Visualizzazione dei post in ordine di data per la query partia. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di data per la query partia. Ordina per pertinenza Mostra tutti i post

GAIUS ATEIUS CAPITO


0 comment

Nome: Gaio Ateio Capitone, ovvero Gaius Ateius Capito
Nascita: ...
Morte: ...
Gems: Ateia
Professione: tribuno della plebe e augure

Gaius Ateius Capito fu un tribuno della plebe del 55 a.c., conosciuto soprattutto per la sua opposizione alla guerra contro i Parti lanciata da Marcus Licinius Crassus (115 – 53 a.c.). In particolare si opponeva insieme al collega tribuno Publio Aquilio Gallo a Crasso e a Pompeo Magno durante il loro secondo consolato congiunto nel 55 a.c.. 

I due tribuni sostenevano Catone nel tentativo di bloccare la Lex Trebonia, la legislazione presentata da Caio Trebonio per dare a Crasso e Pompeo una provincia proconsolare di cinque anni ciascuno. Ma l'assemblea non accolse le loro obiezioni: Trebonio fece arrestare Catone e fu usata la forza fisica per espellere Ateio e Aquilio quando cercarono di far valere il loro potere di veto. 

Ateio tornò all'assemblea per mostrare le ferite ricevute dai suo oppositori e ottenere solidarietà, ma fu accolto dalle guardie del corpo dei consoli che li respinsero indietro. La Lex Trebonia era il risultato degli accordi politici tra Crasso, Pompeo e Giulio Cesare, il Primo Triumvirato, già negoziati nel 56 a.c. a Ravenna e il mese successivo a Lucca, entrambe nella provincia di Cesare della Gallia Cisalpina. 
Pompeo ricevette le province spagnole e Crasso la provincia di Siria, pur sapendo tutti che voleva muovere guerra alla Partia. 

In una legislazione separata, Cesare ricevette una proroga del suo proconsolato in Gallia. Sicuramente Cesare non vedeva di buon occhio la preparazione di questa guerra, ma aveva il sentore che a lui non avrebbe nociuto, perchè era certo delle sue capacità di comandante ma lo era molto meno delle capacità altrui. Nessuno poteva metterlo in ombra.



PRESAGI E MALEDIZIONI

Nel novembre del 55 a.c., mentre Crasso si trovava in Campidoglio per compiere i voti rituali che precedevano la partenza di un esercito, Ateio affermò di aver osservato delle "dirae", cioè presagi gravi e funesti. Quando altri tentativi di dissuasione fallirono, Ateio cercò di arrestare Crasso prima che potesse salpare.

"Ateio corse avanti fino alla porta della città, dove mise un braciere con del combustibile acceso. Quando Crasso si avvicinò alla porta, gettò incenso e libagioni sul braciere e invocò su di lui maledizioni che erano già di per sé terribili e spaventose e rese ancora più spaventose dai nomi di alcune divinità strane e terribili. ... I Romani credono che queste misteriose e antiche maledizioni siano così potenti che nessuno che le abbia subite può sfuggire al loro effetto." 

Così la gente incolpò Ateio per quello che aveva fatto; anche se si era adirato con Crasso per il bene di Roma, aveva coinvolto la stessa Roma in queste maledizioni e nel terrore che si doveva provare per un intervento soprannaturale. L'esecrazione di Ateio Capito nei confronti di Crasso prima di Carrhae divenne proverbiale come esempio di maledizione riuscita con conseguenze incontrollate.

"Ci si chiede come si sentisse Ateio" chiede la storica della religione Sarah Iles Johnston, "vendicato o sconvolto dall'entità delle perdite che le sue maledizioni avevano provocato?". Diversi autori antichi menzionano l'incidente.



LE MALEDIZIONI

Già nelle XII tavole (451-450) erano previste sanzioni per chi pronunciava incantesimi allo scopo di nuocere a qualcuno. Con la "Legge Cornelia de sicariis et veneficiis", voluta dal dittatore Silla, era prevista la pena capitale per le fatture a morte. Insomma tutti ne avevano paura e nessuno ne dubitava.

CONTENITORE DI PIOMBO
E STATUETTA DI CERA
Anche la Chiesa cattolica condannò sia la stregoneria sia i riti magici ad essa connessi e molte pseudo-streghe pagarono sui roghi le loro reminiscenze pagane. Oggi la Chiesa non ha più tale potere giuridico, però la condanna morale per certe pratiche è rimasta, se non altro perchè ritenuta superstizione.

Dal punto di vista delle grandi religioni, ogni credenza o pratica che sia in disaccordo con la religione costituita è superstizione, soprattutto la credenza nell'influsso di fattori sovrannaturali o magici sulle vicende umane. 

Mentre nelle religioni politeiste si credeva anche negli Dei altri, in quelle monoteiste era scandalo, blasfemia e colpa gravissima. Se il miracolo l'ha fatto il proprio Dio è vero, se lo fanno Dei di altre religioni è falso.

Strano, perchè le grandi religioni credono ai miracoli sulle persone, agli interventi divini per punire o salvare, alle acque miracolose, all'intervento dei santi, alle novene o preghiere varie per ottenere vantaggi o scongiurare svantaggi. Si prega oggi per far rientrare le piene dei fiumi come mezzo secolo fa si pregava per fermare un'epidemia. Qual' è la differenza?



ESPULSIONE DI ATEIO

Nel 50 a.c., il censore Appio Claudio Pulcro, molto stimato per la sua competenza sulle procedure del collegio augurale, espulse addirittura Ateio dal senato con l'accusa di aver falsificato gli auspicia. Secondo la visione popolare, il disastro di Carrhae fu causato dall'ignoranza dei presagi da parte di Crasso. Cicerone, che era egli stesso un augure e quindi addestrato a valutare i segni divini, presenta una prospettiva più complessa nel suo libro De divinatione. 

Nel libro 1, l'interlocutore Quinto Cicerone, fratello dell'autore, sostiene che Appio si sbagliava. Anche se gli auspici fossero stati falsificati, dal momento che si sono rivelati veri nel risultato, Ateio aveva stabilito un legame significativo con la volontà divina. Se fossero stati falsi, la colpa sarebbe ricaduta sull'uomo che ha parlato falsamente, non su colui al quale è stata fatta una falsa dichiarazione. 

Ma i presagi predicono ciò che può accadere se non si prendono le dovute precauzioni, e la colpa ricade sull'uomo che non ha ascoltato. Ateio si spinse oltre, anche se Cicerone omette questo punto: poiché maledisse Crasso, in linea con la sua opposizione alla campagna partica, fu incolpato di aver contribuito alla morte dei soldati romani.

Dopo il tribunato del 55 a.c. non si conosce alcuna carica pubblica di Ateio. Nonostante la sua precedente opposizione ai piani del triumvirato, nel 46 a.c. divenne un sostenitore di Cesare. Nel 44 a.c., Capito fu incaricato da Cesare di distribuire terre ai suoi veterani. Poi di lui non si sa più nulla.


BIBLIO

- Raymond Bloch - La divinazione nell'antichità - Napoli - 1995 -
- J. Gimazane - La magia in Plinio il Vecchio e il suo confine con la cosmologia, la “religio”, la medicina e le credenze popolari - 224 -
- Leonardo Magini - Sciamani a Roma antica. I romani e il mondo magico - editori Castelvecchi - 2015 -
- M. T. Cicerone - De divinatione -
- M. T. Cicerone - De Natura Deorum -
- George Dumezil - La religione romana arcaica - a cura di Furio Jesi - Rizzoli Editore - Milano - 1977 -


PARTI (Nemici di Roma)


0 comment
PRIGIONIERO PARTICO TRASCINATO IN CATENE DA UN SOLDATO ROMANO
(ARCO DI SETTIMIO SEVERO)

"Come un tempo facevano i Re dei Parti, che permettevano di essere avvicinati solo da chi portava loro dei doni, ma sapevano mostrare maggiore gradimento e gioia nel rice­vere i piccoli omaggi dei poveri che i grandi regali dei Principi. I Parti: popolo nomade di probabile origine scitica, stanziatosi (III sec. a.c..) in Persia. Crearono un impero esteso dall'Eufrate alla Siria. Nel periodo di massimo splendore, sotto il regno di Mitridate I (174-136 a.c.), furono i più grandi antagonisti di Roma."
(Alessandro Geraldini)

L'Impero partico (247 a.c. – 224 d.c.), o arsacide, fu una potenza iranica dell'antica Persia. Retto dalla dinastia arsacide, fu fondata da Arsace I, capo della tribù nomade scitico-iranica dei Parni, che fondò l'Impero a metà del III secolo a.c. conquistando la Partia, nel nord-est dell'Iran, in rivolta contro l'Impero seleucide. 

Le guerre romano-partiche furono combattute tra l'Impero Romano e i Parti per la durata di circa tre secoli, con battaglie avvenute principalmente lungo il fiume Eufrate, dalle sue sorgenti fino alla Mesopotamia e al deserto di Palmira. Il primo Impero persiano fu detto Achemenide (della dinastia degli Achemenidi) comprendente l'attuale Persia e molti altri domini, fondata da Ciro il Grande nel 550 a.c.. 
Crollò nel 332 a.c. ad opera di Alessandro Magno. 

Sotto Mitridate I di Partia (r. c. 171–138 a.c.) l'Impero partico si espanse, conquistando la Media e la Mesopotamia a danno dei Seleucidi. Al suo culmine (I secolo a.c.), si estese dall'Eufrate (Turchia sud-est) all'Iran orientale. Con il passare dei secoli la civiltà persiana prevalse su quella ellenistica

I re arsacidi erano detti "Re dei Re" , la sede del governo fu spostata a Ctesifonte lungo il Tigri (sud di Baghdad, Iraq). I primi nemici dei Parti furono i Seleucidi a ovest e gli Sciti a est, poi gli armeni e poi i Romani. Roma e la Partia si contesero per secoli il controllo indiretto sull'Armenia ma nessuno riuscì a togliere territori stabilmente all'altro. 

L'Impero dei Parti cadde quando Ardashir I, un re vassallo dei Parti, detronizzò l'ultimo re, Artabano IV, nel 224 d.c..  Ardashir fondò l'Impero sasanide, a parte alcune iscrizioni molta della storia dei Parti è pervenuta da fonti greche e romane. 

Il secondo impero persiano fu Sasanide, la guerra tra la Repubblica romana ed Antioco III (241 a.c. - 187 a.c.) segnò l'inizio di una serie di battaglie, in cui Roma sconfisse i Seleucidi, poi i Parti e poi il Regno del Ponto, governato dal re Mitridate VI, sconfitto infine da Gneo Pompeo Magno.
I Romani spostarono i confini di Roma ancora più a oriente, creando le province della Bitinia e Ponto, della Cilicia e della Siria, per rivolgersi poi ai Parti.

Per circa due secoli e mezzo, dal 363, subito dopo la campagna sasanide di Giuliano, i due imperi si batterono per i predominio del Medio Oriente, finchè gli Arabi inglobarono l'antico regno sasanide e si sostituirono allo stesso nel combattere l'Impero bizantino.



I COSTUMI DEI PARTI 

FANTE DEI PARTI
I costumi dei Parti erano profondamente diversi da quelli romani, e le antiche donne persiane erano guerriere che combattevano in battaglia, chiamate "Amazzoni" da Alessandro Magno. Artemisia fu grande stratega navale caria e acquistò fama combattendo come generale persiano contro i greci. 

Candace, regina della Nubia, fu grande condottiera anche se Strabone la diceva brutta e cieca da un occhio. Sicuramente lo era, ma ciò non toglieva valore alle sue capacità di grande stratega, Le donne insomma erano libere e rispettate e c'era sotto Ciro la libertà di religione.

Poi i tempi cambiarono, gli uomini si imbarbarirono e le donne vennero sottomesse e avvilite, ma a loro volta gli uomini divennero sottomessi ai re e alla religione in modo schiavistico. Tra Romani e Parti c'era grande differenza, le donne romane potevano divorziare (almeno da Augusto in poi), le donne dei Parti no. Un romano poteva avere una sola donna per volta, i Parti ne potevano avere quante ne potevano mantenere. 

Un romano non si inginocchiava nè si prostrava in terra, nè per gli Dei nè per l'Imperatore, i Parti si inginocchiavano e si prostravano, agli Dei e all'Imperatore. I Romani erano garantiti nei loro diritti dalle loro leggi, i monarchi Partici godevano di un potere assoluto su tutti i sudditi. 

I Romani adoravano gli Dei in modo molto relativizzato e razionale, chi frequentava troppo i templi veniva giudicato fanatico e quindi con poco equilibrio psichico. L'adorazione dei Parti non conosceva limiti nè al fanatismo, nè al sacrificio. non fu un caso che la predicazione del Cristo. di tono molto libertario e liberante, venne trasformato all'uso orientale in un dovere di obbedienza e sacrificio.



I COSTUMI MILITARI

I Parti utilizzavano in combattimento unità di cavalleria pesante corazzata, i catafratti, appoggiata da abilissimi arcieri a cavallo. Ai Romani, che si affidavano alla fanteria pesante, ebbero molti problemi nelle battaglie. Per contro la mancanza di fanteria non consentiva ai Parti di assediare le città, ben difese dai Romani. 

Naturalmente i Romani osservavano diligentemente ogni accorgimento nemico per cui, pur mantenendo la preziosa fanteria legionaria, assoldarono mercenari orientali per la cavalleria e gli arcieri, completandoli con vari oggetti da lancio sia da lontano coi giavellotti, sia da vicino con frombolieri e lanciatori di pietre.

CAVALIERE PARTICO (PALAZZO MADAMA - TORINO)


CONTRO ANTIOCO III (191-190 a.c.)

- 191 a.c. - Battaglia di Corico - Tra Gaio Livio Salinatore e Antioco III
- 191 a.c. - Battaglia delle Termopili - I Romani sotto Marco Acilio Glabrio sconfiggono Antioco III il Grande e lo costringono a fuggire in Grecia.
- 190 a.c. - Battaglia dell'Eurimedonte - Forze romane sotto Lucio Emilio Regillo sconfiggono una flotta seleucide comandata da Annibale, che combatte la sua ultima battaglia
- 190 a.c. - Battaglia di Myonessus - Un'altra flotta seleucide è sconfitta dai Romani
- 190 a.c. (dicembre) - Battaglia di Magnesia - (presso Smirne) I Romani sotto Lucio Cornelio Scipione e suo fratello Scipione Africano maggiore sconfiggono Antioco III il Grande nella decisiva vittoria della guerra.



LUCIO CORNELIO SILLA (96 a.c.)

Un anno dopo che Mitridate II aveva conquistato l'Armenia, Lucio Cornelio Silla, proconsole della provincia di Cilicia, firmò col diplomatico partico Orobazo nel 96 a.c. un trattato che riconosceva il fiume Eufrate come confine tra la Partia e Roma.

«Dopo l'anno di pretura,  fu inviato in Cappadocia. Motivo ufficiale della sua missione era il porre di nuovo sul trono Ariobarzane I. In verità egli aveva il compito di contenere e controllare l'espansione di Mitridate, che stava acquisendo nuovi domini e potenza non inferiori a quanti ne aveva ereditati.»
(Plutarco, Vita di Silla, 5.) 

«Lucio Cornelio Silla soggiornava lungo l'Eufrate, quando venne a lui un certo Orobazo, un parto, ambasciatore del re degli Arsacidi. Fu il primo romano che i Parti incontrarono, chiedendo alleanza e amicizia. S racconta che Silla fece disporre tre sgabelli, uno per Ariobarzane I, uno per Orobazo e uno per sé, e li ricevette mettendosi al centro tra i due. Alcuni lodano Silla, perché ebbe un contegno fiero di fronte a due barbari, altri lo accusano di impudenza e vanità. Il re dei Parti, da parte sua, mise poi a morte Orobazo.»
(Plutarco, Vita di Silla, 5.)

Nonostante il trattato, nel 93 a.c. la Partia combatté una guerra in Siria contro il capo Laodice e quando uno degli ultimi monarchi seleucidi, Demetrio III Euchero, tentò di assediare Beroea (Aleppo), la Partia inviò aiuti a Beroea e Demetrio fu sconfitto.



MITRIDATE II (92 a.c.)

Nel regno di Mitridate II, l'Impero partico fu diviso tra Gotarze I che governò la Babilonia, e Orode I che governò la Partia. Poi Tigrane II di Armenia vinse e annetté il territorio partico alla Mesopotamia occidentale, che tornò in mano partica sotto Sanatruce, re dei Parti della dinastia arsacide.(r. 78–71 a.c.).

Nella III guerra mitridatica, Mitridate VI del Ponto, alleato del re d'Armenia Tigrane II, chiese ai Parti aiuti contro Roma, ma rifiutarono. Tigrane minore, figlio di Tigrane II, fallita  l'usurpazione del trono paterno, fuggì presso Pompeo, promettendo che gli avrebbe fatto da guida in Armenia; ma quando Tigrane II si sottomise a Roma come re cliente, Tigrane minore fu condotto a Roma come ostaggio. 



 LUCIO LICINIO LUCULLO 

- 69 a.c. - Battaglia di Tigranocerta - Lucullo sconfisse Tigrane II d'Armenia, genero di Mitridate e suo alleato, presso cui Mitridate VI del Ponto s'era rifugiato. Quando Lucullo marciò contro la capitale dell'Armenia Tigranocerta, Mitridate VI e Tigrane II chiesero aiuto a Fraate III che rifiutò e riconfermò con Lucullo l'Eufrate come confine tra Partia e Roma.

- 68 a.c. - Battaglia di Artaxata - 
Lucullo sconfisse ancora Tigrane, assediò Artaxata ma non entrò in città a causa degli ammutinamenti tra le sue truppe. Le truppe di Lucullo assediarono ed espugnarono Nisibi del regno d'Armenia.

- 68 a.c. - Battaglia di Comana Pontica -
combattuta tra il legatus di Lucullo, Gaio Valerio Triario, contro il regno del Ponto, comandate da Mitridate VI che venne sconfitto.

- 67 a.c. - Battaglia di Zela - 
Venne combattuta tra il legatus di Lucullo, Gaio Valerio Triario, contro il regno del Ponto, comandato da Mitridate VI, ma il re pontico vinse sul comandante romano, nella stessa località dove Cesare vent'anni più tardi otterrà una delle sue più memorabili vittorie. 

STATUA IN BRONZO DI NOBILE PARTICO


POMPEO MAGNO

- 66 a.c. - Battaglia di Nicopoli al Lico - 
Pompeo trionfò su Mitridate, re del Ponto. 
«Pompeo gli tenne dietro, desiderando di venire a battaglia. Ma non poté fare ciò prima che il nemico raggiungesse i confini della regione. Infatti di giorno non riusciva ad attaccarlo, poiché non uscivano dall'accampamento, di notte non osava, poiché non conosceva i luoghi. Quando si accorse che Mitriadate stava per sfuggirgli, si vide obbligato ad attaccarlo di notte.»
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 48.3.)

Pompeo raggiunse una valle stretta tra le colline, fece accampare i suoi soldati sulle vette e attese il nemico che giunse tranquillo senza esploratori o vedette. Pompeo piombò su di loro nel buio. I Pontici non avevano nessuna fiaccola e non si era levata la luna:
« Inizialmente tutti i trombettieri intonarono ad un segnale convenuto, nello stesso momento, il segnale dell'attacco. Subito i legionari e tutti coloro che li seguivano alzarono il grido di guerra. Gli uni battevano le lance contro gli scudi e gli altri colpivano con i sassi gli oggetti in bronzo.»
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 49.1.)

« I Romani che attaccavano con la luna alle spalle, essendo la luce vicina all'orizzonte, proiettavano un'ombra molto lunga sul nemico che non riusciva a calcolare la distanza dei Romani, supponendo  fossero già vicini, lanciarono i giavellotti senza colpire nessuno. I Romani caricarono sul nemico con forti grida, e quando il nemico non fu più in grado di mantenere la posizione, fuggì con grande panico, tanto che più di 10000 furono uccisi, e il loro campo catturato. Mitridate fuggì rompendo lo schieramento romano con 800 cavalieri che però furono  dispersi e rimase con tre compagni. »
(Plutarco, Vita di Pompeo, 32.6-7.)

Pompeo fece da paciere tra Fraate e Tigrane II, inviando tre arbitri, e si riconciliarono, poiché la sconfitta di uno dei due avrebbe favorito i Romani. Alla fine fu trovato un accordo tra la Repubblica ed il regno dei Parti, secondo cui il fiume Eufrate avrebbe costituito, d'ora in poi, il confine tra i due stati.

- 65 a.c. - Vennero da Pompeo gli ambasciatori del re dei Parti per rinnovare il trattato esistente, dato che aveva sottomesso l'Armenia e il Ponto, e Gabinio si era spinto fino al Tigri, preoccupando il sovrano partico Fraate III, a cui Pompeo richiese la Conduene, la regione che Fraate e Tigrane si stavano litigando. Non ricevendo risposta da Fraate, inviò il legato Lucio Afranio a prenderne possesso, respingendo le forze partiche, per poi concederlo a Tigrane.



AULO GABINIO (56 - 51 a.c.)

Nel 56 a.c. Aulo Gabinio, governatore della Siria, fu fermato dal Senato che non voleva dare battaglia prima di invadere la Mesopotamia dei Parti. Gabinio venne invitato a intervenire tra gli eredi al trono del re dei Parti, Fraate III, morto nel 57 a.c., sostenendo Mitridate III di Partia, contro il fratello Orode II, ma venne fermato prima di traversare l'Eufrate. 

Nel 55 a.c. però Orode II inviò un esercito imponente sotto il comando dell'erede al trono, Pacoro I, fin sotto le mura di Antiochia. Ricordando la disfatta di Crasso sperava di riappropriarsi dei territori romani.
 I superstiti dopo la disfatta di Crasso, con due nuove legioni in più, erano passati al comando di Gaio Cassio Longino che respinse l'invasione nel 51 a.c. sconfiggendo più volte i Parti, indeboliti dalla morte del Surena, fatto uccidere per gelosia da Orode. 



MARCO LICINIO CRASSO (53 a.c.)

- 53 a.c. - Battaglia di Carre (Carrhae) - 

Già sotto la Repubblica, nel 54-53 a.c., Roma aveva tentato di conquistare la Partia con 50000 legionari romani, ausiliari e alleati orientali. Nella prima campagna, i romani, guidati da Marco Licinio Crasso, associato politico di Cesare e Pompeo, avevano occupato parte del territorio nemico oltre la frontiera. 

Il triumviro e proconsole della Siria, Licinio Crasso decise di intervenire contro i Parti in aiuto di Mitridate, spingendosi fino in India, ma non aveva le capacità militari di Pompeo o di Cesare, non era sufficientemente documentato sul territorio nemico né sulle tattiche della temibile cavalleria dei Parti.
 
Orode II inviò contro Crasso il suo miglior generale, Surena, mentre egli con un altro esercito invase l'Armenia, affinchè non intervenisse l'alleato di Roma Artavasde II di Armenia. Alla fine Orode ruppe l'alleanza con Roma e si alleò con Artavasde.

Surena si scontrò con Crasso nella battaglia di Carre con 20 000 romani caduti sul campo di battaglia, 10 000 catturati, e 10 000 circa in fuga verso occidente. Crasso accettò un colloquio con Surena, ma uno dei legati di Crasso, sospettando un tranello, tentò di fermarlo mentre cavalcava verso l'accampamento di Surena, uccidendolo.

Surena entrò vincitore a Seleucia portando i romani prigionieri e un immenso bottino ma, temendo ambisse al trono arsacide, Orode lo fece giustiziare. Così Pacoro I e il suo comandante Osace saccheggiarono la Siria fino ad Antiochia nel 51 a.c., ma vennero respinti da Gaio Cassio Longino, che in un'imboscata uccise Osace. 

BASSORILIEVO SASANIDE

GIULIO CESARE  (47 a.c.)

47 a.c. (maggio) - Battaglia di Zela - Cesare sconfigge il re Farnace II del Ponto, è la battaglia del Veni, vidi, vici. (venni, vidi, vinsi). Cesare fu uno dei pochissimi che riuscì a sconfiggere pesantemente i Parti, grazie al suo grandissimo genio militare.

Cesare stava programmando, poco prima della sua morte, due campagne militari che forse avrebbero cambiato il mondo che conosciamo: in Dacia contro le popolazioni getiche di Burebista ed in Partia:

« ...a Cesare fecero concepire progetti di imprese ancora maggiori, suscitando in lui un desiderio di gloria, come se quella di cui godeva fosse già esaurita... Preparava una spedizione militare contro i Parti, e sottomessi costoro pensava di attraversare l'Ircania costeggiando il mar Caspio ed il Caucaso, aggirare il Ponto, invadere la Scizia, percorrere le regioni vicine alla Germania e la Germania stessa, e sarebbe rientrato in Italia passando per la Gallia, chiudendo così in un cerchio i suoi domini, di cui l'Oceano avrebbe costituito tutto intorno il suo confine »
(Plutarco, Vite parallele - Cesare, 58)

« Cesare concepì l'idea di una lunga campagna contro Geti e Parti. I Geti sono una nazione che ama la guerra e una nazione vicina, che doveva essere attaccata per prima, I Parti dovevano essere puniti per la perfidia usata contro Crasso. »
(Appiano di Alessandria, Guerra civile, 2.110.)

Già dall'autunno del 45 a.c. ebbero inizio i preparativi di guerra, stabilendo i mandati politici delle magistrature più importanti nella sua assenza. Ad Apollonia si preparavano 16 legioni e 10.000 cavalieri per la primavera del 44 a.c., tre giorni dopo le famose idi di marzo, quando Gaio Giulio Cesare venne assassinato privando Roma del migliore generale di tutti i tempi. 



POMPEO MAGNO (42 a.c.)

Gli Arsacidi inviarono soldati per sostenere le truppe dei cesaricidi nella Battaglia di Filippi del 42 a.c.. Il re dei Parti Fraate (37 al 2 a.c.) chiese a Pompeo di consegnargli Tigrane minore, Pompeo rifiutò e Fraate invase la Turchia sudorientale, ma venne respinto dall'esercito del console romano Lucio Afranio. 

Morto Fraate III, assassinato dai figli Orode II e Mitridate III, in Partia fu guerra per la successione e Orode costrinse Mitridate a fuggire in Siria romana. Aulo Gabinio, proconsole della Siria, volle sostenere Mitridate, ma desistette per soccorrere Tolomeo XII Aulete in una rivolta in Egitto. Comunque Mitridate conquistò Babilonia, ma il generale di Orode Surena riconquistò la Seleucia e lo fece giustiziare.



QUINTO LABIENO (40 a.c.)

Quinto Labieno, fedele a Cassio e Bruto, figlio di Tito Labieno, fedele a Cesare e poi a Pompeo, si schierò con la Partia contro il II triumvirato nel 40 a.c. e poi invase la Siria insieme a Pacoro I. 
Marco Antonio non combattè i Parti dovendo recarsi in Italia per radunare l'esercito contro Ottaviano, per poi negoziare con lui a Brindisi. Occupata la Siria da Pacoro, Labieno invase l'Anatolia mentre Pacoro invase la Siria romana.

Intanto in Giudea, le forze ebraiche pro-romane condotte da Ircano II, Fasaele, ed Erode, furono sconfitte dai Parti e dal loro alleato ebraico Antigono II Mattatia incoronato re di Giudea mentre Erode fuggiva a Masada. 



PUBLIO VENTIDIO BASSO (39 a.c.)

Publio Ventidio Basso, un alto ufficiale di Marco Antonio, cacciò i Parti dalla Siria, poi sconfisse e fece giustiziare Labieno nella Battaglia delle Porte Cilicie nel 39 a.c.. Ancora sconfisse l'esercito partico nella battaglia del Monte Amano in Siria per cui Pacoro I dovette ritirarsi dalla Siria per tornarci però nel 38 a.c., e di nuovo si scontrò con Ventidio, nella Battaglia del Monte Gindaro, a nordest di Antiochia, dove rimase ucciso in battaglia, e il suo esercito dovette ritirarsi oltre l'Eufrate. Alla successione di Pacoro, Orode II scelse come erede Fraate IV (r. c. 38–2 a.c.).



MARCO ANTONIO (36 a.c.)

Morto Cesare Marco Antonio riprovò a sconfiggere i Parti, pur con un esercito di oltre 100.000 armati tra truppe alleate e numerose legioni tra cui la III Gallica, IV Scythica, V Alaudae, VI Ferrata, X Equestris, XII Fulminata, XVII Classica, XVIII Lybica, XXII Deiotariana.

Nel 38 a.c., programmò la campagna partendo da Zeugma, in Siria, ma fu un totale insuccesso. Dei 100.000 armati, di cui 60.000 legionari, tornarono in Siria solo 30.000 legionari e 5/6000 cavalieri iberi. Una volta sul trono Fraate IV fece uccidere o esiliare i suoi fratelli, ma uno di essi, Monaeses, fuggì presso Antonio e lo convinse a invadere la Partia. Antonio però volle prima riconquistare la Giudea, detronizzando re Antigono, alleato dei Parti, e insediando Erode come re cliente di Roma (37 a.c.).

Nel 38 a.c. Antonio marciò fino ad Erzurum, nell'Anatolia orientale e Artavasde II re di Armenia gli inviò dei rinforzi. Poi Antonio invase la Media Atropatene (Azerbaigian), governata dall'alleato della Partia, Artavasde I, onde espugnarne la capitale Praaspa. La retroguardia di Antonio fu attaccata da Fraate IV, e anche se dei rinforzi permisero alla retroguardia di salvarsi, l'attacco costò ai Romani 10 000 soldati uccisi e furono distrutte tutte le armi d'assedio preparate per l'assedio di Praaspa, per giunta Artavasde e la sua cavalleria armena abbandonarono Antonio. 

Infine, inseguito dai Parti, ciò che restava dell'esercito di Antonio riuscì a raggiungere la Siria. Antonio attirò allora Artavasde II in un tranello con la promessa di un'alleanza matrimoniale, lo imprigionò e lo portò a Roma dove venne giustiziato nel 34 a.c.. L'anno dopo Antonio si ritirò dall'Armenia, sia per gli attacchi dei Parti, sia perché Ottaviano stava attaccando le sue forze occidentali. Così l'alleato dei Parti Artaxias II salì di nuovo al trono di Armenia.

MITRIDATE I DI PARTIA

OTTAVIANO AUGUSTO (20 a.c.)

Sconfitto Antonio ad Azio nel 31 a.c., Ottaviano nel 27 a.c. ottenne dal senato il titolo di Augusto e di Imperatore. Tiridate fuggì presso i Romani, recando uno dei figli di Fraate. Nell' 1 a.c. però Artavaside III, re d'Armenia filo-romano, fu eliminato dai Parti e dal pretendente al trono Tigrane IV. Augusto inviò il nipote Gaio Cesare, che concluse un patto col re dei Parti, riconoscendo ancora l'Eufrate  confine tra i due imperi.

Nel frattempo Tigrane IV era stato ucciso in guerra e Gaio, in nome di Augusto, diede la corona ad Ariobarzane, già re della Media dal 20 a.c. Ma il partito antiromano provocò disordini e Gaio Cesare dovette intervenire con l'esercito. Nel 21 a.c., Augusto fece condurre a Tiberio un esercito in Oriente, per porre sul trono armeno Tigrane II, e recuperare le insegne imperiali. Lo stesso Augusto si recò in Oriente. Il suo arrivo e l'esercito di Tiberio fecero temere al re dei Parti un'invasione, per cui restituì le insegne perdute a Carre nel 53 a.c., e i prigionieri romani. 

Augusto fece celebrare la restituzione delle insegne come una vittoria sulla Partia, e la schiava italica sposò Fraate IV divenne la Regina Musa, la preferita tra le cinque regine del re. Per assicurare la successione di suo figlio Fraatace, Musa convinse Fraate IV a consegnare gli suoi altri figli ad Augusto come ostaggi. Quando Fraatace salì al trono come Fraate V, Musa sposò suo figlio e regnò con lui ma i nobili parti, disapprovando il matrimonio incestuoso e il sangue non-Arsacide del re, li costrinse all'esilio in territorio romano.

A Fraate successe Orode III per due anni, e poi Vonone I, vissuto come ostaggio a Roma dove aveva appreso lo stile di vita romano, disapprovato dalla nobiltà partica che appoggiò Artabano II esiliando Vonone nella Siria romana. Ottaviano, dopo aver sconfitto Antonio, pose lungo le frontiere dell'Impero romano, 28 legioni romane più le truppe ausiliarie. 



TIBERIO (r. 14–37 d.c.)

L'Imperatore Tiberio sostenne il colpo di Stato di Farasmane I di Iberia per porre suo fratello Mitridate sul trono di Armenia, assassinando l'alleato dei Parti, il re armeno Arsace. Artabano II fuggì in Scizia e i Romani posero sul trono Tiridate III, tenuto in ostaggio presso di loro, affinché governasse la Partia come alleato di Roma. 

Morti i re della Cappadocia, di Commagene, e di Cilicia, vassalli di Roma, Tiberio nel 18 inviò il figlio adottivo Germanico, con l'imperium proconsolaris maius su tutte le province orientali. Germanico, con il consenso dei Parti, incoronò Artaxata sovrano d'Armenia e riconobbe re il giovane Zenone, col nome di Artaxias. Stabilì per Commagene un pretore romano, pur con formale autonomia, ma la Cappadocia diventava provincia, e la Cilicia entrava della provincia di Siria.

Artabano si recò da Germanico sula riva dell'Eufrate, chiedendo che Vonone fosse scacciato dalla Siria. Germanico accettò confinando Vonone a Pompeiopoli in Cilicia, dove venne ucciso da cavalieri romani in fuga. Nel 19 anche Germanico morì, ma il suo operato garantì la pace fino al 34, quando re Artabano II di Partia pose il figlio Arsace sul trono di Armenia. 

Tiberio inviò Tiridate, discendente arsacide in ostaggio a Roma, a contendere il trono partico ad Artabano, e sostenne l'insediamento di Mitridate sul trono di Armenia, che vi riuscì, ma venne ucciso dai servi di Arsace. Artabano, temendo i Romani,  abbandonò l'Armenia e il trono, mentre il controllo del regno passava all'arsacide Tiridate. Poi però Artabano, radunato un grosso esercito, marciò contro di lui costringendolo a ritirarsi, e Tiberio dovette accettare che lo stato dei Parti fosse governato da un sovrano ostile ai Romani. 



CLAUDIO (r. 41–54 d.c.)

Caligola inviò ambasciatori da Artabano per un nuovo trattato di pace in cui Roma lo riconobbe re dei Parti, ma gli fece consegnare uno dei suoi figli come ostaggio. Morto Artabano nel 38 d.c., scoppiò la guerra civile tra il successore Vardane I e suo fratello Gotarze II che lo uccise, ma parte della nobiltà partica a lui ostile, nel 49 d.c. si appellò all'Imperatore Claudio perchè liberasse il principe ostaggio Meherdates onde sfidare Gotarze. 

Meherdates non solo non riuscì a impadronirsi del trono di Partia, ma subì la mutilazione delle orecchie, in modo da impedirgli di ereditare il trono. La mutilazione era usuale in oriente in quanto il re non poteva avere anomalie fisiche. 

CAVALIERE PARTICO CATAFRATTO

NERONE (r. 54 - 68) 

L'Armenia era un regno cliente di Roma, ma nel 51 Radamisto, figlio del re di Iberia (Georgia sud est), Farasmane I, invase, su ordini del padre, l'Armenia e depose il re Mitridate. Ma il re dei Parti Vologase I invase l'Armenia per incoronarvi suo fratello, Tiridate della Dinastia arsacide di Armenia. Anche dopo la caduta dei Parti, il regno di Armenia venne retto da Arsacidi.

Nel 55 Vologase I ritirò le sue forze dall'Armenia per reprimere la rivolta di suo figlio Vardane II, e Roma inviò il generale Gneo Domizio Corbulone per riportare l'Armenia sotto il controllo di Roma. Il generale insediò sul trono armeno Tigrane VI di Armenia come re cliente dei Romani. ma il successore, il generale Lucio Cesennio Peto, perse l'Armenia fuggendo in Cappadocia. Roma dovette riconoscere come re d'Armenia Tiridate I che venne incoronato a Roma nel 63  dall'Imperatore Nerone in persona divenendo cliente di Roma.



TRAIANO (r. 98–117)

Traiano volle invadere la Mesopotamia preparando la campagna con un contingente senza precedenti di circa  ottantamila uomini. D’altronde, l’imperatore si ispirò ad Alessandro Magno, e voleva occupare Ctesifonte, i suoi legionari erano equipaggiati al massimo, con la lorica segmentata che proteggeva dalle frecce dei cavalieri parti e aveva come architetto, Apollodoro da Damasco, che rimise in funzione un vecchio canale nella media Mesopotamia, collegando il Tigri all’Eufrate. 

Secondo Dione Cassio: «Traiano sognava di derivare l’Eufrate nel Tigri, attraverso un canale che, dopo il passaggio delle navi, consentisse di costruire un ponte; ma venuto a sapere che l’Eufrate era molto più elevato del Tigri, rinunciò al progetto, nel timore che l’Eufrate non fosse più navigabile dopo la derivazione. Per questo motivo farà  trasportare le navi, utilizzando dei tiranti nel punto di minore distanza fra i due fiumi…».

- 113 d.c. - Traiano decise di invadere il regno dei Parti, per rimettere sul trono d'Armenia un re che non fosse un fantoccio nelle mani dei Parti. In realtà, sulle orme del grande Alessandro e  di Cesare, voleva invadere la Partia.
«Poi decise di compiere una campagna contro Armeni e Parti, con il pretesto che il re armeno aveva ottenuto il suo diadema, non dalle sue mani, ma dal re dei Parti, anche se la sua vera ragione era il desiderio di ottenere nuovi successi e fama.»
(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, LXVIII, 17.)

- 114 d.c. - Dopo un lungo periodo di pace Osroe I depose il re armeno Tiridate e lo sostituì con Axidares, figlio di Pacoro II, senza consultare Roma. Traiano fece uccidere il candidato partico al trono, Parthamasiris, nel 114, rendendo l'Armenia una provincia romana. Espugnò inoltre Nisibi per assicurarsi il controllo delle vie maggiori mesopotamiche.

- 114-5 - le legioni romane occuparono l’Armenia e la Mesopotamia del nord, facendone province romane. Traiano proveniva da una famiglia spagnola, era stato giovane ufficiale, comandante di legione e governatore nelle province turbolente. Traiano salì al trono nel 98 e riprese l’antico progetto di invadere la Mesopotamia.

- 115 d.c. - Traiano invase la Mesopotamia con minima resistenza in quanto Osroe era impegnato in oriente contro Vologase III. Poi scendendo lungo l'Eufrate, espugnò Dura-Europos, la capitale Ctesifonte e Seleucia, sottomettendo il Characene, dove assistette alla partenza delle navi verso l'India dal Golfo Persico.

- 116 - Traiano entra nella città di Ctesifonte, dove re Cosroe in fuga abbandona tutte le sue ricchezze. I Romani vi cattureranno diversi personaggi di alto rango, ivi compresa una figlia del re, e anche il trono reale in oro massiccio.

Acclamato Imperator dalle truppe, Traiano si attribuisce il titolo di Parthicus e farà circolare un nuovo conio con la dicitura Parhia capta. «Alla vista di un vascello in rotta per l’India, l’imperatore avrebbe esclamato: “Io sarei andato fino agli Indiani, se fossi ancora giovane” ».

Alla fine del 116, Traiano invia uno dei suoi migliori generali a reprimere la rivolta degli Ebrei in Palestina, mentre altre rivolte scoppiavano in tutta la Mesopotamia. Traiano deve allora far salire sul trono dei Parti un “re amico”, Parthamaspate, un figlio di Osroe, che collaborava con i Romani.
Intanto i Parti avevano ritrovato la loro unità politica e cacciato i Romani dall’Armenia. 

- 117 - 118 d.c. - Mentre Traiano si ritirava verso nord, i Babilonesi si rivoltarono contro i Romani, per cui Traiano incoronò a Ctesifonte Partamaspate nuovo re di Partia e vassallo dei Romani. Poi si ritirò dalla Mesopotamia nel 117, intendendo rinnovare l'attacco alla Partia nel 118 e "rendere realtà la sottomissione dei Parti", ma spossato dopo tanti anni passati sul campo di battaglia, il sessantenne Traiano si ammalò e morì nel 117 a Selinunte di Cilicia, un piccolo porto dell’Asia Minore, mentre rientrava a Roma per celebrare il suo trionfo.

IMPERO PARTICO

ADRIANO (r. 117–138)

Adriano riportò sull'Eufrate la frontiera romano-partica, rinunciando alla conquista della Mesopotamia dato le scarse risorse militari di Roma. Nel frattempo, in Partia, una rivolta costrinse Partamaspate alla fuga in territorio romano, dove i Romani nominarono re Osroene. 

Osroe I riprese dunque il possesso dei territori usurpati da Partamaspate ma perì nel 129 durante il suo conflitto con Vologase III, che regnava sulla parte orientale dell'Impero partico; a Osroe I succedette nella parte occidentale dell'Impero Mitridate IV, il quale continuò la lotta contro Vologase III. 



 MARCO AURELIO (r. 161–180)

Fu Vologase IV a riunire l'Impero Partico, invadendo nel 161 l'Armenia e la Siria e riconquistando Edessa. L'Imperatore Marco Aurelio affidò al coimperatore Lucio Vero la difesa della Siria; dopo insuccessi iniziali i Romani riconquistarono i territori. Marco Stazio Prisco invase l'Armenia nel 163, ricollocando sul trono d'Armenia un re cliente di Roma, l'anno dopo Avidio Cassio conquistò Dura-Europos.

Nel 165 i Romani avanzarono verso il Golfo Persico distruggendo Seleucia e Ctesifonte, ma contrassero una malattia letale (vaiolo?) che in breve si propagò in tutto il mondo romano. I Romani conservarono comunque il possesso della città di Dura-Europos. 



SETTIMIO SEVERO (r. 193 - 211)

Settimio Severo  riprese le ostilità contro la Partia governata da Vologase V, facendo della Mesopotamia settentrionale una nuova provincia romana per cui ottenne il titolo di Parthicus maximus, con un Trionfo e un arco trionfale nel foro romano. Intraprese poi una nuova guerra contro i Parti in due campagne. 

La prima nel 195 con cui ricostituì la provincia di Mesopotamia ponendovi a presidio la legio I e la III Parthica. La seconda nel 197-198 dove saccheggiò nuovamente Ctesifonte meritando l'appellativo di Adiabenicus e Parthicus maximus, oltre a un nuovo arco di Trionfo.

Severo si ritirò verso la fine del 198, tentando invano di impadronirsi di Hatra, che aveva già resistito a Traiano. Intorno al 212, dopo l'ascesa al trono di Vologase VI, suo fratello Artabano IV si rivoltò contro di lui impadronendosi di gran parte dell'Impero. 



CARACALLA (r. 211–217)

Nel 215, l'Imperatore Caracalla attaccò i Parti: depose i re di Osroene e Armenia rendendole di nuovo province romane, e dichiarò guerra alla Partia per conquistare Arbil ad est del fiume Tigri. L'anno dopo invase la Media, devastando l'Adiabene fino ad Arbela e ingannando il sovrano dei Parti, Artabano IV.
Caracalla fu assassinato l'anno successivo lungo la strada per Carre dai suoi soldati, e, in seguito a ciò, i Parti sferrarono una vittoriosa controffensiva sconfiggendo i Romani nei pressi di Nisibi. 



MACRINO (r. 217–218)

Morto Caracalla, il prefetto del pretorio, Macrino, si fece proclamare imperatore e tornò ad Antiochia, dove incontrò il figlio Diadumeniano, che proclamò Cesare. Le battaglie continuarono in Mesopotamia, dove Artabano IV vinse l'esercito romano presso Nisibi e Macrino firmò una pace per cui i Romani dovevano pagare oltre 200 milioni di denarii più ulteriori doni. Ma l'Impero dei Parti, indebolito da una crisi interna e dalle guerre con Roma, era prossimo alla sostituzione con l'Impero sasanide.

Nel 224 un nobile persiano, di nome Ardashir I, capo locale iranico di Persis si ribellò e cominciò a sottomettere i territori circostanti del dominio arsacide. Poi Ardashir I scese in campo con Artabano IV e nel 224 lo sconfisse in battaglia presso Esfahan, e fondò l'Impero sasanide. 

La nuova dinastia dei Sasanidi, che si dice discendesse dagli Achemenidi, era impegnata in un'espansione imperialistica avversaria dei Romani. "Ardashir I fu il primo re persiano che attaccò il regno dei Parti e il primo a riuscire a riconquistare l'impero per i Persiani."
(Erodiano, Storia dell'impero dopo Marco Aurelio.)

I Sasanidi riconquistarono per breve periodo la Siria, parte dell'Anatolia, e l'Egitto ai danni dell'Impero romano d'Oriente sotto Cosroe II (r. 590 - 628), ma li ripersero nel 628 in seguito alla vittoriosa controffensiva di Eraclio. I Sasanidi, che si dicevano discendenti dei Persiani, rivendicavano l'impero degli Achemenidi, compresi i territori, ora romani, di Asia Minore e Vicino Oriente fino al mare Egeo.

Nel 633 l'Impero sasanide, stremato dalle continue guerre coi Romani, fu invaso dagli Arabi musulmani. La maggior parte del territorio sasanide venne annesso al Califfato islamico e nel 651, con la morte dell'ultimo sovrano sasanide, si concluse la conquista islamica della Persia.


BIBLIO

- Appiano di Alessandria - Guerre mitridatiche - Guerra civile I - 
- Erodiano - Storia dell'Impero romano - Libro VI - 
- Livio - Periochae - ab Urbe condita libri -
- Vegezio. Epitoma rei militaris - Libro III -
- M. Colledge - L’impero dei Parti – Newton Compton - Roma - 1979 -
- J. Wiesehöfer - La Persia antica – il Mulino - Bologna - 2003 -
- R. M. Sheldon - Le guerre di Roma contro i Parti, sangue e sabbia - Gorizia - LEG edizioni - 2019 -
- Yarshater, Ehsan - The Cambridge History of Iran - The Seleucid, Parthian and Sassanian periods - Cambridge University Press - 1983 - 


IULIA AVITA MAMEA


0 comment
IULIA MAMEA

Nome: Giulia Avita Mamea, Iulia Avita Mamaea
Nascita: Emesa, 180
Morte: Mogontiacum, 18 o 19 marzo 235
Padre: Giulio Avito
Madre: Giulia Mesa
Sorella: Giulia Soemia
Marito: Marco Giulio Gessio Marciano
Figlio: Alessandro Severo
Zia materna: imperatrice Giulia Domna moglie dell'imperatore Settimio Severo
Cugini materni: imperatori Caracalla e Geta
Nipote: Eliogabalo.

Mamea era nipote dell'imperatore Settimio Severo e sorella di Giulia Soemia. Figlia secondogenita di Giulia Mesa e di Giulio Avito, Il primo matrimonio di Mamea potrebbe essere stato quello con un ex console e, dopo la sua morte, le fu permesso di mantenere il grado senatoriale, anche quando in seguito, durante il regno di suo zio Settimio Severo (imperatore 193-211) sposò un equestre di nome Marcus Gessius Marciano, originario di Arca Caesarea in Siria (oggi Arqa in Libano) che nella sua carriera passò all'ordine equestre e divenne magistrato.

Come Mamea, Marciano era siriano (nato ad Arca) e il matrimonio potrebbe essere servito a rafforzare la base di potere di Severo nelle province orientali. Mamaea gli diede un figlio di nome Alessiano, che nacque probabilmente il 1 ottobre 208.

Nel 217 Caracalla, succeduto a Severo, venne assassinato; il nuovo imperatore fu Macrino, prefetto del pretorio di Caracalla. Come sua madre Julia Maesa e sua sorella Julia Soemias, Mamaea era in Siria e potrebbe aver avuto un ruolo durante la rivolta organizzata da Giulia Maesa che portò alla morte di Macrino e all'ascesa al potere del figlio di Soemia, Vario Avito Bassiano, che si era già guadagnato una certa fama come sacerdote del dio Elagabal di Emesa ed è, come imperatore, di solito chiamato Eliogabalo.



L'ASPETTO E IL CARATTERE

Aveva come le altre donne della famiglia un notevole naso aquilino prettamente orientale e la fronte piuttosto alta, incorniciata dalle bande ondulate dei capelli, che scoprono l'orecchio e si riuniscono in crocchia piatta sulla nuca. Il più bello tra i busti è quello dei Musei Vaticani.

La monetazione in suo onore la raffigura con la tipica pettinatura "a melone", con una treccia ripiegata in basso. A volte con un copricapo lunato. È raffigurata, intelligentemente, assieme alle figure di Giunone conservatrice, Venere felice, Vesta, Pudicizia, "Felicitas publica", volte a esaltare il suo ruolo ufficiale di nume tutelare del "ritorno all'ordine" dopo gli eccessi di Eliogabalo.

Mamea in effetti aveva una buona reputazione di modestia, prudenza e fedeltà alla dinastia per cui all'inizio fu ben accetta, e nella nuova politica di tolleranza religiosa, nel 218 Mamea concesse un incontro ad Antiochia al patriarca cristiano Origene. Ma non tardò a rivelarsi per la volontà di dominio e controllo che aveva, a cominciare dal figlio e siccome era a contatto con l'esercito questo cominciò ad avere l'impressione di essere comandato da una donna, inammissibile in famiglia, figuriamoci nell'esercito.

IULIA MAMEA

ELIOGABALO

Mamea diede a Marciano due figli, una bambina di nome Theoclia e un figlio di nome Marco Giulio Gessio Bassiano Alessiano, salito al trono col nome di Alessandro Severo, che nacquero e crebbero ad Arca Caesarea. Assistette in posizione protetta in quanto donna agli eventi che portarono alla morte dell'imperatore Caracalla, figlio di Severo, e all'ascesa al trono di Eliogabalo, nipote di Giulia Mesa.

Il suo regno durò dal 218 alla primavera del 222 e fu un drammatico fallimento. All'inizio il ragazzo-imperatore agì con moderazione, ma dopo la fine del 220 volle introdurre il culto del suo Dio, e iniziò un regno di terrore che durò circa un anno e mezzo. Nell'estate del 221 iniziò però un periodo di moderazione, quando le tre dame di Emesa riuscirono a convincere Eliogabalo che avrebbe dovuto adottare il figlio di Mamea, Alessiano, e farlo cesare.

Per celebrare questo, il giovane Cesare cambiò il suo nome in Severus Alexander - che lo collegava a Caracalla, famoso per la sua ammirazione per Alessandro Magno ed era popolare tra i soldati. Ma la moderazione non durò e nel dicembre 221 era ormai evidente che i soldati amavano Severo Alessandro e sua madre Mamea e odiavano Eliogabalo e Soemia.

La nonna Julia Maesa si schierò con il più giovane dei suoi due nipoti ma Mamaea si assicurò che Severus Alexander fosse costantemente sorvegliato. I due giovani furono entrambi console nel 222, ma l'imperatore aveva già tentato di uccidere il suo Cesare, finchè fra l'11 o il 12 marzo Eliogabalo e sua madre furono linciati dalla guardia pretoriana e il tredicenne Alessandro Severo fu proclamato imperatore.

Poiché Alessandro aveva all'epoca quattordici anni, la madre Mamea regnò nel nome del figlio, e Julia Maesa e Mamaea presero saldamente il comando. Il betile di Elagabal, l'oggetto principale di culto, fu rimandato a Emesa e Alessandro Severo si comportò da imperatore romano. Una squadra di sedici senatori e il prefetto del pretorio Ulpiano, giurista molto famoso, gli offrì consiglio e fece in modo che ricevesse una decente educazione romana.



CONSORS IMPERII

Il figlio decise di nominarla, una volta giunto alla maggiore età, "consors imperii" ("consorte dell'impero"), una qualifica che la rendeva "associata nel comando". La situazione probabilmente lo richiedeva, ma era un'innovazione non accettata da tutti.

Marco Aurelio aveva concesso la stessa posizione a Lucio Vero creando una specie di diarchia tra imperatori; ma Marco Aurelio era indiscutibilmente il più forte tra i due, e poi a nessuna donna era mai stata concessa una simile posizione che creava un dubbio di sottomissione. La novità creò malumori nell'esercito e nei gruppi più tradizionalisti, che accusarono di debolezza il giovane imperatore, visto come succube della madre.

ALESSANDRO SEVERO
 
MATER CASTRORUM

L'unica cosa non conforme era il ruolo di primo piano di Julia Mamaea che dopo la morte della madre Giulia Maesa, esercitò una vera influenza. Come Giulia Domna prima di lei, Mamea ricevette nel 224 il titolo di "Mater Castrorum" (madre degli accampamenti) e nel 226 di "Mater Senatus" (madre del Senato) e "Domina mundi" (Signora mondo) e nel 228 di "Mater patriae" (madre della patria).

Infatti Mamea, nella sua veste di co-reggente, accompagnò il figlio nelle campagne militari, ma di fatto era Mamea a controllare le decisioni del giovane imperatore. Nel frattempo, nell'impero dei Parti scoppiò una rivolta e nel 224 il ribelle persiano Pâpak detronizzò il re ma due anni dopo, il figlio e successore di Pâpak, Ardašir, prese Ctesifonte, la capitale dell'impero dei Parti decretando la fine della Partia e l'inizio dell'impero sasanide.

La guerra tra Roma e il rinnovato impero persiano era inevitabile e nel 231 Severo Alessandro si diresse verso est. Quando i negoziati fallirono, i romani invasero l'Iraq, dove Ardašir fu costretto a ritirarsi e lo status quo fu ripristinato nel 232.

Mentre Alessandro Severo, tornato a Roma, celebrava il suo trionfo persiano, la tribù germanica degli Alamanni, un tempo sconfitta da Caracalla, si era sollevata distruggendo i limes della Foresta Nera. Ancora una volta, Severus Alexander e Julia Mamaea procedettero al fronte e, ancora una volta, cercarono prima una soluzione diplomatica, il che significava riscattare i guerrieri tribali.

Ai legionari di Magonza, della XXII legione Prmigenia, e la legione italiana che li aveva accompagnati, la II Parthica, la cosa non piacque. Era un incentivo per la tribù germanica a continuare l' aggressione, e nessun compenso aggiuntivo per loro, perché senza battaglia.

Le truppe non lo tolleravano e a Mogontiacum (moderna Magonza), in Germania, alcune truppe si ribellarono e uccisero l'imperatore e la madre nella tenda imperiale il 21 marzo 235. Il nuovo imperatore fu Massimino, che pose fine alla guerra in modo più soddisfacente. Il Senato ha pronunciato una damnatio memoriae su Mamaea.

MONTE DEL GRANO


A Roma, nei Musei capitolini, si conserva il sarcofago marmoreo riferibile ad Alessandro Severo e alla madre, in origine posto nel grandioso mausoleo della famiglia imperiale, i cui resti sono oggi noti come Monte del Grano, locato nel Parco XVII Aprile 1944, nell'odierno quartiere Tuscolano.

Il riferimento al grano nel nome dell'edificio già legato ad una caratteristica del Quadraro, dedicato anticamente a quattro divinità protettrici del mondo agricolo. Una leggenda cattolica popolare vuole invece che fosse un monte di grano trasformato per punizione divina in terra, perché raccolto di domenica, giorno dedicato al riposo e al culto del Dio unico.


BIBLIO

- Henry Gardiner Adams - A Cyclopedia of Female Biography, Julia Mamea - editor, Kessinger Publishing - 2007 -
- V. Scrinari - Le donne dei Severi nella monetazione - in Bull. Com. - LXXV - 1956 -
- Kosmetatou, Elizabeth - The Public Image of Julia Mamaea - An Epigraphic and Numismatic Inquiry - in Latomus 61 - 2002 -
- Birley, Anthony Richard - Septimius Severus: the African emperor - 1999 -
- Rodolfo Lanciani - Roma pagana e cristiana: la trasformazione della città attraverso i secoli, dai templi alle chiese, dai mausolei alle tombe dei primi papi - Roma - Newton eCompton - 2004 -


GENS VIBIA


0 comment
GENS VIBIA - SEPOLCRO

La gens Vibia era una famiglia plebea che compare nella storia romana durante il periodo della II Guerra Punica, nessun membro di questa gens viene trovato a Roma fino all'ultimo secolo della Repubblica.
Il primo dei Vibii ad ottenere il consolato fu Gaio Vibio Pansa nel 43 a.c., e da allora fino al periodo imperiale i Vibii occuparono regolarmente gli uffici più alti dello stato romano.
Gli imperatori Treboniano Gallo e Volusiano rivendicarono ciascuno la propria discendenza dalla famiglia.



I NOMEN

Il nomen Vibius è un cognome patronimico, derivato dal praenomen Vibius, che doveva appartenere a un antenato della gens. Il nome è generalmente considerato un praenomen osco e si trova diffusamente in Campania, ma era usato anche nel Lazio e compare a Roma fin da un periodo molto precoce, essendo usato dai patrizi Sestii e occasionalmente dai membri di alcune famiglie plebee di spicco. La stessa gens vibonese era probabilmente osca.



I PRAENOMINA

I principali praenomina dei Vibii erano Gaio, Lucio e Quinto. Una famiglia di epoca imperiale utilizzava il praenomen Titus, mentre sono noti singoli esempi di Aulus e Sextus.



I COGNOMINA

I cognomina dei Vibii sotto la Repubblica erano Pansa e Varus, ciascuno dei quali compare sulle monete. Entrambi i cognomi derivano dalle caratteristiche fisiche delle persone a cui si applicavano originariamente; Pansa si traduce come "piede storto" (secondo altre versioni alluderebbe al culto del Dio Pan), mentre Varus è "ginocchio a terra" (derivato dal culto della Dea del Destino).



MEMBRI ILLUSTRI

- Vibius Accuaeus - originario di Accua, un villaggio dell'Apulia, guidò una coorte di soldati paeligni nell'esercito romano nel 212 a.c., durante la II guerra punica, e combatté con notevole coraggio. Non è certo se Vibius fosse il suo praenomen o il suo nomen. 

- Vibius Paciacus - o forse Pacianus, diede rifugio a Crasso, che si era rifugiato in Hispania per sfuggire alle proscrizioni di Marius e Cinna nell'86 a.c..

- Gaio Vibio Pansa - fu proscritto da Silla nell'82 a c., e forse per questo suo figlio fu sempre un fedele seguace di Cesare.

- Lucius Junius Vibius Paciacus - prestò servizio sotto Cesare nella guerra di Spagna, 45 a.c. e fu inviato da Cesare con sei coorti e alae di cavalleria per rafforzare Ulia. che fu assediato dal Cn. Pompeo. Paciacus, non è un nome romano. Orelli legge Paciaecus, che è preferibile; ma può forse essere Pacianus, o Pacciano, o Paciaso.

- Vibius - un uomo che assomigliava molto a Gneo Pompeo Magno e veniva spesso scambiato per il generale.

DENARIO DI VIBIO PANSA CON PAN E SILENO

- Gaio Vibio Pansa - padre adottivo del console Pansa Caetronianus.

- Lucio Vibio - un equo, capo dei pubblicani a Siracusa al tempo di Verre.

- Sesto Vibio - residente a Larinum, fu ucciso da Oppianicus.

- Vibius Cappadox - abitante di Larinum, che Aulus Cluentius Habitus fu accusato di aver avvelenato.
Pro Cluentio è un discorso dell'oratore romano Cicerone pronunciato in difesa di un uomo di nome Aulus Cluentius Habitus Minor, accusato nel 69 ac dalla madre Sassia di aver avvelenato il suo patrigno, Oppianico che Cluentius aveva perseguito con successo nel 74 ac per aver tentato di avvelenarlo, assicurando l'esilio di Oppianico. E che morì in disgrazia tre anni dopo. I delitti di Oppianico furono così enormi, che Cluentius non ebbe bisogno di corrompere i giudici
Nell'80 ac Oppianico si innamorò di Sassia, vedova di Aulo Cluentius Habitus il Vecchio, vittima delle proscrizioni sillane e la vedova Sassia si innamorò del genero Melino e costrinse la figlia a divorziare da lui per sposarlo. Oppianico organizzò l'omicidio di Melino in modo che Sassia potesse essere libera di sposarlo; non era incline, tuttavia, a essere una matrigna, quindi Oppianico uccise i suoi due figli più piccoli prima che lei accettasse il matrimonio.
Cicerone ebbe un tale successo che il giovane Cluentius fu assolto dalle accuse. Nel processo la reputazione del Sassia fu completamente distrutta.

- Vibius Curius - uno dei comandanti della cavalleria di Cesare all'inizio della guerra civile. Diversi generali di Pompeo passarono a Cesare e furono accettati da Curione. Probabilmente è lo stesso Vibio che diede a Cicerone i libri del poeta Alessandro Lychnus.

- Gaio Vibio Pansa Caetronianus - (tribuno della plebe del 51 ac., pretore del 48 ac., edile del 49 ac.,) console nel 43 a.c., guidò le forze romane contro i sostenitori di Marco Antonio nella battaglia di Forum Gallorum, dove ottenne la vittoria grazie all'assistenza del suo collega, Aulo Irzio. Pansa fu ferito mortalmente durante il combattimento e morì poco dopo.

- Gaio Vibio Postumus - console suffectus dalle Calende di luglio del 5 d.c. Nel 10 d.c. sedò la rivolta delle Dalmate, per la quale ricevette gli ornamenti trionfali. Fu governatore dell'Asia dal 12 al 15.

- Aulus Vibius Habitus - console suffectus dalle Calende di luglio dell'8 d.c.

- Manius Vibius Balbinus - governatore della Gallia Narbonensis dal 15 al 17 d.c..

- Gaio Vibio Rufo - console suffetto nel 16 d.c.

- Gaio Vibio Sereno - uno degli accusatori di Marco Scribonio Libo nel 16 d.c.. Era governatore della Hispania Ulterior nel 23, quando fu condannato ed esiliato nell'isola di Amorgus, nelle Cicladi, con l'accusa di vis publica, sommossa o rivolta, ma in realtà perché nemico di Sejanus. Fu richiamato l'anno successivo, dopo che il suo stesso figlio lo accusò di aver complottato contro Tiberio, ma fu poi riportato ad Amorgus.

- Gaio Vibio Marso - che Tacito chiama "vetustis honoribus studiisque illustris", fu senatore romano e console suffetto per la seconda metà dell'anno 17 con Lucius Voluseius Proculus come collega. Fu menzionato nell'anno 19 come possibile governatore della Siria, ma la carica andò a Gnaeus Sentius Saturninus. Il nome di "Gaius Vibius Marsus", proconsole, compare su diverse monete di Utica in Africa, coniate sotto Tiberio: deluso per la provincia della Siria, venne forse nominato in quella dell'Africa intorno al 20 d.c.. Venne mandato a convocare a Roma Gneo Calpurnio Pisone per sostenere il suo processo. Nel 26, nei dibattiti del Senato; e poco prima della morte di Tiberio nel 37 scampò alla propria morte, essendo accusato come complice della famigerata Albucilla. Nel 47 è governatore della Siria. 

- Gaio Vibio Sereno - accusò il padre esiliato di aver tramato contro Tiberio, insieme a Cecilio Cornuto, un ex pretore. Cornutus si tolse la vita prima del processo, ma l'anziano Serenus proclamò con veemenza la sua innocenza e sotto tortura i suoi schiavi lo sostennero. Il più giovane Sereno divenne un noto delatore, ma la sua accusa a Gaio Fonteius Capito non fu creduta.

- Vibius Fronto - comandante della cavalleria in Cilicia, catturò Vonones, il deposto re di Partia, durante la fuga di quest'ultimo in Armenia nel 19 d.c..

- Gaio Vibio Rufino - console suffectus nel 40 o 41 d.c. e governatore della Germania Superior dal 42 al 45 circa.

VIBIA SABINA

- Vibia - o Vibidia - moglie di Lucio Arruntio Camillo Scribonio, console nel 32 d.C., fu esiliata da Claudio nel 53 d.c., insieme al figlio Lucio Arruntio Furio Scribonio, con l'accusa di aver consultato astrologi per determinare la data della morte dell'imperatore.

- Lucio Vibio Secundus - probabilmente il fratello maggiore di Quinto Vibio Crispo.

- Quinto Vibio Crispo - poi Lucio Giunio Quinto Vibio Crispo, ricco oratore di notevole talento, fu console suffectus sotto Nerone nel 63 o 64 d.c., proconsole d'Africa nel 72 e 73, e console per la seconda volta nel 74 d.c., con il futuro imperatore Tito, dalle Idi di marzo alle Idi di maggio. Ottenne un terzo consolato sotto Domiziano, nell'82 o 83. Tacito suggerisce che ottenne la sua fortuna come delatore durante il regno di Nerone.

- Quinto Vibio Secundus - console suffectus dalle Calende di marzo alle Calende di maggio dell'86.

- Lucio Vibio Sabino - Lucius Vibius Sabinus, senatore romano e poi console suffectus nella seconda parte del I secolo, sposò Salonia Matidia, nipote di Traiano, e fu il padre dell'imperatrice Vibia Sabina, colei che sposò l'imperatore Adriano.

- Lucio Vibio Lentulo - segretario fiscale sotto Traiano, fu il primo equo di cui si abbia notizia a ricoprire questa carica, che in precedenza era affidata a liberti.

- Gaio Vibio Massimo - fu prefetto di un'ala di cavalleria delle truppe ausiliarie in Siria. Nel 93, sotto Domiziano , fu prefetto di una coorte, la III Alpinorum, in Dalmazia. Divenne poi governatore dell'Egitto dal 103 al 107 d.c..

- Vibia - moglie di Tito Sestio Cornelio Africano, console nel 112 d.c., e madre di Tito Sestio Lateranense, console nel 154.

- Tito Vibio Varo - console suffectus dalle Calende di settembre del 115 d.c..

- Vibia Sabina - figlia del console Lucio Vibio Sabino, divenne moglie di Adriano e imperatrice romana dal 117 d.c. alla sua morte, avvenuta nel 136 circa.

- Quinto Vibio Gallo - console nel 119 d.c.

- Tito Vibio Varo Laevillo - questore in Asia nel 132 d.c.

- Tito Vibio Varo - console nel 134 d.c.

- Tito Clodio Vibio Varo - console nel 160 d.c. fece carriera sotto Adriano, Antonino E Marco Aurelio

APOTEOSI DI VIBIA SABINA

- Vibia Aurelia Sabina - figlia di Marco Aurelio, sposò Lucio Antistio Burro, console dell'imperatore Commodo nel 181 d.c.. Burrus fu messo a morte per aver complottato contro Commodo nel 188.

- Vibia Perpetua - giovane madre, martirizzata cristiana a Cartagine nel 203, che lasciò un diario "Se ne andò sconfitto, lui (il padre che voleva abbandonasse la fede) e gli argomenti del diavolo". Poi Perpetua e altri cristiani furono portati in prigione nelle segrete. "O giorno amaro! Ero tormentata dalla preoccupazione per il mio bambino". La famiglia le portò il bambino e lei poté allattarlo. Ottenne il permesso di tenerlo con sé "Improvvisamente la prigione divenne una reggia per me, tanto che avrei preferito stare lì piuttosto che altrove".
Suo fratello le suggerì di chiedere a Dio una visione per sapere se sarebbe morta martire o sarebbe stata liberata. Le fu data una visione dove salì una scala che arrivava al cielo, calpestando la testa di un serpente e sottomettendolo nel nome di Cristo.  "E cominciammo a non avere più speranza in questo mondo".
Suo padre tornò "Abbi pietà di tuo padre. . non consegnarmi al disprezzo degli uomini. Pensa a tuo figlio, che non vivrà a lungo se tu muori. Rinuncia al tuo proposito, non distruggerci tutti".
"Questo disse baciandomi le mani e prostrandosi ai miei piedi". Fummo portati via per essere processati. Gli altri cristiani confessarono Cristo come Signore.  Quando il magistrato si avvicinò a Perpetua, arrivò il padre: "Compi il sacrificio, abbi pietà del bambino".
Invece Perpetua affermò la sua fede: "Sono cristiana". Allora Ilariano ordinò di gettare a terra il padre e di picchiarlo con una verga. Perpetua poteva fermare il processo sacrificando all'imperatore. Ma non volle rinnegare Cristo.
"Allora Ilariano ci condannò alle bestie; e noi scendemmo allegramente nella prigione". Chiese il bambino per dargli da mangiare, ma il padre rifiutò. Quello stesso giorno il bambino non aveva più bisogno di essere allattato.
Ebbe una visione del fratello pulito e riposato. "E mi svegliai. Allora capii che era stato tradotto dalle sue pene". Ebbe un'altra visione. Un brutto egiziano venne a combatterla. Le fu detto che se avesse vinto avrebbe ricevuto una ricompensa, sconfisse l'egiziano, ed entrò nella Porta della Vita. "Mi svegliai e capii che avrei dovuto combattere non con le bestie ma contro il diavolo; ma sapevo che la vittoria sarebbe stata mia".
Legate alle reti, Perpetua e la sua serva Felicitas furono esposte a una giovenca pazza, che le caricò e le scaraventò. Alla fine, tutti i cristiani affrontarono in silenzio e senza battere ciglio le spade delle guardie che venivano a finirli. 
L'episodio su Perpetua condivide la sua storia con i bambini dagli 8 anni in su, ispirandoli a confidare in Gesù e a preferire la "felicità eterna" alle ricompense terrene.

- Vibio, dei Brutti - andò con il fratello Paccio dal console Q. Fabio, nel 209, per chiedere il perdono ai Romani.

VIBIA SABINA

- Vibio Virrio di Capua - convinse i compatrioti a schierarsi dalla parte di Annibale dopo la battaglia di Canne nel 216. La famiglia si stabilì a Roma diverso tempo dopo tempo dopo (Grueber).
"Vibius Virrius, disse chet era giunto il tempo che i Campani recuperassero non solo il territorio sottrattogli ingiustamente dai Romani, ma che raggiungessero addirittura il dominio sull'Italia.
Essi avrebbero potuto firmare un trattato con Annibale ai loro termini, e quando la guerra fosse finita e Annibale dopo la sua conquista fosse tornato in Africa, la sovranità sull'Italia sarebbe spettata ai Campani.
"
Il popolo e la maggioranza del senato si prepararono alla rivolta; e gli stessi emissari che erano andati dal console Romano vennero mandati da Annibale (quindi anche Vibio Virrio).
Prima che la rivolta fosse iniziata, emissari furono mandati da Capua a Roma per chiedere come condizione per la loro assistenza che un console avrebbe dovuto essere un Campano e, tra l'indignazione che questa richiesta sollevò, si ordinò che gli emissari fossero cacciati dal Senato, e che un littore li conducesse fuori dall'Urbe con l'ordine che non restassero un solo giorno in territorio romano.
[Tito Livio, Ab Urbe Condita, XXIII, 6]
Così visti i Romani sconfitti a Canne, i Capuani cercano prima di trarre il massimo profitto dalla disgrazia dell'alleato chiedendo che uno dei loro massimi magistrati fosse Capuano, e quando ottengono una risposta negativa vanno a siglare l'alleanza con Annibale.

- Gaio Vibio Treboniano Gallo - già console e governatore della Moesia superiore, fu proclamato imperatore nel 251 d.c.. Fu ucciso nell'agosto del 253, mentre Emiliano marciava su Roma.

- Gaio Vibio Volusiano - figlio di Treboniano Gallo, fu proclamato imperatore al fianco del padre, dopo la morte di Ostiliano nel 251. Volusiano fu ucciso insieme al padre nel 253.

- Vibia Galla - figlia di Treboniano Gallo imperatore romano dal 251 al 253 e di Afinia Bebiana, e sorella di Gaio Vibio Afinio Gallo Veldumniano Volusiano.

- Vibius Passienus - secondo Trebellius Pollio, Vibius Passienus proconsole d'Africa e il generale del limes tripolitanus Fabio Pomponiano proclamarono imperatore nel 265, XII anno di regno di Gallieno, Tito Cornelio Celso, un ex tribuno militare, che viveva nella provincia d'Africa, uomo senza grandi tratti se non quello dell'onestà. La ribellione fu sedata e Celso ucciso in una settimana per mano di Galliena, cugina dell'imperatore, e il suo corpo dato in pasto ai cani.

- Vibius Sequester - autore di un trattato che nomina e descrive brevemente varie caratteristiche geografiche presenti nei poeti romani, tra cui fiumi, sorgenti, laghi, boschi, paludi e montagne. Potrebbe aver preso in prestito da Servio, il che lo collocherebbe nel V secolo. Il titolo dell'opera è Vibii Sequestris de fluminibus fontibus lacubus nemoribus paludibus montibus gentibus per litteras; ma forse Virbius Sequenter è uno pseudonimo attinto alla Pro Cluentio, 25, di Cicerone, oppure il Sequester è un'aggiunta fatta in ricordo del passo ciceroniano.

- Vibius - l'incisore di una calcografia in corniola raffigurante il leggendario guerriero spartano Othryades.


BIBLIO

- Cicero - In Verrem - Pro Cluentio - Pro Cluentio - Epistulae ad Atticum - Epistulae ad Familiares.
- Gaius Julius Caesar - Commentarii de Bello Civili. -
- Fasti Capitolini - AE 1927 -
- Fasti Ostienses - CIL XIV -
- Fasti Antiates - CIL X, 6639 -
- Fasti Potentini - AE 1949 -
- Gallivan - The Fasti for the Reign of Claudius -
- Gallivan - Reign of Nero - The Fasti for A.D. -
- Tacitus - Annales - Historiae - Dialogus de Oratoribus -
- Titus Livius - History of Rome -


BATTAGLIA DI CARRE


0 comment


LA PREMESSA 

La guerra in Partia fu il frutto di accordi politici reciprocamente vantaggiosi per Marco Licinio Crasso, Pompeo Magno e Giulio Cesare, il  Primo Triumvirato, per cui nel 56 a,c. si tennero incontri nella Gallia Cisalpina, per riaffermare l'alleanza per prolungare il comando gallico di Cesare e per ottenere nelle imminenti elezioni per il 55 a.c., un secondo consolato congiunto per Crasso e Pompeo. 

Sulle elezioni furono esercitate pressioni con denaro, clientelismo, amicizia e la forza di 1000 soldati portati dalla Gallia dal figlio di Crasso Publio. La legislazione approvata dal tribuno Trebonius (la Lex Trebonia) concedeva proconsolati estesi di cinque anni, pari a quello di Cesare in Gallia, ai due consoli uscenti. 

Le province spagnole sarebbero andate a Pompeo. Crasso ebbe la Siria per entrare in guerra con la Partia. Così la battaglia di Carrhae fu combattuta nel 53 a.c. tra la Repubblica Romana e l'Impero dei Parti vicino all'antica città di Carrhae (attuale Harran, Turchia). Un esercito di sette legioni di fanteria pesante romana al comando di Marco Licinio Crasso fu attirata nel deserto e definitivamente sconfitta da un esercito misto di cavalleria di catafratti pesanti e arcieri a cavallo leggeri guidati dal generale dei Parti Surena. 

La Legione non resse contro i cavalieri dei Parti altamente mobili, venne circondata, spossata dai continui attacchi e infine massacrata. Crasso fu ucciso insieme alla maggior parte del suo esercito. È una delle sconfitte più schiaccianti della storia romana. 

LICINIO CRASSO

MARCO LICINIO CRASSO 

Crasso, membro del Primo Triumvirato composto da Cesare e Pompeo, era stato scelto in quanto ricchissimo, in pratica l'uomo più ricco di Roma, per cui sopperiva ad ogni bisogno dei due, d'altra parte lui vagheggiava prospettive di gloria e di fama, invidiando l'adorazione che suscitavano gli altri due triunviri. 

Crasso aveva deciso di invadere la Partia pur non avendo il consenso ufficiale del Senato. Anzi rifiutò un'offerta del re armeno Artavasdes II che consentiva a Crasso di invadere la Partia attraverso l'Armenia. Invece Crasso fece marciare il suo esercito direttamente attraverso i deserti della Mesopotamia. Le sue forze si scontrarono con le truppe di Surena vicino a Carrhae. 

La cavalleria di Surena uccise o catturò la maggior parte dei soldati romani e Crasso stesso ne rimase stato ucciso. La sua morte pose fine al Primo Triumvirato, seguì un periodo di pace di quattro anni tra gli altri due membri del Triumvirato, Giulio Cesare e Pompeo. 

GUERRIERI PARTI

CONTRO LA GUERRA 

Nella Partia, nel 57 a.c. il re Fraate III era stato ucciso dai figli Orode II e Mitridate IV, che poi si combatterono per il trono. Orodes vinse e nominò suo fratello re della Media ma si ebbe un altro scontro che fece fuggire Mitridate da Aulo Gabinio, il proconsole romano di Siria che voleva sul trono Mitridate manovrato da Roma, ma poi abbandonò l'idea. Mitridate  invase Babilonia, ma venne affrontato dal comandante dei Parti Surena. 

Anche il successore di Gabinio, Crasso, cercò di allearsi con Mitridate e invase Osroene, lo stato cliente della Partia nel 54 a.c., ma perse tempo in attesa di rinforzi sulla riva sinistra del fiume Balikh mentre Surena sconfiggeva e giustiziava Mitridate. 

Orodes, marciò a nord per invadere l'alleato di Roma, l'Armenia, dove il re Artavasdes II passò dalla parte dei Parti. Alcuni romani si opposero alla guerra contro la Partia. Cicerone la chiamò guerra "nulla causa" (senza giustificazione) poichè la Partia aveva un trattato con Roma. Il tribuno Ateius Capito fece strenua opposizione e condusse un pubblico rituale di esecrazione mentre Crasso si preparava a partire. 



LA PARTENZA

Nonostante le proteste e i terribili presagi, Marco Crasso nel 55 a.c.. partì e Publio Crasso si unì a lui in Siria portando con sé i mille soldati di cavalleria celtica dalla Gallia. Crasso arrivò in Siria e con la sua immensa ricchezza radunò un esercito di sette legioni con 35.000 uomini di fanteria pesante, più 4.000 fanti leggeri e 4.000 cavalieri, e 6.000 cavalieri di Artavasdes, il re armeno, Crasso marciò sulla Partia. 

Artavasdes gli consigliò di intraprendere una rotta attraverso l'Armenia per evitare il deserto e gli offrì rinforzi di altri 10.000 cavalieri e 30.000 fanti. Crasso rifiutò l'offerta e decise di prendere la via diretta attraverso la Mesopotamia, Orodes II, divise il suo esercito e prese la maggior parte dei soldati, principalmente arcieri a piedi con una piccola quantità di cavalleria, mandò poi una forza di cavalleria sotto il comando di Surena, per scaramucce contro l'esercito di Crasso. 

La spedizione di Surena contava in totale diecimila uomini, supportata dai bagagli di mille cammelli. Crasso ricevette indicazioni dal capo Osroene Ariamnes, che però era al soldo dei Parti. Esortò Crasso ad attaccare immediatamente e affermò falsamente che i Parti erano deboli e disorganizzati. Quindi guidò l'esercito di Crasso nella parte più desolata del deserto, lontano dall'acqua.


Il comandante generale di Crasso, Cassio, volle che l'esercito fosse schierato con la fanteria al centro e la cavalleria sulle ali. All'inizio Crasso acconsentì, ma poi ridistribuì i suoi uomini a quadrato, ogni lato formato da dodici coorti. Le forze romane avanzarono e giunsero a un ruscello. I generali di Crasso consigliarono di accamparsi e di attaccare la mattina successiva per riposare, ma Publio convinse Crasso ad affrontare subito i Parti. Surena inviò  i suoi arcieri a cavallo a circondare la piazza romana. 

Crasso mandò i legionari protetti da scudi e armature, ma non potevano coprire l'intero corpo e le frecce spesso traversarono le coperture. I romani avanzarono per combattere da vicino, ma gli arcieri a cavallo tiravano e si ritiravano. I legionari formarono la testudo ma i catafratti dei Parti li caricarono continuamente, con pesanti perdite. 

Quando i romani tentarono di allentare la formazione per respingere i catafratti, questi si ritirarono rapidamente e gli arcieri a cavallo ripresero a sparare contro i legionari, ora più esposti. Crasso sperava che i Parti esaurissero le frecce ma Surena aveva migliaia di cammelli per rifornire gli arcieri, allora inviò suo figlio Publio con 1.300 cavalieri gallici, 500 arcieri e otto coorti di legionari per cacciare gli arcieri a cavallo che finsero di ritirarsi. 


Publio li inseguì, e i catafratti dei Parti li affrontarono mentre gli arcieri si voltarono attaccandoli di nuovo. Alla fine si ritirarono su una collina, dove Publio si suicidò mentre il resto dei suoi uomini furono massacrati, con solo 500 prigionieri. Crasso dovette vedere la testa di suo figlio su una lancia e la battaglia proseguì fino al tramonto. Crasso si ritirò a Carre lasciando 4000 feriti, uccisi dai Parti la mattina dopo. 

Quattro coorti romane si persero nell'oscurità, furono circondate dai Parti, e solo 20 romani riuscirono a fuggire. Il giorno successivo, Surena inviò un messaggio ai romani proponendo una tregua per consentirgli di tornare in in Siria in cambio della rinuncia di Roma a tutto il territorio a est dell'Eufrate. All'incontro, un Partico tirò le redini di Crasso  scatenando la violenza in cui vennero uccisi Crasso e i suoi generali. I restanti romani a Carre tentarono di fuggire, ma la maggior parte furono catturati o uccisi. 

Secondo Plutarco, le vittime romane furono circa 20.000 uccisi e 10.000 prigionieri, una delle sconfitte più costose della storia romana. Le vittime dei Parti furono minime. Roma fu umiliata da questa sconfitta, tanto più che i Parti avevano catturato diverse aquile legionarie. 

IL GENERALE SURENA

Orodes II, con il resto dell'esercito dei Parti, sconfisse gli armeni e conquistò il loro paese. Ma il prestigio di Surena ingelosì il re dei Parti, che lo fece assassinare. Dopo la morte di Surena, lo stesso Orodes II prese il comando dell'esercito dei Parti e condusse una campagna militare senza successo in Siria. 

Gaio Cassio Longino, un questore sotto Crasso, guidò circa 10.000 soldati sopravvissuti dal campo di battaglia in Siria, dove governò come procuratore per due anni, difendendo la Siria dagli ulteriori attacchi di Orode II. Ha ricevuto lodi da Cicerone per la sua vittoria. Ma Cassio ebbe un ruolo chiave nella cospirazione per assassinare Giulio Cesare nel 44 a.c. che invece stava pianificando una guerra contro i Parti. 

"La straordinaria vittoria di Surena ebbe enormi conseguenze. Fermò l'espansione romana, restituì la Mesopotamia ai Parti e consolidò l'Eufrate come confine tra le due potenze. Metteva la Persia su un piano di parità con Roma, rendendole rivali politiche per i successivi sette secoli" 

CIPPO CON VENI VIDI VICI - ZILE IN TURCHIA

E fu un peccato, perchè Cesare era l'unico in grado di vincere i Parti, come già aveva vinto il figlio di Mitridate, Farnace II del Ponto a Zela il 2 agosto del 47 a.c.:

«Subito marciò contro di lui con tre legioni e dopo una gran battaglia presso Zela lo fece fuggire dal Ponto e distrusse totalmente il suo esercito. Nell'annunziare a Roma la straordinaria rapidità di questa spedizione, scrisse al suo amico Marzio tre sole parole: «Venni, vidi, vinsi».»

(Plutarco, Vite Parallele: Alessandro e Cesare, BUR. Milano, 2004. Trad.: D. Magnino)

Se l'oriente fosse stato romanizzato sarebbe diventato più civile, più rispettoso verso i suoi sudditi, e meno crudele verso chiunque.
 

BIBLIO

 - Marcus Crassus and the Late Roman Republic by A.M. Ward - University of Missouri Press - 1977 - 
- Chisholm, Hugh, ed. - Mithradates Encyclopædia Britannica - Vol. 18 - Cambridge University Press - 1911 -
- Erich S. Gruen - M. Licinius Crassus: A Review Article - American Journal of Ancient History - 1977 -
- Rawson - Crassorum funera - 
- Plutarch - Life of Crassus -
- Sampson, Gareth - The Defeat of Rome in the East: Crassus, the Parthians, and the Disastrous battle of Carrhae, 53 BC - Philadelphia: Casemate - 2008 -
- Sheldon, Rose Mary - Rome's Wars in Parthia - London - 2010 -
- Vallentine Mitchell, A.D.H. Bivar - The Campaign of Carrhae - The Cambridge History of Iran - Cambridge University Press - 1983 -



 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero - Info - Privacy e Cookies