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CLATERNA (Emilia Romagna)


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Claterna è un raro esempio di città scomparsa in Emilia-Romagna, una città posta sulla via Emilia, fra le colonie romane di Bologna (Bononia) e Imola (Forum Cornelii), esattamente tra la frazione Maggio di Ozzano dell'Emilia ed il torrente Quaderna (affluente dell'Idice), da cui la città prendeva il nome. Infatti il centro si chiamò prima Quaterna e poi Quaderna, secondo il nome etrusco del fiume, romanizzato poi in Claterna.

Pertanto nella regione Cispadana il territorio più occidentale, comprendente la maggior parte dell’odierna Emilia-Romagna, fu conquistato stabilmente dai Romani soltanto dopo la II Guerra Punica (218-202 a.c.) e dopo le campagne militari contro i galli Boi all'inizio del II secolo a.c.

Il centro di Claterna nacque infatti durante la prima metà del II secolo a.c., contemporaneamente alla grande colonizzazione agraria della pianura, esso doveva costituire una sosta nel tragitto fra le due colonie maggiori, come gli altri centri sulla via Emilia, a distanza regolare tra loro, e cioè ad una giornata di marcia delle legioni (circa 36 km odierni, o 24 miglia romane). Le vie servivano infatti ai legionari per gli spostamenti veloci e ai carri per gli scambi commerciali.

Con la colonizzazione romana della Gallia Cisalpina (o Gallia Citeriore) e la costruzione della via Emilia, in parte sul tracciato di un antico sentiero ai piedi della collina, Claterna fu fondata alla confluenza di un'altra strada romana che traversava l'Appennino, probabilmente la via Flaminia Minor, voluta dal console Gaio Flaminio nel 187 a.c. tra Bononia (Bologna) e Arretium (Arezzo), come riferisce Tito Livio, che congiungeva la strada emiliana con Arezzo (Arretium).

Claterna fu dapprima un villaggio con funzione itineraria, in quanto posta all’incrocio tra la via Aemilia ed una via transappenninica da identificare forse con la via Flaminia Minor (vie consolari furono realizzate nel 187 a.c.), ma pure commerciale, finchè nel I secolo a.c. (in periodo sillano o forse cesariano) Claterna fu elevata a municipio, come capoluogo di una grande circoscrizione territoriale tra i torrenti Idice e Sillaro, confinante ad ovest con Bononia, e ad est con Forum Cornelii, odierna Imola.


L'insediamento iniziò nel II secolo a.c., verso il il 183 a.c.. prima solo un villaggio che si espanse fino a diventare municipium nel I secolo a.c., divenendo capoluogo del territorio compreso fra i torrenti Idice e Sillaro. Il suo declino avvenne nella crisi economica e politica del III secolo, e dalle incursioni barbariche. La città si impoverì e la popolazione diminuì, fino al definitivo abbandono poco dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente, tra il V e VI secolo.

Claterna prese il nome dal fiume che tuttora la bagna, il Quaderna, di origine etrusca che presagisce un insediamento nel luogo già all'epoca. Le prime notizie riguardano un episodio della guerra di Modena, quando Aulo Irzio, nel 43 a.c., la espugnò e vi si insediò al servizio di Ottaviano contro Antonio. Come riferisce Cicerone (ad fam., XII,5,20) la città era stata presa con le armi, il che attesterebbe la presenza di un apparato difensivo, se non di mura,  di un vallo o terrapieno, benché oggi non ne restino tracce.



DESCRIZIONE

L’area urbana aveva una forma quasi trapezoidale, con sviluppo da est ad ovest per circa 600 metri, a cavallo della via Emilia, che ne costituiva il decumanus maximus per un’estensione di circa 150 metri a nord e a sud della stessa. Nella massima espansione, occupava dunque un’area di circa 18 ettari, senza contare i suburbilungo gli assi della viabilità maggiore.

Le altre strade principali erano costituite da una via parallela al corso del Quaderna, da un grande cardine ortogonale alla via Emilia (il cardo maximus) e da altre due vie parallele a quest’ultima, collocate a nord e a sud della città. L’impianto urbano era delimitato ad est dal torrente Quaderna e ad ovest dal Gorgara.

Altre tracce emergono da una ricostruzione archeologica fondamentalmente basata sulle indicazioni provenienti dalle raccolte sistematiche di superficie (survey), dall’analisi della fotografia aerea, dall’applicazione di metodi geofisici e da esplorazioni mediante saggi di scavo. Il Museo della città romana di Claterna, al secondo piano del Palazzo della Cultura in Piazza Salvador Allende a Ozzano, è stato inaugurato nel 2019.

MOSAICO DELLE TERME

GLI SCAVI

Il territorio di Ozzano dell'Emilia accoglie importanti resti archeologici pertinenti all'area compresa tra l'abitato di Maggio e il torrente Quaderna, e riferiti all'antica città di Claterna. Il ritrovamento dei primi reperti (dovuto all'aratura dei campi), determinò i primi scavi fra il 1890 e il 1933, guidati da Edoardo Brizio, direttore del Museo Civico di Bologna e a Salvatore Aurigemma, commissario della Soprintendenza alle Antichità, rinnovate poi tra il 1950 e il 1960, dirette da Guido Achille Mansuelli.
Vennero messi in luce dei tratti stradali, domus con pavimentazioni musive e a cocciopesto, oltre a ceramiche, monete e vasi di vetro.

Negli anni trenta, furono ritrovate alcune pavimentazioni di oggi esposte al Museo Civico Archeologico di Bologna. Seguirono poi solo rinvenimenti casuali dovuti alla realizzazione di nuovi impianti Enel, Hera e fibre ottiche. Dagli anni ottanta un gruppo archeologico organizzato da volontari al seguito di archeologi professionisti, ha riavviato campagne di scavo. Nei recenti scavi condotti nell’area archeologica bolognese sono emersi frammenti di marmo colorato,  iscrizioni, monete e parte di un teatro romano.

Oggi è possibile visitare lo scavo con i pavimenti di una domus detta domus dei mosaici nel settore 12, a sud della via Emilia, e la ricostruzione in archeologia sperimentale di un'abitazione-officina artigiana a nord della strada, nel settore 11, detta domus del fabbro. I resti degli altri scavi (fra cui il teatro e il foro) sono stati ricoperti in attesa di risolvere il problema economico della loro sistemazione.


Reperite anche delle iscrizioni incise su lapidi in pietra sia nel territorio che nel sito della città, dedicate a personaggi di rango, imperatori e divinità. La città è ricordata anche da S. Ambrogio (Ep.II,8), vescovo di Milano, che sul finire del IV secolo la include tra i “semirutarum urbium cadavera” (cadaveri di città semidirute), per la decadenza economica e gli eserciti barbarici o al servizio di usurpatori che devastavano i centri della regione.

Comunque la città scomparsa è da anni al centro di ricerche e studi da parte della Soprintendenza e del Gruppo archeologico Città di Claterna, supportate dal Comune di Ozzano e dall'I.M.A. Industria Macchine Automatiche S.p.A. che hanno permesso la recente istituzione dell’associazione culturale “Civitas Claterna”, nata nel 2005, per gli studi e scavi della città.

Rimane ancora molto da scoprire di questa città, sui suoi precedenti insediamenti etruschi e celtici, sui suoi insediamenti romani, anche perchè dimenticata e sepolta quasi intatta sotto i campi, a mezzo metro di profondità, da ben1500 anni. Il Museo della città romana di Claterna, al secondo piano del Palazzo della Cultura in Piazza Salvador Allende a Ozzano, è stato inaugurato nel 2019.


BIBLIO

- R. Susini - Genesi storica di Claterna - Culta Bononia - 1970 -
- Fabio Pasi (a cura di) - Il fiume Lamone. Aspetti storici - Ravenna - Longo - 2000 -
- Carla Conti - Città romana di Claterna, Ozzano (BO) - Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Bologna e le province di Modena, Reggio Emilia e Ferrara - 30 novembre 2020 -
- Angela Carusone - Ozzano: inaugurato il Museo Città romana di Claterna - Bologna Today - 30 marzo 2019 -



ARIMINUM - RIMINI (Emilia Romagna)


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La storia di Rimini iniziò nel 286 a.c. esattamente alle foci dell’attuale fiume Marecchia, allora chiamato Ariminus, quando i Romani fondarono una Colonia di Diritto Latino, che prese il nome dal fiume Ariminum. La zona era stata già abitata da Etruschi, Umbri, Greci, Piceni, Sanniti e Galli, pertanto pronta ad evolversi attraverso la più ricca ed evoluta civiltà romana.

Il titolo di Colonia Latina conferiva ad Ariminum prestigio ed autonomia data la sua posizione geografica, strategicamente importante come presidio della pianura padana per controllare una eventuale avanzata dei Galli insediati a Nord della città.

Infatti Ariminum divenne punto nevralgico del sistema viario romano in quanto vi convergevano la via Flaminia, proveniente da Roma, la via Emilia, che partendo da Rimini giungeva a Piacenza e la via Popilia-Annia che conduceva a Ravenna ed Aquileia. Inoltre il porto, collocato alla foce del fiume, contribuì con gli scambi commerciali allo sviluppo dell’economia cittadina.

Qui a fianco si vede una base in pietra d’epoca romana, posta a Rimini in piazza Tre martiri, al termine dalla via 4 novembre. Il testo latino (CIL XI*, 34) è stato inciso solo in epoca umanistico-rinascimentalei. Si legge infatti:
C(aius) Caesar / dict(ator), / Rubicone / superato, / civili bel(lo) / commilit(ones) / suos hic / in foro Ar(imini) / adlocutut(us est)
(trad.: “Gaio Cesare dittatore, varcato il Rubicone, ai suoi commilitoni nella guerra civile qui, nel foro di Rimini, tenne un discorso").

Il monumento, conosciuto con l’appellativo di Suggestum Caesaris, allude al discorso che Cesare - nel gennaio del 49 a.c. - tenne alle sue truppe, dopo l’audace passaggio del pomerium costituito dal fiume Rubicone.
Ne parla Cesare stesso (Bellum Civile, 1, 7), ambientando il tutto a Ravenna, laddove quibus rebus cognitis, Caesar milites contionatur (trad.: “sapute queste cose, Cesare tenne un discorso ai soldati”), ma anche Svetonio (Vita di Cesare, 31-33) che sembra invece ambientare il discorso solenne a Rimini, poco dopo la celebre frase "alea iacta est".

L’estraneità del testo alla consuetudine epigrafica latina, lascia pensare che l’erudito che lo compilò non volesse costruire un “falso” nel senso deteriore del termine; voleva invece far credere che già in antico i cittadini di Rimini commemorassero l’impresa cesariana con un monumento che desse lustro sia alla memoria del dictator sia a quella della loro città, che lo aveva ospitato.

Al termine dell’età repubblicana, Arinum, per la sua fedeltà a Roma, ricevette la cittadinanza romana ed il rango di Primo Municipio Cispadano. Ma Rimini conserva un punto importante della storia, quando Cesare, nel 49 a.c. passò il Rubicone pronunciando la celebre frase “alea iacta est” (il dado è tratto) dando inizio alla guerra civile contro Pompeo. Esiste in loco infatti un'epigrafe che lo ricorda.

Sotto Augusto, Tiberio e poi Adriano Rimini prosperò e venne arricchita di importanti monumenti quali il teatro, l’anfiteatro, l’arco d’Augusto, il ponte di Tiberio oltre a diverse domus tra cui la celebre la domus del chirurgo, che ci anche reso edotti della ricca strumentazione chirurgica della quale si servivano i medici romani.

PONTE DI TIBERIO

PONTE DI TIBERIO

In pietra d'Istria, si sviluppa per una lunghezza di oltre 70 m su 5 arcate che poggiano su massicci piloni. Il ponte, che rappresenta il punto di partenza della via Emilia e della via Popilia, si impone per il progetto ingegneristico e per il disegno architettonico che coniugano funzione utilitaria, armonia delle forme ed esaltazione degli Imperatori.

L'ANFITEATRO

ANFITEATRO ROMANO

Secondo alcuni fu eretto da Augusto, con cavea autoportante, sostenuto da murature in malta con laterizi a vista. I corridoi di accesso erano coperti da volte a botte e portavano alle scale che a loro volta davano sulle gradinate. Delle strutture scenografiche restano solo un fusto di colonna e poche decorazioni marmoree.

Secondo altri invece venne eretto sotto Adriano nel II secolo d.c., come attesta il ritrovamento  di una moneta con l'effige dell'imperatore, rivenne alla luce in seguito agli scavi del 1843-44 a cui seguirono quelli più importanti del 1926 e del 1935. Come sempre di forma ellittica, aveva l'asse maggiore nord-est - sud-ovest. L'arena dove avevano luogo i giochi misurava 76,40 x 47,40 metri, come sempre di forma ellittica, con asse maggiore nord-est - sud-ovest e venne utilizzato essenzialmente per spettacoli gladiatori. Come da tradizione fu costruito alla periferia della città, favorendo così le visite dai paesi vicini che non dovevano invadere il centro cittadino. Era composto di 60 fornici (accessi arcuati a volta).

Nei quattro ordini di anelli concentrici ed ellittici, potevano prendere posto circa 10.000 spettatori, secondo altri 12.000, che entravano e uscivano da due ingressi principali posti in corrispondenza del giro più stretto dell'ellissi e venivano smistati in una serie di corridoi e scale che permettevano di raggiungere e lasciare le gradinate.

La sua funzione di combattimenti gladiatori non durò a lungo, perchè già nel tardo impero venne incorporato nelle mura e adattato a forte per resistere alle invasioni barbariche. La facciata esterna che fronteggiava il mare ebbe chiuse le arcate per un fronte di ben 63 metri. Del resto gli spettacoli in genere vennero colpiti dall'austerità dell'avanzante cristianesimo che demolì usanze e monumenti instaurando un clima depressivo in cui i barbari ebbero buon gioco.

Successivamente l'anfiteatro venne trasformato in lazzaretto e in epoca medievale era già ridotto a un immane cumulo di rovine, nonchè "cava" di pietre e laterizi ben squadrati, ottimi per la costruzione di nuovi edifici e per la cancellazione dei vecchi.
Documenti inediti del 1763, custoditi nell'Archivio Storico Comunale di Rimini, parlano di scavi condotti da un muratore, Stefano Innocenti, spinto dallo speziale Angelo Cavaglieri, che chiese "di poter aprire un muro della Città sotto la Clausura de' Padri Cappuccini". In settembre iniziarono gli scavi, in dicembre le lamentele per il materiale di risulta e dei frati Cappuccini già premevano per chiudere i lavori. Lo speziale chiese sei mesi di proroga perché la ricerca "non tende ad altro che a liberare la Città da un'impostura, che corre su questo Anfiteatro". Qual'era l'impostura che correva sull'anfiteatro? Era il fatto che fosse stato costruito dai romani, popolo di impostori che credevano ai falsi Dei.
Nel 1843, per opera dello storico della città Luigi Tonini i resti della costruzione furono nuovamente riportati parzialmente alla luce. Cento anni dopo, durante la II guerra mondiale Rimini subì pesanti bombardamenti per cui l'area dell'anfiteatro fu destinata a deposito di macerie e su gran parte di essa sorse il CEIS (Centro Educativo Italo Svizzero).

L'ARCO DI AUGUSTO

ARCO D'AUGUSTO

L’Arco di Augusto eretto dal Senato romano nel 27 a.c., come porta urbica alla confluenza della via Flaminia nel decumanus maximus, onora la figura e la politica di Ottaviano, ad iniziare dall'iscrizione che lo celebra per il restauro della via Flaminia. 

COME DOVEVA APPARIRE
L'Arco fu consacrato all'imperatore Augusto dal Senato romano nel 27 a.c. ed è il più antico arco romano rimasto nel suolo italico. Segnava la fine della via Flaminia che collegava la città romagnola alla capitale dell'impero, confluendo poi nell'odierno corso d'Augusto, il decumano massimo, che portava all'imbocco di un'altra via, la via Emilia.

Al fornice centrale, di particolare ampiezza, si affiancano due semicolonne con fusti scanalati e capitelli corinzi. I quattro clipei posti a ridosso dei capitelli rappresentano le divinità romane. Verso Roma, Giove ed Apollo; rivolte verso l'interno della città troviamo Nettuno e la Dea Roma.  

Secondo alcuni la sua funzione principale fu quella di sostenere la grandiosa statua bronzea dell'imperatore Augusto, ritratto nell'atto di condurre una quadriga. Secondo un'altra ipotesi, del riminese Danilo Re, il monumento sarebbe stato coronato dai Bronzi dorati di Cartoceto (PU), che rappresenterebbero in questo caso Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, la madre di Augusto Azia maggiore e infine Giulia minore, madre di Azia e sorella di Cesare. Alla presenza di tali statue sarebbe dovuto il nome di Porta Aurea, usato fin nel Medioevo.
I BRONZI DI CARTOCETO
La peculiarità di questo arco è che il fornice era troppo grande per ospitare una porta, almeno per quei tempi. La spiegazione è dovuta al fatto che la politica dell'Imperatore Augusto, volta alla pace, la Pax Augustea, rendeva inutile una porta civica che si potesse chiudere, non essendovi il pericolo di essere attaccati.
La merlatura presente nella parte superiore risale invece al Medioevo (circa X sec.). Nel periodo fascista vennero demolite le mura e l'arco rimase un monumento isolato, perché si riteneva fosse un arco trionfale, ipotesi smentita più volte da numerosi studiosi. Insieme al ponte di Tiberio, è oggi uno dei simboli di Rimini, tanto da comparire nello stemma della città. Al di sopra dell'apertura dell'arco si trova il muso di un toro, che rappresenta la forza e la potenza di Roma, paragonata appunto a quella di un toro (ma  che soprattutto era il segno zodiacale di Cesare). Nell'arco di Augusto è raffigurata anche la dea Roma.

L'iscrizione, ora mutila, era la seguente:

SENATUS POPVLVSQVE ROMANVS
IMPERATORI CAESARI DIVI IVLIO FILIO AVGVSTO IMPERATORI SEPTEM
CONSOLI SEPTEM DESIGNATO OCTAVOM VIA FLAMINIA ET RELIQVEIS
CELEBERRIMEIS ITALIAE VIEIS ET AVCTORITATE EIVS MVNITEIS

Ovvero:
“Il Senato e il popolo romano (dedicarono) all’imperatore Cesare, figlio del divino Giulio, Augusto,
imperatore per la settima volta, console per la settima volta designato per l’ottava, essendo state
restaurate per Sua decisione e autorità la via Flaminia e le altre più importanti vie dell’Italia."

PORTA MONTANARA

IL FORO ROMANO

Il Foro Arimino si apriva all'incrocio tra cardo e decumanus maximi in corrispondenza dell'attuale piazza Tre Martiri, ed era il cuore della vita pubblica ed economica della città, con il capitolio, la curia, la basilica, i templi, i portici e i giardini.



PORTA MONTANARA

La costruzione della Porta Montanara, detta anche di Sant'Andrea, risale al I secolo a.c. L’arco a tutto sesto, in blocchi di arenaria, costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l'accesso alla città per chi proveniva dalla via Aretina. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli il percorso in uscita da Ariminum, attraverso il cardine massimo, e quello in entrata.

Viene attribuito al sistema difensivo cittadino attribuito a Silla. La porta rientrerebbe nell’ambito delle ricostruzioni che nei primi decenni del secolo, seguirono alle rappresaglie nei confronti della città, già sostenitrice di Mario, suo avversario nella guerra civile.

L’arco a tutto sesto, in blocchi di arenaria, costituiva una delle due aperture della porta che consentiva l’accesso alla città per chi proveniva dai colli lungo la via aretina, percorrendo la valle del Marecchia. Il doppio fornice agevolava la viabilità, incanalando in passaggi paralleli il percorso in uscita da Ariminum, attraverso il cardo massimo, e quello in entrata.

Indagini archeologiche hanno appurato l’esistenza di un’ampia corte di guardia con una controporta interna, a conferma del sistema difensivo.

Già nei primi secoli d.c., l’arco volto a Nord venne tamponato e la porta, così ridimensionata ad un solo fornice, continuò a segnare l’ingresso alla città fino alla seconda guerra mondiale.

Al termine del conflitto, nella convulsa fase ricostruttiva, il monumento fu distrutto nella parte rimasta in vista per tanti secoli, mentre fu recuperata la parte occultata nelle murature delle case adiacenti. L’arco “riscoperto” venne rimontato dopo varie vicissitudini lontano dal luogo originario, a fianco del Tempio Malatestiano, prima di essere ricomposto nella zona originaria.



DOMUS DEL CHIRURGO

La 'Domus del Chirurgo' venne edificata nel corso della seconda metà del II secolo d.c. Trattavasi dell'abitazione e lo studio professionale di un importante medico, una specie di "Taberna medica domestica," la grande Domus appartenne ad un chirurgo, che aveva la propria dimora vicino al mare. 

Sono ancora visibili parte degli ambienti e dei mosaici che decoravano questa lussuosa abitazione romana.  Venne scoperta scoperta nel 1989 in piazza Luigi Ferrari. Al suo interno è stata rinvenuta una delle serie più complete di strumenti chirurgici di età romana esistente al mondo.


Il nome del chirurgo è Eutyches, nome graffiato sul muro nel cubiculum da un paziente ricoverato dentro la casa del chirurgo. Quest'ultimo possedeva un’attrezzatura particolare, senza strumenti ginecologici, ma evidentemente specializzato in traumi ossei con strumenti atti ad estrarre le punte di frecce dalle carni, il cosiddetto cucchiaio di Diocle. Non ne esistono altri esemplari al mondo, l’unico modo per vederlo è quello di recarsi al Museo della città di Rimini.

Le stanze della domus si affacciavano tutte su un lungo corridoio che serviva da disimpegno e raccordo tra i diversi vani, e che a sua volta dava su un cortile. All'interno c'era una stanza che serviva al medico per visitare e operare i pazienti, più una taberna medica che fungeva da ambulatorio e che dava sul cortile.


Tra i vani è stata identificata anche la sala da pranzo, il triclinio, e la camera da letto, cioè il cubicolo. La cucina e la piccola dispensa erano invece situate al secondo piano della domusAll'interno della domus sono stati ritrovati centinaia di reperti archeologici: ferri chirurgici, vasellame da cucina e monete, oltre a una lunga serie di decorazioni e mosaici.

La ristrutturazione della domus risale agli ultimi anni del II secolo o ai primi decenni del III. Venne abbandonata repentinamente, e mai più occupata, in seguito a un incendio che la distrusse completamente; in mezzo alle macerie formatesi col crollo del secondo piano furono trovate circa 80 monete romane, quasi tutte d'argento, la più recente delle quali è databile tra il 253 e il 258; la distruzione si può far risalire a questi anni, o di poco posteriori.


Durante la rimozione di una pianta l'escavatore che stava operando andò per errore troppo a fondo e scoprì un mosaico a 1,5 metri sotto terra. Successivamente lo segnalò al Dipartimento di Storia Culture Civiltà di Bologna e si procedette agli scavi. 

L'attuale struttura che contiene i resti della domus e che consente al pubblico di vederla camminando su piattaforme sospese, è stata aperta nel 2007. I lavori hanno subito le critiche da parte di associazioni ambientalistiche, contrarie all'abbattimento di alberi per consentire gli scavi archeologici, che arrivarono a consegnare il "Premio Attila" all'amministrazione comunale. 



Premio Attila

"Ancora una volta i cittadini assistono impotenti all’ ennesimo scempio compiuto dai politici e piazza Ferrari, ex giardini Ferrari. Quando sono i cittadini a pagare, come in tutte le opere pubbliche, i politici non hanno limiti e pretendono di fare grandi opere, anche quando sarebbe conveniente limitarsi a progetti semplici e in sintonia con l’ambiente. Unito a questo c’ è una totale mancanza di conoscenza scientifica in campo ambientale. Così assistiamo alla distruzione di una parte dei giardini Ferrari, all’ abbattimento di alberi e giardinetti per far posto alle rotonde – vedi via Coletti e Rivabella- , alla segmentazione del parco Sacramora, per fare posto ad una strada, senza intaccare terreni edificabili, al taglio delle alberature nelle vie cittadine,vedi via Dardanelli, per fare nuovi posti alle auto. "

IL COMPLESSO...
In effetti la nuova costruzione è un obbrobrio, realizzata da qualche pseudo innovatore architetto che ha trasformato una piazza in un incubo. I quattro ciuffi d'erba piazzati sui tetti confermano la poca fantasia e il pessimo gusto di chi li ha ideati.

All'interno della domus sono stati ritrovati centinaia di reperti archeologici: ferri chirurgici, vasellame da cucina e monete, oltre a una lunga serie di decorazioni e mosaici. 

Gli strumenti chirurgici ritrovati a Rimini rappresentano a oggi la più ricca collezione chirurgica antica al mondo, per varietà e numero degli oggetti: si tratta infatti di circa 150 pezzi utilizzati per intervenire su ferite e traumi ossei, più una serie di vasetti utilizzati per la preparazione e la conservazione dei medicinali. 


Nel corredo chirurgico spiccano vari bisturi, sonde, pinzette, tenaglie odontoiatriche, leve ortopediche, un trapano a bracci mobili e diversi ferri utilizzati per esportare calcoli urinari. La tipologia dei ferri chirurgici indica che il chirurgo riminese era specializzato in professione medica militare.

Uno dei ritrovamenti più importanti è stato quello del Cucchiaio di Diocle (così chiamato per il suo inventore, Diocle di Caristo,  medico greco del IV secolo a.c.), un pezzo unico al mondo, che serviva per estrarre le punte di freccia conficcate nel corpo umano.


Si tratta di un arnese composto da un manico di ferro che termina con una lamina a forma di cucchiaio, forata al centro, in modo da bloccare ed estrarre la freccia. Veniva utilizzato in particolare dai medici che operavano sul campo di battaglia.

Gli strumenti chirurgici ritrovati a Rimini rappresentano a oggi la più ricca collezione chirurgica antica al mondo, per varietà e numero degli oggetti: si tratta infatti di circa 150 pezzi utilizzati per intervenire su ferite e traumi ossei, più una serie di vasetti utilizzati per la preparazione e la conservazione dei medicinali. 

Nel corredo chirurgico spiccano vari bisturi, sonde, pinzette, tenaglie odontoiatriche, leve ortopediche, un trapano a bracci mobili e diversi ferri utilizzati per esportare calcoli urinari. La tipologia dei ferri chirurgici indica che il chirurgo riminese era specializzato in professione medica militare.


Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce una lunga serie di mosaici ancora intatti e di affreschi policromi.

Tra i mosaici spicca quello di Orfeo tra gli animali, ritrovato nella taberna medica, che vede al centro dell'opera il celebre musico circondato da animali in ascolto. I mosaici sono stati realizzati prevalentemente con la tecnica dell'opus tessellatum e dell'opus reticulatum.

Nel triclinium è stato invece ritrovato un pannello di pasta di vetro dove su sfondo blu sono stati raffigurati 3 animali marini: un delfino, un'orata e uno sgombro.

I STRUMENTI CHIRURGICI RITROVATI NELL'OMONIMA VILLA
I numerosi mosaici ritrovati sono oggi conservati nella sezione archeologica del Museo della città di Rimini. Si suppone che il nome del medico fosse Eutyches (Eutiche) grazie all'iscrizione sul muro della sua Taberna Medica "Eutyches Homo Bonus", e che fosse un medico militare di origine orientale, quasi certamente greco.

Lo conferma il piede della statua di Ermarco, filosofo discepolo di Epicuro, ritrovata nel suo giardino, ma anche le numerose scritte in greco ritrovate sul vasellame della sua casa.


RODOLFO LANCIANI

 L'ispettore cav. C. Tonini riferi che nella villa Kuflì, a due km dall'abitato (di Rimini), facendosi lavori per piantagione di alberi si rimisero a luce varie antichità, tra le quali meritano speciale riguardo due statuette marmoree ed alcuni piccoli bronzi. La scoperta avvenne alla destra dell'area o piazza che prospetta la citata villa. Si recò sul luogo dello scavo il ff. di Commissario prof. Brizio, che pure riferì intornoa questa scoperta; e si ebbero dal cav. Tonini le fotografie delle sculture sopra accennate. Stando ai rapporti le sculture sono:
 1. - Statuetta marmorea femminile, di arte romana, rappresentante Minerva egidarmata, alta m. 0,90 col capo ricoperto da elmo o galea, avvolta in lunga veste di cui sostiene un lembo colla sinistra. Ha tronco il braccio destro. La testa era distaccata.
 2. - Altra statuetta marmorea femminile pure di arte romana alta m. 0,75. Ha il capo scoperto e con semplice acconciatura lunga veste e chitone gettato sulla spalla sinistra. Le mancano ambo le mani e parte degli avambracci. Può darsi che rappresenti una Giunone. Anche in questa il capo era distaccato.
 3. - Statuetta di bronzo, femminile, alta m. 0,26 con diadema sulla fronte e le chiome leggiadraraente disciolte da tergo, con due treccie ricadenti sul dinanzi. Ha un braccio ripiegato sul petto e la mano chiusa. Il braccio sinistro, disteso lungo la persona, è adorno di armilla, e la mano tiene leggermente sollevata parte della veste che le scende ristretta ai piedi. Questi poi sono coperti da sandali appuntati. Sotto i piedi appariscono le sbavature della fusione. La statuetta, di bello stile arcaico e di arte etrusca, può essere riportata al principio del IV sec. a.c.
-  4. Altra statuetta muliebre, pure di stile arcaico, alta m. 0,22. Pare anch'essa diademata; è ornata di collana. Ha le braccia aperte, le quali, tronche in parte, presentano la forma di moncherini.
-  5. Statuetta di uomo barbato, con tunica adorna di semplici fregi che sembrano ripetersi nei calzari stretti alle gambe. Ha la destra sollevata in atto di colpire. Certamente era armata di lancia o spada e nella sinistra, ripiegata, doveva imbracciare lo scudo. È alta m. 0,26. Anche queste due statuette presentano sotto i piedi i perni a verga semicircolare di piombo per infiggere le statuette nei piedistalli.
-  Si raccolsero inoltre: due piccole basi, l'una marmorea in frammenti, l'altra in bronzo di m. 0,23 X 0,13 X 0,03.
- Un piatto o vaschetta di marmo.
- Frammenti di nn cratere dipinto a iìgure rosse su fondo nero, disegnate in uno stile libero e grandioso, che fu dal prof. Brizio attribuito al IV sec. a.c. Soggiunse egli che i pochi pezzi finora raccolti non permettono di indicare il soggetto che vi era rappresentato. Vi si notano due figure di guerrieri in grande movimento col manto svolazzante, uno dei quali colle braccia alzate, e caduto sul ginocchio destro. Appartenendo gli oggetti raccolti ad età così discosta tra loro, il predetto prof. Brizio ha supposto trattarsi della stipe votiva di un santuario, frequentato verso il IV sec. a.c., e rimasto aperto al culto fino all'età romana.


BIBLIO

- Giancarlo Susini, Andreina Tripponi - Analisi di Rimini antica - Storia e archeologia per un museo, Rimini - Comune di Rimini - 1980 -
- Dario Giorgetti - Geografia storica ariminense - Analisi di Rimini antica - Storia e archeologia per un museo, Rimini - Comune di Rimini - 1980 -
- Grazia Gobbi, Paolo Sica - Le città nella storia d'Italia, Rimini - Roma - Laterza - 1982 -
- Oriana Maroni, Maria Luisa Stoppioni - Storia di Rimini, Cesena, Il Ponte Vecchio - 1997 -
- Salvatore Aurigemma - Rimini guida ai più notevoli monumenti romani e al museo archeologico comunale - Cappelli - Bologna - 1934 -







BONONIA - BOLOGNA (Emilia Romagna)


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RICOSTRUZIONE DELLA BONONIA ROMANA - IL FORO

LA FONDAZIONE

Esistono leggende diverse sulla fondazione di Bologna:
- alcuni l'attribuiscono all'umbro Ocno, messo in fuga dall'Umbria dall'etrusco Auleste (Uno dei re etruschi che combatterono contro Mezenzio appoggiando Enea), che fondò un villaggio dove ora sorge Bologna, e successivamente ancora scacciato dagli etruschi.

- Un'altra storia parla di Felsino, discendente di un altro Ocno (ma etrusco, detto anche Bianore, lo stesso fondatore di Pianoro, Parma e Mantova, di cui parla anche Virgilio), che diede il nome alla città successivamente cambiato dal figlio Bono in Bononia.

Un'altra leggenda narra che il re etrusco Fero, proveniente da Ravenna e approdato nella pianura tra i torrenti Aposa e Ravone, assieme ai suoi uomini cominciò a costruire un villaggio di capanne si ampliò attorno a un torrente (l'Aposa, che oggi scorre ancora nei sotterranei di Bologna), costruendo un ponte per collegare le due sponde all'altezza dell'attuale via Farini nei pressi di piazza Minghetti: il Ponte di Fero (probabilmente nell'odierna via Farini all'altezza di piazza Calderini).

BONONIA ROMANA - RICOSTRUZIONE DI RICCARDO MERLO
(immagine ingrandibile)
La leggenda vuole che il nome Aposa venisse attribuito al torrente dall'etrusco Fero a ricordare l'amante Aposa, principessa dei Galli Boi ( popolazione celtica dell'Età del ferro originaria dell'Antica Gallia, che con gli Etruschi abitò la città in età preromana), annegata nelle acque del torrente per raggiungere l'amato.

Un giorno però Aposa, amante di Fero, venne travolta da una piena del fiume mentre stava raggiungendo l'abitazione di Fero che addolorato dette al torrente il nome di Aposa. Il villaggio crebbe e Fero decise di proteggerlo con una cinta muraria e, benché anziano, lavorò lui stesso alla costruzione.
Durante il lavoro, in una caldissima giornata estiva la figlia di Fero porse al padre un recipiente d'acqua a patto che Fero desse il suo nome alla città.
Fero acconsentì e mantenne la promessa; da quel momento la città prese il nome della figlia, Felsina. Plinio il Vecchio: « Dentro [c'è] la colonia di Bologna, chiamata Felsina quando era la principale dell'Etruria... »

TORRENTE APOSA

LA STORIA

La colonia romana di Bononia fu stabilita dai romani dopo aver sconfitto i Boi, per volere del senato della Repubblica romana che la votò nel 189 a.c. Si presuppone che il nome Bononia provenisse dal nome Boi (nome della popolazione) oppure dalla parola celta bona, dato a un "luogo fortificato", o forse proveniva da Bona, divinità celtica della prosperità.

PLANIMETRIA DELLE MURA DI BOLOGNA
(INGRANDIBILE)
Tra le nuove colonie emiliano-romagnole i romani edificarono una fitta rete stradale, tra cui la via Emilia, nata nel 187 a.c. e voluta dal console Marco Emilio Lepido. Bononia divenne uno dei fulcri della rete viaria romana, collegata anche ad Arezzo attraverso la via Flaminia militare e ad Aquileia attraverso la via Emilia Altinate.

Nell'88 a.c., alla fine delle guerre sociali, Bononia divenne municipio e i suoi cittadini acquisirono la cittadinanza romana, per cui la città si ingrandì e si arricchì di commerci. In un'isoletta del fiume Reno di Bonomia sorse nel 43 a.c. il secondo triumvirato di Antonio, Lepido e Ottaviano che promise grosse ricompense ai veterani. Bononia ne dovette accogliere un buon numero ed a costoro vennero assegnati terreni abbandonati in seguito alle guerre sociali.

Per riconoscenza sotto Augusto Bononia pavimentò oltre 10 Km di strade, si costruirono le fognature ma soprattutto si edificò l'acquedotto che convogliava le acque dal torrente Setta nei pressi di Sasso Marconi e la portava, come avviene tuttora, con un dislivello di circa venti metri, alle porte della città passando per Casalecchio di Reno con una galleria di 18 Km. 

MURA DI SELENITE NELL'ARCHEOGINNASIO

I romani ritenevano che l’acqua di questa sorgente fosse di qualità migliore rispetto a quella del Reno, e passando tramite gallerie sotterranee fino al fiume Aposa, incontrava una vasca di decantazione (castellum) che schiariva l’acqua prima di distribuirla alla città ed alle terme mediante tubi di piombo o terracotta (fistulae aquariae)

A tutt’oggi di edilizia privata o pubblica, civile e religiosa, e di strade si può parlare solo nel caso della Bononia romana: i popoli e le civiltà più antiche non ci hanno lasciato altro che sepolcreti, molti dei quali ricchi di suppellettili e di altri cospicui corredi funerari. Per cui in epoca romana si edificarono gli edifici pubblici con largo uso di marmi e quelli privati in cui si diffuse l'uso del mosaico; entrarono in funzione le terme, un teatro, l'arena e sorsero le prime fabbriche di tessuti.

Bononia era costruita in mattoni, selenite e soprattutto legno, e proprio a causa di ciò risultò gravemente danneggiata da un incendio nel 53 d.c. ma fu subito ricostruita grazie all'interessamento di Nerone (37 - 68), il quale, fra l'altro, fece ampliare e abbellire il teatro.

Alla fine del III secolo i barbari saccheggiarono o conquistarono tutte le città attraversate dalla via Emilia per cui i bolognesi decisero di edificare una cerchia muraria costruita con blocchi di selenite che, però, non racchiudevano tutta l'area urbana ma escludevano i quartieri più poveri a nord e a ovest. Le mura ebbero 6 porte: Porta Ravegnana (va est), Porta San Procolo (a sud), Porta Stiera (a ovest), Porta San Cassiano poi di San Pietro (a nord).

In seguito scesero dal nord gli Unni di Attila (406-463) e successivamente Odoacre (433-493), capo degli Eruli, che era diretto a Ravenna, allora capitale dell'Impero, a deporre l'ultimo imperatore romano, Romolo Augusto. Nell'anno 476 si concluse così la lunga agonia dell'Impero romano d'Occidente, un impero che aveva dato civiltà e luce al mondo.

TARGA DELLE MURA

I RESTI

Bologna rivela ancora, nel centro storico, resti dell’epoca romana: strutture architettoniche, tratti di strade, frammenti di mosaici e reperti conservati nei musei narrano la storia dell’antica Bononia.
La città romana fu impostata secondo lo schema classico, basato su due strade principali: il cardine massimo, che andava da nord a sud (via Galliera – via Val d’Aposa), e il decumano massimo, diretto da est a ovest (via Rizzoli - via Ugo Bassi). Una serie di cardini e decumani minori formavano una griglia di isolati rettangolari di 6oo m per lato.

La romanizzazione del territorio comincia in realtà nel 268 a.c. ben quattro anni prima della lunga contesa con Cartagine. La Repubblica fonda una colonia nei pressi di Ariminum (odierna Rimini). Poi i Romani cominceranno a spargersi a macchia d’olio per la Pianura Padana e nel 189 a.c., viene ufficialmente fondata la nuova città di Bononia, che si sovrappose alla vecchia città etrusca. Essa fu colonia per diversi anni fino all’88 a.c. quando venne trasformata in Municipio. Da quel momento essa seguì le sorti di Roma, in era Repubblicana e Imperiale.

Nei molti scavi effettuati nel centro della città hanno evidenziato molti strati del terreno sovrapposti, con una difficile distinzione cronologica. Sono state rinvenute però strade, solcate perfino dai carri trainati (visibili ancora oggi) reperti archeologici come boccette, vetri e anfore; l’anfiteatro, la necropoli e la villa rustica.

VILLA ROMANA SOTTO LA SINAGOGA
Interi musei e palazzi sono stati adibiti ad esposizioni di reperti archeologici come l’Archiginnasio e la Sala Ex-Borsa, fermata per diversi giorni per permettere agli archeologi di effettuare gli scavi.
Particolarmente importanti per la città furono l’imperatore Augusto, che la fece ricostruire e abbellire, e l’imperatore Nerone, che convinse il senato romano a pagare importanti opere edilizie necessarie dopo un vasto incendio che aveva distrutto numerosi monumenti.

Alcuni resti romani si rivelano al di sotto di Palazzo Re Enzo, accedendo dalla sede della Scuola delle Idee (ex START) sotto al Voltone del Podestà, oppure dal vecchio ingresso del sottopassaggio, accessibile da Piazza Re Enzo.

Negli ambienti interni, attraverso una vetrata, è possibile vedere i resti di uno dei Cardini minori di epoca romana, con tanto di marciapiede. Altri pezzi di queste vie sono visibili al di sotto dell’Hotel Baglioni (oggi Grand Hotel Majestic, Via Indipendenza) e del negozio Roche Bobois (a Palazzo Lupari, in Strada Maggiore 11).

Uscendo dal sottopassaggio di Piazza Re Enzo, poi, è visibile un mosaico geometrico bianco e nero, resto di un antico palazzo signorile di età imperiale (in Piazza Maggiore infatti c’erano tanti edifici).

L'ACQUEDOTTO

L'ACQUEDOTTO ROMANO 

Di solito i romani edificavano gli acquedotti mediante condotti aerei, ma a Bonomia realizzarono questa opera completamente in galleria (in parte nella roccia ed in parte in terreni rinforzati).

L'acquedotto risale al I secolo a.c. e si presume voluto dall'imperatore Augusto. L'acquedotto attinge dal fiume Setta in quanto i romani compresero fin da allora che le acque del Reno non erano pure e potabili come quelle del Setta.

Pertanto l'acquedotto prelevava l'acqua presso Sasso Marconi e, passando da Casalecchio di Reno sotto il Colle della Guardia, la convogliava in galleria fino a raggiungere l'Aposa,  che scorre sotto Palazzo Pizzardi nella odierna via d'Azeglio angolo via Farini.

Qui una vasca di decantazione (castellum) schiariva l'acqua prima di distribuirla a tutta la città mediante il sistema tipicamente romano delle fistulae aquariae (tubi di piombo o terracotta). Oggi il tunnel finisce presso la caserma dei Vigili del Fuoco in viale Aldini. 

La portata ai tempi dei romani era di ca. 35.000 metri cubi al giorno, abbastanza per soddisfare le necessità di una città di 25-30.000 abitanti!. L'acquedotto rimase attivo fino al Medioevo, quando, a seguito delle invasioni barbariche e dell'incuria, rimase quasi dimenticato e interrato.

Quando però, nel 19° secolo a Bologna si creò il bisogno di aumentare i suoi approvvigionamenti idrici, grazie all'ingegnere e archeologo Antonio Zannoni ed al conte Giovanni Gozzadini (lo scopritore della civiltà villanoviana) si poté finalmente individuare e ripristinare l'antico acquedotto, tutt'oggi in funzione a dimostrazione della straordinaria abilità degli ingegneri antichi romani.

BAGNI DI MARIO

BAGNI DI MARIO

Non si tratta come si potrebbe credere di un ambiente termale, ma di un complesso idraulico che non ha mai avuto nessuna relazione con l'uso termale. Tra l'altro il nome "Mario" fu dato al complesso in memoria del console romano.

Un'angusta scala di pietra conduce giù sottoterra per ben 40 metri: ci si ritrova in una sala ottagonale con le pareti ornate da affreschi e bassorilievi, tra cui i due leoni rampanti che probabilmente rappresentavano le insegne di Pio IV dè Medici di Marignano mentre ai lati della sala partono quattro cunicoli che portavano all'antica cisterna in pietra. Una costruzione cinquecentesca che alcuni fanno però risalire ancora oggi, e forse non hanno torto, a un'opera romana.

I RESTI DEL TEATRO

IL TEATRO ROMANO

Il Teatro Romano in via de’ Carbonesi, è uno straordinario monumento di età repubblicana (risalente all’incirca all’88 a.c.) quando, all’indomani della guerra sociale, gli abitanti di Bononia ottennero lo status di cittadini romani e la città fu promossa da colonia di diritto latino a municipium. 

In quella occasione l’impianto urbano fu dotato di nuovi edifici di cui abbiamo forse un’ulteriore testimonianza nella basilica e proprio nelle strutture murarie del teatro. 

DECORAZIONE DEL TEATRO
Esso rappresentava un unicum per il suo tempo: basti pensare che neanche a Roma esistevano teatri in muratura, ma solo strutture lignee rimovibili. 

Sarà solo Gneo Pompeo Magno a far erigere un teatro in muratura, a quasi trent’anni di distanza da quello bolognese, tra il 61 e il 55 a.c..

Infatti il teatro, costruito in epoca tardo repubblicana (dal 120 all' 80 a.c.) fu successivamente ampliato in età augustea e ancora sotto Nerone nel I sec. d.c.. il teatro costituisce una delle più interessanti testimonianze della Bononia romana. 

Nella fase costruttiva iniziale il teatro fu caratterizzato da un emiciclo autoportante di circa 75 metri di diametro; successivamente la struttura venne ampliata portando la cavea ad un diametro di 93 metri e l'edificio fu ornato con marmi pregiati d’importazione.

Il teatro è caratterizzato da una struttura autoportante fondata su una fitta rete di muri radiali a vista, in pietra arenaria, lavorati a opus incertum. 

Il sito è venuto alla luce nell'ambito di una campagna di scavi risalente alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. 

SCAVI DELLA SALABORSA


I SEPOLCRI ROMANI DI BONOMIA

(RODOLFO LANCIANI)

Il 17 aprile 1888, a m 2,30 dal suolo attuale se ne scoprirono due, distanti l'uno dall'altro m. 0,70.
- Il primo col tetto di tegole a due pioventi di m. 1,40  x. 0,50 x 0,80 di altezza. Lo scheletro lungo m. 1,38 posava sopra un letto di tegole con la testa volta ad occidente.

-  1l secondo sepolcro col tetto parimenti a capanna era di fanciullo, di  m. 0,80  x  0,30 e. 0,55 di altezza. Lo scheletro posava col cranio ad oriente. Fra i due sepolcri si rinvenne una monetiua in bronzo molto corrosa.

-  Poco discosto dal secondo, un terzo sepolcro composto di dieci tegole col tetto a capanna e di 2 m. x 0,50 di larghezza. Lo scheletro posava sopra un letto di tegole con la testa ad oriente,  circondato da quattro vasetti in terracotta della forma ventricosa con labbro dritto, due alla testa e due ai piedi, più un altro rotto della forma come di fiasco, ed una lucerna.

-  Un quarto sepolcro apparve alla profondità di soli 2 m dal suolo, ma già distrutto anticamente. Vi si raccolsero le tegole di m. 0,50 X 0,60.

Più notevoli sono due altri sepolcri scoperti il giorno successivo.

- Lungo il primo m. 1,80 x. 0,50, di tegole lunghe m. 0,60 x 0,50, disposte tre in ciascun dei lati maggiori, una alla testa, ed una ai piedi. Formavano il rivestimento esterno di una cassa in piombo di m. 1.70 x 0,31 ed alta m. 0,35, alla quale però non aderivano perchè vi erano tenute discoste, un 15 cm per parte, da grossi chiodi di ferro. Questi chiodi, di cui si raccolsero molti resti nell'interstizio fra la cassa di piombo e le pareti di tegole, erano 12, distribuiti 4 a ciascuno dei lati maggiori e 2 a ciascuno dei minori. Introdotti con la punta nella cassa e ribattuti, aderivano con la testa alle tegole. Lo scheletro, in pessimo stato, posava con la testa ad oriente, i vasetti funerari raccolti in frammenti non posavano dentro la cassa ma fuori. Forse il sepolcro aveva subito violazione.

-  Sulla medesima linea si scopri l'altro sepolcro più piccolo, ma simile. Di m. 1,55 x 0,60 aveva una copertura in piano di 4 tegole, 2  larghe ciascuna m. 0,58, la terza e la quarta di m. 0,20 e collocate una alla testa e l'altra ai piedi. La cassa è di m. 1,35 x. 0,32 x. 0,29. Furono trovati gli avanzi di altri chiodi di ferro, sei, cioè due a ciascun lato maggiore ed uno a ciascuno dei minori e tenevano le tegole discoste dalla cassa un 15 cent.


- Ai piedi del sepolcro, un altro ne esisteva formato similmente da tegole, ma privo della cassa interna di piombo. Il letto era a due pioventi. Questo sepolcro però era già stato quasi per metà distrutto nei tempi antichi.

- Un ottavo sepolcro romano fu scoperto  alla distanza di 3 m, di m. 0,60 x 2 m ed era largo alla testa m. 0,60, ai piedi m. 0,50. Consisteva di 10 tegole, disposte quattro a ciascun lato maggiore ed una a ciascuno dei minori. Dentro eravi la solita cassa di piombo di  m. 1,80 x m. 0,35 x 0,33. Negl'interstizi si raccolsero gli avanzi di 12 chiodi di ferro. Lo scheletro infracidato aveva la testa ad oriente ed i piedi ad occidente.

Questi tre sepolcri contenenti casse di piombo ho fatto trasportare al Museo Civico dove una sola cassa simile finora si conservava d'ignota provenienza, quantunque con molta probabilità del bolognese. Questa cassa però é in due pezzi, lunga nell'assieme m. 1,45, larga m. 0,40 ed alta m. 0,25. Il piombo è di miglior qualità, che non quello delle tre casse di recente scoperte perché esso appena toccato si rompe, mentre nella cassa più antica è molto duttile e piegasi a piacimento senza rompersi. Otto sepolcri adunque si scoprirono disposti in modo da formare due linee simmetriche e corrispondenti. Molti altri ne esistevano senza dubbio distrutti nei tempi di mezzo, perché s'incontrarono lì presso a diversa profondità avanzi di costruzioni che parevano medioevali.

Si possono considerare quali avanzi dei sepolcri taluni oggetti romani incontrati durante gli scavi, sparsi a differenti altezze dal suolo. Ne indico qui i principali :
- Lucerna in terracotta finissima con l'ornamento di un rombo nella parte superiore fratturata, ed un S a rilievo nell'inferiore.
-  Altra lucerna rinvenuta ad un metro sotto il suolo, in mezzo a rottami, perfettamente conservata, con forti profili nella faccia superiore ed il nome V I B I A N I a rilievo nell'inferiore. 20 giugno.
- Altra lucerna simile perfettamente conservata con F A O R a rilievo.
-  Una dozzina di monete di bronzo la maggior parte logorate dall'ossido ed illegibili. Sono riuscito a determinare soltanto le seguenti: P in bronzo di Tiberio, 2 in argento di Alessandro Severo. 3 in bronzo di  Trajano Decio,. 4-5 piccoli bronzi di Costantino Magno. Con queste monete si può dire che il sepolcreto durò dal II al IV sec. dell'impero. La sua esistenza nella proprietà Fabbri è della massima importanza per la topografia della Bononia romana.


Avanzi di casa romana

Sui primi del mese di luglio ampliandosi e rifacendosi le fondamenta della casa Calzolari situata fra via Gombruti e via Imperiale, alla profondità di m. 2,50 dal suolo venne scoperto un assai bello e ben conservato pavimento a mosaico. Quantunque lavorato con sole pietruzze bianche e nere, tuttavia assai vario e complicato ne riesce il disegno.

REPERTI DEL TEATRO ROMANO
Più file di circoli intersecantisi e concatenati sopra e sotto fra loro, danno origine a quadretti interni con base ricurva, riempiti di nere pietruzze: ne risultano per conseguenza tanti segmenti di circolo a fondo bianco e conformati a foglie le quali, convergendo ad un centro comune, compongono alla lor volta una specie di rosone.

Non precisamente nel centro, ma come si potè constatare in seguito, più verso il lato meridionale, esisteva un quadretto dell'ampiezza di m. 0,95 per lato, a pietruzze bianche e nere, ma assai più fine, chiuso tutto all'intorno da una elegante cornice a foglie d'edera.

Disgraziatamente la rappresentanza del centro era stata distrutta nel passato secolo, quando venne costruita la casa, un pilone della quale era venuto a cadere e sfondare proprio il quadretto. Tutto il pavimento largo m. 3,48 per 4 circa di lunghezza, è circondato all'intorno da una fascia nera distante m. 0,20 dal muro della camera.

Anche di questo muro rimaneva in piedi verso l'angolo nord-est una parte, lo zoccolo, con l'intonaco dipinto a color verde porro ed una striscia della parete superiore, dipinta a giallo. Siccome il muro interno della nuova casa in costruzione viene appunto a tagliare a mezzo il mosaico, così questo doveva di necessità essere distrutto.

BUSTO DI NERONE
Perciò allo scopo di conservar memoria della scoperta ne ho fatto segare e trasportare in Museo una porzione, poco più di un metro quadrato, mentre ho preso gli accordi con il proprietario sig. Calzolari per eseguire scavi e ricerche metodiche nel cortile, sotto cui il mosaico s'interna, non appena saranno terminati i lavori di muratura, ciò avverrà in dicembre.

Mi riprometto soddisfacenti risultati da questo scavo, in quantochè il mosaico scoperto mi sembra parte e propriamente il triclinio di una vasta casa, che sorgeva in questo punto della Domnia romam. M'inducono in questo avviso gli avanzi di altri mosaici apparsi qua e là in contiguità di quello ora descritto e che attestano l'esistenza di altri considerevoli ambienti.

La maniera frettolosa con cui eseguivasi lo sterro, ch'era dato a cottimo, non ha permesso di rilevare una pianta esatta dei mosaici o almeno dei loro avanzi, tanto più che molti di ossi insieme con i relativi muri di perimetro aveano sofferto grande distrazione nel passato secolo quando venne innalzata la prima volta la casa ora in ampliamento.

Cionondimeno ho potuto costatare che almeno quattro camere, ciascuna con particolare pavimento, si collegavano con quella prima descritta. Per maggiore chiarezza indico come n. 1 la stanza col pavimento a mosaico di circoli concatenati e col quadretto centrale circondato da foglie d'edera: il suo lato nord insieme con porzione della parete dipinta penetra e si nasconde ancora sotto il cortile A.

In vicinanza trovasi un pozzo moderno, nel costruire il quale si dovette certo distruggere tutto ciò che di antico ivi esisteva. Il pavimento dell'ambiente n. 3 era a mattone battuto; ho potuto riconoscerne chiaramente le tracce lungo il lato ovest e determinarne la lunghezza in circa tre m.

Lo strato del mattonato era piuttosto sottile, circa 10 centimetri; ma posava sopra un piano di ciottoli, sistema di costruzione osservato altresì sotto i mosaici degli ambienti 1 e 5. Mattoncelli cubici legati assieme con cemento durissimo costituivano il pavimento dell'ambiente n. 4, di cui però due soli tratti scoperti in posto: il rimanente era ridotto in pezzi che giacevano sconvolti e gli uni agli altri sovrapposti : questo pavimento poteva misurare una superficie di m. 2,80 per 8,50.

LA VIA EMILIA RIAFFIORA DURANTE DEI LAVORI STRADALI

Anche di esso ho fatto trasportare, quale ricordo, un pezzo al Museo. Una forte rovina, cagionata da avvallamento del terreno, aveva sofferto altresì il pavimento dell'ambiente n. 5, esso pure a mosaico, ma bianco con semplice fascia nera. Gran parte del fianco sud era sprofondata e si scoperse infissa verticalmente al suolo : cionondimeno, seguendo le tracce lasciate nelle sezioni delle terre, se ne poterono determinare le dimensioni in m. 3,50 X 6,60.

Allo scavo dello spazio n. 6 non ho potuto assistere in persona; ma dal sorvegliante mi venne riferito che tutto il pavimento era sconvolto e qua e là apparivano tronchi di colonnine formati di mattoncelli circolari del dìametro di m. 0,18 presso i quali giacevano frammenti di tegole.

Queste notizie fanno pensare ad un pavimento sospeso per la circolazione del vapore come i pavimenti della stufe o calidari; supposizione resa più probabile dal fatto che da questi medesimo sito provengono parecchi frammenti di tubetti quadrangolari aderenti ad intonaco od usati per le doppie pareti proprie appunto dei calidari.

Oltre i resti di mosaico si raccolsero quasi in ogni ambiente frammenti d'intonaco delle precipitate pareti, dipinti a colori giallo, rosso, nero e verde. Finalmente nei due punti h q g della trincea s'incontrarono, alla profondità di circa m. 3,50 dal suolo attuale, due tratti di una chiavica romana con fondo, sponde e copertura, il tutto formato da mattoni, diretta ed inclinata da est ad ovest.


BIBLIO

- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia - III, 15 -
- Franco Bergonzoni - Bononia (189 a.C.- Secolo V) - in Antonio Ferri, Giancarlo Roversi (a cura di) - Storia di Bologna - Bologna - Bononia University press - 2005 -
- Giuseppe Sassatelli e Angela Donati (a cura di) - Bologna nell'antichità - in Storia di Bologna, vol I - Bologna - Bononia University Press - 2005 -
- Giovanni Colonna - Felsina princeps Etruriae - in Comptes rendus des séances de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres - vol 143, n. 1 - 1999 -





CIVITAS CLASSIS - RAVENNA (Emilia Romagna)


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RAVENNA ROMANA

- «In questa località non sapresti dire se la via di Cesare, che l'attraversa, congiunga o separi la città vecchia e il porto nuovo. Inoltre un ramo del Po attraversa questa città doppia, mentre all'esterno la bagna un altro ramo di quel fiume che, deviato dall'alveo principale mediante dighe pubbliche e per mezzo di queste immesso in rami derivati, divide le sue acque in modo che offrano difesa alle mura circondandole e, penetrando in città, procurino facilità di commercio».
(Sidonio Apollinare - Epistole)

La pianta dell'ontano, che fuori dalla terra non può durare che poco, posto sott'acqua dura per sempre. Si può osservare ciò soprattutto a Ravenna dove tutti gli edifici hanno sotto le fondamenta pali di quel genere. Lo stesso "legname larigneo" o di larice è trasportato dal Po a Ravenna e si vende nelle colonie di Fano, Pesaro, Ancona e negli altri municipi della regione.
(Vitruvio - De Architectura)

«Tra le paludi, la città più grande è Ravenna, interamente costruita su palafitte e attraversata da canali, … Durante l’alta marea è inondata da una considerevole quantità d’acqua del mare e così le acque stagnanti sono condotte via e l’aria che è nel mezzo delle paludi è perfettamente salubre. Ma è motivo di stupore anche il fenomeno della vite, che le paludi producono e fanno crescere rapidamente con abbondanza di frutto, e poi si estingue in quattro o cinque anni.»
(Strabone - Geographia)

MAUSOLEO DI GALLA PLACIDIA

ROBERTO LANCIANI

- Il direttore del Museo Nazionale comm. E. Pazzi riferì, che dal sig. ingegnere Carlo Poletti fu donato por le raccolte pubbliche del detto Museo un frammento epigrafico, in marmo greco, di m. 0,25 x 0,30 x 0,08, recuperato presso Classe Fuori, in occasione dai lavori per la via ferrata Ravenna-Rimini. Vi si legge la parte inferiore di un titolo funebre:
PAl K CTiNTa V \^^ L I C I N I A • PRIMIGENIA

- Presso la parrocchia di Godo fu rinvenuto un mattone nel quale leggesi in belle lettere il bollo rettangolare: ^-4v\L-T-lASI-EiOt
Il fittile fu aggiunto alla raccolta pubblica del Museo nazionale ravennate per dono dell'arciprete della parrocchia ove la scoperta avvenne.

IMPERATRICE TEODORA (Ravenna)


DESCRIZIONE

Sembra che il nome di Ravenna derivi da un prelatino "rava", di origine umbra, "dirupo prodotto da acqua che scorre" e successivamente "canale, palude, bassura, fanghiglia", unito ad un suffisso "enna", di origine etrusca.

Fin dalla preistoria il tratto della Val Padana su cui sorse Ravenna subì frequenti esondazioni da fiumicelli e torrenti che scendono dall'Appennino verso il mare Adriatico. Si formarono così ampie zone lagunari, che da Ravenna si estendevano fino al Po, formando la insalubre Valle Padusa.

Ravenna è al centro di una laguna costiera che si prolunga per alcuni km a nord e a sud. Dista solo 17 km dalla foce del ramo meridionale del Po, cui è collegata tramite il Padenna, (Padus Messanicus). Il Padenna, prima di gettarsi in laguna, riceve, a sua volta, le acque del Lamone.

Il castrum militare romano fu impiantato nell'isola centrale, ed era di forma retangolare, con lati di poche centinaia di m di lunghezza. Come ogni oppidum romano, era traversato dal decumano, ( nord-sud), e il cardo che congiungeva le porte est ed ovest della città. La via principale terminava alla confluenza dei due fiumi cittadini.

I romani chiamarono il tratto cittadino del Lamone flumisellum Padennae, considerandolo un affluente del Padenna. Il Foro non è stato individuato con sicurezza, ma è probabile che coincidesse all'area delimitata dalle attuali vie D'Azeglio, Garatoni, Oberdan e Agnello. Il confine sud dell'abitato corrisponde alle attuali vie Ercolana-Guidarelli.

La città è circondata da mura solo su tre lati (ovest-sud-est): a nord è lambita dal flumisellum e dal fiume Padenna, che segue il tratto di mura est scorrendogli a fianco.


Le mura si sviluppano per una lunghezza di 2,5 km.
Oltre la cinta muraria, qualche centinaio di metri più a sud vi erano l'anfiteatro e il tempio di Apollo.

Più a sud scorreva il canale Candiano antico, collettore tra la valle omonima e il mare. Era attraversato dal Pons Candidanus.

Nei pressi vi è una necropoli romana.

Tra l'abitato e la linea di costa scorreva la via Popilia, strada consolare che iniziava a Rimini e terminava ad Adria. La strada che collegava Ravenna alla via Popilia era detta Via Caesaris; fu costruita nel I secolo a.c.

Di Ravenna repubblicana si è rinvenuto un muro fine del III sec. a.c., eretto sull'isola centrale probabilmente per resistere ad un eventuale attacco di Annibale. Sono stati rinvenuti i resti di due strade basolate che si incrociano sotto le attuali via Morigia e via D'Azeglio (fine del III-inizio del II secolo a.c.). Qui sono emersi i resti della più antica abitazione di Ravenna, risalente al II sec.a.c.

RICOSTRUZIONE GRAFICA DI RAVENNA ( https://design.tre.digital )

LA STORIA

Nel II sec. a.c.  Ravenna prese contatto con Roma, consentendo l'avanzata del suo esercito nella campagna contro la Gallia Cisalpina. Dopo la vittoria definitiva sui Galli Boi (191 a.c.), i romani la accettarono come "città alleata latina" (civitas fœderata), ciò che le consentì a lungo una relativa autonomia da Roma.


GIULIO CESARE

Nell'89 a.c. ottenne lo status di municipium all'interno della Repubblica romana. Durante la guerra civile degli inizi del I sec. a.c. Ravenna si schierò con Mario, lo zio di Giulio Cesare, per cui venne occupata, insieme al suo porto dal generale di Lucio Cornelio Silla, Quinto Cecilio Metello Pio.

Durante l'inverno del 53-52 a.c., nel pieno della conquista della Gallia, Giulio Cesare fece una leva proprio a Ravenna, per la campagna militare contro Vercingetorige. Pochi anni dopo, nel 49 a.c., Cesare riunì il suo esercito a Ravenna prima di attraversare il Rubicone:

« Cesare cercò di patteggiare con gli avversari, offrendo di lasciare la Gallia Transalpina e di congedare otto legioni, a condizione che gli rimanessero, fino a quando non fosse stato eletto console, la Gallia Cisalpina con due legioni, oppure anche solo l'Illyricum con una sola legione. Ma poiché il Senato rimaneva inerte, mentre i suoi avversari si rifiutavano di negoziare con lui qualsiasi cosa riguardasse la Repubblica, passò nella Gallia Citeriore e si fermò a Ravenna, pronto a vendicarsi con le armi, nel caso il Senato avesse preso una qualche grave decisione contro i tribuni della plebe che erano a suo favore. »
(Svetonio, Vita di Cesare, 29-30.)

IL PORTO DI CLASSE BASE DELLA CLASSIS RAVENNATIS

OTTAVIANO AUGUSTO

- Nel 44 a.c., dopo l'assassinio di Cesare che scatenò la guerra civile, Ottaviano fece la leva a Ravenna e nei suoi dintorni, memore delle simpatie che Cesare aveva sempre raccolto in quella città, poi inviò le nuove leve ad Arretium (Arezzo).

Dopo la sconfitta di Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino a Filippi ad opera di Marco Antonio ed Ottaviano, quest'ultimo dovette sistemare circa 170.000 veterani, per cui, nel 41 a.c., operò delle confische territoriali  in Italia, soprattutto in Etruria, si che la gente iniziò a ribellarsi stringendosi intorno a  Fulvia e Lucio Antonio, rispettivamente moglie e fratello del triumviro Marco.

- Per tutta risposta Ottaviano assedia Lucio a Perusia, nel 41/40 a.c.. mentre Marco Antonio si mantenne neutrale. Lucio dovette arrendersi ad Ottaviano che lo perdonò grazie al fratello Marco, mentre Perusia ebbe molte ritorsioni per essersi ribellata.

- Nel 39 a.c. alcune navi da guerra di Ottaviano, partirono dal porto di Ravenna per Brundisium, in vista di un accordo con l'altro triumviro Marco Antonio, per la guerra contro Sesto Pompeo, terminata tre anni più tardim nel 36 a.c., con la vittoria di Ottaviano nella battaglia di Nauloco.

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL PORTO ( https://design.tre.digital )


IL PORTO MILITARE

- Civitas Classis era all'interno di una delle lagune interne che circondavano Ravenna e nel 27 a.c. Augusto vi fece costruire un porto militare,  in un'ampia baia vicina alla foce del Padenna, realizzando  il collegamento fluviale tra Classis e Ravenna.

LA STRADA DEL PORTO
Il porto doveva ospitare la flotta che sorvegliava la parte orientale del mare Mediterraneo.

Poichè le lagune intorno a Ravenna non comunicavano col mare, vi costruirono un canale artificiale per collegare il porto con il mare Adriatico.

Un secondo canale, la Fossa Augusta, congiunse Classe con Ravenna, con la laguna veneta e col sistema portuale di Aquileia. Si poteva così navigare da Classe ad Aquileia (per 250 km).

Classe era collegata a Ravenna anche da una strada, la Via Caesaris, edificata nel I sec. a.c., che iniziava a Ravenna da Porta Cesarea, traversava Classe e terminava nella via Popilia. Ma poichè il Padenna non era più adatto alla navigazione, Augusto fece costruire un ampio canale artificiale parallelo al fiume (e alla via Popilia).

Fu poi realizzato il collegamento verso il ramo meridionale del Po. La Fossa Augusta, attraverso canali artificiali posti all'interno delle lagune, portava fino alla laguna veneta e poi al porto di Aquileia. Inoltre nel 27 a.c. Augusto fece realizzare, 5 km a sud di Ravenna, un porto militare dove stanziò la Classis Ravennatis, la flotta militare che pattugliava l'Adriatico e il Mediterraneo orientale e che procurò intensi rapporti commerciali tra Ravenna e l'Oriente.



ARCO DI TRIONFO DI CLAUDIO

In epoca imperiale Ravenna si espanse raggiungendo un'estensione circa quattro volte superiore all'età repubblicana. Ad Est, oltre il Padenna, è realizzato un grande sobborgo tra la città e il mare, denominato "Cæsarum". Il fiume Padenna, che un tempo si trova ai confini della città, ora scorreva all'interno dell'abitato.

DISEGNO DEL PALLADIO DELLA PORTA AUREA
Anche a Nord vengono costruiti nuovi edifici al di là delle mura. Sorge così la  regio Domus Augusta, la zona imperiale di Ravenna, comprendente un foro, un Capitolium (presso via Cavour), la basilica Herculis (presso piazza Kennedy) ed il miliarium aureum (punto di riferimento per il posizionamento delle pietre miliari lungo le strade consolari). Nella Regio Pontis Coperti è ubicato l'antico macello cittadino.

Al tempo dell'imperatore Claudio viene costruita nel 43 d.c. una porta monumentale a doppio arco nel punto in cui la via Popilia entra in città, che dopo il 425 si chiamerà Porta Aurea a causa delle decorazioni in bronzo dorato. La costruzione non nasce come porta, piuttosto come Arco di Trionfo per accogliere l'imperatore Claudio al ritorno dalla vittoriosa campagna di Britannia.

Viene edificata nella zona detta oggi Prati di S. Vitale, alcune decine di m oltre le mura repubblicane. L'Arco di Claudio era costituito da due grandi fornici, per permettere il passaggio contemporaneamente nei due sensi. Rimarrà l'ingresso principale di Ravenna per tutto il periodo romano.


TRAIANO

- Al tempo dell'imperatore Traiano viene costruito un grande acquedotto che attingeva le acque dal fiume Bidente-Ronco recandole in città dopo un percorso di circa 50 km.
Fuori dalla città, l'area oltre le mura in direzione del mare continuò ad essere utilizzata come necropoli. I cimiteri furono attivi fino al IV sec.

COLONNE BIXANTINE, CHIESA S. AGNESE

MASSIMINO TRACE

- Nel 238, quando Massimino Trace, marciando contro l'Italia, giunse in vista di Aquileia, deposito dei viveri e dell'equipaggiamento necessari ai soldati, la città chiuse le porte all'imperatore, guidata da due senatori incaricati dal Senato, Rutilio Pudente Crispino e Tullio Menofilo. Massimino, invece di scendere rapidamente sulla capitale con un contingente, assediò Aquileia, permettendo ai suoi avversari di organizzarsi e poi di farlo uccidere.

- Dal 258 al 260, Quadi, Marcomanni, Iazigi e Roxolani varcarono il limes pannonico devastando le terre e uccidendo la popolazione, cosa che provocò lo spopolamento delle campagne dell'intera provincia. Inoltre, come narra Eutropio,una nuova incursione germanica raggiunse Ravenna mentre l'imperatore Valeriano era impegnato sul fronte orientale contro i Sasanidi di Sapore I.


COSTANTINO

- Alla fine del IV sec. la corte imperiale cominciò a sentirsi poco sicura a Mediolanum, e volle trasferirsi a Roma, con Ravenna come sede temporanea. A causa della subsidenza, cioè lo sprofondamento del fondo del bacino in cui sorgeva il porto di Classe, nel 330 l'imperatore Costantino I trasferì la base della flotta nella nuova capitale dell'impero, Costantinopoli. Per Ravenna si aprì una breve fase di decadenza.

SERENA COL MARITO STILICONE ED IL FIGLIO EUCHERIO - DITTICO DI STILICONE

ONORIO

- Il Dittico di Stilicone è un dittico consolare del 400 circa, realizzato per Stilicone, magister militum dell'imperatore Onorio. Serena era la cugina di Galla, figlia del fratello di Teodosio I. Galla visse e fu educata dalla cugina e fu fidanzata al figlio Eucherio, ma dopo la caduta di Stilicone, firmò il decreto del Senato romano che mise a morte Serena.

- Nel 402, l'imperatore Onorio, figlio di Teodosio I, si trasferì con la corte a Ravenna, che divenne nuova capitale e sede della prefettura del pretorio d'Italia e che divenne una città imperiale con grandiose costruzioni civili e religiose che imitavano lo stile bizantino di Costantinopoli. Fece costruire il palazzo imperiale sul praetorium del praefectus classis che si affacciava sulla Fossa Augusta.

MAUSOLEO DI TEODORICO IN ORIGINE
Questa  fu completamente interrato, diventando la Platea maior, l’arteria principale della città. Il palazzo racchiudeva diversi edifici: palazzo pubblico, residenze private, caserma, chiesa palatina, giardini e corti porticate e, sull'altro lato della Plateia maior, l'ippodromo. . 
Fece inoltre restaurare la cinta muraria, aggiungendovi la nuova area a nord del fiumicello Padenna e a sud l'area dei prati, con una lunghezza complessiva di 5 km. Si ritiene che le mura fossero alte tra i 4 e i 5 metri. 
MAUSOLEO DI TEODORICO OGGI
- Nel 408, il re dei Visigoti Alarico I chiese ad Onorio il permesso di portare il proprio esercito dal Norico alla Pannonia,  ma Onorio si rifiutò di trattare e i Visigoti andarono a Roma ed estorsero ai cittadini più in vista 5.000 libbre d'oro, 30.000 libbre d'argento, 4.000 tuniche di seta, 3.000 panni porpora e 3.000 libbre di pepe, mentre Onorio non mosse un dito. Due anni più tardi Alarico tornò a Roma e la saccheggiò, per cui Ravenna divenne per sempre la sede imperiale.

I Visigoti di Alarico lasciando Roma, presero come ostaggio Galla Placidia, la sorella dell'Imperatore Onorio, che per diversi anni restò prigioniera a soli diciotto anni. Ad Alarico succedette Ataulfo, che condusse i Visigoti e Galla Placidia in Puglia, Sannio, Piceno e poi  in Gallia, dove, nel 412, fu prima alleato e poi nemico dell'usurpatore Giovino, che catturò e consegnò ai Romani: Ataulfo sperava nel riconoscimento della corte ravennate, ma Onorio gli richiese Galla Placidia.



In seguito all'insediamento della corte imperiale in città, il vescovo Orso trasferì la sede episcopale da Classe a Ravenna, dove fece costruire la cattedrale, dedicandola alla Hagìa Anástasis, ovvero alla Santa Resurrezione. Appartiene allo stesso periodo la basilica di San Lorenzo in Cesarea. Localizzata a meridione della città, all'esterno dell'area urbana, l'edificio religioso sostituì presumibilmente un santuario legato all'area cimiteriale. Questo edificio fu voluto dall'imperatore Onorio, così come l'Apostoleion, ovvero una chiesa dedicata ai Dodici apostoli.

 Nello stesso periodo fu restaurata la cinta muraria. Fu poi aggiunto un nuovo tratto: essa incluse, per la prima volta, la nuova area a nord del fiumicello Padenna; inoltre, a sud racchiuse l'area dei prati, che fino ad allora si era trovata per la maggior parte fuori del perimetro difensivo. La lunghezza complessiva della cinta raggiunse i 5 km. Si ritiene che le mura fossero alte tra i 4 e i 5 metri.

Vicino alla chiesa di Santa Croce fu edificato un sacello oggi chiamato «mausoleo di Galla Placidia». La sovrana fece costruire il mausoleo per sé, per il marito Costanzo e per il fratello Onorio, ma non vi trovò sepoltura. Morì infatti a Roma nel450 e qui fu sepolta.

MOSAIO GALLA PLACIDIA
Dopo il 425 l'Arco di Claudio venne chiamato Porta Aurea per commemorare la vittoria di Teodosio II sul tiranno usurpato. Poi la cattedrale venne  ristrutturata e affiancata dal Palazzo episcopale e dal battistero. Successivamente, la chiesa prese il nome di Basilica Ursiana, dal vescovo Orso. Risale allo stesso periodo, la scomparsa basilica petriana, fatta edificare a Classe dal vescovo San Pietro Crisologo.

Il successore di Ataulfo, Sigerico, fu ucciso sette giorni dopo essere salito al trono: gli successe Vallia, che negoziò con i Romani e nel 416, incontrò i messaggeri di Costanzo, e in cambio di un grosso quantitativo di grano, accettò di combattere per i Romani i Vandali e gli Svevi, popolazioni barbare stanziatesi in Spagna, e di restituire Galla Placidia.

Onorio premiò Costanzo per la liberazione di Galla da una prigionia di sei anni con il consolato per il 417; portò con sé la sorella a Roma per celebrare il trionfo sui nemici dello stato e poi tornò con lei a Ravenna.

I FAVORITI DELL'IMPERATORE ONOFRIO
Onorio, spesso in contrasto con il fratello imperatore d'Oriente, cercò l'alleanza con la Chiesa cattolica eliminando quel che restava del paganesimo come i monumenti sacri e i giochi gladiatorii. Poi nel 417 diede in moglie a Flavio Costanzo la sorella Galla Placidia e lo associò al trono nel 421, come Costanzo III. Ma nello stesso anno Flavio Costanzo morì e Onorio tornò a Ravenna, dove morì nell'anno 423.

Alla morte di Onorio la sorella Galla Placidia, vedova dell'imperatore Costanzo III, riuscì ad ottenere la reggenza dell'Impero in nome del figlio Valentiniano III, di soli 6 anni. Giunta a Ravenna nel 424 e continuò la monumentalizzazione della città fino al 450. fece costruire la Basilica di San Giovanni Evangelista (chiesa palatina fondata da Galla Placidia presso il porto), e, ad ovest del Padenna, fece costruire la chiesa di Santa Croce, una Domus (oggi chiamata "Domus di Galla Placidia") e un palazzo dedicato al figlio Valentiniano. 

Non avendo Onorio lasciato eredi la corte di Ravenna e il Senato romano scelsero come successore Giovanni Primicerio, un alto funzionario imperiale, ma la corte di Costantinopoli non riconobbe l'elezione, che rompeva la continuità dinastica dei sovrani d'Occidente. I Visigoti invece riconobbero legittimi successori di Onorio la loro regina Galla Placidia e Valentiniano III.

La corte d'Oriente invece non riconobbe Galla e Valentiniano, ma dovette riconoscere che la figlia di Teodosio I aveva molti sostenitori in Occidente e che era comunque meglio di un imperatore non dinastico; inoltre Teodosio II aveva avuto solo due figlie, mentre il figlio di Galla garantiva la continuità della casata di Teodosio. L'imperatore d'Oriente decise allora di porre il cugino sul trono d'Occidente e organizzò una spedizione per rovesciare Giovanni.

GALLA PLACIDIA CON I FIGLI VALENTINIANO III E GIUSTA GRATA ONORIA

Galla e Valentiniano videro riconosciuti i loro titoli, mentre nel 424 Valentiniano fu nominato cesare d'Occidente. L'esercito romano d'Oriente si divise in tre gruppi, con Galla e Valentiniano a seguito del contingente terrestre comandato dal generale Aspare, il quale che occupò Aquileia, dove si insediarono il Cesare d'Occidente con la sua augusta madre.

Aspare, invece, andò a Ravenna, catturò Giovanni e lo inviò ad Aquileia da Galla, la quale ordinò che gli fosse tagliata la mano destra, che fosse legato ad un asino ed esposto per le strade di Ravenna al pubblico ludibrio e che fosse infine decapitato nel circo nel 425.

Al tempo del re goto Teoderico (493-526) la Fossa Augusta, interratasi per l'apporto continuo di materiale dal Po, fu definitivamente seppellita. La Porta Aurea rimase in piedi fino al XVI secolo, e le sue colonne vennero sparpagliate come trofei tra le varie chiese di Ravenna; una parte giunse addirittura a Venezia. Sculture di epoca romana decorano ancora la chiesa di San Giovanni in Fonte.

TEODORICO


BONIFACIO 

Mentre il generale Ezio contrastava con successo i Visigoti e i Franchi in Gallia, aumentava a corte l'influenza di Felice, nominato console da Galla nel 428 e patricius nel 429. Galla Placidia sottrasse a Ezio il titolo di magister utriusque militiae per darlo a Bonifacio, che elevò anche al rango di patricius per metterlo al di sopra di Ezio, che sarebbe stato console per il 432.

Ebbe così inizio una guerra civile tra Bonifacio ed Ezio, vinta da Bonifacio che sconfisse Ezio nella battaglia di Ravenna del 432, facendolo rifugiare tra gli Unni; Bonifacio morì per le ferite e gli successe come magister utriusque militiae, il genero Sebastiano, non riuscì ad opporsi a Ezio e ai suoi alleati unni.

Galla si trovò costretta a restituire ad Ezio la carica di magister utriusque militiae e a conferirgli il patriziato. Ezio concluse la pace con i Vandali nel 435, finchè nel 437 Valentiniano compì diciotto anni e terminò la reggenza di Galla.

MAUSOLEO DI GALLA PLACIDIA
Con la scomparsa di Valentiniano III nel 455, cinque anni dopo la morte della madre Galla Placidia, si chiuse la dinastia teodosiana e Ravenna si avviò al declino.
Nel 474, durante il regno di Zenone a Costantinopoli, il patrizio Giulio Nepote reclamò il trono d'Occidente,  depose l'Imperatore Glicerio e lo costrinse a farsi vescovo, mentre egli si fece incoronare imperatore a Roma. Però dopo pochi mesi, fu costretto da una rivolta dell'esercito capitanata dal patrizio Oreste ad abbandonare il trono e a fuggire in Dalmazia, dove nel 480 venne ucciso dai suoi stessi uomini.

Intanto l'esercito d'Italia nominò imperatore il giovane Romolo Augusto, figlio del patrizio Oreste, ma Odoacre nel 476 si rivoltò, reclamando per sé e per le sue truppe un terzo dell'Italia, e fece uccidere Oreste e suo fratello. Entrato a Ravenna, depose Romolo Augusto dal trono, ma avendo pietà di lui, vista la sua giovane età, lo risparmiò, permettendogli di vivere in esilio in Campania con i suoi parenti garantendogli addirittura una rendita di sei mila solidi d'oro.

L'imperatore d'oriente Zenone accettò Odoacre come patrizio, ma a patto che quest'ultimo accettasse come suo imperatore d'Occidente Giulio Nepote, in esilio in Dalmazia, che però fu assassinato a Salona dai suoi stessi uomini. L'Impero romano d'Occidente era caduto, anche se per una rivolta interna, l'usurpazione di Odoacre che tuttavia, seppur di origini barbariche, faceva parte dell'esercito romano.


PARTICOLARE DI UNO DEI PAVIMENTI MUSIVI DI EPOCA IMPERIALE ROMANA
DURANTE GLI SCAVI HERA IN PIAZZA ANITA GARIBALDI A RAVENNA


Il restauro in diretta dei mosaici ritrovati durante gli scavi da Hera 
Dopo quasi due millenni, i mosaici ritornano a vivere, sotto le mani esperte dei restauratori. Si tratta dell’ultimo ritrovamento di epoca imperiale romana avvenuto a Ravenna, in piazza Anita Garibaldi, durante la realizzazione dell’isola ecologica interrata di Hera.
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Il ritrovamento dei mosaici, risalenti al II secolo d.C. circa, avvenne casualmente, nel corso dei lavori di scavo effettuati nel 2011 dal Gruppo Hera. Venne in luce il settore di una residenza di epoca imperiale romana, con pavimenti a mosaico bianco e nero che si aprivano intorno a un’area cortiliva.

Il Gruppo Hera ha quindi sostenuto integralmente le spese dello scavo archeologico, del distacco dei mosaici, delle murature e del loro trasporto ai laboratori di restauro, seguendo le indicazioni della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna, e sosterrà l’investimento per le spese di restauro e di allocazione dei reperti.
I mosaici ritrovati in piazza Anita Garibaldi presentano diverse tipologie decorative e fanno riferimento a schemi diffusi nell’Italia settentrionale. Questi schemi trovano confronti con pavimentazioni scoperte in passato a Ravenna e nella vicina villa romana di Russi.
I dati emersi dalle indagini archeologiche permettono, quindi, di aggiungere nuove informazioni alle conoscenze storiche sulla città e di avere una nuova percezione dell’aspetto urbano antico di Ravenna.


BIBLIO

- Eutropio - Breviarium historiae romanae -
- Floro - Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC -
- Michael Reddé - Jean Claude Golvin - I Romani e il Mediterraneo - Roma - 2008 -
- Chronica minora - Procopio  - De Bello Vandalico - I -
- Lidia Storoni Mazzolani - Vita di Galla Placidia - Milano - Rizzoli - 1975 -
- Santo Mazzarino - Stilicone. La crisi imperiale dopo Teodosio, Collana Studi pubblicati dal R. Istituto Italiano per la Storia Antica - Fascicolo III - Roma - Angelo Signorelli - 1942
- Penny McGeorge - Late Roman Warlords - Oxford-New York - Oxford University Press - 200 -





 

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