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LUCUS EGERIAE


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IL BOSCO SACRO

Nel culto dell'Antica Roma lucus e nemus indicano il Bosco Sacro, Lucus è la radura (anche creata dall'uomo, ma seguendo un rituale rispettoso delle divinità del bosco, come spiega Catone) o perché in generale è la parte del bosco dedicata al culto. 

In epoca arcaica, anche i templi urbani potevano avere un proprio lucus, che poi con l'espansione degli edifici veniva gradualmente ridotto ad un piccolo gruppo di alberi ma riguardato con molta cura; erano invece più diffusi nei santuari rurali o suburbani. Oltre alle epigrafi dedicatorie, altre fonti per una storia dei boschi sacri a Roma sono quelle letterarie.



IL LUCUS EGERIAE

Il Lucus Egeriae era il bosco della ninfa Egeria e comprendeva una grotta e un ninfeo, Lucus Egeriae. Era situato nella vallis Egeriae, che si stendeva da est ad ovest tra la falda meridionale del Celio e la settentrionale del colle oggi chiamato Monte d'Oro, dall'odierna villa Mattei, lungo la via delle Mole di s. Sisto e della Ferratella.
 
Il lucus ed il ninfeo di Egeria si devono distinguere dal lucus e dal ninfeo delle Camene. Il ninfeo di Egeria stava infatti nella parte inferiore della villa Fonseca e restò visibile fino alla distruzione di questa villa. Ancora si possono vedere le acque, che appaiono oggi nell'orto inferiore della villa Mattei, e precisamente nel ninfeo-bagno all'angolo di via s. Sebastiano e via delle Mole di s. Sisto. 

Ivi pure, quindi, si deve collocare il boschetto sacro, celebre per i notturni convegni di Numa con la ninfa Egeria. Giovenale si lagna che alla grotta naturale posta in mezzo al bosco, avessero sostituito un brutto ninfeo artificiale. Noterò da ultimo che la grotta ed il lucus di Egeria di Roma sono una evidente duplicazione, o meglio imitazione di quelli non meno celebri di Aricia, da cui il culto di Egeria è emigrato in Roma.


Via di Villa Fonseca, va da via Amba Aradam (Rione Monti) a via di S. Erasmo (Rione Monti) prende il nome dalla villa Fonseca (scomparsa) che fu di proprietà dell'archiatra (medico personale) di Papa Innocenzo X, oggi la zona a giardino è molto ridotta e non è visitabile perché è di proprietà del Ministero della Difesa.

Si trattava di una villa sul colle Celio, di grandi dimensioni, il Nolli ne fece una pianta nel 1748, si trovava tra le vigne dell'attuale Ospedale di San Giovanni in Laterano e l'attuale via di Santo Stefano Rotondo vie che fanno parte del Rione Monti, di fronte alla palazzina a pianta rettangolare con un'ala a squadra sul fianco destro.

Lì sorgeva una mezza esedra con una piccola fontana centrale, il giardino di forma geometrica, che era interrotto agli incroci dei viali da piccole piazzette a pianta circolare con motivi d'acqua e scene scultoree.



NOI VENERIAMO LE SORGENTI DEI GRANDI FIUMI

Se si presenta al tuo sguardo un bosco sacro, denso di alberi vetusti che superino l’altezza ordinaria, un bosco che, protendendo i rami a loro reciproca protezione, sembri allontanare la vista del cielo, quell’elevazione selvosa, quell’appartata solitudine del luogo, quella meravigliosa ombra così densa e ininterrotta in pieno spazio, tutto ti fa fede di un afflato divino.
 
E se un monte su rocce ben addentro corrose è tenuto sospeso da uno speco non artificiale, ma scavato di mano della natura fino a raggiungere un’ampiezza così smisurata, la tua anima sarà colpita da un profondo senso religioso.

Noi veneriamo le sorgenti dei grandi fiumi; una improvvisa eruzione di un vasto fiume sotterraneo trova i suoi altari; si presta culto a sorgenti d’acque calde; ci sono stagni resi sacri dalla loro opacità o da profondità smisurate.

(Seneca - Lettere morali a Lucilio - lettera X)



RODOLFO LANCIANI

" Mi pare che spontaneo torni alla niente un altro lucus di esistenza storica, celebre pur esso per un antro ed una sorgente di acque freschissime e per i segreti colloqui di Numa con la ninfa Egeria, e che anzi da questa prende il nome. 

Intendo alludere al lucus Egerìae nella valle omonima, e mi sembra evidente che la grande analogia tra questo ed il lucus Saxi porti alla seguente conclusione: o il lucus Saxi è nella mente dei poeti la stessa cosa del lucus Egeriae, e ciò per la non grande distanza che passa tra questo e l'Aventino; o il primo è una duplicazione poetica del secondo.

Forse il lucus abbracciava i luoghi di culto dell'antico pago aventinense, come il Saxum ne sarà stato il luogo di rifugio in caso di pericolo. "



BIBLIO

- Giorgio Stara-Tedde - I boschi sacri dell'antica Roma - Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma - 1905 -
- Les bois sacrés - Actes du colloque international organisé par le centre Jean Bérand et l'Ecole Pratique des Hautes Etudes - Naples - Collection du Centre Jean Bérard - 1993 -



LUCUS JUNONIS LUCINAE


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IL  LUCUS ROMANO

"Romae vero lotos in Lucinae area, anno, qui fuit sine magistratibus, CCCLXXIX urbis aede condita. incertum, ipsa quanto vetustior; esse quidem vetustiorem non est dubium, cum ab eo luco Lucina nominetur. haec nunc D circiter annum habet. antiquior, sed incerta eius aetas, quae capillata dicitur, quoniam Vestalium virginum capillus ad eam defertur."

(A Roma poi c'era un bosco di loto nella zona di Lucina con un tempio fondato, nell'anno che fu senza magistrati, il 379 dalla fondazione. Incerto, di quanto questo stesso fosse più antico; non c'é dubbio che fosse più antico, prendendo nome Lucina da quel bosco. Ora questo ha circa 500 anni. Più antico, ma incerta la sua età, era detto capillato, perché ad esso veniva portata la chioma recisa delle vergini Vestali).

(Plinio, Naturalis Historia, 16, 235 (LXXXV)

Nel culto dell'Antica Roma lucus e nemus indicano il Bosco Sacro, Lucus è la radura (anche creata dall'uomo, ma seguendo un rituale rispettoso delle divinità del bosco, come spiega Catone) o perché in generale è la parte del bosco dedicata al culto. 

In epoca arcaica, anche i templi urbani potevano avere un proprio lucus, che poi con l'espansione degli edifici veniva gradualmente ridotto ad un piccolo gruppo di alberi ma riguardato con molta cura; erano invece più diffusi nei santuari rurali o suburbani. 

Oltre alle epigrafi dedicatorie, altre fonti per una storia dei boschi sacri a Roma sono quelle letterarie.

I maggiori, sia per estensione che per importanza, a Roma si trovavano sull'Esquilino (Facutalis, Larum Querquetulanum, Esquilinus, Poetelius, Mephitis, Junonis Lucinae, Libitinae) e, secondo quanto riporta Varrone, erano visitati durante la processione che si svolgeva nella festività degli Argei, l'11 gennaio, quando si visitavano 27 sacrari posti attorno alla città offrendo sacrifici. 

Numerosi erano però i Boschi Sacri della città di Roma, sia dentro che fuori le mura, tra cui il Lucus Junonis Lucinae, il bosco di Giunone Lucina, la Dea che assisteva le partorienti che dovevano portare appunto un bimbo alla luce.



IL TEMPIO DI GIUNONE LUCINA

Prima dell'edificazione del tempio, sull'Esquilino il culto di Giunone Lucina era già attivo in un bosco sacro (lucus, da cui potrebbe derivare l'epiteto della dea Lucina); Varrone assegna l'introduzione del culto a Tito Tazio, re dei Sabini.

Nel VI secolo a.c. Servio Tullio aveva promulgato una legge che obbligava il versamento al tempio di Giunone lucina una moneta da parte dei genitori in occasione della nascita di ogni neonato al fine di avere una statistica delle nascite.

Ma il tempio di Giunone Lucina fu dedicato però il 1º marzo del 375 a.c. per cui non poteva trattarsi di quel tempio. Nel 190 a.v. il tempio fu colpito da un fulmine, che ne danneggiò il timpano e le porte, interpretato come segno della collera della Dea.

Nel 41 a.c., il questore Quinto Pedio costruì o ristrutturò un muro che probabilmente recintava sia il tempio sia il bosco sacro. Alcune iscrizioni ne testimoniano l'esistenza anche in età imperiale.


IL LUCUS DI GIUNONE LUCINA 

Il Lucus Juononis Lucinae è il bosco sacro più noto a Roma e pure il più semplice da identificare di quelli che dovevano essere presenti sull'Esquilino, grazie alla presenza del santuario di Giunone Lucina di cui si è identificata la locazione.

La locazione del santuario è stata infatti stabilita grazie al ritrovamento nel 1770 di un'iscrizione appartenente senz'altro al tempio e nel 1888 di uno dei sacrari legati alla festività degli Argei fatti restaurare da Augusto, dietro l'abside della chiesa di S. Martino ai Monti. 

Dal santuario di Giunone Lucina sarebbe nata anche la celebrazione dei Lupercali; ad uno di questi alberi il pontefice massimo appendeva i capelli tagliati alle Vestali all'inizio del loro periodo di sacerdozio.

Di nessun altro bosco come di questo si è in grado di meglio fissare la posizione, conoscendosi con ogni certezza quella del tempio di Giunone Lucina, e del sesto sacello degli Argei che presso il bosco era situato. 

Sorgeva il tempio, come si può vedere nella tavola XXIII della F. TI. del chiaro professor Lanciani, sull'estremo lembo del Cispio, nel versante che guarda il vico Patricio, e precisamente tra le moderne vie in Selci ed Urbana, non lungi dal punto in cui dalla via Cavour si dirama la via G. Lanza. 

Ciò per molte ragioni che non giova ripetere, potendosi leggere nei libri di topografia romana; ma soprattutto per essersi ivi scoperta nel 1770 una iscrizione appartenente al tempio di Lucina, e ritrovata si può dire in situ. 


TEMPIO DI GIUNONE LUCINA

Dal santuario di Giunone Lucina sarebbe nata anche la celebrazione dei Lupercali; ad uno di questi alberi il pontefice massimo appendeva i capelli tagliati alle Vestali all'inizio del loro periodo di sacerdozio.

Infatti, benché la iscrizione sia tornata in luce, non proprio nel Cispio, ma nell' estremo confine dell'Oppio, fu però rinvenuta a così breve distanza dal Cispio, da far credere che nell'Oppio giacesse, perchè sbalzatavi nel cadere dall'alto di qualche parete, o perchè trasportatavi più tardi dal luogo ove si trovava originariamente.

Lì presso adunque si collocava dai topografi il Lucus ed il sesto sacello degli Argei, ciò essendo pure consigliato dalla ragione più volte accennata, che cioè i sacrari degli Argei dovevano anche topograficamente succedersi in quell'ordine con cui vengono enumerati nel testo varroniano. 

Pertanto, servendo il bosco di Lucina a determinare l'ultimo sacello della regione Esquilina, è chiaro che tanto il sacello quanto il bosco erano da ricercare all'estremità del Cispio, dove appunto passava la linea di confine tra la seconda regione Esquilina e la terza Collina.

Orbene, questa deduzione è stata mirabilmente confermata dalla scoperta (avvenuta nel 1888, ed illustrata con la solita erudizione dal ch. prof. Gr. Gatti nel Bull. com. di quello stesso anno) di uno dei sacelli compitalici eretti da Augusto nel luogo medesimo dove sorgevano gli antichi sacrari degli Argei, e rispettando anzi, per quanto era possibile, come  ha pure dimostrato la scoperta di cui parlo, la precedente costruzione. 

ANTICO ACROTERO ETRUSCO - FORSE UNI (GIUNONE)

Il sacello tornato in luce nel 1888, a cagione del luogo in cui fa scoperto, dietro l'abside della chiesa di san Martino ai Monti altro non può essere se non il sesto della regione Esquilina. In quelle adiacenze, dunque, si deve collocare il sacro boschetto di Lucina, nel quale si sarebbe fatta udire la voce che prescrisse alle sterili Sabine di farsi battere dai Luperci per diventare feconde. 

Perciò la tradizione attribuiva la dedicazione del tempio alle matrone, e se ne celebrava la ricorrenza alle none di marzo. Del progressivo sparire del luous si lamenta Varrone nel passo che mi è servito di guida principale per fissare la posizione dei boschi dell'Esquilino; e ne incolpa l'avidità dei privati, i quali pur di accrescere l'area fabbricabile» non si astenevano dall'invadere i confini del lucus. 

Suppone perciò il Nibby che il muro, di cui parla la già ricordata iscrizione a proposito di .restauri fattivi, avesse precisamente lo scopo di proteggere il bosco dalle continue usurpazioni, di cui si lagna Varrone.

E forse a questo muro si deve se qualche avanzo del lucus si potè conservare almeno fino ai tempi di Plinio il Vecchio, il quale riferisce che davanti al tempio di Lucina si vedevano ancora alcuni alberi di loto antichissimi, e che ad uno di questi, chiamato perciò "arbor cavillata", si appendevano i capelli che il pontefice massimo 'tagliava alle Vestali. 

Questi alberi si ritenevano più antichi dello stesso tempio, la costruzione del quale si fa da Plinio risalire all'anno 379 di E,. Anche se ciò non sia vero nel caso particolare, è però sempre una prova dell'anteriorità dei luci sui templi fabbricati.


BIBLIO

- R. Lanciani - Storia degli Scavi di Roma e le Notizie intorno alle Collezioni Romane di Antichità -
- Giuseppe Ragone - Dentro l'àlsos. Economia e tutela del bosco sacro nell'Antichità Classica in Il sistema uomo-ambiente tra passato e presente - Bari - 1998 -
- AA.VV. - Les bois sacrés - Actes du Colloque International, du Centre J. Bérard - Napoli - 1993 -
- Samuel Ball Platner - Aedes Junonis Lucinae - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Londra - Oxford University Press - 1929 -
- Livio - Ab Urbe Condita Libri - XXXVII -
- Emanuele Boaga - Il Titolo di Equizio e la Basilica di S. Martino ai Mont - Roma - 1988 -



LUCUS FURRINAE


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IL BOSCO SACRO

I NUMI DEL LUCUS

Gli antichi romani, ritenevano che i boschi fossero abitati soprattutto da ninfe e satiri. Le ninfe erano fanciulle giovani e belle che vivevano in mezzo alla natura, simboli della forza vitale della natura nelle sue manifestazioni più piacevoli e amichevoli verso l’uomo; alcune ninfe erano immortali, altre mortali ma dotate di una vita molto lunga. Eleganti, flessuose, vestite di lunghe tuniche a velo, oppure nude, spesso si divertivano improvvisando danze e giochi, o intrecciando storie d’amore con Dei, satiri e pure uomini.

Furono adorate moltissimo dalla popolazione, ma non in pubblico; si facevano alle ninfe offerte in privato (latte, miele, olio, ghirlande di fiori) per ottenere la loro benevolenza. Si ponevano le offerte su una pietra o dentro un circolo di pietre raccolte nel bosco. Le ninfe avevano il potere di indovinare il futuro, erano ispiratrici, guaritrici, e offrivano protezione alle donne durante il parto. Anche quando i boschi vennero dedicati alle divinità il culto continuò, ma sempre privatamente.



DETTO ANCHE LUCUS FURINAE

Fu un bosco sacro posto in Trastevere. La Dea Furina (o Furrina), fu una delle più antiche divinità romane, come si comprende da Varrone che menziona il flamine della Dea Furina insieme ad altri flamini antichissimi, quali il Palatualis ed il Vulturnalis.

Il Lucus Furrinae, detto anche Lucis Furrinae, era collocato sulle pendici del Gianicolo in corrispondenza dell'attuale parco di Villa Sciarra, dove si trovava anche una fonte a lei dedicata.
La Dea Furrina venne associata:
  • Ai crocevia, essendo le sacerdotesse deputate alle direzioni e ai punti cardinali da loro creati e scoperti onde favorire i viaggi ma soprattutto la navigazione. 
  • Ai portali di ingresso, alle case, alle strade agli edifici, perchè la Dea presiedeva ai passaggi, soprattutto quelli della vita e della morte.
  • Al fuoco, per il focolare familiare, per le torce che illuminano la notte e per il fuoco sacro trasformatore. Ma soprattutto fu la Dea delle due torce, quella in alto accesa che annuncia la vita, e quella in basso spenta che annuncia la morte.
  • Alla magia, consumata nell'ombre dei boschi o nella notte rischiarata dalla luna. 
  • Alle pozioni curative, estratte dalle erbe e dai minerali, poichè nelle campagne erano le donne a conoscere e utilizzare le erbe medicinali.
  • All'interrogazione dei morti per ottenere responsi.
Nel lucus si celebravano feste in onore della Dea, che si trovano segnate nei calendari al giorno 25 luglio col nome di Furrinalia o Furrinales ferine. Ma presto devono esser cadute in disuso, affermando Varrone che già ai suoi tempi pochi ne conoscevano il nome.



INSULA BOLANIANA

1122-J123 - Scavi sotto Callisto II per la costruzione della chiesa dei ss. Quaranta (s. Pasquale Baylon) che occupa il sito dell' insula Bolaniana, CIL. VI, 67.

INSULA
La chiesa fu dedicata ai 40 soldati romani che, durante la persecuzione di Licinio, non avendo abiurato alla fede cristiana, sarebbero stati immersi e fatti morire in un lago gelato di Sebaste nel 310 (strano, perchè le persecuzioni di Licinio iniziarono nel 315).

Durante questi scavi sarebbe stata scoperta l'ara n. 422 indicante il sito del Lucus Furinae.

Marcus Vettius Bolanus, che fu console nel 66 e proconsole della Britannia dal 69, prima di partire per la Britannia fece restaurare un'ara della Bona Dea posta nell'insula Bolani (cioè la sua) e successivamente un'immagine religiosa venne allestita per vegliare sull'Insula Bolani (o Bolaniana) da un certo Cladus. Sembra che l'ara della Boana Dea fosse inserita nel Lucus Furrinae.



Il LUCUS VIOLATO

"Del lucus Furinae si sa che Caio Gracco, fuggendo dai suoi avversari che, dopo aver occupato l'Aventino, lo inseguivano, cercò di riparare in Trastevere, traversando il ponte Sublicio; del quale intanto i pochi rimasti fedeli al tribuno tentarono impedire l'accesso ai partigiani del console Opimio, fino a che, sopraffatti dal numero, caddero uccisi.

In questo bosco sacro, Gaio Gracco rifugiato per fuggire ai suoi assassini, visto che lì era assicurata l'immunità in nome della Dea,  si dovette far uccidere dal suo schiavo Filocrate nel 121 a.c. per sfuggire ai suoi implacabili e irreligiosi nemici. Da questo racconto si deduce che il lucus Furinae era situato in Trastevere, non lontano dal ponte Sublicio, dietro l'odierno ospedale di san Gallicano."

Una violazione del genere era un delitto quasi insanabile, molto più grave che non staccare un ramo o uccidere un animale del bosco sacro. Si era versato sangue umano e il senato, formato in maggioranza da patrizi e quindi avverso A Caio Gracco dovette sentirsi piuttosto in imbarazzo, tra la necessità di procedere all'espiazione della violazione del bosco sacro e il desiderio di troncare una volta per tutte le pretese dei plebei.

Procedere all'espiazione era ammettere il delitto che si volle invece passare sotto silenzio facendo tacere i rivoltosi. Non procedere all'espiazione significava invece la possibile vendetta della Dea e comunque l'impossibilità di operare cerimonie sacre in un territorio violato e dissacrato.

Dobbiamo pensare che il senato optasse per la seconda possibilità, visto che non si hanno più notizie del Lucus Furrinae tanto che i romani si erano addirittura dimenticati della sua esistenza. Pertanto la festa dei Ferrinalia cadde in disuso.



LUCUS POETELINUS


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IL LUCUS

"Il culto dei boschi sacri, comune a tutti i popoli dell'antichità, fu in grande onore anche presso i Romani e se ne trovano importanti ricordi fino agli ultimi tempi del paganesimo. Ed anzi tanto era esso radicato nell'animo del popolo, che se ne possono sorprendere non ispregevoli tracce persino nei primi secoli dell'età cristiana, come dimostrerò in altro mio lavoro, che farà seguito al presente. ' È appena necessario ricordare che ai boschi sacri davasi dai Romani il nome speciale di Lucus; nome che deve distinguersi, come ci avvertono gli antichi scrittori, da Silva e da Nemus, usati per indicare i boschi privi del carattere sacrale. 

I luci erano in origine quella parte delle selve destinate al culto, e dove gli abitanti primitivi si radunavano per attendere ai riti religiosi. Essi devono quindi considerarsi come i primi templi: dal lucus si passò alla aedicula, o piccola cappella, costruita dinanzi ad un albero sacro; dalla aedicula al sacellum, costituito, come dicono Pesto e Trebazio, da un piccolo tratto di terreno, cinto da un muro, e con un'ara nel mezzo; dal sacellum, finalmente, alla aedes sacra, o tempio, Ma questa trasformazione non fu così radicale, che accanto ai templi non continuassero ad esistere."

(Rodolfo Lanciani)

PONTE ROTTO A SINISRAE PONTE 4 CAPI (PONTE CESTIO)

LUCUS POETELINUS

"Cespius mons quinticeps cis lucum Poetelium, Esquiliis est."

Il Lucus è anche detto Petelinus, o Peielinus o Poetelius, o Poetilius. Sembra facesse parte del Cespius e quindi del Mons Exquilinum.

Nella regione IX il Lucus Petelinus è ricordato due volte siccome luogo posto "intra portam Flumenianam", nel quale si tennero i comizi centuriati, nel 370 a.c. pel processo di Marcus Manlius (Liv. 6, 19 segg.), e nel 412 (Liv. 7, 89 segg.). La identificazione però è incerta (cf. Mommsen, Om. Forsch. 2 p. 192. Gilbert 3 p. 142 seg.). 

"A Roma, nella zona del campo Marzio, al di là dell’amnis Petronio che segnava un limite sacrale, vi erano due boschi sacri che furono sedi di riunioni: l’Aesculetum in cui si svolse l’assemblea che approvò la lex Hortensia nel 287 a.c. ed il lucus Petelinus, in cui ebbero luogo il processo contro Manlio Capitolino ed un comizio nel 342 a.c.. Questa funzione di luoghi di raduno per i comizi implica che in questi boschi e radure esistesse un templum, come del resto dimostra anche il passo di Livio già citato a proposito delle riunioni presso il lago Regillo (Liv., III, 20). 

Non sappiamo se questa stessa caratteristica era uniformemente diffusa in tutto il Lazio ed estesa alle riunioni collettive dei Latini, cioè ai concilia populorum Latinorum. E’ possibile, ma il passo relativo al lago Regillo non consente di estendere a tutto il Lazio la caratteristica romana, perchè sembra riferirsi solo ad una convocazione di cittadini romani (per giunta non realizzatasi)."

FORUM HOLITORIUM
Il Lucus è anche ricordato da Livio e da Plutarco, a proposito del caso Marco Manlio Capitolino, che ne attestano l'esistenza almeno in etå alto repubblicana:
"Si erano da prima i comizi radunati nel Campo Marzio; ma poscia, avendo Manlio additato il Campidoglio, che dal Campo Marzio si scorgeva, e da lui salvato nella precedente invasione gallica, i tribuni consolari, temendo che il popolo a tale ricordo si commuovesse, giudicarono conveniente di trasportare la sede del giudizio in luogo di dove il Campidoglio non fosse visibile, scegliendo come nuova sede il bosco Petelino."

Tito Livio determina il sito del bosco dicendo che si trovava extra portam Flumentanam, che i topografi si accordano nel collocare presso il Forum Holitorium, e cioè tra l'odierno ponte Rotto e ponte Quattro Capi, presso a poco dove ora sta la via o vicolo del Ricovero.

PIAZZA SANTA MARIA MAGGIORE

"Non avendo altre notizie di questo sacro boschetto, l'unico mezzo per fissarne la posizione topografica si è di ricavarla dall'ordine seguito nel documento degli Argei. Siccome, dunque, il lucus Poetelius è indicato sul Cispio e menzionato dopo il secondo sacello del lucus Esquilinus (quarto dell'intera regione), lo si deve collocare in quella parte del Cispio più vicina a quest'ultimo bosco, e quindi presso a poco nell'altura dove ora sorge la basìlica di S. Maria Maggiore. 

A questa ubicazione induce anche il fatto che non possiamo collocare il Poetelius nell'altra parte del Cispio, perchè ivi era certamente situato, come tra poco vedremo, il lucus di Giunone Lucina ed il sacello che nel documento viene indicato come vicino al tempio di questa Dea."

(Rodolfo Lanciani)
Risultato immagini per porta flumentana"
PORTA FLUMENTANA

PORTA FLUMENTANA

La collocazione della Porta Flumentana è ancora dibattuta tra gli studiosi, ma per lo più viene collocata nell'area giacente tra il Campidoglio, il Palatino ed il Tevere, presumibilmente presso la chiesa di S.Teodoro, all'inizio di  Vico Giugario (Vico Jugarius) che però sembrerebbe legato alla Porta Carmentalis, o almeno poco distante, tra questa posizione ed il Tevere.

Di certo la porta si trovava in quella zona dell'ansa del Tevere, subito dopo l'isola Tiberina, che fino in epoca augustea era regolarmente soggetta ad inondazioni ad ogni piena del fiume, con danni anche ingenti in tutta l'area che, col tempo, si era andata popolando anche fuori dalla porta.

Insomma c'è chi ipotizza il lucus Poetelinus a Santa Maria Maggiore, chi sulle rive del Tevere e chi presso la chiesa di San Teodoro, ma certezze ancora non ce ne sono.



LUCUS QUERQUETULANUS


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IL QUERCETO SACRO

IL MONTE QUERQUETULANO

In origine il nome del monte Celio, o Caelius, doveva essere "Querquetulanus mons" per la ricchezza di querce, o "lucus querquetulanus", di cui resta ancora la via odierna Querquetulana. Invece l'origine del nome Caelius viene concordemente fatta risalire all'etrusco Celio Vibenna, uno dei due fratelli di Vulci che, secondo quanto tradizionalmente narrato da fonti etrusche, favorì il VI re romano, Servio Tullio, nel corso della conquista del monte Celio e successivamente nell'occupazione di Roma.

In epoca arcaica, i templi urbani avevano in genere un proprio lucus, che poi con l'espansione degli edifici e l'aumentato costo del suolo cittadino, venne gradualmente ridotto ad un piccolo gruppo di alberi che tuttavia venivano curati con molta attenzione; i grandi boschi sacri erano invece più diffusi nei santuari rurali o suburbani.

A Roma i maggiori boschi sacri urbani, sia per estensione che per importanza, si trovavano sull'Esquilino:

- Facutalis, 
- Larum Querquetulanum, 
- Esquilinus, 
- Poetelius, 
- Mephitis, 
- Junonis Lucinae, 
- Libitinae 

Secondo quanto riporta Varrone, essi venivano visitati durante la processione che si svolgeva nella festività degli Argei, l'11 gennaio, quando si visitavano 27 sacrari posti attorno alla città offrendo sacrifici. Numerosi erano però i Boschi Sacri della città di Roma, sia dentro che fuori le mura.

MONETA RITRAENTE LE QUERQUETULANAE

LUCUS LARUM QUERQUETULANUM 

Tra questi il Lucus Larum Querquetulanum, che, dato il nome, doveva essere caratterizzato dall'abbondanza di querce. Secondo per ampiezza solo al Lucus Fagutalis.


FAMIANO NARDINI (Roma Antica - Antonio Nibby)

"Querquetulano era il primo nome del Monte Celio poiché con l'autorità di Tacito disse che Querquetulana aveva anche nome una parte di Roma da un bosco sacro che gli fu aggiunto da Festo. Querquetulanae si chiamavano le Ninfe che presiedevano il querceto che si indica fosse posto presso la Porta Querquetularia. 

Doveva anche essere stata chiamata da alcuni il Querquetulano Sacro anch'esso appunto presidiato dalle Ninfe. Si pone da molti presso Santa Maria Maggiore ma senza fonti credibili. Il Donati invece lo pone sul Celio perchè il nome di Querquetulano fu dato a quel monte e le parole di Varrone nel luogo citato: 
"Quorum angusti fines non mirum jam di enim late avaritia una est item lucus Larum Querquetulanum Sacellum" (poichè anche il bosco dei Lari che era ai piedi del Palatino e il Sacello Querquetulano che era nel Celio erano restati angusti come gli altri del Colle Esquilno). 

In questo senso il Sacello Querquetulano e il bosco de Lari erano nell'Esquilie, ed il nome  Querquetulano del Monte Celio non dissuade a credere quel Sacello nella parte dell'Esquilie confinante col Celio, prima che le mura di Tullio Ostilio lo esclusero più dal Celio che non dall'Esquilie. 
Così il Bosco Querquetulano è facile che fosse di là da S Giovanni in Laterano ed ivi nel basso che diviso era tra un Monte e l'altro, la porta Querquetulana anch'ella detta appresso gli si può supporre il Sacello ma sulla falda dell'Esquilie verso Santa Croce in Gerusalemme. 

Osservo che Varrone volendo parlar solo dei Boschi dell'Esquilie vi annovera non il bosco ma il Sacello Querquetulano. Segno espresso che il Sacello solo era nell'Esquilie standole il bosco a lato sì ma sul Celio."

SATIRI E NINFE ORGIASTICI

SATIRI E NINFE

Gli antichi romani, ritenevano che i boschi fossero abitati soprattutto da ninfe e satiri. Le ninfe erano fanciulle giovani e belle che vivevano in mezzo alla natura, simboli della forza vitale della natura nelle sue manifestazioni più piacevoli e amichevoli verso l’uomo; alcune ninfe erano immortali, altre mortali ma dotate di una vita molto lunga. Eleganti, flessuose, vestite di lunghe tuniche a velo, oppure nude, spesso si divertivano improvvisando danze e giochi, o intrecciando storie d’amore con Dei, satiri e pure con uomini.

Furono adorate moltissimo dalla popolazione, ma non in pubblico; si facevano alle ninfe offerte in privato (latte, miele, olio, vino, ghirlande di fiori) per ottenere la loro benevolenza. Si ponevano le offerte su una pietra o dentro un circolo di pietre raccolte nel bosco. Le ninfe avevano il potere di indovinare il futuro, erano ispiratrici, guaritrici, e offrivano protezione alle donne durante il parto. Anche quando i boschi vennero dedicati alle divinità il culto continuò, ma sempre privatamente.

Quanto alla Porta Querquetulana, generalmente s'ammette che essa sia una delle porte Serviane e che debba porsi poco più al settentrione della precedente, tra l'Oppius (Esqailino) e il Caelius, a di dipresso ove oggi sta la chiesa dei ss. Pietro e Marcellino.

Soltanto il Gilbert  ritiene che essa sia anteriore alla cinta Serviana, e propriamente l'unica porta che metteva alla fortezza del Celio, quando questo formava un comune a sè, separato da quello del Palatino e del Quirinale.

Il Nardini riconosce in zona:
- Sacellum Querquetulanum,
- Lucus Querquetulanus,
- Lares Querquetulani,

Quindi un Sacello dedicato alle Ninfe, un Bosco Sacro alle Ninfe, e i Lares delle Ninfe propiziatorie a chi le pregava e onorava. Come tutti i lucus nel loro interno non si poteva cogliere pianta o ramo o erba o fiore, nè uccidere animali, pena l'ira delle Sacre Ninfe.

Solo nel dì di festa i sacerdoti usavano cogliere le fronde e donarle alla popolazione affinchè, dopo aver cinto il ramo di nastri lo portassero nella propria casa e lo appendessero al trave con intento propiziatorio.



I LARI

Ora i Lari erano dei geni benevolenti amati e onorati dai romani che però in questo frangente sono ninfe, le ninfe delle querce che abitavano il bosco sacro. Ciò deriva dalla religione animistica che ampiamente si conservò in era matriarcale e di cui restarono alcune tradizioni anche e in epoca patriarcale e romana.

Secondo la religione animistica ogni pianta o luogo era animata da un'entità semidivina che badava alla purezza e salute del luogo, del fiume, dell'albero e così via. Gli uomini riverivano e rispettavano queste entità in guisa di semidivinità. Riservavano loro sacrifici di erbe, vino, acqua e altro ma mai sacrifici cruenti. Pertanto erano Lari anche le Ninfe che abitavano il Lucus Querquetulanus.

PORTA QUERQUETULANA

LA PORTA QUERQUETULANA

Fu certamente in ricordo d’un bosco di querce che detta porta venne chiamata Querquetulana, poichè conduceva al posto dove attraversava le vecchie mura serviane nella depressione tra l’Oppio del Esquilino ed il Celio. Qui doveva sorgere un querceto, un tempo sacro ai Lari e alle Ninfe ma probabilmente poi divenne sacro a Giove, in quanto la quercia diventò uno degli attributi sacri di Giove.

A Roma resta una via Querquetulana sul colle Celio che si riversa su via Ambaradam, e un minuscolo sacello che alcuni ritengono di origine romana, poi dedicato a un'incerta Madonna del '600, comunque abbandonato e lasciato sbiadire nella noncuranza, che potrebbe essere stato un tempo un'edicola o un sacello dedicato alle Ninfe Querquetulane.


BIBLIO

- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore -Verona - 1975 -
- Caelius I Santa Maria in Domnica San Tommaso in Formis e il clivus Scauri - a cura di A. Englen - Erma di Bretschneider - Roma - 2003 -
- AA.VV. - Les bois sacrés - Actes du Colloque International - du Centre J. Bérard - Napoli - 1993 -
- E. Du Perac  - Vestigi dell'Antichità di Roma - 1575 -
- Giuseppe Ragone - Dentro l'àlsos. Economia e tutela del bosco sacro nell'Antichità Classica in Il sistema uomo-ambiente tra passato e presente - Bari - 1998 -



LUCUS FAGUTALIS


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FAGGETA

Nel culto dell'Antica Roma lucus e nemus indicano il Bosco Sacro, Lucus è è la radura (anche creata dall'uomo, ma seguendo un rituale rispettoso delle divinità del bosco, come spiega Catone) o perché in generale è la parte del bosco dedicata al culto. 

In epoca arcaica, anche i templi urbani potevano avere un proprio lucus, che poi con l'espansione degli edifici veniva gradualmente ridotto ad un piccolo gruppo di alberi ma riguardato con molta cura; erano invece più diffusi nei santuari rurali o suburbani. Oltre alle epigrafi dedicatorie, altre fonti per una storia dei boschi sacri a Roma sono quelle letterarie.

I maggiori, sia per estensione che per importanza, a Roma si trovavano sull'Esquilino (Facutalis, Larum Querquetulanum, Esquilinus, Poetelius, Mephitis, Junonis Lucinae, Libitinae) e, secondo quanto riporta Varrone, erano visitati durante la processione che si svolgeva nella festività degli Argei, l'11 gennaio, quando si visitavano 27 sacrari posti attorno alla città offrendo sacrifici. 



Lucus Fagutalis - Bosco di faggi -

Dopo l’ultima glaciazione (circa 10.000 anni fa) le condizioni idonee alla faggeta risalirono dalle basse zone di rifugio dove erano scese nel periodo freddo, verso le quote attuali. Pertanto il faggio si adattò molto bene nella sede romana, ed esattamente sul colle Esquilino, dove prosperava un'ampia faggeta, e sembra si tratti del più vasto lucus, o bosco sacro, romano.

Il Lucus era detto Facutalis o Fagutalis, nome dato evidentemente dall'abbondanza di faggi, che ospitava un santuario a Giove, detto appunto Giove Fagutale. Anche per Varrone, il termine latino fagutal deriva dal fagus ("faggio"), alberi frequenti in questa parte dell'Esquilino e alcuni studiosi hanno ipotizzato che si trattasse di una divinità profetica, come lo Zeus di Dodona, dove le profezie erano ricavate dallo stormire del vento tra le foglie della quercia sacra.

Varrone cita il lucus Fagutalis come parte dell'Oppius, e in effetti era posto nella parte dell'Oppio che guarda il Celio. Il tempio dedicato a Giove era detto "Sacellum Iovis Fagutalis" e la via che ad esso conduceva era chiamato Vicus Iovis Fagutalis.

FAGGETA
Varrone: "Fagutal a Fago unde etiam quod ibi Sacellum Jovis Fagutalis"
Festo: "Fagutal Sacellum Jovis in quo fuit Fagus arbor quce Jovis sacra habebatur" (da notare che Festo lo colloca fra i luoghi nei quali si celebravano i sacrifici nella solennità del Settimonzio).
Plinio: "Fagutali Jovi etiam mine ubi Incus fageus fuit" (che lo riferisce ancora esistente ai suoi tempi).

Solino: "Tarquinius Superbus et ipse Esquiliis supra Clivum Pullium ad Fagutalem lucum" il Clivo che dalla nuova Suburra porta a S Pietro in Vincula. Infatti Solino riferisce che la casa di Tarquinio il Superbo sorgeva presso il lucus Fagutalis, situato, a sua volta, vicino al clivus Pullius. Da quest'ultimo nome deriva quello di una chiesa medievale, s. Griovanai in Grapullo, che sorgeva nei pressi della basilica di s. Pietro in Vincoli, ove erano locati sia il clivus Pullius che il locus Fagutalis che gli era attiguo.

VIA IN SELCI CON I RESTI ROMANI - INCISIONE DEL '700

VIA IN SELCI

Il bosco era situato nella parte meridionale del Colle Oppio, tra l'odierna via Cavour e l'odierna piazza di S. Pietro in Vincoli (Santus Petrus in Vincula), per altri si trovava nell'odierna via di Santa Lucia in Selci, così chiamata per i "silices" (roccia di silice o selce) di lastricato romano ritrovati durante un restauro in questa zona intorno all'anno Mille, sicuramente da riferire all'antichissimo "clivus Suburanus", che nella parte iniziale ricalcava esattamente via in Selci.

Al civico 94 della via in Selci si trova la Casa dell'ex Monastero delle Paolotte, un edificio settecentesco delle suore di S.Francesco da Paola. Nel 1744, durante i lavori di edificazione, fu ritrovato un complesso di antichi oggetti in oro, argento e marmo che facevano parte di un corredo nuziale di "Secundus e Proiecta", della celebre famiglia degli Aproniani, della fine del IV secolo. 

Il prezioso materiale fu subito alienato dalle monache e andò disperso. L'edificio, espropriato dallo Stato Italiano dopo il 1870, fu completamente trasformato all'interno ed attualmente è sede di un Comando dell'Arma dei Carabinieri. Il che dimostra quanto sempre poco fu a cuore l'arte romana per i nostri governanti.



GIOVE FAGUTALE

Tenendo presente che i faggi sul colle romano, specie nell'antica Roma dove il clima era un po' più caldo di oggi, erano sempreverdi, ovvero cambiavano leggermente di colore, dal giallo al rossastro, ma non cadevano, il bosco doveva assumere un significato di immortalità, mentre il Giove della quercia aveva un significato di forza perchè nessun vento lo può abbattere e nemmeno un incendio, dato che le sue radici raggiungono una grande profondità. 

Fin dall'antichità romana, la cima del Fagutale è sempre stata teatro di eventi di grande fermento popolare e religioso; negli strati del suo sottosuolo si sono infatti succeduti nel tempo: un luogo di culto a Diana, la domus di Tarquinio il Superbo, gli Orti di Mecenate e le Terme di Tito, senza considerare la presenza, nelle immediate vicinanze, della Domus Aurea di Nerone e del Colosseo.

Macrobio riferisce che esso era considerato uno degli arbores felices, cioè che fa bene, sia perchè è beneaugurale, sia perchè fa bene al luogo dove cresce e agli uomini che lo frequentano.

«Quel che è sicuro è che si distinguevano le zone con l’indicazione del tipo di bosco: lo dimostrano il tempio di Giove Fagutale, che esiste ancor oggi e sorge dove c’era un bosco di faggi, la porta Quercetulana, il nome del colle su cui si andava a raccogliere vimini e i nomi di tanto boschi sacri, in certi casi due per medesimo luogo Il dittatore Quinto Ortensio, quando la plebe si ritirò sul Gianicolo, presentò nell’Esculeto una legge in base alla quale tutti i Quiriti erano vincolati alle decisione di quella».

(Plinio il Vecchio Nat. Hist. XVI 37)


« Lucus Facutalis o Fagutalis, evidentemente con abbondanza di faggi, che ospitava un santuario a Giove, detto Giove Fagutale. Giorgio Stara-Tedde suggerisce che si trattasse di una divinità profetica, come lo Zeus di Dodona, al cui santuario le profezie erano ricavate dallo stormire del vento tra le foglie della quercia sacra, o la divinità latina Fauno, che era una divinità dei boschi. Oggi nelle vicinanze del sito del bosco sorge la basilica di S. Pietro in Vincoli ».

(Rodolfo Lanciani)


BIBLIO

- Giuseppe Ragone - Dentro l'àlsos. Economia e tutela del bosco sacro nell'Antichità Classica in Il sistema uomo-ambiente tra passato e presente - Bari - 1998 -
- Julien Ries - Saggio di definizione del sacro - in Grande dizionario delle Religioni (a cura di Paul Poupard) - Assisi - Cittadella-Piemme -
- AA.VV. - Les bois sacrés - Actes du Colloque International, du Centre J. Bérard - Napoli - 1993 -
- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia - XVI 37 -



 

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