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TITO TAZIO - TITUS TATIUS


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MONETA RITRAENTE TITO TAZIO

Nome: Tito Tazio, latino: Titus Tatius
Nascita: ?
Morte: 745 a.c.
Regno: 750-745 a.c.
Figli:
- Titia che sposò Numa Pompilio
- Tius che divenne antenato della nobile famiglia dei Tatii 


DOMANDE

- Quando morì Tito Tazio?
Tito Tazio morì il 745 a.c.
- Chi era Tito Tazio prima di diventare re di Roma?
Tito Tazio prima di diventare re di Roma era re di Cures, città sabina.
- Come fece Tito Tazio a diventare re di Roma?
Dopo aver combattuto tra loro Romolo e Tito Tazio si accordarono per governare congiunti.
- Dove si stabilirono Tito Tazio e i Sabini a Roma?
Tito Tazio e i Sabini a Roma si stabilirono sul colle Quirinale.
- Quali regole imposero le sabine ai romani per accettare il matrimonio con loro?
Le sabine per accettare di sposare i romani imposero loro le seguenti regole:
1) non dovranno mai lavorare per i loro mariti, salvo filare la lana;
2) per la strada gli uomini dovranno cedere loro il passo;
3) nulla di sconveniente sarà detto a loro o in loro presenza;
4) nessun uomo potrà mostrarsi nudo davanti a loro;
5) i loro figli avranno una veste speciale, la praetexta che li rendeva intoccabili pena la morte)-
- Come morì Tito Tazio?
Tito Tazio morì ucciso dagli abitanti di Laurento ai cui ambasciatori alcuni parenti di Tazio avrebbero mancato di rispetto.
- Tito Tazio fu divinizzato?
Tito Tazio fu divinizzato venendo assimilato al Dio Quirino a cui fu poi assimilato anche Romolo.



TITO TAZIO
Secondo le antiche tradizioni romane Titus Tatius (748 a.c.) fu il re sabino di Cures, una delle città stato in cui vennero rapite le donne dai romani, i quali avevano popolato l'urbe dando asilo ai ricercati e ai reietti, di certo non i migliori come cives, ma forse ottimi per combattere. La mancanza di donne aveva fatto loro rapire le donne dei popoli vicini attirandoli con una festa e i derubati di figlie e mogli come prima reazione si rivolsero a Tazio, che pertanto era già un tipo di riguardo:
« ...e da ogni parte si radunavano attorno a Tito Tazio, re dei sabini. E a lui facevano capo anche ambascerie perché grandissima era la sua fama in quelle regioni »
Il re di Cures vendicò infine il rapimento delle donne sabine attaccando Roma e catturando il Campidoglio con l'aiuto del tradimento di Tarpeia. 
« Un'ultima guerra venne dai sabini e fu di gran lunga la più difficile. I sabini, infatti, non erano mossi da ira o da ingordigia di bottino; soprattutto non fecero trapelare nulla della loro volontà di guerra prima di essere pronti in armi. »
Però le donne sabine convinsero tanto Tatius quanto Romulus a riconciliarsi, a riunirsi in un unico popolo e a governare unitamente su di esso. Roma conservò il suo nome e il suo popolo si chiamò Romano, ma come comunità si definirono Quiriti; i Sabini poi vennero incorporati nelle tribù e nelle curie, dando origine al "populus Romanus quirites"
Tazio si stabilì con il popolo sabino sul Quirinale mentre i romani rimasero sul Campidoglio.
Tutto filò liscio per 5 anni finchè re Tazio venne ucciso per vendetta dagli abitanti di Lavinio, così Romolo regnò da solo, e Tazio, essendo contemporaneo a Romolo non rientrò nel fatidico numero dei "Sette re di Roma".
Ebbe una figlia di nome Tatia, che sposò Numa Pompilio (il successore di Romolo), ed un figlio, che fu l'antenato della nobile famiglia dei Tatii.
Varrone narra di Tazio come un re di Roma che ampliò la città e stabilì alcuni culti, ovviamente sabini. Fu infatti Tito a dedicare un piccolo tempio al Dio Semo Sancus sul Quirinale, un Dio sabino ovviamente.
NUMA POMPILIO CON EGERIA

CURES

Cures era una città sabina posta tra la riva sinistra del Tevere e la Via Salaria, a circa 26 miglia da Roma, là dove oggi sorge Fara Sabina. la più importante città della Sabina citata da Cicerone, Virgilio, Stazio, Strabone e Plutarco.

Secondo Livio il re successore a Romolo, Numa Pompilio, era proprio un cittadino di Cures, nato a Cures e lì residente quando venne acclamato re di Roma.


LE OPINIONI

Secondo Mommsen,

la storia della sua morte sarebbe la versione storica della soppressione della vendetta di sangue. Tazio, che per certi versi assomiglia a Remus, non sarebbe un personaggio storico, ma l'eroe eponimo del collegio religioso dei Sodales Titii, sui quali Tacito esprime due opinioni diverse, che rappresentano due diverse tradizioni: che è stato introdotto sia da Tazio stesso per conservare il culto Sabino a Roma, o da Romolo in onore di Tazio, alla cui tomba i suoi membri erano tenuti ad offrire un sacrificio annuo. 
I sodales cessarono alla fine della repubblica, ma vennero ricollocati da Augusto e durarono fino alla fine del II sec. d.c. Sia Augusto che l'imperatore Claudio appartenevano al collegio, i cui membri erano tutti di rango senatorio.  Altri pensano che Tazio possa essere l'eponimo della tribù dei Titii, o anche una invenzione per costituire un precedente per la magistratura collegiale.


TITO TAZIO - RATTO DELLE SABINE

Secondo Antonio Nibby 

Tazio non potendo avvicinarsi a Roma per le colline, che erano, come si è detto, occupate da Romulo e dagli Etrusci, sboccò colle sue genti nella pianura in seguito chiamata Campo Marzio e pose i suoi alloggiamenti sotto il monte Saturnio. Questo colle, che era più dappresso a Roma, e perciò era stato meglio degli altri fortificato, veniva guardato da una mano dì gente capitanata da Tarpejo.

Contro questo monte si rivolse Tazio, considerandolo come il punto più importante per poter battere Roma, e pervenne ad impadronirsene, sia per tradimento, come l'opinione generale pretende, sia per sorpresa: e siccome in questa fatto ebbe gran parte Tarpeja, figlia dì colui che vi comandava, perciò da quella epoca il monte ottenne il nome di Tarpejo, nome che rimase sempre ad una parte di esso (quantunque il resto dopo prendesse altra denominazione dì Capitolium) e fu quella, che riserbata al supplizio de' rei continuò ad appellarsi la rupe, o il sasso Tarpejo, siccome si appella tutt' ora.

All' avviso della espugnazione di un posto così importante Romulo co' suoi alleati venne in soccorso di Roma e cercò di riprendere il colle perduto ma fu indarno, che rimasto egli stesso ferito nella pugna, e morto Lucumone, capo degli Etrusci, i Sabini attaccarono la città stessa.

Questa però veniva custodita dal fiore della gioventù, i quali si lanciarono contro i nemici cercando di respingerli: nello stesso tempo Romulo riavutosi dal colpo ricevuto in battaglia, corse a rianimare i suoi, e per meglio riuscire fece voto a Giove di edificargli un tempio sotto la denominazione di Statore nel sito stesso, nel quale avea gittato le fondamenta della sua città.

Sono varie le opinioni degli antichi sopra Tarpeja, e sopra la presa del Campidoglio fatta dai Sabini, le quali possono leggersi in Dionisio in Livio in Plutarco nella vita di Romulo e. XIII. etc. Che poi il monte venisse denominato Tarpejo e continuasse cosi a chiamarsi fino alla fondazione del Tempio di Giove Capitolino da Tarquinio, nella quale occasione il monte dissesi Capitolium, e la rupe dalla quale si gittavano i rei conservò sola il nome di Tarpeja, lo mostra Plutarco in questi termini nella vita di Romulo.

La pugna ricominciò più furiosa nella valle fra i due colli Palatino, e Capitolino; ivi Mezio Curzio, che comandava la cavalleria Sabina, inesperto de' luoghi, trovossi intrigato in una palude che esisteva fra i due colli e che dopo tale avvenimento fu detta il Lago Curzio: la battaglia insensibilmente erasi portata verso la estremità del monte, che poi prese il nome di via Sacra, e continuava incerta, ed accanita, quando un nuovo stratagemma fu posto in opera da Romulo, di far uscire le donne perchè fossero mediatrici fra i loro padri, e i mariti: il ritrovato di Romulo andò a seconda de' suoi desiderj, la pacificazione fra i due popoli fu istantanea e completa, e da un tale avvenimento il sito dal quale fu conchiuso il trattato, venne chiamato Via Sacra.


Secondo Dioniso

nel luogo citato, Livio Uh. I. e. V. pone queste parole del voto di Romulo :
"Jupìter tuis, inquit, jussus avibus hìc in Palatìo prima urbis fundamenta fecì,  hic ego tibi templum Statori Jovi,quod monumentum sit posteris; tua praesenti ope servata ìn iirbem, esse voveo."
Questo passo determina la posizione del tempio di Giove Statore nelle vicinanze del sito dove Romulo avea cominciato il solco, cioè verso il Foro Boario, come si vide di sopra, e sul Palatino.



COME ANDO' VERAMENTE

Sicuramente vi fu scontro tra i Sabini e i Romani, come sempre avveniva nel circondario delle città laziali e oltre. Evidentemente non vi fu questa vittoria schiacciante dei romani ma le battaglie dovettero durare a lungo finchè prevalse il buon senso femminile. Non dimentichiamo che all'epoca c'era ancora in diversi popoli, come dimostrò parecchi secoli dopo Bachofen, un retaggio matriarcale, dove i re comandavano le città e gli eserciti, ma la religione e l'interpretazione della volontà divina era affidata alle donne. Evidentemente le sacerdotesse sabine si accordarono con le sacerdotesse romane per una pace congiunta. 
Guarda caso Tarpeia era un'antica divinità preromana e colei che aprì le porte di Roma era una vestale, cioè una sacerdotessa. Nell'inquinamento storico Tarpeia diventò addirittura la figlia del portinaio che aprì le porte ai sabini in cambio di un bracciale d'oro. Occorre precisare che la rupe Tarpea era dedicata anticamente alla Signora delle selve, da Tharphos, nome greco che significa appunto selva, boscaglia. Tanto più che il vezzo di buttare la gente dalla rocca è prettamente greco e sicuramente già vigeva.

Non a caso poi vi si rinvenne la testa di una Dea che rivestì il ruolo di Roma caput mundi. E la testa fu rinvenuta proprio sulla rupe Tarpea, e in questo mito l'augure raccomanda di non rivelare il luogo della scoperta. Come mai? Forse per non rivelare che gli antenati di Roma furono matriarcali e con una Dea Madre, cosa che riscoprirà ben nel XIX secolo Bachofen col suo contestatissimo ma veritiero "Il Matriarcato".

Tanto è vero che di diversi Re di Roma si ignora la paternità, solo perchè all'epoca si diventava re in quanto figli o mariti di una regina. Per Romolo il padre diventa Marte, ma in realtà è figlio di una sacerdotessa vestale, che sicuramente in epoca antichissima erano tutt'altro che caste. D'altronde Romolo ratificò l'alleanza sposando una sabina, una certa Ersilia, da cui ebbe una figlia e pure un figlio che però non ereditò il trono. Forse non è vero che si eleggessero re per acclamazione, almeno all'inizio, ma occorreva sposare una sacerdotessa per diventarlo.
Da notare poi che furono le donne a decidere la sospensione della guerra, il che dimostra il potere che avevano, potere che persero in pieno patriarcato dove Lucrezia viene uccisa dal fratello solo per aver pianto per la morte del fidanzato seppur nemico. 
E poi Plutarco in Vita di Romolo, racconta che:
"Là mentre stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall'altra, in mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un Dio."

IL TRADIMENTO DI  TARPEIA
Le future romane non avrebbero osato tanto, ma soprattutto urlarono e minacciarono con richiami di guerra, evidentemente erano anche guerriere altrimenti non avrebbero usato di quei richiami che certamente dovevano essere terribili per intimidire il nemico, un po' come si fa nelle squadre di rugby e anche peggio.

Ma c'è di più, il successore di Tazio fu Numa Pompilio che aveva sposato la figlia Tazia o Tatia che dir si voglia. All'epoca i re erano maschi ma prendevano il potere dalle donne. Così andò in Egitto, dove i faraoni si sposavano sorelle e figlie per poter ereditare il comando, così fu in Grecia, dove Egisto ad esempio divenne re sposando la regina Clitennestra, e così più anticamente uno dei Proci sarebbe diventato re di Itaca sposando la regina Penelope.

Ma ancora una cosa ci convince ancor più che le sabine fossero matriarcali e avessero un potere, perchè le fonti narrano che fecero coi romani un patto di comportamento in caso di matrimonio, ed ecco le regole:
1) non dovranno mai lavorare per i loro mariti, salvo filare la lana;
2) per la strada gli uomini dovranno cedere loro il passo;
3) nulla di sconveniente sarà detto a loro o in loro presenza;
4) nessun uomo potrà mostrarsi nudo davanti a loro;
5) i loro figli avranno una veste speciale (praetexta che li rendeva intoccabili pena la morte) e un ciondolo d'oro (bulla aurea, con lo stesso significato).

Non è da escludere che fosse all'epoca preponderante il potere sabino a Roma, come lo divenne poi quello etrusco. Ma basta leggere le leggi che le sabine imposero ai romani per ratificare la pace per
capire che la decisione spettava a loro."

ASSASSINIO DI TITO TAZIO

L'UNIONE DEI REGNI (Antonio Nibby)

Dionisio, che di questa concordia parla più a lungo, racconta, che secondo il trattato, Romulo co' suoi Romani rimase padrone della Roma primitiva: Tazio co' Sabini si stabili sul colle Tarpejo e per addizione, siccome i due popoli non aveano spazio sufficiente, una parte del Quirinale e del Celio fu loro assegnata dove questi due colli più vicini si trovano al Tarpejo  ed al Palatino.

Ma dobbiamo qui prevenire il lettore, che con ciò non vuol credersi da noi, che il Quirinale, ed il Celio fossero chiusi nelle mura imperciocché gli antichi vanno d' accordo nell' assicurarci che dopo la riunione de' Romani a' Sabini il solo monte Capitolino o Tarpejo fu colla valle intermedia riunito al Palatino con mura.

Questa valle era allora ingombrala da boschi e dalla palude accennata di sopra, la quale venne riempiuta, ed i boschi furono tagliati i e trovandosi posta tra i due colli, fu deciso, che servirebbe loro di mercato, o Foro in comune.

Secondo questo racconto è ragionevole supporre che dal Palatino al Tarpejo fossero dirette due cortine di mura, le quali continuando sul ciglio delle rupi verso il Campo Marzio, vennero a chiudere dentro tutto intiero il Tarpejo: nello stesso tempo questo accrescimento rese inutile quella parte del muro primitivo di Roma, che dominava il Foro ma forse questa non venne tosto abbattuta.



LA MORTE

I due Re governarono pacificamente parecchi anni i loro popoli riuniti, e pare che la concordia non fosse in guisa alcuna alterata ma è facile giudicare che l'ambizione di Romulo non vedesse di buon occhio la sua autorità divisa, e per conseguenza è da credersi che se non fu 1' autore, almeno fomentò le differenze che insorsero fra Tazi e i Laurenti, le quali finirono coll'assassinio del Re Sabino: che se di ciò non abbiamo una prova diretta, l'indifferenza, che mostrò Romulo nella morte del suo collega, fa molto sospettare della sua fede.

Infatti, qualche anno dopo la riunificazione dei regni, il romano e il sabino, alcuni parenti di Tazio maltrattarono gli ambasciatori dei Laurenti che fecero appello al diritto delle genti. Tazio non se ne curò e, pur essendo, in qualità di re, il garante della giustizia, appoggiò i suoi parenti. Mentre era a Lavinio però, intento a un solenne sacrificio, fu sorpreso dagli avversari e ucciso. Livio commenta:

« Si dice che Romolo abbia accettato quell'evento con minor dolore di quanto fosse giusto attendersi, forse a causa di quella divisione del potere che lo lasciava poco tranquillo, forse perché riteneva che Tazio fosse stato ucciso, tutto sommato, giustamente. »

Dionisio narra l'avvenimento della morte del re con lunghi particolari, e chiama Laviniati quelli che Livio appella Laurenti, ed aggiunge che la morte di Tazio avvenne 1'anno VI del suo regno con Romulo. Plutarco va d'accordo con Dionisio e con Livio, e fa dei Laurenti gli offesi dai seguaci di Tazio, e Lavinio il luogo della uccisione e, aggiungendo i sospetti che corsero in questo affare circa Romulo, soggiunge che ciò non alterò la buona armonia dei Sabini dimoranti in Roma, i quali, alcuni per amore, altri per timore, restarono tranquilli.

Ciò deve credersi per la gelosia, che fra i due Re dovea regnare, e soprattutto per i passi di Livio, e di Ovidio, che nominano la porta del Palatino, che più sotto vedremo essere la Mugonia, esistente ancora ai tempi loro; ed è appunto questa la porta, che stava nel lato del colle, che sovrastava al Foro, che veniva designata col nome di Porta vetus Palatii: il primo nel capo V. del I libro afferma:
"Ut Hostius cecidlt confestim Romana inclinatur acies ; fusique est ad veterem portain Palatii"

Ovidio poi nella I. Elegia del III. libro Tristium cantò:
"Inde petens dextram, porta est ait ista Palatii Hic Statar hoc primiun condita Roma loco est".
Dionisio nel libro II narra lo stesso avvenimento con più lunghi particolari, ma con poca varietà, e solo chiama Laviniati quelli che Livio appella Laurenti, ed aggiunge che la morte di Tazio avvenne 1'anno sesto del suo regno con Romulo.
Questa morte però non produsse alcun cangiamento nel recinto, che rimase lo stesso fino alla morte di Romulo avvenuta 716 anni avanti l'era volgare, alla quale epoca Roma non chiudeva dentro le mura che il Palatino, ed il Tarpejo, e la valle che separa i due colli.
Plutarco va di accordo con Dionisio e con Livio, e fa Laurenti gli offesi dai seguaci di Tazio, e Lavinio il luogo della uccisione sua siccome Livio: quindi aggiungendo i sospetti che corsero in questo affare circa Romulo, soggiunge che ciò non alterò punto la buona armonia de' Sabini  dimoranti in Roma, i quali altri per amore, altri per timore restarono quieti.


LA SEPOLTURA

Dopo la morte, il corpo di Tazio fu riportato a Roma e sepolto sul colle Aventino. La sua tomba si trovava all'interno di un bosco sacro di allori (Loretum), situato nell'area dell'attuale piazza Giunone Regina.

Il Lucus Laurus nobilis - selva di allori - riferito da Dionigi e Varrone, avrebbe accolto la sepoltura del re Tito Tazio. Poichè Plutarco riferisce che Tazio fu sepolto nell'Armilustrium, e siccome presso la chiesa di Sant'Alessio fu trovata un'epigrafe che menziona l'Armilustrium, si suppone il lucus in quella zona.

Su quella tomba i romani sacrificarono ogni anno e sul Quirinale onorarono il Dio Quirino a cui probabilmente era stato assimilato Tito Tazio, e a cui poi venne poi assimilato Romolo.


BIBLIO

- Plutarco - Vita di Romolo - XXIII -
- Tito Livio - Ab Urbe condita libri - I - Storia di Roma dalla fondazione - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Andrea Carandini - La leggenda di Roma, volume II. Dal ratto delle donne al regno di Romolo e Tito Tazio, Mondadori - Fondazione Valla - Milano - 2010 -
- Raymond Bloch - Les Origines de Rome - 1946 -
- G. De Sanctis - Storia dei Romani - I - Torino - 1907 -


LUPERCALE


4 comment

Una grotta alle pendici sud ovest del Palatino, vicino al Circo Massimo, si pensa sia il sito ritrovato dove Faustulo scoprì i gemelli Romolo e Remo con la fatidica lupa. Il luogo descritto dalle fonti era circondato da un boschetto e vi cresceva l'originale ficus Ruminalis, ma nel periodo augustano restavano solo le vestigia dell'albero accanto al Lupercale.

"Sono strabiliato, è una delle più grandi scoperte mai fatte, è stato raggiunto un obiettivo clamoroso", ha commentato invece Andrea Carandini, uno dei maggiori studiosi al mondo di Roma antica: "Il fatto che locali al di sotto della Casa di Augusto vengano decorati con un tale lusso, ad una profondità così ampia e proprio nel punto che ci indicano le fonti fa proprio ritenere che sia il Lupercale".

"Sono secoli - ha aggiunto - che si cerca il luogo dove la lupa allattò Romolo e Remo: è evidente che la scoperta esige uno scavo complesso di tutta l'area, anche perchè sotto le mura della Casa di Augusto c'è una parte scoscesa mai esplorata".

Lo scavo sarà ampio circa 700 mq: i lavori cercheranno innanzitutto di localizzare un possibile ingresso ai locali che, secondo i primi rilievi, sarebbero alti circa 7 metri e mezzo e ampi 6.

Augusto guadagnò in fama e carisma per il restauro del Lupercale (Rex Gestae 19: feci); anche se il significato architettonico non è ancora chiaro, e forse l'intervento può averne alterato il significato originale,  Nel Lupercale vi erano diverse statue, incluso un gruppo bronzeo della lupa che allatta i gemelli e una statua equestre di Druso. Contemporaneamente, anche la festa dei Lupercalia venne riorganizzata da Augusto.

L'AREA DEL LUPERCALE

LA SCOPERTA

L´occhio elettronico è stato calato nelle viscere del Palatino alla ricerca di un rimedio per la salvaguardia del palazzo di Augusto che mostra cedimenti, ma a sette metri sotto terra, la sonda elettronica ha trovato un grande vuoto, che si suppone sia l'antro dello storico allattamento.
Augusto abbellì e in parte trasformò la grotta culla dei gemelli, di Roma e dell´impero. Forse proprio attraverso la variegata tessitura di mosaici, pietre pomici e valve di conchiglie, dominate da un´aquila bianca su fondo azzurro, che decorano la grande volta di un ninfeo che arriva a 16 metri di profondità.

La cosa strana è che la grotta-santuario dove il 15 febbraio i romani si recavano per festeggiare il miracoloso allattamento dei gemelli ha dipinta nel centro della volta non la lupa ma un'aquila bianca, il simbolo di Augusto.

Il soprintendente archeologo, Angelo Bottini, ha dichiarato: «Abbiamo la ragionevole certezza che quella sia la grotta della lupa». Il professor Andrea Carandini aggiunge che è «una delle più grandi scoperte mai fatte». mentre l´ex soprintendente, Adriano La Regina, smorza i toni: «Non c´è certezza. E poi la grotta dovrebbe trovarsi più a ovest, di fronte ai templi della Magna Mater e della Vittoria».

La struttura ipogea – spiega Iacopi – è stata inglobata in un complesso di strutture che l’hanno rispettata e decorata secondo la moda del tempo", prosegue la direttrice dei lavori. Augusto la rese dunque luogo di culto legato alla fondazione di Roma.


Ci sarebbe, secondo Patrizio Pensabene, uno dei grandi studiosi del Palatino, una chiave per stabilire l'esatta posizione del Lupercale. Il Palatino sarebbe ridisegnato sulla struttura dell'Acropoli ateniese. Grotte comprese: là il Paneion di Pan, ovvero il Luperco che a Roma veneravano nel Lupercale, posto in asse col Partenone e con l'Eretteo. Qua la grotta di Romolo e Remo, il Lupercale, in asse col Tempio della Vittoria e con la Casa di Romolo.

«La grotta può essere il Lupercale, non solo per la conformazione del sito, ma soprattutto per la sua collocazione...».
«Il progetto adotta una sorta di topografia religiosa che imita quanto è stato realizzato ad Atene - aggiunge l'archeologo -. È un triangolo. Col Tempio della Vittoria, cioè il tempio di Atena vincitrice chiamato Partenone, collegato col vicino Eretteo, che celebra la fondazione della città attraverso la violenza di Efeso-Vulcano, il tutto in asse con il Paneion, la grotta alla base dell'Acropoli dedicata a Pan, che per i romani è Fauno e Licaion, insomma la divinità del Lupercale».

«Roma in quel momento - ricorda l'archeologo - deve celebrare la definitiva vittoria nelle guerre sannitiche, che le ha dato il controllo sull'Italia. Nel 294 a.c. nasce dunque il Tempio della Vittoria. Dalle fonti, e da Tito Livio, sappiamo che negli stessi anni fu restaurato anche il Lupercale. Davanti alla grotta, scrive Livio, fu messa la statua in bronzo della lupa».
«Il Tempio della Vittoria sorge in asse con l'adiacente Casa di Romolo - prosegue Pensabene - Ora, proprio accanto all'attuale ritrovamento, tutta una fetta di pendio ad occidente sotto la Magna Mater è stata sbancata negli anni '30 cercando inutilmente il Lupercale. Tutto ciò non fa che restringere ulteriormente il campo a vantaggio dell'attuale ubicazione del nuovo sito appena individuato».
«In più i miei scavi per il Tempio della Vittoria hanno dimostrato che c'è una struttura solidale dei blocchi del podio del tempio con quelli della Casa di Romolo - dice l'archeologo -. Inoltre lì sono state rinvenute antefisse con satiri, ovvero luperci, e frammenti del frontone: uno mostra una figura femminile con la brocca che va alla fonte. Come Rea Silvia, madre dei gemelli, che nei sarcofagi è in genere mostrata così perché Marte la sorprese mentre andava a raccogliere l'acqua alla fonte. Insomma, sono molti gli elementi che indicano che il Lupercale è lì vicino».



IL RACCONTO


Il professor Croci racconta la scoperta:
«L´ingegner Russo mi chiamò immediatamente. Urlava come un pazzo, ma di felicità: "Corri,  l´abbiamo trovata! È piena di mosaici, pietre, colori, è una meraviglia!". Allora ho guardato anche io. Davanti ai miei occhi è apparso uno spettacolo indimenticabile: la grotta della lupa di Romolo e Remo era lì, a quindici metri sotto terra».

Il professor Giorgio Croci è l´ingegnere che ha fatto scendere l'occhio elettronico nelle viscere del Palatino, chiamato a lavorare per la Soprintendenza archeologica di Roma e ora, dall´Unesco, per una consulenza sulla statica dei templi di Angkor Wat, in Cambogia.

Professore, che ci fa lei in mezzo agli archeologi?
«Lavoriamo insieme al Palatino. E abbiamo iniziato questi sondaggi sotterranei perché, loro, cercano le origini di Roma mentre io una soluzione ai cedimenti della casa di Augusto che si trova più in alto e che abbiamo dovuto puntellare per il pericolo di crolli».

Quanti fori avete fatto prima di arrivare alla  scoperta?
«Non molti. Prima abbiamo fatto scendere una "fibra ottica", come quelle che si usano per scandagliare il corpo umano. Ed è saltata fuori la  cupola sepolta. Allora abbiamo allargato il buco in terra fino a 30 centimetri di diametro, scavando nella zona della volta crollata. Poi abbiamo fatto scendere il laser scanner. È uno strumento che fino a 10 anni fa non esisteva e che ci ha "costruito" l´immagine del luogo di culto, decorato e valorizzato per volere di Augusto».

Immagine "costruita"? In che senso?
«Perché le centinaia di foto del laser sono state rielaborate al computer che le ha ricomposte, come fosse un collage, dandoci le misure esatte dell´ambiente».

Sicuri che è la grotta del lupercale?
«Gli archeologi dicono che per il 95 per cento è questo il luogo che i romani veneravano come la grotta in cui la lupa allattò i gemelli. È la più grande scoperta avvenuta sul Palatino».

Ha un valore solo storico o anche artistico?
«L´importanza storica è predominante. Ma le cupole e gli archi sono invenzioni degli architetti romani. E qui parliamo di un ambiente con una volta di circa 6,5 m di diametro, a 8 circa da terra. La sala ottagona della Domus Aurea o il Pantheon vengono molto tempo dopo».

Quale sarà il passaggio attraverso cui scenderete nella grotta?
«L´apertura si può allargare fino a 60 centimetri per calarci un uomo. In un mese si può fare».



DESCRIZIONE

La pianta centrale ha un diametro di 6,56 m e 56 cm ed è alto 7,13 m, decorata a motivi di tipo geometrico a imitazione di una copertura a lacunari in  stucco e pittura. Come sembra dalla figura che mette in evidenza una nicchia, se non u portale d'entrata, la calotta dovrebbe avere in basso un tamburo di pareti perpendicolari, ma è tutto da vedere. Di certo fu eseguito con perizia e accuratezza, come si trattasse di un luogo di gran pregio.

Del resto nel 36 a.c. Ottaviano Augusto tornò a vivere accanto alla casa di Romolo e nel 13 a.c. assunse il ruolo di Pontefice Massimo ritrovando così la pienezza del potere che era stato di Romolo: rex e augur. Fu l’imperatore Augusto che fece restaurare il Lupercale, situato accanto alla domus augustana. E in quale altro modo avrebbe potuto abbellire la grotta se non facendone un ninfeo enorme, visto che i ninfei imitavano appunto le grotte?

Secondo le fonti, il Lupercale doveva trovarsi sulle pendici sud ovest del Palatino. Dionysius di Halicarnassus lo pone ai piedi del Germalus, tra il Velabrum e il Circus Maximus, e associa la grotta col Tempio della Vittoria, anch'essa nella parte su ovest del Palatino. Successivamente il Lupercale venne associato da Servio al Circo Massimo, e usato come confine tra un teatro Palatino theater proposto e mai realizzato da C. Cassius Longinus nel 154 a.c..




LE LEGGENDE

Evandro giunge dalla greca Arcadia e sbarca dove oggi è Santa Anastasia al Circo Massimo  nel 1253 a.c. e lo ospita Fauno Luperco si che una grotta – il Lupercale – Evandro istituisce un culto a questo re divino dei Latini, discendente da Marte, con natura umana, lupina  e caprina.

Cinque secoli dopo Amulio, fratello di Ascanio, il fondatore della città di Alba Longa, costrinse la figlia Rea Silvia a diventare vestale e a fare voto di castità, temendo un oracolo per cui  i suoi figli potranno un giorno spodestarlo dal trono. Ma il dio Marte, invaghito della fanciulla, la rese madre di due gemelli, Romolo e Remo. Amulio allora ordinò che venissero uccisi, ma il servo incaricato, non trovando il coraggio di obbedire, li abbandonò alla corrente del Tevere.

La cesta contenente i gemelli si arenò sulla riva del fiume, presso la palude del Velabro, più o meno tra i colli Palatino e Campidoglio, vicina al Circo Massimo, dove Romolo e Remo verranno trovati, salvati e allevati dalla famosa lupa. È qui, nella grotta poi chiamata Lupercale, che la lupa sfamò i neonati donando loro le sue mammelle.

I gemelli vengono nutriti da una lupa, dal nome però di Fauna, l´aspetto femminile di Fauno, e da un picchio, cioè Picus, primo re divino dei Latini, figlio di Marte, che aveva natura di uccello.
Dunque gli avi divini e regali del Lazio vengono in soccorso dei discendenti Remo e Romolo, figli anch´essi di Marte, perché uno di loro, Romolo, è destinato a fondare Roma. Giunge poi il pastore Faustolo che porta i gemelli in cima al Palatino, dove li alleva in una capanna con la compagna Acca Larenzia, la Madre che aveva dato alla luce i Lari dei Latini e che ora alleva i nuovi Lari dei Romani.

Ora la Soprintendenza infatti ha rinvenuto grazie a un carotaggio e ha rilevato grazie al Laser Scanner una cupola decorata a mosaico e a conchiglie di un ninfeo che ha tutta l'aria di essere una parte del complesso del Lupercale nella sua fase augustea.

Sappiamo che Augusto si considerava un novello Romolo, tanto che era andato ad abitare davanti alla sua capanna: qui il primo re aveva fondato la città depositando primizie e manciate di terra dai vari luoghi in una fossa, poi ricoperta e affiancata da un´ara (come racconta Ovidio, e ne rimane anche il monumento).

La seconda casa di Augusto, primo vero palazzo imperiale, si incentrava sul Tempio di Apollo, padre mitico del princeps che gli aveva concesso la vittoria ad Azio. Ai lati aveva disposto la sua casa privata e quella pubblica. Davanti era l´area di Apollo, articolata nel portico di Danao, mitico vincitore di Egitto (come Augusto di Antonio) e nel sottostante portico della Roma Quadrata, un´ara quest´ultima contenente cose sacre, analoga a quella fatta da Romolo davanti alla sua capanna. Qui Augusto ha rifondato Roma e l´Impero.

E´ sotto questo secondo portico che si trovava probabilmente il Lupercale, per cui il Principato viene stabilito sopra il luogo dove era stato salvato Romolo, fondatore della città. Fra l´altro, l´area di Apollo misurava due iugeri, la misura dei lotti distribuiti da Romolo ai primi Romani. La dimora di Augusto è quindi la casa di un uomo che ha riunito in sé, in maniera costituzionale, un potere civile, militare e religioso analogo a quello dei primi re. Ecco il sistema teologico-mitico di Augusto, che si sovrappone a quello lupercale della prima Roma e a quello del sito di Roma prima di Romolo.

Le principali fonti del mito sono Livio, Dionigi di Alicarnasso, Virgilio, Ovidio, Plutarco e Varrone.
Il Ficus Ruminalis, l’albero presso il quale i gemelli vennero allattati dalla Lupa, si trovava ai piedi del Palatino, probabilmente nella parte sud occidentale, sulla strada che porta al circo, come  narra Dionigi di Alicarnasso. L’area era compresa nel Cermalus, uno dei monti ricordato da Varrone nella lista di quelli costituenti il Septimontium, il sito di Roma precedente la fondazione della città.
Dionigi di Alicarnasso descrive il luogo di culto come una grotta, circondata da un bosco sacro, all’interno della quale era una sorgente:

E per prima cosa costruirono un tempio a Pan Liceo – per gli Arcadi è il più antico e il più onorato degli dei, quando trovarono il posto adatto.
Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale, ma noi potremmo chiamarlo Lykaion o Lycaeum.
Ora, è vero, da quando il quartiere dell’area sacra si è unito alla città, è divenuto difficile comprendere l’antica natura del luogo.
Tuttavia, al principio, ci è stato detto, c’era una grande grotta sotto il colle, coperta a volta, accanto a un folto bosco; una profonda sorgente sgorgava attraverso le rocce, e la valletta adiacente allo strapiombo era ombreggiata da alberi alti e fitti.
In questo luogo costruirono un altare al dio e fecero il loro tradizionale sacrificio, che i Romani hanno continuato a offrire in questo giorno del mese di Febbraio, dopo il solstizio di inverno, senza alterare nulla nei riti allora stabiliti”.

Sempre Dionigi collega il Lupercale con l’aedes Victoriae: “Sulla sommità della collina edificarono il tempio di Vittoria e istituirono sacrifici anche per lei."

L’aedes, narra Dionigi, ospitava anche un recinto sacro con una statua della lupa e un altare a Pan: “C’era non lontano un sacro luogo, coperto da un folto bosco, e una roccia cava dalla quale sgorgava una sorgente; si diceva che il bosco fosse consacrato a Pan, e ci fosse un altare dedicato al dio. In questo luogo, quindi, giunse la lupa e si nascose.
Il bosco non esiste più, ma si vede ancora la grotta nella quale sgorga la sorgente, costruita a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo, e vicino c’è un recinto nel quale è una statua che ricorda la leggenda: rappresenta una lupa che allatta due neonati, le figure sono in bronzo e di antica fattura. Si dice che in quest’area ci sia stato un santuario degli Arcadi che, in passato, giunsero qui con Evandro

Secondo Velleio Patercolo presso il Lupercale venne edificato, nel 154 a.c., ad opera del censore C. Cassio Longino, un teatro nel quale si avvenivano rappresentazioni durante i Ludi Megalensi, che si svolgevano di fronte al tempio della Magna Mater.

Augusto ci informa, nelle sue Res Gestae, di aver restaurato il Lupercale; si sa infatti che vennero lì collocate statue dei membri della famiglia imperiale.
I Cataloghi Regionari (elenchi con funzione probabilmente amministrativa di alcuni monumenti delle regiones nelle quali Augusto divise Roma, risalenti al IV secolo d.c.) della Regio X Palatium lo nominano per ultimo, dopo la Victoria Germaniana.

Nel 1526 venne scoperta, ai piedi dell’angolo sud occidentale del Palatino, una grotta-ninfeo decorata con conchiglie e pietre, secondo il Lanciani da identificare con il Lupercale. Per lo Hulsen doveva trattarsi invece del ninfeo di una ricca domus privata.
Secondo il De Angelis D’Ossat la grotta e la fonte perenne in essa sgorgante, che secondo le fonti era soggetta a inondazioni del Tevere, poteva trovarsi nelle ghiaie di base del Palatino, a una quota approssimativa di 8 metri sul livello del mare. Potrebbe essere la stessa scoperta nel 2007.

Il luogo del monumento sembra però corrispondere alle fonti, tra il circo Massimo e i piedi del Palatino, tra i resti del tempio di Apollo e la chiesa di Santa Anastasia, e la vicinanza con il palazzo di Augusto che, nella propaganda imperiale, aveva voluto inglobare un altro luogo fortemente simbolico: la mitica capanna di Romolo.

A Roma, prima della riforma del calendario di Numa Pompilio, era usato un calendario di soli dieci mesi, cioè senza gennaio e febbraio, per un totale di 304 giorni, e i Lupercali erano nati come festa del plenilunio. Essendo fisso nel calendario lunare, il giorno della loro celebrazione diventò mobile in quello solare. I Lupercali erano celebrati fondamentalmente con sacrifici di capre e lupi.

A metà febbraio, nei primi secoli d.c., ricorreva la Purificazione di Maria, prima che questa festa fosse trasportata al 2 febbraio da Giustiniano, probabilmente con riferimento alle feste pagane del novilunio, che nel calendario lunare è regolarmente il primo giorno del mese. 

La festa della Purificazione di Maria, che ha scalzato quella dei Lupercali, a Padova è celebrata in modo particolare nella chiesa di S. Maria del Carmine. già dedicata alla Purificazione di Maria. La denominazione di "Candelora" data popolarmente alla festa deriva dalla continuazione delle antiche fiaccolate rituali che si facevano anche nei Lupercali.

La Dea romana della purificazione era Februata (o Dea Febris), prima che la Dea tutelare di Padova fosse assimilata a Giunone da Tito Livio (Iunio Februata), Lupercus divenne un appellativo di Pan e la festa avveniva a Febbraio o a Marzo.




LA VERA STORIA

Tutti i  miti sono un rimaneggiamento nonchè occultamento di un culto più arcaico, quello della Dea Lupa, la Grande Madre Natura che nutriva uomini e bestie, e presso i cui templi si esercitava la ierodulia, o prostituzione sacra. Il rito italico era molto sentito nei Castelli Romani e a Roma stessa, quando era ancora agli albori.

Le sacerdotesse della Dea Lupa venivano chiamate Lupe, nome che passerà poi alle prostitute profane di Roma. Nel passaggio dal matriarcato al patriarcato molte cose cambiarono, nei costumi, nelle religioni e nei miti. Fu proprio studiando la storia e la mitologia romana che Bachofen comprese la derivazione del patriarcato da un matriarcato precedente, in cui il potere femminile era più sacro e sacerdotale che civile.

Poichè i templi avevano locali annessi per la prostituzione, questi locali presero il nome di Lupanare, nome usato nell'antica Roma e a tutt'oggi per indicare il postribolo. Poichè la Dea aveva sovente il tempio nei trivii, incroci fra tre vie, in onore della sua triplicità, o trinità poi ripresa dalla religione cattolica, essa era chiamata Trivia, come Diana Trivia e Ecate Trivia, ma poichè vi si esercitava la ierolulia, ne derivò in epoca patriarcale l'aggettivo di "triviale" con un certo disprezzo.

La lupa in questione fu per alcuni una contadina e per altri, in memoria della sacra prostituzione, una prostituta però profana. Col cambiare dei tempi cambiano anche i miti.



I LUPERCALIA

Il rito dei lupercali, in onore del dio Luperco, mezzo lupo e mezzo capro, prevedeva la corsa di giovani seminudi che, coperti solo con le pelli degli animali sacrificati, colpivano con strisce di pellame le donne del Palatino per purificarle e favorire la fecondità. Il centro della festa era proprio la grotta che, narra Dionigi da Alicarnasso, contemporaneo di Augusto, si trovava ai piedi del colle e vicino al Tevere.

La grotta era dunque il punto di partenza dei Lupercalia, riti di purificazione e fecondità, che venivano celebrati il 15 febbraio. La festa si svolgeva, in linea generale, così: i Luperci, giovani aristocratici identificati col Dio Lupo, o almeno suoi figli, vestiti con pelli di capra, sacrificavano nel Lupercale delle capre e un cane e offrivano le focacce preparate dalle Vestali.
Con il coltello ancora sporco del sangue del sacrificio, due giovani di alto lignaggio si bagnavano la fronte, asciugandola poi  con lana intinta nel latte di capra.

La festa del Lupercale era dunque celebrata da giovani sacerdoti chiamati Luperci, seminudi con le membra spalmate di grasso e una maschera di fango sulla faccia; soltanto intorno alle anche portavano una pelle di capra immolata nel Lupercale. I Luperci, diretti da un magister, erano divisi in 12 Luperci Fabiani, "dei Fabii", e 12 Luperci Quinziali "dei Quinctii", a cui per un breve periodo Giulio Cesare aggiunse i Luperci Iulii, in suo onore. Forse i Luperci erano membri delle gentes da cui prendevano il nome: i Fabii e i Quinctii.
In età repubblicana i Luperci erano scelti fra i giovani patrizi ma da Augusto in poi ne fecero parte solo giovani dell'ordine equestre.

Quindi tagliavano le pelli delle capre in strisce per farne delle fruste, e dopo un ricco banchetto correvano probabilmente intorno al Palatino frustando chiunque incontrassero; le frustate rendevano fertili le donne e facilitavano il parto. La corsa intorno al Palatino aveva anche il significato di atto purificatorio.
Ancora nel 496 d.c. i Lupercalia dovevano essere celebrati, se papa Gelasio scrive un trattato per ottenerne l’abolizione.

La storia dei Lupercalia andò così:

Secondo una leggenda narrata da Ovidio, al tempo di re Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne. Donne e uomini si recarono perciò in processione fino al bosco sacro di Giunone, ai piedi dell'Esquilino, e qui supplicarono. Attraverso lo stormire delle fronde, la Dea rispose che le donne dovevano essere penetrate da un sacro caprone sgomentando le donne, ma un augure etrusco interpretò l'oracolo nel giusto senso sacrificando un capro e tagliando dalla sua pelle delle strisce con cui colpì la schiena delle donne e dopo dieci mesi lunari le donne partorirono.

Così la lupa, o Dea Lupa, quella italica per cui negli antichi Lupercali, nella zona dei Castelli Romani, le sacerdotesse, vestite di sola pelle di lupo ululavano nei templi, praticando la prostituzione sacra, venne dimenticata. Eppure le prostitute romane, quelle profane, perchè quelle sacre erano state abolite, ancora facevano il verso del lupo per attirare i passanti, e i postriboli si chiamavano, guarda caso, "lupanare", termine conservato a tutt'oggi. Ma non dimentichiamoci di Giunone Caprotina, l'antica Dea conservata nei musei capitolini con la testa e la pelle di capra sul capo, anch'essa assimilazione di un'antica Dea Italica, la Dea Capra, fertile e lussuriosa, che sicuramente amava il sesso e l'accoppiamneto e non la fustigazione delle donne.
Esistevano peraltro molte Dee mesopotamiche che cavalcavano il capro, simbolo di lussuria, tanto è vero che il capro divenne il diavolo con cui, per la chiesa Cattolica, le streghe si accoppiavano nel sabba. Il che dette alla Madre chiesa l'opportunità di mettere sul rogo parecchie donne.
Il rito dei lupercali passò quindi a una divinità maschile, non capro nè lupo, il Dio Luperco, ma guarda caso mezzo lupo e mezzo capro, un Dio che secondo alcuni difendeva le greggi dai lupi. Poco credibile perchè un lupo azzannerebbe il gregge e un caprone non era in grado di difendersi dai lupi, che operavano sempre in branco.
Il rito comunque prevedeva la corsa di giovani seminudi, col volto coperto di fango, e con pelli di caprone, che colpivano con strisce di pellame le donne del Palatino: per purificarle e per favorire la fecondità. Il centro della festa era proprio la grotta che, narra Dionigi da Alicarnasso, contemporaneo di Augusto, si trovava ai piedi del colle e vicino al Tevere.

Guarda caso occorreva purificare le donne, da cosa? Forse dalla prostituzione sacra che veniva praticata per un periodo, dopodichè tornavano e si sposavano, senza l'odioso obbligo della verginità, già persa nel tempio. Per giunta le fustigavano, quindi una punizione, e il periodo di sterilità convince poco. Le donne un tempo erano molto prolifiche, in epoca moderna le cose sono cambiate, ma per ambedue i sessi.

Secondo Dionisio di Alicarnasso, i Lupercalia ricordavano il miracoloso allattamento di Romolo e Remo da una lupa che da poco aveva partorito.

Plutarco, nelle Vite parallele, spiegò che i Lupercalia venivano celebrati nella grotta del Lupercale, sul colle romano del Palatino, proprio dove i gemelli sarebbero stati allattati. Inoltre, nel giorno dei Lupercalia, venivano iniziati due nuovi Luperci, uno Fabiano e uno Quinziale, nella grotta del Lupercale; dopo il sacrificio delle capre i nuovi adepti venivano segnati sulla fronte intingendo il coltello sacrificale nel sangue delle capre sacrificate, asciugando poi il sangue con lana bianca intinta nel latte di capra, al che i due ragazzi dovevano ridere.


ADRIANO LA REGINA "Avvenimento sensazionale. Ma Romolo e Remo non c´entrano"

"Il ritrovamento di un ambiente sotterraneo con decorazioni musive sulle pareti e sulla volta, già visto e documentato nel Rinascimento (Marliano, 1534) e poi nuovamente smarrito ma rimasto quasi intatto alle pendici del Palatino, è già un avvenimento sensazionale anche per una città come Roma, ove non è certo difficile scoprire resti monumentali antichi. In questo caso l´elevata qualità architettonica e artistica è poi motivo di particolare interesse non solo per gli specialisti ma anche per il pubblico.

L´identificazione con il Lupercale, non nuova (Rodolfo Lanciani, 1897) anche se non unanime perché respinta da Christian Hülsen (1907), trova oggi ancora maggiori ostacoli nella migliore conoscenza del versante occidentale del Palatino. Il riconoscimento del tempio di Apollo Palatino, avvenuto alla metà del Novecento (G. Lugli, G. Carettoni), costituisce infatti un dato non trascurabile per l'individuazione del Lupercale.

Le fonti antiche concordano nell´indicare un´ubicazione a valle del tempio della Vittoria e della Magna Mater, ossia più ad ovest del luogo ove è avvenuta la scoperta. In particolare Dionigi di Alicarnasso, che scriveva quando il tempio di Apollo Palatino era stato già costruito, fa riferimento al tempio della Vittoria. 

Il tempio di Apollo era molto più grande e più in vista del tempio della Vittoria per chi osservasse il profilo del monte Palatino per esempio dall´Aventino; non si comprende pertanto perchè Dionigi non avrebbe dovuto prendere a riferimento il tempio di Apollo se il Lupercale fosse stato ubicato dinanzi ad esso,. Sarà importante eseguire gli scavi per mettere in luce il monumento, ma sarà anche utile scavare l´area poco più ad ovest di questo se si vorrà veramente ritrovare il Lupercale.

L´esplorazione di tutto il versante occidentale del Palatino prospiciente il Circo Massimo, il meno conosciuto, darà certamente risultati insospettati, come del tutto inatteso è stato il ritrovamento del grande ambiente a cupola.

L´ambiente appena scoperto si presenta come un ninfeo le cui decorazioni sono coerenti con quelle della Domus Aurea. Si tratta a mio avviso di una struttura pertinente alla prima fase del palazzo di Nerone, la Domus Transitoria di cui sono stati trovati altri resti più a monte, sotto il palazzo di Domiziano. Il ninfeo doveva fare parte di un grandioso prospetto architettonico del palazzo di Nerone verso il Circo Massimo. 

È ad una quota molto bassa, e dovette essere completamente sepolto, quindi reso inaccessibile, dalla costruzione della Domus Flavia, il palazzo domizianeo che ricoprì la casa di Augusto e le strutture neroniane. Anche questa situazione non è compatibile con quanto sappiamo dalle fonti, ossia che il Lupercale esisteva in età tardo antica, e che vi si svolgevano ancora attività religiose.
(La Repubblica - 22 novembre 2007)


CANADIAN PRESS

A pochi metri dalla grotta, ovvero il "Lupercale", l'imperatore Costantino costruì la basilica di Santa Anastasia, dove si ritiene che fu celebrato il primo Natale nel giorno 35 Dicembre. Costantino pose fine alle persecuzioni anti-cristiane rendendo il Cristianesimo una religione legale nell'anno 313 e giocò un ruolo importantissimo nell'unificare le credenze e le pratiche dei primi seguaci di Gesù.

Nel 325 egli convocò il Concilio di Nicea, che fissò le date delle più importanti feste cristiane. Così il Natale, celebrato in date diverse, venne fissato al 25 dicembre facendolo coincidere con la festa della nascita del dio Sole. E' quanto ha esposto venerdì il prof. Carandini, docente di archeologia all'Università La Sapienza di Roma, in un incontro con i giornalisti.

IL MITO DI ROMOLO E REMO
La Basilica di Santa Anastasia fu costruita l'anno successivo al Concilio di Nicea. E' probabile che qui il Natale fu fissato per la prima volta al 25 Dicembre, per collegare le pratiche pagane alle celebrazioni cristiane nei primi tempi della nuova religione, a quanto sostiene Carandini.

"La chiesa fu fatta costruire per cristianizzare questi luoghi pagani di culto. Fu un fatto del tutto normale erigere una chiesa nei pressi di questi luoghi per cercare di 'salvarli'."

Angelo Bottini, soprintendente archeologico di Roma, il quale non ha preso parte alla ricerca di Carandini, ha dichiarato che tale ipotesi era 'evocativa e coerente' e "ci aiuta a capire i meccanismi del passaggio dal paganesimo al Cristianesimo." Bottini e Carandini hanno dichiarato che gli scavi futuri potrebbero creare confusione nella connessione fra le ceneri antiche e la chiesa nel caso in cui strutture appartenenti al "Lupercale" fossero trovate direttamente al di sotto della Basilica.

La Basilica di Santa Anastasia fu la prima chiesa a sorgere sul Colle Palatino, sede centrale del potere e della religione nella Roma imperiale. Sebbene oggi sia poco conosciuta, al tempo di Costantino essa era la basilica più importante per i Cristiani a Roma, a quanto afferma Carandini.

Quindi, sebbene molti esperti abbiano espresso dubbi sul fatto che la grotta sia davvero l'ambiente mitologico dove vennero allevati Romolo e Remo, molti archeologi ritengono che i resti si adattano alle descrizioni dei testi antichi, e sono in corso piani di scavo ulteriore della struttura.




CONCLUSIONE

Gli archeologi sono convinti dell´identificazione della grotta come antico Lupercale. Manca è vero la prova di un simbolo: non ci sono lupi, ma solo un'aquila. Ma solo una parte della grotta è visibile, e comunque l'aquila è il simbolo dell'impero romano, forse quello che avrebbe messo Ottaviano.

Eppoi il luogo corrisponde, tra il circo Massimo e i piedi del Palatino, tra i resti del tempio di Apollo e la chiesa di Santa Anastasia, con la sua natura geologica di terra argillosa. E non è da sottovalutare la vicinanza con il palazzo di Augusto che, nella sua principesca dimora, aveva voluto inglobare un altro luogo fortemente simbolico: la mitica capanna di Romolo.

Essendo della gens Iulia come il prozio Cesare, Ottaviano pensava o diceva di discendere, oltre che da Venere e da Enea, dai gemelli fondatori dell'Urbe. Quel luogo era per lui doppiamente importante.
Saranno comunque gli scavi a confermare l´ipotesi della grotta di Romolo e Remo e a rintracciare i possibili collegamenti con la reggia di Augusto, che in larga parte è ancora da scavare. Interessante il parere di Andrea Carandini, uno dei nostri migliori archeologi:

"II fatto che locali al di sotto della Casa di Augusto vengano decorati con un tale lusso, ad una profondità così ampia e proprio nel punto che ci indicano le fonti fa proprio ritenere che sia il Lupercale".



11 ANNI DOPO

PAOLO CASOLARI
IL NATALE CRISTIANO NASCE AL LUPERCALE

Nel IV secolo l'imperatore Costantino fece edificare la prima costruzione cristiana del centro di Roma: la chiesa di Anastasia, dedicandola alla sorellastra.

Oggi è caduta quasi nel dimenticatoio ed è fuori dai circuiti turistici, ma all'inizio dell'era cristiana era la terza per importanza a Roma, dopo il Laterano e S. Maria Maggiore, per la sua posizione, alle pendici del Palatino verso il Circo Massimo, tanto che l'imperatore la fece eleggere Chiesa di Corte Imperiale (titulus Anastasiae).

Sappiamo che nella basilica Anastasia (solo con Teodorico diverrà "Sant'Anastasia") i papi, a partire dal V secolo, celebravano regolarmente il 25 dicembre il Natale di Cristo. Fu Sisto III a introdurre l'uso di un rito solenne tripartito: poco dopo la mezzanotte il vescovo di Roma teneva la prima messa nella basilica di S. Maria Maggiore; dopo, prima del sorgere del sole, celebrava la seconda in Anastasia; infine, all'alba, la terza messa in S. Pietro.

L'uso di celebrare a Roma il Natale in data fissa, il 25 dicembre, era però già documentato in precedenza, a partire dal 336 e. v., nella Depositio Martyrym non c'era tradizione unitaria sulla ricorrenza e  il calendario liturgico di Filocalo (in precedenza le comunità cristiane festeggiavano con irregolarità, in mesi diversi).

Era stato, infatti, sempre Costantino - l'imperatore che aveva già concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313 e si era occupato della data della Pasqua nel 325 (Nicea) a sovrapporre la festa per la nascita del Cristo alla ricorrenza romana della nascita del Sole invincibile (Natalis Solis Invicti).

Si tratta della festa calendariale che Aureliano, nel 274 e.v., stabili il 25 dicembre, al culmine delle feste solstiziali che seguivano i Saturnali e a suggello millenario della tradizione di culti solari che attraversava tutta la storia della romanità e del mondo italico (dalla Valcamonica ai Pelasgi, dall'Ausel del sabini all'An-sur di Terracina, dal Monte del Sole/Soratte, al Sol Indiges di Laurento, sino alla 
consacrazione augustea con l'edificazione del tempio di Apollo entro il pomerio). 

Il Cristo che-ci salva-la-vita, dunque, prendeva il posto del Sole che-dà la-vita, ma Costantino si spinse anche oltre, fece in modo che la prima officiatura del natale di Cristo avvenisse proprio nella chiesa di Anastasia con Silvestro vescovo, nel 326. E perchè mai, oltre tutto l'imperatore aveva già spostato la capitale a Bisanzio/Costantinopoli. Sarà forse perché a ridosso della basilica di Anastasia, edificata su una porzione del palazzo santuario di Augusto, la parte frontale che sporgeva sul Circo Massimo c'è il Lupercale?

Costantino, facendo celebrare la prima messa di Natale, e fissandola simbolicamente nella chiesa di Anastasia, prese "politicamente" due piccioni con una fava, imponendo la svolta (cristiana) alla storia. Operando un'ulteriore sovrapposizione/mistificazione, dopo quella della data, assimilò e seppellì la Natività di Roma, rappresentata dal Lupercale, all'altra natività d'importazione, quella del Nazareno grotta/capanna/spelonca di Betlemme, trasformando così il vecchio culto in favore del nuovo.

Questa forzatura, tuttavia, non operava tagli netti alla Tradizione: grotta per grotta, nascita per nascita. Da romano-nonostante-tutto, l'imperatore dispose, infatti, che si operasse in situ per assicurarsi coerenza formale e continuità ideale (anche l'edificazione della sua Costantinopoli fu preceduta da riti romani di fondazione). Ecco perchè fece celebrare il primo Natale nella chiesa di Anstasia, dopo averla fatta costruire proprio in quel luogo, sul Lupercale.

Da Roma, e solo da Roma, con la sua autorevolezza e con le e sue consolari, la novità del Natale cristiano poté cosi poi espandersi, come fece, in tutto il mondo conosciuto e dominato: dall'Italia alla Bretagna, alla Spagna, all'Africa settentrionale, al Medio oriente, ai Balcani. Se oggi festeggiamo il 25 dicembre, con l'annesso immaginifico della grotta e della nascita del "Salvatore" figlio di dio e di vergine, è grazie a tutta questa intrecciata vicenda.

Dunque, come ha ben scritto Carandini (La casa di Augusto. Dai "Lupercalja" al Natale, Roma-Bari, 2008) è assolutamente certo che "alle pendici del Palatino si erano succeduti natali, epifanie e fondazioni tra Romolo, Augusto e Cristo", ma questa verità, incontestabile, è oggi assai imbarazzante per la Chiesa cattolica. E' questo il motivo per cui, per Roma e per l'Italia, il Lupercale deve rimanere sepolto?

Col favore degli insipienti e dell'opinione pubblica distratta, crediamo che più di qualcuno (1) pensi sia un bene che Romolo rimanga una favoletta: sai mai che possa tornare alla memoria che pure lui è figlio di dio (Marte) e di vergine (Rea Silvia).

(1) Provate ad affacciarvi in S. Anastasia e chiedete del Lupercale. Vi risponderanno che non sanno nulla e che, comunque, non è il caso di disturbare l'adorazione eucaristica perpetua (prima chiesa al mondo a praticarla) e il lavoro dell'esorcista. E come mai proprio li l'adorazione eucaristica perpetua?

(Paolo Casolari)


BIBLIO

- Andrea Carandini - Lupercale, dentro quel pendio una miniera di miti - La Repubblica - 21 novembre 2007 -
- Adriano La Regina - Il Lupercale cercatelo altrove - La Repubblica - 22 novembre 2007 -- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -
Andrea Carandini - La leggenda di Roma, volume IV - Dalla morte di Tito Tazio alla fine di Romolo - Mondadori – Fondazione Valla - Milano - 2014 -
- Maria Cristina Valsecchi - Sacred Cave of Rome's Founders Discovered - in National Geographic News - National Geographic Society - 26 gennaio 2007 -
- A. Carandini - La fondazione di Roma raccontata da A. Carandini - Roma-Bari - Laterza - 2011 -


CULTO DI ROMOLO - QUIRINO


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DIO QUIRINO

Secondo Macrobio il nome Quirino derivava dalla curis, la punta della lancia o asta da guerra usata dai Sabini; secondo Varrone dalla città di Cures, patria di Tito Tazio che aveva introdotto il culto del Dio a Roma, secondo Servio, Quirino è il Marte, il Dio della guerra, mentre per Ovidio il nome del Dio derivava dai Quiriti. Oggi si ritiene che il nome sia collegato alla curia (co-viria) e ai quiriti (co-virites), come protettore delle curie e degli uomini che vi si riunivano.

Indubbiamente Quirino era comunque un antico Dio Sabino. La sua festività tradizionale, denominata Quirinalia, cadeva il 17 febbraio ed era celebrata dal Flamen Quirinalis, il terzo dei flamini maggiori. All'epoca la Triade Capitolina era di soli Dei: Giove, Marte e Quirino. Ma essendo Quirino un Dio sabino, associato al romano Romolo diventava accettabile per tutti.

Secondo il mito la città di Curi fu fondata da Modio Fabidio, figlio del Dio Quirino. Insomma essere figli degli Dei o Dei stessi andava di moda, per cui Romolo venne assimilato a Quirino. Plutarco definì infatti il primo re di Roma "valoroso e Dio armato di lancia", mentre Ersilia, sua moglie, assumeva il nome di Hora Quirini.

Aulo Gellio testimonia di aver letto sui libri pontificali che al Dio erano associate nelle preghiere anche la Dea Hora e le Dee Virites.

ROMOLO QUIRINO

DIO ROMOLO QUIRINO

Il 17 gennaio si festeggiavano le Quirinalia in cui si offrivano libagioni al divo Romolo-Quirino, secondo il rito latino-etrusco. Il principe nato nel pago di Alba, con nome forse etrusco, visto che su una tomba monumentale d’una necropoli di Orvieto compare il nome:“Rumenalas”, fu divinizzato, secondo un mito, dopo essere stato ucciso e squartato dai trenta senatori in trenta pezzi ciascuno dei quali poi seppellito in ognuna delle trenta curie comprese dall’abitato romano.

Secondo alcuni finì così con una violenta reazione popolare-aristocratica perchè i Romani odiarono sempre la tirannia.

Secondo Carandini “Roma rappresentò un modello civile aristocratico e regale, ma profondamente antitirannico. La tirannia è una caratteristica asiatica, non occidentale, ancora visibile in certi stati arabi”.

Anche se in molti miti i re o gli Dei vengono fatti a pezzi, basti pensare a Osiride fatto a pezzi e seminato nelle diverse città, o il Dio Iacco fatto a pezzi o Orfeo fatto a pezzi, tutti resuscitati o assunti in cielo, spesso essi erano simboli della vegetazione annuale.

A Roma il sovrano veniva eletto per acclamazione gentilizia, doveva tener conto del giudizio dei senatori radunati nei comizi, e veniva ucciso se manifestava tentazioni dinastiche. I Tarquini, sovrani greco-etruschi che mai invasero la Roma latina pur governandola dal VI secolo, instaurarono la dinastia monarchica provocandone la fine.



L'ORGOGLIO DI ROMOLO

Plutarco narra che Romolo, inorgoglitosi dei successi in battaglia, instaurò la monarchia assoluta, indossando un mantello purpureo e una toga bordata di porpora, sedendo su un trono, attorniato dalle guardie del corpo, le Celeres, e preceduto dai littori, che respingevano la folla con dei bastoni, cioè i fasci. Ma l'istituzione è prettamente etrusca, copiata a Roma in epoca storica.

Si narra pure che quando il nonno Numitore morì, Romolo diventato re di Alba Longa, ne concesse l'amministrazione al popolo, attraverso un suo magistrato che eleggeva annualmente, cosa molto invidiata dai Romani, perchè i poteri del senato a Roma erano diventati solo onorifici, avendo come unico privilegio di essere informati per primi sulle decisioni de re, ma senza essere stati interpellati.

Plutarco aggiunge che Romolo distribuì personalmente ai soldati la terra conquistata in guerra e gli ostaggi ai Veienti, senza aver consultato ed ottenuto l'assenso da parte dei senatori. Ma forse i senatori, che erano patrizi, mal sopportavano che venissero date terre ai soldati plebei.

Secondo alcuni Romolo fu ucciso dunque per odio antidinastico, ma il mito riporta che fu rapito in cielo tra gli Dei, del resto era figlio di un Dio e di una mortale (Marte e Rea Silvia), un po' come Ercole.

Ovidio, come Festo e Varrone, ce ne tramanda il mito:

"Mentre Romolo, per passare in rassegna l'esercito, teneva un'assemblea nel capo presso la palude delle Capre, all'improvviso una tempesta levatasi con grande fragore di tuoni avvolse il re con una nuvola così densa che tolse la sua vista all'assembea; poi Romolo non fu sulla terra. 

Quando, dopo una così torbida giornata, una luce limpida e serena apparve, i giovani romani, abbandonati al terrore, videro il trono vuoto; ma poichè i patrizi, che si erano trovati vicinissimo, affermarono che Romolo era stato trascinato in aria dalla tempesta, (la gioventù) afflitta mantenne il silenzio per molto tempo. 

Poi tutti quanti salutarono Romolo, dio disceso dagli dei, re e fondatore della città di Roma; implorano con preghiere la pace, e che benevolo protegga la sua stirpe in ogni tempo. La spartizione dei resti fu un atto rituale per riconsegnare il potere di Romolo-Marte ai Quiriti che con lui avevano dato vita all’Urbe."

Romolo Quirino fu rappresentato sovente come un Dio barbuto con vesti militari e religiose insieme ed aveva come attributo il mirto.

TEMPIO DI QUIRINO ( http://atlasofancientrome.com/ )

LE FESTE

Ancora ai tempi di Plutarco si celebravano molti riti nel giorno della sua scomparsa, avvenuta secondo tradizione il 5 o il 7 luglio del 716 a.c.. I Quirinalia si festeggiavano però il 17 febbraio, in cui si celebrava il rito della prima torrefazione del farro da parte di coloro che non lo avevano fatto in precedenza, nel giorno prescritto dalla propria curia.

In tal modo coloro che impossibilità o volontà si sottraevano all'ordine curiale, quindi gli stolti, rimediavano celebrando al Dio Quirino, la cui festa era detta anche "festa degli stolti" (stultorum feriae). Il rito primiziale del farro, da festa curiale a festa quirinale, segnava il passaggio delle stagioni.

La festa venne poi spostata essendo cambiata la nutrizione dei Romani, dal farro al grano, da Augusto al 29 giugno, l'epoca della mietitura del grano e della raccolta in covoni. Il 20 settembre invece si festeggiava il giorno del natale di Romolo, che forse rappresentava pure il seme del grano che veniva sepolto per poi germogliare in spiga a giugno.

Dal I sec. a.c. Quirino era considerato come il Divo Romolo, ma nella Roma augustea, comunque Quirino era anche un epiteto di Giano, come Giano Quirino. Il suo culto insomma si indebolì ma non le sue feste, anche grazie alla restaurazione di Augusto che era innovativo nelle leggi ma tradizionale per i culti.



I TEMPLI

Il più antico santuario di Quirino è la rupe più alta del colle Quirinale, che del resto dal Dio Quirino prende il nome. Successivamente gli fu costruito un tempio presso la porta Quirinale e poi un altro nel 293 a.c., dedicato da Lucio Papirio Cursore, nel quale era conservato il trattato fra Roma e Gabii scritto su una pelle di bue che copriva uno scudo.

Il tempio fu restaurato da Augusto nel 16 a.c. e il giorno della dedica, il 29 giugno, divenne la nuova festa di Quirino. Secondo la tradizione, Tito Tazio gli aveva dedicato un sacello sul Campidoglio, poi sostituito col tempio di Giove capitolino al tempo di Tarquinio il Superbo.

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- Plutarco - Vita di Romolo -
- Andrea Carandini - Cercando Quirino - Einaudi - 2007 -
- Dominique Briquel - Romulus jumeau et roi - Realites d'une legende - Les Belles Lettres - Paris - 2018 -
- Massimo Pallottino - Origini e storia primitiva di Roma - Milano - Rusconi - 1993 -
- Livio - Ab Urbe condita libri -
- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia -
- Theodor Mommsen - Storia di Roma antica - Firenze - Sansoni - 1972 -



ROMOLO - ROMULUS


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FAUSTOLO TROVA I GEMELLI ( Cesare Maccari )

Nome: Romulus
Nascita: Alba Longa nel 771 a.c.
Morte: 715 a.c.
Predecessore: inizio regno
Successore: Numa Pompilio
Fratello gemello: Remo
Consorte: Ersilia
Figli: Prima e Avilio
Dinastia: di Alba Longa
Padre: Marte
Madre: Rea Silvia
Nonno: Numitore, re di Albalonga
Regno: 753-715 a.c.


DOMANDE

- Quando nacque Romolo?
Romolo nacque nel 771 a.c. ad Albalonga
- Quando morì Romolo?
Romolo morì nel 715 a.c..
- Come si chiamava il fratello di Romolo?
Il fratello di Romolo si chiamava Remo.
- Di chi era figlio Romolo?
Romolo era figlio del Dio Marte e della vestale Rea Silvia.
- Chi era il nonno di Romolo?
Il nonno di Romolo era Numitore, re di Albalonga.
- Chi fu che fece abbandonare i neonati Romolo e Remo nelle acque del Tevere?
Numitore fece abbandonare Romolo e Remo nel Tevere perchè un oracolo aveva previsto che gli avrebbero usurpato il trono.
- Da chi vennero allattati Romolo e Remo?
Romolo e Remo vennero allattati da una lupa.
- Da chi vennero allevati Romolo e Remo?
Romolo e Remo vennero allevati dal pastore Faustolo e da sua moglie Acca Larenzia.
- Come morì Remo?
Remo morì ucciso da suo fratello Romolo.
- Come morì Romolo?
Morì assunto in cielo durante una tempesta o, secondo altri, ucciso dai senatori.
- Cosa fece Romolo per Roma?
Stabilì il diritto di asilo per fuggiaschi ed errabondi, organizzò il Ratto delle sabine per trovare mogli ai romani, promulgò le leggi delle XII Tavole, governò insieme al re dei sabini unendo i due popoli, divise il popolo in tre tribù: Ramnes, Tities e Luceres che divennero patrizi mentre gli stranieri divennero plebei. Stabilì che le mogli non potessero lasciare i mariti ma potessero venire ripudiate.
- Contro chi combattè Romolo?
Romolo combattè e vinse i Ceninensi, gli Antemnati, i Crustumeri e i Cameriani.


ROMOLO E REMO

"Sul terreno su cui sarebbe nata Roma, i due fratelli trassero gli auspici: nacque una lite tra i due, nel corso del quale Remo trovò la morte. Romolo tracciò un solco intorno al Palatino: era nata la Roma Quadrata."
ROMOLO
(AA.VV. Dizionario della civiltà romana, Roma 1990, p. 174.)

Dopo la fondazione leggendaria della città, ritenuta il 21 Aprile del 753 a.c., Romolo, che derivò il suo nome dalla città, e non il contrario, ne divenne il primo Re. Era rappresentante dei Ramnes, cioè una tribù latina.

Plutarco racconta che un certo Lucio Taruzio, matematico, astrologo ed amico di Marco Terenzio Varrone avesse calcolato il giorno della nascita dei due gemelli Romolo e Remo: il 24 marzo del 771 a.c., nel qual caso i gemelli avrebbero fondato Roma all'età di 18 anni.

La leggenda narra che Romolo e Remo erano figli del Dio della guerra Marte, invaghitosi della vestale Rea Silvia, figlia di Numitore, re di Albalonga, a sua volta discendente di Enea.


La pre-leggenda

- La preleggenda è che l'eroe troiano Enea, figlio di Venere, scampato col padre Anchise e col figlio Ascanio alla strage dei troiani dopo la distruzione di Troia, naviga finchè non approda nel Lazio.

- Qui viene accolto dal re Latino, da sua moglie Amata e da sua figlia Lavinia, di cui Enea si innamora. Ma Lavinia è promessa a Turno, re dei Rutuli, pertanto non può sposare Enea che non si rassegna ed entra in guerra col rivale.

- Esiste però un oracolo secondo cui l'unione di Lavinia con uno straniero avrebbe dato origine a una stirpe con alti destini. Per cui il re latino rompe la promessa con Turno. Il conflitto si estende, Enea ha dalla sua i Latini e trova alleanza presso le popolazioni greche che abitano il Palatino, guidate da re Evandro e suo figlio Pallante, dall'altra Rutuli, Volsci ed Etruschi.

- Dopo vari eccidi, tra cui quello di Pallante ucciso da Turno e la morte di re Latino, si decide sul singolo combattimento tra Enea e Turno.

- Enea vince e sposa Lavinia, poi fonda Lavinio. Come nell'Iliade tutto accade per una donna, mai per impossessarsi di un territorio, sarà vero?

Comunque il tempo passa e tra Lavinia e Ascanio, figlio di Enea, non corre buon sangue, perchè Enea è morto e Lavinia regna sui latini e su Lavinio.

Il che dimostra l'epoca di retaggi matriarcali, visto che una donna può regnare. Lavinia fugge e genera Silvio, antenato di Romolo e Remo, mentre Ascanio, antenato di Numitore, va a fondare Albalonga.

Dunque Romolo discende da Enea per parte di madre, e Iulo Ascanio sarà il capostipite della Gens Iulia, almeno così sostenne Giulio Cesare.

« Nella sesta olimpiade, ventidue anni dopo che era stata istituita la prima, Romolo figlio di Marte, dopo aver vendicato le offese recate al nonno, durante le feste in onore della dea Pale fondò Roma sul Palatino. » (Velleio Patercolo - Sroria Romana)
Non appena nominato re Romolo dovette combattere contro i Ceninensi, gli Antemnati e i Crustumini, vincendoli e sottomettendoli. Poi si battè coi Sabini.

Livio, in Ab Urbe condita, racconta che:

"Romolo su consiglio dei Senatori, inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare trattati di alleanza con questi popoli e favorire l'unione di nuovi matrimoni. All'ambasceria non fu dato ascolto da parte di nessun popolo: da una parte provavano disprezzo, dall'altra temevano per loro stessi e per i loro successori, ché in mezzo a loro potesse crescere un simile potere."

Romolo prima di tutto fortificò il monte Palatino, dov’era stato allevato; sacrificò ad Ercole secondo il rito dei Greci e agli altri Dei secondo il rito degli Albani. Compiuta secondo i riti la sacra cerimonia, Romolo si preoccupò di popolare la sua città. Offrì perciò asilo e protezione a tutti quelli che non potevano più vivere dove si trovavano: malandrini, briganti, debitori che non pagavano, gente che era odiata o perseguitata, o chiunque fosse povero nella sua terra e cercasse di meglio, insomma aprì le porte all'immigrazione.


Le XII tavole

A Romolo sono attribuite le XII tavole delle prime leggi romane:
"La famosa tavola di bronzo antichissima, dove è riferita la Legge Regia degl'antichi, adornata attorno con nobil cornice di marmo pavonazza. Questa pesa 2147 libre ed è del seguente tenore - SENATUS POPULUSQUE ROMANUS. -" Una lapide ricorda che essa fu portata dal Laterano al Campidoglio da papa Gregorio 13°, e infatti ancora lì è conservata, attualmente in restauro.

Di lui Dionigi (I sec. a.c.) scrisse:
« Censurò tutti quei miti che si tramandano sugli dèi, in cui erano offese e accuse contro di essi, ritenendoli empi, dannosi, offensivi e non degni degli dèi e neppure degli uomini giusti. Prescrisse inoltre che gli uomini pensassero e parlassero riguardo agli dèi nel modo più rispettoso possibile, evitando di attribuire loro una pratica indegna della loro natura divina. Presso i Romani infatti non si racconta che Urano fu evirato dai figli né che Crono massacrò i figli per paura di essere detronizzato, che Zeus pose fine alla supremazia di Crono, che era suo padre, rinchiudendolo nelle carceri del Tartaro, non si raccontano neppure guerre, né ferite, né patti, né la loro servitù presso gli uomini. »

(Dionigi di Alicarnasso)

Secondo altre fonti reperite dallo studioso Andrea Fulvio (1638) Romolo fece un lungo dicorso ai suoi cittadini:

"Valorosi uomini, l'apparente forma che voi vedete d'una Città novella è stata fortificata dalle vostre forti mani di bastioni ma ella ha ancora bisogno di fortificamenti. Se noi saremo d'accordo; noi insieme, benché pochi, senza armi, nondimeno oggi la difenderemo"

Disse ancora molte altre cose nella medesìma sentenza; gli esortò a beneficamente vivere; publicò alcuni decreti come leggi in quel tempo a quella Città molto accommodati; utili di quella maniera cioè:

- Che non facessero cosa alcuna senza prima prenderne gli auspicij
- Che i loro padri avessero ad intervenire ne magistrati, ne sacrificij
- Che i plebei cultivassero il contado
- Che i Re potessero disporre di tutte le cose sacre
- Che i padri le havessero in custodia.
- Che il popolo havrebbe a creare i magistrati
- Che tutti fussero tenuti d apprender le leggi; deliberare della guerra
- Che non si presta fede alle favole che degli Iddij ti dicono.
- Che non s'adorassero gli Iddij forestieri da Fauno in fuora.
- Che di notte non si potesse vegliare ne far ritirata dentro a templi.
- Che gli uxoricidi fossero decapitati.
- Che niuno ardisse dire parole disoneste in presenza di donne.
- Che ciascuno andasse con la toga lunga infin sopra i talIoni per la Città
- Che i parti mostruosi senza fraude alcuna fussero uccisi
- Che niuno potesse ne entrare ne potesse uscire della Città se non per le porte ordinarie
- Che le mura di quella fussero sàcrosànte
- Che quella donna che fue legitiniamente maritata s'intende partecipi per metà de beni; delle cose sacre del marito; si come egli era Signor di casà cosi ella era Signora; come la figliuola heredita il padre cosi ella fusse herede del morto marito
- Che quclla che fusse convinta di adulterio il marito; i parenti la potessero ammazzare come a lor piaceva.
- Che bevendo vino in casa ella fusse punita come adultera
- Che i padri havessero libera, piena autorità sopra figliuoli di confinarli, venderli, ammazzarli.

Numa Pompilio mitigò in gran parte la crudeltà di cotali decreti che in versì erano scntti; cosi ordinò certe leggi fondate su la equità, bontà molto accommodate; così fecero gli altri Re che dopo lui seguitarono ma sopra ogni altro Servio Tullio.

Furono di poi pubblicatc le leggi delle XII Tavole; confitte in piazza.
Stabilita per tanto la Città con queste leggi mediante i buoni costumi; le buone arti lungamente fiori; massimamente mediante la clementia. Perchè vennero in tanta grandezza che molti popoli spontaneamente senza alcuna violenza d'arme si diedero a Romani.

Queste furono le arti mediante le quali col favore de gli Dei sempre furono vincitori; fortissimi reputati; perciò ne la Città mantenne la libertà, la giustizia, accrescendo di giorno in giorno, diventando pel concorso delle genti ogni giorno più populosa; concorrendovi genti di tutto il mondo se ne fece una Città perpetua regina dell altre; capo dell'universo.
Romolo lasciò Roma con tre porte; come a molti piace con quattro. 

(Andrea Fulvio - Antichità di Roma - 1638)


RUPE TARPEA

LA RUPE TARPEA

Ma qui sorge un altro mito, quello della vestale, Tarpeia, figlia del comandante della rocca Spurio Tarpeio, che corrotta con un paio di bracciali d'oro da Tito Tazio, aprì le porte del Campidoglio a un drappello di armati. Per ringraziamento i Sabini la schiacciarono coi loro scudi.
Occorre precisare che la rupe Tarpea era dedicata anticamente alla Signora delle selve, da Tharphos, greco che significa appunto selva boscaglia. Tanto più che il vezzo di buttare la gente dalla rocca è prettamente greco e sicuramente già vigeva.

Non a caso poi vi si rinvenne la testa di una Dea che rivestì il ruolo di Roma caput mundi. E la testa fu rinvenuta proprio sulla rupe Tarpea, e in questo mito l'augure raccomanda di non rivelare il luogo della scoperta. Come mai?

Forse per non rivelare che gli antenati di Roma furono matriarcali e con una Dea Madre, cosa che riscoprirà ben nel XIX secolo Bachofen col suo contestatissimo "Il Matriarcato".

Tanto è vero che di diversi Re di Roma si ignora la paternità, solo perchè all'epoca si diventava re in quanto figli o mariti di una regina. Per Romolo il padre diventa Marte, ma in realtà è figlio di una sacerdotessa vestale, Rea Silvia.

I miti, si sa, vengono sempre mutati dai vincitori, ma di quella reminiscenza matriarcale Roma se ne avvantaggerà, producendo la cosiddetta Pietas Romana, che tanta civiltà portò nel mondo barbaro.

Insomma Sabini e Romani decisero di finirla ponendo a capo, Mezio Curzio per i Sabini e Ostio Ostilio per i Romani. Quest'ultimo morì in battaglia e i Romani le presero di santa ragione. Però Romolo, invocando Giove e promettendogli un tempio, contrattaccò e vinse. Fu allora che le donne sabine si posero tra i contendenti chiedendo la pace.

Plutarco in Vita di Romolo, racconta che:

"Là mentre stavano per tornare a combattere nuovamente, furono fermati da uno spettacolo incredibile e difficile da raccontare a parole. Videro infatti le figlie dei Sabini, quelle rapite, gettarsi alcune da una parte, ed altre dall'altra, in mezzo alle armi ed ai morti, urlando e minacciando con richiami di guerra i mariti ed i padri, quasi fossero possedute da un Dio."

Le donne dei Romani non avrebbero mai osato tanto, per questo la faccenda parve incredibile, solo le Sabine, abituate al rispetto dei maschi avrebbero potuto.

Insomma le competizioni e le battaglie iniziali ci furono, tanto più che i Sabini erano di stampo matriarcale al contrario dei Latini già patriarcali, rimaneggiate in "il ratto delle sabine". Più credibile che stanchi di combattere i due popoli stringessero alleanza, estendendola anche agli etruschi.
Romolo ratificò infatti l'alleanza sposando una sabina, una certa Ersilia, da cui ebbe una figlia, di nome Prima ed un figlio, di nome Avilio, che però non si sa che fine fecero.



IL RATTO DELLE SABINE

Plutarco, Vita di Romolo, 14,5:
"Il segnale convenuto per l'assalto era questo: Romolo si sarebbe alzato, avrebbe ripiegato il mantello, poi l'avrebbe di nuovo indossato. Molti armati di spada con gli occhi fissi su di lui, al segnale sguainano le spade e urlando si slanciano sulle figlie dei Sabini"
Insomma i Romani erano a corto di donne, non si sa perchè, a meno che, come in tanti popoli primitivi dediti alla guerra, le bambine venissero in parte eliminate, per cui decisero di rapire le Sabine.

Romolo dette ordine di non toccare le vergini per tutta la notte e di portargliele il giorno dopo. Le Sabine erano rabbiose e disperate. Romolo spiegò che non le avevano rapite per violentarle ma per sposarle e che fosse una nobile usanza greca, un bel modo per contrarre matrimonio. I greci rapivano le donne per sposarle?

Forse si, perchè nel sud Italia, in Sicilia, fino a non molto tempo fa usava la "fuitina" la piccola fuga, degli innamorati, affinchè, consumato l'accoppiamento, costringesse i parenti ad acconsentire all'unione. E il sud Italia è quanto mai greco.

Sembra che i Romani però cercassero di corteggiarle trattandole degnamente, e c'è da crederlo, perchè all'epoca le donne erano abituate al rispetto, non a caso quando questo venne meno in epoca greca, molte di loro si fecero Amazzoni conquistando, come asserì Giulio Cesare, tutta l'Asia.

Quindi pian piano le donne accettarono i matrimoni mentre i Sabini ci pensarono su, e ci pensarono parecchio, visto che quando mossero guerra le donne avevano già figli. Perchè passarono tanti mesi la storia non lo dice, o semplicemente il mito è inventato e vi fu guerra tra i due popoli seguita dalla pace.

Comunque il mito prosegue raccontando che le donne sabine, allo scontro tra i due popoli, uscirono dalla città vestite a lutto. Alcune con in braccio o al seguito i bambini piccoli. Raggiunsero piangendo il campo dei Sabini e il consiglio degli anziani, e qui si gettarono ai piedi del re. I Sabini le rimproverarono, infine si decise per la pace.

Però altre fonti, tra cui Plutarco, pure facendo un racconto analogo, dichiarano che le donne accorsero si con i figli, ma fecero i versi della guerra minacciando sia mariti che padri, e altre invece cercarono di rabbonire i padri mostrando i pargoli. Il che convince di più perchè le sabine erano all'epoca abbastanza libere e rispettate. Tanto è vero che posero delle condizioni.

I Romani dovettero infatti stabilire per contratto il trattamento delle donne:
- non dovranno mai lavorare per i loro mariti, salvo filare la lana;
- per la strada gli uomini dovranno cedere loro il passo;
- nulla di sconveniente sarà detto a loro o in loro presenza;
- nessun uomo potrà mostrarsi nudo davanti a loro;
- i loro figli avranno una veste speciale (praetexta) e un ciondolo d'oro (bulla aurea)  che li renderanno sacri e inviolabili.

Il che fa pensare che vennero adottate le usanze sabine, che d'altronde avevano reminiscenze matriarcali, peccato che questi diritti vennero poi dimenticati. Solo il tanto criticato impero romano farà tornare un trattamento più umano ed equo sia per le donne che per i figli, trattamento che cadrà di nuovo nell'inciviltà con l'avvento del cristianesimo.

"Non viene pattuita solo la pace, ma anche la fusione dei due popoli. Il regno diventa uno solo. Furono istituite anche le tre centurie di cavalieri, Ramnensi da Romolo, Tiziensi da Tazio e, quanto ai Luceri, è incerta l'origine. Da allora i due re esercitarono il potere non solo in comune ma anche in perfetta concordia." (T. Livio I,13).



SIR AVILLIAM GELL - MEMBRO DELL.' ACCADEMIA ROMANA DI ARCHEOLOCIA DELLA SOCIETA' REALE E DELLA. SOCIETÀ' DEGLI ANTIQUARI DI LONDRA -

- ILLUSTRATE CON TESTO E NOTE DA A. N I B B Y
- PUBLICO PROFESSORE DI ARCHEOLOGIA NELL'ARCHIGINNASIO ROMANO -
- MEMBRO ORDINARIO DELL'ACCADEMIA ROMANA DI ARCHEOLOGIA -
- CORRISPONDENTE DELL' ACCADEMIA REALE ERCOLANESE - ROMA - 1820.-


Ratto Delle Sabine

"Dionisio nel libro II pag. 100. il dimostra, il quale dice, che la festa istituita da Romulo, e poi dai Romani continuata a celebrare fino ai suoi tempi, e chiamata Consualia consisteva nel fare un sacrificio sopra un' ara sotterranea presso il Circo Massimo, la quale scavasi intorno; e questo sacrificio veniva seguito da corse di cavalli accoppiati e sciolti: che il Dio in onore del quale queste cose facevansi era Conso dai Romaui chiamato, che equivaleva al Nettuno de' Greci, e perciò sotterranea era l'ara, come quella del Dio scuotitore della Terra, ma altri credevano che Conso non fosse che un Genio presidente ai consigli segreti: si determina concordemente nel Circo Massimo.

Plutarco, che nella "vita di Romulo"  di questo stesso altare di Conso parlando lo dice da Romulo fatto a bella posta trovare: Ma la guerra contro l'esercito riunito de' Sabini condotti da Tazio Re di Curi fu più dubbiosa, e micidiale per Roma: imperciocchè il Re Sabino per assalire la città stessa colle sue forze non attese che Romulo venisse a devastare il suo territorio.

Questi dall'altro canto non conoscendosi forte abbastanza per andare ad attaccare il nemico, lo aspettò a pie fermo, e per maggior sicurezza della città rialzonne le mura, fortificò con fosse, e terrapieni l'Aventino ed il monte Saturnio poi detto Capitolino, che erano più vicini alla sua città, e quasi la dominavano, e ricevuti soccorsi dalla Etruria, e da Numitore suo nonno.

Si è veduto di sopra, che le prime mura di Roma per gli autori non sembra che fosse altro che una palizzata. Forse però dopo il ratto delle Sabine saranno state costrutte più solide, poiché Dionisio dove parla de' preparativi fatti da Romulo contro Tazio, dice, che per rendere il Muro del Palatino più sicuro a quei di dentro lo alzò con terrapieni più alti: poi uscì ad accamparsi sull'Esquilino con una parte de' suoi, lasciando il Quirinale in guardia de'suoi alleati gli Etruschi.

Si nomina pure poco dopo un Lucumone da Sorano città della Etruria, uomo valoroso, e nelle cose di guerra illustre: Dionisio continua: Le posizioni militari scelte da Romulo in tale occasione non potevano essere più saggiamente prese, se si considerano le località; mentre avea fortificato il monte Capitolino e l'Aventino, che più degli altri al Palatino accostavansi, e vi avea posto truppe in guardia, egli col nerbo delle truppe e degli alleati coprì Roma verso il nord, e nord est occupando il Quirinale, e l'Esquilie, che più agio gli davano ai movimenti militari essendo meno ineguali, ed assai spaziosi. 

Tazio non potendo avvicinarsi a Roma per le colline, che erano, come si è detto, occupate da Romulo e dagli Etrusci, sboccò colle sue genti nella pianura in seguito chiamata Campo Marzio e pose i suoi alloggiamenti sotto il monte Saturnio. Questo colle, che era più dappresso a Roma, e perciò era stato meglio degli altri fortificato, veniva guardato da una mano dì gente capitanata da Tarpejo.

Contro questo monte si rivolse Tazio, considerandolo come il punto più importante per poter battere Roma, e pervenne ad impadronirsene, sia per tradimento, come l'opinione generale pretende, sia per sorpresa: e siccome in questa fatto ebbe gran parte Tarpeja , figlia dì colui, che vi commandava, perciò da quella epoca il monte ottenne il nome di Tarpejo, nome  che rimase sempre ad una parte di esso ( quantunque il resto dopo prendesse altra denominazione dì Capitolium ), e fu quella, che riserbata al supplizio de' rei continuò ad appellarsi la rupe, o il sasso Tarpejo, siccome si appella tutt'ora.

 All' avviso della espugnazione di un posto così importante Romulo co' suoi alleati venne in soccorso di Roma, e cercò di riprendere il colle perduto  ma fu indarno, che rimasto egli stesso ferito nella pugna, e morto Lucumone, capo degli Etrusci, i Sabini attaccarono la città stessa .


MONETA DI ROMOLO CON CERERE SEDUTA
E IL SERPENTE
Questa però veniva custodita dal fiore della gioventù, i quali sboccarono contro i nemici, cercando di respingerli: nello stesso tempo Romulo riavutosi dal colpo ricevuto, corse a rianimare i suoi, e per meglio riuscire fece voto a Giove di edificargli un tempio sotto la denominazione di Statore nel sito stesso.

Sono varie le opinioni degli antichi sopra Tarpeja, e sopra la presa del Campidoglio fatta dai Sabini , le quali possono leggersi in Dionisio, in Livio e in Plutarco nella vita di Romulo.
Che poi il monte venisse denominato Tarpejo, e continuasse cosi a chiamarsi fino alla fondazione del Tempio di Giove Capitolino da Tarrjuinio , nella quale occasione il monte dissesi Capitolium e la rupe dalla quale si gittavano i rei conservò sola il nome di Tarpeja, lo mostra Plutarco in questi termini nella vita di Romulo.

Tra i due popoli la concordia fu istantanea o completa, e da un tale avvenimento, il sito, nel quale venne conchìiiso il trattato fu detto Via Sacra. Dionisio, che di questa concordia parla più a lungo, racconta, che secondo il trattato, Romulo co' suoi Romani rimase padrone della Roma primitiva: Tazio co' Sabini si stabili sul colle Tarpejo  e per addizione, siccome i due popoli non aveano spazio sufficiente, una parte del Quirinale, e del Celio fu loro assegnata dove questi due colli più vicini si trovano al Tarpejo ed al Palatino.

Ma dobbiamo qui prevenire il lettore, che con ciò non vuol credersi da noi, che il Quirinale, ed il Celio fossero chiusi nelle mura imperciocché gli antichi vanno d' accordo nell'assicurarci, che dopo la riunione de' Romani a' Sabini il solo monte Capitolino, o Tarpejo fu colla valle intermedia riunito al Palatino con mura.

Infatti Dionisio dice che questa pace si concluse verso la metà della Via.  Cosi per rendere Dionisio analogo a se stesso, e concorde con ciò, che Tacito racconta va inteso ciò che dice nel libro II. questa valle era allora ingombrata da boschi, e dalla palude accennata di sopra, la quale venne riempiuta, ed i boschi furono tagliati i e trovandosi posta tra i due colli, fu deciso, che servirebbe loro di mercato, o Foro in comune.

Secondo questo racconto è ragionevole supporre, che dal Palatino al Tarpejo fossero dirette due cortine di mura, le quali continuando sul ciglio delle rupi verso il Campo Marzio, vennero a chiudere.

Si vegga il passo citato di Dionisio nella nota precedente, e quello che questo stesso Scrittore dice. parlando del Tempio di Vesta stabilito da dentro tutto intiero il Tarpejo: nello stesso tempo questo accrescimento rese inutile quella parte del muro primitivo di Roma, che dominava il Foro ma forse questa non venne tosto abbattuta.

I due Re governarono pacificamente parecchi anni i loro popoli riuniti e pare che la concordia non fosse in guisa alcuna alterata ma è facile giudicare che l'ambizione di Romulo non vedesse di buon occhio la sua autorità divisa, e per conseguenza è da credersi, che se non fu 1' autore, almeno fomentò le differenze che insorsero fra Tazio e i Laurenti, le quali finirono coll'assassinio del Re Sabino: che se di ciò non abbiamo una prova diretta, l'indifferenza, che mostrò Romulo nella morte del suo collega, fa molto sospettare della sua fede.

Ciò deve credersi per la gelosia, che fra i due Re dovea regnare, e soprattutto per i passi di Livio, e di Ovidio, che nominano la porta del Palatino, che più sotto vedremo essere la Mugonia, esistente ancora ai tempi loro; ed è appunto questa la porta, che stava nel lato del colle, che sovrastava al Foro, che veniva designata col nome di Porta vetus Palata.

Livio nel capo VI. del I libro cosi narra questa morte "Però non produsse alcun cangiamento nel recinto, che rimase lo stesso fino alla morte di Romulo avvenuta a 71 anni avanti dell'era volgare, alla quale epoca Roma non chiudeva dentro le mura, che il Palatino, ed il Tarpejo, e la valle, che separa i due colli. "

Dionisio nel libro II narra lo stesso avvenimento con più lunghi particolari, ma con poca varietà, e chiama Laviniati quelli che Livio appella Laurenti, ed aggiunge che la morte di Tazio avvenne 1'anno VI  del suo regno con Romulo.

Plutarco va di accordo con Dionisio, e con Livio, e fa Laurenti gli offesi dai seguaci di Tazio, e Lavinio il luogo della uccisione sua siccome Livio: quindi aggiungendo i sospetti, che corsero in questo affare circa Romulo, soggiunge, che ciò non alterò punto la buona armonia de'Sabini dimoranti in Roma, i quali altri per amore, altri per timore restarono quieti.

Il regno pacifico di Nama Pompilio quantunque non accrescesse la popolazione dì Roma con mezzi violenti, come il suo predecessore, pure favorì molto al suo aumento, cosicché fu di bisogno aggrandire il recinto. Del che abbiamo una prova in Dionisio, il quale ci assicura, che Numa ampliando le mura della città chiuse dentro il monte Quirinale, fin allora stato senza difesa.

Ma a Dionisio si oppone Livio, che dice il Quirinale essere stato riunito a Roma dall'aver ricevuto altri accrescimenti dopo la riunione con Tazio, il dimostra non solo il silenzio degli antichi, che di altro accrescimeuto non parlano; ma ancora fa asserzione di Plinio, che nel capo V. del III. libro della sua Storia Naturale afferma che Romulo non lasciò alla sua morte la città con più di tre o quattro porte, il che mostra una estensione assai limitata.

D' altronde siccome vedremo nel progresso del discordo o li accrescimenti fatti a Roma da Numa, da Tulio, da Anco, e da Servio, necessariamente ne segue che alla morte di Romulo la città non comprendesse dentro le mura che i colli Palatino e Tarpeo e la valle che divideva i due colli stessi.

Questo passo di Dionisio serve di dichiarazione all' altro, di questo stesso scrittore riferito nella nota e da questo apparisce, che il Quirinale sotto Romulo cominciò solo ad abitarsi, ma non fu rinchiuso dentro le mura, come fra poco Servìo Tullio ed in tale discordia non si trova altro mezzo da conciliare i duo autori, che supponendo avere Numa cinto soltanto di mura quella parte del colle Quirinale, che più a Roma, o per dir meglio al monte Tarpejo accostavasi, lasciando il resto di fuori.

Imperciocché la estrema lunghezza vedremo del Celio, che solo venne nel recinto rinchiuso da Tullo Ostilio, e che sotto Romulo non cominciò ad abitarsi.  Il monte Quirinale oggi si appressa di molto al Campidoglio."

LA PUBBLICAZIONE DELLE XII TAVOLE

LA VERSIONE DI ANTONIO NIBBY (grande storico archeologo dell'800)

"Ma la guerra contro l'esercito riunito dei Sabini condotti da Tazio Re di Curi appare  incerta e micidiale per Roma: imperciocchè il Re Sabino portossi ad assalire la città stessa colle sue forze, e non attese che Romulo venisse a devastare il suo territorio. Questi dall'altro canto non conoscendosi forte abbastanza per andare ad attaccare il nemico, lo aspettò a pie fermo, e per maggior sicurezza della città rialzonne le mura, fortificò con fosse, e terrapieni l'Aventino ed il monte Saturnio poi detto Capitolino, che erano più vicini alla sua città, e quasi la dominavano, e ricevuti soccorsi dalla Etruria, e da Numitore suo avo, uscl ad accamparsi sull'Esquilino con una parte de' suoi, lasciando il Quirinale in guardia de' suoi alleati, gli Etruschi.

Romulo mentre avea fortificato il monte Capitolino, e l'Aventino, che più degli altri al Palatino accostavansi, e vi avea posto truppe in guardia, egli col nerbo delle truppe e degli alleati coprì Roma verso il nord, e nord est occupando il Quirinale e l'Esquilie, che più agio gli davano ai movimenti militari essendo meno ineguali, ed assai spaziosi.

Tazio non potendo avvicinarsi a Roma per le colline, che erano, come si è detto, occupate da Romulo, e dagli Etrusci, sboccò colle sue genti nella pianura in seguito chiamata Campo Marzio, e pose i suoi alloggiamenti sotto il monte Saturnio. Questo colle, che era più dappresso a Roma, e perciò era stato meglio degli altri fortificato, veniva guardato da una mano dì gente capitanata da Tarpejo. Contro questo  monte si rivolse Tazio, considerandolo come il punto più importante per poter battere Roma, e pervenne ad impadronirsene, sia per tradimento, come l'opinione generale pretende, sia per sorpresa: e siccome in questo fatto ebbe gran parte Tarpeja, figlia dì colui che vi comandava, perciò da quella epoca il monte ottenne il nome di Tarpejo, nome, che rimase sempre ad una parte di esso (quantunque il resto dopo prendesse altra denominazione dì Capitolium), e fu quella, che riserbata al supplizio de' rei continuò ad appellarsi la rupe, o il sasso Tarpejo, siccome si appella tutt' ora. 

All'avviso della espugnazione di un posto così importante Romulo co' suoi alleati venne in soccorso di Roma, e cercò di riprendere il colle perduto; ma fu indarno, che rimasto egli stesso ferito nella pugna, e morto Lucumone, capo degli Etrusci, i Sabini attaccarono la città stessa. Questa però veniva custodita dal fiore della gioventù, i quali sboccarono contro i nemici, cercando di respingerli: nello stesso tempo Romulo riavutosi dal colpo ricevuto, corse a rianimare i suoi, e per meglio riuscire fece voto a Giove di edificargli un tempio sotto la denominazione di Statore nel sito stesso, nel quale avea gittate le fondamenta della sua città.

La pugna ricominciò più furiosa nella valle fra i due colli Palatino, e Capitolino ; ivi Mezio Curzio , che comandava la cavalleria Sabina, inesperto de' luoghi, trovossi intrigato in una palude, che esisteva fra i due colli, e che dopo tale avvenimento fu detta il Lago Curzio: la battaglia insensibilmente erasi portata verso la estremità del monte, che poi prese il nome di via Sacra, e continuava incerta, ed accanita, quando un nuovo stratagemma fu posto in opera da Romulo, di far uscire le donne perchè fossero mediatrici fra i loro padri, e i mariti: il ritrovato di Romulo andò a seconda de' suoi desideri la pacificazione fra i due popoli fu istantanea o completa, e da un tale avvenimento, il sito, nel quale venne conchìuso il trattato fa detto Via Sacra.

Dionisio, che di questa concordia parìa più a lungo, racconta, che secondo il trattato, Romulo co' suoi Romani rimase padrone della Roma primitiva: Tazio co' Sabini si stabili sul colle Tarpejo e per addizione, siccome i due popoli non aveano spazio sufficiente, una parte del Quirinale, e del Celio fu loro assegnata dove questi flue colli più vicini si trovano al Tarpejo, ed al Palatino."

RICONCILIAZIONE TRA ROMOLO E TITO TAZIO

I DUE RE

Infatti Roma venne governata da due Re che necessariamente dettero alla città un nuovo ordinamento, dividendo la popolazione in tre “tribù”:
  1. i Ramnes, formata dai latini,
  2. i Tities, formata dai sabini,
  3. i Luceres, formata dagli etruschi.
    Ognuna delle tribù fu divisa in dieci “curie” (o Comizi Curiati) che si riunivano in assemblee, decidendo a maggioranza leggi e iniziative per il bene dei cittadini.
    Il consiglio degli anziani, che coadiuvava il Re e ne decideva l'elezione, venne portato a 200 membri. Scelti fra le famiglie più importanti, i “Patres”, determinò il nome “patrizi”, divenendo in seguito il “Senato”.

    Ogni curia doveva contribuire all’esercito, fornendo una “centuria” di 100 fanti e una “decuria” di 10 cavalieri: in tutto dunque l’esercito era formato da 3000 fanti e 300 cavalieri, sotto il comando del re.

    Di Tito Tazio non si parla mai, ma egli fu re insieme a Romolo, per cui i sette re di Roma furono in definitiva otto. Re Tazio si stabilì con il popolo sabino sul Quirinale mentre i romani rimasero sul Campidoglio.

    Qualche anno dopo, alcuni parenti di Tazio maltrattarono gli ambasciatori dei Laurenti che fecero appello al diritto delle genti. Tazio appoggiò i consanguinei ma non la giustizia, per cui il castigo divino non tardò a venire: mentre era a Lavinio, intento a un solenne sacrificio, fu sorpreso dagli avversari e ucciso.

    Tito Livio commenta: "Si dice che Romolo abbia accettato quell'evento con minor dolore di quanto fosse giusto attendersi, forse a causa di quella divisione del potere che lo lasciava poco tranquillo, forse perché riteneva che Tazio fosse stato ucciso, tutto sommato, giustamente".

    Insomma Tito Tazio morì presto, forse in un’imboscata presso Lavinio, e lasciò Romolo unico re che stabilì un nuovo luogo dove riunire le assemblee: il Foro, una pianura alla base del Campidoglio, che era stata prosciugata dagli Etruschi dalle acque insalubri.



    ROMOLO

    « Nella sesta olimpiade, ventidue anni dopo che era stata istituita la prima, Romolo figlio di Marte, dopo aver vendicato le offese recate al nonno, durante le feste in onore della Dea Pale fondò Roma sul Palatino. »
    (Velleio Patercolo, Storia romana, II, CXXXI)

    L'annalista Lucio Pisone Frugi, console nel 133 a.c. raccontava che Romolo era molto sobrio nel consumo del vino.
    Romolo in qualità di re prese a guardia personale 12 littori, poi scelse 100 senatori e i loro discendenti si chiamarono patrizi. Così divise Roma in due classi, i patrizi e i plebei, in base alle origini nobili o meno delle persone ma non in base alla ricchezza. I plebei non avevano diritti politici e l’unico modo per tutelarsi era diventare “clienti” di un patrizio, fornendogli servizi in cambio di sussistenza e protezione. I patrizi erano la classe minore ma governativa, e i senatori continuarono ad essere scelti tra i patrizi.

    Romolo fu un capo politico e religioso, ma anche militare annettendo a Roma nuovi territori, conquistati all’etrusca Veio e alla latina Fidene. Come capo religioso controllò le festività e gli Dei da onorare, in pratica tutto il calendario. Fu chiamato Romolo Quirino perchè assimilato al Dio sabino Quirino, anche se alcuni autori non sono d'accordo, ma molte cose lo fanno pensare, ad esempio che il colle Quirinale fu abitato per lungo tempo dai Sabini, e che qui eressero il tempio al Dio Quirino, e il fatto che Cures fosse il nome di una città sabina, e che Quirino fosse protettore delle Curie, che da lui presero il nome.

    I Fidenati, che avevano attaccato Roma, furono sconfitti con uno stratagemma. I legionari romani, in inferiorità numerica, avevano infatti finto una ritirata con lo scopo di portare il nemico allo scoperto. I Fidenati caddero nel tranello e furono annientati con un contrattacco a sorpresa.


    ROMOLO UCCISORE DI ACRONE, PORTA LE SUE SPOGLIE AL TEMPIO DI GIOVE

    ANNALI  DI  ROMA,  DALLA  SUA  FONDAZIONE  A'  DI'  NOSTRI

    "I Ceninesi i Crustominii e gli Antennati eran popoli che in parte sofferta avevano l'ingiuria commessa da Romolo. Troppo lentamente parve ad essi che Tazio ci suoi Sabini si diportassero in quella impresa. Si riunirono pertanto e tutti tre risolsero di portare ai Romani la guerra. Quindi ne i Crustominii nè gli Antennati corrispondendo al desiderio dei Ceninesi cioè di assalire Roma senza più indugiare impresero soli ad eseguirne il disegno.

    Nerone loro Re si pone alla testa dell'esercito s'inoltra sul territorio Romano e gli dà il sacco. Non si tosto ne ha Romolo la notizia che accorre con le sue legioni presenta battaglia ai nemici li pone in rotta, uccide Acrone di propria mano e lo spoglia prende la nemica Città e con la facilità di questa impresa fa vedere quanto vano sia lo sdegno privo di forza.

    Esultante per il prospero evento taglia Romolo un grosso ramo di quercia e appende sul medesimo le spoglie del vinto Re. Quindi ricopertosi di veste purpurea e cinto il crine di corona d'alloro erge di propria mano il trofeo della vittoria e sfilando l'esercito in ordine di battaglia marciava trionfante a Roma fra i canti d'inni e di rozzi versi militari. Questa fu l'origine dei trionfi magnifici dei Romani.

    Per eternare una si lieta giornata salì Romolo il vicino Monte Saturno detto Campidoglio disegnò un luogo per innalzarvi un Tempio a Giove sotto il titolo di Feretrio onde collocarvi le spoglie di Acroiie siccome poi avvenne e le altre che riportate avessero i suoi Successori i quali di propria mano uccidessero un Re o Generale nemico.

    La parola Feretrio secondo Plutarco deriva dal verbo ferire usato dai Romani. Gli stendardi di guerra inventati da Romolo erano manipoli di fieno legati sopra delle pertiche. Essi eran varii fra loro per distinguere la diversità di quelli che militavano sotto ciascuno stendardo. I militari appellavansi manipolari per cagione dei divisati manipoli.

    Nella morte di Romolo usavansi ancora siffatti stendardi. Del Tempio edificato da Romolo a Giove Feretrio racconta Dionigi che a suoi giorni vedevansi ancora le vestigia ed era così piccolo e stretto che le sue mura non erano più lunghe di quindici piedi."

    BATTAGLIA TRA ROMANI E VEIENTI - CAVALIERE D'ARPINO

    I VEIENTI

    "La III guerra sostenuta da Romolo dopo la morte di Tito Tazio fu coi Vejenti. Vejo distava da Roma nella parte settentrionale circa cento stadj che da Rollin si ragguaglia a quindici miglia ed il suo territorio era limitrofo a quello di Roma. Situata questa in alta e scoscesa rupe assai popolosa c ricca era la più possente città dei dodici popoli Etnischi.

    Pretendevano i Vejenti che i Romani togliessero il presidio lasciato in Fidene capitale d'Etruria e che al popolo di questa Città si restituisse il dominio sui proprj beni. Che questo fosse un pretesto a colorire ch'eglino mossi erano da gelosìa, attesa la crescente potenza Romana, è facile a dedursi dalla promossa dimanda tanto ingiusta quanto ridicola imperocchè non avendo essi dato verun soccórso ai Fidènati quando trovavansi oppressi dalla guerra era vana la pretensione di riavere i beni de vinti  passati in mani dei vincitori.

    Ne avvenne per conseguenza che i loro Ambasciatori spediti a Roma con tali pretese tornassero senz'aver nulla ottenuto ed anzi con risposte ingiuriose e sprezzanti. Allora i Vejenti si mossero con forte armata e posero i loro accampamenti in luogo occulto vicino a Fidene. Informato Romolo di questa mossa uscì con esercito poderoso alla volta di quella Città attaccò il nemico e lo pose in rotta. 

    I Vejenti più che col ferro perirono annegati nel fiume che tentarono di trapassare a nuoto. Il fiume secondo Dionigi era gonfio onde può dedursi che tali fatti accaddero nella stagione autunnale e in tempo delle piene. I Vejenti anzichè calmarsi si ostinarono nella guerra, il loro esercito coll'ajuto ancora de Popoli confederati si marciarono contro i Romani. Nelle vicinanze egualmente di Fidene ebbe luogo altro combattimento che fu più atroce e decisivo. I Vejenti vennero disfatti con strage di molti e molti rimasero prigionieri.

    S'impadronirono i Romani dei loro accampamenti dei loro denari e delle loro armi. Le navi de nemici che stavano collocate nel fiume servirono pel trasporto de prigionieri a Roma e Romolo trionfò per la terza volta. Questo trionfo fu assai più magnifico dei precedenti. Plutarco aggiunge che a suoi tempi era commun voce che la massima parte di questa impresa fu opera di Romolo avendo in tal incontro fatto mostra di tutta 1'arte militare unita all'ardire e che operò portenti oltre 1'umano potere. 

    Stima poi del tutto favoloso il racconto di taluni i quali asserivano che di quindicimila uccisi in battaglia metà perirono per le mani di Romolo. I Vejenti uccisi in battaglia metà perirono per le mani di Romolo. Egli vuole finalmente che il trionfo di questi avvenisse il giorno 15 del mese di Ottobre e che tra i prigionieri che onoravano il trionfo eravi il Capitano stesso dei Veii, uomo vecchio ma che sembrò non adoperasse in quella guerra tutto il senno e la conveniente esperienza.

    Per la qual cosa riferisce lo Storico che a suoi tempi, quando sacrificavasi per una riportata vittoria, si conduceva un vecchio vestito di Pretesta per la piazza del Campidoglio appendendogli al petto una bolla da fanciullo e il banditore gridava "Sardi messi all'incanto!" poichè credevasi che i Toscani quali erano i Vejenti derivassero da una Colonia de Sardi.

    Non molto dopo questa disfatta i Vejenti spedirono ambasciatori a Roma per chiedere la pace Romolo profittando di questa opportunità 1'accordò con legge che gli si rilasciasse una parte di vicino al Tevere chiamata Septem Pagi e le Saline che avevano sui lidi del mare. Plutarco chiama quel terreno Settepagio che quanto dire la Settima parte Romolo fece inoltre alleanza coi Vejenti per cento anni.

    Le condizioni di questo trattato furono incise in una colonna di Rame per vieppiù perpetuarne la memoria. Volle Romolo dopo questi fatti di propria autorità rilasciare senza riscatto i prigionieri fatti nella battaglia e lasciò in loro arbitrio lo stabilirsi in Roma. Ve ne restarono difatti in maggior numero ed ottennero il diritto della cittadinanza ed una quantità di Terre di qua dal Tevere che si distribuì in sorte."

    (ANNALI DI ROMA - 1836)



    LA REGGIA DI ROMOLO

    La Casa Romuli, l’abitazione in cui il primo re di Roma avrebbe risieduto, era riconosciuta in una piccola capanna, frequentemente risanata e ricostruita, posta verso l’angolo sud-ovest del colle Palatino.
    I lavori di scavo del 1946 misero in luce, proprio in quest’area del Palatino, i frammenti di alcune capanne che, grazie alle sostanze rinvenute sulla pavimentazione, fu possibile confrontare con le urne cinerarie a capanna all’interno della necropoli del Foro Romano, e datarle quindi alla I età del Ferro, nei secoli IX e VIII a.c.

    Questa importante scoperta avvalora la tradizione sia in merito alla data della fondazione di Roma, sia sulla posizione della leggendaria Casa Romuli. I suoi resti riguardano però solo la pavimentazione delle capanne, realizzate attraverso l’incisione e lo scavo del tufo e incorniciate da una piccola fessura utile al drenaggio dell’acqua piovana in modo che non penetrasse all’interno dell’abitazione.

    La casa più grande, quella che si suppone la Reggia, è ha forma di un rettangolo ovalizzato di m. 4,90 x 3,60. La pavimentazione ha sei fori circolari, di cui uno al centro, sicuramente per i pali che sostenevano il tetto e le pareti. Altri quattro fori su uno dei lati inferiori della pavimentazione indicherebbero l'alloggiamento dei sostegni per la porta d’ingresso, alta poco più di un metro. Altri fori all’esterno della capanna, sostenevano probabilmente una pensilina.

    Per ulteriori informazioni: LA REGIA



    LE CAPANNE DI ROMOLO E DI MARTE CON OPS (di Andrea Carandini)

    L’approdo sul Tevere al sito di Roma si trovava in origine a una estremità dell’Aventino, dove era l’ara Massima di Ercole, l’eroe civilizzatore che di ritorno dalle peripezie nel più estremo Occidente – le Baleari? – aveva soppresso il capo indigeno sputafuoco chiamato Caco, che aveva avuto il suo antro lì vicino. Nelle piene il Tevere si insinuava tra Campidoglio e Aventino, raggiungendo le bassure del Velabrum e della vallis Murcia e il Cermalus, il versante del Palatino rivolto all’Aventino.

    È presso questo approdo che Romolo, ottenuti sull’Aventino gli auspici favorevoli per fondare la città e inaugurarsi re, ha scagliato l’hasta per prendere possesso del Palatino. L’hasta era il simbolo del potere, della conquista e della proprietà in forma di lancia. L’hasta scagliata aveva raggiunto il Cermalus e si era conficcata davanti alla capanna del capo e porcaro Faustulus e della sua compagna Acca, la Madre dei Lari e degli Arvali, che erano stati anche i genitori putativi presso i quali Remo e Romolo erano stati allevati. ­­­­­

    Remo e Romolo erano figli di Marte (Mars) e di Rhea Silvia, principessa di Alba, un villaggio al centro del Lazio dove si venerava il Giove (Iuppiter) di tutti i Latini (Latiaris). Erano stati esposti al Tevere dal perfido re albano Amulio. La cesta che li conteneva era stata abbandonata sulla riva del fiume presso il Lupercal, il santuario/grotta di Mars e di Faunus Lupercus (lupus e hircus/capro) posto ai piedi del Cermalus. Non potevano capitare in luogo più propizio. Il Tevere si era prontamente ritirato risparmiandoli e un picchio e una lupa avevano nutrito i gemelli.

    Mars era il divino generatore di Picus il picchio e di Faunus il lupo: gli avi totemici che avevano salvato i gemelli. In cima al Cermalus, dove era stato il "tugurium Faustuli" e dove l’hasta di Romolo si era conficcata, mettendovi radici e tornando a essere vivente corniolo, il re-augure Romolo edifica la sua casa o capanna. Di fronte a essa svolge i primi riti per fondare Roma. Nasconde in una fossa – come in un penus o sotterranea dispensa – terre e primizie dei vari rioni e distretti della comunità e poi accende lì accanto su un’ara il primo fuoco regio, magari derivato dal focolare della reggia di Alba che sua madre Rhea Silvia aveva un tempo accudito.

    Infine il re-augure fissa con le pietre del pomerium i limiti del suolo palatino per il quale ottiene da Giove un'inaugurazione – potremmo dire una benedizione – e traccia con l’aratro, al di fuori di quelle pietre, il sulcus primigenius, per edificarvi poi al di sopra un murus, interrotto da tre porte, erette dove aveva sollevato l’aratro. Si trattava di un murus sanctus, posto entro una fascia di suolo non abitabile, non coltivabile, non alterabile e non violabile, delimitata dietro al murus dalle pietre del postmoerium/ pomerium e davanti a esso da quelle del promoerium.

    La benedizione di Giove ottenuta da Romolo, o inaugurazione, aveva dato al Palatino uno statuto superiore al resto ­­­­­dell’abitato e all’agro dei Quirites. Solo il Palatino era allora la urbs Roma, tanto che una porta sopravvissuta del suo murus si chiamava Romanula. Sul Cermalus gli archeologi hanno rinvenuto una grande capanna ovale sorretta all’interno da quattro pali, in cui possiamo riconoscere il tugurium Faustuli, dove Romolo era stato allevato.

    Questa capanna è stata poi rasata per edificarvi sopra due capanne associate. Una era di abitazione e vi si può riconoscere la casa Romuli. L’altra, articolata in due ambienti, il primo rettangolare con funzione di vestibulum e il secondo tondeggiante, era probabilmente il sacrarium di Mars e Ops, la coppia generatrice divina nella quale si possono riconoscere i genitori di Romolo: Mars e Rhea (Silvia), nome quest’ultimo equivalente a quello di Ops, la dea dell’opulenza. Lì era forse anche la curia saliorum, cioè la stanza dei sacerdoti di Mars, depositari del lituus di Romolo, il bastone-tromba di cui il re si era servito per osservare il volo degli uccelli rivelatori delle volontà di Giove e per inaugurare il Palatino.

    Davanti alla capanna di Romolo è stata rinvenuta una cavità rettangolare (fossa), associata a un’ara lavorata nel tufo. Era probabilmente la fossa utilizzata dal re per accogliere e unificare terre e primizie dell’abitato e forse anche dell’agro. Accanto era l’altare sul quale può essere stato acceso il primo fuoco regio della città. Capanne, fossa e ara si trovavano tra il ciglio o supercilium delle scalae Caci e il percorso del futuro clivus Victoriae, entro un’area ben definita e circondata da un recinto.

    Era forse il recinto che delimitava il fanum di Mars e Ops, nel quale la casa Romuli era stata accolta, come poi le case dei re-auguri nella radura o lucus sacra a Vesta, la dea del fuoco comune. Al tempo dei Tarquini, i sacraria di queste divinità saranno accolti in un edificio regio che era considerato anch’esso un fanum, cioè un’area delimitata e consacrata a una divinità. ­­­­­

    La doppia capanna, che può essere interpretata come sacrarium di Mars e Ops e come curia Saiorum, verrà preservata e venerata dai Romani, con nuovi apprestamenti, nel corso di oltre mezzo millennio – indice della sacralità del luogo –, fino a quando verrà seppellita sotto l’area antistante il tempio della Magna Mater, edificato nel 191 a.C.

    Da allora le memorie romulee saranno accolte nell’annesso recinto o sacellum, dove si trovano la descritta fossa con ara della fondazione e dove probabilmente era stata riproposta la capanna del re fondatore, che Varrone (Lingua Latina 5.54) definisce aedes (al singolare) Romuli. Il tutto è stato preservato fino alla tarda antichità come un museo del fondatore e della fondazione di Roma, in una continuità complessiva durata più di un millennio.

    Analoghe conservazioni e riproposizioni si conoscono per il murus e le portae del Palatino, fatte e rifatte fino all’incendio del 64 d.C., quindi nel corso di oltre 800 anni. La memoria mitistorica dei Romani si ancorava pertanto a monumenti alto-arcaici, più volte restaurati e riproposti, la cui secolare continuità stupisce e condiziona una critica storica informata.
    (Andrea Carandini)



    ANTONIO NIBBY

    ROMOLO NON ACCREBBE LA CITTA'

    "Che Roma alla morte di Romolo non avesse ricevuto altri accrescimenti dopo la riunione con Tazio lo dimostra non solo il silenzio degli antichi, che di altro accrescimento non parlano; ma ancora l'asserzione di Plinio, che nel capo V. del III libro della sua Storia Naturale afferma che Romulo non lasciò alla sua morte la città con più di tre o quattro porte, il che mostra una estensione assai limitata.

    D' altronde siccome vedremo nel progresso del discorso gli accrescimenti fatti a Roma da Numa, da Tulio, da Anco, e da Servio, necessariamente ne segue che alla morte di Romulo la città non comprendesse dentro le mura che i colli Palatino e Tarpejo, e la valle che divideva i due colli stessi.

    Questo passo di Dionisio serve di dichiarazione all'altro di questo stesso scrittore riferito nella nona e da questo apparisce, che il Quirinale sotto Romulo cominciò solo ad abitarsi, ma non fu rinchiuso dentro le mura, come fra poco vedremo del Celio, che solo venne nel recinto rinchiuso da Tullo Ostilio, e che sotto Romulo non cominciò se non ad abitarsi.

    Il monte Quirinale oggi si appressa di molto al Campidoglio non essendo disgiunto da esso che dal piano sul quale già si erse il magnifico Foro Traiano, più però dove accostarglisi ne' tempi antichissimi imperrocchè da Dione sappiamo che l'imperatore Traiano spianò una parte del colle per edificare il suo Foro, e per mostrare l'altezza della collina da lui abbattuta, e per servirgli da sepolcro, eresse la magnifica colonna coclide che ancora si ammira."



    LA MORTE

    Romolo scomparve nel nulla durante un eclissi di sole accompagnata da un temporale. Questo episodio venne interpretato come divino e confermava la discendenza del re dal Dio Marte. Questa interpretazione venne confermata dal patrizio Giulio Proculo, amico fedele del Re. Molti sospettarono un attentato da parte di alcuni senatori che avrebbero ucciso Romolo facendone sparire il cadavere, tesi probabile.

    Romolo, al momento della scomparsa, aveva 55 anni ed avrebbe governato per 37 anni. Ma la sua esistenza è leggenda o realtà?
    "D' altronde siccome vedremo nel progresso del discorso gli accrescimenti fatti a Roma da Numa, da Tulio, da Anco, e da Servio, necessariamente ne segue che alla morte di Romulo la città non comprendesse dentro le mura, che i colli Palatino e Tarpejo, e la valle, che divideva i due colli stessi."

    Dai recentissimi scavi ai piedi del Palatino, è emersa un'area corredata di reperti preziosi che corrisponderebbe a una Reggia dell'VIII sec. a.c., che potrebbe senza dubbio essere la Reggia di Romolo, o comunque di chi per lui. Perchè alla base di ogni leggenda, come l'archeologia ha più volte dimostrato, c'è una realtà. 


    BIBLIO

    - Plutarco - Vita di Romolo -
    - Carlo de Simone. "Considerazioni sul nome di Romolo" - Andrea Carandini, Paolo Carafa (a cura di) - "Palatium e Sacra via" - Bollettino di Archeologia -
     - Andrea Carandini - Roma il primo giorno - Roma-Bari - Laterza - 2007 -
    - Appiano - Historia Romana - libri III e IV -
    - Diodoro Siculo - Bibliotheca historica - libri IX-XIII -
    - Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane -
    - Eutropio - Breviarium historiae romanae -
    - Floro - Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC - Liber I -
    - Giovanni Brizzi - Storia di Roma -.Dalle origini ad Azio - Bologna - Patron - 1997 -
    - Massimo Pallottino - Origini e storia primitiva di Roma - Milano - Rusconi - 1993 -
    - Livio - Ab Urbe condita libri -
    - Plinio il Vecchio - Naturalis Historia -
    - Theodor Mommsen - Storia di Roma antica - Firenze - Sansoni - 1972 -




     

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