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LUCIO CINCIO ALIMENTO - L. CINCIUS ALIMENTUS


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Nome: Lucius Cincius Alimentus
Nascita: II secolo
Morte: III secolo
Professione: Storico e giurista romano 


Lucius Cincius Alimentus, vissuto agli inizi del III secolo a.c. fu un celebrato annalista romano, nonchè giurista e ufficiale provinciale. Viene ricordato soprattutto come uno dei fondatori della storiografia romana, anche se purtroppo i suoi Annales sono andati perduti e si conoscono solo attraverso i frammenti del suo lavoro riportati da altri autori.

L. Cincius Alimentus faceva parte della gens plebea Cincia e servì come pretore in Sicilia nel 209 o 210 a.c., come comandante di due legioni. In qualità di senatore romano, la sua più importante legislazione fu quella della "Legge Cincia", che sancì l'accettazione di un pagamento in cambio di servizi legali, insomma i giudici e gli avvocati si pagavano.

Alimentus venne catturato in una delle sue battaglie durante la II Guerra Punica e passò anni come prigioniero del generale cartaginese Annibale, il quale, secondo il successivo racconto di Alimento, confidò al Romano i dettagli della sua traversata delle Alpi.

Cincio è attestato per l'ultima volta come inviato nel 208 a.c. Lo studioso Bruce W. Frier, professore universitario di Classici e Legislatura Roma, nota che nessuno degli inviati fu più sentito nei documenti scritti e sostiene che la legazione potrebbe essere stata catturata mentre si trovava a Bruttium, per cui il rilascio di Alimentus risulterebbe così dal trattato di pace dopo Zama.

T.P. Wiseman ritiene probabile che Cincio abbia scritto "una guida simile a Pausania alle antichità del Campidoglio (se non dell'intera città)", comprendente una raccolta di iscrizioni antiche, e ne fa anche un giurista con l'opera "De officio iurisconsulti".



LE OPERE

L. Cincius Alimentus scrisse principalmente in greco. e i suoi Annals furono scritti non più tardi del 202 a.c..

PASSAGGIO DELLE ALPI DI ANNIBALE

ANNALS

Il suo maggior lavoro furoni gli Annals, in latino Annales, o Storia Romana, seguendo Q. Fabius Pictor nella traduzione degli annali del pontifex maximus e di altre fonti romane per presentare una narrazione greca in prosa, anno per anno, della storia romana. L'opera è andata perduta, ma è stata lodata da Dionisio di Alicarnasso e Polibio, ed è stata spesso citata da Festo.

Lo storico danese Barthold Georg Niebuhr, uno dei maggiori storici dell'antica Roma, ha elogiato anche la metodologia di Alimentus, descrivendolo come un investigatore critico dell'antichità che ha gettato luce sulla storia del suo paese attraverso ricerche tra i suoi monumenti antichi. In particolare, Alimentus ha un resoconto molto meno trionfale delle prime relazioni tra i romani e i primi latini rispetto alla maggior parte degli storici.

Uno dei frammenti superstiti di Alimentus fa risalire la fondazione di Roma al IV anno della XII Olimpiade (729/728 a.c.). Per spiegare la discrepanza tra questa e la solita data del 753,  Niebuhr ipotizzò che gli storici romani potessero aver posseduto una documentazione che poneva la fondazione 132 anni prima del regno di Tarquinio il Vecchio, che riformò il calendario romano. 

Alimentus potrebbe aver convertito quei primi 132 anni di dieci mesi in 110 anni di dodici mesi prima di calcolare la sua data, sebbene l'antico calendario romano avesse arrotondato i suoi anni con un periodo invernale di lunghezza variabile.



ALTRE OPERE

Sembra che dei suoi Annali facessero parte il racconto del suo stato di prigioniero di Annibale nella II Guerra Punica e la biografia del grande filosofo siceliota Gorgia che, a differenza di alcuni filosofi successivi come Platone, riconosce l'importanza dell'arte.
Infatti Gorgia sostiene che se esistesse l'essere, l'arte sarebbe solo una sua imitazione imperfetta, ma siccome l'essere non esiste, l'artista è un creatore di mondi. Quindi l'artista è colui che riesce ad ingannare gli spettatori facendoli partecipi delle proprie opere, mentre lo spettatore più "saggio" è colui che sa farsi ingannare.

Altre opere a lui attribuite:

- De Officio Iurisconsulti (Sull'ufficio del giureconsulto), contenente almeno due libri;

- De Verbis Priscis (un libro sull'etimologia);

- De Consulum Potestate (un libro Sul potere dei consoli);

- De Comitiis (un libro Sulle Assemblee);

- De Fastis (un libro Sulle feste), la paternità del libro è stata attribuita a lui come a Lucio Cincio;

- Mystagogicon (un libro sull'iniziazione ai misteri);

- De Re Militari (un lungo lavoro Sulle questioni militari) che abbraccia diversi libri. Nell'ultimo, è noto per aver discusso dei prelievi militari e delle "leggi feziali" (ius fetiale) come i riti religiosi coinvolti nella dichiarazione di guerra.

Alcuni di questi titoli sono stati attribuiti all'antiquario Cincius che presumibilmente scrisse durante il regno di Augusto, circa 200 anni dopo. Alcuni studiosi propongono che entrambe le figure fossero in realtà un'unica persona confusa dagli scrittori successivi.


BIBLIO

- Aulus Gellius - Noctes Atticae - XVI -
- Graves, John Thomas - "Alimentus, L. Cincius" - In William Smith (ed.) - Dictionary of Greek and Roman - 1877 -
- Smith, William, ed. - Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology - 1870 -
- J.G.F. Powell - "Dialogues and Treatises," in A Companion to Latin Literature - edited by Stephen Harrison - Blackwell - 2005 -
- C. Barbagallo - Il problema delle origini di Roma da Vico a noi - Milano - 1926 -
- Conte, Gian Biagio - Latin Literature - Baltimore: Johns Hopkins University Press - 1999 -
- Frier, Bruce W. - Libri Annales Pontificum Maximorum: The Origins of the Annalistic Tradition - University of Michigan Press - 1999 -


L. ANNEO SENECA IL VECCHIO - SENECA SENIOR


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Nome: Lucio Anneo Seneca, detto il Vecchio, oppure il Retore, Lucius Aenneus Seneca Senior
Nascita: Corduba 54 a.c. circa
Morte: Roma 39 d.c. circa
Professione: scrittore, retore e storico romano
Famiglia: plebea ma agiata famiglia equestre di origine italica
Moglie: Elvia, sposata il 10 a.c.
Figli: 
- Marco Anneo Novato, che fu governatore dell'Acaia,
- Lucio Anneo Seneca detto il giovane, famoso filosofo e scrittore
- Marco Anneo Mela, padre del poeta Lucano



LE ORIGINI

Giunse a Roma giovanissimo nel 43 a.c. per praticare i suoi studi, e subito predilesse gli studî retorici, sebbene non esercitò mai la professione di oratore. Finiti gli studi tornò a Cordova per poi tornare a Roma e restarci per il resto della sua vita, frequentando celebri oratori e dedicandosi a un'opera storica, ora perduta, sulla storia romana dalla fine delle guerre civili ai suoi tempi (almeno fino alla morte di Tiberio).

Nelle scuole di retorica conobbe Marco Porcio Latro, con il quale ebbe stretti rapporti di amicizia per tutta la vita. Il suo oratore preferito era Cicerone, disapprovando così la tendenza alle trovate sceniche e all'esagerata emotività dell'oratoria tipica del suo tempo.



LO SCRITTORE

Fu tra i maggiori intellettuali dell’epoca augustea: storico e appassionato di retorica, la sua fama si deve alla (parziale) sopravvivenza dell’ "Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores", comprendente sette Suasoriae e dieci libri di Controversiae.

Negli ultimi anni scrisse un'opera sulla retorica del suo tempo, "Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores", composta di due parti: una raccolta, in dieci libri, di argomenti e brani di orazioni, soprattutto sulle cause civili, con prefazioni a ogni libro, intitolata "Controversiae" (mancanti i libri III, VI e VIII), e un'altra, in un libro di declamationes d'argomento storico o mitologico, "Suasoriae" (manca l'inizio), dove giudica Cicerone il più grande oratore romano. 

Nonostante il soprannome retore non insegnò mai retorica, ma la sua opera fu la raccolta degli insegnamenti ricevuti in gioventù, per trasmettere le sue memorie e conoscenze ai figli onde aiutarli ad "addestrarsi al foro e alle magistrature".

Morì intorno al 39 d.c., quasi centenario.
SENECA

LE OPERE

Historiae ab initio bellorum civilium

Seneca il Vecchio fu anche autore di un'opera storica scomparsa, le "Historiae ab initio bellorum civilium". Nel maggio del 2018, esaminando e ricomponendo dei frammenti carbonizzati di un antico papiro (conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli) la filologa Valeria Piano ebbe la grande sorpresa di riconoscere l'opera di Seneca il vecchio ritenuta perduta per sempre.

L'opera narra la storia di Roma dall'inizio delle guerre civili al periodo della sua morte e che fu pubblicata da suo figlio, con un'introduzione in cui parla del padre e dell'opera dove, come specifica Lattanzio, la storia dell'Urbe era scandita da una metafora biologica, che univa le fasi della storia romana alle fasi della vita di Seneca secondo un sistema ripreso poi da Floro nella sua Epitoma:

« Seneca divise, non senza profitto, le epoche della città romana. Egli ha affermato che in un primo momento la sua infanzia fu sotto il re Romolo, dal quale Roma nacque e, per così dire, fu educata; allora la sua infanzia sotto gli altri re fu cresciuta e modellata con più numerosi sistemi di istruzione e delle istituzioni; ma alla fine, nel regno di Tarquinio, quando ormai era cresciuta come si deve, non sopportava la schiavitù; e, dopo aver gettato via il giogo di una tirannia altezzosa, ha preferito obbedire alle leggi, piuttosto che ai re; e quando la sua gioventù è terminata entro la fine della guerra punica, poi a lungo con forza ha confermato che aveva cominciato ad essere virile. 

Infatti, quando Cartagine è stata spazzata via, dopo esser stata a lungo la sua rivale al potere, stese le mani per terra e per mare su tutto il mondo, fino a quando, dopo aver sottomesso tutti i re e le nazioni, quando i materiali per la guerra ora mancavano, abusò della sua forza, con la quale essa stessa si distrusse. Questa è stata la sua prima età, quando, lacerata da guerre civili e oppressa dal male intestino, di nuovo ricadde nel governo di un unico sovrano, per così dire girando ad una seconda infanzia. » 

(Lattanzio, Divinae Institutiones, VII 15 - trad. A. D'Andria)


Oratorum et rhetorum sententiae, divisiones, colores

L'unica opera di Seneca il Vecchio a noi pervenuta, almeno in parte, si intitolava Oratorum et rhetorum sententiae, divisiones, colores, cioè "Le tesi sostenute nelle opere degli oratori e dei retori, la distribuzione della materia, il colorito e lo stile dell'esposizione".
Divisa in dieci libri di "Controversiæ" e un libro di "Suasoriæ": a noi sono giunte le Controversiæ, sette delle Suasoriæ ed alcuni estratti degli altri scritti.

Trattasi di lezioni pratiche di eloquenza e di retorica che ci fanno capire egregiamente la formazione culturale dell'epoca, analizzata nelle prefazioni premesse a ogni libro, in cui si discutono le caratteristiche dei vari retori, che spesso Seneca aveva conosciuto di persona. La tripartizione sententiae, divisiones e colores del titolo rispecchia lo schema seguito dall'autore che prima riporta le sententiae più importanti dai più illustri declamatori; nella divisio, Seneca spiega il criterio logico-argomentativo dei vari declamatori; infine vengono i colores, ovvero i modi con cui l'oratore prova a "colorire" i fatti.

Nell'opera l'autore osserva la decadenza della retorica che sia Quintiliano che Tacito attribuiscono al cambiamento da Repubblica a Principato, ma che Quintiliano attribuirà proprio a Seneca figlio. Così
la retorica, con l’avvento del principato, era diventato ormai solo materia di spettacolo visto che non si poteva più attaccare il potere.

Le sententiae, frasi ad effetto miranti alla massima concentrazione espressiva, ornate da figure di parola e di suono, per stupire e suscitare emozioni, rimanda allo stile asiano, uno stile ricco di concetti e figure
retoriche che, a discapito di quello atticista, si affermerà nel I d.c., fortemente criticato da Quintiliano, che gli contrappone lo stile di Cicerone, fluido e scorrevole.

SENECA

Suasoriae e Controversiae

La suasoria apparteneva al genere deliberativo, e consisteva nella simulazione di un’orazione che avesse l’obiettivo di convincere (suadere) un personaggio famoso della storia o del mito a fare o desistere da un’azione. La controversia, invece, era del genere giudiziario, con la riproduzione fedele di un dibattimento, da posizioni opposte, di una causa, sulla base del diritto romano o greco.

Seneca il Vecchio riportò dunque nell’ "Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores esempi di suasoriae e controversiae"  i ricordi della scuola di retorica, a cui Seneca il Vecchio resterà sempre legato, pur non avendo mai esercitato il mestiere di oratore.


Le Historiae ab initio bellorum civilium

Seneca il Vecchio scrisse anche le "Historiae ab initio bellorum civilium", cioè “Storie dall’inizio delle guerre civili” dove l'intento era quello di indagare le cause della fine della Repubblica e del passaggio al Principato attraverso lo studio delle guerre civili.

Lattanzio riporta che Seneca analizzò la storia di Roma come fosse la storia della vita di un corpo, scandagliandone giovinezza, maturità e decadenza. ma Seneca non associava l’inizio delle guerre civili al periodo di Mario e Silla, bensì faceva risalire la crisi repubblicana all’epoca graccana, ccon la seditio Gracchana, per l’autore, il primo germe della decadenza della Repubblica.

ASINIO POLLIONE

ASINIO POLLIONE

Sembra che Seneca il Vecchio rifiutasse la vulgata “ufficiale” delle opere storiche (i Commentarii) di Augusto e Cesare, e adottò come fonte le Historiae di Asinio Pollione, già rimproverato da Orazio per aver scritto troppo liberamente. Ma mentre l’amico Asinio Pollione pubblicò comunque l’opera (oggi scomparsa), Seneca il Vecchio temette la censura augustea, e quindi lasciò incompleta l’opera.

Fu il figlio a pubblicare le Historiae, probabilmente nei primi anni del principato di Claudio, non senza conseguenze. Quest’atto quasi “ideologico”, infatti, contribuì a scatenare le ire dell’imperatore, già ostile nei confronti di Seneca e intento a spazzare via gli ultimi rimasugli di repubblicanesimo.


LE HISTORIE RITROVATE

Le "Historiae" ab initio bellorum civilium, ritenute ormai perdute, sono state invece ritrovate in un papiro ercolanese, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dove sono stati riconosciuti il nome di Seneca il Vecchio e il suo contenuto.


BIBLIO

- Seneca - Ad Helviam matrem -
- Seneca il vecchio - la storia ritrovata: decrittati i preziosi papiri ercolanesi, su ilmattino.it. - 2018 -
- Divinae Institutiones - E. Pianezzola - Spunti per un'analisi del racconto nel "thema" delle Controversiae di Seneca il Vecchio - in "Materiali e Contributi per la Storia della Narrativa greco-latina", n. 3 - 1981 -
E. Migliario - Luoghi retorici e realtà sociale nell'opera di Seneca il Vecchio - in "Athenaeum", n. 77 (1989 -


PUBLIO CORNELIO TACITO - P. CORNELIUS TACITUS


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CORNELIO TACITO

" Sono in dubbio se credere che le vicende umane siano mosse dal destino e da una necessità immutabile o dal caso "
(Tacito. Annales VI 22)

Nome: Publius Cornelius Tacitus
Nascita: Gallia Narborense 55 d. c.
Morte: tra il 117 e il 120
Padre: Cornelio Tacito, procuratore della Gallia Belgica e della Germania.
Moglie: Giulia Agricola
Gens: Cornelia
Professione: storico, oratore, avvocato, pretore nell'88, senatore, console suffetto nel 97, proconsolato 112 - 113 in Asia


«La rivoluzione a Roma si realizzò in due tempi: nel primo fu repentina, nell’altro lenta. Il primo atto distrusse la repubblica nel corso della guerra civile, il secondo la libertà e l’aristocrazia negli anni di pace. Sallustio è il prodotto della prima epoca, Tacito dell’altra.»
(Ronald Syme, Tacito, vol. II, Brescia, Paideia, 1971, p. 718)

Publio Cornelio Tacito fu il più grande esponente storiografico della letteratura latina, talvolta indicato come Gaio Cornelio Tacito. Nacque attorno al 55 d.c. o fra il 46 e il 58, secondo altre fonti) nella Gallia Narbonense (oppure, ma meno attendibile, nella Gallia Cisalpina).

Il prenome di Tacito è tuttora incerto: in alcune lettere di Sidonio Apollinare e in alcuni vecchi scritti di poca rilevanza letteraria lo storico è nominato con Gaius, ma nel manoscritto principale della tradizione, con Publius. Questi finora sono riconosciuti come i due praenomina più avvalorati. L'ipotesi di un prenome Sextus non risulta avvalorata.

Le poche informazioni sulla vita ci derivano:
- dalle sue opere, 
- dalle lettere del suo amico e sincero ammiratore Plinio il Giovane, 
- da un’iscrizione trovata a Mylasa, in Caria (nell’attuale area costiera egea della Turchia), 
- da altre deduzioni di storici del passato. 
Molti particolari della sua vita restano sconosciuti.

TACITO

LA NASCITA

L'insufficienza di informazioni impedisce di individuare esattamente l'anno e il luogo di nascita dello scrittore. Sembra sia nato attorno al 55 nella Gallia Narbonense. Il luogo d'origine è deducibile anche dalla simpatia occasionale per i barbari che fecero resistenza contro la lex romana (Annales II, 9), nonostante la possibile origine spagnola del Fabius Iustus al quale Tacito dedica il Dialogus suggerisca un legame con la Spagna e la sua amicizia con Plinio indichi l'Italia del Nord come terra natale.
 
Ma sul luogo di nascita c'è anche una tradizione tarda che, rifacendosi a un passo dell'Historia Augusta relativo alla vita dell'imperatore romano, Marco Claudio Tacito (275 - 276), attribuisce i natali dello storico alla città di Terni.



LA FAMIGLIA

Sembra fosse un aristocratico della gens romana patrizia Cornelia, ma non ve ne sono prove. Non v'è infatti alcun documento storico che attesti l'esistenza di un Cornelius chiamato Tacito. Il forte legame d’amicizia tra Plinio il Giovane e Tacito ha fatto supporre agli storici un’equivalente estrazione sociale: ceto equestre, ricchezza e provenienza provinciale.

L'ipotesi, largamente accettata, per la quale lo scrittore latino sarebbe nato da una famiglia di rango equestre oppure senatorio può essere comprovata anche dal disprezzo per gli arrampicatori sociali su cui insiste Tacito.

Ma la sua posizione sociale di rilievo fu dovuta soprattutto alla benevolenza degli imperatori Flavii. Suo padre si ritiene possa essere stato il Cornelio Tacito procuratore della Gallia Belgica e della Germania. Tacito stesso affermò che molti senatori e cavalieri discendevano da liberti, ma l'ipotesi che ne discendesse anche lui non ha trovato nessun supporto.

Sappiamo dalle fonti che Tacito studiò retorica a Roma, come preparazione alla carriera nella magistratura e nella politica e, come Plinio, potrebbe avere studiato sotto Quintiliano e sappiamo che amasse molto cacciare. Nel 77 d.c. contrasse matrimonio con Giulia Agricola, la figlia tredicenne (sic!) del potente generale Gneo Giulio Agricola, il quale era allora al comando di una legione operante in Bitinia. Tacito partecipò con l'incarico di tribuno militare, concessogli da Vespasiano attorno al 77.



CURSUN HONORUM

- Nel 77 d.c. partecipò alla legione di Agricola come tribuno militare, concessogli dall’Imperatore Vespasiano, come riferisce nelle Historiae. Ricoprì funzioni pubbliche nelle province all'incirca dall'89 al 93, forse a capo di una legione, forse in ambito civile, come si può intuire dal fatto che non fu presente alla morte del suocero,- Sotto Tito entrò nella vita politica, nell’81 o 82 d.c., con la carica di Questore.

- Divenne Pretore nell’88 ed entrò a far parte dei Quindecemviri Sacris Faciundis, un collegio sacerdotale che custodiva i Libri Sibillini e i Giochi Secolari.

- Divenne avvocato e oratore, sempre legato al suocero Agricola. Sopravvisse al regime di terrore instaurato da Domiziano (93-96), lasciando in lui una cupa amarezza, forse anche per la vergogna della propria complicità, 

Scrisse di Agricola: "La sua morte prematura gli regalò il grande conforto di sfuggire a quel tempo estremo in cui Domiziano distrusse la Repubblica, non più con qualche intervallo e pausa, ma senza soluzione di continuità e quasi con un unico colpo.… Poi successe che con le nostre mani cacciassimo in carcere Elvidio, e successe anche che dovessimo provare vergogna alla vista di Maurico e di Rustico e davanti al sangue innocente di Senecione. Nerone aveva almeno distolto gli occhi ai delitti li aveva comandati, senza poi godere dello spettacolo: sotto Domiziano, invece, la maggior sofferenza consisteva nel vedere e nell’essere veduti." 

Nel 97, durante il principato di Nerva, rivestì la carica di Console suffetto, il primo della sua famiglia a ricoprire tale carica e raggiunse i vertici della sua fama di oratore nel pronunciare il discorso funebre per il famoso soldato Virginio Rufo. 

Nel 98 scrisse e pubblicò l’Agricola (De Vita Iulii Agricolae), dedicata alla vita del suocero Gneo Giulio Agricola e alle sue imprese militari in Britannia, e in Germania. 

GLIULIO AGRICOLA

RITIRO A VITA PRIVATA 

Dopo la pubblicazione dell’Agricola e della Germania Tacito sparì per un certo periodo dalla scena pubblica, facendovi ritorno durante il regno di Traiano. Nell’anno 100, con il suo amico Plinio il giovane, perseguì per corruzione il governatore dell’Africa Mario Prisco, che, riconosciuto colpevole, subì l’esilio. Plinio scrisse alcuni giorni dopo che Tacito aveva parlato «con tutta la maestosità che caratterizza il suo usuale stile oratorio».

Seguì una nuova e più lunga assenza dalla politica e dalla magistratura, durante la quale Tacito scrisse le sue due opere più importanti: le Storie e gli Annali. "Le Storie" (Historiae), prima grande opera storiografica che tratta la storia di Roma dall’anno dei quattro Imperatori (69) fino all’assassinio di Domiziano (96), e gli "Annali" (Ab excessu Divi Augusti libri), seconda grande opera storiografica che tratta la storia di Roma dalla morte di Augusto (14) alla morte di Nerone (68). 

A Tacito è anche attribuito, seppur con qualche dubbio, anche il "Dialogo sugli oratori" (Dialogus de oratoribus), opera di datazione incerta (probabilmente scritto attorno al 100-101) sulle cause della decadenza dell’arte oratoria, individuate nel diverso tipo di educazione rispetto al passato, nel mutato insegnamento retorico e principalmente nelle condizioni politiche del sistema imperiale, che impediva ormai la libertà di parola. 



GOVERNATORE

In seguito, divenne governatore della provincia romana dell’Asia, nell’Anatolia occidentale, fra il 112 e il 113, come provato da un’iscrizione rinvenuta dagli archeologi a Milasa. Non vi sono notizie certe sull’esatta data e sulle circostanze della sua morte, che alcune fonti collocano tra il 117 e il 120, o attorno al 125. 

Un frammento della sua lapide sepolcrale, oggi conservato presso il Museo Epigrafico di Roma, non reca alcuna datazione. Non sappiamo neanche se abbia avuto dei figli, anche se l’Imperatore Marco Claudio Tacito, al potere dal Novembre del 275 al Giugno del 276, si dichiarò suo discendente.

"Germanico si rese conto che la battaglia da vicino era impari e quindi distanziò un poco le legioni, e dette ordine ai frombolieri e ai lanciatori di pietre di scagliare i proiettili e gettare lo scompiglio nelle schiere nemiche. Dalle macchine di guerra furono lanciati giavellotti e i difensori dell’argine quanto più erano in vista da tante più ferite erano sbalzati giù. 

Occupato il terrapieno, Cesare per il primo con le coorti pretorie si lanciò verso le foreste; qui lo scontro fu corpo a corpo. Il nemico era chiuso alle spalle dalla palude, i Romani dal fiume e dai monti: sia gli uni sia gli altri dovevano combattere sul luogo, senza altra speranza che il valore, altro scampo che vincere. 

Non era inferiore l’animo dei Germani, ma si trovavano in condizione d’inferiorità per il genere del combattimento e delle armi: stretti in così gran numero in luoghi angusti, non riuscivano né a protendere né a ritirare le loro lunghissime aste, né a valersi della propria agilità e rapidità, ma erano costretti a combattere sul posto; i nostri, al contrario, con lo scudo aderente al petto e la mano stretta all’impugnatura della spada, trafiggevano le membra imponenti dei barbari e i loro volti scoperti e si aprivano il passo massacrando i nemici, mentre Arminio ormai dopo tante prove senza sosta non aveva più lo stesso ardore o forse lo indeboliva la recente ferita.
 

Mentre a Inguiomero, che sembrava volasse lungo tutta la schiera, mancava la fortuna più che il valore. E Germanico per farsi riconoscere meglio s’era tolto l’elmo dal capo e pregava i suoi di insistere nel massacro: non c’era bisogno di prigionieri, solo lo sterminio di quel popolo avrebbe messo fine alla guerra. Solo al calar della sera ritirò dal combattimento una legione affinché allestisse l’accampamento; tutte le altre fino a notte si saziarono del sangue nemico. I cavalieri combatterono con esito incerto. 

Nell’allocuzione, Cesare espresse i suoi elogi ai vincitori; poi, eresse un trofeo d’armi con una iscrizione superba: «Debellati i popoli tra il Reno e l’Elba, l’esercito di Tiberio Cesare ha consacrato questo monumento a Giove, a Marte e ad Augusto». 

(TACITO, ANNALI, II, 20-22) 


LA MORTE 

 Un passaggio negli annali indica il 116 come il terminus post quem della sua morte, che può essere posto più tardi nel 125 e non sono pochi gli storici che pongono la data della morte durante il regno di Adriano 


LE OPERE

DE ORIGINE ET SITU GERMANORUM

La Germania (De origine et situ Germanorum), è una monografia del 98 d.c. sull'origine, i costumi, le istituzioni, le pratiche religiose e il territorio delle popolazioni germaniche poste fra il Reno e il Danubio.  Sembra che Tacito abbia attinto dai perduti Bella Germaniae di Plinio il Vecchio, il De Bello Gallico di Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, e le opere di autori come Diodoro Siculo, Posidonio e Aufidio Basso.

Il libro inizia con la descrizione delle terre, delle leggi e dei costumi delle tribù dei popoli barbari, a partire dai confinanti con il limes imperiale fino a quelle ai più estremi confini settentrionali, sul mar Baltico, con una descrizione dei primitivi e selvaggi Fenni e di sconosciute tribù al di là di essi.

L’opera è divisa in due parti:
- dal capitolo I al XXVII Tacito descrive la Germania transrenana, su clima, paesaggio, struttura sociale e origini,
- dal capitolo XXVIII al XLVI elenca le singole popolazioni iniziando da Ovest, poi a Nord, a Sud e infine ad Est.

Ai tempi di Tacito, ben si ricordava la sconfitta militare e il tradimento nella Foresta di Teutoburgo, quando, fra il 9 e l’11 Settembre del 9 d.c., tre intere legioni e numerose coorti ausiliarie dell’esercito romano comandate dal generale Publio Quintilio Varo vennero completamente annientate in un’imboscata tesa loro dal capo germanico Arminio che li aveva traditi. 

Per i sopravvissuti di Teutoburgo la fine fu terribile: molti, catturati, vennero torturati ed esibiti come trofei. Specialmente centurioni e comandanti furono inchiodati ad alberi e seviziati a lungo, per compiere riti propiziatori barbarici. Qualche anno dopo Germanico tornò sul campo di battaglia e trovò i resti dei sopravvissuti, che fece seppellire. 

La vendetta romana sarebbe giunta a Idistaviso dove Germanico sconfisse nettamente l'esercito di Arminio, che però riuscì a fuggire ma morì alcuni anni dopo ucciso da altri capi barbarici come in genere avveniva tra le tribù che si combattevano tra loro.

Ma Tacito intendeva anche istituire e rappresentare una sorta di parallelo tra quello che erano i Germani allora (un popolo rude ma valoroso in guerra) con quello che i Romani erano stati e ora non erano più, a causa della loro decadenza morale.

Così Tacito chiude il capitolo comparando i 'buoni' costumi dei Germani (ibi) alle 'buone leggi' vigenti a Roma (alibi), per le tre leges Iuliae promulgate da Augusto nel 18 a.c. e alla lex Papia Poppaea del 9 a.c., che avevano cercando invano di regolare una materia colpita dalla scomparsa dei valori del mos maiorum.


HISTORIAE

Le Storie (Historiae), fu la prima grande opera storiografica sulla storia di Roma dall'anno dei quattro imperatori (69) all'assassinio di Domiziano (96); nel III capitolo dell'Agricola, Tacito aveva dichiarato di voler comporre una "memoria della precedente servitù" (ossia il regno di Domiziano) e una "testimonianza dei beni presenti" (i regni di Nerva e Traiano); ma nelle Historiae, Tacito rimanda la sua opera su Nerva e Traiano e decide di occuparsi prima del periodo compreso tra le guerre civili del 68-69 d.c. e il regno dei Flavii.

Del testo originale sono rimasti soltanto i primi 4 libri, con 26 capitoli del V libro, sugli anni 69 (inizio del regno di Galba) e la prima parte del 70 (rivolta giudaica). Il lavoro avrebbe dovuto proseguire fino alla morte di Domiziano, del 18 settembre 96. Il V libro contiene, come preludio alla narrazione della repressione della rivolta ebrea sotto Tito, un excursus sugli Ebrei, importante testimonianza dell'atteggiamento dei Romani verso quel popolo.

Tacito coglie nell'anno 69 la successione alla dinastia giulio-claudia, con il seguito di guerre civili e intrighi politici, il succedersi rapido dei tre imperatori Galba, Otone, Vitellio, e, infine, l'insediamento della dinastia Flavia con Vespasiano

Galba prende atto, nel suo celebre discorso per la scelta del successore, dell'impossibilità di fare ritorno alla repubblica, afferma la necessità del principato e presenta il principio dell'adozione come scelta del migliore: argomenti attuali nel 97, quando Nerva, con l'adozione di Traiano, aveva trovato un rimedio per scongiurare una nuova guerra civile.

Nella designazione di Pisone come successore di Galba, così come quella di Traiano successore di Nerva, solo apparentemente la scelta del principe dipendeva dal senato: il potere supremo apparteneva agli eserciti. Tacito prova simpatia per questo vecchio senatore "capax imperii nisi imperasset" (capace di governare, se non avesse governato) travolto da milizie strapotenti e da una plebe che assisteva alla guerra civile come a uno spettacolo, di fronte a una violenza generalizzata.

Le due opere principali, all'inizio pubblicate separatamente, erano in realtà parti integranti di una singola opera in trenta libri (le "Historiae" composte entro il 110 e gli "Annales" composti successivamente, nonostante raccontino un tratto della storia cronologicamente più antica delle Historiae). Esse offrono una narrazione della storia di Roma dalla morte di Augusto (14 d.c.) alla morte di Domiziano (96). Benché alcune parti siano andate perdute, essa è una delle maggiori opere storiche dell'antichità.



AB EXCESSU DIVI AUGUSTI LIBRI

Gli Annali (Ab excessu Divi Augusti libri), sono la seconda grande opera storiografica che tratta la storia di Roma dalla morte di Augusto (14) alla morte di Nerone (68). Gli Annales furono l'ultima opera storiografica di Tacito e per sua ammissione seguono la composizione delle Historiae e risalgono agli anni seguenti il suo proconsolato d'Asia (112-113). L'opera copre il periodo che va dalla morte di Augusto (il funerale dell'imperatore è il brano di apertura degli Annales e chiarisce subito il ruolo dell'autore nell'opera) avvenuta nel 14, fino a quella dell'imperatore Nerone, nel 68.

L'opera era composta di almeno 16 libri o 18, ma ci sono pervenuti soltanto i primi 4, l'inizio del V e il VI privo dei capitoli iniziali (con gli avvenimenti dalla morte di Augusto a quella di Tiberio nel 37 d.c.), oltre ai libri XI-XVI con alcune lacune nella prima parte dell'XI e nella seconda parte del XVI libro (regni di Claudio e Nerone), che avrebbe dovuto terminare col resoconto degli eventi del 66, mentre si interrompe al suicidio di Clodio Trasea Peto.
 

Si presume che i libri dal VII al XII parlassero dei regni di Caligola e Claudio. I restanti libri dovrebbero trattare del regno di Nerone, forse fino alla sua morte nel 68. Non è noto se Tacito abbia completato l'opera, egli è morto prima che potesse finire le biografie di Nerva e Traiano e non esistono prove che il lavoro su Augusto e sui primi anni dell'Impero, con cui Tacito intendeva concludere il suo lavoro da storiografo, sia stato compiuto.

In confronto alle Historiae, che favorivano il movimento di eserciti e masse, gli Annales si focalizzano sui meccanismi dell'Impero e sulla sua corruzione: i protagonisti sono dunque i singoli imperatori, opposti al senato: Tiberio è descritto come un esempio di falsità e dissimulazione del potere; Claudio è un inetto privo di volontà, manovrato dai liberti e dalle donne di corte, mentre Nerone è il tiranno privo di scrupoli, la cui follia sanguinaria non risparmia né la madre Agrippina minore né il suo antico istruttore Seneca.

Nonostante ciò Tacito rimane convinto della necessità del principato, ma ne coglie i rischi, avendo Augusto svuotato le magistrature repubblicane da ogni potere, ha lasciato terreno fertile per corruzione, intrigo e decadenza morale; complice anche il senato, diviso fra succube servilismo e blande opposizioni. Con l'incupirsi della visione storica di Tacito lo stile degli Annales è sempre più pessimistico.


DE VITA ET MORIBUS IULII AGRICOLAE 

L'Agricola. scritto nel 98. è dedicata alla vita di Gneo Giulio Agricola, suocero di Tacito, uomo politico e grande generale che conquistò la Britannia. L'opera comprende il racconto della gioventù e degli ultimi anni del protagonista. È la prima opera scritta da Tacito dopo la morte di Domiziano

Si tratta di una biografia elogiativa, encomio, "laudatio funebris" e "consolatio" scritta in ritardo (a causa dell'assenza di Tacito da Roma nel 93, all'epoca della morte del suocero), composta per la lettura pubblica. Era appena finito il quindicennio di silenzio coatto di Domiziano (81-96 d.c.), e Tacito avvertiva l'esigenza di lasciare una memoria storica di suo suocero, ma pure della tirannide domiziana.

Notevoli sono sono l'introduzione con una dura invettiva contro l'abbandono delle virtù nella Roma imperiale, e il discorso pronunciato da Calgaco (capo dei Caledoni), mentre incita i soldati prima della battaglia del monte Graupio (cap. XXX) con una pesante accusa verso l'avidità e l'imperialismo romano:
«Predatori del mondo intero: quando alle loro ruberie vennero meno le terre, si misero a frugare il mare. Se il nemico è ricco, eccoli avidi; se è povero, diventano arroganti. Né Oriente né Occidente potranno mai saziarli: soli fra tutti gli uomini riescono a essere ugualmente avidi della ricchezza e della povertà. Depredare, trucidare, rubare essi chiamano con il nome bugiardo di impero. Dove passano, creano deserto e lo chiamano pace

(Publio Cornelio Tacito, La vita di Agricola, Newton Compton editori, trad. G. D. Mazzocato)

Tacito non era contro l'espansione dei confini dell'impero ma contro l'esagerato sfruttamento delle popolazioni conquistate.


DIALOGUS DE ORATORIBUS

A Tacito è anche attribuito, con qualche dubbio, il Dialogo sugli oratori (Dialogus de oratoribus), opera di datazione incerta, sulle cause della decadenza dell'arte oratoria (ars oratoria), che sono individuate di volta in volta nel diverso tipo di educazione rispetto al passato, nel mutato insegnamento retorico e principalmente nelle condizioni politiche del regime monarchico, che impediva ormai la libertà di parola.

Fu probabilmente scritto dopo l'Agricola e la Germania, quindi dopo il 100 d.c., ma alcuni ne datano la composizione tra il 75 e l'80 e la pubblicazione dopo la morte di Domiziano. Molte caratteristiche lo distinguono dagli altri scritti di Tacito, tanto che l'autenticità fu messa in discussione, nonostante compaia sempre con l'Agricola e la Germania.

Lo stile è nella tradizione del dialogo ciceroniano, modello di riferimento per le opere di retorica, elaborato ma non prolisso, secondo il canone di Quintiliano. Potrebbe risalire alla giovinezza di Tacito; la dedica a Fabius Iustus potrebbe così indicare soltanto la data di pubblicazione dell'opera e non della sua stesura. Lo scritto riferisce una discussione, che si immagina avvenuta nel 75 o 77, e a cui dice di avere assistito, fra quattro oratori dell'epoca, Curiazio Materno, Marco Apro, Vipstano Messalla e Giulio Secondo. 

Marco Apro rimprovera a Curiazio Materno di accantonare l'eloquenza per dedicarsi alla poesia drammatica: se ne ricava una discussione in cui Materno sostiene il primato della poesia e Apro dell'eloquenza; segue un dibattito sulla decadenza dell'oratoria, che viene attribuito da Messalla all'educazione moderna e da Curiazio Materno alla fine della repubblica e di quella anarchia che offriva libero campo ai conflitti, non solo verbali.

Tacito sembra identificarsi con le opinioni di Curiazio Materno, che indica nel regime liberticida e assolutista dell'età Flavia la causa principale della decadenza oratoria, contrariamente a quanto sosteneva Plinio il Giovane, il quale individua la causa della decadenza dell'arte oratoria nella cattiva istruzione della scuola, a quanto sosteneva Quintiliano, che attribuiva a tale causa il degrado della società o a quanto sosteneva Petronio nel Satyricon.



LO STILE LETTERARIO

Tacito ebbe uno stile elevato, solenne, poetico, tipico della tradizione romana che è conciso e diretto, rifuggendo dalla morbidezza artificiosa. Dalla storiografia romana, soprattutto da Gaio Sallustio Crispo, riprese la forma annalistica della narrazione.

L'opera di Tacito riscosse tutto sommato una forte simpatia presso l'aristocrazia per il pensiero politico dello storico, fu letta e copiata fino a quando, nel IV secolo, Ammiano Marcellino proseguì il lavoro, riprendendone lo stile. Ancor oggi gli studiosi considerano gli scritti di Tacito come una fonte piuttosto autorevole.


LE FONTI

Le piccole inesattezze che si riscontrano negli Annales, vista di solito l'accuratezza di Tacito, potrebbero derivare dal fatto che l'autore morì prima di terminare la sua opera e di farne una rilettura completa. In qualità di senatore, aveva infatti facile accesso ai documenti ufficiali degli Acta Diurna populi Romani (atti di governo e notizie su quanto avveniva nell'Urbe) e degli Acta senatus (i verbali delle sedute del senato) tra cui le raccolte dei discorsi di alcuni imperatori, come Tiberio e Claudio.

Utilizzò anche fonti storiche e letterarie di diversa provenienza, come Aufidio Basso e Servilio Noniano, per l'epoca di Tiberio, poi Cluvio Rufo, Fabio Rustico e Plinio il Vecchio, autore dei Bella Germaniae (Le guerre in Germania), per l'età neroniana. Insomma Tacito si servì di una molteplicità di fonti, talune anche di opposta tendenza e manipolate con una certa libertà ma pure con un certo giudizio.



I POSTERI

Tacito non fu molto letto nella tarda antichità e ancora meno nel Medioevo. Delle sue opere meno di un terzo è conosciuto e sopravvissuto: dipendiamo da un unico manoscritto per i libri I- VI degli Annales e da un altro per i libri XI-XVI oltre che per i cinque libri delle Historiae anche perché l'antipatia mostrata nei confronti di ebrei e cristiani dell'epoca, lo facevano escludere dai dotti medievali, quasi sempre ecclesiastici.

Nel risveglio del Rinascimento, venne rivalutato dai letterati e l'undicesima edizione dell'Encyclopædia Britannica lo ricordò come il più grande storico romano non solo per lo stile ma anche per l'insegnamento sia storico che morale nonchè per la narrativa.

Le opere di Tacito costituiscono ancora oggi la fonte più affidabile per gli studi sull'età del Principato, anche se con qualche imprecisione. Gli Annales si basano in parte, infatti, su fonti secondarie e non mancano alcuni errori, le Historiae, invece, trascritte come fonte primaria, sono considerate più accurate e precise.


BIBLIO

- Francesco Arnaldi - Tacito - Napoli - G. Macchiaroli - 1973 -
- P. C. Tacito - La vita di Agricola - Newton Compton ed. - trad. G. D. Mazzocato -
- Emanuele Ciaceri - Tacito - Torino - Unione tipografico-editrice torinese - 1941 -
- Pierre Grimal - Tacito. Lo scrittore e il moralista, lo storico e il politico tra la decadenza dei Cesari e il secolo d'oro degli Antonini - Milano - Garzanti -1991 -
- Concetto Marchesi - Tacito - Messina - G. Principato - 1955 -
- Alain Michel - Tacito e il destino dell'impero - Torino - G. Einaudi - 1973 -
- Ettore Paratore - Tacito, Milano, Istituto Editoriale Cisalpino - Roma - Edizioni dell'Ateneo - 1962 -
- Angelo Roncoroni - Tacito - Studia Humanitas - Milano - Mondadori Education - 2002 -
- Lidia Storoni Mazzolani - Tacito o della potestas - Firenze - Passigli - 1996 -
- Clarence Mendell - Tacitus: The Man and His Work - Yale University Press - 1957 -
- Ronald Syme - Tacitus - Oxford - Clarendon Press - 1958 -



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MARCO VELLEIO PATERCOLO - M. VALLEIUS PATERCULUS


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Nome: Marcus Velleius Paterculus
Nascita: Aeclanum o Capua 19 a.c. circa 
Morte: 31 d.c. circa
Antenato: Decio Minazio Magio per parte di madre
Antenato: Minato Magio
Nonno paterno: Gaio Velleio Patercolo
Padre: Gaio Velleio Patercolo
Fratello: Magio Celere Velleiano
Professione: storico e militare

Marco Velleio Patercolo è stato un militare ma soprattutto uno storico romano, autore di un'opera intitolata "Historiae romanae ad M. Vinicium libri duo".



IL PRIMO PERIODO IMPERIALE

La storiografia del periodo riporta due posizioni opposte:
- c'erano coloro che contestavano il nuovo ordine imperiale, come Aulo Cremuzio Cordo, rimpiangendo ed esaltando il periodo repubblicano;
- e coloro che invece celebravano il nuovo governo sotto la dinastia giulio-claudia come portatrice di benessere e di pace, come Quinto Curzio Rufo e Velleio Patercolo.

- Curzio Rufo, nell' "Historia Alexandri Magni regis Macedonum", elogiava la monarchia macedone, sostenendo che la morte di Alessandro Magno ne aveva provocato la frantumazione dell'impero, che avrebbe potuto reggersi solo sotto il comando di una forte personalità. Contemporaneamente affermava che i Romani dovessero essere grati al nuovo princeps (Claudio), per il fatto di tenere unito un impero tanto vasto come quello romano.
 
- Velleio Patercolo solo nel XX secolo venne rivalutato come storico, ma pure come scrittore per l'umanitas con cui riusciva a rendere i suoi personaggi, dopo che da tempo infinito era stato considerato come un asservito adulatore dell'imperatore Tiberio.

Ma Patercolo per molti anni aveva militato sotto il comando di Tiberio, il quale, bisogna riconoscerlo, era un bravissimo generale e pertanto molto apprezzato dai soldati, e fu proprio l'imperatore a concedergli la pretura.



LE ORIGINI

Di origine campana, il praenomen Marcus è attestato da Prisciano; alcuni storici moderni lo identificano però con Gaio Velleio Patercolo, il cui nome appare su una pietra miliare africana. 

Il nonno paterno, Gaio Velleio Patercolo, fu comandante del genio con Gneo Pompeo Magno e aiutò, dando la vita, Tiberio Claudio Nerone (padre del futuro imperatore Tiberio) e la moglie Livia Drusilla durante la loro fuga. 

Il padre, Velleio, era stato il comandante della cavalleria di Tiberio mandato da Augusto in Germania fra il 19 a.c. e il 14 a.c.

Probabilmente nato ad Aeclanum o a Capua in quanto discendente diretto - per parte materna - di Decio Magio, sannita, esponente di punta del partito fedele a Roma, il principale oppositore all'alleanza fra la sua città e i Cartaginesi.

Quando Annibale entrò in Capua accolto festosamente dalla fazione filocartaginese, Decio Magio rifiutò di rendergli omaggio, venne arrestato e Annibale ordinò di tradurlo a Cartagine ritenendo pericoloso e controproducente giustiziarlo davanti ai suoi concittadini.

Magio si salvò grazie ad una tempesta che spinse la nave fuori rotta. Approdato a Alessandria fu liberato dal re Tolomeo IV e rimase per il resto della vita in Egitto. Era antenato della madre di Velleio Patercolo.

Altro antenato di Velleio fu Minato Magio, durante la "Guerra Sociale" (99 a.c. - 91 a.c.) quando tutta l'Italia entrò in guerra contro i romani, poiché avevano ucciso il pretore dei romani e i suoi ambasciatori. 

Molta gloria deve essere attribuita a Minato Magio, che, nipote di Decimo Magio, sovrano dei campani, uomo famosissimo, assicurò tanta fede ai romani, che con una legione che aveva arruolato nella stessa Irpinia, prese Ercolano, espugnò Pompei e occupò Cosenza. 

Il popolo romano, grato di tanti servigi gli concesse la stessa cittadinanza e la nomina dei suoi due figli a pretori. Per queste benemerenze gli fecero inoltre iscrivere la sua gente alla ben più illustre tribù Cornelia anziché alla tribù Galeria come il resto del territorio.



IL CURSUM HONORUM

- Prestò servizio in Tracia come tribunus militum negli anni successivi all'anno 1.

- Dal 4 al 6 anche Velleio Patercolo fu magister equitum di Tiberio.

- Nel 7, per rimanere con il suo comandante, come egli stesso racconta  rinunciò persino a diventare governatore di una provincia romana, di cui non ci è stato tramandato il nome.

- Inviato in Pannonia come legatus Augusti, alla guida di rinforzi a Tiberio, impegnato a sedare la rivolta, rimase con lui fino al 12.

- Fu eletto questore, poi pretore, e poi senatore. Divenne pure tribuno della plebe.

Nel 14, assieme al fratello Magio Celere Velleiano legatus al seguito di Tiberio nella guerra in Dalmazia, partecipò al trionfo di Tiberio per le vittorie sui Pannoni e sui Dalmati.

Dall'anno 14, quando Tiberio lo nomina pretore, al 30 non si hanno più notizie di Velleio Patercolo.



STORIA ROMANA

La nomina di Vinicio a console forse inaspettata fece si che Velleio dovesse pubblicare la sua opera dedicata ancora da rivedere, ma questa revisione o non è stata pubblicata o non si è conservata. Così Velleio nel 30, pubblicò la sua Storia romana (Historiae Romanae ad M. Vinicium libri duo) dedicata a Marco Vinicio, console in quell'anno.

Velleio conosceva Vinicio anche perché, con il grado di tribunus militum, nell'anno 1 aveva operato agli ordini di suo padre Publio Vinicio in Macedonia in Tracia e in una missione diplomatica presso i Parti. Vinicio nel 37 fu poi nominato commissario da Tiberio. Tra il 38 e il 39 divenne proconsole della provincia d'Asia e nel 45 fu console per la seconda volta.



IL SILENZIO

Dopo il 30 Velleio Patercolo scompare nuovamente dalle cronache e se ne perdono le tracce definitivamente. Nessuno storico, nessun autore contemporaneo o di poco successivo lo cita, nonostante abbia condotto una vita brillante sia nell'esercito, sia nel campo della politica, sia come autore per 30-35 anni.

Forse a causa della di lui morte relativamente precoce (attorno ai cinquant'anni); o forse per i legami con Seiano (da Patercolo definito «uomo pieno di zelo e leale») a cui lo storico era probabilmente legato. Per Henry Dodwell (1641-1711) Velleio Patercolo, venne coinvolto nella caduta di Seiano o magari prudentemente, si sia limitato a condurre una vita ritirata di storico e letterato.



LA RISCOPERTA

La sua opera fu rinvenuta nel 1515 in un'abbazia da Beatus Rhenanus che ne curò e pubblicò i manoscritti nel 1520 a Basilea. 

Rispetto al servilismo Patercolo era stato per molti anni soldato al servizio di Tiberio, che era un grande e capace comandante, e che l'aveva infine anche fatto eleggere alla pretura. Si è riconosciuta, inoltre, una buona capacità nel tratteggiare i personaggi.

Nella sua opera storica, Patercolo è un deciso conservatore che inneggia a Pompeo e Seiano mentre  odia i sobillatori come i fratelli Gracchi. La valutazione così negativa deriva dalla supposta adulazione di Velleio verso l'imperatore Tiberio, giudicato da Tacito un pessimo imperatore. Gli storici contemporanei, invece, rivalutano in parte la figura di Tiberio e quindi l'ammirazione di Velleio per l'imperatore può apparire in certi casi giustificata.


BIBLIO

- Henry Dodwell, Annales Velleiani, Quintilianei, Statiani, 1698.
- Albino Garzetti, L'impero da Tiberio agli Antonini, in Storia di Roma dell'Istituto Nazionale di Studi Romani, n. 6, Bologna, Cappelli, 1960.
- Italo Lana, Velleio Patercolo o Della propaganda, Torino, Giappichelli, 1952.
- Velleio Patercolo, Historia romana, Antuerpiae, Ex Officina Plantiniana, apud Ioannem Moretum, 1600.
- Spiridione Petrettini (a cura di), Della Istoria Romana di Cajo Vellejo Patercolo a M. Vinicio console, Venezia, Giuseppe Antonelli, 1839 -



AULO IRTIO - AULUS HIRTIUS


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BATTAGLIA DI FORUM GALLORUM

Nome: Aulus Hirtius
Nascita: Ferentino, 90 a.c. circa
Morte: vicino a Modena, 21 aprile 43 a.c.
Padre: Aulo
Console: nel 43 a.c.
Professione: storico, militare e politico romano

Non sappiamo nulla della sua famiglia se non che fosse plebea e originaria di Ferentino. Sappiamo che fece battere monete con due titoli: 
Come imperator presso Treviri dopo il 58:
527- O - A∙HIRTIVS elefante girato a destra che calpesta il dragone. 
R- Attributi pontificali, berretto di flamine, ascia, aspersorio e simpulum. Piccolo bronzo

Altre come pretore urbano.
528- O - C∙CAESAR∙COS∙TER∙ testa velata della Pietà. 
 R- Oenochoe tra il lituus e l’ascia A∙HIRTIVS∙PR∙ (praetor). Aureus

Irzio fu legato (legatus) - cioè comandante di una legione in sostituzione del console - durante la conquista della Gallia presso Giulio Cesare dal 54 a.c. e poi servì sotto Pompeo nel 50 a.c.. Però durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo (49 a.c.) si schierò a favore del primo, combattendo prima in Spagna, forse come tribuno militare, e poi in Asia Minore.

Finito il conflitto civile, nel 46 a.c. divenne pretore, ottenne la propretura nel 45 a.c. in Gallia Narbonense e in Gallia Comata, e divenne proconsole della Gallia Transalpina (Gallia celtica transalpina ad esclusione della Gallia Narbonensis.). L'anno dopo, essendo stato designato da Cesare stesso, divenne console nel 43 a.c..

MONETA DI AULUS HIRTIUS


LEGATO DI CESARE

Aulo Irzio è stato un militare, storico e politico romano, che ricoprì la carica di console dopo l'assassinio di Gaio Giulio Cesare, per il quale era stato legato. I legati furono posti al comando delle legioni in sostituzione dei consoli da Giulio Cesare e dovevano appartenere alla classe senatoria.

Sappiamo che fu pretore urbano, che fu un sacerdote flamen dialis, cioè sacerdote del Dio Giove, che fu legato di Giulio Cesare a partire dal 58 a.c. e che servì come inviato a Pompeo nel 50. Il contatto con Cesare era tanto stretto che Hirtius cenò con Cesare, Sallustio, Oppio, Balbo e Sulpicio Rufo la notte dopo la famosa traversata di Cesare sul fiume Rubicone in Italia il 10 gennaio 49 a.c..
E' evidente che Cesare cenò, in un momento così drammatico, solo con quelli di cui aveva certezza non solo della fedeltà, ma pure del coraggio. Egli stava per sfidare il più grande stato esistente al mondo in quell'epoca, e cioè la Repubblica Romana. Quella fu una notte di pericoli ma anche di progetti esaltanti. Aulus pertanto sostenne Cesare fino alla fine e quando seppe della sua morte seguì l'amico più fidato di Cesare.
Dunque nel 44 a.c. Cesare fu ucciso ed Irzio sostenne Marco Antonio, il quanto non solo era uno dei generali più leali di Cesare ma pure perchè intendeva vendicarne la morte uccidendo Decimo Giunio Bruto, il nuovo governatore della Gallia Cisalpina, che Antonio aveva a suo tempo richiesto per sè.
Il 15 marzo del 44 a.c. Cesare venne assassinato e Irzio sostenne Marco Antonio, il quale intendeva vendicarne la morte uccidendo Decimo Giunio Bruto Albino, divenuto nell'aprile dello stesso anno governatore della Gallia Cisalpina, che Antonio chiedeva per sè. 
Cicerone però, amico personale di Irzio, lo convinse a mettersi dalla parte del senato. Dovette dunque partire per Modena, dove Antonio si stava dirigendo per combattere Bruto, assieme all'altro console, Gaio Vibio Pansa, e ad Ottaviano.
MONETA DI AULUS HIRTIUS

Dunque nel 44 a.c. Cesare fu ucciso ed Irzio sostenne Marco Antonio, il quanto non solo era uno dei generali più leali di Cesare ma pure perchè intendeva vendicarne la morte uccidendo Decimo Giunio Bruto, il nuovo governatore della Gallia Cisalpina, che Antonio aveva a suo tempo richiesto per sè.
Il 15 marzo del 44 a.c. Cesare venne assassinato e Irzio sostenne Marco Antonio, il quale intendeva vendicarne la morte uccidendo Decimo Giunio Bruto Albino, divenuto nell'aprile dello stesso anno governatore della Gallia Cisalpina, che Antonio chiedeva per sè. 
Cicerone però, amico personale di Irzio, lo convinse a mettersi dalla parte del senato. Dovette dunque partire per Modena, dove Antonio si stava dirigendo per combattere Bruto, assieme all'altro console, Gaio Vibio Pansa, e ad Ottaviano.

AULUS HIRTIUS

LA BATTAGLIA DI FORUM GALLORUM

La battaglia di Forum Gallorum si svolse il 14 aprile 43 a.c. nel corso della cosiddetta guerra di Modena, tra le truppe fedeli al Senato dei consoli Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, appoggiate dalle legioni di Cesare Ottaviano, e le legioni cesariane di Marco Antonio. Intanto il giovanissimo Cesare Ottaviano custodiva il campo del Senato. La battaglia avvenne sulla Via Emilia, presso l'attuale Castelfranco Emilia.

Hirtius e Ottaviano arrivarono vicino a Mutina con cinque legioni di temibili veterani, dove aspettavano Pansa, che marciava a nord di Roma con altre quattro legioni. Antonio aveva quattro legioni veterane oltre alle truppe che stavano assediando Mutina, così tese un'imboscata alle reclute di Pansa però già raggiunto da una delle legioni veterane di Hirtius e da quella di Ottaviano delle coorti pretoriane.

Le legioni di Antonio sconfissero le truppe di Pansa facendole ritirare verso sud. Lo stesso Pansa venne gravemente ferito. Antonio marciò allora su Mutina. Hirtius arrivò con una sola legione di veterani, ma le truppe di Antonio erano esauste e Antonio perse la battaglia. 

Marco Tullio Cicerone, avverso alla fazione antoniana, pronunciò in Senato la XIV Filippica, esaltando il successo e lodando i due consoli e il giovane Cesare Ottaviano. ma ciò in seguito gli costerà la vita. Ora la parola spettava all'altro console Aulo Irzio e al giovane Cesare Ottaviano.

"Chiamate Senato quello che in realtà non è che l’accampamento di Pompeo.… Avete attirato i soldati, miei e veterani, facendogli credere che si andava a punire gli uccisori di Cesare, e invece… li fate marciare contro di me…. 
E allora vi chiedo di valutare: è più utile per la nostra parte politica vendicare la morte di Trebonio o quella di Cesare? E’ più utile che noi ci combattiamo a vicenda… o che ci mettiamo d’accordo per non fare il gioco degli avversari?… 
Un tale spettacolo finora la fortuna ha voluto risparmiarcelo: due schiere dello stesso esercito che si combattono tra loro… Io sono disposto a dimenticare le offese fattemi da chi appartiene alla mia stessa parte politica a patto che essi… siano sul serio pronti a vendicare, insieme a noi, la morte di Cesare.

(Lettera di Antonio del 15/20 marzo 43 a.c. a Irzio e Ottaviano)


LA BATTAGLIA DI MUTINA
GUERRA DI MODENA

La battaglia di Forum Gallorum si era conclusa con pesanti perdite da entrambe le parti e il ferimento mortale del console Vibius Pansa. 

La battaglia di Mutina (Modena) si svolse il 21 aprile 43 a.c. durante la cosiddetta guerra di Modena, tra le truppe fedeli al Senato dei consoli Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, appoggiate dalle legioni di Cesare Ottaviano, e le legioni cesariane di Marco Antonio che stavano assediando dall'inverno le truppe del cesaricida Decimo Bruto bloccate dentro la città.  

Quest'ultimo, uno degli assassini di Cesare, teneva la città di Mutina (l'attuale Modena) nella Gallia Cisalpina

Sei giorni dopo Forum Gallorum, l'altro console Aulo Irzio e il giovane Ottaviano attaccarono gli accampamenti di Marco Antonio per rompere l'assedio di Mutina. 

Mentre la battaglia continuava all'esterno degli accampamenti, il console Aulo Irzio, dall'uomo coraggioso che era, prese l'audace decisione di fare irruzione direttamente all'interno del campo di Antonio con una parte dei suoi legionari e cioè con la IIII Legione che guidò personalmente e che riuscì a penetrare negli accampamenti con accaniti corpo a corpo, avanzando verso la tenda di Marco Antonio.

Mentre Iirzio guidava i legionari dalla prima linea la V legione di Marco Antonio contrattaccò la IIII legione e dopo un'aspra e sanguinosa mischia riuscì a fermarla, proteggendo la tenda del comandante; durante il confuso combattimento cadde ucciso Aulo Irzio e sembrò che la sua legione fosse costretta a ripiegare abbandonando le posizioni conquistate. 

Giunsero intanto in soccorso altre coorti guidate da Cesare Ottaviano che tentò valorosamente di recuperare il corpo del console Irzio. Ottaviano riuscì alla fine a salvare le spoglie del console ma non poté mantenere il possesso degli accampamenti e lasciò il campo di Antonio.
Alcuni pensano che il ruolo di Ottaviano e la sua coraggiosa azione per recuperare il corpo del console Irzio derivi solo da un'operazione di propaganda tanto cara ad Augusto. Secondo Svetonio e Tacito ci sarebbe invece la possibilità la possibilità che Irzio sia addirittura stato ucciso durante la mischia proprio da Ottaviano desideroso di liberarsi di uno scomodo rivale politico, e che fosse responsabile pure della morte di Ponzio Aquila, un cesaricida accanito avversario della fazione cesariana.
Mentre Ottaviano amò molto farsi propaganda, non amò mai però passare per crudele e ingiusto. Fu molto amato proprio perchè seppe mantenersi in un sano equilibrio e non avrebbe mai fatto cose che gli avrebbero alienato il favore del senato, dell'esercito e del popolo.
Nella battaglia di Modena, entrambi i consoli morirono: Irzio per primo il 21 aprile, Pansa per le ferite riportate il 23 aprile. Fu onorato con un funerale pubblico, insieme a Pansa che morì appunto pochi giorni dopo. Marco Antonio fu sconfitto lo stesso giorno della morte di Irzio, la cui tomba fu ritrovata a Roma nel 1938, sotto l'attuale Palazzo della Cancelleria, nell'area del Campo Marzio.


LA TOMBA DI HIRTIUS

LA TOMBA DI HIRTIUS IMMERSA
NELL'ACQUA DI FALDA
ll sepolcro di Aulo Irzio fu scoperto nel 1938, con i quattro cippi perimetrali con la scritta: A. Hirtius A. F. (Aulo Filius), sotto il palazzo della Cancelleria; attualmente in gran parte sommerso dalle acque dell’Euripus, il canale che attraversava il Campo Marzio per sfociare nel Tevere.

Con la costruzione dei muraglioni sul Tevere alla fine dell’Ottocento, furono ostruiti gli sbocchi al fiume dell’Euripus e di altri canali di scarico della zona, provocando così l’innalzamento e il ristagno delle acque.

Il sepolcro, tagliato in parte dalle fondazioni del Palazzo della Cancelleria, è costituito da un recinto con basamento in tufo, da un muro elevato in laterizi e da una copertura a doppio spiovente in travertino.

Alcuni cippi che delimitavano l’area funeraria, riportano appunto il nome del console Aulo Irzio, luogotenente di Cesare morto insieme al collega Vibio Pansa nella battaglia di Modena nel 43 a.c..

Dopo l’eroica morte dei due consoli, il Senato romano decretò infatti che fossero costruiti per loro due sepolcri nel Campo Marzio a spese pubbliche.


LE OPERE 

Aulo Irzio è importante soprattutto per aver scritto:
- l'VIII libro del De bello Gallico, l'opera più famosa di Cesare.
Secondo gli antichi Irzio avrebbe scritto altre tre opere:
- il De bello Alexandrino, o Bellum Alexandrinum.
il De bello Africo
il De bello Hispaniensi.

Oggi si crede che, di questi ultimi due libri Aulo Irzio, fu solo l'editore. La corrispondenza di Hirtius con Cicerone fu pubblicata in nove libri, ma non è sopravvissuta.


BELLUM ALEXANDRINUM 

Opera letteraria latina in 78 capitoli facente parte del Corpus Caesarianum attribuita ad Aulo Irzio, luogotenente di Cesare, sebbene ancora oggetto di discussione, ma i più concordano sulla sua paternità dell'opera.

Si tratta del resoconto della guerra civile alessandrina e della campagna pontica di Giulio Cesare.Dopo la campagna in Africa contro i pompeiani e la sua vittoria, Cesare va ad Alessandria d'Egitto per rimediare ai conflitti di potere tra Tolomeo XIII e Cleopatra VII. Cesare instaura un rapporto amoroso con Cleopatra, e governa con lei in Egitto.

La coppia non piace nè ai pompeiani nè agli alessandrini filo-tolemaici che attaccano Cesare e Cleopatra nel palazzo del faraone ma Cesare fa incendiare le navi sul porto di Alessandria, per impedire sbarchi nemici e rifornimenti, da cui l'episodio piuttosto dubbio del danneggiamento della preziosa Biblioteca. Vinta la battaglia di Alessandria, Cesare accusa Tolomeo di congiura contro Cleopatra e lo fa uccidere.

Intanto il figlio di Mitridate VI del Ponto, Farnace II del Ponto, si organizza coi pompeiani per attaccare Cesare, ma i due eserciti alleati vengono sconfitti a Zela.

ASSEDIO DI LEPTIS MAGNA

BELLUM AFRICUM

E' il resoconto delle campagne di Cesare contro il senato nella provincia romana dell'Africa. Dopo la morte di Pompeo Cesare sbarca a Lilibeo in Sicilia, con 17 legioni e 2600 cavalieri. Va in l'Africa e occupa Leptis Magna. I pompeiani, appoggiati dal faraone Tolomeo e da re Giuba di Numidia, hanno 10 legioni di 1400 cavalieri.

Cesare attende le navi di rinforzo disperse nella tempesta siciliana ma nel primo assalto rischia l'accerchiamento dalle truppe di Labieno, che però evita. Nel 22 Sallustio giunge con due legioni di 800 cavalieri, così Cesare va a difendere la postazione di Leptis Magna, assediata dai pompeiani.

Il 27 gennaio Cesare giunge a Uzitta e circonda le mura, per scontrarsi con Scipione in campo aperto, ma lui rifiuta. Cesare allora punta verso Aggar, dove Scipione ha le vettovaglie. Fa cadere la città di Zeta e punta verso Sarusa, la postazione principale dei rifornimenti nemici, Labieno attacca la retroguardia, lasciata apposta più indietro da Cesare, per un attacco a sorpresa, i soldati di Labieno vengono distrutti e devono arrendersi.



BELLUM HISPANIENSIS

Il contenuto dell'opera fornisce dettagli sulle campagne militari di Cesare nella Spagna romana, scritti in sermo vulgaris, I figli di Pompeo Magno, Gneo e Sesto, si sono acquartierati in Spagna, per resistere a Cesare, che ha ormai conquistato l'Africa. Lo scontro decisivo avviene a Munda, nella Spagna meridionale, nel 45 a.c.: l'esercito pompeiano, ben fortificato su una collina, inizialmente resiste, ma la carica della cavalleria maura li annienta.

Muore in battaglia Tito Labieno che era stato braccio destro di Cesare in Gallia e aveva poi disertato all'inizio della guerra civile. Poco dopo Munda, viene ucciso Gneo Pompeo. Ambedue vengono onorati da Cesare, che però ora può tornare a Roma.


VIII LIBRO DE BELLO GALLICO

Il volume venne realizzato da Aulo Irzio su appunti di Cesare, e riguarda gli ultimi passaggi della conquista della Gallia. Infatti, benché sconfitti Arverni e Biturgi, nella Gallia restano ancora nemici potenti, ossia i Carnuti, popolo celtico della Gallia, stanziato tra la Senna e la Loira, ed i Bellovaci, una delle più potenti e numerose tribù della Gallia Belgica nord-orientale. Cesare, per a porre fine a queste ribellioni, incarica il proconsole Gaio Fabio e il fedele Labieno con le loro truppe.

Nel 51 a.c. le due ribellioni vengono soffocate, ma l'anno successivo si rivoltano altre due popolazioni: i Carduci ed i Pictoni. Per questi ultimi il capo Dumnaco tenta varie volte di porre assedio al campo fortificato romano, senza però riuscirci, compiendo razzie fino all'imboscata dei romani, capitanati da Gaio Fabio.

Per la campagna contro i Carduci (popolo celtico della regione di Cahors) invece, i generali Lutterio e Drappete occupano la città di Uxelloduno, cercando di fortificarla al meglio contro Roma, rifornendola soprattutto di grano.

I Romani però rallentano con attacchi lampo i lavori di fortificazione, costringendo i nemici al combattimento in campo, sorpresi dal sopraggiungere improvviso delle truppe di Gaio Fabio, con la resa di Drappete catturato. Nel 49 a.c., dopo la resa dell'ultimo capo ribelle Commio, sconfitto dalle truppe di Cesare nel territorio belgico, la guerra gallica può dirsi conclusa.


BIBLIO

- Appiano di Alessandria - Guerre civili -
- Luciano Canfora - La prima marcia su Roma -
- Appiano di Alessandria - Historia Romana - Guerre civili - libro III -
- Cassio Dione Cocceiano - Historia Romana - libro XXXXVI -
- Marco Tullio Cicerone - Philippicae - XIV -
- Gaio Svetonio Tranquillo - De vita caesarum - Augustus -
- Publio Cornelio Tacito - Annales - libro I -
- Guglielmo Ferrero - Grandezza e decadenza di Roma - Volume III: da Cesare a Augusto - Cernusco sul Naviglio - Garzanti - 1946 -



 

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