TULLO OSTILIO - TULLUS HOSTILIUS





Nome: Tullus Hostilius
Nascita: ?
Morte: 641 a.c.
Predecessore: Numa Pompilio
Successore: Anco Marzio
Regno: 673-642 a.c.


Nel 673 a.c. Tullo Ostilio, dopo Numa Pompilio, fu il nuovo re di Roma, sempre eletto dal popolo, memore che suo nonno Osto Ostilio aveva combattuto con Romolo contro i Sabini. Tullio non era romano e proveniva dalla gens Hostilia e la tribù dei Luceres, cioè degli etruschi, ancora amati e stimati a Roma, come non sarà più nei tempi a venire. Tuttavia sua madre era latina e si chiamava Medullia (Dionigi di Alicarnasso 3 - 1 -2)


ANTONIO NIBBY

"Minore difficoltà, ed incertezza s'incontra negli antichi scrittori circa l'ampliamento del recinto fatto da Tullo Ostilio successore di Numa. Quasi tutti vanno d'accordo nell'asserire che egli cìnse di mura il monte Celio, e che lo riunì alla città.

Ma non tutti nono concordi circa 1' epoca della riunione, alcuni asserendo essere stato il Celio riunito da TulIio prima della conquista di Alba, altri dopo: in questa differenza crediamo ragionevole seguire, piuttosto che Dionisio, Livio, il quale vuole, che quel Re dopo l'abbattimento di Alba trasportasse gli abitanti della città distrutta sul monte Celio, così nomato fin dal tempo di Romulo, da quel Celio condottiere degli Etrusci, che vi si stabilì.

E pare che il Re Romano volesse in certa guisa imitare 1' abbattuta metropoli , dando alla sua città una forma meno oblunga e semicircolare, come Albalonga avea, verso l'ospedale di S. Giovanni Laterano, e lasciando fuori li Battisterio detto di Costantino riprendessero l'erto del monte, e racchiudendo il sito dove oggi è la chiesa di S. Stefano Rotondo, per la villa Mattei, e S Gregorio andassero a raggiungere il Palatino verso l'angolo meridionale che guarda S. Gregorio".


ORAZI E CURIAZI

Tullo Ostilio infatti fu un buon re e un condottiero valoroso. Le guerre di Roma e Veio, già iniziate con Romolo, avevano motivi di tipo economico e Roma non voleva concorrenti commerciali, inoltre intendeva espandere il territorio. Così il re etrusco, che era ormai romano a tutti gli effetti, guidò i romani contro i Veienti uscendone vincitore. Poi volle conquistare Albalonga, i cui rapporti si erano incrinati, probabilmente perchè pericolosamente vicini e concorrenziali nei commerci. Siccome però i due re desideravano aumentare e non ridurre la popolazione, decisero di ridimensionare la guerra a un duello: tre fratelli di Roma, gli Orazi, contro tre fratelli di Albalonga, i Curiazi. Questo ci suggerisce varie cose:
  • che il conflitto non era così aspro da desiderare la distruzione dell'altro popolo; 
  • che i due popoli non fossero tanto dissimili da non poter sopportare la convivenza; 
  • che i due popoli avessero ancora voce in capitolo, tanto da spingere i loro capi a decidere le sorti in modo poco cruento; 
  • che fosse non nuovo nell'antichità dove le popolazioni erano piuttosto scarse questo modo di risolvere i conflitti.

IL DUELLO

IL GIURAMENTO DEGLI ORAZI
La contesa sembrò sfavorevole ai Romani, infatti due di loro morirono subito e il terzo Orazio si trovò a sostenere da solo tre Curiazi. Allora escogitò un espediente. Si dette alla fuga correndo verso Roma, e corse così a lungo e così energicamente che gli inseguitori si distanziano tra loro. Così li finì uno ad uno.

"Nel tempo di Tullo Ostilio, allorchè guerregiando con l’Albani, scelsero li tre fratelli Curiatij dalla lor parte e li tre fratelli Oratij de’ romani acciò terminassero combattendo la differenza, ed avendo i Curiati uccisi due degli Oratii, il terzo fingendo fugire li colse tutti e tre separatamente, e l’uccise, entrando poscia vincitore e triunfante in Roma vennegli all’incontro la sua sorella, la quale come che ammogliata con uno delli Curiati, in vegiendo il fratello intriso nel sangue dello sposo, cominciò a piangere, ed urlare, del che offesosi il fratello, e mal ciò soffrendo la uccise. 

Finita così mestamente la pompa fu Orazio portato dal re per esser giudicato. Il re elesse a tale effetto due Giudici, il quale lo condannarono a morte, ma appellatosi Orazio al popolo fu assolto. Da indi in poi principiò la carica de’ Duemviri Capitali li quali avevano il giudizio delle gravi cause, e la custodia delle carceri capitali."

In una versione simile il vincitore tornato a casa venne rimproverato aspramente dalla sorella a cui aveva ucciso il promesso sposo, uno dei tre Curiazi. Il fratello, che non aveva un buon carattere, solo per questo la uccise. Venne pertanto portato in tribunale ma il padre si battè per lui facendolo assolvere. Per purificarsi, il fratello offrì poi un sacrificio a Giunone Sororia, (Giunone protettrice delle sorelle) divinità tutelare della sorella, divinità che però l'aveva mal tutelata.


Ma la versione originaria è un po' diversa:

"Orazio procedeva portando davanti a sè le triplici spoglie dei Curiazi. La giovane sorella, che era stata fidanzata di uno dei Curiazi, va incontro a lui davanti alla porta Capena,e riconosciuto sopra le amate spalle il mantello dello sposo, che lei stessa aveva fatto, scioglie i capelli e invoca flebilmente il nome del fidanzato ucciso. Il pianto della sorella durante la sua vittoria e in una così grande gioia pubblica turba l'animo dell'arrogante giovane. E così sguainata la spada, schernendo nello stesso tempo con le parole, trafigge la fanciulla:"Raggiungi quindi il fidanzato, incurante dei fratelli uccisi e di quello vivo, incurante della patria. La stessa sorte tocchi a ogni donna romana, chiunque piangerà un nemico". 
Subito fu mandato a chiamare per il sommo giudizio capitale davanti al re Tullio Ostilio, che, incerto su cosa fare, disse:"Nomino i duunviri che giudicheranno Orazio secondo la legge".Allora i giudici, esaminata la causa, secondo la severissima legge di alto tradimento, giudicarono Orazio colpevole e lo condannarono a morte."

(Tito Livio)

DUELLO TRA GLI ORAZI E I CURIAZI

(ANNALI DI ROMA)

"Quello pertanto che si può con più certezza assicurare si è che nell'armata dei Romani vi erano tre fratelli detti Orazj ed in quella degli Albani altri tre fratelli chiamati Curiazj che si corrispondevano in età ed in forze ai quali venne affidata la causa della loro patria. Prima di procedersi al combattimento in presenza dei due eserciti Tullo e Suffezio stabilirono il trattato e solennemente si convenne che quello dei due popoli il quale avesse avuto l'atleta vincitore comanderebbe sopra dell'altro in buona pace. 

Tito Livio riferisce alcune sagre ceremonie eseguite dal Sacerdote Feciale e dal Padre Patrato prima che i prescelti combattenti venissero alle mani e riporta il giuramento che sanzionò il trattato. Anche Dionigi descrive le ceremonie del sagrificio e del giuramento prestato da ambe le parti ma non fa alcuna menzione nè del Feciale nè del Padre Patrato quali Sacerdoti era necessario che intervenir vi dovessero giusta la loro istituzione onde su questa parte ci atteniamo al parere dello Storico latino.

Sulle circostanze del combattimento non sono punto d'accordo i due Storici menzionati. Il greco però da sua parte confessa che la maniera da esso riferita e con la quale fu combattuto non che le diverse circostanze che accompagnarono la pugna avevano si dello straordinario che presentarono l'aria più di teatro che di storia. 

Da ciò stimiamo noi cosa più sicura tener sulle tracce di Tito Livio la nostra descrizione senza trascurare tutto ciò che può convenire al proposito e che si narra da Dionigi. Compiuto il trattato e le sagre ceremonie i valorosi campioni diedero di mano alle armi e scelsero per luogo del combattimento il campo di battaglia che servito aveva ai due eserciti. 

Era questo situato in un piano che limitava la terra dei Romani da quella degli Albani. I due eserciti usciti inermi dai respettivi trinceramenti si avvicinarono per essere testimonj della tenzone lasciando in mezzo uno spazio vuoto e sufficiente alle manovre dei giovani guerrieri. Alla testa dei due eserciti ed in luogo distinto assistevano il Re Tullo e il Dittatore Albano assisi su due cavalli maestosi.

Un combattimento che decider doveva della sorte di uno dei due popoli formava in conseguenza 1'entusiasmo più vivo di ognuno. Fervidi voti dei due eserciti, caldi sospiri e preghiere affannose agli Dei riempirono l'aria di quelle contrade talchè echeggiava un grido animatore per quei giovani coraggiosi. 

Questi intanto avvicinatisi scambievolmente e consegnate le spade in mani dei loro Scudieri corsero ad abbracciarsi e si salutarono coll'espressioni più tenere. Quindi riprese le armi si disposero al combattimento. Uno spettacolo cosi commovente fè cadere in gran copia le lagrime dagli occhi dei circostanti ed ognuno invocò i Dei della patria e quei loro tutelari. Ma dato è già il segno della pugna già i guerrieri tenendo in petto l'arditezza ed il furore dei grandi eserciti si slanciano furibondi e si battono. 

L'impeto che li spinge, l'amor della patria che li anima più della loro salvezza, le spade che balenano e risuonano percuotendosi riempiono gli spettatori di orrore. La speranza ed il timore gl'infievoliscono la voce, gli abbattono lo spirito ed immobili rimangono in un cupo silenzio. Non passa gran tempo che le ferite degli Atleti, il sangue che li ricuopre e che bagna il terreno la caduta di due Romani estinti l'un sopra l'altro aumentano da una parte lo spettacolo e lo spavento mentre dall'altra invigoriscono la speranza e producono un allegrezza affannosa. 

Gli Albani alzan grida di giubilo e d'incoraggimento ai bravi combattenti ma non ne risentono questi vantaggio perchè carichi di ferite sentonsi mancar la vita. Per lo contrario il Romano superstite resta del tutto illeso ma pure affrontar si deve con tre guerrieri mentre il suo popolo compreso dalla tristezza non ha coraggio d'invigorirlo con acclamazioni. 

La disuguaglianza di forze induce il Romano a ricorrere allo stratagemma. Riflette che se verrebbe superato impegnandosi con tutti tre sebbene abbattuti quelli riporterebbero sicura vittoria, combattendo con ciascheduno separatamente avrebbe più fortuna. Inizia pertanto una fuga nella certezza che i tre fratelli a proporzione delle perdute forze lo avrebbero in diversa distanza inseguito e cosi 1'un dopo l'altro li toglierebbe di vita.

Difatti mentr'egli fugge uno dei Curiazj più da vicino lo incalza, con marziale agilità si rivolge improvvisamente il Romano e fattosi addosso all'insalitore gli vibra un colpo tremendo e lo stende sul suolo. Questo inopinato avvenimento fa rivivere nei Romani la speranza e con vive acclamazioni infervorano il bravo guerriero mentre gli Albani invocano il soccorso dei due fratelli inutilmente a prò dell'estinto. 

Profitta intanto il vincitore aggredisce il secondo fratello che trovavasi in qualche distanza dal terzo e gli toglie in pochi istanti la vita Il numero in cotal modo dei combattenti si rende eguale ma non cosi le forze e la speranza. Il Romano privo di ferite e animato della doppia vittoria si scaglia tosto sul debole atleta e lo fa quasi vittima senza difesa trapassandogli la gola con un colpo di spada. 

Questo colpo fatale tolse la libertà agli Albani e Roma estese su di loro il suo impero. Grida di evviva da parte dei Romani e pianti inconsolabili da quella degli Albani risuonano per quella vasta campagna. Intanto l'Orazio vincitore senza darsi al riposo corre sui vinti e li spoglia per formare il trofeo della riportata vittoria. 

Calmati i due eserciti l'uno e l'altro attendono a dare onorevole sepoltura agli estinti ma con molta diversità di affetti quanto diversa era la sorte di uno che doveva comandare e dell'altro che assoggettar si doveva. Assicura Tito Livio che a suoi tempi esistevano le tombe degli Ora e Curiazj nei medesimi luoghi ov'erano caduti estinti. 

Le due tombe degli Orazj erano in uno stesso luogo c più prossime ad Alba le tre poi dei Curiazj in qualche distanza tra loro e dalla parte di Roma. Seguendo il parere di Dionigi i Romani dopo aver dato ai morti onorevole sepoltura fecero dei sagrificj agli Dei per ringraziarli della vittoria. Passarono quindi il resto del giorno nell'allegria ma gli Albani all'opposto restarono senza nudrirsi e senza provedere ai loro bisogni. 

All'indomani Tullo li riunì e fece di tutto per consolarli. Promise loro che avrebbeli trattati con tutta la moderazione che avrebbe conservati i diritti dell'antica alleanza e che prenderebbe somma cura dei loro interessi. Lasciò poi Suffezio nella carica di Generale delle Armate, nulla rinnovò nel governo della republica e rinviò i Soldati alle loro case. Impose a Suffczio però che tenesse pronto il suo esercito onde profittarne allorchè il bisogno lo esigesse per difendersi contro le aggressioni dei Vejenti. 

Il Senato intanto avendo decretato l'onore del trionfo a Tullo. Egli con pompa dispose l'esercito Romano e intraprese la sua marcia per tornarsene alla Città conducendo l'Orazio vincitore alla testa. Era questi carico delle spoglie dei tre vinti nemici e più di allegrezza e di gloria desiderar non poteva in quella brillante giornata ma bisognava che risentisse la forza delle disavventure dell'uomo cui non è dato godere di una perfetta felicità e quanto più sensibile è il suo gaudio tanto più gli sta prossimo il pianto. 

Mentre il trionfatore faceva solenne ingresso alla Porta Capena colà giunse la Sorella dell'Orazio ad incontrarlo. Era costei promessa in isposa ad uno dei Curiazj e di sua mano siccom'era costume in quei tempi aveva lavorata una veste e data in dono al futuro Sposo. Di questa ancora lorda di sangue vide carico il fratello ed a tal vista non seppe trattenere il pianto e le grida. 

Si lacerò le vesti, si scarmigliò il crine, si percosse il seno ripetendo sempre il dolce nome del caro suo Sposo. "E tu trionfi" piena di furore e di affanno gridò rivolta al fratello la sventurata fanciulla "tu trionfi empio ed inumano più di tutti gli uomini. E come puoi festeggiare dopo avermi tolto lo Sposo! Come insulti al mio dolore con quella veste che tu porti in trionfo e di cui spogliasti l'oggetto della mia tenerezza il mio diletto Curiazio!" 

A queste inaspettate querele ed a tal insultanti rimproveri scagliati in mezzo alla comune allegrezza Orazio si accende di collera e dà di piglio alla spada: "Muori Sorella inumana!" esclamò ed a questo grido le passa il petto da parte a parte e prosegue "tu dimenticasti i fratelli e la patria, va a congiungerti con lui per cui solo dimostri affetto. Chi piangerà i nemici di Roma possa così morire!" 

Compiuto il trionfo di Tullo e disciolto l'esercito menò rumore per la Città la causa dell'Orazio parricida alla cui decisione premettiamo alcune osservazioni intorno al cadavere della uccisa Sorella Giusta il parere di Dionigi, il padre di questa non sofferse che il di lei corpo si trasportasse in sua casa nè che fosse sepolto nella tomba de suoi antenati nè che le si facessero funerali. 

Non permise neppure l'onore della sepoltura abbandonando il cadavere nello stesso luogo ove trovavasi e contentossi soltanto che venisse coperto di terra e di sassi senza darsene egli alcun pensiero. Aggiunge lo Storico che Orazio il padre adempi nello stesso giorno i sagrificj ripromessi ai patrj Dei, tenne superbo festino con tutta la di lui famiglia e sagrificò con allegrezza il suo dolore particolare ai vantaggi della republica. 

Difende poi Dionigi quest'operato col riflettere che i Romani di quel tempo odiavano all'estremo i cuori malvagi. Quale però potra chiamarsi più malvagio o quel cuore che spinto da tenero affetto di donna si lagna della perdita di colui che la paterna autorità destinato aveale per consorte o quello che commette un parricidio senza perdonare alla debolezza del sesso e tener conto di un impulso ch'esser non poteva più violento per una fanciulla. 

Tito Livio non ci presenta nel padre della estinta Orazia tanta inumanità imperocchè ci fa fede contraria intorno alla di lei sepoltura. Egli narra che il sepolcro di Orazia fu eretto con un sasso quadrato nel medesimo luogo ove rimase estinta. Posto dunque questo distinto monumento che l'effetto esser dovette della tenerezza paterna non sappiamo ammettere tanta ferocia nel padre di Orazia quanta Dionigi ne descrive. 

Egli sembra voglia avvalorare il suo parere col dimostrare che a Roma dopo l'evento di Orazia fu seguito l'esempio del di lei padre da molti illustri Cittadini da poichè si vedevano questi sagrificare agli Dei coronati di fiori e andare in trionfo alla morte dei loro figliuoli allorquando in servizio della patria perduto avevano la propria vita. 

Tutto questo pero può avere relazione ai perduti due figlj per opera dei Curiazj non mai alla uccisione della figlia per mano del fratello. Noi pertanto attenendoci all'autorità di Tito Livio poniamo che ad Orazia venne data onorevole sepoltura con cui ricordare un affetto singolare il giovane destinatole come sposo.

Condotto Orazio in giudizio innanzi al Re per la uccisione della sorella, 1'accusa fu viva e sostenuta da più ragioni. La legge che con pena di morte punisce il parricida e quella che proibiva di far morire alcuno senza essere stata ascoltata la sua difesa erano i fondamenti dell'accusante. Si univano diversi esempj della vendetta degli Dei su quelle Città che avevano lasciato impuniti si atroci delitti. 

Il Padre di Orazio presentatosi a difesa del figlio giustificavalo contro un accusa così forte esponendo che la di lui azione non dovesse ritenersi per un omicidio ma sibbene per una giusta vendetta. Egli diceva come padre e padre comune essere il giudice più competente negli affari di sua famiglia e come tale non poteva condannare suo figlio. 

Il Re conosceva bene la disposizione della legge contro il parricida e rifletteva che l'essere indulgente verso 1'uccisore non altro produceva che tirarsi addosso le maledizioni che il solo reo meritava. Dall'altro canto non sapeva indursi a condannare come parricida colui che per la patria esposto aveva la propria vita e che col suo braccio vittorioso guadagnato aveva alla republica una delle più grandi Nazioni. 

Considerava inoltre un padre che giustificava il figlio con la perdita della stessa sua figlia che la natura e le leggi gli permettevano di punire e che non aveva perciò pieno motivo di usar col figlio l'ultimo rigore. In questo imbarazzo in cui si trovò Tullo vennegli in pensiero secondo Dionigi di abbandonar la causa al giudizio del popolo e questa fu la prima volta in Roma che s interpose il giudizio popolare nelle cause criminali. 

Tito Livio non fa passare dal Re al popolo il giudizio della causa di Orazio ma narra che convocò il popolo per la scelta di due giudici che appella Duumviri. Questa opinione sembra più probabile giacchè il Re avrebbe potuto eccitare troppo tumulto e poca riflessione dando in balìa di tanti diversi pareri la causa di Orazio quanti potevano contenersene in un popolo assai numeroso. 

I Duumviri che giudicar dovevano in conformità delle leggi un delitto ch'era sembrato molto atroce al Senato ed al Popolo non poterono astenersi di condannare Orazio alla morte senz'altra formalità essendo il misfatto appieno manifesto. Pubblicata la sentenza i Littori si prepararono ad eseguir la giustizia contro il reo che si trovava presente ma il padre avanzatosi nell'assemblea fece gli ultimi sforzi per liberare dalla morte il figlio. 

Riprese con più vigore gli argomenti che portati aveva innanzi al Re e compì la sua perorazione rivolgendosi alla clemenza del popolo che intenerito dalle sue lagrime ed in grazia del servizio ricevuto dal figlio fu questi assoluto dal parricidio ed il delitto direm cosi restò sepolto nella gloria.

Perchè però un delitto casi grave non rimanesse del tutto impunito il padre di Orazio fu multato di una somma di denaro ed il figlio fu fatto passare sotto il giogo ossia patibolo. Consisteva questo in due travicelli piantati in terra sulla cima de quali altro ve n'era a traverso. Scrive Dionigi che a suoi tempi il sito della Città in cui fu fatta quella ceremonia era dai romani rispettato come un luogo sagro ed esisteva in una via molto angusta che per sotterraneo conduceva in altra piccola strada chiamata Ciprianna. 

Vi erano due altari uniti nell'alto con un legno posto orizzontalmcnte e sotto questo solevano passare coloro che transitavano per quel luogo detto il trave delle Sorelle in rimembranza della disgrazia di Orazio. Nello stesso luogo i Romani facevano in ogni anno dei sagrificii e vi assistevano con particolar devozione. 

All'epoca parimenti dello Storico dic'egli che nel principio di un lato del Colonnato della pubblica piazza si vedeva una Colonna tagliata ad angoli sopra la quale furono collocate le spoglie dei Curiazii e vi si mantennero fintantochè non furono consumate e distrutte dal tempo. Questa Colonna era chiamata il "Pilastro di Orazio". Inoltre v'era una legge emanata in memoria della famosa giornata degli Orazii e questa prescriveva che se nelle famiglie nascevano tre figli maschi in un sol parto eran questi mantenuti dal publico erario e nudriti fino alla pubertà."

(GLI ANNALI DI ROMA -1836 -  Luigi Pompili Olivieri)

Roma insomma salvò Orazio, ovvero lo salvò il popolo romano, però non volle strafare e stabilì un'alleanza con Albalonga. Finalmente Tullo Ostilio stava tranquillo su quel fronte e ora poteva tentare la conquista di Veio e Fidene.  


PILA ORAZIA
 
Con questo nome si designa il pilastro dove furono poste da Orazio per trofeo le spoglie dei Curiazi da lui uccisi. Lo testimonia Livio, mentre Dionigi riporta che ai suoi tempi esisteva ancora il pilastro ma non le spoglie.


LA PILA ORAZIA
Ma il re di AlbaLonga, Mettio Fufezio, che evidentemente non aveva mandato giù i Curiazi morti, tradì e si schierò con gli Etruschi. La battaglia fu dura ma i Romani vinsero ancora e rasero al suolo Albalonga, poi deportarono i suoi abitanti e ammazzarono Fufezio squartandolo tra due carri in tiro.

"Il Celio poi, già abitato dal tempo di Romolo, fu cinto di mura da Tullio Ostilio successore di Numa, allorché dopo di aver distrutta Alba condusse gli albani ad abitare la sua città; e perchè il monte fosse più frequentato, Tullio vi pose la reggia e vi fissò la sua dimora".


Poichè Ostilio aveva bisogno di gente e di guerrieri, non rese schiavi gli albani ma li stabilì sul Celio, allargando il pomerio in modo da includerne il colle. Fece poi costruire la Curia Ostilia, la prima sede del Senato che non si riunirà più nel Comizio, ma avrà una sede tutta sua. Si sa che subito fuori le mura di Roma fece costruire un tempio intitolato al Pallore e al Timore, probabilmente divinità dell'Ade, visto che c'era anche un Vicus, il Vicus Pallor, intitolato a lui. Successivamente Ostilio combattè anche contro i Latini riportando un altro successo.

La Curia Hostilia fu dunque il più antico luogo di riunione del Senato romano, costruito nel Comizio per ordine di Tullo Hostilio, nell'area del Foro Romano, che oggi si trova sotto la chiesa dei Santi Luca e Martina. Accanto, ma in parte sopra di essa, fu poi costruita la Curia Iulia, facente parte del Foro di Giulio Cesare.

Le fonti riferiscono che Tullo Ostilio avesse la sua residenza sul Velia, corrispondente oggi alle pendici del Colle Oppio, accanto all'aedes deum Penatium, vale a dire il tempio dei Penati, tempio molto arcaico, ricostituito nel 167 a.c. perchè colpito da un fulmine.

"Dopo pochi passi (sull'Appia presso il Tempio di Marte Extramuraneo) incominciando le rovine de Mausolei era a sinistra, al dire di Livio, il Campo degli Orazi e l'ossatura che ora si vede in una vigna con sopra casupola moderna per vignarolo probabilmente sarà stato il Sepolcro della famiglia degli Orazi dove forse fu sepolta la sorella del vincitore Orazio, da lui uccisa, scrivendo il detto Livio che le fu fatto il Sepolcro di pietra quadra e tali sono le dette rovine che si vedono le tolte nella via pubblica". (Ridolfino Venuti Cortonese 1763)



SARA' UN'EQUIPE OLANDESE A SVELARE I SEGRETI DELLE TOMBE DEGLI ORAZI

da la Repubblica  domenica, luglio 24th, 2011
Sarà un'équipe olandese a svelare i segreti delle tombe degli Orazi
La prima campagna di scavi dopo 150 anni. Al V miglio l’Appia fa una curva attorno ai tumuli più antichi della Regina viarum.

Al V miglio dell’Appia Antica, dove l’archeologia affonda le radici nel mito, quando re era Tullio Ostilio e gli Orazi affrontarono in duello i Curiazi per conquistare la supremazia su Albalonga alla metà del VII sec. ac., una squadra di ricercatori olandesi sta scoprendo la vera identità dei sepolcri che la tradizione attribuisce agli eroi romani.

Per la prima volta dalle indagini di Luigi Canina (1850-59), i monumenti tra i più leggendari dell’antichità sono oggetto di una campagna di scavo. A guidarla, due professori dell’università di Nijmegen, Eric Moorman e Stephan Mols, che hanno ricevuto in concessione dalla Soprintendenza per otto anni l’area compresa tra V e VI miglio.

È il primo scavo che affidiamo in concessione – racconta la direttrice dell’Appia, Rita Paris – L’istituto universitario è stato scelto per i suoi titoli e procederà con finanziamenti propri”. Uno scavo sistematico dei sepolcri, infatti, non è stato mai possibile per mancanza di fondi. La scelta del V miglio è legata al progetto di restauro e valorizzazione messo in campo per l’Appia con il commissariamento, tra Villa dei Quintili e Santa Maria Nova.

L’importanza del sito è evidente: qui il rettifilo dell’Appia, che regala suggestioni di un agro romano incontaminato, disegna l’insolita curva, motivata, come raccontava già Livio, per rispettare i tumuli celebrativi della memoria della battaglia tra Orazi e Curiazi, eretti prima della costruzione della Regina Viarum. Le indagini sono iniziate due anni fa, tra ricerche d’archivio, panoramiche aeree e misurazioni col georadar su sepolcri che appaiono come colline erbose. “Il materiale acquisito è stato propedeutico per la prima campagna di scavo che si concluderà domani”, racconta Mols. Protagonisti sono i due tumuli in coppia degli Orazi, legati secondo la tradizione ai due fratelli romani uccisi.

Nella forma possono essere considerati oggi come piccoli mausolei di Augusto – annuncia Mols – Conservano una possente struttura cilindrica del diametro di circa 15 m, con un nucleo interno di blocchetti di tufo e materiale vulcanico, e tracce di rivestimento di travertino”. Il corpo è alto oltre 8 m e presenta un coronamento arrotondato. La datazione ufficiale colloca i sepolcri alla fine del I sec. ac. La vera novità è il muro di recinzione, alto oltre m 1,5. Obiettivo principale ora è indagare l’interno dei sepolcri con il sistema del georadar per verificare la presenza della cella funeraria. 

Lo scavo rientra in un progetto più vasto: “Vogliamo realizzare una carta archeologica tridimensionale del V miglio – dice Mols – Abbiamo fatto fotogrammetrie terrestri per ricostruire in 3D tutti i monumenti dell’area. Il prodotto sarà pronto già a ottobre con l’obiettivo di proporlo in visione al pubblico”. Ne viene fuori la prima indagine completa del sito, che comprende anche il sepolcro dei Curiazi, legato, secondo la tradizione, ai tre fratelli albani sconfitti con l’astuzia dall’unico degli Orazi sopravvissuto, e il misterioso mausoleo a piramide alto oltre 20 m.



L'AMPLIAMENTO DI ROMA

Nibby:

"Sono in genere d'accordo gli antichi scrittori circa l'ampliamento del recinto fatto da Tulio Ostilio successore di Numa. Quasi tutti vanno d'accordo nell'asserire che egli cìnse di mura il monte Celio, e che lo riunì alla città.

Ma non tutti sono concordi circa 1' epoca della riunione, alcuni asserendo essere stato il Celio riunito da TulIio prima della conquista di Alba, altri dopo: in questa differenza crediamo ragionevole seguire, piuttosto che Dionisio, Livio, il quale vuole, che quel Re dopo l'abbattimento di Alba trasportasse gli abitanti della città distrutta sul monte Celio, così nomato fin dal tempo di Romulo, da quel Celio condottiere degli Etrusci , che vi si stabilì. 

E pare che il Re Romano volesse in certa guisa imitare 1' abbattuta metropoli, dando alla sua città una forma meno oblunga e semicircolare, come Albalonga avea, verso l'ospedale di S. Giovanni Laterano, e lasciando fuori li Battisterio detto di Costantino riprendessero l'erto del monte, e racchiudendo il sito dove oggi è la chiesa di S. Stefano Rotondo, per la villa Mattei, e S Gregorio andassero a raggiungere il Palatino verso l'angolo meridionale che guarda S. Gregorio".



LA PESTE

Sulla morte di Tullo Ostilio, la leggenda narra che in seguito ad una terribile peste che si abbatté su Roma, anche il Re ne venne colpito, egli scongiurò Giove pregandolo di intervenire in suo favore, ma la risposta che ne ebbe fu un fulmine che, cadendo dal cielo, bruciò il re incenerendo la sua dimora (sempre buoni questi Dei), il fatto venne interpretato come una punizione per il suo orgoglio. Non si sa se Tullio avesse pregato Giove troppo o troppo poco.

La morte del Re, venne interpretata dai Romani come un monito a scegliere, con più oculatezza, un nuovo re che seguisse i dettami di pace di Numa Pompilio.



1 comment:

Unknown on 22 febbraio 2019 20:05 ha detto...

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