gli concesse il titolo di Augusto e padre della patria, poi il pontificato, la potestas tribunicia e il consolato.



L'IMPERATORE

« Domiziano ricostruì numerosissimi monumenti importanti, che erano stati distrutti dal fuoco, e tra questi anche il Campidoglio, che si era incendiato di nuovo... qui innalzò un nuovo tempio a Giove Custode e costruì il Foro che oggi si chiama di Nerva, ed anche un tempio alla gente Flavia, uno stadio, un auditorio musicale e una naumachia, le cui pietre in seguito servirono a restaurare il Circo Massimo... »
(Svetonio, Vite dei Cesari, libro XII, Domiziano, 5.)

Prese la censura a vita e la carica di console ordinario che nel '84 si fece dare per la durata di dieci anni. A Domiziano veniva dato il titolo di Dio e padrone e l'imperatore cominciava ad indossare il manto di porpora, sempre più ossessionato e sospettoso. Quando non abitava a Roma, Domiziano risiedeva ad Albano, o in diverse ville al Tuscolo, a Gaeta, Anzio, Circeo e Baia.

Dom., XIII, 2
"Statuas sibi in Capitolio non nisi aureas et argenteas poni permisit ac ponderis certi. Ianos arcusque cum quadrigis et insignibus triumphorum per regiones urbis tantos ac tot extruxit, ut cuidam Graece inscriptum sit: 'arci.' "

"Non consentì che venissero poste in Campidoglio statue di lui, se non d'oro e d'argento e di peso determinato. Fece erigere per i vari quartieri dell'urbe un tale numero di volte e archi enormi con quadrighe e insegne trionfali, che su uno di essi si trovò scritto in greco: 'Basta!' "



LE PERSECUZIONI RELIGIOSE

Negli ultimi anni Domiziano divenne crudele, perseguitando ebrei e cristiani, e facendo uccidere molti senatori ed equites, inoltre osteggiava gli optimates, spesso sequestrando i loro beni per rimpinguare le casse dello stato, ormai sofferenti per le enormi spese per le opere pubbliche e i vari giochi circensi.

Nel 95 vennero condannati a morte per ateismo il console Flavio Clemente, cugino di Domiziano e Acilio Glabrione, già console con Traiano, mentre furono esiliati « molti altri cittadini che avevano adottato costumi ebraici » Tra questi ultimi, la moglie di Clemente, Flavia Domitilla, nipote dell'imperatore, fu relegata nell'isola di Ponza o di Ventotene.

Lo storico della Chiesa Eusebio (265 - 340) riferisce invece dell'esilio di una Flavia Domitilla, «figlia della sorella di Flavio Clemente », a "suo giudizio" una cristiana, affermando che Domiziano sarebbe stato il secondo imperatore, dopo Nerone, a scatenare una persecuzione contro i cristiani.

Non è chiaro se queste condanne fossero realmente motivate dalla necessità di combattere religioni che potevano rappresentare un pericolo per lo Stato romano, se invece fossero solo il capriccio di un tiranno, o se fossero un pretesto per colpire nemici personali di Domiziano. 

Può anche darsi che, colpendo Flavio Clemente e la sua famiglia, Domiziano volesse sbarazzarsi di pericolosi concorrenti al proprio potere. C'è chi ritiene probabile che anche i sette figli di Clemente fossero fatti morire, anche se non è certa la sorte di due di loro che erano stati adottati dall'imperatore stesso, i giovani Vespasiano e Domiziano.

Però, secondo, Tertulliano (155-230), scrittore e apologeta cristiano, quindi di certo contrario al paganesimo, scrisse di Domiziano a proposito delle persecuzioni sui cristiani, che « tentò di comportarsi » come Nerone nelle persecuzioni, ma « si tirò subito indietro, richiamando anche coloro che aveva condannato all'esilio ».



IL GOVERNO

I pregi e la buona amministrazione:
  • amministrò la giustizia con zelo e diligenza, tenendo in via straordinaria tribunale anche nel Foro.
  • perseguì i magistrati corrotti.
  • per tre volte distribuì trecento sesterzi ad ogni cittadino povero.
  • rifiutò le eredità lasciategli da chi aveva figli.
  • condonò le multe di oltre cinque anni prima.
  • proibì che si facessero degli eunuchi.
  • annullò la legge di Roscio Cepio che prevedeva il pagamento di un’indennità a favore dei senatori di nuova nomina.
  • ricostruì le biblioteche distrutte dagli incendi, facendo cercare libri in ogni parte del mondo.

Gli errori e i vizi:
  • cercò di guadagnarsi il favore popolare con elargizioni, banchetti, feste e spettacoli.
  • fece magnifici banchetti nelle feste della sua pretura e per commemorare il nuovo e settimo monte a Roma.
  • fece celebrare i ludi secolari elevando fino a cento il numero delle corse giornaliere dei cocchi.
  • celebrò ogni anno le feste di Minerva, e in onore di Giove Capitolino indisse una gara quinquennale di musica, corse di cavalli ed esercizi ginnici; diede naumachie in un lago scavato presso il Tevere e nell'anfiteatro, combattimenti di fanti e cavalieri, giochi gladiatori e cacce notturne al lume delle fiaccole. Ai combattimenti fece partecipare anche donne e delle vergini alle corse nello stadio. Il che gli costò un patrimonio che pesò sulle finanze.
  • lasciò ai contadini per usucapione, le terre invase spettanti ai veterani e represse le persecuzioni fiscali.
  • per mantenersi fedele l'esercito, Domiziano aumentò la paga dei soldati: i pretoriani ebbero mille denari annui, cinquecento le milizie urbane, trecento i legionari.
  • proibì che le legioni ponessero il campo le une vicino alle altre.
  • vietò che la plebe assistesse agli spettacoli mescolata coi cavalieri.
  • si arrogò il diritto di condannare a morte i senatori reasponsabili di gravi reati.
  • accortosi del debito pubblico tolse le agevolazioni fiscali pesando soprattutto sui giudei.
  • sempre per il debito pubblico accettò qualsiasi eredità giungendo alla confisca illecita dei beni.
  • per incrementare la coltivazione del grano, vietò di piantare nuove vigne e ordinò che nelle province si riducessero della metà le piantagioni di viti.
  • radiò dal Senato un ex-questore perchè faceva il mimo e il ballerino, proibendo le recite in luoghi pubblici.
  • alle meritrici tolse il diritto di andare in lettiga e di ricevere legati o eredità.
  • punì i seduttori prima con l'esilio poi in pubblico comizio facendoli colpire a morte con le verghe.
  • cacciò dalla magistratura un cavaliere romano che aveva sposato di nuovo la propria moglie già ripudiata per adulterio.
  • fece condannare a morte tre vestali, per violazione del voto di castità, mentre i loro seduttori furono esiliati. E la grande sacerdotessa Cornelia, già assolta e nuovamente giudicata fu sepolta viva, malgrado le sue proteste d’innocenza.
  • per onorare gli Dei fece demolire il sepolcro che un suo liberto, servendosi di pietre destinate al tempio di Giove, aveva fatto costruire al figlio e ne fece gettare la salma in mare.
  • rimise in vigore i processi di lesa maestà aboliti da Tito, colpendo molti filosofi stoici.
  • ripristinò l’onere, imposto da Claudio ai questori entrati in carica, di offrire al popolo giochi gladiatori.
  • fece distruggere i numerosi libelli che circolavano contro i personaggi più in vista della città con pena di morte per gli autori.
  • applicò la lex Scantinia contro l’omosessualità e la lex Julia contro l’adulterio e il concubinato.

Le opere pubbliche:
  • ampliò la rete stradale: la Domiziana che da Sinuessa va a Pozzuoli, in Oriente costruì strade in Galazia, Ponto, Cappadocia, Pisidia, Paflagonia e Armenia Minore.
  • edificò in Campo Marzio, dove è la chiesa di Santa Maria sopra Minerva, il tempio di Iside e Serapide, e un tempio dedicato a Minerva, di cui si conserva ancora la statua, la Minerva Giustiniani.
  • Fece restaurare il Tempio di Giove Capitolino decorandolo con porte e tetto di bronzo doratocon la spesa folle di 12.000 talenti.
  • Anche la capanna di Romolo, conservata nel tempio, fu restaurata.
  • Fece costruire un santuario a Minerva accanto al restaurato tempio di Castore, sotto il Palatino.
  • Fece edificare un grande tempio si Minerva nel Foro di Nerva, del quale restano il grande portico e l’immagine della Dea.
  • A Campo Marzio fece fare un tempio a Minerva Calcidica circondato da portici (Foro Palladio) e un tempio alla famiglia Flavia.
  • Accanto al tempio di Giove Capitolino fece erigere un tempio di Giove Custode, in cui erano rappresentate le sue gesta e la sua immagine nella statua del Dio.
  • Marziale scrisse di due templi dedicati a Giunone da Domiziano e di un tempio a Ercole sulla via Appia, con la statua dell’imperatore.
  • Sotto il Campidoglio, nell’87 fece erigere un tempio dedicato a Vespasiano.
  • Nell'89 fece erigere statua equestre in bronzo in cui Domiziano teneva nella mano sinistra l’immagine della Dea che a sua volta sosteneva una testa di Medusa
  • Presso porta Flaminia eresse un tempio alla Fortuna Reduce e un arco di trionfo per celebrare la spedizione contro i Sarmati, con Domiziano in veste di auriga.
  • Sul luogo della sua nascita fece costruire un tempio-mausoleo dedicato ai Flavi.
  • fece costruire da Apollodoro un teatro musicale i cui resti stanno accanto al palazzo Massimo alle Colonne, e uno stadio, l'odierna piazza Navona, in cui si svolgevano i Giochi Capitolini.
  • Fece costruire un grande palazzo-reggia sul colle Palatino nel 92 oltre alla Mica Aurea, sul Celio.


LE GUERRE

Guerra Dacica

La guerra germanica di cui nell'84 Domiziano celebrò a Roma il trionfo non fu nemmeno combattuta. I Chatti che stavano molestando la frontiera all'avvicinarsi delle legioni romane furono pronti a ritirarsi.

I Daci guidati dal re Decebalo invasero la Mesia dove c'era solo una legione romana che fu trucidata. Domiziano affidò il comando della guerra a Cornelio Fusco, recandovisi di persona, senza però prendervi parte. I Daci, sperando di attirare i Romani ripassarono il fiume ma Domiziano, visto il pericolo allontanarsi, fece ritorno in Italia.

L'anno seguente Cornelio Fusco attaccò i Daci ma fu sconfitto e ucciso. Giuliano, governatore della Mesia, passò nella Dacia sconfiggendoli in una battaglia sanguinosa. Da questa vittoria i Romani avrebbero potuto trarre non pochi vantaggi, ma Domiziano non accettò la pace, la guerra riprese con tali perdite che dovette fare un pessimo accordo con Decebalo.


Guerra Britannica

I Caledoni scesero dalle montagne in trentamila e assalirono i Romani al monte Graupio. Agricola mandò prima ottomila ausiliari e tremila cavalieri, poi cinque coorti che misero in fuga i Caledoni, lasciandone ventimila sul campo. I superstiti, dopo aver barbaramente ucciso figlioletti e mogli, si dispersero tra i boschi e sui monti della Scozia.
Nel frattempo la flotta di Agricola giungeva alla punta settentrionale della Britannia e dava la notizia che questa era un'isola. Malgrado i successi Domiziano richiamò Agricola a Roma.



LA MORTE DI DOMIZIANO

Plinio il Giovane - Fine di Domiziano, odioso tiranno.

"Quella belva disumana aveva fortificato il palazzo imperiale con un violentissimo terrore, ora come rintanata in un qualche antro, beccando il sangue dei congiunti, ora levandosi a sanguinosi massacri di illustrissimi cittadini. 

Orrore e minacce si aggiravano dinnanzi alle porte del palazzo, e una paura uguale sia per coloro che vi erano ammessi, sia per quelli che ne erano esclusi. Nessuno osava avvicinarsi, nessuno rivolgere la parola a lui che cercava sempre le tenebre e la solitudine e non usciva mai dal suo deserto se non per fare il deserto. 

Tuttavia egli, tra le pareti e le mura con le quali gli sembrava di proteggere la sua incolumità, rinchiuse con sé l'inganno, le trame e un Dio vendicatore dei misfatti. 

Il castigo forzò e penetrò i posti di guardia e irruppe attraverso gli stretti e inaccessibili passaggi non diversamente che per porte spalancate e soglie ospitali: allora lontana gli era la sua divinità, lontani quei misteriosi corvi e quegli inumani recessi, ai quali si era spinto con il terrore, l'arroganza e l'odio degli uomini. "

Si allude alla congiura di palazzo che eliminò Domiziano.

Agricola tornò a Roma e celebrò il trionfo morendo poco dopo. Qualcuno sospettò dell'imperatore. Domiziano sapeva di essere odiato. Due congiure erano state scoperte per cui ormai ne vedeva dappertutto.

Aveva raddoppiata la guardia del palazzo, cambiato spesso il prefetto urbano e il capo dei pretoriani.
Presto si organizzò un'ultima congiura cui partecipò anche la moglie Domizia, Il compito, come scrive Plinio, fu affidato al liberto Stefanio nel 96.

Nel giorno stabilito, Stefanio, che per allontanare i sospetti da tempo portava il braccio fasciato, chiese di parlare a Domiziano per informarlo di una congiura. Mentre Domiziano leggeva il foglio coi nomi dei congiurati, Stefanio tirò fuori dalla fasciatura il pugnale e lo colpì al ventre, ma la ferita era lieve. Iniziò una colluttazione ma accorsero altri congiurati che uccisero Domiziano con sette pugnalate.

Domiziano morì a 44 anni con 15 anni di regno. Fu posto in una bara plebea e i modesti onori funebri gli furono dati in casa di campagna della nutrice dell' imperatore, che portò poi di nascosto le ceneri nel tempio dei Flavi.
Il popolo fu felice dell'assassinio ma non i pretoriani che invasero il palazzo, linciando il congiurato Stefano. I capi dei pretoriani però li indussero alla calma promettendo loro ricche compense. Con lui si estinse la dinastia dei Flavi.



RODOLFO  LANCIANI

"Tra i due palazzi appena descritte, il Pomponiano e il Valeriano, nello spazio ora occupato dal Palazzo Albani e la chiesa e il convento di S. Carlino alle Quattro Fontane, c'era una casa umile, che apparteneva a Flavio Sabino, fratello di Vespasiano. Qui l'imperatore Domiziano nacque, il 24 ottobre dell'anno 50. La casa che si trovava in un angolo del Semita e la strada "Melograno" è stato convertito da lui in un memoriale di famiglia, o mausoleo, dopo la morte del padre e del fratello. Qui sono stati sepolti, oltre a Vespasiano e Tito, Flavio Sabino, Julia, figlia di Tito, Domiziano e, infine, se stesso.
La storia della sua morte è la seguente:

Dopo aver ucciso suo cugino Flavio Clemente, il principe cristiano, la cui sorte che ho descritto nel capitolo I, la sua vita è diventata un peso insopportabile per lui. Il timore che qualcuno improvvisamente insorgesse per vendicare il sangue innocente in cui aveva immerso le mani lo fece tremare ogni istante per la sua vita; tanto è vero che fece incrostare i portici del palazzo imperiale col marmo Phengite, nella cui superficie brillante poteva vedere il riflesso dei suoi seguaci e assistenti, e poteva guardare le loro azioni, se pure fossero a una certa distanza dietro lui. 

Per diverse settimane fu spaventato da fulmini. Una volta che il Campidoglio venne colpito, accanto alla tomba di famiglia sul Quirinale, che aveva ufficialmente dedicato Templum Flaviae Gentis; e un'altra volta il palazzo imperiale e anche la sua propria camera da letto. Egli è stato sentito a borbottare a se stesso in preda alla disperazione, "Lascia che facciano: chi se ne frega" In un'altra occasione un ciclone furioso strappò l'epigrafe dedicatoria dal piedistallo della sua statua equestre nel Foro.

Nel 194 sognò che Minerva, la divinità protettrice dei suoi giorni più felici, era improvvisamente scomparso dalla sua cappella privata. Ciò che lo spaventava di più, tuttavia, fu il destino di Askletarion l'indovino. Avendo chiesto che tipo di morte Askletarion avesse previsto, la risposta era stata: "Io molto presto sarò sbranato dai cani."

"Per convincere se stesso e ai suoi amici che queste previsioni non meritavano alcun credito, Domiziano, che aveva appena ricevuto un tristissimo avvertimento da parte dell' Oracolo della Fortuna Prenestina, fece uccidere l'indovino, e fece seppellire le sue spoglie in una tomba ben custodita. Ma mentre la cremazione era in corso, un uragano spazzò l'ustrinum, e cacciò via gli addetti spaventati, in modo che i resti mezzo-carbonizzati andarono in preda ai cani. La storia venne riferita all'imperatore quella sera mentre era a cena.

I dettagli dell'assassinio, che ha avuto luogo pochi giorni dopo, il 18 settembre del 96, nel 45° anno della sua età, e la 15° del suo regno, non sono ben noti, perché, con l'eccezione dei quattro assassini, l'atto è stato testimoniato solo da un bambino, al quale Domiziano aveva dato la cura delle immagini degli Dei in camera da letto.

I nomi dei cospiratori sono Saturius, il capo servitore, Massimo, un liberto di una classe inferiore, Clodianus, un ordinato, e Stefano, che era il capo del partito. Vennero portati a commettere il crimine nella speranza che le malversazioni di cui erano colpevoli nella loro gestione della proprietà di Flavia Domitilla, nipote dell'imperatore, non sarebbero mai stati scoperti o puniti.

Per evitare sospetti, l'assassino è apparso per diversi giorni prima del tentativo con il braccio fasciato, e al collo, in modo che potesse portare un'arma nascosta impunemente, anche Il cadavere venne occultato in un giardino di proprietà della sua nutrice Phyllis, ai confini della Via Latina; e le ceneri vennero segretamente mescolate con quelle di sua nipote Giulia, dalla sua nutrice Phyllis, e depositate nel mausoleo di famiglia sul Quirinale.

Il mausoleo, che si erge al centro dell'atrio della vecchia casa dei Flavi, è stato scoperto e distrutto verso la metà del XVI secolo. Ligorio descrive la struttura come un tempio rotondo, con un pronao di sei colonne di ordine composito. Gli scavi sono stati fatti a spese del cardinale Sadoleto. Ha trovato tra le altre cose una bella statua in marmo di Minerva, con uno scudo nella mano sinistra e una lancia nella destra. La villa del cardinale Sadoleto fu poi acquistata da messer Uberto Ubaldini, che livellò tutto al suolo, e sradicò le fondamenta dell'edificio. Così facendo scoprì diverse statue di marmo senza testa. Flaminio Vacca aggiunge, che le colonne erano di Bigio africano, alte quattordici piedi."

STATUA EQUESTRE DI DOMIZIANO-NERVA

LA STATUA EQUESTRE

La Statua equestre di Domiziano-Nerva, equus domitiani, è un monumento onorario del Sacello degli Augustali, un tempio romano destinato ai riti di culto degli imperatori e si trova a Miseno (Campania).

All’interno dell'enorme tempio sono state rinvenute statue di divinità ed imperatori, tra cui appunto la statua equestre di Domiziano-Nerva ed ora sono tutte conservate ed esposte al Museo Archeologico dei Campi Flegrei di Baia.

La statua equestre di Domiziano-Nerva, malgrado sia stata ritrovata in numerosi frammenti, rappresenta sicuramente una delle statue più importanti del tempio, scoperto nel 1968, che accoglieva le immagini degli imperatori della dinastia flavia: la statua equestre di Domiziano-Nerva e le statue in marmo di Vespasiano e Tito.

La statua equestre venne eretta nel 91 d.c. per celebrare le vittorie dell’imperatore Domiziano contro i Germani. La scultura di bronzo, con intarsi d’argento e di rame, raffigura Domiziano in sella ad un cavallo, in posizione rampante, che tiene in modo vigoroso le redini verso sinistra. L'imperatore indossa una corazza con decorazioni a rilievo e il braccio destro è sollevato ad impugnare l’asta.

Importanti anche le raffigurazioni della corazza decorata, al centro del torace, con una strana Medusa dall’aspetto fiero e insieme mite. La Medusa era un'ipostasi della Dea Minerva di cui Domiziano era fervente seguace. Sullo spallaccio, pezzo dell’armatura destinato a proteggere la spalla del guerriero, era raffigurato un Eracle fanciullo che strangola i serpenti e sta a rappresentare la Virtus e la forza dell’imperatore predestinato ad onori e gloria.

Poichè tuttavia l'imperatore venne alla sua morte condannato alla "damnatio memoriae", la testa della statua venne segata dal corpo e sostituita con la testa di Nerva, suo successore.


BIBLIO

- Svetonio - Domiziano - 13 - Edizioni dell'Ateneo - 1991 -
- Brian W. Jones, The Emperor Domitian - London & New York - Routledge - 1992 -
- Stephen Williams - Diocleziano - Un autocrate riformatore - Genova - 1995 -
- Timothy Barnes - The New Empire of Diocletian and Constantine, Cambridge, MA Harvard University Press, 1982 -
- Stephen Williams - Diocleziano - Un autocrate riformatore - Genova - 1995 -
- Brian W. Jones - The Emperor Domitian - London & New York - Routledge - 1992 -



TITO - TITUS


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Nome completo: Titus Flavius Vespasianus Caesar Augustus
Nascita: Roma, 30 dicembre del 39
Morte: Aquae Cutiliae, 13 settembre del 81
Predecessore: Vespasiano
Successore: Domiziano
Figli: Giulia
Dinastia: Flavia
Padre: Vespasiano
Madre: Flavia Domitilla maggiore
Fratelli: Domiziano, Flavia Domitilla
Regno: 79-81 d.c.


A Vespasiano successe il figlio Tito che il padre stesso aveva designato. Svetonio lo definì "amore e delizia del genere umano", e Tacito "felice nella sua brevità". Fu un buon Imperatore.
Tito nacque nel 41, e fu educato da Britannico cui lo legava un'amicizia profonda.

Di lui dice Svetonio:

"Aveva un bell'aspetto, pieno di dignità e di grazia; una forza straordinaria sebbene non fosse molto alto e avesse il ventre grosso; una grande inclinazione a tutte le arti della guerra e della pace. Una memoria meravigliosa, molta abilità nel maneggio delle armi e dei cavalli, una conoscenza profonda delle lettere greche e latine, ed una sorprendente facilità nello scrivere poesie in queste lingue e nell'improvvisare. Si intendeva anche di musica; cantava e suonava con leggiadria e perizia."

Sposò Arrecina Tertulla, figlia di un ex Prefetto della Guardia pretoriana, che morì dopo un anno. Sposò poi la nobile Marcia Furnilla, da cui ebbe la figlia Giulia. La famiglia di Marcia era però legata agli oppositori di Nerone, e fallita la congiura di Pisone divorziò dalla moglie. Non si risposò.

Tribuno militare valoroso in Britannia e in Germania, espugnò Gerusalemme riportandone un trionfo e un arco a Roma.
Durante la I guerra giudaica 66-70), nell'assedio di Tarichee, Tito stava per affrontare i giudei con seicento cavalieri scelti, ma si accorse che il numero dei nemici era di molto superiore, per cui chiese rinforzi a suo padre e, nel frattempo, pronunziò una famosa adlocutio ai suoi soldati:

« Romani, vi chiamo Romani poiché inizierò questo mio discorso ricordandovi qual è la vostra patria, in modo che sappiate chi siete e chi sono invece coloro che stiamo per affrontare. Mi fa piacere vedere l'ardore che vi anima, ma non vorrei che qualcuno temesse la grande sproporzione numerica tra noi e loro. A costoro ricordo chi siamo noi e chi sono i nostri avversari. siamo gli unici che, anche in tempo di pace, continuiamo nelle esercitazioni militari, per risultare migliori nei confronti dei nostri avversari in guerra. 

A cosa poi servirebbero le continue esercitazioni se dovessimo preoccuparci della disparità numerica quando dobbiamo affrontare un nemico non adeguatamente preparato alle arti militari? Ricordatevi che combatterete in condizioni di superiorità, poiché voi siete armati in modo "pesante", loro invece "alla leggera"; voi siete a cavallo, loro a piedi; voi avete dei comandanti (centurioni), loro non ne hanno; tanto che questi vantaggi generano come effetto quello di moltiplicare il nostro numero, mentre i loro svantaggi ne riducono drasticamente le forze. 

Le guerre non si vincono con enormi masse di uomini, anche se bellicose, ma con il valore, anche di pochi. Questi ultimi, infatti, possono manovrare facilmente e darsi sostegno vicendevolmente, al contrario gli eserciti giganteschi possono procurarsi danni più di quanto possano riceverne dal nemico. I Giudei sono guidati dal loro ardore, dal coraggio e dalla disperazione, aiutano quando le cose vanno bene, ma svaniscono quando si scontrano con dei piccoli insuccessi. A noi sono di guida il valore e la disciplina che, [...] anche nelle avversità, rimane fino all'ultimo. »

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, III, 10.2.473-484.)

A Gerusalemme ebbe una relazione con Berenice di Cilicia, figlia di Erode Agrippa I e se ne innamorò portandola a Roma. Ricoprì più volte la carica di console durante il regno del padre, fu anche Prefetto della Guardia pretoriana e questore; era stato sempre al fianco del padre nel governo dell'impero.

Ma Tito non aveva una buona fama. Lo ritenevano avido per le tasse esose mentre governava col padre, crudele in guerra e dissoluto in pace. Salito al trono però cambiò vita, cominciando con l'abbandono di Berenice, che gli costò gran dolore.

IL SACCO DI GERUSALEMME
Rinunciò agli attori, ai ballerini e alle notti di baldoria, rifiutò i doni che di solito si facevano agli imperatori, aiutò con le proprie sostanze quanti si rivolgevano a lui.

Diceva: "Non è giusto che alcuno vada via scontento dopo una udienza avuta con un principe" e ricordandosi, una volta nel porsi a tavola di non aver beneficiato nessuno quel giorno, esclamò: "Ecco una giornata perduta!".

"Sarà difficile credere quanto Tito, quando arrivò all'impero, si mostrò superiore a suo padre, che aveva preso come modello, soprattutto per la sua educazione, la sua clemenza e la sua liberalità. Poiché era consuetudine degli imperatori confermare, al momento della loro adesione, le concessioni fatte dai loro predecessori, Tito non fece in tempo a vedersi rivestito della dignità imperiale che, di sua iniziativa, si affrettò ad assicurare con un editto il godimento della stessa a coloro che la possedevano. Dotato di estrema bontà e della più rara virtù, proteggeva anche coloro che avevano cospirato contro di lui. 

Due senatori che si erano macchiati di questo crimine, e che non potevano negare di aver concepito il piano, furono, per loro stessa ammissione, condannati a morte. Tito li fece portare da lui, li condusse allo spettacolo del circo e li fece sedere al suo fianco. Poi, dopo aver chiesto la spada di uno dei gladiatori che combattevano tra loro, come per esaminarne la punta, la presentò loro in successione. Poiché sembravano colpiti dallo stupore e ammiravano la sua freddezza, disse loro: "Notate", disse, "che è il destino che dà il potere, e che è invano che si medita un crimine nella speranza di coglierlo o per paura di perderlo?" 

Ottenne il favore del popolo con elargizioni, spettacoli e gentilezza. Nelle terme da lui costruite ammise la plebe anche quando vi era lui a prendere il bagno; diede spettacoli gladiatori e naumachie, terminò la costruzione del Colosseo e lo inaugurò con grandiose feste che durarono cento giorni: in un solo giorno fece combattere nell'arena cinquemila belve.

Vinto l'assedio a Gerusalemme:

«Tito diede ordine a chi era preposto a farlo, di leggere i nomi di tutti quelli che avevano compiuto particolari gesti di valore durante la guerra. E quando questi si facevano avanti, egli, chiamandoli per nome, li elogiava, si congratulava con loro delle imprese compiute quasi fossero le proprie, li incoronava con corone d'oro, distribuiva poi collane d'oro e piccole lance d'oro e vessilli d'argento. A ciascuno poi concesse di essere promosso al grado superiore. 

Distribuì anche dal bottino una grande quantità di argento, oro, vesti e altri oggetti. Quando tutti furono ricompensati [...] Tito scese tra grandi acclamazioni e si recò a compiere i classici e rituali sacrifici per la vittoria. Presso gli altari vi era un gran numero di buoi ed egli, dopo averli sacrificati, li distribuì all'esercito affinché banchettasse. Passò poi con i suoi generali a festeggiare per tre giorni

(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, VII, 1.3.13-17.)

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL VOLTO (By Haroun Binous)

LA GIUSTIZIA
  • Abolì i processi di lesa maestà;
  • punì i delatori;
  • prescrisse che in una medesima accusa non ci si potesse valere di leggi diverse.
  • prescrisse che trascorso un certo numero di anni, non si indagasse più sulla condotta passata dei defunti.
IL TRIONFO DI TITO
Non emise una sola sentenza di morte.
A due patrizi che avevano congiurato contro di lui Tito li rimproverò e li invitò a pranzo, poi li fece sedere ai suoi fianchi in uno spettacolo di gladiatori e per mostrare che non temeva di essere ucciso mise nelle loro mani due spade perché le esaminassero.

Suo fratello Domiziano, che più volte tentò di mettergli contro le truppe, fu trattato da Tito con affetto considerandolo il suo successore.
Fece costruire delle Terme nel sito dove si trovava la Domus Aurea, restituendo l’area alla città.

Il 24 ottobre del 79 una nube gigantesca sormontò il Vesuvio e l'aria echeggiò di cupi boati, il naturalista Plinio, ricevendo richieste di aiuto, fece mettere in mare le quadriremi per salvare gli abitanti in fuga. Sulle navi cadeva una pioggia rovente di cenere e di lapilli; Plinio approdò a Stabiae e lì vide la lava che colava a valle come un torrente.

L'aria era irrespirabile a causa dei gas venefici che si sprigionavano dai lapilli del Vesuvio. Plinio tentò di fuggire, ma morì asfissiato. Con lui perivano Stabia Ercolano e Pompei.

Saputo il disastro, Tito mandò dei consolari in Campania con viveri e denari e per soccorrere i danneggiati ordinò che a questi venissero distribuite le sostanze dei cittadini senza eredi periti nell'eruzione del Vesuvio.

Nell'80 un terribile incendio scoppiò a Roma distruggendo i teatri di Pompeo e di Balbo, la Biblioteca di Augusto, le Terme di Agrippa, e sei templi, fra cui il Pantheon e quello di Giove Capitolino.
Dopo l'incendio venne la peste, e Tito si prodigò per tutti attingendo dalle casse dello stato ed ai suoi beni privati.

Nella villa di Rieti, dove era morto Vespasiano, nell'81, a 41 anni e dopo due anni di regno, moriva Tito. Si disse fosse morto di malaria, contagiato dai malati a cui faceva visita, ma altri sostennero che suo fratello Domiziano l'avesse fatto avvelenare dal suo medico.


BIBLIO

- Vittorangelo Croce - Tito: l'imperatore che distrusse Gerusalemme - Roma - Newton Compton - 2007 -
- Filippo Coarelli (a cura di) - Divus Vespasianus: il bimillenario dei Flavi - Milano - Electa - 2009 -
- G. Mayer - Kaiser Titus - Eger - 1909 -
- W. Weber - Josephus und Vespasian - Stoccarda - 1921 -
- Flavio Giuseppe - La guerra giudaica -


VESPASIANO - VESPASIANUS


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Nome completo: Titus Flavius Vespasianus
Altri titoli: Pater Patriae
Nascita: Vicus Phalacrinae, 17 novembre 9
Morte: Roma, 23 giugno 79
Predecessore: Vitellio
Successore: Tito
Coniuge: Flavia Domitilla maggiore, Caenis
Figli: Tito, Domiziano, Flavia Domitilla
Dinastia: Flavia
Padre: Tito Flavio Sabino
Madre: Vespasia Polla
Regno: 69-79 d.c.

"La dinastia flavia fu la seconda dinastia imperiale romana, che detenne il potere dal 69 al 96. I Flavii Vespasiani erano una famiglia della classe media, d'origine modesta, giunta poi all'ordine equestre grazie alla militanza fedele nell'esercito, che giunse al potere quando Tito Flavio Vespasiano, generale degli eserciti d'oriente, prese il potere durante l'Anno dei quattro imperatori".
(Rodolfo Lanciani)

"Finalmente, acciò che poniamo fine a questo capo degli avari, quali sono tanti che se tutti io volesse scrivere non bastaria quanta carta si fa in Fabriano, si videro in Flavio Vespasiano molti indicii e argomenti d’avarizia: imperocché egli rinovò li daci e gabelle dismesse, aggionse anco molti nuovi e insuperabili tributi alle provincie, e ad alcune anco radoppiò quelli; per causa del guadagno publicamente esercitò alcuni negoci, anco a qualunque uomo privato vergognosi, e molte altre cose da non dire; tra l’altre egli pose procuratori rapacissimi degli altri a gli uffici maggiori, acciò che quando fossero fatti ricchi li condennasse e spogliasse."
(Svetonio)

Vespasiano nacque in Sabina presso l'antico Vicus Phalacrinae, (Cittareale) da Flavio Sabino, che era esattore di imposte e piccolo finanziatore e da Vespasia Polla, sorella di un senatore. La sua famiglia aveva origini contadine e lui stesso aveva aspetto contadino, ma non si vergognò mai delle sue origini.

Aveva combattuto in Tracia, ed era stato Questore nella provincia di Creta e Cirene, poi aveva sposato Flavia Domitilla, figlia di un cavaliere, da cui ebbe due figli: Tito e Domiziano, in seguito imperatori, ed una figlia, Domitilla. Vespasiano divenne poi Edile e perse la moglie e la figlia prima che lasciasse la magistratura.

Nel 70 d.c. il Senato, anche se non era presente, conferì a Vespasiano tutti i poteri, e lo creò console insieme col figlio maggiore Tito.
Ad Antonio Primo diede le insegne consolari, e la pretura e l'imperio proconsolare a Domiziano che rimase a Roma a governare come rappresentante del padre.
A Roma comandava comunque Antonio Primo, che permise alle soldatesche di saccheggiare le case dei ricchi fingendo di cercare i partigiani di Vitellio, spogliando pure la reggia dei Cesari.

Poi giunse a Roma Licinio Muciano, luogotenente di Vespasiano, che aveva ricacciato l'invasione dei Sarmati. Ricevuto il trionfo ripulì la città, fece uccidere Calpurnio Galeriano, fece uccidere il figlio di Vitellio e il liberto Asiatico, e allontanò dalla capitale tutte le milizie fedeli ad Antonio Primo, poi ricostituì le coorti pretorie coi Pretoriani licenziati da Vitellio.

RICOSTRUZIONE DEL VOLTO

LA RIVOLTA GERMANICA


Vitellio aveva lasciato a guardia del confine truppe arruolate specialmente fra i Batavi, della tribù dei Chatti che stavano nel sud degli odierni Paesi Bassi. Nominato imperatore, Vitellio aveva ordinato ai Batavi nuove leve di truppe per poter fronteggiare Vespasiano. Ma c'era un nuovo nemico da abbattere: Giulio Civile.


Giulio Civile

Nato da nobile famiglia Batava, era stato imprigionato a Roma da Nerone che ne aveva fatto uccidere il fratello; rimandato libero da Galba, aveva aderito al movimento di Antonio Primo ed aveva raccolto le popolazioni germaniche del Basso Reno in favore di Vespasiano. La rivolta si estese tra le schiere ausiliarie germaniche dell'esercito romano e della flotta sul Reno.

Il comandante della Germania inferiore aveva mandato contro i ribelli Luperco con due legioni romane, un corpo di cavalleria batavica e milizie ausiliarie, ma di fronte al nemico, le milizie ausiliarie scapparono, la cavalleria passò dalla parte dei ribelli e le due legioni si salvarono ripiegando nel campo di Castra Vetere, dove furono poste sotto assedio.

Ai ribelli si aggiunsero le otto coorti di Batavi, Giulio Civile invitò i legionari assediati a giurare fedeltà a Vespasiano, ma questi si rifiutarono e li respinsero.

Ma le truppe romane rimaste fedeli a Vitellio, rifiutavano parecchi dei loro capi perchè favorevoli a Vespasiano, per cui il loro capo fu sostituito, per volere dei soldati, da Dellio Vocula.

Questi, alla notizia della morte di Vitellio, aveva fatto giurare ai legionari fedeltà a Vespasiano ed aveva invitato Giulio Civile a deporre le armi. Ma Giulio rifiutò.

Ormai la ribellione si era estesa nella Gallia, capeggiata dai nobili della Belgica: Giulio Classico, Giulio Tutore dei Treviri e Giulio Sabino dei Lingoni. Classico, ucciso Vocula, aveva proclamata l'indipendenza della Gallia, facendo prestare il giuramento alle truppe di Dellio e ai presidii di Colonia Agrippina e di Magontiacum.

Solo le due legioni di Castra Vetere resistevano, ma erano agli estremi e, mangiati i cavalli, ora si cibavano di radici. Costretti dalla fame, infine si arresero e i ribelli, violando la promessa di salvargli la vita, li uccisero tutti.

La resa di Castra Vetere aveva aumentato i consensi, Tungri e Nervii si erano uniti a Civile, e Giulio Sabino con i suoi Lingoni aveva passato la Saóne per ribellare i Sequani fedeli a Soma, ma, sconfitto, aveva dovuto fuggire.

Licinio Muciano intanto, ridato l'ordine alla città, pensò a domare le insurrezioni. Chiamò una legione della Britannia, due della Spagna e quattro dell'Italia, poste sotto il comando di Petilio Ceriale ed Annio Gallo. Le legioni romane ai scontrarono coi Treviri e li sconfissero per due volte, e la città di Trer capitolò alle truppe di Petilio.

Civile, Classico e Tutore assalirono l'esercito di Ceriale sgominandolo, ma Petilio riordinò le truppe e vinse. Colonia cadde in potere dei Romani e la popolazione fece orribile massacro dei Germani che vi si trovavano; Tungri e Nervii si sottomisero. Sul mare invece la flotta romana contro i sudditi del re Brinnone fu sconfitta. E presso Novesio, alcuni squadroni di cavalieri romani furono vinti dalle truppe di Classico.

Giulio Civile si era intanto accampato vicino a Castra Vetere e per difendersi meglio aveva rotto la diga di Druso, poi aveva assalito da due parti l'accampamento. I legionari, con l'aiuto della cavalleria di Petilio Cenale, lo ricacciò al di là del fiume. Civile, inseguito dai vincitori, a stento si salvò a nuoto. A questo punto Giulio Civile intavolò trattative coi Romani, e Petilio Ceriale gli concesse la pace, con cui i Batavi ritornavano alleati di Roma con l'obbligo però di fornire un certo numero di soldati.



DISTRUZIONE DI GERUSALEMME

La guerra giudaica fu ripresa quando ad Alessandria Vespasiano seppe che Vitellio era morto.
Tre uomini con tre fazioni si contendevano il potere su Gerusalemme: Simeone figlio di Giora, che dominava la città alta; Giovanni di Giscala, accampato presso la cinta esterna delle mura e passi del monte Moriah, ed Eleazar che aveva occupato il Tempio.

IL TRIONFO DI VESPASIANO E IL FIGLIO TITO
Eleazar alla Pasqua del 70 aprì le porte del Tempio, ma entrarono i seguaci di Giovanni che si impadronirono del tempio uccidendo Eleazar.

A quel punto Tito ricevette dal padre Vespasiano l'ordine di marciare su Gerusalemme con cinque legioni, alcune coorti dei presidi dell'Egitto e numerose schiere di ausiliari.

Le due fazioni giudaiche in lotta intanto si unirono per difendere la città. Tito la cinse d'assedio, e fatti tagliare quasi tutti gli alberi del territorio, fece costruire molte macchine da assalto, e la battaglia cominciò.

- Le macchine da guerra dovettero lavorare quaranta giorni per praticare una breccia nelle mura e i Romani dovettero combattere via per via e casa per casa per conquistare la città bassa.
- Poi si rivolsero al quartiere alto, sopra un colle fortificato.
IUDAEA CAPTA
- Tito operò per otto giorni con le macchine da guerra ma alla fine conquistò la città alta.
- Rimaneva il grande colle col Tempio, custodito dalla fortezza di Sion e dalle torri Moriah e Antonia.
- Tito fece costruire un bastione da cui lanciare contro il torrione giudeo, e lo conquistò.
- Da lì fece appiccare il fuoco agli edifici vicini e quindi al Tempio che andò distrutto.
- Gli ebrei si arroccarono nella fortezza di Sion che venne espugnata in due mesi.

La città fu rasa al suolo, gli abitanti oltre i 17 anni furono venduti come schiavi, altri vennero inviati in Egitto a lavorare nelle miniere o mandati per gli spettacoli dei gladiatorii o per le lotte contro le fiere. I cittadini più importanti furono aggiogati al carro di trionfo e poi carcerati o uccisi.

Cadde così il regno giudaico. Al re Erode Agrippa II vennero lasciate le sue terre che, alla sua morte, furono annesse alla Siria. La Giudea divenne provincia provincia con due colonie di veterani.
A ricordo della vittoria fu innalzato a Roma l'arco di Tito che esiste tutt'ora. I tesori del tempio di Gerusalemme tra cui la grande menorah d'oro vennero portati nel tempio di Giove Capitolino.



GOVERNO DI VESPASIANO

Mentre Tito assediava Gerusalemme Vespasiano si imbarcava ad Alessandria. Giunto a Brindisi si incontrò con Licinio Muciano e i più importanti Senatori. A Roma la popolazione l'accolse in festa.
Vespasiano era fiero dei suoi umili natali e rideva degli adulatori che volevano far discendere da Ercole. Quando gli fu chiesto se avesse desiderato o no una statua in suo onore, lui rispose, indicando un piattino d'argento: "Certo. Quello sarà il piedistallo."

Era fiero invece del suo rigore di soldato e di governatore. Fu spietato con i nemici e generoso con gli avversari politici: diede una buona dote alla figlia di Vitellio e fece console Mezio Pompesiano che gli si era contrapposto. Infatti disse "Non ucciderò un cane che mi abbaia contro", per indicare che
non serbava rancore per poco.

« Vespasiano, che non desiderò mai alcuna pompa esteriore, nel giorno del suo trionfo, stanco per la lentezza e la noia della cerimonia, affermò senza problemi di "essere stato giustamente punito per avere, alla sua età, voluto il trionfo, come se lo dovesse ai suoi antenati e se avesse mai potuto sperarlo". »
(Svetonio, Vita di Vespasiano, 12.)

Fu invece severo con chi metteva in pericolo la pace dell'impero. Elvidio Prisco, repubblicano, che da pretore ometteva nei suoi editti il nome dell' imperatore, fu diffidato e infine messo a morte. Eprio Marcello e Alieno Cecina, che tentarono di mettere i pretoriani contro l'imperatore, vennero uccisi e così Giulio Sabino che si spacciava per figlio di un bastardo di Giulio Cesare. Dopo la sconfitta dei Lingoni si era rifugiato in una caverna per nove anni insieme con la fedele moglie che lo rese padre di due figli. Scoperti, furono tutti condotti a Roma e uccisi.

Di severi costumi, non concesse la prefettura a un giovane imbelle che si profumava dicendogli "Avrei preferito che tu puzzassi d'aglio anzichè di balsamo" alludendo ai militari che puzzavano d'aglio poichè in guerra se ne faceva grande uso.


LA GIUSTIZIA
  • Emanò la Lex de imperio Vespasiani, per cui egli e gli imperatori successivi governeranno in base alla legittimazione giuridica e non in base a poteri divini come i Giulio-Claudii.
  • Decretò schiava la donna che sposava uno schiavo di altri.
  • Decretò che i crediti degli usurai non potessero essere riscossi presso i figli dei debitori.
  • Annullò le leggi di Nerone relative al tradimento coniugale.
  • autorizzò chiunque a fabbricare negli spazi vuoti quando gli stessi proprietari tardassero ad edificare.
  • Multò pesantemente coloro che sporcavano fuori dei contenitori di rifiuti posti agli angoli delle vie.


LA RICOSTRUZIONE

Destinò fondi per la ricostruzione di città distrutte dai terremoti e dagli incendi; furono assegnati diecimila sesterzi annui a coloro che insegnavano lettere latine e greche; furono dati stipendi e doni ai poeti e agli artisti di valore, attori compresi.

A Roma:
VESPASIANO ALLA COSTRUZIONE DEL COLOSSEO
  • fece ricostruire il tempio di Giove Capitolino con le tremila tavole di bronzo distrutte dall' incendio, nelle quali erano documenti antichissimi e di grande importanza;
  • innalzò il tempio della Pace presso il Foro,
  • riparò il tempio di Claudio sul Celio cominciato da Agrippina e quasi distrutto da Nerone,
  • Iniziò la costruzione del Colosseo, nel centro della città tra l'Esquilino e il Palatino dove era il laghetto della Domus Aurea di Nerone, l'anfiteatro che conteneva ottantasettemila spettatori che fu compiuto dopo la sua morte.
  • fece costruire i bagni pubblici, i cosiddetti Vespasiani, affinchè non si lordassero le mura degli edifici.
  • Per restaurare l'erario Vespasiano ristabilì le imposte abolite da Galba, aggiungendone altre.
  • Tolse l'autonomia a Bisanzio e alle isole di Rodi e Samo.
  • Fece una revisione dei beni demaniali e delle terre dei municipi.
  • Ridusse le feste e i giochi.
  • Mise una tassa sul prelievo di urina dei tintori di panni dai gabinetti pubblici. Rimproverato dal figlio Tito, rispose: "Pecunia non olet" il denaro non ha odore.
  • Ridusse le pubbliche distribuzioni ai poveri e al popolo.
  • Ridusse le spese della casa imperiale.

Svetonio commentò "condusse alle cariche più alte i più rapaci procuratori per poi condannarli quando si fossero arricchiti.. che si serviva di questi come di spugne: quando erano asciutti li inzuppava, quando erano bagnati li spremeva".
Ma riuscì a ristabilire le finanze dello Stato.



L'ESERCITO

Ricostituì il corpo dei Pretoriani con a capo il figlio Tito. Le coorti pretorie furono ridotte a nove, e a quattro quelle delle guardie urbane. Il numero delle legioni che sotto Augusto era di venticinque fu portato a trenta. Nell'esercito del Reno indisciplinato e rivoltoso, alcune legioni furono punite altre congedate o soppresse; tre nuove ne vennero formate: la IV Flavia Felice e la XIV Flavia Finna.
Rafforzò la flotta sul Danubio creando due campi stabili, ognuno con una legione.



LA MORTE

Nel 71 Tito fece ritorno a Roma e celebrò con il padre il trionfo. Nel 79, in Campania, Vespasiano fu colto da una malattia intestinale e tornò a Roma, dove morì poco dopo.

Presentendo la morte disse col suo consueto umorismo:
"Mi sa che mi sto trasformando in un Dio",
ma si dice pure che, sentendosi alla fine, egli si alzasse dal letto ed esclamasse che un imperatore doveva morire in piedi. Aveva 70 anni ed aveva regnato per 10 anni.


Il tempio di Vespasiano nel Foro

Sorgeva ai piedi del Campidoglio e di fronte al Tabularium, dedicato al Divo Vespasiano, dopo la sua morte e, a causa del protrarsi dei lavori, anche al Divo Tito, dopo la morte nell'81 d.c. La struttura attuale è quella ricostruita in età severiana con una fila di sei colonne corinzie sulla fronte (rimangono le tre colonne d'angolo) e un'unica cella di cui restano poche tracce dell'alzato e del basamento della statua dell'imperatore.


Villa di Falacrinae dove nacque Vespasiano

Rinvenuta la villa dove vide i natali Tito Vespasiano, durante la campagna di scavi nella zona del cimitero di Cittareale, in località San Lorenzo, con grande ricchezza dei pavimenti, ornati con marmi provenienti da tutto il Mediterraneo.

Nell'estate 2007 e 2008 si comincia a lavorare sulla villa di San Lorenzo, con diversi saggi di scavi tutt'intorno all'attuale cimitero di Cittareale. Una grande villa a 820 metri di altitudine, affacciata sulla vallata circostante e proprio sul percorso della via Salaria, il cui utilizzo abbraccia più secoli, dal I a.c. al IV sec. d.c., per poi essere completamente abbandonata a causa di un evento distruttivo fine IV inizi V sec.

«Adesso abbiamo ricoperto tutto sotto un buon metro di terra: questo dovrebbe tenere lontani i malintenzionati anche se qualche marmo del pavimento ha già preso il volo prima che la vigilanza fosse più serrata». Così va l'Italia.


BIBLIO

- Barbara Levick - Vespasian - London & New York - Routledge - 1999 -
- Pietro Nelli - L'imperatore dalle umili origini. Titus Flavius Vespasianus - Roma - Lulu - 2010 -
- Pat Southern - Domitian tragic tyrant - London & New York - Routledge - 1997 -
- Francesco Lucrezi - Leges super principem - La «Monarchia costituzionale» di Vespasiano - ed. Jovene - 1982 -
- R.Syme - Guerre e frontiere del periodo dei Flavi -
- Pierre Cosme Traina G. (cur.) - L'anno dei quattro imperatori - XXI edizione - Editore Collana - 2015 -



 

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