ALESSANDRO SEVERO - ALEXANDER SEVERUS





Nome completo: Marcus Bassianus Alexianus (alla nascita)
- Marcus Aurelius Alexander (all'adozione)
- Marcus Aurelius Severus Alexander Augustus (da Imperatore)
Nascita: Arca Caesarea, 1º ottobre 208
Morte: Mogontiacum, Germania 18/19 marzo 235 (26 anni)
Predecessore: Eliogabalo
Successore: Massimino Trace
Coniuge: Sallustia Orbiana
Dinastia: Severi
Padre: Marco Giulio Gessio Marciano
Madre: Giulia Mamea
Regno: 222-235 d.c.



LA NASCITA

Bassiano Alessiano, chiamato poi Alessandro Severo, nacque nel 208 ad Arca Caesarea, in Fenicia. Suo padre era Marco Giulio Gessio Marciano, funzionario equestre con il ripetuto incarico di Procuratore imperiale, sua madre Giulia Avita Mamea, al secondo matrimonio. Aveva una sorella e forse un fratello (Marco Giulio Gessio Bassiano).

Nei ritratti appare con corta capigliatura e cortissima barba, come usava al tempo tra i soldati. Il volto ha un ovale regolare, la fronte bassa, il naso greco e il mento appuntito. Secondo il suo biografo Lampidio, egli si riteneva una reincarnazione di Alessandro Magno e adorava tra i suoi Dei domestici, accanto ai Lari, Abramo, Orfeo, Alessandro e Gesù Cristo.

Alessandro fu l'ultimo degli imperatori "siriani".



IL REGNO

« In moltissime città restano grandi opere pubbliche dovute a Settimio Severo. Particolarmente importante, a dimostrazione del suo senso civico, è il fatto che restaurò tutti gli edifici che erano a Roma pericolanti... senza aggiungere il nome in nessuno di essi, e conservando ovunque le iscrizioni relative ai primi costruttori. Alla sua morte lasciò scorte di grano corrispondenti alle imposte complessive di sette anni... e quanto all'olio riserve tali da soddisfare per cinque anni non solo le esigenze di Roma, ma anche quelle di tutta l'Italia... Si racconta che le sue ultime parole furono: «Ho ricevuto uno Stato in preda ovunque al disordine, lo lascio pacificato... lascio ai miei figli un impero stabile se sapranno essere virtuosi, vacillante se saranno malvagi». 
(Historia Augusta, Severo, 23, 1-3.)

Salvato nel campo dei Pretoriani fu, alla morte di Eliogabalo, acclamato e portato in Senato, che fu ben felice di accordargli la Tribunizia e il Proconsolato, nonchè il titolo di Pater patriae (Padre della Patria) perchè il titolo di Imperator glielo aveva già dato Eliogabalo.

Rifiutò con grazia il titolo di Antonino proclamandosene indegno e pure quello di Grande (Magno) offertogli dal Senato, che lo avrebbe paragonato ad Alessandro il Macedone.

Era un ragazzo semplice, cordiale e di buoni intenti, ma a causa della giovanissima età, fu guidato dalla madre, donna saggia e virtuosa ma pure possessiva, che lo circondò di saggi consiglieri: il giurista Ulpiano, lo storico Cassio Dione, un comitato di sedici senatori ed un consiglio municipale di quattordici Prefetti urbani che amministravano i distretti di Roma.

Nel 225 Alessandro sposò Sallustia Orbiana, che però a causa della gelosia della madre esiliò in Libia insieme al padre, che infine fece uccidere. Così di nuovo tornò sotto la tutela materna.



I PROVVEDIMENTI
  • Abolì il culto di Eliogabalo, facendo riportare statue e reliquie nei rispettivi templi.
  • Epurò la corte da favoriti, attori, saltimbanchi e musici, donandoli o vendendoli come schiavi.
  • In Senato e nell'esercito fece valere il merito, cacciando i corrotti e gli inetti e proponendo gli uomini più validi.
  • Fece migliorare lo standard del conio.
  • Per evitare lo strozzinaggio, furono istituite agenzie di prestito a basso interesse, del 4%.
  • Incoraggiò la letteratura, le arti e le scienze.
  • Alleggerì le tasse.
  • Aumentò l'assegnazione di terre ai soldati.
  • Acquistò grano a proprie spese, donandolo al popolo per ben cinque volte.
  • Decretò fosse reintrodotta la legge che proibiva la presenza contemporanea di ambo i sessi nelle terme, abrogata da Eliogabalo.


LE OPERE
  • Fece restaurare e rinominare le terme di Nerone, che presero il nome di Terme alessandrine nel 227.
  • Per alimentarle, fece costruire l'acquedotto Alessandrino, e le recintò con un bosco piantato al posto di costruzioni da lui acquistate e fatte demolire.
  • Decretò delle tasse per curarne la manutenzione, adibì alcuni boschi a fornire il legname per il loro funzionamento e le rifornì di olio da illuminazione.
  • Fece restaurare le terme di Caracalla, cui aggiunse un portico.
  • Arricchì il Foro di Traiano con statue di uomini illustri.
  • Arricchì il Foro di Nerva con statue di imperatori divinizzati.
  • Provvide alla manutenzione del tempio di Iside e Serapide, del Teatro di Marcello, del Circo Massimo e dello Stadio di Domiziano.
  • Restaurò il Colosseo, colpito da un fulmine durante il regno di Macrino, finanziando i lavori con le tasse su procuratori, prostitute e catamiti (prostituti).
  • A Dougga, in Tunisia, è conservato un arco di trionfo eretto in suo onore.


LA RELIGIONE

Secondo la Historia Augusta, Alessandro pregava tutte le mattine Lari e Penati, e le statue di alcuni imperatori divinizzati e di grandi personaggi, come Apollonio di Tiana, Alessandro il Grande, Cristo, Abramo e Orfeo. Insomma una religione aperta e un po' raffazzonata. In effetti gli imperatori romani davano molta libertà alla nuova religione di volta in volta; e alcuni di loro, mossi da una sorta di sincretismo religioso, cercarono perfino di allearlo con il culto ufficiale dell'impero e di mettere Cristo e Giove sui gradini dello stesso larario.

Gli imperatori romani davano molta libertà alla nuova religione di volta in volta; e alcuni di loro, mossi da una sorta di sincretismo religioso, cercarono perfino di allearlo con il culto ufficiale dell'impero e di mettere Cristo e Giove sui gradini dello stesso larario.
Alessandro Severo, il migliore dei governanti romani, diede piena libertà alla Chiesa; e una volta, avendo i cristiani preso possesso di un luogo pubblico sul quale i popinarii, o osterari, rivendicavano diritti, Alessandro diede un giudizio in favore del primo, dicendo che era preferibile che il luogo servisse per il culto divino, piuttosto che per la vendita di bevande.
Lampridio, parlando dei sentimenti religiosi di Alessandro Severo, afferma: "Era determinato a innalzare un tempio a Cristo e ad annoverarlo tra gli Dei, un progetto attribuito anche ad Adriano. Non vi è dubbio che Adriano ordinò che i templi venissero costruiti ogni città a un Dio sconosciuto, e poiché non hanno una statua, noi li chiamiamo ancora templi di Adriano, si dice che li abbia preparati per Cristo, ma che sia stato scoraggiato dal portare a compimento il suo piano con la considerazione che i templi del vecchi Dei sarebbero diventati deserti, e tutta la popolazione sarebbe diventata cristiana, omnes Christianos futuros ."
(Rodolfo Lanciani)

Ebbe molto rispetto per ogni tipo di religione e di sacerdoti, fossero pontefici, auguri o i custodi dei Libri sibillini (un collegio di cui anche l'imperatore faceva parte), accettando su di esse e su altre qualsiasi tipo di discussione. Ogni sette giorni rendeva omaggio al tempio di Giove Capitolino e visitava frequentemente anche gli altri templi.

"Alessandro Severo essendo ancora privato nel tempo che l'imperator Eliogabalo non lo amava molto ricevette per risposta nel tempio di Preneste quel passo di Virgilio nel sesto dell Eneide - Si qua fata aspera rumpas tu Marcellus eris - Se tu puoi superare i destini contrari sarai Marcello"
(G.J. MONCHABLON Professore nella Università di Parigi - 1832)

Restituì agli ebrei gli antichi privilegi, e tolse la persecuzione ai cristiani. Secondo l'Historia avrebbe voluto dedicare un tempio anche a Cristo, ma desistette quando gli auguri gli dissero che tutti si sarebbero convertiti al cristianesimo e gli altri templi sarebbero stati chiusi.

Ma questo fu scritto dagli storiografi cristiani, perchè invece occorse una promulgazione imperiale e un'abolizione forzata delle altre religioni, nonché persecuzioni ai pagani, per far accettare in seguito quella cristiana.
Fece suo il principio «Quod tibi fieri non vis, alteri ne feceris» (ciò che non vuoi sia fatto a te, non farlo ad altri); facendolo incidere sul suo palazzo e in altri luoghi pubblici.


ANNALI D'ITALIA

"Camminava con felicità il governo di Roma per inclinazione al bene e all'opere virtuose, che seco portava il giovane imperador Alessandro, e per la saviezza e vigilanza de' suoi, ministri e consiglieri, principalmente di Domizio Ulpiano, celebratissimo giurisconsulto, creato poscia da lui prefetto del pretorio. Non lasciavano Giulia Mesa sua avola, e Giulia Mamea sua madre, ambedue decorate del titolo di Auguste, di vegliare alla buona condotta e preservazion dai vizi di esso lor nipote e figliuolo, studiandosi sopra tutto di tener lontani gli adulatori, gran peste delle corti, e chiunque potea guastar il cuore del ben educato principe.

E pur con tutta la loro attenzione s' introdussero presso di lui alcune persone di questa mala razza, le quali, colle lor persuasioni e cabale cotanto gli screditarono come un giogo intollerabile la dipendenza sua da que' consiglieri, che l'indussero a non più ascoltarli. Ma durò poco questo suo sviamento, perchè conosciuta la lor malizia, li cacciò, e feceli anche gastigar dal senato secondo il merito loro con attaccarsi più di prima a coloro che poteano farlo regnare con giustizia ed onore.

Ancorché fosse di buon' ora ispirato ad Alessandro l'abborrimento alla disonestà e servissero a lui di un vivo specchio della deformità di questo vizio gli eccessi di suo cugino Elagabalo e tuttoché egli in fatti vivesse sempre in orrore i delitti contra la castità, talmente che la storia non fa giammai menzione, ch'egli trasgredisse le leggi prescritte in ciò dagli stessi Gentili: pure avrebbe potuto il bollore della gioventù tirarlo fuor di cammino. Per questo gli fu data in moglie una dama della primaria nobiltà di Roma, a cui prese affetto, e rendeva ogni conveniente onore, con favorire assaissimo nel medesimo tempo il suocero suo. Erodiano  non ne lasciò a noi il nome, né sappiamo il tempo in cui egli si ammogliò per la prima volta, e né pur le seguenti.

Ma che Mammea sua madre, che dopo la morte di Giuria Mesa  mancata di vecchiaia, voleva essere l'arbitra del figliuolo non soffrì lungo tempo che la nuora si fosse impossessata cotanto del cuore del figliuolo e godesse al pari di lei il titolo di Augusta e però cominciò a maltrattarla sì duramente, e seco il di lei padre che questi, benché amato non poco da Alessandro, si ritirò un dì nel quartier de' soldati, dicendo di render grazie all' imperadore dei benefizi a lui compartiti, ma senza voler più comparire alla corte; e qui sfogò la sua collera contro di Mamea, divolgando tutte le ingiurie a lui fatte, e alla figliuola.

Tal fu dipoi la prepotenza di Mammea, che fece ammazzar lui e relegare in Africa l'infelice nuora. Se questo è vero, non è dà credere che Mammea fosse cristiana, come ebbero pensato alcuni perchè ella veramente ebbe del latte cristiano, ed ascoltò Origene come attesta Eusebio. Ma potrebbe essere, che Erodiano non sapesse tutte le particolarità e i motivi di quel fatto. Lampridio certamente scrive coll'autorità di Desippo istorico, che Marziano suocero d' Alessandro gli tese delle insidie per ammazzarlo; ma che scoperto il fatto costui fu ucciso, e scacciata la moglie augusta. Aggiunge altrove il medesimo Lampridio, che un Ovinio Camillo senatore d' antica famiglia tramò una ribellione, e se n'ebbero le pruove. Il buon imperadore, invece di punirlo, il fece chiamar a palazzo, lodò il suo zelo pel pubblico bene, e poi nel senato il dichiarò partecipe dell'imperio, cioè gli diede il nome di Cesare, e gli ornamenti imperiali.

Avea detto prima lo storico stesso, che al suddetto Marziano suocero fu dato il titolo di Cesare. Quel Camillo dipoi nella spedizione di Alessandro contro i Barbari rinunziò, e gli fu permesso di ritirarsi in villa, dove lungo tempo visse; ma non fu fatto uccidere dall' imperadore, perchè era uomo militare, ed amato assai dai soldati. Truovasi del bujo in questi fatti ma v' è tanto barlume, che basta a far dubitare che giusto motivo non mancasse a Mammea di atterrare il suocero del figliuolo e la nuora ancora; caso che anch'essa fosse stata partecipe della fellonia del padre.

Oltre di che lo stesso Lampridio scrive che un tal avvenimento vien da alcuni riferito a' tempi di Trajano. Che Alessandro sposasse Memmia figliuola di Sulpizio stato console, l'abbiamo dal suddetto Lampridio. Forse questa fu la seconda sua moglie. Truovasi anche nelle medaglie  una Sallustia 'Barhla Orhlana Augusta ed hanno inclinato alcuni letterati a crederla moglie del medesimo Akssandro imperadore » Ma ritrovandosi in quelle medaglie CONCORDIA AVGVSTORVM, parole significanti l'esistenza allora di più d'un Augusto, a me non sembra verisimile la loro opinione.

Sempre più andavano riconoscendo i Romani la felicità propria nell'essere loro toccato un sì buono imperadore, qual fu Severo Alessandro. Ed era tale principalmente, perchè s' erano ben radicati nel cuore di lui i principj della religione; virtù di cui se sono scarsi, e peggio se mancanti i rettori de' popoli, troppo facile è, per non dir certo, che la lor vita abbonderà d' iniquità e di azioni malfatte.

Falsa, non v' ha dubbio, era quella religione che non conosceva il vero Dio, e adorava insensati dii e creature, o demonj. Tuttavia non può negarsi che questo principe, quantunquc nato ed allevato nell'idolatria, non avesse in se dei lodevoli principj, perchè amava, temeva ed onorava per quanto poteva la divinità, e tutto ciò che si credeva allora che avesse qualche cosa di Dio. Appena era egli levato che nel tempio del palazzo andava a rendere il culto ai suoi dii, con de' sagrifizj. Quivi teneva le statue d'essi, e dell' anime credute sante dai ciechi Gentili, come Orfeo, Alessandro il Grande, Apollonio Tianeo.

Quel che più merita la nostra attenzione, si è che vi conservava anche la statua di Gesù Cristo e come altre l'adorava. Può ben credersi che Maramea Augusta sua madre la quale avea imparato a conoscere in Siria la santità della religion cristiana, ma senza mai abbandonare la falsità dell'antica, ne avesse inspirato del rispetto ed amore anche al figliuolo. Per questo venerava egli Cristo, ed anche Abramo. Anzi siccome attesta Lampridio scrittore pagano, egli meditava d'alzare un tempio al medesimo Cristo, e di farlo ricevere per Dio ma gli si opposero i zelanti del Paganesimo, con dire d' aver consultato intorno a ciò gli oracoli, e riportato per risposta che se ciò si facesse, tutti abbraccerebbero il Cristianesimo, e converrebbe chiudere ogni altro tempio.

Mai più non disse il demonio, padre della bugia, una verità più luminosa di questa. Avea ancora Alessandro sovente in bocca quella insigne massima, imparata più probabilmente da' Cristiani, che dai Giudei: Non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te stesso. E questa fece anche scrivere nel palazzo cesareo e in varie fabbriche pubbliche a lettere maiuscole. Avendo anche i Cristiani occupato un luogo pubblico, per farvi una chiesa e pretendendolo gli osti di lor ragione; con suo rescritto dichiarò l'imperadore, essere meglio che Dio ivi in qualunque maniera s'adorasse che se ne servissero gli osti: segno che già in Roma si fabbricavano e si tolleravano templi al vero Dio.

Di qui poi venne, e eh' egli lasciò in pace i Cristiani, e sotto di lui crebbe molto di Fedeli la Chiesa. Quei che morirono martiri in questi tempi, furono vittime de' malvagi governatori delle provincie che senza saputa e permissione del principe non lasciavano di trovar pretesti per uccidere gli odiati Cristiani. Sempre ancora professò l'Augusto Alessandro a sua madre Mammea un rispetto singolare, anzi tale che passò all' eccesso. Se crediamo ad Erodiano questo solo difetto gli si potè opporre, cioè che troppo amava la madre, sino ad ubbidirla suo malgrado in cose che non trovava ben fatte. Perciò potente era ella nel governo, e fu al pari di Giulia di Severo intitolata Madre delle Armate, del Senato e della Patria.

Certo non mancò essa giammai di dar de' buoni avvertimenti al figlino lo fu nulladimeno tacciata di avidità della roba altrui il che andava ella scusando presso il figliuolo, con dirgli che accumulava quell'oro per di lui servigio, affinchè avesse di che regalare ì soldati.  Ma accumulandone talvolta per vie illecite  ed empiendone i proprj scrigni, sene lagnava poi Alessandro, senza, potervi nondimeno rimediare tanta era la riverenza che professava a chi gli avea data la vita. Onesti poi erano i divertimenti suoi. Amava la musica, si dilettava della geometria. dipingeva assai bene, sonava varj strumenti, cantava ancora con bella voce e con garbo, ma solamente in camera sua e nella privata conversazion degli amici.

Talvolta a cavallo, talora a piè facea delle buone passeggiate; gli piaceva anche la caccia e la pesca. Una delle cure di sua madrc fu sempre quella di tenerlo occupato e lontano dall' ozio. Ne pregiudicavano punto i divertimenti suoi al pubblico governo. Gli erano portati gli affari, smaltiti prima dai saggi suoi consiglieri, ed era facile lo sbrigarli. Ma quando occorrevano cose di molta importanza e premura, vi assisteva levandosi anche prima del sole, e stava nel Consiglio le ore intere senza mai annoiarsi, o stancarsi.

Impiegava anche talvolta il tempo, che gli restava dopo gli affari, in leggere libri, essendogli spezialmente piaciuti in greco quel di Piatone della Reppubblica e in latino quei di Cicerone degli Ufizj o sia dei Doveri, e della Repubblica. Dilettavasi ancora di leggere degli oratori e dei poeti, e massimamente le poesie d' Orazio e di Sereno Sammonico da lui conosciuto ed amato. Ma sopra 1'altre letture era a lui cara quella della vita d'Alessandro il macedone, per istudiarsi d'imitarlo dove potea condannando nondimeno in lui l'ubbriachezza e la crudeltà verso gli amici.

Dopo la lettura esercitava il corpo in tirar di spada, in lotte discrete, in giuochi che esigevano del moto: tutte maniere proprie per conservar la sanità. Andava anche secondo l'uso d'allora al bagno, dopo il quale faceva un po' di colazione, differendo talvolta il prendere cibo dipoi sino alla cena.

Nulladimeno l' ordinario suo stile era di pranzare e ne' pranzi suoi non compariva ne sordidezza, ne lusso, ma bensì un bell'ordine, cibi semplici, piatti ben puliti, e quel che occorreva per satollare, e non per aggravare lo stomaco. Solamente nei dì di festa si accresceva alla tavola un papero, e nelle maggiori solennità tutto il grande sfarzo era la giunta di uno o due fagiani e di due polli, Non volle oro mai nella sua mensa, e tutto il suo vasellamento d'argento consisteva in dugento libbre. Occorrendone di più nelle occasioni, se ne facea prestar dagli amici.

Se solo si cibava teneva un libro a tavola, e leggeva, se pur non facea leggere. Ma più spesso voleva seco a pranzo degli uomini dotti, e particolarmente Ulpiano, dicendo che più gli faceano prò i ragionamenti loro erudii che le vivande. Allorché dovea far de' pubblici banchetti, anche da questi volea bandito lo sfoggio, portandosi solamente i piatti consueti, ma aumentati a proporzione de' convitati.

Per altro non gli piacea quella gran turba, perchè dicea di parergli di mangiar nel teatro o nel circo. Costumarono alcuni Augusti, ed era anche in uso presso i grandi, di aver commedianti o buffoni intorno alle lor tavole per divertirsi. L' innocente suo trastullo era di veder combattimenti di pernici e d' altri piccioli animaletti. Una sola, per altro innocente particolarità di lui parve strana, cioè ch'egli sommamente si dilettò d'aver nel suo palazzo varie uccelliere di fagiani, paoni, galline, anitre e pernici, e specialmente di colombi, dicendosi che ne nudrisse fin ventimila.

Dopo le applicazioni si ricreava in veder questi volatili ed affinchè non gli fosse attribuito a scialacquamento, tenea che uova, coi polli, e coi piccioni cavavano tanto da far le spese. Ma qui non è finito il ritratto di questo buon imperadore. Il resto lo riserbo all' anno seguente, giacché il pacifico e felice stato dell' imperio romano in que' tempi non somministra avvenimento alcuno. Tutti i fasti e varie leggi ci danno Marcello console in questa anno. S'egli avesse portato il cognome di Quintiliano e non Marcello, Quintiliano l'avrebbono appellato gli antichi.

Miriamo ora  Augusto Alessandro nella vita civile. Mirabil cosa fu il vedere, come egli odiasse il fasto, e quasi dimentico del sublime suo grado, amasse di uguagliarsi ai suoi cittadini . Spesso andava a' pubblici bagni a lavarsi, dove concorreva anche il resto del popolo; e nel suo palazzo si faceva servire unicamente dai suoi servi. A chiunque dimandava udienza, e a chi de' nobili di buona fama veniva per salutarlo era sempre la porta aperta né voleva egli che s'inginocchiassero davanti a lui, come dianzi esigeva il vanissimo Elagabalo, ma che gli facessero quello stesso saluto che si usava co' senatori, chiamandolo pel proprio nome, e senza né pur chinare il capo. Il fare altrimenti, veniva da lui interpretato per adulazione, e metteva in burla chi faceva troppi complimenti o eccedeva in ossequio.

Talvolta ancora licenziò in collera taluno di questi falsi ardori. Per la stessa ragione non potea soffrire, e teneva per una pazzia coll' esempio di Pescennio Negro, l'ascoltar poeti, od oratori , che facessero il di lui panegirico.
Volentieri bensì porgea le orecchie a coloro che contavano i fatti degli uomini illustri e sopra tutto d'Alessandro il macedone, de' buoni imperadori, e de' famosi romani. Vietò il dare a lui il titolo di Signore ed ordinò che si scrivesse alla sua persona come si faceva ai particolari, colla giunta del solo nome d' Imperadore cioè come già si stilava ne' tempi di Cicerone. Fece pubblicare che non entrasse a salutarlo, chi sapeva di non essere innocente.
Specialmente ciò era detto per gli ministri, e nobili ladri. La maniera di trattar co' suoi amici era di molta familiarità e franchezza, pregandoli sempre di sedere presso di se: il che indispensabilmente praticava coi senatori."

(Annali d'Italia)

LE GUERRE

Campagna sasanide (230-233)

Nel 224 in Oriente Artabano IV fu cacciato da Ardashir I che fondò la dinastia sasanide nel regno dei Parti. I Sasanidi rivendicarono allora l'impero degli Achemenidi, con i territori romani dell'Asia Minore e del Vicino Oriente.

Della campagna sasanide di Alessandro Severo esistono due racconti contrastanti: quello di Erodiano, che descrive gli errori dell'imperatore nella guerra però con la pace e il ripristino delle terre; quella della Historia Augusta dove si racconta la grandiosa vittoria di Alessandro.

Per Erodiano Alessandro fece un infiammante discorso alle truppe schierate, poi distribuì doni in denaro e si recò al Senato per fare un discorso simile onde preparare tutti alla guerra.
Il giorno della partenza, nel 231, Alessandro lasciò Roma piangendo, e con lui piansero Senatori e Popolo, a lui affezionati.

Passato per l'Illirico, dove raccolse altre truppe, raggiunse Antiochia con un'ulteriore offerta di pace ad Ardashir, che per tutta risposta invitò Alessandro ad abbandonare le terre fino al Bosforo; Alessandro arrestò i quattrocento inviati sasanidi e li mandò a coltivare terre in Frigia, senza però ucciderli.

Alessandro decise di far passare il Tigri e l'Eufrate all'esercito, ma si trovò ad affrontare ammutinamenti delle truppe e persino la proclamazione di un usurpatore, Taurino; riuscì a sedarli ma decise di tenere con sé solo le truppe più affidabili.

Al dunque fu però indeciso nell'attaccare e questo lo portò alla disfatta. I soldati, minati da malattie per l'ambiente malsano e la scarsità di provviste, accusarono l'imperatore di aver causato la distruzione dell'esercito.

Alessandro ordinò allora che i due gruppi superstiti di truppe si recassero a svernare ad Antiochia: ma nel viaggio a causa della temperatura rigida molti soldati morirono. Però Ardashir, anch'egli con numerose perdite, aveva sciolto l'esercito per la pausa invernale, mentre gli Alemanni avevano passato Reno e Danubio e stavano saccheggiando campi e città in forze.

Per l'Historia Augusta Alessandro avrebbe sconfitto Ardashir prendendo parte personalmente alla battaglia. Comandando il fianco destro romano, obbligò i nemici alla rotta pur possedendo l'esercito partico settecento elefanti e mille e ottocento carri falcati, oltre a migliaia di cavalieri. Tornato ad Antiochia, Alessandro avrebbe diviso tutto il bottino tra i soldati.
Per il trionfo di Alessandro a Roma: secondo Erodiano l'imperatore si affrettò a fermare la minaccia germanica, per l'Historia Augusta avrebbe invece celebrato a Roma il trionfo sui persiani con donativi al popolo e giochi.


Campagna germanica (234-235)

Secondo Erodiano, Alessandro saputo che gli Alemanni avevano saccheggiato le province romane dell'Illirico, mettendo in pericolo anche l'Italia, voleva muover guerra. Questa notizia causò malcontento nell'esercito, soprattutto nelle truppe illiriche prelevate per la campagna contro i Parti indebolendo le difese di confine.

Alessandro si mosse rapidamente dalla frontiera orientale all'Illirico con gran parte dell'esercito, senza passare da Roma. Decise però di non rischiare una guerra e di corrompere i barbari e ottenere una pace incruenta (235). Queste trattative inasprirono i soldati, sia perchè la pace non sarebbe durata, sia per la mancanza di bottino.



LA MORTE

Gli ammutinamenti divennero frequenti ed in uno di questi venne ucciso il Prefetto dei pretoriani Domizio Ulpiano; un altro provocò il ritiro dello storico Cassio Dione dal suo comando.
Alessandro fu ucciso nel 235 a Mogontiacum insieme alla madre, in un ammutinamento probabilmente capeggiato da Massimino Trace, un generale della Tracia, che ad ogni modo si assicurò il trono.

Secondo Erodiano i soldati decisero di rovesciare Alessandro, considerato troppo debole, e di sostituirlo con Massimino, dotato di maggiori capacità militari. Dopo aver acclamato Massimino imperatore, si recarono presso l'accampamento di Alessandro.

Alessandro spaventato promise ai propri uomini di fare quel che volevano in cambio della protezione, ma i soldati rifiutarono. Abbandonato dalle truppe, Alessandro si ritirò presso la propria tenda, con la madre Giulia Mamea, aspettando l'arrivo degli uomini di Massimino che li uccisero entrambi.

La Historia Augusta, invece, racconta che dopo numerosi cattivi presagi, Alessandro fu ucciso per aver sorpreso un soldato germanico della scorta nella sua tenda: il soldato, temendo di essere punito, avrebbe riunito i compagni e ucciso l'imperatore e la madre.

Con la caduta dell'ultimo dei Severi, molte raffigurazioni di Alessandro e di sua madre furono distrutte, in onore del nuovo imperatore. Nel 238, con la morte di Massimino Trace e l'ascesa al trono di Gordiano III, Alessandro fu divinizzato e, per l'ultima volta, fu costituito un collegio di sodales in suo onore. Così, in molte iscrizioni il suo nome fu ripristinato.
Alessandro fu inumato in un sarcofago, ora ai Musei Capitolini, assieme alla madre, e posto in un mausoleo, oggi noto come Monte del Grano, a Roma.




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