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I SETTE RE DI ROMA


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TUTTI I RE DI ROMA

Tacito:  "I re per primi tennero Roma".


DOMANDE
- I re di Roma furono 7 o 8?
I re di Roma furono 8 in tutto ma due, Romolo e Tito Tazio governarono in contemporanea, per cui vi furono solo sette elezioni al trono.
- Quando fu fondata Roma?
Roma venne fondata il 21 aprile del 753 a.c.
- Quando finì la monarchia a Roma?
La monarchia a Roma finì con la cacciata del re Tarquinio il Superbo nel 509 a.c.
- Chi eleggeva i Re di Roma?
Un Interrex nominato dal senato che doveva essere ratificato dal popolo per mezzo di Comitia Curiata.
- I Re di Roma erano romani?
Solo Romolo fu romano, gli altri re furono stranieri, la maggior parte dei quali di origine sabina o etrusca.
- I Re di Roma furono Patrizi o Plebei?
Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio oltre che stranieri erano di origini plebee, Servio Tullio nacque addirittura da una schiava.
- Quali furono i nomi dei re di Roma?
Romolo, Tito Tazio, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo.
- Quale fu il re più religioso?
Numa Pompilio.
- Quale fu il re meno religioso?
Tullo Ostilio


I SETTE RE DI ROMA

Secondo la tradizione l'età dei sette re di Roma sarebbe andata dal 21 Aprile del 753 a.c., anno di fondazione della città ad opera di Romolo (primo re di Roma), al 509 a.c., quando venne cacciato dal trono Tarquinio il Superbo, un nome che dice tutto. Si chiamano i 7 re di Roma ma in realtà i re furono 8, anche se due re governarono unitamente.

Gli autori sono concordi nel ritenere che Roma, per i primi duecentocinquant’anni della sua storia, fu retta da un governo monarchico. In quest’arco di tempo si sarebbero alternati ben sette re, la maggior parte dei quali di origine sabina o etrusca.

Infine, nel 509 a.c., una rivoluzione popolare guidata però da alcuni membri dell’aristocrazia senatoria avrebbe cacciato l’ultimo re e portato alla fondazione della libera Res Publica.



LE PROVE

Queste leggende sono surrogate da varie prove, quali la celebrazione, già in età repubblicana, della cerimonia del regifugium o la presenza, nel calendario, per i giorni 24 marzo e 24 maggio, della sigla Q.R.C.F. ovvero Quando Rex Comitiavit Fas, che indicava la data in cui era lecito per il re convocare il popolo in assemblea. Ma ne fa fede anche la Regia, sede poi del Pontefice Massimo, ma che doveva essere stata l’antica dimora del sovrano, per non parlare poi dell’interregnum, istituto cui si ricorreva in età repubblicana in caso di assenza dei magistrati superiori.

Ma ne fanno fede pure il famoso cippo del Foro romano, il lapis niger, di età molto arcaica, che menziona per due volte la carica di re. Gli scavi sul Palatino per giunta hanno fatto emergere la dimora dei primi re di Roma. 

La storicità dei sette re sembra dimostrata anche dai nomi regali. Mentre i personaggi relativi alla fondazione (Romolo, Remo, Amulio, Numitore) hanno un unico nomen, i re successivi riportano, accanto ad esso, anche un patronimico (Numa Pompilio, Tullo Ostilio), dati dalla necessità di evitare omonimie in una comunità ormai più allargata.



IL REX

La parola rex è chiaramente imparentata con regere, cioè governare, e il rex era un vero "sacerdos", per di più inaugurato. L'elezione del re avveniva ogni volta e in ogni tempo attraverso tre passi:

- la designatio (da parte dell’interrex),
- la creatio (da parte dei comitia curiata)
- l’inauguratio (da parte di un augure),
procedura tuttavia stravolta all’epoca dei sovrani di origine etrusca.

L’inauguratio rimase sempre, fino alla fine del VI secolo, la tappa conclusiva dell’elezione del rex, passata in eredità al rex sacrorum.

ENEA UCCIDE TURNO

ELENCO DEI RE

- ROMOLO - Vita: 771 a.c. - 716 a.c. - Latino - morto a 55 anni - Regno: 753 - 716 a.c.
Si autoproclamò re dopo l'assassinio di suo fratello. Si disse figlio di Rea Silvia (e perciò discendente di Enea) e del Dio Marte.

- TITO TAZIO - Vita:  ? a.c. - 745 a.c. - Sabino, re sabini di Cures - Regno: 750-745 a.c. 
Combattè contro i romani per l'offesa subita del Ratto delle Sabine ma finì per accordarsi con Romolo regnando unitamente sui romani e sui sabini.

- NUMA POMPILIO - Vita: 754 a.c. - 673 a.c. - Sabino - morto a 80 anni - Regno: 715 - 673 a.c.  
Cognato di Romolo - Eletto dai comizi curiati. Istituì il calendario e i principali collegi sacerdotali.

- TULLO OSTILIO - Vita: ? - 641 a.c. - Etrusco -  Regno: 672 - 641 a.c. 
Madre latina e padre etrusco - pronipote di Romolo - Eletto re dopo la morte di Numa Pompilio. Dette a Roma l’egemonia sulle popolazioni circostanti e riuscì a conquistare la più grande città vicina, Albalonga, grazie alla leggendaria vittoria degli Orazi sui Curiazi.

- ANCO MARZIO - Vita: ? - 616 a.c. - SabinoRegno: 641 - 616 a.c. 
Suocero di Tullo Ostilio, nipote di Numa Pompilio; fu eletto re dopo la morte di Tullo Ostilio. Fondò la colonia di Ostia e fu il primo a promuovere opere pubbliche, come il ponte Sublicio, le saline, la prima prigione pubblica, etc.

- LUCIO TARQUINIO PRISCO - Vita: ? - 579 a.c. - Etrusco - Regno: 616 - 579 a.c. 
Eresse edifici pubblici grandiosi, come il Circo Massimo, i più antichi portici del Foro e il Tempio di Giove Capitolino, protettore della città.

- SERVIO TULLIO - Vita: ? - 539 a.c. - Etrusco - Regno: 578 - 539 a.c.  
Eresse la nuova cinta di mura urbane, dette appunto “Serviane”, che circondavano i sette colli di Roma. Dette un nuovo ordine alle assemblee pubbliche ed eresse il Tempio di Diana sul colle Aventino.

- LUCIO TARQUINIO IL SUPERBO - Vita: ? – 495 a.c. - Etrusco - Regno: 535 - 509 a.c. 
Tentò di instaurare la tirannide. Scoppiò una rivolta per il suicidio della giovane Lucrezia a causa del tentativo di violenza dal figlio del re. La rivolta portò alla cacciata di Tarquinio e all’istituzione della repubblica.

SABINI CONTRO ROMANI

LE ELEZIONI

Alla morte del re, il senato si riuniva e nominava un senatore come interrex, che indicasse in cinque giorni il prossimo re di Roma, scaduti i quali l'interrex, con il consenso del senato, nominava un altro senatore come nuovo interrex, per altri cinque giorni. Trovato un candidato adatto, l'interrex lo candidava al senato per ottenere la ratifica della nomina. 

Ottenutala, convocava i Comizi Curiati, in cui i cittadini romani partecipavano suddivisi per curie, che presiedevano per la procedura di elezione del re. L'assemblea dei Comitia Curiata poteva solo accettare o rifiutare il candidato re. Se accettato, si procedeva a interrogare la volontà degli Dei, mediante gli auspici di un augure che seguiva la cerimonia. 

Si procedeva quindi al conferimento dell'imperium al re, che avveniva attraverso l'approvazione della "lex curiata de imperio", votata sempre dai Comizi Curiati. Se in teoria era il popolo, tramite i comizi curiati, ad eleggere il re, in pratica era il senato a controllare l'elezione del re.

LA DEA ROMA GUIDA NERVA ALLA VITTORIA

LA RELIGIONE

ROMOLO Romolo salì il vicino Monte Saturno detto Campidoglio dove designò un luogo per innalzarvi un Tempio a Giove Feretrio.

NUMA POMPILIO - Nel Foro, fece costruire il tempio di Vesta, e dietro di questo la Regia, e lungo la Via Sacra fece edificare il Tempio di Giano, le cui porte potevano essere chiuse solo in tempo di pace (e rimasero chiuse per tutti i quarantatré anni del suo regno). Stabilì il culto della ninfa Egeria.

TULLO OSTILIO - La leggenda dice che Tullo era così occupato in una guerra dopo un'altra che aveva trascurato ogni servizio verso le divinità. Una peste terribile si abbatté sui Romani. Anche Tullo ne fu colpito. Pregò Giove per avere il suo favore ed il suo aiuto. La risposta del Dio fu un fulmine che venne giù dal cielo, bruciò il re e ridusse la sua casa in cenere, dopo trentadue anni di regno.

ANCO MARZIO - I Romani allora scelsero meglio il nuovo re, un re che seguisse l'esempio pacifico e religioso di Numa Pompilio ed elessero Anco Marzio, il nipote di Numa Pompilio. Ma anche questi fu un combattente e ottenne il controllo dei territori che si estendevano dalla costa all'Urbe. Inserì nell'Urbe l'Aventino, il Gianicolo e il Celio.

TARQUINIO PRISCO - Fortificò il suo potere intorno al culto di Iuppiter, dando inizio alla costruzione del grandioso tempio capitolino e introducendo le cerimonie del trionfo e dei ludi Romani, nonché al culto di Hercules, a cui fu dedicata nel Foro Boario una statua rivestita dell’ornatus triumphalis.

SERVIO TULLIO - legò invece il suo nome alla Dea Fortuna, alla quale fece edificare un tempio nel Foro Boario, e alla dea Diana, a cui fu innalzato il celebre santuario sull’Aventino aperto ai Latini.

TARQUINIO IL SUPERBO - riprendendo il programma del Prisco, portò a compimento la costruzione del tempio di Giove capitolino, diede nuova linfa al culto di Hercules e riorganizzò le feriae Latinae in onore di Iuppiter Latiaris.

LA DEA ROMA

LE STRANEZZE

Fatto strano, a parte il fondatore, nessun re di Roma fu romano. Per giunta, come rileva Tim J. Cornell nel suo "The Beginnings of Rome", p. 142, nessuna delle grandi gentes romane fornì un re; anzi i re romani furono stranieri, ma c'è di più, i Pompilii, i Tulli, gli Hostilli e i Marci oltre che stranieri erano di origini plebee, e Servio Tullio nasce addirittura da una schiava.

Altro appunto: due gemelli non sopportavano di governare insieme per cui si scannarono tra loro, anzi Romolo, o chi per lui, scannò Remo, ma Romolo e Tito Tazio si misero d'accordo e regnarono insieme. Perchè Romolo e Remo non hanno diviso il trono tra fratelli? Mistero.

Ancora, dalla tradizione si ricava che nessuno dei re ereditò il trono dal padre, con la sola parziale eccezione di Tarquinio il Superbo, che era forse figlio del Prisco, ma la faccenda non è certa, e comunque non divenne re subito dopo di lui; non a caso Cicerone osserva orgogliosamente: "nostri illi etiam tum agrestes viderunt virtutem et sapientiam regalem, non progeniem quaeri oportere" (rep. 2, 12,24), nel confronto con l’antica monarchia ereditaria di Sparta.

Tuttavia sembra che per gli ultimi tre re di origine etrusca fu stabilito un principio di discendenza matrilineare. Comunque i romani non volevano principi ereditari, perchè volevano essere loro, l'orgoglioso popolo romano, ad eleggere il loro capo. In effetti, il principio ereditario rimase sempre estraneo alla mentalità romana, anche in età imperiale. Qual'era dunque il criterio con cui si sceglieva un re? Forse le virtù, ma soprattutto il carisma.



LA SCELTA DEL RE

I romani nacquero come un rozzo popolo di pecorai costretti a battersi per non essere espropriati dei greggi o peggio delle terra. Fin dall'inizio furono pertanto costretti a combattere, esposti come erano alle incursioni via terra ma soprattutto via fiume. 

Se in effetti era difficile all'epoca muoversi attraverso le foreste prive di vie agevoli e dove era difficile anche l'orientamento, risultava molto più facile spostarsi via fiume, e Roma aveva il privilegio del Tevere sia per abbeverarsi, per lavarsi, per cucinare, per le fognature e per spostarsi. 

Il pericolo di venire sopraffatti era tanto, per cui tanto era il desiderio di associarsi con gli stranieri per diventare più forti con l'esercito. Roma infatti non fece mai questioni di stranieri, di razze o di religioni. Andavano bene anche i neri dell'Africa o i pallidi popoli del nord, purchè si unissero a difendere Roma. 

Poiché non guardavano per il sottile nemmeno gli schiavi ribelli e i criminali, e questi ultimi erano preponderanti, è logico che i romani non fossero nè teneri nè facilmente influenzabili. L'unione di genti diverse, di usanze diverse e di credenze diverse resero il popolo romano da un lato più diffidente ma dall'altro più critico e indipendente. Le informazioni plurime e discordanti costringono a riflettere e ad essere critici.

Per tutto ciò i romani ebbero come regime iniziale una monarchia assoluta, ma il re veniva eletto dal popolo. I fieri romani volevano poter decidere e non che si decidesse per loro. Furono le beghe di palazzo più che le vicissitudini della bella Lucrezia  a sollevare il popolo contro la corona. Si erano accorti che la monarchia si decideva ora nelle alte sfere e non erano più loro a decidere. Per questo si ribellarono rifiutando per sempre un potere che non venisse dall'interno della popolazione.



I POTERI DEL RE
IL DIADEMA REGALE

- capo con potere esecutivo,
- comandante in capo dell'esercito,
- capo di Stato, 
- pontefice massimo,
- legislatore,
- giudice supremo.



LE INSEGNE DEL RE

- i dodici littori recanti fasci dotati di asce. Il Fascius Lictorius consisteva in un fascio di bastoni di legno legati con strisce di cuoio, normalmente intorno a una scure.
- la sedia curule, un sedile pieghevole a "X" ornato d'avorio, simbolo del potere giudiziario, riservato inizialmente ai Re di Roma e in seguito ai magistrati superiori dotati di giurisdizione, detti perciò "curuli";
- la toga rossa, un tipo di toga orlata da due bande di porpora, detta toga praetexta, importata dai vicini Etruschi al tempo di Tarquinio Prisco, Veniva indossata da tutti i più alti magistrati.
- le scarpe rosse di cuoio dipinto.
il diadema bianco sul capo, una fascia di tessuto che cinge la fronte come segno distintivo di colui che la indossava, originariamente destinata alle donne e ai sacerdoti. La fascia poteva essere finemente impreziosita da inserti in oro e pietre preziose, o come cerchio di metallo che cinge la fronte.

«A me non dispiace la teoria di quelli che sostengono che [i dodici littori siano stati] importati dalla vicina Etruria (da dove furono introdotte la sella curule e la toga pretesta) tanto questa tipologia di subalterni, quanto il loro stesso numero. Essi credono che ciò fosse così per gli Etruschi poiché, una volta eletto il re dall'insieme dei dodici popoli, ciascuno di essi forniva un littore
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 8.)

La vita dei re non fu facile, ricordiamo che su otto re (anche Tito Tazio fu re) due soli morirono nel loro letto (Numa Pompilio e Anco Marcio) mentre Tarquinio il Superbo finì i suoi giorni in esilio. Gli altri cinque morirono di morte violenta.

Dalla fine della monarchia i romani decisero di non avere più re e di avere una Res Publica (democrazia) che però non durò molto, perchè poi ebbero sempre imperatori. Caso strano, l'impero fu il periodo più ricco di territori, commerci, ricchezze, leggi e arte per i romani, che insegnarono la civiltà al mondo. .

Vedi anche: DOPO I RE
Vedi anche: DA CITTA' A STATO


BIBLIO

- Appiano di Alessandria - Storia romana -
- Diodoro Siculo, Bibliotheca historica - libri IX-XIII -
- F. Della Corte - Varrone, il terzo gran lume romano - Firenze - La Nuova Italia - 1970 -
- Giovanni Brizzi - Storia di Roma - 1.Dalle origini ad Azio - Bologna - Patron - 1997 -
- Massimo Pallottino - Origini e storia primitiva di Roma Milano - Rusconi - 1993 -
- Plutarco, Vita di Romolo e Vita di Numa.-
- Strabone - Geografia, V (Italia) -
- Tito Livio - Ab Urbe condita libri -


TITO TAZIO - TITUS TATIUS


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MONETA RITRAENTE TITO TAZIO

Nome: Tito Tazio, latino: Titus Tatius
Nascita: ?
Morte: 745 a.c.
Regno: 750-745 a.c.
Figli:
- Titia che sposò Numa Pompilio
- Tius che divenne antenato della nobile famiglia dei Tatii 


DOMANDE

- Quando morì Tito Tazio?
Tito Tazio morì il 745 a.c.
- Chi era Tito Tazio prima di diventare re di Roma?
Tito Tazio prima di diventare re di Roma era re di Cures, città sabina.
- Come fece Tito Tazio a diventare re di Roma?
Dopo aver combattuto tra loro Romolo e Tito Tazio si accordarono per governare congiunti.
- Dove si stabilirono Tito Tazio e i Sabini a Roma?
Tito Tazio e i Sabini a Roma si stabilirono sul colle Quirinale.
- Quali regole imposero le sabine ai romani per accettare il matrimonio con loro?
Le sabine per accettare di sposare i romani imposero loro le seguenti regole:
1) non dovranno mai lavorare per i loro mariti, salvo filare la lana;
2) per la strada gli uomini dovranno cedere loro il passo;
3) nulla di sconveniente sarà detto a loro o in loro presenza;
4) nessun uomo potrà mostrarsi nudo davanti a loro;
5) i loro figli avranno una veste speciale, la praetexta che li rendeva intoccabili pena la morte)-
- Come morì Tito Tazio?
Tito Tazio morì ucciso dagli abitanti di Laurento ai cui ambasciatori alcuni parenti di Tazio avrebbero mancato di rispetto.
- Tito Tazio fu divinizzato?
Tito Tazio fu divinizzato venendo assimilato al Dio Quirino a cui fu poi assimilato anche Romolo.



TITO TAZIO
Secondo le antiche tradizioni romane Titus Tatius (748 a.c.) fu il re sabino di Cures, una delle città stato in cui vennero rapite le donne dai romani, i quali avevano popolato l'urbe dando asilo ai ricercati e ai reietti, di certo non i migliori come cives, ma forse ottimi per combattere. La mancanza di donne aveva fatto loro rapire le donne dei popoli vicini attirandoli con una festa e i derubati di figlie e mogli come prima reazione si rivolsero a Tazio, che pertanto era già un tipo di riguardo:
« ...e da ogni parte si radunavano attorno a Tito Tazio, re dei sabini. E a lui facevano capo anche ambascerie perché grandissima era la sua fama in quelle regioni »
Il re di Cures vendicò infine il rapimento delle donne sabine attaccando Roma e catturando il Campidoglio con l'aiuto del tradimento di Tarpeia. 
« Un'ultima guerra venne dai sabini e fu di gran lunga la più difficile. I sabini, infatti, non erano mossi da ira o da ingordigia di bottino; soprattutto non fecero trapelare nulla della loro volontà di guerra prima di essere pronti in armi. »
Però le donne sabine convinsero tanto Tatius quanto Romulus a riconciliarsi, a riunirsi in un unico popolo e a governare unitamente su di esso. Roma conservò il suo nome e il suo popolo si chiamò Romano, ma come comunità si definirono Quiriti; i Sabini poi vennero incorporati nelle tribù e nelle curie, dando origine al "populus Romanus quirites"
Tazio si stabilì con il popolo sabino sul Quirinale mentre i romani rimasero sul Campidoglio.
Tutto filò liscio per 5 anni finchè re Tazio venne ucciso per vendetta dagli abitanti di Lavinio, così Romolo regnò da solo, e Tazio, essendo contemporaneo a Romolo non rientrò nel fatidico numero dei "Sette re di Roma".
Ebbe una figlia di nome Tatia, che sposò Numa Pompilio (il successore di Romolo), ed un figlio, che fu l'antenato della nobile famiglia dei Tatii.
Varrone narra di Tazio come un re di Roma che ampliò la città e stabilì alcuni culti, ovviamente sabini. Fu infatti Tito a dedicare un piccolo tempio al Dio Semo Sancus sul Quirinale, un Dio sabino ovviamente.
NUMA POMPILIO CON EGERIA

CURES

Cures era una città sabina posta tra la riva sinistra del Tevere e la Via Salaria, a circa 26 miglia da Roma, là dove oggi sorge Fara Sabina. la più importante città della Sabina citata da Cicerone, Virgilio, Stazio, Strabone e Plutarco.

Secondo Livio il re successore a Romolo, Numa Pompilio, era proprio un cittadino di Cures, nato a Cures e lì residente quando venne acclamato re di Roma.


LE OPINIONI

Secondo Mommsen,

la storia della sua morte sarebbe la versione storica della soppressione della vendetta di sangue. Tazio, che per certi versi assomiglia a Remus, non sarebbe un personaggio storico, ma l'eroe eponimo del collegio religioso dei Sodales Titii, sui quali Tacito esprime due opinioni diverse, che rappresentano due diverse tradizioni: che è stato introdotto sia da Tazio stesso per conservare il culto Sabino a Roma, o da Romolo in onore di Tazio, alla cui tomba i suoi membri erano tenuti ad offrire un sacrificio annuo. 
I sodales cessarono alla fine della repubblica, ma vennero ricollocati da Augusto e durarono fino alla fine del II sec. d.c. Sia Augusto che l'imperatore Claudio appartenevano al collegio, i cui membri erano tutti di rango senatorio.  Altri pensano che Tazio possa essere l'eponimo della tribù dei Titii, o anche una invenzione per costituire un precedente per la magistratura collegiale.


TITO TAZIO - RATTO DELLE SABINE

Secondo Antonio Nibby 

Tazio non potendo avvicinarsi a Roma per le colline, che erano, come si è detto, occupate da Romulo e dagli Etrusci, sboccò colle sue genti nella pianura in seguito chiamata Campo Marzio e pose i suoi alloggiamenti sotto il monte Saturnio. Questo colle, che era più dappresso a Roma, e perciò era stato meglio degli altri fortificato, veniva guardato da una mano dì gente capitanata da Tarpejo.

Contro questo monte si rivolse Tazio, considerandolo come il punto più importante per poter battere Roma, e pervenne ad impadronirsene, sia per tradimento, come l'opinione generale pretende, sia per sorpresa: e siccome in questa fatto ebbe gran parte Tarpeja, figlia dì colui che vi comandava, perciò da quella epoca il monte ottenne il nome di Tarpejo, nome che rimase sempre ad una parte di esso (quantunque il resto dopo prendesse altra denominazione dì Capitolium) e fu quella, che riserbata al supplizio de' rei continuò ad appellarsi la rupe, o il sasso Tarpejo, siccome si appella tutt' ora.

All' avviso della espugnazione di un posto così importante Romulo co' suoi alleati venne in soccorso di Roma e cercò di riprendere il colle perduto ma fu indarno, che rimasto egli stesso ferito nella pugna, e morto Lucumone, capo degli Etrusci, i Sabini attaccarono la città stessa.

Questa però veniva custodita dal fiore della gioventù, i quali si lanciarono contro i nemici cercando di respingerli: nello stesso tempo Romulo riavutosi dal colpo ricevuto in battaglia, corse a rianimare i suoi, e per meglio riuscire fece voto a Giove di edificargli un tempio sotto la denominazione di Statore nel sito stesso, nel quale avea gittato le fondamenta della sua città.

Sono varie le opinioni degli antichi sopra Tarpeja, e sopra la presa del Campidoglio fatta dai Sabini, le quali possono leggersi in Dionisio in Livio in Plutarco nella vita di Romulo e. XIII. etc. Che poi il monte venisse denominato Tarpejo e continuasse cosi a chiamarsi fino alla fondazione del Tempio di Giove Capitolino da Tarquinio, nella quale occasione il monte dissesi Capitolium, e la rupe dalla quale si gittavano i rei conservò sola il nome di Tarpeja, lo mostra Plutarco in questi termini nella vita di Romulo.

La pugna ricominciò più furiosa nella valle fra i due colli Palatino, e Capitolino; ivi Mezio Curzio, che comandava la cavalleria Sabina, inesperto de' luoghi, trovossi intrigato in una palude che esisteva fra i due colli e che dopo tale avvenimento fu detta il Lago Curzio: la battaglia insensibilmente erasi portata verso la estremità del monte, che poi prese il nome di via Sacra, e continuava incerta, ed accanita, quando un nuovo stratagemma fu posto in opera da Romulo, di far uscire le donne perchè fossero mediatrici fra i loro padri, e i mariti: il ritrovato di Romulo andò a seconda de' suoi desiderj, la pacificazione fra i due popoli fu istantanea e completa, e da un tale avvenimento il sito dal quale fu conchiuso il trattato, venne chiamato Via Sacra.


Secondo Dioniso

nel luogo citato, Livio Uh. I. e. V. pone queste parole del voto di Romulo :
"Jupìter tuis, inquit, jussus avibus hìc in Palatìo prima urbis fundamenta fecì,  hic ego tibi templum Statori Jovi,quod monumentum sit posteris; tua praesenti ope servata ìn iirbem, esse voveo."
Questo passo determina la posizione del tempio di Giove Statore nelle vicinanze del sito dove Romulo avea cominciato il solco, cioè verso il Foro Boario, come si vide di sopra, e sul Palatino.



COME ANDO' VERAMENTE

Sicuramente vi fu scontro tra i Sabini e i Romani, come sempre avveniva nel circondario delle città laziali e oltre. Evidentemente non vi fu questa vittoria schiacciante dei romani ma le battaglie dovettero durare a lungo finchè prevalse il buon senso femminile. Non dimentichiamo che all'epoca c'era ancora in diversi popoli, come dimostrò parecchi secoli dopo Bachofen, un retaggio matriarcale, dove i re comandavano le città e gli eserciti, ma la religione e l'interpretazione della volontà divina era affidata alle donne. Evidentemente le sacerdotesse sabine si accordarono con le sacerdotesse romane per una pace congiunta. 
Guarda caso Tarpeia era un'antica divinità preromana e colei che aprì le porte di Roma era una vestale, cioè una sacerdotessa. Nell'inquinamento storico Tarpeia diventò addirittura la figlia del portinaio che aprì le porte ai sabini in cambio di un bracciale d'oro. Occorre precisare che la rupe Tarpea era dedicata anticamente alla Signora delle selve, da Tharphos, nome greco che significa appunto selva, boscaglia. Tanto più che il vezzo di buttare la gente dalla rocca è prettamente greco e sicuramente già vigeva.

Non a caso poi vi si rinvenne la testa di una Dea che rivestì il ruolo di Roma caput mundi. E la testa fu rinvenuta proprio sulla rupe Tarpea, e in questo mito l'augure raccomanda di non rivelare il luogo della scoperta. Come mai? Forse per non rivelare che gli antenati di Roma furono matriarcali e con una Dea Madre, cosa che riscoprirà ben nel XIX secolo Bachofen col suo contestatissimo ma veritiero "Il Matriarcato".

Tanto è vero che di diversi Re di Roma si ignora la paternità, solo perchè all'epoca si diventava re in quanto figli o mariti di una regina. Per Romolo il padre diventa Marte, ma in realtà è figlio di una sacerdotessa vestale, che sicuramente in epoca antichissima erano tutt'altro che caste. D'altronde Romolo ratificò l'alleanza sposando una sabina, una certa Ersilia, da cui ebbe una figlia e pure un figlio che però non ereditò il trono. Forse non è vero che si eleggessero re per acclamazione, almeno all'inizio, ma occorreva sposare una sacerdotessa per diventarlo.
Da notare poi che furono le donne a decidere la sospensione della guerra, il che dimostra il potere che avevano, potere che persero in pieno patriarcato dove Lucrezia viene uccisa dal fratello solo per aver pianto per la morte del fidanzato seppur nemico. 
E poi Plutarco in Vita di Romolo, racconta che:
"Là mentre stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall'altra, in mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un Dio."

IL TRADIMENTO DI  TARPEIA
Le future romane non avrebbero osato tanto, ma soprattutto urlarono e minacciarono con richiami di guerra, evidentemente erano anche guerriere altrimenti non avrebbero usato di quei richiami che certamente dovevano essere terribili per intimidire il nemico, un po' come si fa nelle squadre di rugby e anche peggio.

Ma c'è di più, il successore di Tazio fu Numa Pompilio che aveva sposato la figlia Tazia o Tatia che dir si voglia. All'epoca i re erano maschi ma prendevano il potere dalle donne. Così andò in Egitto, dove i faraoni si sposavano sorelle e figlie per poter ereditare il comando, così fu in Grecia, dove Egisto ad esempio divenne re sposando la regina Clitennestra, e così più anticamente uno dei Proci sarebbe diventato re di Itaca sposando la regina Penelope.

Ma ancora una cosa ci convince ancor più che le sabine fossero matriarcali e avessero un potere, perchè le fonti narrano che fecero coi romani un patto di comportamento in caso di matrimonio, ed ecco le regole:
1) non dovranno mai lavorare per i loro mariti, salvo filare la lana;
2) per la strada gli uomini dovranno cedere loro il passo;
3) nulla di sconveniente sarà detto a loro o in loro presenza;
4) nessun uomo potrà mostrarsi nudo davanti a loro;
5) i loro figli avranno una veste speciale (praetexta che li rendeva intoccabili pena la morte) e un ciondolo d'oro (bulla aurea, con lo stesso significato).

Non è da escludere che fosse all'epoca preponderante il potere sabino a Roma, come lo divenne poi quello etrusco. Ma basta leggere le leggi che le sabine imposero ai romani per ratificare la pace per
capire che la decisione spettava a loro."

ASSASSINIO DI TITO TAZIO

L'UNIONE DEI REGNI (Antonio Nibby)

Dionisio, che di questa concordia parla più a lungo, racconta, che secondo il trattato, Romulo co' suoi Romani rimase padrone della Roma primitiva: Tazio co' Sabini si stabili sul colle Tarpejo e per addizione, siccome i due popoli non aveano spazio sufficiente, una parte del Quirinale e del Celio fu loro assegnata dove questi due colli più vicini si trovano al Tarpejo  ed al Palatino.

Ma dobbiamo qui prevenire il lettore, che con ciò non vuol credersi da noi, che il Quirinale, ed il Celio fossero chiusi nelle mura imperciocché gli antichi vanno d' accordo nell' assicurarci che dopo la riunione de' Romani a' Sabini il solo monte Capitolino o Tarpejo fu colla valle intermedia riunito al Palatino con mura.

Questa valle era allora ingombrala da boschi e dalla palude accennata di sopra, la quale venne riempiuta, ed i boschi furono tagliati i e trovandosi posta tra i due colli, fu deciso, che servirebbe loro di mercato, o Foro in comune.

Secondo questo racconto è ragionevole supporre che dal Palatino al Tarpejo fossero dirette due cortine di mura, le quali continuando sul ciglio delle rupi verso il Campo Marzio, vennero a chiudere dentro tutto intiero il Tarpejo: nello stesso tempo questo accrescimento rese inutile quella parte del muro primitivo di Roma, che dominava il Foro ma forse questa non venne tosto abbattuta.



LA MORTE

I due Re governarono pacificamente parecchi anni i loro popoli riuniti, e pare che la concordia non fosse in guisa alcuna alterata ma è facile giudicare che l'ambizione di Romulo non vedesse di buon occhio la sua autorità divisa, e per conseguenza è da credersi che se non fu 1' autore, almeno fomentò le differenze che insorsero fra Tazi e i Laurenti, le quali finirono coll'assassinio del Re Sabino: che se di ciò non abbiamo una prova diretta, l'indifferenza, che mostrò Romulo nella morte del suo collega, fa molto sospettare della sua fede.

Infatti, qualche anno dopo la riunificazione dei regni, il romano e il sabino, alcuni parenti di Tazio maltrattarono gli ambasciatori dei Laurenti che fecero appello al diritto delle genti. Tazio non se ne curò e, pur essendo, in qualità di re, il garante della giustizia, appoggiò i suoi parenti. Mentre era a Lavinio però, intento a un solenne sacrificio, fu sorpreso dagli avversari e ucciso. Livio commenta:

« Si dice che Romolo abbia accettato quell'evento con minor dolore di quanto fosse giusto attendersi, forse a causa di quella divisione del potere che lo lasciava poco tranquillo, forse perché riteneva che Tazio fosse stato ucciso, tutto sommato, giustamente. »

Dionisio narra l'avvenimento della morte del re con lunghi particolari, e chiama Laviniati quelli che Livio appella Laurenti, ed aggiunge che la morte di Tazio avvenne 1'anno VI del suo regno con Romulo. Plutarco va d'accordo con Dionisio e con Livio, e fa dei Laurenti gli offesi dai seguaci di Tazio, e Lavinio il luogo della uccisione e, aggiungendo i sospetti che corsero in questo affare circa Romulo, soggiunge che ciò non alterò la buona armonia dei Sabini dimoranti in Roma, i quali, alcuni per amore, altri per timore, restarono tranquilli.

Ciò deve credersi per la gelosia, che fra i due Re dovea regnare, e soprattutto per i passi di Livio, e di Ovidio, che nominano la porta del Palatino, che più sotto vedremo essere la Mugonia, esistente ancora ai tempi loro; ed è appunto questa la porta, che stava nel lato del colle, che sovrastava al Foro, che veniva designata col nome di Porta vetus Palatii: il primo nel capo V. del I libro afferma:
"Ut Hostius cecidlt confestim Romana inclinatur acies ; fusique est ad veterem portain Palatii"

Ovidio poi nella I. Elegia del III. libro Tristium cantò:
"Inde petens dextram, porta est ait ista Palatii Hic Statar hoc primiun condita Roma loco est".
Dionisio nel libro II narra lo stesso avvenimento con più lunghi particolari, ma con poca varietà, e solo chiama Laviniati quelli che Livio appella Laurenti, ed aggiunge che la morte di Tazio avvenne 1'anno sesto del suo regno con Romulo.
Questa morte però non produsse alcun cangiamento nel recinto, che rimase lo stesso fino alla morte di Romulo avvenuta 716 anni avanti l'era volgare, alla quale epoca Roma non chiudeva dentro le mura che il Palatino, ed il Tarpejo, e la valle che separa i due colli.
Plutarco va di accordo con Dionisio e con Livio, e fa Laurenti gli offesi dai seguaci di Tazio, e Lavinio il luogo della uccisione sua siccome Livio: quindi aggiungendo i sospetti che corsero in questo affare circa Romulo, soggiunge che ciò non alterò punto la buona armonia de' Sabini  dimoranti in Roma, i quali altri per amore, altri per timore restarono quieti.


LA SEPOLTURA

Dopo la morte, il corpo di Tazio fu riportato a Roma e sepolto sul colle Aventino. La sua tomba si trovava all'interno di un bosco sacro di allori (Loretum), situato nell'area dell'attuale piazza Giunone Regina.

Il Lucus Laurus nobilis - selva di allori - riferito da Dionigi e Varrone, avrebbe accolto la sepoltura del re Tito Tazio. Poichè Plutarco riferisce che Tazio fu sepolto nell'Armilustrium, e siccome presso la chiesa di Sant'Alessio fu trovata un'epigrafe che menziona l'Armilustrium, si suppone il lucus in quella zona.

Su quella tomba i romani sacrificarono ogni anno e sul Quirinale onorarono il Dio Quirino a cui probabilmente era stato assimilato Tito Tazio, e a cui poi venne poi assimilato Romolo.


BIBLIO

- Plutarco - Vita di Romolo - XXIII -
- Tito Livio - Ab Urbe condita libri - I - Storia di Roma dalla fondazione - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Andrea Carandini - La leggenda di Roma, volume II. Dal ratto delle donne al regno di Romolo e Tito Tazio, Mondadori - Fondazione Valla - Milano - 2010 -
- Raymond Bloch - Les Origines de Rome - 1946 -
- G. De Sanctis - Storia dei Romani - I - Torino - 1907 -


ANCO MARZIO - ANCUS MARCIUS


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Nome: Ancus Marcius
Nascita: 675 a.c.
Morte: 616 a.c.
Predecessore: Tullo Ostilio
Successore: Tarquinio Prisco
Regno: 642-617 a.c.
Nonno: Numa Pompilio


DOMANDE

- Quando e dove nacque Anco Marzio?
Anco Marzio nacque nel 675 a.c. nella Sabina.
- Quando e dove morì Anco Marzio?
Anco Marzio morì il 616 a.c. a Roma.
- Chi fu il predecessore di Anco Marzio?
Il predecessore di Anco Marzio fu Tullo Ostilio.
- Chi fu il successore di Anco Marzio?
Il successore di Anco Marzio fu tarquinio prisco.
Cosa fece di importante Anco Marzio per Roma?
- Fondò Ostia per lo sbocco sul mare. Inoltre a Ostia fabbricò le saline.
- Costruì il porto Tiberino sul fiume.
- Costruì il ponte ligneo Sublicio sul Tevere, che sostituì il guado per l'isola tiberina.
- Aggiunse a Roma il colle Gianicolo e l'Aventino.
- Edificò il foro Boario, dove si commerciava il bestiame e altro, sale compreso
- Costruì una carcere a ridosso del Foro a monito dei trasgressori.
- Costruì la Via Ostiense.


ANCO MARZIO

Nel 642 a.c. Anco Marzio, o Anco Marcio, o (in latino)  Ancus Marcius, o Ancus Martius, fu il quarto re di Roma, l'ultimo di origine sabina, appartenente all'antica gens Marcia. Dunque neanche Anco era romano (Livio 1 - 34 - 6) ma era il nipote di Numa Pompilio per parte di figlia, anche lui attento ai riti e alla sacralità.

Nonostante l'indole pacifica, Anco Marzio dovette affrontare la guerra ai Latini per difendere il suo territorio, sconfiggendoli a Ficana e Politorium. I deportati vennero stabiliti sull'Aventino e nella Valle Murcia, creando la prima Plebe romana.

Infatti mentre gli Albani avevano conservato dei privilegi in quanto imparentati o considerati parenti dei Romani, i Latini furono considerati immigrati, senza gens o gloria. Così Anco Marzio passerà alla storia come il fondatore della plebe.

Secondo alcuni studiosi vi sarebbe un rapporto di parentela tra Anco Marzio e Numa Pompilio, poiché entrambi erano di nobile stirpe sabina, e vennero rappresentati insieme sulle facce dei denarii fatti coniare dalla gens Marcia. In particolare, secondo il Pallottino, Anco Marcio sarebbe nipote di Numa, in quanto figlio di sua figlia Pompilia e di un esponente sconosciuto della gens Marcia.


OPERE PUBBLICHE

"Regnando Anco Marzio, narrano Dionisio e Livio che si unì alla città l'Aventino; e circondandolo di mura e fosse, fu abitato dalla gente trasportata da Tellene, Politorio e da altre città in allora soggiogate. Sotto allo stesso Anco Marzio si cinse ancora di mura quella parte del Gianicolo che è rivolta verso l'Aventino, onde formare ivi un luogo forte per servire di difesa a quei che navigavano sul fiume contro le infestazioni degli etruschi, e si congiunse tale luogo alla città col mezzo del ponte Sublicio. "


- Fondò la prima colonia romana, una città sul mare a sedici miglia da Roma, presso la foce del Tevere: Ostia, raccordata attraverso la via Ostiense. Il che dette grande sviluppo all'Urbe che ebbe finalmente lo sbocco sul mare. Inoltre a Ostia fabbricò le saline.
- Costruì il porto Tiberino, molto importante per trasportare le merci da oltremare fino all'Urbe.
- Costruì il primo ponte romano sul Tevere, il ponte di legno Sublicio, che sostituì il guado per l'isola tiberina.
- Situato sulla riva destra del Tevere, in territorio originariamente etrusco, il colle Gianicolo, Ianiculum, fu occupato e annesso a Roma da Anco Marzio che lo fortificò e collegò alla città tramite il Ponte Sublicio, sul quale doveva passare l'antica strada che attraversava il colle proveniente dall'Etruria, che in seguito diventò la Via Aurelia.
- Aggiunse alla città anche l'Aventino, popolandolo, come il Gianicolo, coi vinti in battaglia.
- Costruì una carcere a ridosso del Foro che fosse di monito ai disobbedienti delle leggi.
- Trasformò la zona nei pressi del ponte Sublicio in un mercato commerciale, il foro Boario, dove si commerciava il bestiame e altro. Qui convergevano le vie del sale dal mare, come la via Campana e le vie della transumanza del bestiame da nord, come la via Salaria, e le vie commerciali per gli scambi tra le città etrusche del nord e quelle latine del sud.
- Fece operare la fortificazione del colle Gianicolo, come già ne avevano il Palatino ed il Campidoglio, vista l'importanza ormai acquisita dal Foro Boario e dallo Scalo Tiberino nei pressi del ponte Sublicio.
- Essendo la via del sale una delle principali fonti economiche di Roma, decise di affiancare la via Campana verso sud, sulla sponda destra del Tevere, alla nuova via Ostiense, sulla sponda sinistra del Tevere. In questo modo Roma rafforzò l'approvvigionamento di sale, elemento preziosissimo per la sopravvivenza.
"E siccome Anco Marzio fa l'ultimo ad accrescere il recinto avanti il regno di Servio Tullio e dalla descrizione già fatta apparisce, che alla sua morte lasciò la città con quattordici, o quindici porte, cioè la Carmentale di Romulo, le quattro di Numa, le cinque di Tulio Ostilio; e le quattro, o cinque sue proprie. Ma di queste porte, meno la Carmentale, non sappiamo i nomi, seppure non voglia dirsi, che alcune di esse si appellassero cogli stessi nomi, che poi Servio diede alle sue in parecchi luoghi, o le stesse, o loco da quelle de' recinti precedenti diverse."


ANTONIO NIBBY

- "Anco Marzio seguendo l'esempio de' suoi predecessori fece anche egli un grande ampliamento al recinto di Roma, e dopo aver disfatto la città di Politorio ne trasportò gli abitanti sull'Aventino, dove par pose quei di Tellene, e Ficana, anche esse città del Lazio, che egli successivamente espugnò, nella valle profonda detta Marcia, dove poi fu da Tarquìnio Prisco costrutto il Circo, che separava l'Avventino dal Palatino.

MONETA DI ANCO MARZIO, A DESTRA IL RE SUL CAVALLO
CHE ATTRAVERSA L'ACQUEDOTTO
Anco Marzio vi situò gli abitanti di Medullia, altra città ragguardevole del Lazio da lui espugnata. Questo è il racconto di Tito Livio ma Dionisio di Alicarnasso essendo concorde con Livio circa l'aver Anco Marzio posto sopra l'Aventino i popoli di Politorio, Tellene, e delle altre città Latine da lui conquistate, ed aver di fossa, e di muro circondato quel monte, afferma, che la citata valle profonda venne dopo colmata, il che indica, che egli non la credesse da Anco popolata con que' di Medullia ma in ciò l'autorità di Livio ci sembra più probabile, che contemporaneamente alla riunione dell'Aventino al Palatino, la valle ancora, che divide i due colli fosse popolata. 

Né vogliamo però decidere, che tutto quello che oggi Aventino si chiama, fosse allora dentro le mura riunito, imperciocché fra due parti dell' Aventino, o per dir meglio fra S. Sabba e S. Prisca si apre una valle, che dal Circo Massimo conduce alla porta S. Paolo, talmente profonda, che fa supporre a prima vista le sommità, sulle quali giacciono queste due chiese, come due monti distinti.

Se si vuol credere questa divisione artefatta, essa venne forse eseguita nella riunione dell' Aventino a Roma fatta da Anco Marzio, quando per maggior sua difesa scavò più profondamente una separazione naturale esistente fra le due punte del colle: se poi vuol dirsi una divisione naturale, la conseguenza, che se ne trae é, che il monte di S. Prisca non sia lo stesso, che quello di S. Sabba, e perciò, che essi siano altrettanto distinti quanto lo sono il Palatino, ed il Celio  e da ciò conviene concludere, che le eminenze, sulle quali si ergono S. Balbina, e S. Sabba, siano state rinchiuse nel recinto di Roma da Servio Tullio, quando ebbero le mura una grande ampliazione. 

Anco Marzio non si contentò di riunire a Roma l'Aventino, egli volle che la città fosse affatto al coperto dalle incursioni degli Etrusci, e che la navigazione del fiume fosse difesa, e perciò fabbricò un ponte di legno sul Tevere, che poi fu reso celebre dall'azione magnanima di Orazio Coclite, e per lungo tempo portò il nome di Sublicio; e pose una guarnigione sul Gianicolo quasi rimpetto all'Aventino dove fondò una rocca, la quale anche a'giorni nostri è ammirabile. 

Imperciocchè con molto lavoro rese quasi isolato un promontorio del monte suddetto, tagliandolo a picco da tre lati, e fortificandolo con muro, e lasciando sopra di esso una parte più alta, ove formò l'acropoli di dietro, verso ponente la elevazione del Gianicolo non fa alcun ostacolo alla rocca stessa, imperciocché è troppo distante, e dalla sua sommità non si può scoprire né il Tevere, che traversa Roma, né i campi adiacenti, come dalla rocca. 

Ed é questa una delle opere più portentose de' Romani, se si voglia riflettere alla epoca, in cui venne eseguita, ed è opera, che fino ad ora venne negletta da coloro che illustrarono la topografia di Roma, e solo Piranesi ne diè qualche cenno. E per potere bene esaminare questa rocca, ed averne una idea giusta, fa di bisogno entrare nella villa Spada posta sulla vetta del Gianicolo, dalla porta verso S. Cosimato, dove seguendo dirimpetto alla porta la via, la quale è tagliata nel monte, ed è in parte l'antica via Aurelia, si vede spiccare a destra la rocca, che anticamente molto più alta si ergeva, se si considera quanto di terra, e di sabbia nel corso de' secoli deve avere riempito la valle. 

Uscendo dalla stessa porta, e salendo alla spianata, sulla quale è la chiesa di S. Pietro in Montorio, potrà aversi una idea della elevazione della rocca, la quale domina intieramente la città antica, e moderna; la parte più alta della rocca è occupata dalla fontana Paolina, e dal giardino dietro di essa. Che se si vuole discendere dalla fontana stessa verso Roma per la porta S. Pancrazio, si vede, che il Gianicolo a sinistra, dove è il giardino degli Arcadi, e più oltre dove è il bosco della villa Corsini, è stato perpendicolarmente tagliato, onde rendere la rocca affatto isolata; e forse i muri del corridore, che servono ora di sostruzione al monte dietro le odierne cartiere, furono edificati sopra le antiche sostruzioni della rocca stessa, almeno ne sieguono la linea, onde non abbia a credersi tal congettura troppo avanzata.

A queste fortificazioni Anco Marzio ne aggiunse un'altra, cioè di scavare in que' luoghi piani  da' quali era più facile attaccare la città, una fossa, che Fossa de' Quiriti fu detta, della quale non si ravvisa neppure la traccia, e per conseguenza temerario sarebbe volerne determinare la posizione.

Inoltre:
- istitui una sua lex curiata de imperio,
- istitui le basi della rerum repetitio e alcune leggi riguardanti i traffici marittimi,
- istituì il tributo sulle saline,
- fece incidere su tavolette le disposizioni di Numa Pompilio relative al collegio pontificale.

(Dionigi d'Alicarnasso, Antiquitates Romanae trad.: Gennaro Franciosi)
« Avendo inoltre convocato i pontefici e avendo ricevuto da loro le disposizioni relative alle cose sacre che Pompilio aveva stabilito, le fece incidere su tavolette ed esporre nel foro per tutti coloro che volessero vederle. »



RERUM REPETITIO

Il pater patratus, fermando i capelli con una benda di lana, annunciava le esigenze romane utilizzando una serie di frasi prescritte, prima sulla frontiera del nemico, poi, passato oltre i confini, di nuovo al primo uomo che incontrava, e sempre entrando nel territorio nemico, giungeva nel forum alla presenza dei magistrati locali. Se le richieste non venivano soddisfatte, il pater patratus aveva 33 giorni per dichiarare la guerra, per cui tornava a Roma per attendere la risoluzione del re romano e del Senato.

Una volta deciso di andare in guerra, un feziale tornava alla frontiera nemica con un giavellotto con punta in acciaio o bruciata, e intrisa di sangue. Dichiarava quindi guerra al nemico gettando il giavellotto nel loro territorio. Da qui il concetto romano di Bellum Iustum (guerra giusta), in quanto si era fatto il possibile per evitarla.



LA MORTE

Come Numa Pompilio, Anco Marzio morì di morte naturale a Roma dopo venticinque anni di regno. Alla morte di Anco Marzio nel 616 a.c. gli successe al trono il primo re etrusco di Roma, Tarquinio Prisco.


BIBLIO

- Massimo Pallottino - Origini e storia primitiva di Roma - Milano - Rusconi - 1993 -
- Giovanni Brizzi - Storia di Roma - 1 - Dalle origini ad Azio - Bologna - Pàtron - 1997 -
- Emilio Gabba - Dionigi e la storia di Roma arcaica - Bari - Edipuglia - 1996 -
- Theodor Mommsen - Storia di Roma antica - Firenze - Sansoni - 1972 -


DOPO I RE


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LA VISIONE STORICA DI POLIBIO

Partendo dalla teoria dei cicli e ricicli storici dei sei regimi politici (tre positivi e tre degenerati), ossia Regno, Tirannide, Aristocrazia, Oligarchia, Democrazia; Oclocrazia, Regno e così via, Polibio osserva che la costituzione romana non segue questo processo di nascita-crescita-degenerazione.

Roma è un mondo a parte, uguale a nessuno, non è monarchica, né aristocratica, né democratica, ma: monarchica (consoli), aristocratica (senato) e democratica (comizi popolari), tutti coesistenti. Una compresenza dei tre regimi politici, in rapporto dialettico e bilanciato dove l'uno controlla l'altro perchè alcuno prevalga in modo assoluto.

Il popolo di Roma, in effetti, ha un forte potere con i seguenti presupposti:
  • Assegnazione di onori e punizioni. Fattore decisivo in una comunità, poiché sono il bastone e la carota con cui si governa una comunità.
  • Emissione delle sentenze di morte, con la concessione, talvolta, di mutarla in condanna all'esilio, ius exsilii.
  • Assegnazione delle cariche.
  • Verifica delle leggi, con la possibilità da parte dei Tribuni della Plebe di opporre il proprio veto, ius intercessionis.
  • Decisione della pace o della guerra.
  • Ratifica o rigetto di alleanze, accordi e trattati.
Il popolo sono i cives Romani, coloro che partecipano alle decisioni e alle elezioni dei Comizi: Comitia Centuriata e Comitia Tributa, escludendo i sudditi delle province e gli alleati italici, e includendo invece una buona parte dell’Italia centrale.

Ma per partecipare ai lavori dei comizi era necessaria la presenza fisica al Foro, per cui solo gli abitanti dell'Urbe e delle immediate vicinanze avevano la possibilità di incidere sulla vita politica di Roma, come fosse ancora una città-stato, pur non essendolo più sulla carta.


Però i patrizi

Nei comizi il voto non aveva valore individuale ma collettivo (per centuria o per tribù), e le centurie (ripartite in base al censo) erano per la maggior parte costituite dalla prima classe censitaria, i patrizi, e da quella dei cavalieri, gli equites.

Quindi, su un totale di 193 centurie, se la prima classe (80 centurie) e la classe dei cavalieri (18) si fossero unite, avrebbero ottenuto la maggioranza.
Gli strumenti di propaganda politica a Roma, ossia l’ambitus, le contiones e l’istituzione della clientela, permettevano al patriziato senatorio di influire in modo decisivo all’interno dei comizi.

Vedi la votazione per la guerra contro Filippo V di Macedonia nel 200 a.c., come riferisce Tito Livio:

"Il popolo, stremato dalla Guerra Annibalica appena conclusa, disapprovò la nuova guerra; fu allora che l’eloquente orazione del console Publio Sulpicio Galba richiamò il popolo a una nuova convocazione in cui si decise per la guerra".

Così il potente e rinvigorito esercito romano sconfisse Filippo, sventando la minaccia di un’invasione e preparando la strada alla conquista della Grecia.

La Repubblica dei Romani era quindi un’aristocrazia, in cui però il popolo aveva forti poteri decisionali, seppur limitati. Non a caso lo Stato romano si esprimeva nel celebre Senatus Populusque Romanus, S:P:Q:R., il Senato e il Popolo romano.

Polibio, confrontando Roma e Cartagine, che si contesero la supremazia sul Mediterraneo, nota quanto siano simili i due sistemi politici, ma Roma vinse perché vi prevaleva la componente aristocratica, mentre a Cartagine prevaleva quella democratica:
"Poiché dunque presso gli uni [i Cartaginesi] decideva il popolo, e presso gli altri [i Romani] i migliori, le decisioni dei Romani sulle questioni politiche erano più valide; ed è per questo che, pur essendo stati completamente sconfitti [a Canne], grazie alla validità delle loro decisioni riuscirono infine a prevalere nella guerra contro i Cartaginesi."

Era quindi il Senato la vera e silenziosa forza di Roma, era l’autorità e il governo dei migliori. Era lo stesso Senato che uno sbalordito ambasciatore di Pirro, interrogato dal suo sovrano, definì "una assemblea di re".


RES PUBLICA POPULI ROMANI

Fu il sistema di governo di Roma nel periodo tra il 509 e il 27 a.c., in cui si ebbe una repubblica oligarchica. Roma, da piccola città stato del VI secolo a.c. divenne la capitale di uno Stato, formato da molti popoli e civiltà differenti, lo Stato più multirazziale mai esistito fino ai giorni nostri.

All'inizio il territorio della repubblica coincideva con quello della città, sui famosi sette colli, confinando con la regione dei Latini a sud e quella etrusca a nord. I poteri riservati al re, cioè il comando dell'esercito e il potere giudiziario, furono assegnati a due Consoli e il potere religioso al Pontifex Maximus. Seguirono poi le cariche di Edili, Censori, Questori e Tribuni della plebe, che costituirono le magistrature.

Per garantire la Repubblica, ogni carica, a parte quella del Censore, che poteva durare fino a 18 mesi, aveva il mandato di un solo anno. Inoltre ogni carica veniva assegnata ad almeno due uomini alla volta, ognuno dei quali aveva potere di veto sull'altro, sia per non lasciare vuoto l'incarico in caso di morte sia perchè nessuno esorbitasse nei suoi poteri.

Ma la cosa più importante è che le cariche erano gratuite, per cui l'onore diventava soprattutto un onere.

In tempo di guerra, nell'esercito romano il comando dei due Consoli era alternato a determinati giorni, cosicchè nessuno dei due aveva il comando esclusivo.

Mentre i Consoli erano sempre due, gli altri incarichi erano retti da più uomini, nella tarda Repubblica c'erano 8 Pretori all'anno e 20 Questori.

I magistrati si dividevano in quelli dotati di comando, cum imperium: Consoli, Pretori e Dittatori. protetti dalle guardie del corpo, i Littori, e quelli sine imperio, con potere limitato, tutti gli altri, privi di Littori. Sui nuovi territori di conquista non si elessero nuovi magistrati ma dei promagistrati: Proconsole e Propretore, che avevano sul campo gli stessi poteri di un magistrato ma che facevano capo a un magistrato cui rispondevano del loro operato.

Sia i magistrati che le leggi erano votate dalle Assemblee Popolari, di cui le più importanti erano i Comizi Centuriati, in cui il peso nelle votazioni era proporzionale al censo, in cui prevalevano le famiglie patrizie. L'importanza della plebe era comunque maggiore rispetto al periodo monarchico, in cui i comizi curiati erano solo patrizi.

Venne inoltre concesso alla plebe di partecipare all'esercito, finchè la plebe non ottenne i Tribuni della plebe, eletti dal Concilio della plebe.

Il Senato, costituito da 300 membri, tutti capi di famiglie patrizie, Patres, ed ex consoli, Consulares, era invece solo patrizio, con l'incarico di fornire pareri e indicazioni ai magistrati, di fatto poi vincolanti, e di approvare le decisioni prese dalle Assemblee popolari.

Il dittatore invece era una carica eccezionale, limitata a periodi di emergenza militare, con un mandato di 6 mesi in cui diventava la guida dello Stato. Eleggeva un suo collaboratore a lui subordinato, il Magister Equitum, maestro della cavalleria, una specie di luogotenenete.


Cariche politiche della Repubblica furono dunque:
  • Console
  • Proconsole
  • Pretore
  • Propretore
  • Edile
  • Questore
  • Proquestore
  • Censore
  • Tribuno della plebe
  • Tribuno Consolare
  • Tribuno militare
  • Pontefice massimo
  • Dittatore
  • Maestro della cavalleria
  • Princeps Senatus
  • Duumviri
  • Triumviri
  • Decemviri
  • Vigintisexviri
  • Tribuno erario
  • Quinqueviri muris turribusque reficiendis
  • Magister vicorum et pagorum
  • Praefecti


LA CACCIATA DEI RE DI ROMA

Narra Tito Livio che Sesto Tarquinio, figlio dell'ultimo Re di Roma Tarquinio il Superbo, violentò Lucrezia, nobildonna romana che riferì il delitto alla propria famiglia, e che, non reggendo il disonore della violenza subita si uccise.

La famiglia di Lucrezia per vendetta fomentò e guidò la rivolta contro la famiglia reale, che abbandonò Roma per rifugiarsi in Etruria. Lucio Tarquinio Collatino, marito di Lucrezia, e Lucio Giunio Bruto vinsero le elezioni come primi due Consoli, supremi magistrati della Repubblica, divenendo Capi dello Stato Romano.

Il re Tarquinio però si rivolse a Porsenna, re di Chiusi, per chiedere il sostegno militare e riappropiarsi del trono. Porsenna, anch'egli etrusco, si mise personalmente alla testa delle truppe e assediò Roma ma gli atti di valore dei Romani come Orazio Coclite, Muzio Scevola e Clelia, indussero Porsenna a ritirarsi.

In realtà il crescente peso della plebe, sostenuto dagli Etruschi per rovesciare il potere oligarchico romano, e togliersi pertanto di torno una potente concorrente commerciale sul Mediterraneo, spinse i patrizi alla cacciata di Tarquinio il Superbo e a prendere le armi contro gli Etruschi.

La cacciata dei re però segnò una crisi militare ed economica per Roma, perchè i popoli latini circostanti, come Equi e Volsci si ripresero parte dei territori di Roma, la quale perse anche l'egemonia marittima, mentre l'emarginazione dei ceti plebei artigiani e mercantili, che sotto la monarchia avevano guidato la crescita economica, fece regredire l'economia ad agricola e povera, dominata dai grandi proprietari.

Il potere passò dal re ai due primi Consoli e il sacerdozio col culto di Iuppiter Optimus Maximus nel grande tempio sul colle Capitolino passò al Rex sacrorum, il Re delle cose sacre. Fino alla fine della Repubblica l'accusa di ambire alla corona di re rimase una delle più gravi in cui poteva incorrere un personaggio potente (ancora nel 44 a.c. gli assassini di Giulio Cesare sostennero di aver agito per prevenire la restaurazione di una monarchia esplicita).

Figurarsi che a Roma le api erano considerate segno infausto se incontrate in luogo non dovuto, come quando entrarono nel tempio di Marte, perchè erano simbolo di monarchia e potevano quindi preannunciarne l'avvento.



LA SECESSIONE DELLA PLEBE

I plebei sempre più privati di diritti abbandonarono la città, portandosi dietro famiglia e beni mobili, e accampandosi fuori le mura per ben tre volte: nel 494, nel 450 e nel 287 a.c. Nella prima secessione i plebei ottennero l'elezione di due rappresentanti, i tribuni, nella seconda ottennero la redazione delle Dodici Tavole della legge che portò il numero di Tribuni a 10, nella terza ottennero le Lex Hortensia, che diede al voto del Concilium Plebis, il Concilio dei plebei, praticamente il "plebiscito".

La conquista di nuovi territori permise di sanare i conflitti tra patrizi e plebei donando a questi nuove terre, in cui la plebe portò la civiltà romana contribuendo alla coesione dello Stato.



I PERSONAGGI DELLA REPUBBLICA

Inizio Repubblica
  • Lucrezia
  • Lucio Iunio Bruto
  • Attilio Regolo
  • Muzio Scevola
  • Marco Furio Camillo
  • Orazio Coclite
  • Decio Mure
  • Attilio Regolo
  • Cincinnato
  • Appio Claudio il Censore
  • Annibale
  • Scipione l'Africano
  • Scipione Emiliano
  • Catone il Censore

Tarda Repubblica
  • Tiberio Sempronio Gracco
  • Gaio Sempronio Gracco
  • Gaio Mario
  • Lucio Cornelio Silla
  • Pompeo Magno
  • Giulio Cesare
  • Marco Licinio Crasso
  • Marco Tullio Cicerone
  • Spartaco

TITO LIVIO - LIBRO II

1 - E non c'è dubbio che addirittura Bruto, copertosi di gloria per l'espulsione del tirannico Tarquinio, avrebbe agito in modo dannosissimo per lo Stato, se il desiderio prematuro di libertà lo avesse spinto a detronizzare qualcuno dei re precedenti.

Infatti cosa ne sarebbe stato di quel branco di pastori e di avventurieri se, fuggiti dai loro paesi per cercare libertà o impunità nel recinto inviolabile di un tempio, si fossero liberati della paura di un re e avessero cominciato a lasciarsi trascinare dalla virulenza dei demagoghi e a scontrarsi verbalmente coi senatori di una città che non era la loro, prima che l'amore coniugale, l'amore paterno e l'attaccamento alla terra stessa (sentimento questo legato alla lunga consuetudine) non avessero unito le loro aspirazioni?

- Lo Stato, minato dalla discordia, non sarebbe riuscito a muovere nemmeno i primi passi. Invece l'atmosfera di serenità e moderazione che accompagnò la gestione del potere ne influenzò a tal punto la crescita che, una volta raggiunta la piena maturità delle sue forze, poté esprimere i frutti migliori della libertà. E poi l'inizio della libertà risale a questa data non tanto perchè il potere monarchico subì un ridimensionamento, ma piuttosto perchè fu stabilito che i consoli durassero in carica soltanto un anno. 

- I primi a occupare questa magistratura mantennero tutte le attribuzioni e le insegne dei re, salvo che non ebbero contemporaneamente i fasci per non dare alla gente l'impressione di un terrore raddoppiato. Bruto, che col consenso del collega fu il primo ad averli, dimostrò di non essere meno attento nel preservare la libertà di quanto fosse stato determinato nel rivendicarla. 

- In questa direzione ecco quale fu il suo primo provvedimento: per evitare che il popolo, tutto preso dalla novità di essere libero, potesse in seguito lasciarsi convincere dalle suppliche allettanti della casa reale, lo costrinse a giurare che non avrebbe permesso più a nessuno di diventare re a Roma. Poi, per rinforzare il senato ridotto ai minimi termini dalle esecuzioni a catena pretese dall'ultimo re, ne portò il totale degli effettivi a trecento nominando senatori i personaggi più in vista dell'ordine equestre. 

- Di lì pare che entrò nell'uso di convocare per le sedute del senato padri e coscritti (dove è chiaro che con questo termine si alludeva agli ultimi eletti). Il provvedimento giovò straordinariamente all'armonia cittadina e al riavvicinamento della plebe alla classe senatoriale.

(Tito Livio - Ab Urbe Condita)


BIBLIO

- P. A. Brunt - Classi e conflitti sociali nella Roma repubblicana - Bari - Laterza - 1972 -
- Itala Dondero e Patrizio Pensabene - Roma repubblicana fra il 509 e il 270 a.c.. - Roma - Quasar -1983 -
- Antonietta Dosi - Lotte politiche e giochi di potere nella Roma repubblicana - Milano - Mursia - 1999 -
- Carcopino - L'età repubblicana - in Storia di Bologna - I - Bologna nell'antichità - Bologna - Bononia University Press - 2005 -
- T. Mommsen con il fratello August Mommsen - Cronologia romana fino al tempo di Cesare - 1858 -


LA MILIZIA DEI RE DI ROMA


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GUERRIERO ROMANO DEL V SECOLO A.C.

Tito Livio - Ab Urbe Condita:
- Stamattina o Quiriti, verso l'alba, Romolo, padre di questa città, è improvvisamente sceso dal cielo e apparso davanti ai miei occhi. "Va e annuncia ai Romani che il volere degli Dei è che la mia Roma diventi la capitale del mondo. Che essi diventino pratici nell'arte militare e tramandino ai loro figli che nessuna potenza sulla Terra può resistere alle armi romane". -

La legione romana fu una macchina bellica pressoché perfetta che dominò i campi di battaglia dell'antica Roma. Si racconta che fu Romolo a creare la legione romana, sull'esempio della falange greca, dividendo i soldati in gruppi militari di 3.000 fanti e 300 cavalieri, che si chiamarono legioni. I soldati furono arruolati dapprima fra le tre tribù dei Tities, Ramnes e Luceres., con cittadini dai 17 ai 46 anni, che potevano pagarsi l'armamento, con 1000 fanti e 100 cavalieri ciascuna.

La legione fu la grande arma dei Romani. Nel combattimento si disponeva a falange su tre file con la cavalleria ai lati.

Ogni fila di 1.000 armati era comandata da un Tribuni militum, mentre gli squadroni di cavalleria dai Tribuni celerum.

A capo dell'esercito c'era il re. Sembra poi che Romolo, quando la città di Roma si ingrandì e i Romani si unirono ai Sabini, abbia raddoppiato il numero degli armati in: 6.000 fanti e 600 cavalieri.

I guerrieri combattevano con lance, giavellotti, pugnali, asce e spade, per lo più in bronzo, con la sola protezione di una placca di cuoio borchiato sul petto e uno scudo tondo di legno. Solo i ricchi patrizi potevano permettersi l'armatura e/o il cavallo.

All'inizio vi fu dunque un'unica legione, finchè Servio Tullio non affiancò alla legione dei iuniores un'altra di seniores, una seconda legione potenzialmente arruolabile, che mai nella realtà venne arruolata.

Servio Tullio inoltre suddivise i soldati in cinque classi in base al censo, dai più ricchi ai più poveri, dividendoli inoltre in seniores (oltre 46 anni) e gli iuniores (tra 17 e 46 anni). Inoltre reclutò 18 centurie di equites, cavalieri patrizi. Tarquinio Prisco poi raddoppiò il numero delle centurie per ogni legione, da tre a sei.
  • La prima classe era la più ricca, formata da 80 centurie di fanteria, di cui 40 di iuniores che combattevano all'esterno, e 40 di seniores a difesa dell' Urbe. Una centuria era formata da ottanta uomini, poi il numero salì, fino a 100 e pure 160. La classe ricca degli Optimates, gli aristocratici, formava la falange oplitica e combatteva in prima linea, armati con elmo, scudo tondo, gambiere, corazza, tutto in bronzo, più lancia leggera e spada. Altre due centurie erano formate da genieri per il trasporto delle macchine da guerra.
  • La seconda classe formava la seconda linea, equipaggiata in bronzo con elmo, scudo oblungo, delle gambiere tutte di bronzo, oltre lancia e spada.
  • La terza di fanteria leggera era equipaggiata con elmo, scudo oblungo, lancia e spada.
  • La quarta di fanteria leggera con lancia e giavellotto.
  • La quinta di fanteria leggera con una fionda e proiettili di pietra.
  • Altre due centurie erano di suonatori di cornu, tuba e buccina per gli ordini militari.
  • I proletari formavano una sola centuria, che non dovevano combattere a meno che Roma non fosse in pericolo.
GUERRIERO ROMANO DEL IV SECOLO A.C.
La legione fu il massimo modello antico di efficienza militare, sia per l'addestramento, sia per l'organizzazione, sia per il genio tattico. Diceva Cesare che erano disgraziati quei militari il cui comandante si basasse solo sulla forza nelle battaglie, anzichè sull'intelligenza tattica. Ma contava molto anche la solidarietà tra i soldati, consapevoli che ciascun uomo doveva contare sull'appoggio del compagno e della squadra per avere salva la vita in battaglia.

La legione consentì la formazione dell'impero più importante e civile del mondo antico, perchè qualsiasi impero si basa soprattutto sulle forze militari e sulla capacità di conservarle e accrescerle, ma soprattutto sui valenti generali e strateghi militari.

Così l'esercito era formato da 1.800 cavalieri e 17.000 fanti per un totale di 193 centurie, che passò alla fine della monarchia a 2 legioni, una per difendere la città e una per combattere all'esterno. Due centurie formavano poi un Manipolo, comandato da un Centurione e composto da 120 legionari Hastati della prima linea, 129 Principes che formavano la seconda linea e 60 Triari nella terza fila della legione).

All'inizio l'esercito era composto solo dai patrizi, gli unici a potersi procurare armi e armatura, coadiuvati in parte dei loro clientes. Sotto il governo del Re Servio Tullio invece si aprirono i ranghi legionari a tutti coloro che potevano pagarsi un'armatura dando origine alla leva censitaria. Tutti coloro che erano esclusi dal censo perché proletari o per altre ragioni, vi potevano partecipare come "tecnici" (fabbri, falegnami....) o come velites o ausiliari semplici.

La legione arcaica somigliava un po' alla falange greca, in quanto i legionari, divisi in centurie, si disponevano spalla a spalla, con le lance inclinate, avanzando compatti verso il nemico. Questo schieramento permetteva di sferrare un solo attacco, e di essere molto vulnerabili ai lati, dato che la cavalleria era ridotta essendo costosissimo l'armamentario.

La legione "oplitica" difese Roma fino alla Repubblica dove avvennero importanti mutamenti che avrebbero visto prevalere l'Esercito romano su tutti gli altri.



LA LEGIONE

L’unità di base dell’esercito romano era la legione, comandata da un corpo di ufficiali di professione, i centurioni, erano addestrati all’uso delle armi, a marciare, ad allestire il proprio campo, a schierarsi e a manovrare in battaglia. La cavalleria eraveva 10 reparti, ciascuno di 30 cavalieri.

Alla testa della legione c'erano sei tribuni che rispondevano direttamente al console.

A fianco delle legioni romane si schieravano gli alleati, soprattutto latini e italici, con lo stesso schema tattico, ma con una cavalleria più numerosa, di 900 uomini divisi in 30 reparti.

Il comando di queste truppe spettava a tre prefetti nominati dal console.

Durante le prime fasi della battaglia, davanti a questa fanteria pesante venivano schierati i velites.

Quando dunque gli eserciti entravano in contatto, i velites scagliavano i propri giavellotti leggeri e si ritiravano rapidamente, passando attraverso gli spazi fra i manipoli ed andando a schierarsi dietro i triarii dell’ultima linea.

Dopodichè i principes della seconda linea potevano avanzare e riempire gli spazi tra gli hastati per formare un fronte compatto; oppure mantenevano la posizione a scacchiera.

Talvolta la riserva dei triarii attaccava sul fianco i nemici impegnati contro le prime due linee dello schieramento. La cavalleria costituiva usualmente le ali dell’esercito.

Ogni legione era contraddistinta da un numero un nome e un simbolo zoomorfo.

Solitamente la legione prendeva il nome o dall'Imperatore che l'aveva istituita, o dal luogo in cui prestava servizio. Il numero la distingueva da altre legioni con lo stesso nome. Il simbolo zoomorfo sul vessillo riguardava lo zodiaco, ma non solo.

Tra i simboli di ogni legione i due più importanti sono l'Aquila, e il vexillum, entrambi venerati dai soldati: L'Aquila veniva donata o dal Senato o dall'Imperatore nel momento in cui la legione veniva costituita: un'asta di legno con in cima l'Aquila Imperiale dorata, su cui venivano affisse le phalere, i riconoscimenti al valore militare della Legione.

Il vexillum era invece il simbolo della legione stessa, un drappo fissato ad una picca. Sul drappo di colore rosso e di forma quadrata era ricamato in colore oro il nome, il numero e il simbolo zoomorfo. L'Aquila e il vexillum erano portate rispettivamente dall' aquilifer e il vexillifer.

Anche coorti, manipoli e centurie avevano un numero e un nome. Ogni coorte era numerata da uno a dieci e talvolta aveva anche un nome; i manipoli erano numerati da uno a tre per ogni coorte, mentre le centurie erano distinte dal numero uno o due a seconda se fosse la prima o la seconda centuria del manipolo e dal nome del suo centurione.

Un soldato che combatteva nella legione doveva quindi ricordarsi queste informazione per cercare il suo posto. Inoltre le coorti avevano un vessillo detto signum, i manipoli invece avevano un imaginibus.

La legione riuniva, accanto alla fanteria e alla cavalleria, altri reparti specializzati come frombolieri, sagittari, esploratori e genieri.



IL CASTRUM - I forti militari -

C'erano quelli permanenti, quelli semipermanenti e quelli quotidiani.

Quelli permanenti si trovavano spesso ai confini dell'impero, erano organizzati come una città romana, di forma rettangolare, cinti da un bastione con torri ad intervalli regolari di queste le principali erano le torri ai vertici e quelle ai lati delle porte di ingresso. Avevano costruzioni in legno che pian piano diventarono in muratura.

Le porte di ingresso erano quattro ed erano traversate ciascuna da una via chiamate cardo maximus e decumano maximus che si incrociavano al centro del forte formando una piccola piazza chiamata forum, con edificio adiacente chiamato praetorium dove risiedeva il comando della legione.

All’incrocio del cardo col decumano era sistemato il quartiere generale, detto principia.

Vicino al foro c'era il tribunal dove si conservavano le insegne della legione durante la notte, e il suggestus, il palco da dove il comandante parlava ai soldati.

Il resto del forte era suddiviso da strade parallele che lo dividevano in tanti rettangoli con le camerate dei soldati e le scuderie. Gli alloggiamenti delle truppe erano disposti in modo tale che ogni gruppo di dormitori ospitasse due centurie e ogni camerata otto legionari, ciascuno con il proprio equipaggiamento; alle estremità di ogni gruppo di dormitori erano disposti gli alloggi dei centurioni.

La presenza di un acquartieramento stabile finiva per richiamare la povera gente dei dintorni e i piccoli trafficanti che vivevano rifornendo di generi di conforto i legionari. Era anche un modo per fare amicizia con la popolazione se non si era in guerra.

C'erano inoltre un ospedale, un granaio, dei fabbri (per la riparazione delle armi), e l'armamentarium, il deposito delle armi, un mercato, officine varie, talvolta anche un teatro e delle terme.

Spesso i forti erano costruiti a ridosso o nei pressi dei valli che proteggevano il confine settentrionale dell'Impero come nel caso del Vallo di Adriano che era dotato di due forti maggiori e di tanti piccoli castella (forti minori in grado di ospitare dei distaccamenti delle due legioni di stanza) ad intervalli regolari l'uno dall'altro.

Tutto intorno al bastione del forte c'era un fossato profondo 3 metri e largo 6-10 metri. Una delle quattro porte del forte era chiamata Ianua Pretoria da dove entrava il comandate quando doveva assumere il comando della legione.

Nei periodi invernali, quando usualmente la guerra veniva sospesa, i soldati alloggiavano in quartieri stabili, simili al castrum, detti hiberna, piccole comunità autosufficienti, la casa dei legionari durante il lungo periodo di ferma.

Avevano una pianta quadrata ed era anch'esso traversato da due vie principali, perpendicolari tra loro: il cardo da nord a sud, il decumano da est a ovest; alle quattro estremità erano collocate le porte.

Al centro veniva posta la tenda del generale, dove venivano innalzate anche le insegne delle legioni (ogni campo ne accoglieva due) e quelle dei tribuni.

Le truppe si accampavano per centurie in quadrati o rettangoli di tende, così che il castrum assumeva approssimativamente la forma di una scacchiera, in cui le vie di collegamento si intersecavano sempre ad angolo retto.

Il campo era circondato e fortificato da un fossato largo circa un metro e mezzo e profondo uno. Il terreno di scavo, ammucchiato nella parte interna, andava a costituire insieme al pietrame un parapetto di due metri di altezza, che veniva poi sormontato da una palizzata, lungo la quale vigilavano giorno e notte le sentinelle (vigiles), alternandosi in turni di guardia.

Il castro quotidiano era invece quello che si erigeva di notte nei periodi di marcia, per avere una certa difesa durante la notte. Infatti prima del tramonto i legionari, dopo aver lasciato delle vedette, alzavano una palizzata con i legni tagliati e rifiniti in zona.

Ogni legionario ne portava uno in spalla in aggiunta allo zaino, per non aggravare il numero dei carri che rallentavano la marcia e che in più costavano peso e denaro per il cibo dei muli.

Cesare fu famoso per l'ingegno del trasporto organizzato, studiando ogni metodo che potesse diminuire l'ingombro e il peso di attrezzi e vettovaglie.

Come era terminata la palizzata si portavano all'interno i carri e le tende che venivano montate a tempo di record. Ma tutti il campo veniva montato a tempo di record, così come veniva smontato all'alba del giorno dopo. I soldati romani avevano un addestramento continuo che li rendeva ingegneri ed esecutori velocissimi ed abilissimi, senza mai usare chiodi.
Oltre alle palizzate si montavano delle vedette per i vigiles che si davano il cambio per la guardia notturna.



IL CIBO

Era in genere secco, con farina e legumi, carni secche, formaggi stagionati, pesce salato e grasso di maiale o di montone per cucinare. Di solito veniva integrato con verdure selvatiche del posto o con le razzie nei villaggi, fatte però con dei limiti, per non esaperare la popolazione che sarebbe poi stata asservita.

Se si trattava invece di popolazioni irriducibili le razzie diventavano saccheggi, ma erano rari. Per bere si allungava l'acqua con l'aceto, che dava un sapore gradevole e la disinfettava almeno in parte. L'aglio era usatissimo e come l'aceto era prescritto nel contratto di arruolamento. I generali sapevano quanto fosse importante il cibo per i combattenti ed era loro compito averne in quantità igni giorno, pena la rivolta dei soldati.

Il cibo era anch'esso portato almeno in parte a spalla, perchè in una fuga i carri venivano abbandonati, per cui un soldato doveva avere nello zaino cibo per diversi giorni, e sui carri per una ventina di giorni almeno. Nell'accampamento non c'erano cuochi ma i soldati cucinavano a turno. Solo dopo le vittorie si concedeva ai soldati di bere vino e gozzovigliare, ma durante la ferma il vino era proibito, perchè un vero soldato romano doveva essere sempre vigile.

Nello stesso zaino il soldato si portava minuscole statuette dei Penati, i geni degli antenati che li avrebbero protetti in battaglia.


BIBLIO

- Giovanni Brizzi - Studi militari romani - Bologna - CLUEB - 1983 -
- Giuseppe Cascarino, Carlo Sansilvestri - L'esercito romano. Armamento e organizzazione - V. III -
- A. Liberati, E. Silverio - Organizzazione militare: esercito, Museo della civiltà romana - Roma - 1988 -
- Lawrence Keppie - The making of the roman army from republic to empire - Oklahoma - 1998 -
- Adrian Goldsworthy - Storia completa dell'esercito romano - Ed. Logos - 2008 -

 

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