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QUINTO POMPEO FALCONE - Q. POMPEIUS FALCO


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GENS POMPEIA

Nome: Quintus Roscius Coelius Murena Silius Decianus Vibullius Pius Iulius Eurycles Herculanus Pompeius Falco, ovvero Quinto Roscio Celio Murena Silio Deciano Vibullio Pio Giulio Euriche Ercolano Pompeo Falcone, esemplificato in Quintus Pompeus Falco, ovvero Quinto
Nascita: 70 circa
Morte: dopo il 140
Padre naturale: Sextus Pompeo Collega
Padre adottante: Marco Roscio Celio
Moglie: Sosia Polla
Figlio: Quinto Pompeo Sosio Prisco, console nel 149
Professione: politico e militare romano
Gens: (naturale) Pompeia
Gens: (adottante) Roscia



LE ORIGINI

La sua famiglia era originaria della Sicilia, suo padre si chiamava Sextus e probabilmente era Sesto Pompeo Collega, console nel 93. Quinto Pompeo ebbe importanti legami di parentela, sembra anzitutto che sia stato adottato dal senatore siciliano, Marco Roscio Celio, durante il regno di Traiano. Costui era legato della Legio XX Valeria Victrix, di stanza nella provincia di Britannia nel 68. 

Essendo in disaccordo col governatore della Britannia Marco Trebellio Massimo, allo scoppio della guerra civile nell' "Anno dei quattro imperatori", Roscio Celio si ribellò insieme alla sua legione a causa della cupidigia di Marco Trebellio, sia verso i cittadini che verso i militari. 

Trebellio dovette fuggire in Germania presso Vitellio, che, divenuto imperatore, mandò come nuovo governatore Marco Vettio Bolano, che riprese in mano il controllo della situazione. Nel 71, il nuovo imperatore Vespasiano rimosse Celio dal comando della XX Valeria Victrix, affidandola a Gneo Giulio Agricola.

Pompeo Falcone fu l'uomo dagli incarichi infiniti, tanto militari che civili e amministrativi. Uomo di fine intelligenza riusciva a pronunciarsi in ogni campo e con una certa lungimiranza. Per questo fu apprezzato da diversi imperatori e uomini di potere, anche perchè non vedevano in lui le smanie di potere che portarono spesso ai tentativi di usurpazione del trono imperiale.

Ebbe anche legami di parentela con i discendenti del poeta, avvocato, e politico romano Silio Italico, i Catii Silii, che erano imparentati con Silio Deciano, il figlio di Silio Italico, console suffetto al nundinum da settembre a dicembre 94, sotto Domiziano e sotto Traiano, che fu nominato "curator operorum publicorum", incaricato cioè di sovrintendere alle numerose opere pubbliche di Roma.

Il soprannome di Vibullius Pius Iulius Eurycles Herculanus dimostrano che era inoltre legato alla famiglia reale spartana degli Eurycles, che apparteneva al tempo di Traiano alle grandi aristocrazie imperiali.

Si imparentò anche con Quinto Sosio Senecione, console nel 99 e 107, stretto collaboratore di Traiano e nipote di Sesto Giulio Frontino, famoso scrittore di trattati militari e della cura delle acque, ma anche tre volte console e generale, di cui sposò la figlia Sosia Polla, che morì mentre Pompeo Falcone era proconsole, tra il 123/124 e il 129. Da lei Pompeo ebbe un figlio, Quinto Pompeo Sosio Prisco, che fu console nell'anno 149.

GENS ROSCIA ADOTTANTE


SOTTO TRAIANO

Quinto Pompeo Falcone iniziò il cursus honorum come: 

- 1)  Tribuno della legio X Fretensis (86-90), 

- 2)  Successivamente continuò la sua carriera in qualità di questore nel 96/98, 

- 3)  Poi di tribuno della plebe (98/99), 

- 4)  Divenne poi pretore nel 99/100 come testimonia un'iscrizione:
qAESTORI  TRIBuno  PLEBis  PRaetori  INTER  CIVes / 
et PEREGRINOS.

- 5)  Ottenne nel 101-102 la carica di legatus legionis della legio V Macedonica, sotto il comando di Manio Laberio Massimo, console suffetto nell'89 ed abile generale durante la I campagna dacica dell'imperatore Traiano, per la quale in base alle sue prestazioni Quinto Pompeo ottenne alcune ricompense militari come testimonia una epigrafe successiva:
LEGato LEGionis V MACEDONICae / 
IN BELLO DACICO DONIS MILITARIbus donato

Fu in questo stesso periodo che sposò Sosia Polla divenendo genero di Quinto Sosio Senecione, uno dei più stretti collaboratori dell'imperatore, entrando nella ristretta cerchia degli uomini di fiducia di Traiano.

- 6)  Divenne, quindi, governatore della Licia e Panfilia: 
LEGato PRo PRaetore PROVinciae LYCIAE / 
ET PAMPHYLiae 103-105 

- 7)  Divenne poi governatore della Giudea, dove disponeva della legio X Fretensis: 
LEGato AUGusti PRo PRaetore PROVINCiae / 
Iudaeae eT LEGionis X FRETensis 105-107

a cui successe Gaio Giulio Quadrato Basso. Si trovava in questa posizione quando fu decisa l'annessione dell'Arabia Nabatea, effettuata da Aulo Cornelio Palma Frontoniano, governatore della Siria.

- 8)  A Pompeo Falcone venne allora affidato l'incarico eccezionale di inizio dei lavori della Via Traiana:
CURATORI /
viaE TRAIANAE; 107/108

L'incarico era importante perchè si trattava della variante della via Appia che collegava Benevento (Beneventum) a Brindisi (Brundisium), una via che permetteva di raggiungere più rapidamente da Roma il porto di Brundisium, località dove imbarcarsi per la Grecia e l'Oriente, soprattutto in vista della guerra contro i Parti.

- 9)  Nel 108 divenne console suffetto. 

- 10)  Ricoprì quindi la carica di quindecimviri sacris faciundis: 
XV VIRo SAcris FACiundis (nel 109). 

- 11)  Più tardi gli venne affidato il governo provinciale della Mesia Inferiore: 
LEGato PRo PRaetore IMPeratoris CAESaris NERVAE / 
TRAIANI AUGusti GERMANICI DACICI / 
proVINCiae MOESIAE INFERIORis

nel 116-117, la Mesia Inferiore provincia militare di fondamentale importanza visto che essendo l'imperatore impegnato nella guerra contro i Parti, le tribù sarmatiche di Iazigi e Roxolani, scorrazzavano in lungo e largo in questo tratto di limes danubiano, in modo fortemente sospetto. Giusto per questo era stato inviato nella vicina provincia di Dacia, Gaio Giulio Quadrato Basso, per contenere queste scorrerie.



SOTTO ADRIANO

- 12)  Morto Traiano e succedutogli Adriano, divenne governatore della Britannia: 
LEGato PRo PRaetore / 
IMPeratoris CAESaris TRAIANI HADRIANI AUGusti PROVINCiae / 
BRItANNIAE; 118-122. 

Nel suo ultimo anno di governatorato la provincia fu visitata dall'imperatore Adriano, che ordinò svariate opere pubbliche e la costruzione del vallo. 
Nel 118 Pompeo aveva represso una rivolta in cui erano coinvolti i Briganti e i Selgovi, tribù della Britannia settentrionale e della Caledonia meridionale. Nel luglio del 122 venne rimpiazzato nell'isola da Aulo Platorio Nepote.

- 13)  Nel 124 venne nominato proconsole d'Asia che amministrò con la solita solerzia e onestà. 

Sappiamo che era amico di Plinio il Giovane e, dall'uomo intelligente che era, si ritirò a vita privata in una villa in campagna, dove si dedicò a scrivere e, tra le altre cose, all'orticoltura. 

Nel 140 gli fece visita il futuro imperatore Marco Aurelio, per chiedergli consigli sulla conquista definitiva della Britannia, compresa la Caledonia, e si racconta rimanesse molto colpito dai suoi pregevoli alberi da frutto. Si ignora la data della sua morte.


BIBLIO

- Iulius Frontinus - gouverneur de Cappadoce-Galatie - 1983 -
- Plinio Secondo - Epistularum Libri Decem -
- Anthony R. Birley - The Origin and Career of Q. Pompeius Falco -  Arheoloski Vestnik - 1977 -
roman-britain.org, Quintus Pompeius Falco (ILS 1035 et 1105)
- Plinio il Giovane, Epistulae, I, 23.
- The Oxford Classical Dictionary, Oxford University Press, 2005 (3ª edizione), «Pompeius Falco, Quintus».
- Lucius Silius Decianus - Der Neue Pauly - vol. XI - Stoccardadiae - 1999 -


SILIO ITALICO - SILIUS ITALICUS


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SILIO ITALICO


Nome: Tiberius Catius Asconius Silius Italicus
Nascita: tra il 25 e il 29
Morte: 101 in Campania
Professione: avvocato, politico e poeta, console nel 68


La fonte principale della biografia di S. è Plinio il Giovane (Epist., III, 7), il quale annunzia a un amico che Silio a settantacinque anni compiuti si era lasciato morire di fame. La lettera (scritta tra il 101 e il 106) di Plinio il Giovane a Caninio Rufo (l'autore del Bellum Dacicum), parla della morte di Silio a settantacinque anni, avvenuta fra il 101 e il 104. Di conseguenza Silio nacque fra il 25 e il 29 d.c.

Secondo alcuni studiosi l nome Asconio (Asconius) fa pensare che fosse legato alla gens patavina (di Padova) ma non se ne ha certezza. Fu patrono di Marziale, il che ce lo designa come patrizio e facoltoso, e sia Marziale che Tacito ci informano che operò nel Foro come avvocato difensore, probabilmente già all'epoca dell'Imperatore Claudio. Poiché Marziale non lo ricorda mai come suo compatriota, il cognome Italicus non indica che era nato a Italica nella Spagna.

Plinio narra inoltre che nel periodo neroniano Silio fece anche il pubblico accusatore, ma non sempre in modo limpido, perchè non disdegnò la delazione sia su fatti veri sia come calunnia, secondo i desideri dell'imperatore. Nerone lo ricompensò con il consolato nel 68, ultimo console del suo regno e della sua vita.

Morto Nerone, Silio non venne estromesso come ci si sarebbe potuto aspettare, perchè comunque era amico di Vitellio, per cui partecipò alle trattative di questi con il fratello di Vespasiano, Tito Flavio Sabino, che era a Roma con il figlio di Vespasiano, Domiziano.

Silio Italico, che faceva di tutto per farsi benvolere, riuscì ad entrare nelle grazie anche di Vespasiano che nel 77 lo nominò proconsole in Asia Minore agli ordini dello stesso Imperatore, come testimonia un'epigrafe, rinvenuta nel 1934 ad Afrodisia (nella Caria), che riporta il suo nome completo: Tib. Catius Asconius Silius Italicus. 

Allo scadere del mandato proconsolare Silio Italico si ritirò dalla vita politica dedicandosi a ciò che gli piaceva di più, cioè agli studi e alla stesura del suo poema, i Punica, nel cui III libro vi è un elogio a Domiziano per il titolo di "Germanico" da lui ottenuto dal senato nell'83. Nel IV libro degli Epigrammi, composto attorno all'88-89, Silio rivolge un saluto a Marziale.

A causa del suo cagionevole stato di salute trascorse gli ultimi anni in Campania, terra di sole e mare, dove aveva acquistato una villa che era appartenuta a Cicerone, il suo oratore preferito. Era la terra che amava sia per i bellissimi panorami sia perchè accoglieva la tomba di Virgilio che molto amava e di cui parecchio aveva seguito lo stile nei suoi Punica.

Inoltre la sua bellissima villa era corredata una quantità grandissima di libri, di statue, di quadri, e di opere d'arte. Durante il principato di Domiziano, nel 94, fu felice di vedere nominato console il figlio Lucio Silio Deciano, ma presto la felicità venne meno, come informano Marziale e Plinio, in quanto gli venne a mancare il suo figlio minore.

Forse anche per questo dolore egli si ammalò di un male incurabile ed evidentemente doloroso, (probabilmente un tumore) nella Campania tanto amata, si che nel 101, a seguito dei suoi studi e dei suoi principi stoici, testimoniati da Epitteto (diss., 3, 8, 7), e da alcuni luoghi del suo poema (XIII, 663; XV, 18), ma anche per evitare i lancinanti dolori, si lasciò morire di fame.

GUERRA PUNICA


I PUNICA

« Canto la guerra che ha innalzato al cielo la gloria degli Eneadi e sottomesso la feroce Cartagine alle leggi dell'Enotria »

Silio Italico scrisse "i Punica" (Punicorum libri XVII), il più lungo poema epico latino fino ad oggi pervenutoci (12.202 versi), che racconta la II Guerra Punica dalla spedizione di Annibale in Spagna al trionfo di Scipione dopo Zama.

I Punica è poema storico in diciassette libri. Secondo una parte della critica il testo è rimasto incompiuto, in quanto si ipotizza un progetto originario in diciotto libri, parallelo alle dimensioni degli Annales di Ennio.

La sua disposizione annalistica volle indubbiamente ricollegarsi alla terza decade di Tito Livio, di cui copia il modello adattandolo ai suoi tempi e ai suoi personaggi: Tito Livio, tra augusteismo e antiaugusteismo; Silio, tra Apologia di Roma e decadentismo

Dato il ripetuto ricorso in tutta la letteratura augustea di immagini, personaggi e motivi topici della II guerra punica, divenuta quasi paradigma delle antiche virtutes, Silio colloca dopo il proemio il ritratto di Annibale e chiude, come Livio, con l'immagine del trionfo di Scipione.

L'opera fu concepita quale continuazione ed esplicazione dell'Eneide virgilianaː infatti la guerra di Annibale è vista come la continuazione di Virgilio, originata dalla maledizione di Didone contro Enea.
Plinio non è entusiasta di Silio, apprezzandolo per il suo gusto per le ricostruzioni minuziose, ma molto meno per lo stile. 

Lo stile dipende dal gusto del tempo, estremamente e artificiosamente elaborato, scene macabre unite al modello epico mitologico, e alcune riflessioni etiche. L'opera è comunque un po' confusa e frammentaria, poiché dà più importanza ai particolari piuttosto che non all'unità dell'opera, importante soprattutto per le molte informazioni storiche e mitologiche piuttosto che per la sua capacità poetica.



SCIPIONE E ANNIBALE

Il personaggio che domina la scena per ben dodici libri è Annibale che possiede tutte le caratteristiche anti-romane: avido di potere, sanguinario, ingannatore, ma ha una sua virtus: è un ottimo generale, sa riconoscere gli uomini e apprezza il valore. Mira alla gloria ma come nome che rifulga per la sua gente e i suoi posteri.

Solo all’inizio del tredicesimo libro entra in scena Scipione; nonostante egli come i più grandi eroi compia la discesa agli inferi (da Odisseo ad Enea ecc.), rimane relegato ad uno spazio esiguo. Silio dedica infatti molto più spazio ad Annibale: tutta la risolutiva campagna d’Africa è liquidata in un libro, il diciassettesimo, mentre alla battaglia di Canne vinta da Annibale il poeta aveva riservato quasi due interi libri.



LA SECONDA GUERRA PUNICA (1 - 20) (I PUNICA)

Libro I
La causa della guerra fu l'odio di Giunone contro Roma, per cui sceglie Annibale per abbatterla. - Annibale e il giuramento che prestò durante l'infanzia. -i Asdrubale succede ad Amilcare come comandante in Spagna: le sue conquiste e la morte. - Annibale succede ad Asdrubale nell'esercito cartaginese e spagnolo. - Personaggio di Annibale. - Annibale attacca Sagunto: storia della città e assedio. - I Saguntini mandano un'ambasciata a Roma: il discorso di Sicoris. - Al Senato Cneo Cornelio Lentulo e Q. Fabio Massimo esprimono opinioni diverse e vengono inviati ad Annibale.

Libro II 
Gli inviati romani, respinti da Annibale, vanno a Cartagine. Vengono ricevuti nel senato cartaginese: discorsi di Annone e Gestar: Fabio dichiara guerra. Annibale si occupa di alcune tribù ribelli e torna all'assedio: riceve un dono di armatura dai popoli spagnoli. Le sofferenze di Sagunto. La Dea Lealtà viene inviata in città da Ercole, il suo fondatore, e li incoraggia a resistere. Ma Giunone manda una Furia che fa impazzire il popolo. Costruiscono una grande pira e la accendono. Annibale prende la città. Epilogo del poeta.

Libro III
Presa Sagunto, Bostar viene inviato in Africa per consultare Giove Ammone. Annibale si reca a Gades, dove c'è il famoso tempio di Ercole e le meraviglie delle maree dell'Atlantico. Annibale manda sua moglie Himilce e suo figlio a Cartagine. Sogna la prossima campagna: il suo esercito. Attraversa i Pirenei, il Rodano e la Dura. Descrizione delle Alpi. Dopo terribili difficoltà stabilisce un campo sulla cima delle montagne. Venere e Giove conversano sul destino di Roma. Annibale si accampa nel paese dei Taurini. Bostar riporta dall'Africa la risposta di Giove Ammone.

Libro IV
Roma sa che Annibale ha raggiunto l'Italia: ma il Senato non perde d'animo. Annibale corteggia i Galli del Nord Italia. Scipione torna da Marsiglia. Entrambi i generali si rivolgono ai loro soldati e si preparano alla battaglia. Un presagio precede la battaglia. La battaglia di Ticino. Scipione si ritira nella Trebia ed è affiancato da un esercito sotto Tiberio Sempronio Longo. Annibale costringe i romani a combattere. Battaglia di Trebia. Il console C. Flaminio guida un nuovo esercito in Etruria. Istigato da Giunone, Annibale traversa l'Appennino e si accampa sul Lago Trasimeno. Gli inviati di Cartagine chiedono se acconsente all'immolazione del figlio neonato: rifiuta.

Libro V
Annibale pone una trappola al nemico. Il nome del lago Trasimeno. Flaminio fa luce sui presagi avversi e sull'avvertimento di Corvino, l'indovino, e incoraggia i suoi uomini a combattere. La battaglia del Lago Trasimeno.

Libro VI
Scene sul campo della battaglia persa. Fuga precipitosa dei romani. Serrano, figlio del famoso Regolo, è uno dei fuggitivi: raggiunge l'abitazione di Marus, già scudiero di suo padre in Africa, che gli cura le ferite e racconta la storia di Regolo come conquistatore e come prigioniero. Lutto e costernazione a Roma dopo la sconfitta. Serrano torna da sua madre, Marcia. Il Senato discute i piani di campagna. Giove impedisce ad Annibale di marciare su Roma. Q. Fabio è scelto come dictator. La sua saggezza. Annibale marcia attraverso l'Umbria e il Piceno in Campania: a Liternum vede sulle pareti del tempio immagini di scene della I guerra punica e ordina di bruciarle.

Libro VII
Fabius decide di non correre rischi sul campo. Cilnio, uno dei suoi prigionieri, informa Annibale sulla storia familiare e il carattere di Fabio. Osservanze religiose a Roma. Fabio ripristina la disciplina nell'esercito. Annibale non può tentarlo a combattere e si trasferisce in Puglia cercando di provocarlo con vari dispositivi. Ritorna in Campania e devasta il territorio Falerniano. La visita di Bacco al contadino anziano, Falerno. Fabio spiega la sua inazione ai soldati scontenti. Un trucco di Annibale, per rendere il Dittatore impopolare. Annibale, in situazione pericolosa, con uno stratagemma si accampa su un terreno aperto. Il dittatore, obbligato a visitare Roma, mette in guardia Minucio contro i combattimenti. Una flotta cartaginese sosta a Caieta: le Ninfe sono terrorizzate; ma la profezia di Proteo li conforta. A Minucio vengono dati uguali poteri con il Dittatore che gli cede metà dell'esercito, Minucio impegna avventatamente il nemico ma viene salvato dal dittatore, salutato come "padre" da Minucio e dai soldati.

Libro VIII
Ansia di Annibale. Giunone manda Anna, sorella di Didone, a consolarlo: Anna è ora una ninfa del fiume Numicio: racconta la sua storia e incoraggia Annibale predicendo la battaglia di Canne. C. Terenzio Varrone è eletto console a Roma: i suoi discorsi vanagloriosi. Il suo collega, L. Emilio Paolo, ha paura di contrastarlo. Gli viene consigliato da Fabio di opporsi a Varrone. I consoli iniziano per la Puglia: le loro truppe. I cattivi presagi prima della battaglia allarmano i soldati.



Libro IX
Varrone è ansioso di combattere specie dopo una scaramuccia di successo. Paolo tenta di trattenerlo. Un orribile crimine commesso nell'ignoranza durante la notte fa presagire un disastro per i romani. Annibale incoraggia i suoi e li disegna in linea di battaglia. Varrone fa lo stesso. La battaglia di Canne.

Libro X
La battaglia: valore e morte di Paolo. Incitato dalla vittoria, Annibale vuole marciare su Roma, ma Giunone manda il dio del sonno per fermarlo. Cede, nonostante le forti proteste di Mago. Il resto dell'esercito romano si raduna a Canusium: la loro misera situazione. Metello propone che i romani lascino l'Italia; ma Scipione minaccia la morte di lui e dei suoi simpatizzanti. Annibale esamina il campo di battaglia: il fedele cavallo di Clelio: la storia della sua antenata Clelia: il corpo di Paolo viene trovato e sepolto. Paura a Roma. Fabio incoraggia i suoi connazionali e calma la furia della popolazione contro Varrone tornato a Roma.

Libro XI
Molti italici si ribellano da Roma e si uniscono ad Annibale. Anche Capua: la ricchezza e le lussuose abitudini dei cittadini. Su moto di Pacuvio, inviano Virrio e altri inviati a Roma, chiedendo che uno dei due consoli sia un campano: richiesta rifiutata da Torquato, Fabio e Marcello. Capua passa ad Annibale: Decio protesta ma invano. Annibale va a Capua: ordina l'arresto di Decio, che sfida le sue minacce. Annibale visita la città e si diverte a un banchetto dove Teuthras di Cuma, musicista, suona e canta. Il figlio di Pacuvio vuole pugnalare Annibale, ma suo padre lo dissuade. Mago è inviato a Cartagine per annunciare la vittoria. Gli inverni di Annibale a Capua: Venere indebolisce lo spirito del suo esercito. Mago riferisce a Cartagine i successi di Annibale e attacca Hanno che esorta a fare la pace. Ma i rinforzi vengono inviati sia in Spagna che in Italia.

Libro XII
Annibale lascia Capua: le sue truppe indebolite perdono a Neapolis, Cuma e Puteoli. Visita Baiae e altri luoghi. A Nola viene sconfitto da Marcello. I romani sperano anche per un oracolo di Delfi. In Sardegna Torquato sconfigge Ampsagora: un omaggio al poeta Ennio. Annibale brucia diverse città e prende la città di Tarentum ma non la cittadella. Torna per difendere Capua battendo due eserciti romani: seppellisce il corpo di Tiberio Sempronio Gracco. Incapace di farsi strada verso Capua, marcia contro Roma che è atterrita. Esamina le mura e i dintorni della città, ma deve tornare all'accampamento perchè Fulvio Flacco è tornato dalla Campania. Due tentativi di combattimento sono frustrati da una terribile tempesta inviata da Giove. Al terzo tentativo è fermato da Giunone, che agisce per ordine di Giove. Gioia dei romani.

Libro XIII
Annibale si ritira sul fiume Tutia e gli viene impedito di attaccare Roma da Dasio, un disertore, che spiega che la città è inespugnabile fintanto che contiene il Palladio. Ritorna nella terra dei Bruttii. I romani prendono Capua. Il padre e lo zio di Scipione vengono sconfitti e uccisi in Spagna. Ciò induce Scipione a scendere nell'Ade per gli spiriti dei suoi parenti. Vede fantasmi di persone famosi e la Sibilla prevede la morte di Annibale. Ritorna quindi nel mondo superiore.

Libro XIV
La campagna di Marcello in Sicilia: descrizione dell'isola. Cause della guerra Morte di Ierone, re di Siracusa: successione di Ieronimo, che viene ucciso, confusione generale. Marcello prende d'assalto Leontini. Blocca Siracusa via terra e via mare. Alleati di Siracusa. Alleati di Roma. Alleati siciliani di Cartagine. Fiducia dei siracusani. Il genio di Archimede sventa i tentativi romani. Una lotta in mare. La peste. Alla fine la città è presa.

Libro XV
Il Senato non sa chi inviare in Spagna. P. Cornelio Scipione vuole andare, ma i parenti lo dissuadono. Virtù e Piacere si contendono la sua fedeltà. Incoraggiato dagli argomenti di Virtù, chiede il comando e lo riceve: un presagio di successo. La sua flotta atterra a Tarraco. Il fantasma di suo padre lo esorta a prendere Cartagine: lo fa. Sacrifica agli dei, premia i soldati e distribuisce il bottino: restituisce una fanciulla spagnola al suo amante ed è elogiato da Lelio per questo. Guerra contro Filippo di Macedonia. Fabio prende Tarentum con un trucco. I consoli Marcello e Crispino sono battuti da Annibale e Marcello viene ucciso. In Spagna Asdrubale viene messo in fuga da Scipione: elogio di Lelio. Asdrubale attraversa le Alpi, per unirsi a suo fratello. Allarme a Roma. Il console, C. Claudio Nerone, viene ammonito in sogno dall'Italia a marciare a nord contro Asdrubale. Nerone si unisce all'altro console, M. Livio. La battaglia del Metauro. Nerone ritorna in Lucania e mostra ad Annibale la testa di suo fratello fissata su un palo.

Libro XVI
Annibale si muove nel paese dei Brutti. I Cartaginesi vengono cacciati dalla Spagna: Magone viene sconfitto e paga a Cartagine. Annone viene fatto prigioniero da Scipione. L'esercito di Asdrubale, figlio di Gisgone, viene distrutto. Masinissa, un principe numidico, si unisce a Scipione. Scipione e Asdrubale alla corte di Siface che stipula un trattato con i romani; ma seguono presagi funesti. Scipione torna in Spagna e tiene giochi in onore di suo padre e suo zio. Ritorna a Roma ed è eletto console: nonostante l'opposizione di Fabio, ottiene il permesso di attraversare l'Africa.

Libro XVII
L'immagine di Cibele viene portata da Frigia a Roma e ricevuta a Ostia da P. Scipione Nasica: la castità di Claudia è confermata. Scipione attraversa l'Africa e avverte Siface di non rompere il patto con Roma: il campo di Siface viene bruciato e lui viene fatto prigioniero. Asdrubale si ritira a Cartagine: Annibale viene richiamato dall'Italia. Il sogno di Annibale prima dell'arrivo della convocazione. Lascia l'Italia in obbedienza alle convocazioni. Decide di tornare in Italia, ma viene impedito da una tempesta. Dopo l'atterraggio in Africa, incoraggia i suoi soldati. Giove e Giunone parlano del destino di Annibale. Battaglia di Zama. Scipione ritorna in trionfo a Roma.


BIBLIO

- M. A. Vinchesi - Introduzione - in Le guerre puniche - BUR - Milano - 2001 -
- Giovanni Pollidori - Postilla a Silio Italico - 2017 -
- O. Occioni - Cajo Silio Italico e il suo poema - Firenze - Le Monnier - 1871 -
- Silio Italico - su Sapere.it - De Agostini -


LUCIO FLAVIO ARRIANO - L. FLAVIUS ARRIANUS


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FLAVIUS ARRIANUS

Nome: Arriano di Nicomedia, o Lucius Flavius Arrianus
Nascita: Nicomedia, 95 circa
Morte: Atene, 175 circa
Professione: Storico e politico

Arriano è stato uno storico e politico greco e pure cittadino romano. Di famiglia benestante, nacque nella città costiera di Nicomedia (oggi Izmit), dal 64 a.c. capitale della provincia romana di Bitinia e Pontola, a nord-ovest dell'Anatolia, a sessanta miglia da Bisanzio. Giovanissimo si recò a Nicopoli in Epiro dove studiò filosofia, sotto la guida del filosofo stoico Epitteto (50 - 130), di cui trascrisse gli insegnamenti nel Manuale e nelle Diatribe.

Subito dopo entrò nel servizio imperiale, e fu chiamato nel consilium (un collegio di consiglieri, tra i quali alcuni giuristi, che fornivano al governatore il loro parere su questioni da deliberare) di Gaio Avidio Nigrino, console suffetto nel 110 durante il principato di Traiano e governatore di Acaia. In seguito, tra gli anni 111 e 114, Arriano divenne amico intimo del futuro imperatore Adriano.

Qui mancano le notizie sulla sua carriera successiva, supponendo tuttavia che operasse in Gallia e sul Danubio, e che fosse presente in Betica e Partia fino a che venne eletto console nel 130. Nel 131 fu di conseguenza nominato governatore della provincia di Cappadocia nonchè comandante delle legioni romane sulla frontiera con l'Armenia.

Fu in questa occasione che dimostrò il suo valore quando, nel 135, quando la tribù degli Alani tentò di invadere la Cappadocia e Arriano li combattè e vinse brillantemente. Sulle operazioni di guerra scrisse poi:

- un trattato militare intitolato Ἔκταξις κατὰ Ἀλανῶν (Èktaxis katà Alanṑn),
- una Tattica (Τέχνη Τακτική, tèchnē Taktikḕ), in cui descrisse come avrebbe organizzato le legioni e truppe ausiliarie a sua disposizione, tra cui le legioni XII Fulminata e XV Apollinaris.
- Periplus Ponti Euxini, un breve resoconto di un giro d'ispezione della costa del Mar Nero nella tradizionale forma del periplo, indirizzato all'imperatore Adriano.

Arriano lasciò la Cappadocia poco prima della morte dell'imperatore Adriano, e dopo l'avvento di Antonino Pio (r. dal 138 al 161) si trasferì in Atene nel 138, e non se ne hanno più notizie fino al 145/6, quando fu eletto arconte onorario ad Atene.Qui iniziò a scrivere la sua opera più importante, l'Anabasi, e poi gli Ἰνδικά (Indikà), un resoconto del viaggio della flotta di Alessandro dall'India al Golfo Persico sotto il comando di Nearco. Scrisse anche una storia politica del mondo greco dopo Alessandro, la maggior parte della quale è perduta. Morì durante gli ultimi anni dell'impero di Marco Aurelio.

LA PROVINCIA DELLA BITINIA


LE OPERE

Le opere di Arriano trattano di geografia, di storiografia e di arte militare, aspetti che condivise con Senofonte (430-335 a.c.), autoproclamandosi, forse con ottimismo eccessivo "nuovo Senofonte". Tuttavia la grazia del suo modello di scrittura resta insuperabile.

- Manuale (᾿Εγχειρίδιον Ἐπικτήτου) - trascrizione degli insegnamenti del filosofo stoico Epitteto, di cui rimangono quattro libri, che va comunemente sotto il nome di Epitteto stesso.

- Diatribe (Διατριβαὶ Ἐπικτήτου) - trascrizione degli insegnamenti del filosofo stoico Epitteto, che va comunemente sotto il nome di Epitteto stesso.

- Tattica (tèchnē Taktikḕ - Τέχνη τακτική), trattato di arte militare molto simile alle opere di Eliano Tattico (I II secolo) e di Asclepiodoto (II I secolo a.c.) in cui descrisse come avrebbe organizzato le legioni e truppe ausiliarie a sua disposizione, tra cui le legioni XII Fulminata e XV Apollinaris.

- Cinegetico, di tipo senofonteo, un trattato sulla caccia.

- Schieramento di battaglia contro gli Alani - nato dalle sue esperienze militari nelle guerre combattute in Cappadocia composta dopo il 135, anno del tentativo di invasione da parte degli Alani, e probabilmente prima del 137, anno di scadenza del mandato di Arriano in Cappadocia, e comprende l'ordine di marcia, l'ordine di battaglia e il piano di battaglia.

Periplus Ponti Euxini, un breve resoconto di un giro d'ispezione della costa del Mar Nero, una guida per effettuare il periplo del Ponto Eusino (Mar Nero) con le indicazioni e le caratteristiche dei luoghi che i visitatori avrebbero incontrato viaggiando sulle coste, indirizzato all'imperatore Adriano, scritto dal 130 al 131;

- Anabasi di Alessandro, è un'opera sulle vicende di Alessandro Magno che segue, passo dopo passo, Alessandro e le sue falangi. Cominciata ad Atene, risente dell'influenza di Senofonte, di cui copia il titolo Anabasi e per la divisione in 7 libri. Questa è la trattazione più attendibile sulla conquista dell'impero persiano da parte dei Macedoni, e come fonti si rifà ai resoconti di Tolomeo I (366 a.c. – 282 a.c.) e Aristobulo (inizio IV sec. a.c. – inizio III sec. a.c). Arriano evidenzia e difende la sua scelta, tra la tradizione più seria per amore della storicità e quella vulgata, più ricca e aneddotica, come nello storico greco Clitarco (285 a.c - 246 a.c.) e nello storico siceliota Diodoro Siculo (90 a.c. - 27 a.c.), che incontra il favore dei lettori ma è meno attendibile.

- Indikà (Ἰνδικά), un'opera storico-geografica sull'India, ovvero un resoconto del viaggio della flotta di Alessandro dall'India al Golfo Persico sotto il comando di Nearco (ammiraglio di Alessandro) e di Megastene, scritta in dialetto ionico che vorrebbe riprodurre quello di Erodoto.

- Eventi dopo Alessandro (τὰ μετὰ Ἀλέξανδρον), 10 libri di storia politica sui diadochi dopo Alessandro, più precisamente sul periodo 323-321, forse incompiuti, di cui ci restano un riassunto in Fozio ed un frammento papiraceo.


BIBLIO

- Flavio Arriano - Anasbasi di Alessandro - trad. D. Ambaglio - BUR - Milano - 1994 -
- A. Oliva - Introduzione, in Arriano, L'India - Milano - BUR - 2000 -
- A. Tovar, Un nuevo epigrama griego de Cordoba: Arriano de Nicomedia, proconsul de Betica? - in Estudio sobre la obra de Americo Castro - Madrid 1971 -
- Cassio Dione - LXIX -
- D. Ambaglio - L'Indiké di Arriano - in Arriano, L'India - Milano - BUR - 2000 -
- Arriano - Alexandri anabasis - Genève - excudebat Henr. Stephanus - 1575 -


GAIO ACILIO - GAIUS ACILIUS


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GENS ACILIA

Nome: Gaio Acilio, in latino Gaius Acilius
Nascita: 155 a.c. 
Morte: ?
Professione: Politico e storico romano

"Caius Acilius autem, qui Graece scripsit historiam, plures ait fuisse, qui in castra revertissent eadem fraude, ut iure iurando liberarentur eosque a censoribus omnibus ignominiis notatos. Sit iam huius loci finis. Perspicuum est enim ea, quae timido animo, humili, demisso fractoque fiant, quale fuisset Reguli factum, si aut de captivis quod ipsi opus esse videretur, non quod rei publicae, censuisset aut domi remanere voluisset, non esse utilia, quia sint flagitiosa, foeda, turpia."

"Gaio Acilio, invece, che scrisse una storia di Roma in greco, dice che furono molti a ritornare negli accampamenti con lo stesso inganno, per esser liberati dal giuramento, e furono bollati dai censori con ogni nota d'infamia. Mettiamo fine, oramai, a questo argomento. È chiaro, infatti, che tutto ciò che viene fatto con animo pavido, umile, depresso ed avvilito, come sarebbe stata l'azione di Regolo, se avesse proposto, riguardo ai prigionieri, quello che gli sembrava opportuno per sé, non per lo Stato, o avesse voluto restare in patria, non è utile, perché è dannoso, disonorevole, ripugnante."

(Marco Tullio Cicerone - Libro III)

Gaio Acilio è stato un senatore e uno storico romano. Grazie alla sua buona, anche se non eccelsa, posizione politica e soprattutto alla sua conoscenza del greco, nel 155 a.c. introdusse al senato romano i filosofi Carneade (214 a.c. - 129 a.c.) filosofo greco della corrente degli scettici, Diogene (vissuto tra il 240 a.c. e il 150 a.c.) filosofo greco stoico e Critolao (200 a.c. – dopo il 155 a.c.), il quinto scolarca del Liceo, la scuola filosofica fondata da Aristotele, che erano venuti come ambasciatori di Atene, dove funse da interprete.

Gli ambasciatori vennero da Atene per chiedere la remissione di una pesante multa di 500 talenti imposta agli ateniesi colpevoli di aver distrutto la città di Oropos, famosa per la presenza dell'oracolo di Anfiarao. 

L'ambasceria ebbe successo politico e suscitò grande interesse presso gli intellettuali romani e gli uomini di stato come Scipione Emiliano, Gaio Lelio Sapiente, Lucio Furio Filo, attirati dall'arte retorica dei greci. 

Meno accoglienza invece ebbero le dottrine dei filosofi greci giudicate pericolose, per la morale tradizionale romana agli occhi, dei conservatori come Catone che convinse il senato a rimandare velocemente l'ambasceria in Grecia.

GENS ACILIA


LE OPERE

Seguendo l'esempio di Quinto Fabio Pittore (260 a.c. – 190 a.c.), a cui si attribuisce il merito di aver dato inizio alla storiografia latina, Acilio scrisse una storia di Roma in greco, forse di impostazione annalistica, che andava, secondo Dionigi di Alicarnasso (60 a.c.  – 7 a.c.), dai primi tempi fino al 184 a.c. e che apparve, secondo Tito Livio (59 a.c. – 17 d.c.) , verso il 142 a.c.. 

Il lavoro, che si inserisce nel solco della storiografia senatoria, e che fu usata come fonte nell’annalistica romana successiva, fu tradotto in latino da un certo Claudio, probabilmente l'annalista del I secolo a.c. Claudio Quadrigario, (Quintus Claudius Quadrigarius; II secolo a.c. – I secolo a.c.).

Questi, impegnato soprattutto sulla glorificazione delle gesta della sua famiglia e sulla narrazione retorica di battaglie, scrisse un'opera storica, gli Annali, di cui sopravvivono alcuni brani, importanti per la loro ricchezza in termini stilistici. Tuttavia l'attribuzione, anche se molto probabile. non è certa.

Dell'opera ci sono rimasti solo 8 frammenti dai quali si evince che, come l'opera di Fabio Pittore, anche Acilio abbia dato molto spazio al racconto delle origini e, come Pittore, abbia indugiato su ampie discussioni eziologiche per le cerimonie e le istituzioni dei molteplici culti religiosi, che egli vedeva come indice del fatto che Roma fosse una città di origine greca.


BIBLIO

- Macrobio - Saturnalia - I -
- Tito Livio - Ab Urbe Condita libri - Livio - XXV -
- Dionigi di Alicarnasso - Le antichità romane - volgarizzate da M. Mastrofini - Milano - 1823 -
- T. Cornell-E. Bispham - The fragments of roman historians - Oxford - University Press - 2013 -


MARCO CELIO RUFO - M. CAELIUS RUFUS


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L'ARRINGATORE

Nome: Marcus Caelius Rufus
Nascita: 82 a.C., Interamnia Praetuttiorum
Morte: 48 a.C., Thurii
Professione: Politico, avvocato ed oratore



L'AVVOCATO

Marco Celio Rufo (Interamnia Praetuttiorum, 82 a.c. – Thurii, 48 a.c.) è stato un politico e oratore romano. Nacque probabilmente a Interamnia Praetuttiorum, (oggi Teramo) nell'82 a.c. da una famiglia di ceto equestre; apprese l'arte retorica da Marco Licinio Crasso ( 115 a.c. – 53 a.c.), politico e generale romano ma soprattutto da Marco Tullio Cicerone, con il quale instaurò una profonda amicizia. Grazie alle sue doti di oratore, tentò di intraprendere come homo novus la carriera politica.

Allievo e amico di Marco Tullio Cicerone, che gli fu maestro nell'arte oratoria, viene ricordato per il suo coraggio e le sue abilità, per aver intentato, ancorchè giovane, alcuni processi contro importanti esponenti dell'aristocrazia senatoria.

CATILINA

FORSE CONGIURATO

Vi sono seri dubbi sul suo comportamento rispetto alla congiura di Catilina del 63 a.c., a cui probabilmente aveva preso parte; tuttavia egli abbandonò i congiurati prima che avvenisse il misfatto, partendo per l'Africa con la spedizione di Q. Pompeo Rufo.



CAUSA CONTRO IBRIDA

Nel 59 a.c., quando, ancora molto giovane, su indicazione di Gaio Giulio Cesare e di Gneo Pompeo Magno, Celio accusò di concussione e di lesa maestà Gaio Antonio Ibrida, che era appena rientrato a Roma dalla provincia di Macedonia, che aveva governato come proconsole dal 62 al 61 a.c.

Probabilmente l'accusa secondaria di partecipazione alla congiura di Catilina fu determinante per la vittoria della causa da parte di Celio, anche se i catilinarii esultarono per la condanna poiché Antonio li avrebbe traditi, assumendo, nel 62 a.c., il comando dell'esercito nella battaglia di Pistoia.

Antonio Ibrida, fratello minore di Marco Antonio Cretico, proconsole, governatore della Macedonia (62/61 a.c.) e console con Cicerone nel 63 a.c., venne accusato nel 59 a.c. di lesa maestà e concussione da Celio Rufo che vinse la causa. Da questo processo ottenne una grande fama, in quanto il difensore dell'accusato era il grande Cicerone.

LESBIA

CLODIA - LESBIA

In quegli anni Celio Rufo abitò presso il Palatino nella casa di Publio Clodio Pulcro e intraprese una breve relazione amorosa con Clodia, sorella di Clodio Pulcro. La donna, più grande di Celio di circa dieci anni, fu la famosa Lesbia cantata da Catullo nel suo Liber Catullianus.

Al principio del 56 a.c. Celio accusò Lucio Calpurnio Bestia (console nel 111 a.c.) "de ambitu", ovvero per i brogli elettorali che questi avrebbe compiuto nella campagna elettorale per l'edilità del 57 a.c., ma stavolta fu la difesa di Cicerone a vincere.



DE VI

Nello stesso anno Celio venne accusato, da Clodia, ora ex amante, di aver partecipato ad atti di violenza compiuti ai danni degli ambasciatori di Tolomeo XII Aulete, (un faraone egizio del periodo tolemaico, regnante dall'80 al 58 a.c. e dal 55 a.c. alla sua morte), ma venne difeso da Cicerone, che pronunciò la brillante orazione Pro Caelio, e che lo fece assolvere.

Celio accusò di nuovo, nel 56 a.c., Calpurnio Bestia, di brogli elettorali nella campagna elettorale dello stesso 56 a.c., ma il processo non si fece perchè il figlio di Calpurnio, Lucio Sempronio Atrantino, insieme a L. Erennio Balbo e Publio Clodio, accusò Celio di aver partecipato agli atti di violenza contro gli ambasciatori alessandrini giunti a Roma per impedire che il re di Alessandria, Tolomeo XII Aulete, appena destituito, fosse ricondotto al potere grazie a Pompeo.

L'accusa "de vi" (di violenza su persone inviolabili) era molto grave si che ebbe la precedenza e si tenne durante i ludi Megalenses. Al processo partecipò anche Clodia che accusò Celio di averle sottratto denaro e gioielli, e che avesse tentato di avvelenarla. Celio venne difeso da se stesso, poi da Crasso e infine da Cicerone, che lo fece assolvere con la famosa orazione Pro Caelio, in cui diffamò pesantemente Clodia.

CICERONE

IL TRIBUNO DELLA PLEBE

Finalmente libero, Celio nel 52 a.c. divenne tribuno della plebe ma presto venne coinvolto nell'uccisione di Clodio per mano di Tito Annio Milone, difese Milone di fronte al popolo facendo apparire Clodio come provocatore dello scontro in cui rimase ucciso dagli uomini di Milone. Per l'occasione sostenne i senatori contro Pompeo.

Nel 51 a.c., partendo per il proconsolato in Cilicia, Cicerone chiese a Celio di tenerlo informato sugli avvenimenti dell'Urbe; le diciassette lettere che Celio inviò a Cicerone vennero raccolte nell'VIII libro delle "Epistulae ad familiares", narrando la vita di Celio fino al febbraio del 48 a.c.



L'EDILE CURULE

Nel 51 a.c. fu inoltre eletto edile curule per l'anno successivo per cui organizzò pubblici giochi, per i quali richiese a Cicerone l'invio dalla provincia di alcune pantere, e si impegnò a risolvere gli abusi relativi all'erogazione delle acque pubbliche. Fu inoltre coinvolto in un reciproco scambio di accuse con il censore Appio Claudio Pulcro (97 a.c. -  49 a.c.) che aveva in un primo momento appoggiato.

GIULIO CESARE

PRO CESARE

Sebbene nelle lettere inviate a Cicerone avesse manifestato simpatia per l'aristocrazia senatoria e avversione per Cesare, Celio mutò con grande franchezza e cinismo i suoi orientamenti alla vigilia dello scoppio della guerra civile: il 1º gennaio del 49 a.c. in senato si propose di deliberare che Cesare dovesse lasciare il comando del suo esercito per non essere dichiarato nemico della patria, ma Celio si oppose al decreto, e in seguito al "senatusconsultum ultimum" del 7 gennaio lasciò Roma per raggiungere Cesare a Ravenna.

Celio confessò a Cicerone di essere passato dalla parte dei Cesariani per via del risentimento verso l'aristocratico Appio Claudio Pulcro e per l'amicizia che invece lo univa al cesariano Gaio Scribonio Curione (90 a.c. - 49 a.c.). Ma dopo un anno già manifestò un profondo disprezzo per i nuovi compagni.



PRETORE PEREGRINO

Tornato a Roma nel 48 a.c., venne nominato pretore peregrino, ma ne restò deluso e con la morte di Curione e Appio Claudio Pulcro, abdicò al partito cesariano e si oppose al pretore urbano Gaio Trebonio che tentava di applicare i provvedimenti economici a favore della plebe emanati da Cesare l'anno precedente.

Alora Celio propose una legge per il condono di un anno di pigione per i locatari, fino ad arrivare a chiedere la totale cancellazione dei debiti; come risultato Trebonio fu scacciato dal suo tribunale, ma il console Publio Servilio Vatia Isaurico radunò delle truppe a Roma e fece pressioni sul senato, circondando la curia, perché approvasse un senatusconsultum ultimum che gli affidasse la difesa della città.

Celio fu dunque deposto dalla carica ed espulso dal senato. Le leggi che egli aveva fatto approvare furono abrogate, e, mentre tentava di difendersi nel Foro, fu scaraventato giù dai rostri mentre la sua sella curule veniva distrutta.

Celio lasciò Roma e andò nel Sud Italia, dove aveva chiesto a Milone, in esilio a Marsiglia  per l'uccisione di Clodio, di raggiungerlo. Milone aveva organizzato ludi gladiatori nella zona, e vi possedeva ancora un certo numero di combattenti; Celio lo inviò a Thurii (presso Sibari in Sicilia) per sollevare le popolazioni afflitte da recessione economica contro Cesare.

Egli cercò intanto di rientrare a Roma, ma i suoi uomini, che stavano tentando di prendere Napoli, furono scoperti e Celio fu dichiarato nemico di Roma e dovette fuggire. Milone inviò lettere ai municipi vicini a Thurii invitando chi era oppresso dai debiti a sollevarsi, e liberò gli schiavi dagli ergastula e attaccò la città di Compsa.

L'ANTICA COMPSA
Venne però attaccato dal pretore Quinto Pedio, nipote di Giulio Cesare, sotto cui servì durante le campagne militari di conquista della Gallia (58 51/50 a.c.). con la sua legione e Milone fu colpito da un sasso scagliato dalle mura della città e ucciso; segno che la gente non fosse proprio a suo favore. 

Non appena gli giunse la notizia della morte di Milone, Celio, senza far tesoro degli accadimenti, si recò presso i Bruzi per convincerli a rivoltarsi, ma, giunto a Thurii, fu trucidato dalla popolazione oltre che dai militari.
Della capacità oratoria di Celio ci restano solo alcuni frammenti, e il suo personaggio venne apprezzato da alcuni e criticato da altri.



CLODIA - LESBIA

Si ritiene che Clodia sia stata la Lesbia catulliana e qualcuno ipotizza che Celio Rufo, suo amante dal 59 al 56 a.c., sia il Rufo di cui parlano i carmina 69 e 77 del Liber di Catullo; ma il solo cognomen non prova si tratti del Rufo catulliano, e si ha certezza che il Celio dei carmina 58 e 100 non fosse Celio Rufo. Questi potrebbe invece essere il personaggio amico di Catullo, definito «flos Veronensum iuvenum» («fiore dei giovani veronesi»)..

Che vi sia stato un legame amoroso tra Celio e Clodia è notificato solo da Cicerone nella Pro Caelio, ma potrebbe trattarsi di un'invenzione di Cicerone per screditarla nel processo contro Celio.



CELIO ORATORE

L'abilità oratoria di Celio è testimoniata da Cicerone, Quintiliano e Tacito. Cicerone lo definì «lectissimus adulescens», ovvero «giovane eccellente», perfettamente padrone dell'ars rethorica. Marco Fabio Quintiliano (il primo maestro di retorica stipendiato dal fiscus imperiale) informa che Celio nei suoi discorsi era spesso sarcastico e pure umoristico ridicolizzando gli avversari, rinforzando le sue orazioni con aneddoti divertenti, di modo che il pubblico lo ascoltasse con piacere e simpatia.
Secondo Lucio Anneo Seneca invece fu un tipo molto iracondo, che attaccava briga con chiunque, mentre per Ambrogio Teodosio Macrobio fu uno che tendeva a fomentare disordini tra la folla. Sicuramente c'era del vero, vista la perseveranza con cui si scagliò contro Cesare quando ormai si trattava di una battaglia persa.


BIBLIO

- Luca Canali - Una giovinezza piena di speranze. Autobiografia di Marco Celio Rufo - Milano -Bompiani - 2001 -
- Cicerone - Pro Caelio -
- Quintiliano - Institutio oratoria - VI -
- D. Bowder - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma - Newton Compton editori - 2001 -
- Alberto Cavarzere - Introduzione al libro VIII - in Cicerone, Lettere ai familiari - BUR - 2009 -
- Catullo - Carmina -
- Cesare - De bello civili -


QUINTO FABIO PITTORE - QUINTUS FABIUS PICTOR


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TRIONFO DI QUINTO FABIO MASSIMO

Nome: Quinctus Fabius Pictor
Nascita: 270 a.c. circa
Morte: 190 a.c.
Gens: Fabia
Professione: Politico e storico romano

"Udiamo ciò, che intorno ad essa ne narra Plinio, l’unico tragli antichi Autori, che 225 abbia stesamente trattato di tale argomento. Presso i Romani ancora, egli dice, quest’arte (della Pittura) salì presto ad onore; perciocché i Fabj, famiglia d’illustre lignaggio, da essa il soprannome ebbero di Pittori; e il primo, che lo avesse, dipinse egli stesso il tempio della Salute l’anno di Roma 450, la qual pittura fino alla nostra età si mantenne, in cui quel Tempio sotto l’Impero di Claudio fu consumato dal fuoco."

(Girolamo Tiraboschi - Storia della letteratura italiana - 1787)



LE ORIGINI

Quinto Fabio Pittore ovvero Quinctus Fabius Pictor (260 a.c. circa – 190 a.c.) nato all'incirca nel 270 a.c., di famiglia patrizia, appartenente alla ricca e sfortunata gens Fabia, fu uno dei primi storici romani in prosa, il primo degli annalisti, un'importante fonte per gli scrittori successivi. Egli fu figlio di Gaius Fabius Pictor, console nel 269 a.c. e nipote di Gaius Fabius Pictor, il pittore. Secondo alcuni nacque nel 26. Il suo cognome deriva dall'attività esercitata dal nonno, il patrizio Gaio Fabio Pittore (Gaius Fabius Pictor), autore nel 304 a.c. di pregevoli pitture nel tempio della Salute, al Quirinale.

Fabius da bravo romano fece la sua parte in battaglia e combatté prima con i Galli Insubri (popolazione celtica o celtiligure stanziata nell'Italia nord-occidentale) nel 225 a.c. e contro i Cartaginesi nella Seconda Guerra Punica (218-201), ovvero contro Annibale Barca (247 a.c. - 183 a.c.). dove si dovette distinguere tanto che divenne senatore.

Fu in tale carica che venne inviato in missione all'oracolo di Delfi dopo la disastrosa sconfitta romana a Canne (216) (sede del più importante e venerato oracolo del Dio Apollo) per cercare consigli da Apollo dopo la sconfitta dei Romani a Canne nella II guerra punica. e forse anche per sollecitare l'aiuto della lega etolica contro la minaccia della Macedonia.

A causa del responso di Apollo vengono celebrati i Ludi del 212; ma anche a Roma vigono le predizioni, e quelle di un indovino chiamato Martius sono ritenute “degne” di entrare a far parte della raccolta sibillina, poiché una di esse annunciava con precisione la disfatta di Canne.

Quinto Fabio comunque sconfisse i Messapi, alleati di Annibale, ponendo fine alla loro autonomia e fu l'autore della presa di Ozan, l'odierna Ugento. Durante l'Impero Romano, Ugento entrò a far parte del grande disegno espansionistico di Roma, divenendo municipio alleato. In occasione delle guerre puniche contro Cartagine, cercò di opporsi alleandosi con Annibale, nella vana speranza di riconquistare l'antica autonomia.

L'epilogo della guerra in favore di Roma fu pagata a caro prezzo per opera del Console Romano Numerio Fabio Pittore eletto nel 266 a.c., che con le sue legioni attaccò e conquistò la Città. Fu l'ultima città messapica a resistere alle truppe romane.

NUMERIUS FABIUS PICTOR

LA LINGUA GRECA  

Fabius la scrisse in greco, sia perchè era la lingua delle persone colte (nelle famiglie patrizie o plebee facoltose tutti i ragazzi studiavano greco per poter leggere i trattati greci di filosofia, di letteratura e di storia) sia perché cercava di far conoscere ai greci la storia romana che aveva anch'essa, come quella greca, una sua gloria. In fondo greci e romani avevano un'affinità non condivisa con altri popoli. La civiltà greca aveva profondamente inciso su Roma, nella politica e nell'arte, del resto metà del suolo italico era greco.

Pertanto T. Quinzio rimarcò l'affinità di stirpe tra Greci e Romani, giustificando in parte l'espansionismo dei romani e cercando di rappresentare la potenza di Roma. Del resto diversi secoli più tardi la Grecia, dovendo scegliere tra la dominazione persiana e quella romana scelse la seconda arrendendosi totalmente ai romani purchè li salvassero dal dominio orientale, ritenuto barbaro e crudele.

Per i tempi più antichi Quinto Fabio attinse non soltanto alle narrazioni storiche greche, ma anche a monumenti pubblici, a documenti familiari e a carmi latini epici ed epico-lirici. L'esposizione relativa ai primi secoli della repubblica fu ovviamente più sommaria e lacunosa disponendo di poco materiale; interessante è la versione della leggenda troiana che rimase poi tradizionale.

Per le guerre sannitiche lo erudì la tradizione familiare, ma quella della Prima Guerra Punica era molto particolareggiata, attingendo agli atti degli archivi e ai ricordi dei vecchi, e della Seconda fu scrittore contemporaneo oltre che attore-spettatore. Per le due Guerre Puniche fu infatti una fonte importante per le notizie romane di Polibio; mentre per i tempi più antichi sono dubbi i suoi rapporti con Diodoro.

Indubbiamente la sua storiografia fu ispirata alla storiografica ellenistica contemporanea, soprattutto alla produzione di Timeo di Tauromenio. Egli stesso rielaborò numerose fonti, attingendo molto dalla documentazione costituita dagli Annales pontificum, raccolte stilate dal pontifex maximus e comprendenti testimonianze sugli eventi occorsi nell’arco di un anno.

La sua storia, ora perduta, era un resoconto dello sviluppo di Roma fin dai primi tempi della sua fondazione, che noi conosciamo in parte solo tramite gli autori che a lui hanno fatto riferimento. Il resoconto storico andava dalle origini dei Romani, considerati come discendenti di Enea, sino alla fine della seconda guerra punica (il frammento più recente si riferisce alla battaglia del Trasimeno).
La sua opera si concluse con i ricordi della Seconda Guerra Punica, di cui diede la totale colpa a Cartagine, in particolare alla famiglia Barca di Amilcare ed Annibale. Si trattò dello scontro di due potenze che esigevano il dominio del Mediterraneo per i proficui scambi commerciali prima e per l'assoggettamento delle genti dopo. Roma faceva alle altrui terre quello che già aveva fatto Cartagine sulle stesse terre. Fabio datò la fondazione di Roma nel "primo anno dell'ottava Olimpiade" o 747 a.c., secondo Dionigi di Alicarnasso.

GENS FABIA

FONTE PER GLI ANNALISTI

Fabio attinse agli scritti degli storici greci Diocle di Peparethus, che avrebbe scritto una prima storia di Roma, e Timeo, che aveva scritto di Roma nella sua storia dei greci occidentali. A sua volta, Fabio fu usato come fonte da Plutarco, Polibio, Livio e Dionigi di Alicarnasso. Al tempo di Cicerone la sua opera era stata tradotta in latino.

Anche se Polibio lo ha usato come fonte, egli accusa Fabio di essere parziale verso i Romani e con una certa incoerenza, ma comunque, sotto il nome di Pictorinus, fu uno degli storici greci che venne inserito nell'antica scuola di Taormina, in Sicilia.

Praticamente l'unico esempio di pittura a Roma e nel Lazio di essere sopravvissuti prima del I secolo è un frammento di una tomba storica con scene delle guerre sannitiche, rinvenute in una tomba di famiglia sull'Esquilino e risalente probabilmente al III secolo a.c., oggi conservato ai Musei Capitolini nel Palazzo dei Conservatori.

Oltre a Metrodoro e Demetrio, antichi scrittori menzionano i nomi di tre pittori, ognuno dei quali lavorava in un tempio: Fabius Pictor, nel Tempio di Salus a Roma alla fine del IV secolo; Marcus Pacuvius, drammaturgo e nativo di Brundisium, nel Tempio di Ercole nel Foro Boario di Roma nella prima metà del II secolo, Lycon, un greco asiatico, nel Tempio di Giunone ad Ardea tra la fine del III e l'inizio del II secolo. Non si sa nulla del lavoro di questi artisti.

La ricerca e la scrittura storica erano fiorite a Roma all'incirca dal 200 ac., cioè dal primo storico romano Quinto Fabius Pictor. Vi erano state due principali ispirazioni a motivarle: l'interesse antiquario e la motivazione politica. Già dopo il 100 ac, si era sviluppato un interesse diffuso per le antiche cerimonie, le genealogie familiari, costumi religiosi e simili.

Questo interesse ha trovato espressione in una serie di opere accademiche: Tito Pomponio Attico, amico e corrispondente di Cicerone, scrisse sulla cronologia e sulle famiglie troiane; altri compilarono lunghi volumi sulla religione etrusca; Marcus Terenzio Varrone, il più grande studioso della sua epoca, pubblicò l'enciclopedica Divina e Umana Antiquities.

LA FONDAZIONE DI ROMA

Il livello degli elaborati non era sempre elevato, e potevano esserci pressioni politiche o desiderio di ingraziarsi i potenti, come per derivare la famiglia giulia di Giulio Cesare dal leggendario Enea e dai Troiani; ma i Romani erano molto consapevoli e orgogliosi del loro passato, e certe storie infiammavano gli animi.

Fabius Pictor era stato un pretore, il maggiore Catone era stato console e censore, e Sallustio era un pretore. Così anche eminenti uomini di stato come Silla e Cesare si occuparono di scrivere la storia.  Livio era unico tra gli storici romani in quanto non faceva parte della politica.

Questo era uno svantaggio in quanto la sua esclusione dal Senato e dalle magistrature significava che non aveva alcuna esperienza personale su come funzionasse il governo romano, e questa ignoranza si mostra di volta in volta nel suo lavoro. Inoltre questo svantaggio lo aveva anche privato dell'accesso di prima mano a molto materiale (verbali delle riunioni del Senato, testi di trattati, leggi, ecc.) che era conservato nei quartieri ufficiali.

Così, se fosse stato un prete o un augur, avrebbe acquisito informazioni privilegiate di grande valore storico e avrebbe potuto consultare le copiose documenti e documenti dei collegi sacerdotali. Ma Livio non ha cercato spiegazioni storiche in termini politici, ma in termini personali e morali. Lo scopo è chiaramente indicato nella sua prefazione.

Si invita l'attenzione del lettore a considerare molto più seriamente il tipo di vite vissute dagli antenati, chi erano gli uomini e quali fossero i mezzi, sia in politica che in guerra, con cui il potere di Roma venne prima acquisito e successivamente ampliato, volendo anche mettere in luce il successivo declino morale.

Sebbene Sallustio e gli storici precedenti avessero osservato che la moralità fosse in costante declino per Livio ciò era un dolore. Era difficile in quel tempo ritrovare in un singolo individuo la modestia, l'equità e la nobiltà della mente che a quei tempi appartenevano a un intero popolo. Augusto tentò con la legislazione e la propaganda di inculcare ideali morali. Orazio e Virgilio nella loro poesia sottolineavano lo stesso messaggio: che erano le qualità morali che avevano fatto e potevano mantenere grande Roma.

La storia perduta di Fabius di Roma fu in seguito citata da Livio ( Ab Urbe Condita Librii ) come fonte per il suo mito fondatore di Romolo e Remo, come eredi di Enea di Troia, e della linea dei re pre-repubblicani che regnarono dopo di loro. Un retaggio che non sarà mai dimenticato e per cui tutti i romani divennero "figli di Marte".


LE OPERE


ANNALES

L'aristocratico Quinto Fabio Pittore si assunse il compito di scrivere in prosa una storia di Roma in greco, anziché in latino. L'opera, conosciuta come "Annales" o "Rerum gestarum libri", era nota anche in versione latina, probabile frutto di una traduzione fatta in seguito da altri.

POLIBIO
La scelta di scrivere nella koiné greca (linguaggio comune), la lingua greco ellenistica del Mar Mediterraneo, serviva a rivolgersi ad un pubblico più ampio e poter così contrastare altri autori, come Timeo, che aveva scritto, ma con accento sfavorevole, una storia di Roma fino alla II Guerra Punica.
Del resto Filino di Agrigento, allievo di Timeo, aveva scritto la storia delle guerre puniche con un atteggiamento filocartaginese. Lo stesso Annibale, durante la sua discesa in Italia, era stato accompagnato da due storici, Sosilo e Sileno, che avevano l'incarico di stilare il resoconto delle sue imprese.
Per il principio dello "Justum Bellum" (la guerra giusta) si doveva dare una valida giustificazione della politica espansionistica di Roma dimostrando la bona fides (la buona fede, il principio della legislatura romana) del popolo romano e la natura esclusivamente difensiva delle guerre combattute.
Così, pur scrivendo in difesa dello Stato romano, Quinto Fabio Pittore scrisse in greco, usando la cronologia greca basata sulle celebrazioni olimpiche nello stile espositivo ellenistico. 
Egli esaminò i varie testimonianze e documenti storici, Annales pontificum, degli "elogia", storiografie ellenistiche, tra cui quella dello storico greco di Sicilia Timeo di Tauromenio (350 a.c. - 260 a.c.). 
Usò grande accuratezza nell'esposizione di dati e notizie sugli spiegamenti di forze, con attenzione agli aspetti cultuali e cerimoniali.
Dedicò inoltre ampio spazio alla ricerca sulle loro origini, a cui egli si applicò da raffinato erudito.
Lo stile di Quinto Fabio Pittore, nello scrivere la storia difendendo lo Stato romano e le sue azioni, con evidenti fini propagandistici, gli procurò il rimprovero di Polibio (206 - 124 a.c.) per il trattamento riservato alla I guerra punica, ma divenne una caratteristica della storiografia romana. Secondo Polibio, ad esempio, attribuì al solo Annibale la responsabilità della II guerra punica.
Tuttavia egli non fu tendenzioso o in mala fede, ma semplicemente applicò, con intenzioni oneste, un metodo storiografico corretto ad un repertorio di documenti e testimonianze di impronta e provenienza soprattutto romana.

Inoltre pose molta enfasi, ancora più di quanto si usasse nel modello greco, sugli avvenimenti meno remoti, non solo per la maggiore disponibilità di documentazione più vicina, ma anche per il pubblico romano, più interessato alla concretezza dell'attualità rispetto ai trascorsi meno recenti della storia romana, spesso con un'aureola mitica e leggendaria.

DIONIGI DI ALICARNASSO
Come ci informa Plutarco, anche Fabio Pittore, nella narrazione dell'età delle origini, si profuse in ampiezza espositiva, ampiezza di dettagli e stile drammatico e fantastico, ma questo fece di lui anche il precursore dell'arte della letteratura in prosa. Insomma non fu solo cronista ma pure scrittore.

L'opera, di cui rimangono alcuni frammenti, narrava l'intera storia romana includendo il mito di Enea, la fondazione di Roma, datata da Pittore al 747 a.c., e i re albani, per arrivare all'epoca della II guerra punica. La narrazione si concludeva con il resoconto della battaglia del Trasimeno (217 a.c.) o con quello della battaglia di Canne (216 a.c.).

Pittore scrisse dunque gli "Annales" verso la fine del III secolo a.c. e narrò la storia di Roma dal tempo di Enea fino al 217, anno precedente la battaglia di Canne, ponendo la fondazione di Roma al 747 a.c. 

Il testo, Ῥωμαίων πράξεις, è scritto in lingua greca e confuta le accuse di espansionismo imperialistico lanciate in quel periodo dagli storiografi greci parteggianti per Annibale. Dell'opera esisteva anche, per i meno eruditi, una versione in lingua latina, la "Rerum gestarum libri", non si sa però se la scrisse lui stesso.

Nell'opera di Pittore si dice domini un punto di vista aristocratico, per il grande nazionalismo e il gusto eroico della descrizione delle origini di Roma, dell'età regia e degli inizi della Repubblica romana, che dettero vita a molte istituzioni religiosi e civili.

Nazionalismo più sconosciuto alle classi plebee, strano a dirsi, visto che erano la maggior parte dei soldati in tempo di guerra. L'opera di Pittore ottenne comunque a Roma una grande considerazione presso gli intellettuali romani.
Sia Polibio (206 a.c. - 124 a.c.), che Tito Livio (59 a.c. - 17 d.c.) e Dionigi di Alicarnasso (60 a.c. - 7 a.c.) attinsero a questa fonte, e le poche notizie che abbiamo di essa ci sono state tramandate da Dionigi di Alicarnasso. 

TITO LIVIO

DE JURE PONTIFICIO

A Fabio Pittore fu attribuito anche un De iure pontificio, citato da Nonio Marcello, che viene però prevalentemente assegnato a Quinto Fabio Massimo Serviliano.


BIBLIO

- Fabius Pictor - Annales -
- Fabius Pictor - Iuris Pontificis Libri -
- Strabone - Geografia -
- Augusto Rostagni - Storia della letteratura latina - III edizione a cura di Italo Lana - 3 voll. - Torino - UTET - 1964 -
- Luciano Perelli - Storia della letteratura latina - Milano - Paravia - 1969 -
- Giovanni Annio da Viterbo, frate domenicano - (pseudonimo di Giovanni Nanni erudito quattrocentesco -1432 - 1502) - Quintus Fabius Pictor - De aureo saeculo et de origine urbis Romae -



F. M. A. CASSIODORO S. - F. M. A. CASSIODORUS S.


1 comment


Nome: Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator
Nascita: Scolacium 485 d.c.
Morte: Scolacium 580 d.c.
Professione: Politico, letterato e storico romano


"E che non dice Cassiodoro, il quale scrivea nel principio del secolo seguente? Narra, che Roma sola conteneva le più grandi maraviglie del mondo, e superava l’immaginazione, principalmente per li grandi edifizj ornati di stupende colonne, e di preziosi metalli; e per la copiosissima quantità di statue in bronzo di uomini, di cavalli, e di altri animali, collocate nelle strade, nelle piazze, e in ogni luogo."



LE ORIGINI

Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore ovvero Flavius Magnus Aurelius Cassiodorus Senator; (Scolacium 485- 580) fu un politico, letterato e storico romano, che visse sotto il regno romano-barbarico degli Ostrogoti e poi sotto l'Impero Romano d'Oriente.

Fece una brillante carriera politica sotto il governo di Teodorico il Grande (493-526), come consigliere, cancelliere del re e il compilatore delle sue lettere ufficiali e dei provvedimenti di legge, collaborando anche con i successori di Teodorico fino al 540.

Al termine della guerra gotica si stabilì in via definitiva presso la nativa Squillace, dove fondò il monastero di Vivario con la sua biblioteca:
«Rifulge di luce chiarissima e, dotata di un clima molto mite, ha inverni aprichi (soleggiati), estati fresche, e la vita ivi trascorre senza alcun malanno per la mancanza d'intemperie. Perciò anche gli abitanti sono svegli nelle sensazioni, perché la contemperanza del clima regola ogni cosa.»
(Cassiodoro)

Nonostante una certa tendenza di Cassiodoro alla fede cristiana, il monastero del Vivarium non ebbe fini religiosi ma bensì la copiatura, la conservazione, la scrittura e lo studio dei volumi contenenti testi dei classici e della patristica occidentale. Ebbe pertanto una funzione di scriptorium, con le problematiche del rifornimento dei materiali, dello studio delle tecniche di scrittura e delle difficoltà economiche. Comunque i codici e i manoscritti prodotti nel monastero raggiunsero una notevole popolarità e furono assai richiesti.

CASSIODORO

LA FAMIGLIA   

La fonte principale della famiglia di Cassiodoro è fornita dalla sua opera, più importantele: Variae, da cui si apprende che nacque da una delle più stimate famiglie patrizie dei Bruzi, originaria della Calabria. L'origine del nome Cassiodoro è da ricercarsi in un luogo di culto dedicato a Zeus, presso Antiochia. 

Per questo scelse di vivere nel territorio dei Bruzi, culturalmente più vicina all'Oriente greco. Sappiamo che il bisnonno di Cassiodoro venne definito «"vir illustris"» e che suo nonno fu Senatore, tribuno sotto Valentiniano III, e in qualità di ambasciatore conobbe il re degli Unni: Attila.

Il padre di Cassiodoro ricoprì il ruolo di comes rerum privatarum e successivamente di comes sacrarum largitionum nel governo di Odoacre, e governatore provinciale sotto Teodorico. Nel 490 fu governatore della Sicilia, poi governatore della Calabria fino al 507, quando si ritirò a vita privata.

LA BIBLIOTECA DI CASSIODORO

LA CARRIERA

Non è certo comunque che nascesse a Squillace, ma vi passò l'infanzia, dove seguì gli studi, per essere avviato dal padre alla carriera pubblica. Divenne infatti consiliarius, e quaestor sacri palatii nel 507, forse perché Teodorico apprezzò particolarmente il panegirico a lui dedicato.

Ricevette poi il governatorato di Lucania e Bruttii, e nel 514 la designazione a console, seppure fosse ormai una carica soprattutto onorifica. Pubblicò la Chronica del 519.e nel 523, fu nominato magister officiorum del re, divenendo così il capo dell'amministrazione pubblica, degli officia e delle scholae palatinae.

Alla morte del sovrano, avvenuta nel 526, divenne ministro di Amalasunta, la figlia di Teodorico il Grande (493-526), succedutagli come reggente per il figlio Atalarico. Nel 533, ottenne il titolo di Prefetto del pretorio per l'Italia. Alla morte di Atalarico nel 534 successe la guerra gotica. 

Cassiodoro ottenne nuovamente la prefettura tra il 535 e il 537, sotto i re Teodato e Vitige, per poi abbandonare definitivamente la carriera pubblica nel 538. Di fronte all'avanzata bizantina Cassiodoro si ritirò a Ravenna, ma nel 540 la città fu conquistata dalle truppe imperiali, e da quel momento per dieci anni si perdono le sue tracce. Nel 550 lo si ritrova nel seguito di papa Vigilio a Costantinopoli.

Rientrò nei Bruttii attorno al 554; ritiratosi definitivamente dalla scena politica, fondò il monastero di Vivario presso Squillace, Non ebbe moglie né eredi diretti e trascorse il resto dei suoi anni al Vivarium, dedicandosi allo studio e alla scrittura di opere didattiche per i monaci. Qui istituì uno scriptorium per la raccolta e la copiatura di manoscritti, che fu il modello a cui si ispirarono altri monasteri medievali.

Il pensiero politico-culturale di Cassiodoro fu quello di ridare al regno teodericiano una restaurazione del Principato, con la collaborazione quasi paritaria, tra l'imperatore e la classe senatoria. Alla base vi è il concetto di civilitas, che indica tanto il «rispetto delle leggi e dei princìpi della Romanità» quanto la «convivenza sociale, giuridica ed economica di Romani e stranieri fondata sulle leggi».

Secondo Cassiodoro, il regno goto si sarebbe fatto custode della civilitas, garantendo così la giustizia e la pace sociale (l’otiosa tranquillitas, cioè l'obiettivo di ogni buon governo), in accordo con la legge divina e la migliore tradizione imperiale romana. La prospettiva di Cassiodoro è l'autonoma nei confronti di Costantinopoli ed egemone rispetto agli altri regni occidentali, e il modello è la figura di Traiano. 

Con il regno di Amalasunta e Teodato, invece, il modello di riferimento fu quello dell'imperatore-filosofo, un ideale etico-politico con caratteri neoplatonici. Sotto Vitige invece pose in risalto le virtù belliche e l'ardore guerriero.

RE TEODORICO

MONASTERO DI VIVARIO

Il monastero di Vivario nacque per la copiatura, conservazione, scrittura e studio dei testi dei classici e della patristica occidentale, una forma di scriptorium, con i compiti di rifornimento materiali, tecniche di scrittura e problemi economici; comunque i codici e manoscritti del monastero divennero molto richiesti. Ma nulla si sa dell'organizzazione monastica:

«Voi tutti che vivete rinchiusi entro le mura del monastero osservate, pertanto, sia le regole dei Padri sia gli ordini del vostro superiore e portate a compimento volentieri i comandi che vi vengono dati per la vostra salvezza... Prima di tutto accogliete i pellegrini, fate l'elemosina, vestite gli ignudi, spezzate il pane agli affamati, poiché si può dire veramente consolato colui che consola i miseri.»
(Cassiodoro, Institutiones)

Il monastero, nella contrada San Martino di Copanello, nei pressi del fiume Alessi, prendeva nome dai tre vivai di pesci fatti preparare da Cassiodoro, in cui si praticava l'allevamento ittico; un valore simbolico, legato al concetto di Cristo Ichthys, ma soprattutto un nutrimento per i monaci. Non lontano si trovava una zona per anacoreti, riservata a monaci con esperienze di vita cenobitica.

«Era la biblioteca, infatti, come centro di cultura di tutto il monastero, la novità del suo programma, una biblioteca nata ed accresciuta secondo le intenzioni del fondatore che dei suoi libri conosceva non solo la sistemazione, perché l'aveva curata personalmente, ma anche i testi, perché li aveva studiati, annotati, arricchiti di segni critici, riuniti insieme secondo la materia in essi trattata e persino abbelliti esteriormente
(Mauro Donnini nella prefazione alle Institutiones)

I monaci inadatti a seguire la biblioteca badavano alla coltivazioni di orti e campi, mentre i letterati si occupavano dello studio delle Sacre Scritture e delle sette arti liberali, divisi in notarii, rilegatori e traduttori. Raccomandate da Cassiodoro erano le opere di carità, gli studi di medicina e quelli sulle opere sacre. Cassiodoro fece preparare tre edizioni differenti della Bibbia e si occupò di copiature e riscritture di molti altri testi della cristianità, ma pure di testi profani, come le Antiquitates di Flavio Giuseppe e l'Historia tripartita.

ATALARICO

LE OPERE


CHRONICA

Una storia universale del 519, di cui si conservano solo due frammenti, commissionata per celebrare il consolato di Eutarico Cillica (collega dell'Imperatore Giustino), genero di Teodorico e designato al trono. Il sovrano d'Italia non aveva eredi maschi mentre Eutarico, sposandone la figlia Amalasunta, era riuscito a donargli il nipote Atalarico. Offrire il consolato ad Eutarico rappresentava una sorta di unione tra Romani e Goti.

L'opera parte da Adamo fino al 519 con Eutarico, illustrando tutti i poteri temporali della storia, dai sovrani assiri sino ai consoli del tardo Impero, passando ovviamente per tutta la storia romana basata su numerose fonti quali Eusebio, Gerolamo, Livio, Aufidio Basso, Vittorio Aquitano e Prospero d'Aquitania, dopodiché la trattazione successiva al 496 è autonoma. E' un'opera filo-gotica che arriva a manipolare o a ignorare eventi storici per far apparire i Goti sotto la luce migliore.


HISTORIA GOTHORUM

Detta anche De origine actibusque Getarum, in 12 libri, nel quale illustra tutta la sua ideologia filogotica certamente caldeggiata da Teoderico, poi pubblicata sotto Atalarico (516 –534); pervenuta solo in versione ridotta dello storico Giordane, col titolo "Getica".

L' Historia Gothorum, tesa a glorificare la dinastia regnante degli Amali come i più valorosi tra i guerrieri e i sovrani gotici, attraverso la storia dei Goti dalle origini all'anno 551, in cui si cerca di identificare i Goti con i Geti. Secondo Erodoto, i Geti erano "la più nobile e la più giusta di tutte le tribù traciche". La narrazione vuole celebrare l'unione tra Goti e Romani, sancita dal matrimonio tra il romano Germano Giustino, nipote dell'imperatore Giustino I e cugino di Giustiniano I. e l'amala Matasunta, figlia di Amalasunta, regina degli Ostrogoti e nipote di Teodorico il Grande. 


ORDO GENERIS CASSIODORORUM

Ne resta solo frammento in più copie, di difficile interpretazione, composto negli anni della carriera pubblica di Cassiodoro, tra il 522 e il 538 e dedicato a Rufio Petronio Nicomaco Cetego, politico contemporaneo dell'autore. L'opera fornisce notizie sulla famiglia di Cassiodoro, in particolare sul padre.


VARIAE

Datata tra il 537 e il 540, è una raccolta di lettere e documenti (468 in totale per 12 volumi) redatti in nome dei sovrani o trasmessi a firma dell'autore stesso tra il 507 (assunzione della questura) al 537 (termine della carica di prefetto al pretorio). Il VARIAE alluderebbe alla varietà degli stili letterari impiegati E' un insieme di nozioni utili a chiunque si accostasse alla carriera pubblica; anche con l'intento di far conoscere i propri trascorsi come membro del ceto dirigente. Storicamente utili per conoscere le istituzioni, le condizioni politiche, morali e sociali sia dei Goti sia dei Romani all'epoca..


DE ANIMA

L'opera affronta dodici questioni, tra cui l'incorporeità e il destino dell'anima, senza idee proprie ma legate alla tradizione di Tertulliano, Agostino e Claudiano Mamerto.


EXPOSITIO PSALMORUM

Di datazione incerta, è un commento completo ai salmi, è l'opera maggiore di Cassiodoro, soprattutto per la sua estensione.


ISTITUZIONI

(ovvero: Institutiones divinarum et saecularium litterarum). Un'erudita introduzione allo studio delle Sacre Scritture e delle arti liberali, datate al 560. Progettata dopo che la richiesta di Cassiodoro per la fondazione di un'università di studi cristiani ricevette una risposta negativa da papa Agapito I,

Una prima parte presenta i vari libri della Bibbia, la storia della Chiesa e degli studi teologici; la seconda si occupa di quelle arti incluse successivamente nel trivio (grammatica, retorica e dialettica) e quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia e musica), in parte si rivolge alla cultura pagana e in parte alle norme che servono a trascrivere correttamente gli antichi.



OPERE MINORI

- Complexiones in Epistolas et Acta apostolorum et Apocalypsin - commento ad alcuni passi degli Atti degli Apostoli e dell'Apocalisse di Giovanni.
- Expositio epistolae ad Romanos - Commento alla lettera dei Romani -
- Liber memorialis - breve riassunto del contenuto della Sacra Scrittura.
- Historia ecclesiastica tripartita - autore della sola prefazione.
- De orthographia - le regole per trascrivere gli scritti antichi e moderni. (Ultima opera scritta intorno ai 90 anni).

Cassiodoro morì nel 575 "a più di 95 anni d'età."


BIBLIO

- Cassiodorus - Expositio Psalmorum - M.A. Adriaen - 1958 -
- Cassiodorus - Le Cronache - a cura di Mirko Rizzotto - Gerenzano - Runde Taarn - 2007 -
- Cassiodorus - Le Istituzioni - a cura di Mauro Donnini - Città Nuova - 2001-
- Cassiodorus - Ordo generis Cassiodororum - a cura di Lorenzo Viscido - M. D'Auria - 1992 -
- Cassiodorus - Variae - a cura di Lorenzo Viscido, Squillace - Pellegrini Editore - 2005 -
- Cassiodorus - De Orthographia - a cura di Patrizia Stoppacci - Firenze - Sismel-Edizioni del Galluzzo - (Società internazionale per lo studio del Medioevo latino) -
- Cassiodorus - Roma immaginaria - a cura di Danilo Laccetti - Roma - Arbor Sapientiae - 2014 -




 

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