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L. ANNEO SENECA IL VECCHIO - SENECA SENIOR


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Nome: Lucio Anneo Seneca, detto il Vecchio, oppure il Retore, Lucius Aenneus Seneca Senior
Nascita: Corduba 54 a.c. circa
Morte: Roma 39 d.c. circa
Professione: scrittore, retore e storico romano
Famiglia: plebea ma agiata famiglia equestre di origine italica
Moglie: Elvia, sposata il 10 a.c.
Figli: 
- Marco Anneo Novato, che fu governatore dell'Acaia,
- Lucio Anneo Seneca detto il giovane, famoso filosofo e scrittore
- Marco Anneo Mela, padre del poeta Lucano



LE ORIGINI

Giunse a Roma giovanissimo nel 43 a.c. per praticare i suoi studi, e subito predilesse gli studî retorici, sebbene non esercitò mai la professione di oratore. Finiti gli studi tornò a Cordova per poi tornare a Roma e restarci per il resto della sua vita, frequentando celebri oratori e dedicandosi a un'opera storica, ora perduta, sulla storia romana dalla fine delle guerre civili ai suoi tempi (almeno fino alla morte di Tiberio).

Nelle scuole di retorica conobbe Marco Porcio Latro, con il quale ebbe stretti rapporti di amicizia per tutta la vita. Il suo oratore preferito era Cicerone, disapprovando così la tendenza alle trovate sceniche e all'esagerata emotività dell'oratoria tipica del suo tempo.



LO SCRITTORE

Fu tra i maggiori intellettuali dell’epoca augustea: storico e appassionato di retorica, la sua fama si deve alla (parziale) sopravvivenza dell’ "Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores", comprendente sette Suasoriae e dieci libri di Controversiae.

Negli ultimi anni scrisse un'opera sulla retorica del suo tempo, "Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores", composta di due parti: una raccolta, in dieci libri, di argomenti e brani di orazioni, soprattutto sulle cause civili, con prefazioni a ogni libro, intitolata "Controversiae" (mancanti i libri III, VI e VIII), e un'altra, in un libro di declamationes d'argomento storico o mitologico, "Suasoriae" (manca l'inizio), dove giudica Cicerone il più grande oratore romano. 

Nonostante il soprannome retore non insegnò mai retorica, ma la sua opera fu la raccolta degli insegnamenti ricevuti in gioventù, per trasmettere le sue memorie e conoscenze ai figli onde aiutarli ad "addestrarsi al foro e alle magistrature".

Morì intorno al 39 d.c., quasi centenario.
SENECA

LE OPERE

Historiae ab initio bellorum civilium

Seneca il Vecchio fu anche autore di un'opera storica scomparsa, le "Historiae ab initio bellorum civilium". Nel maggio del 2018, esaminando e ricomponendo dei frammenti carbonizzati di un antico papiro (conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli) la filologa Valeria Piano ebbe la grande sorpresa di riconoscere l'opera di Seneca il vecchio ritenuta perduta per sempre.

L'opera narra la storia di Roma dall'inizio delle guerre civili al periodo della sua morte e che fu pubblicata da suo figlio, con un'introduzione in cui parla del padre e dell'opera dove, come specifica Lattanzio, la storia dell'Urbe era scandita da una metafora biologica, che univa le fasi della storia romana alle fasi della vita di Seneca secondo un sistema ripreso poi da Floro nella sua Epitoma:

« Seneca divise, non senza profitto, le epoche della città romana. Egli ha affermato che in un primo momento la sua infanzia fu sotto il re Romolo, dal quale Roma nacque e, per così dire, fu educata; allora la sua infanzia sotto gli altri re fu cresciuta e modellata con più numerosi sistemi di istruzione e delle istituzioni; ma alla fine, nel regno di Tarquinio, quando ormai era cresciuta come si deve, non sopportava la schiavitù; e, dopo aver gettato via il giogo di una tirannia altezzosa, ha preferito obbedire alle leggi, piuttosto che ai re; e quando la sua gioventù è terminata entro la fine della guerra punica, poi a lungo con forza ha confermato che aveva cominciato ad essere virile. 

Infatti, quando Cartagine è stata spazzata via, dopo esser stata a lungo la sua rivale al potere, stese le mani per terra e per mare su tutto il mondo, fino a quando, dopo aver sottomesso tutti i re e le nazioni, quando i materiali per la guerra ora mancavano, abusò della sua forza, con la quale essa stessa si distrusse. Questa è stata la sua prima età, quando, lacerata da guerre civili e oppressa dal male intestino, di nuovo ricadde nel governo di un unico sovrano, per così dire girando ad una seconda infanzia. » 

(Lattanzio, Divinae Institutiones, VII 15 - trad. A. D'Andria)


Oratorum et rhetorum sententiae, divisiones, colores

L'unica opera di Seneca il Vecchio a noi pervenuta, almeno in parte, si intitolava Oratorum et rhetorum sententiae, divisiones, colores, cioè "Le tesi sostenute nelle opere degli oratori e dei retori, la distribuzione della materia, il colorito e lo stile dell'esposizione".
Divisa in dieci libri di "Controversiæ" e un libro di "Suasoriæ": a noi sono giunte le Controversiæ, sette delle Suasoriæ ed alcuni estratti degli altri scritti.

Trattasi di lezioni pratiche di eloquenza e di retorica che ci fanno capire egregiamente la formazione culturale dell'epoca, analizzata nelle prefazioni premesse a ogni libro, in cui si discutono le caratteristiche dei vari retori, che spesso Seneca aveva conosciuto di persona. La tripartizione sententiae, divisiones e colores del titolo rispecchia lo schema seguito dall'autore che prima riporta le sententiae più importanti dai più illustri declamatori; nella divisio, Seneca spiega il criterio logico-argomentativo dei vari declamatori; infine vengono i colores, ovvero i modi con cui l'oratore prova a "colorire" i fatti.

Nell'opera l'autore osserva la decadenza della retorica che sia Quintiliano che Tacito attribuiscono al cambiamento da Repubblica a Principato, ma che Quintiliano attribuirà proprio a Seneca figlio. Così
la retorica, con l’avvento del principato, era diventato ormai solo materia di spettacolo visto che non si poteva più attaccare il potere.

Le sententiae, frasi ad effetto miranti alla massima concentrazione espressiva, ornate da figure di parola e di suono, per stupire e suscitare emozioni, rimanda allo stile asiano, uno stile ricco di concetti e figure
retoriche che, a discapito di quello atticista, si affermerà nel I d.c., fortemente criticato da Quintiliano, che gli contrappone lo stile di Cicerone, fluido e scorrevole.

SENECA

Suasoriae e Controversiae

La suasoria apparteneva al genere deliberativo, e consisteva nella simulazione di un’orazione che avesse l’obiettivo di convincere (suadere) un personaggio famoso della storia o del mito a fare o desistere da un’azione. La controversia, invece, era del genere giudiziario, con la riproduzione fedele di un dibattimento, da posizioni opposte, di una causa, sulla base del diritto romano o greco.

Seneca il Vecchio riportò dunque nell’ "Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores esempi di suasoriae e controversiae"  i ricordi della scuola di retorica, a cui Seneca il Vecchio resterà sempre legato, pur non avendo mai esercitato il mestiere di oratore.


Le Historiae ab initio bellorum civilium

Seneca il Vecchio scrisse anche le "Historiae ab initio bellorum civilium", cioè “Storie dall’inizio delle guerre civili” dove l'intento era quello di indagare le cause della fine della Repubblica e del passaggio al Principato attraverso lo studio delle guerre civili.

Lattanzio riporta che Seneca analizzò la storia di Roma come fosse la storia della vita di un corpo, scandagliandone giovinezza, maturità e decadenza. ma Seneca non associava l’inizio delle guerre civili al periodo di Mario e Silla, bensì faceva risalire la crisi repubblicana all’epoca graccana, ccon la seditio Gracchana, per l’autore, il primo germe della decadenza della Repubblica.

ASINIO POLLIONE

ASINIO POLLIONE

Sembra che Seneca il Vecchio rifiutasse la vulgata “ufficiale” delle opere storiche (i Commentarii) di Augusto e Cesare, e adottò come fonte le Historiae di Asinio Pollione, già rimproverato da Orazio per aver scritto troppo liberamente. Ma mentre l’amico Asinio Pollione pubblicò comunque l’opera (oggi scomparsa), Seneca il Vecchio temette la censura augustea, e quindi lasciò incompleta l’opera.

Fu il figlio a pubblicare le Historiae, probabilmente nei primi anni del principato di Claudio, non senza conseguenze. Quest’atto quasi “ideologico”, infatti, contribuì a scatenare le ire dell’imperatore, già ostile nei confronti di Seneca e intento a spazzare via gli ultimi rimasugli di repubblicanesimo.


LE HISTORIE RITROVATE

Le "Historiae" ab initio bellorum civilium, ritenute ormai perdute, sono state invece ritrovate in un papiro ercolanese, conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, dove sono stati riconosciuti il nome di Seneca il Vecchio e il suo contenuto.


BIBLIO

- Seneca - Ad Helviam matrem -
- Seneca il vecchio - la storia ritrovata: decrittati i preziosi papiri ercolanesi, su ilmattino.it. - 2018 -
- Divinae Institutiones - E. Pianezzola - Spunti per un'analisi del racconto nel "thema" delle Controversiae di Seneca il Vecchio - in "Materiali e Contributi per la Storia della Narrativa greco-latina", n. 3 - 1981 -
E. Migliario - Luoghi retorici e realtà sociale nell'opera di Seneca il Vecchio - in "Athenaeum", n. 77 (1989 -


MARCO CORNELIO FRONTONE - M. CORNELIUS FRONTO


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BUSTO RITENUTO DI CORNELIUS FRONTO

Marco Cornelio Frontone (in latino Marcus Cornelius Fronto; Cirta 100 - Roma 166/170) è stato uno scrittore e oratore romano, fra i più significativi del II secolo, precettore di Marco Aurelio e Lucio Vero. Nel 1815 il filologo Angelo Mai ritrovò in un palinsesto nel monastero di Bobbio la corrispondenza tra i due principi e il precettore. 

Frontone era molto teso ad esaltare i valori della tradizione, attraverso il recupero del vocabolo arcaico, che considerava indiscutibilmente il migliore, a volte senza una vera critica, forse nel rimpianto di un tempo passato un po' favoleggiato. I maestri che prese ad esempio del bel linguaggio furono soprattutto Plauto, Ennio, Catone, Lucrezio e Sallustio.

Di lui restano pochi frammenti e lettere, tuttavia all'epoca era considerato un grande esperto di retorica latina, in grado di rivaleggiare con la scuola sofistica greca, nonché il più importante avvocato romano del periodo antonino. Per i contemporanei Frontone era addirittura quasi un "secondo Cicerone", con una fama che però non è rimasta nei secoli. 

Anche se probabilmente era discendente di immigrati italici, che avevano sempre formato una minoranza rilevante della popolazione della capitale numidica, amava definire se stesso un "libico, dei nomadi libici". Venne a Roma durante il principato di Adriano, e subito guadagnò fama di avvocato ed oratore, inferiore solo a Cicerone. 

Guadagnò una grande fortuna, costruì magnifici edifici e comprò i famosi giardini di Mecenate. Antonino Pio, avendo avuto notizia della sua fama, lo scelse come tutore dei figli adottivi Marco Aurelio e Lucio Vero. Nel 143 fu per due mesi consul suffectus sotto Antonino Pio, ma rifiutò l'incarico di proconsole in Asia, adducendo come motivazione il cattivo stato di salute. In vecchiaia fu colpito dalla perdita di tutti i suoi figli tranne una figlia.

Tale fu la sua fama di insegnante-retore che quando morì l'Augusto fece erigere una statua in sua memoria, tanto fu stimato e ammirato dai suoi contemporanei. Alcuni di questi in seguito furono considerati membri di una scuola, da lui chiamata "Scuola dei Frontoniani". 

Nel suo insegnamento cercò di inculcare l'uso esatto del latino al posto degli artifici di autori del I secolo come Seneca, e consigliava l'uso di "parole poco usate ed inattese", da trovare con la lettura diligente degli autori pre-ciceroniani. Infatti Frontone criticava anche Cicerone per la disattenzione a questo perfezionamento, pur ammirando però tutti i suoi lavori. Il motto della sua scuola fu: "insperata atque inopinata verba" (parole impensate e insperate).

MARCO AURELIO


OPERE PERVENUTE

Fino al 1815 le uniche opere attribuite (erroneamente) a Cornelio Frontone erano due trattati grammaticali, "De nominum verborumque differentiis" (di chi sia è controverso) ed "Exempla elocutionum" (che invece è opera di Arusiano Messio).

Tuttavia nello stesso anno Angelo Mai scoprì nella Biblioteca Ambrosiana di Milano, un palinsesto pergamenaceo in cui la scrittura primitiva sia stata raschiata e sostituita con un'altra  trasversale rispetto alla prima .su cui originariamente erano state scritte le lettere di Cornelio Frontone ai suoi allievi imperiali e le loro risposte. 

Quattro anni più tardi Mai scoprì altri fogli degli stessi manoscritti conservati al Vaticano. Questi palinsesti erano appartenuti alla famosa Abbazia di San Colombano a Bobbio, ed erano stati usati dai monaci per scriverci gli atti del primo Concilio di Calcedonia.

Nel 1815, appena divenuto disponibile il palinsesto Ambrosiano venne pubblicato a Roma, assieme agli altri frammenti del palinsesto. I testi Vaticani furono pubblicati nel 1823, assieme al suo "Gratiarum actio pro Carthaginiensibus", proveniente da un altro manoscritto Vaticano. Poi nel 1956, quando Bernhard Bischoff, paleografo, filologo e storico tedesco, identificò un terzo manoscritto, di un solo foglio, contenente frammenti di corrispondenza tra Cornelio Frontone e Lucio Vero, in parte corrispondenti al palinsesto di Milano. 

Tuttavia il manoscritto era stato pubblicato nel 1750 da Dom Tassin, che aveva supposto potesse essere un lavoro di Cornelio Frontone. Ma questi frammenti deluse gli eruditi in quanto al di sotto delle aspettative. Le lettere, raccolte ora in un Epistolario, rappresentano la corrispondenza con Antonino Pio (un libro), Marco Aurelio (cinque libri quando era giovane e cinque quando era Imperatore) e Lucio Vero (due libri) in cui gli ambedue appaiono molto affettuosi nei confronti del vecchio maestro.

Tra le vari lettere vi sono anche delle missive agli amici (altri due libri),principalmente lettere di raccomandazione. La collezione contiene inoltre trattati sull'eloquenza, alcuni frammenti storici nonchè di altri scritti retorici quali: 
- il De bello Parthico, sulla campagna di Lucio Vero contro i Parti, un panegirico dell'imperatore vittorioso
- i Principia historiae, contenenti le idee di F. sulla storiografia, i modelli da preferire (Catone specialmente); 
- l'᾿Ερωτικός (in greco), sull'amore; 
- l'Arion, sulla favola di Arione;
- sulle ferie di M. Aurelio in Alsium presso la spiaggia etrusca,
- le Laudes fumi et pulveris; 
- le Laudes neglegentiae, e altri scritti minori.

L'editio princeps è quella di Angelo Mai, mentre l'edizione standard è quella della Teubner, a cura di M. van den Hout (Leipzig, 1988). La Loeb Classical Library ha stampato un'edizione in due volumi delle lettere di Frontone con a fronte la traduzione inglese di C. R. Haines (1919-1920). Van den Hout ha anche pubblicato un completo commento in inglese (Leiden, 1999). In Italia la Utet ha pubblicato nel 1974 il testo con la traduzione italiana a fronte a cura di Felicita Portalupi.

LUCIO VERO


ELOCUTIO NOVELLA 

Nei frammenti scoperti in "palinsesto" da Angelo Mai nel 1815, ritroviamo parte dell'Epistolario di Marco Cornelio Frontone da cui emerge la teorizzazione della Elocutio novella, ossia il nuovo modo che Cornelio Frontone proponeva per l'arte retorica. Egli si mostra molto attento all'uso del latino, che  auspica di rinnovare tramite l'uso della terminologia arcaica conservatrice dei veri significati. 

Il precetto pratico della inventio, importante per Frontone, è quello che gli viene dal maestro Atenodoto, di correr dietro alle εἰκόνες, a somiglianze d'immagini, a parallelismi appropriati, per dar luce e risalto alle cose

Per scegliere le parole adatte al contesto è richiesta competentia, cioè uno studio approfondito del discorso, poiché la retorica è un'arte che non permette errori, mentre l'inesperienza può essere ben visibile quando la sistemazione dell'orazione non è consona.

Nelle Epistole si segue un elenco di grandi autori da seguire tra cui Catone, Sallustio e Cicerone. Cornelio Frontone però definisce Cicerone un autore che "sorprendeva poco" nella sua ricerca lessicale, basandosi solo sul suo innato talento di oratore. La nuova retorica invece doveva sorprendere il pubblico con l'"inatteso", per cui la nuova arte oratoria era rivolta ad un pubblico dotto.



L'ELOQUENZA IMPERIALE

Essendo insegnante di retorica di Marco Aurelio (121 - 180), nell'epistola intitolata "Ad Marcum Caesarem viene rimarcata l'importanza dell'elocutio per l'imperatore che deve essere "tromba" e non un "flauto", come la tromba fa per l'esercito nell'adlocutio che colpisce e infiamma l'animo dei soldati. Il flauto, per contrappunto, è uno strumento flebile e delicato, ma il discorso di un Cesare deve essere autoritario e incisivo per non perdere, l'importante ruolo di guida e imperatore-


BIBLIO

- Marco Cornelio Frontone, Epistolario - he correspondence of Marcus Cornelius Fronto - Edited and translated by C. R. Haines -
- M. Cornelii Frontonis opera inedita cum epistulis item ineditis Antonini Pii, M. Aurelii, L. Veri et Appiani - Mediolani - Regiis typis, 1815 -
- The correspondence of Marcus Cornelius Fronto with Marcus Aurelius Antoninus, Lucius Verus, Anoninus Pius, and various friends - M. A., F. S. A., London, William Heinemann, 1919 -
- Marco Cornelio Frontone - Opere - Collana Classici latini -Torino - UTET - 1974 -
- A. Klotz - Klassizismus und Archaismus - in Archiv für lateinische Lexikographie-1907 - 
- A. Beltrami - Le tendenze letterarie negli scritti di Frontone - Roma-Milano 1907 - 
- M. D. Brock - Studies in Fronto and his age - Cambridge - 1911 -


GALENO DI PERGAMO - GALENUS


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Nome: Galeno di Pergamo (e non Claudio)
Nascita: Pergamo 129
Morte: 200 circa
Professione: medico e scrittore enciclopedico


Galeno di Pergamo (Pergamo, 129 – Roma, 200 circa) è stato un medico greco che ha influenzato la medicina occidentale per tredici secoli, fino al Rinascimento, quando si eseguirono studi più approfonditi sull'anatomia, sulle malattie e sulle medicine. Dal suo nome deriva la galenica, l'arte del farmacista di preparare i farmaci.

Galeno portò la sua formazione come esempio a tutti gli aspiranti medici, che dovevano conoscere la tradizione medica dell'anatomo-fisiologia, della prognosi e dei metodi dimostrativi. Dovevano amare moltissimo lo studio e disprezzare invece le vanità mondane; in più dovevano conoscere la filosofia, soprattutto della tradizione platonico-aristotelica, ma anche quella stoica per seguire un sano stile di vita.



LE ORIGINI

Galeno nacque nel 129 a Pergamo (oggi Bergama, in Asia minore), da una famiglia molto dedita alla scienza, che vantava come architetti il padre e il nonno di Galeno, mentre il bisnonno era studioso di geometria. Galeno ebbe interessi eclettici prima di concentrarsi sulla medicina e cioè agricoltura, architettura, astronomia, astrologia e filosofia.

A 14 anni il padre lo avviò a un percorso educativo prevalentemente filosofico, permettendogli di frequentare le lezioni tenute dai maestri delle quattro principali scuole filosofiche dell'epoca: platonica, stoica, aristotelica ed epicurea da cui gli derivò un certo scetticismo verso le controversie di filosofia. Allora il padre lo avviò allo studio dei procedimenti dimostrativi della geometria euclidea: sicuramente scientifici.

All'età di 16 anni il padre, ispirato da un sogno, lo avviò agli studi di medicina, che intraprese senza trascurare gli studi filosofici. Ebbe come maestri l'empirico Aischiron, l'ippocratico Stratonico, allievo di Sabino, e l'anatomista Satiro, allievo di Quinto.

Divenne, per quattro anni, therapeutes ("addetto") del Dio Asclepio nel tempio locale. Dopo la morte di suo padre (148 o 149) lasciò il tempio per studiare a Smirne, a Corinto e ad Alessandria, dove perfezionò la propria formazione anatomica e venne in contatto con la tradizione ippocratica.

Studiò medicina per dodici anni. Quando tornò a Pergamo, nel 157, lavorò come medico alla scuola dei gladiatori per pochi anni in cui fece esperienza sui traumi e sul trattamento delle ferite, che lui, più tardi, descriverà come "le finestre nel corpo".

GALENO IL MEDICO FILOSOFO

A ROMA

Dal 162, all'età di 33 anni, visse a Roma, portandovi la scienza medica di Ippocrate, con la teoria umorale sulle origini della pazzia. Galeno fu medico, si basò molto sugli studi di Asclepiade il Giovane, e seguì la filosofia, tanto che Marco Aurelio lo considerava un filosofo professionale che praticava secondariamente la medicina: "primo fra i medici", ma "unico fra i filosofi". 

Qui scrisse e operò intensamente, dimostrando pubblicamente la sua conoscenza dell'anatomia e sfidando i rivali in ogni campo: dal capezzale del malato, agli spettacoli anatomici di vivisezione (sig!) di fronte a un pubblico di intellettuali, fino alle conferenze affollate di medici. Il grande successo gli dette fama ma pure invidie. 
Ebbe come paziente il console Flavio Boeto, che lo introdusse nell'aristocrazia romana e alla corte di Marco Aurelio di cui divenne medico personale, poi curò anche Lucio Vero, Commodo e Settimio Severo. Nel 166 dovette rifugiarsi a Pergamo, per una congiura da parte di suoi rivali, secondo altri per la grande epidemia di "peste" che scoppiò a Roma. 

Venne richiamato nel 168 da Marco Aurelio e Lucio Vero, che gli ordinavano di raggiungere gli accampamenti di Aquileia per la spedizione contro Quadi e Marcomanni. Galeno trascorse l'inverno presso l'esercito, su cui infieriva l'epidemia, ma infine convinse Marco Aurelio a consentirgli di tornare a Roma, dove avrebbe dovuto occuparsi della salute del giovane Commodo.

Dal 169 si dedicò alla sua grande produzione letteraria. Probabilmente visse a corte fino alla morte di Marco Aurelio, nel 180, e abbandonò il palazzo dopo l'ascesa di Commodo, che egli considerava il più crudele tiranno della storia. Salvo che per il breve rientro a Pergamo (166-169), Galeno trascorse tutto il resto della sua vita nella corte imperiale, scrivendo e conducendo esperimenti. 

Effettuò vivisezioni di numerosi animali, per studiare la funzione dei reni e del midollo spinale, soprattutto sulle scimmie. Impiegava ben 20 scrivani per annotare le sue parole. Molte delle sue opere e manoscritti furono però distrutti nel 191 nell'incendio della biblioteca del Tempio della Pace, a cui aveva donato i suoi scritti.

Morì probabilmente nel 200, la sepoltura avvenne presso Misilmeri in provincia di Palermo, dove il medico sbarcò durante la navigazione di ritorno verso l'Asia Minore, a causa di una grave malattia.

ACCADEMIA DI GALENO

LE OPINIONI

- Credette, come Platone, che l'anima fosse divisa in tre parti e che fosse al servizio del corpo che la ospitava. 

- Pensò che lo stoicismo, il platonismo e l'aristotelismo, farebbero parte della "buona scuola" da seguire, per essere da un lato razionali e dall'altro etici. A ciò contrapponeva la "cattiva scuola" degli atomisti, che, considerando la natura composta di particelle discontinue e immutabili, la attribuiscono al caso e alla necessità, negando la provvidenza divina e i valori morali, e riducendo così la vita umana a "quella delle bestie", che a suo parere non avevano sentimenti.

- Classificò le scuole dell'epoca in tre classi: metodica, empirica e dogmatica. Quella empirica e metodica rifiutavano la necessità dello studio dell'anatomia per il medico, poiché non necessaria per la diagnosi e la terapia delle malattie, che poteva basarsi sull'esperienza, aprendo così all'arte medica una folla di incompetenti. Quella dogmatica si basava sull'anatomia e il rapporto dell'uomo con la natura. L'anatomia costituiva la prova scientifica dell'esistenza di un ordine e della provvidenza nel mondo, fornendo prove ai principi filosofici che le sostenevano.

- Nel suo "Sugli elementi secondo Ippocrate" descrive il sistema del filosofo dei "quattro umori corporei", credeva che i tessuti fossero composti dai quattro elementi della fisica aristotelica, con le rispettive qualità: acqua (liquido), terra (secco), fuoco (caldo) e aria (freddo).

- Galeno innesta la teoria umorale ippocratica sulla fisica aristotelica. Mescolandosi, e a seconda del prevalere dell’uno o dell’altro, gli elementi determinano l’equilibrio degli umori nel corpo e danno luogo a quattro temperamenti: flegmatico, melancolico, collerico e sanguigno.

- Galeno credeva nella "creazione", benché non ex nihilo (dal nulla), fatta da un singolo "creatore" per cui venne facilmente accettato dai religiosi monoteisti: cristiani, musulmani, ebrei.

- Nell'opera Il miglior medico è anche filosofo, sostiene che un buon medico deve eccellere nelle tre principali branche della filosofia: etica, logica, fisica. L'etica è necessaria perché l'intervento medicale non deve avere il fine del massimo guadagno. La logica serve per interpretare in maniera coerente i sintomi del paziente, e per confutare le teorie errate dei colleghi. La fisica per comprendere la similarità delle leggi che governano l'uomo e l'universo

- Galeno distingue tre facoltà: razionalità con sede nel cervello, passionalità con sede nel cuore, desiderio con sede nel fegato. 

- Sostenne che la mente era situata nel cervello e non nel cuore, a differenza di quanto affermava la tradizione aristotelica. 

- Per quanto riguarda la circolazione sanguigna, capì che i sistemi arterioso e venoso erano intercomunicanti attraverso minuscoli vasi, ma sbagliò sul cuore ritenendo che il sangue potesse passare direttamente dalla parte destra a quella sinistra.

- Lo spirito animale nel cervello controlla movimento, percezione e sensi, lo spirito vitale nel cuore controlla il sangue e la temperatura corporea, mentre lo spirito naturale nel fegato regola alimentazione e metabolismo.

- Nel trattato Sui semplici, in ossequio alla tradizione ippocratica che sosteneva che nella natura c'è il rimedio di ogni male, cita piante con funzioni curative anticipando la medicina naturalistica.

- Creò il "Galenos", una soluzione di alcol e oppio che aveva effetti analgesici su quasi tutti i mali, e con il quale rese dipendente dall'oppio l'imperatore Marco Aurelio. Galeno non adottò il bendaggio per bloccare le emorragie, ma perorò invece vigorosamente la pratica terapeutica del salasso come rimedio a molte patologie.
GALENO

LE OPERE   

- Scrisse opere voluminose di filosofia e medicina, di cui restano solo 108 scritti, parte nella stesura originale greca e parte nella versione araba.
- Compose decine di trattati su tutti gli aspetti del sapere medico, dall'epistemologia all'anatomo-fisiologia e alla psicofisiologia, dalla diagnostica alla terapeutica e alla farmacologia. 
- Scrisse numerosi commenti agli scritti di Ippocrate e numerose polemiche contro le tendenze rivali. 
- Ma scrisse anche trattati di argomento filosofico: di logica ed etica, su Platone, Aristotele, gli stoici, Epicuro, Favorino e altri. 
- Scrisse pure di critica letteraria ed erudizione linguistica.

Tra le centinaia di opere scritte da Galeno i più importanti furono:

- Sulla dimostrazione (De demonstratione)
- Procedimenti anatomici (Anatomicae administrationes)
- Facoltà naturali (De naturalibus facultatibus)
- Temperamenti (De temperamentis)
- Elementi secondo Ippocrate (De elementis secundum Hippocratem)
- Igiene (De sanitate tuenda)
- Metodo terapeutico (De methodo medendi)
- L'utilità delle parti (De usu partium)
- L'arte medica (De arte medica)
- Le mie opinioni (De propriis placitis)

Galeno scrisse anche dei libri per chiarire e ordinare la sua produzione e guidare il lettore ad una consultazione corretta, creando un percorso per la formazione medica e culturale. Questi scritti sono: 
- I miei libri (De libris suis)  
- L'ordine dei miei libri (De ordine librorum suorum).


I Manoscritti

- De naturalibus facultatibus lib. I-III - XV sec. - Modena - Biblioteca Estense - Fondo manoscritti -
- De temperatura simplicium medicamentorum libri XI, XV sec. - Modena - Biblioteca Estense - Fondo manoscritti -
- Galeni opera omnia - Karl Gottlob Kühn - Leipzig, Car. Cnoblochii - 1821-1833 -
- Galeno - Trattato sulla bile nera - Franco Voltaggio - Nino Aragno Editore - 2003 -
- Galeno - Nuovi scritti autobiografici -Mario Vegetti - Carocci editore - Roma - 2013 -
- Galeno - Galeni Ars medicinalis Nicolao Leoniceno interprete - Venetijs - officina Bernardini - 1537 -
- Galeno - Galeni De curandi ratione per sanguinis missionem - De sanguisugis: revulsione: cucurbitula: & scarificatione: tractatulus - Theodorico Gaudano interprete - Parisiis - apud Christianum Wechel sub scuto Basileiensi in via Iacobea - 1529 -
- Galeno - Claudii Galeni Pergameni De Hippocratis et Platonis decretis opus eruditum, & philosophis & medicis utilissimum - Ioanne Bernardo Feliciano interp. - Basileae, apud A. Cratandrum - 1535 -
- Galeno - Claudii Galeni Pergameni Vtrum conceptus in utero sit animal - M. T. Melanelio medico Antuerpien - interprete -
- Galeno - Vita medica. Hoc est, Galeni ugieinon, siue methodi sanitatis tuendae libri 6. Nova, eaque accuratissima versione, & perpetuis commentariis et castigationibus prudentissimis - Curante Sebastiano Scheffero - Francofurti - Joannis Justi Erythropili bibliop. - 1680 -
- Galeno - Claudii Galeni Pergameni - de compositione pharmacorum localium, siue secundum locos, Libri X, recens fideliter & pure conversi d. I. Cornario - Vaenales habentur Parisis, apud Geruasium Cheuallonium, sub intersignio D. Christophori - 1539 -
- Galeno - [Opere]. 1, 2, 3, 4, 5 - Basileae - 1538 -
- Galeno - Ricettario di Galeno, approuato, e molto utile alle infermità, à cui sono sottoposti li corpi humani. Con rimedi di conservare la sanità, e prolongare la vita, con altre nuove ricette, & altre da preservarsi contra il mal contagioso, Giovanni saracino (traduttore) - Bologna - A. Pisarri - 1671 -



LE CONSEGUENZE

L'autorità di Galeno dettò la medicina e i suoi metodi fino al XVI secolo. Gli eruditi musulmani le tradussero presto in arabo, assieme a quelle di molti altri classici greci, trasformando la sua opera in una delle fonti principali per la medicina islamica e per i suoi maggiori esponenti, quali Avicenna e Rhazes. Queste opere raggiunsero così l'Europa occidentale sotto forma di traduzione latina dei testi arabi.

I suoi seguaci, nella convinzione che la sua descrizione fosse completa, ritennero inutili ulteriori sperimentazioni e non procedettero oltre negli studi di fisiologia e di anatomia.

Uomo intelligentissimo ed enciclopedico mancò di una misura naturale che ridimensionasse l'antropocentrismo dell'epoca. Fu crudele con gli animali di cui eseguì numerosissime vivisezioni da svegli solo per dimostrazioni e fama. pur essendo enciclopedico non rispecchiò l'umanità, l'altruismo e la modestia di un altro grande autore enciclopedico: Plinio il vecchio.
 

BIBLIO

- Nicoletta Palmieri - L'antica versione latina del 'De Sectis' di Galeno - 1992 -
- D. Manetti (curatore) - Studi su Galeno. Scienza, filosofia, retorica e filologia - Atti del Seminario di Firenze - Dipartimento di Scienze dell'Antichità - 1998 -
- Danielle Gourevitch, I giovani pazienti di Galeno. Studio per la patogenesi dell'impero romano, Roma-Bari - Laterza - 2001 -
- Boudon-Millot, Véronique - Galeno di Pergamo. Un medico greco a Roma - Carocci - 2020 -


CLODIO TRASEA PETO


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STATUA DI TRASEA PETO

Nome: Publius Clodius Thrasea Paetus;
Nascita: Patavium, I secolo
Morte: Roma, 66
Moglie: Cecina Arria
Professione: Filosofo, scrittore ed oratore

Clodio Trasea è stato un oratore, filosofo e scrittore romano di classe senatoria, ma anche un eroe per la dignità e il coraggio mostrati contro la tirannide di Nerone.



LE ORIGINI

Publio Clodio Trasea Peto nacque da una famiglia ricca e nobile proveniente da Padova; non è nota né la data né il luogo di nascita, se fosse nato a Roma o a Padova, con cui tuttavia mantenne stretti legami come dimostra la partecipazione ai festeggiamenti in onore del fondatore, Antenore.

Ignoriamo parecchio della sua giovinezza e degli inizi della carriera politica, sappiamo solo che nel 42 contrasse matrimonio con Cecinia Arria, figlia di Cecina Peto, console suffetto nel 37. Nel medesimo anno il suocero fu implicato nella rivolta di Lucio Arrunzio Camillo Scriboniano che mirava ad eliminare Claudio e a restaurare la repubblica e pertanto fu costretto al suicidio. 

Ma lo precedette, sebbene Trasea avesse cercato di impedirlo, la moglie Arria maggiore, che coraggiosamente da se stessa si pugnalò e per invitare il marito a fare lo stesso disse la frase rimasta celebre come esempio di amore e coraggio muliebre: "Non dolet, Paete!" (Peto, non fa male!)

Probabilmente, dopo la morte del suocero, Cecina Peto, Trasea aggiunse il suo nome al proprio, prassi inconsueta per un genero che può essere letta o come un segno di grande stima nei confronti del suocero, o come segno di opposizione al principato.



CURSUS HONORUM

A seguito della morte di Claudio e l'ascesa di Nerone, Clodio ottenne, tramite l'influenza del precettore del nuovo principe, il filosofo stoico Seneca (4 a.c.- 65 d.c.), con cui aveva solida amicizia, ottenne la nomina di console suffetto nel bimestre novembre-dicembre dell'anno 56. 

Acquisì inoltre l'importante amicizia del genero Elvidio Prisco, fervente repubblicano e oppositore in seguito di Vespasiano che lo mandò morte. Trasea dopo il consolato ottenne il prestigioso incarico di "quindecimvir sacris faciundis", carica a vita che si occupava di funzioni religiose.

Aulo Persio flacco, che scrisse di aver viaggiato con lui, sostiene fosse stato nominato governatore provinciale, cosa che si dice derivata dalla sua alacre attività svolta presso le corti di giustizia, o forse per l'amicizia che aveva con Seneca.

NERONE

CONTRO NERONE

Clodio sostenne in senato nel 57 la causa di concussione avanzata dai Cilici contro il loro ex governatore, Cossuziano Capitone, molto vicino a Nerone, che fu condannato probabilmente proprio per l'influenza e la capacità oratoria di Trasea. Indirettamente fu uno sgarbo a Nerone.

L'anno seguente si oppose ad una mozione con cui i siracusani chiedevano di superare il numero legale di gladiatori per i loro giochi, criticando il fatto che il senato dovesse pronunciarsi su temi così poco importanti e non su quelli che contavano. Anche questo indirettamente fu uno sgarbo a Nerone, insinuando che avesse esautorato il senato.

Quando, poi, Nerone inviò al senato una lettera in cui giustificava l'appena compiuto omicidio della madre, Giulia Agrippina, Trasea fu il solo ad uscire dall'aula affermando di non poter dire ciò che avrebbe voluto, mentre molti senatori mostrarono la loro approvazione all'Imperatore.

Nel 62, il pretore Antistio Sosiano, che aveva scritto poesie diffamatorie su Nerone, fu accusato da Cossuziano Capitone, recentemente riabilitato in Senato su impulso del suocero di questi, Tigellino, del reato di "maiestatis" (lesa maestà). 

Trasea dissentì dalla proposta di imporre la pena di morte e invece sostenne la più lieve sanzione dell'esilio. La proposta fu approvata con larga maggioranza nonostante il parere contrario di Nerone consultato prima della votazione ed il principe fu costretto ad aderirvi per mostrarsi clemente.

Nello stesso anno, al processo contro il proconsole di Creta Claudio Timarco, accusato dai provinciali di continui abusi, per averli obbligati a frequenti voti di ringraziamento, Trasea giudicò il comportamento del proconsole e fece approvare a maggioranza un senatoconsulto che però dovette aspettare il placet di Nerone.

Nel 63 Trasea fu dispensato dal principe dal portargli i ringraziamenti, insieme alla delegazione del senato, per la nascita di sua figlia. Ciò gli fece capire di essere caduto in disgrazia, anche perché Tigellino, tra i più influenti cortigiani di Nerone, era ostile a Trasea per ave r fatto condannare suo suocero Cossuziano Capitone. 

Tuttavia si sa che Nerone disse a Seneca di essersi riconciliato con Clodio e che Seneca si fosse congratulato perché aveva recuperato un'amicizia piuttosto che averlo costretto a chiedere clemenza.



RITIRO DALLA VITA PUBBLICA

Sembra che a questo punto Trasea si sia ritirato dalla vita politica, Tacito lo fa dire a Capitone, in occasione del processo, tenutosi nel 66, che Trasea aveva da oltre tre anni disertato tutte le sedute del senato ma, occorre la fonte è poco affidabile. Potrebbe però essere vera per evitare quello che era capitato a Seneca o come tacita protesta contro il principe.

Trasea continuò a curare gli interessi dei suoi clienti e probabilmente compose anche la sua "Vita di Catone" (opera perduta), del quale condivideva la filosofia stoica e che lodò come sostenitore della libertà senatoriale contro Cesare. 

TRASEA PETO ASCOLTA LA SUA CONDANNA

IL PROCESSO

Nell'anno 66 Nerone, dopo aver represso la Congiura dei Pisoni, decise di sbarazzarsi di chiunque gli apparisse ostile e tra questi Trasea Peto e Barea Sorano. Spinto da Cossuziano Capitone, Nerone agì durante la visita del re Tiridate I di Armenia a Roma, perchè il polo non badasse alle vicende dei due illustri cittadini. 

L'accusa contro Trasea Peto fu assunta da Cossuziano Capitone e Marcello Eprio, mentre Ostorio Sabino accusò Barea Sorano, intanto Nerone escluse Trasea dal ricevimento in onore di Tiridate ma questi, per nulla intimorito, chiese la notifica dei capi d'accusa e il tempo per istruire la difesa.

Nerone, preso da timore, accolse subito le richieste di Trasea, e comandò di convocare il senato. L'imputato, consultati gli amici, decise di non partecipare al processo per evitare che Nerone infierisse sulla moglie, Arria e sulla figlia. Poi proibì al giovane tribuno Aruleno Rustico di porre il veto al decreto del senato perchè avrebbe messo in pericolo la vita del tribuno senza salvare la sua.

Il giorno del processo, il tempio di Venere Genitrice, luogo di raduno del Senato, fu circondato da due coorti della Guardia Pretoriana e appena Iniziata la seduta, il questore lesse una lettera del principe che, senza far nomi, accusava alcuni senatori di trascurare da tempo i loro doveri e di essere, pertanto, cattivo esempio anche per i cavalieri. Gli accusatori accolsero tali affermazioni come una minaccia e subito si scagliarono Cossuziano e Marcello Eprio contro Trasea e Barea Sorano, definendoli "faziosi ribelli".

A questo punto i Senatori, terrorizzati dalla minacciosa guardia pretoriana, votarono la condanna a morte nella forma del liberum mortis arbitrium ovvero l'ordine di suicidarsi. Trasea Barea Sorano e sua vennero condannati al suicidio, il genero Elvidio Prisco fu esiliato insieme agli amici Paconio Agrippino e Curzio Montanoa.



LA MORTE

Al tramonto, Trasea che ascoltava con i suoi ospiti il filosofo cinico Demetrio sulla natura dell'anima e la separazione dello spirito dal corpo, ricevette da uno dei suoi intimi, Domizio Ceciliano, la notizia della condanna. 
Esortò gli amici a non disperarsi e a ritirarsi in gran fretta per evitare di compromettere le loro sorti con la sua, poi persuase la moglie Cecinia Arria che, memore della madre, si preparava a seguire nella morte il marito, a restare in vita e a non privare la figlia, Fannia, dell'unico sostegno.

Mentre Trasea si avviava sereno al portico, avendo saputo che il genero, Elvidio Prisco, era stato solo esiliato, giunse il questore a comunicargli la condanna. Si ritirò, quindi, accompagnato da Demetrio e dal genero, nelle proprie camere, porse ad uno schiavo le vene di entrambe le braccia e, come il sangue scorse, lo sparse a terra libando a Giove Liberatore sempre alla presenza del questore. Infine, dopo molte sofferenze, morì.


BIBLIO

- Tacito  - Annales  -
- Cassio Dione Cocceiano - Historia Romana - libri LXVI-LXVII -
- Plinio il Giovane - Epistulae -
- J. Geiger - Munatius Rufus and Thrasea Paetus on Cato the Younger - Athenaeum - 1979 -
- P.A. Brunt - Stoicism and the Principate, PBSR - 1975 -
- V. Rudich - Political Dissidence under Nero - Londra - 1993 -
- O. Devillers - Le rôle des passages relatifs à Thrasea Paetus dans les Annales de Tacite - Neronia - Bruxelles - Collection Latomus - 2002 -
- T. E. Strunk - Saving the life of a foolish poet: Tacitus on Marcus Lepidus, Thrasea Paetus, and political action under the principate - Syllecta Classica - 2010 -

MACROBIO AMBROGIO TEODOSIO - MACROBIUS A. THEODOSIUS


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Nome: Macrobius Ambrosius Theodosius
Nascita: 385, Le Kef, Tunisia (forse)
Morte: 430 (forse)
Professione: scrittore, filosofo, grammatico e studioso di astronomia


"Una prima Venere nacque dal Cielo e dalla dea del giorno e a lei consacrato
il tempio che avemmo occasione di vedere in Elide; una seconda sorse dalla
spuma del mare e dalla sua unione con Mercurio sappiamo che nacque il
secondo Cupido; la term, figlia di Giove e di Dione, andb sposa a Vulcano,
ma sappiamo che da lei e da Marte nacque Anteros; la quarta nacque da Siria e
da Cipro, prende il nome di Astarte e si tramanda che abbia sposato Adone"

(Macrobio - Saturnali)

Della vita di Macrobio non si sa molto e quel poco che è stato tramandato dai suoi contemporanei non è del tutto affidabile. Così è stato in dubbio se andasse identificato con il Macrobio che fu proconsole d'Africa nel 410 o col Teodosio prefetto del pretorio d'Italia, Africa e Illirico nel 430, identificazione oggi condivisa dalla maggior parte degli studiosi.

Macrobio Ambrogio Teodosio, noto anche semplicemente come Teodosio, era dunque un provinciale romano, probabilmente del Nord Africa, che visse all'inizio del V secolo, nell'ambiente pagano di Simmaco, e nel passaggio dell'Impero romano a quello bizantino, in un tempo in cui il latino era diffuso come il greco tra le élite.

Ambrosius Theodosius Macrobius (385 circa – 430 circa) fu scrittore, grammatico, astronomo, e funzionario romano del V secolo. Però come astronomo sostenne la teoria geocentrica il che non gli fa molto onore perchè all'epoca gli astronomi e fisici più evoluti credevano alla terra tonda e l'eliocentrismo.

L'eliocentrismo ipotizza che il Sole sia al centro del sistema solare e dell'universo (la distinzione fra sistema solare ed universo non è stata chiara fino a tempi recenti) mentre il geocentrismo pone la terra al centro dell'universo.

GEOCENTRISMO

Ebbe almeno un figlio Eustatio, a cui dedicò il Commento al Sogno di Scipione ed i Saturnali, ed alcuni lo identificano con Plotino Eustatio, prefetto di Roma nel 462.

In base a varie considerazioni sul contenuto delle sue opere si può concludere che Macrobio fosse senz'altro pagano, tuttavia lo scrittore non prese mai posizioni combattive contro il Cristianesimo, che anzi sembrava ignorare, forse per accortezza ed amore di tranquillità.



LE IDENTIFICAZIONI

- Il Codice Teodosiano registra un praepositus sacri cubiculi, un alto funzionario della corte dell'Impero romano, responsabile capo degli assistenti personali dell'imperatore, i cubicularii, istituito in età tetrarchica, denominato Macrobio nel 422 che però di norma era un eunuco mentre Macrobio ebbe moglie e figli.

- Secondo altri si identificherebbe con il Teodosio dedicatario delle Fabulae di Aviano (IV-Vsecolo).

- Secondo altri ancora ricoprì una carica pubblica che gli conferiva l'appellativo di Vir Illustris e si tende a identificarlo con un prefetto d'Italia in carica nel 483.

- Altri studiosi l'hanno identificato con un Macrobio menzionato nel "Codex Theodosianus" come prefetto del pretorio in Spagna (399-400) ma che si chiamava "Flavio Macrobius Maximianus".

- Secondo alcuni è infine da identificarsi con un Macrobio che nel 410 d.c. fu proconsole d'Africa, e questa sembra la tesi più attendibile.



IL NOME

L'ordine corretto dei suoi nomi è "Macrobio Ambrogio Teodosio", che è il modo in cui appare nei primi manoscritti dei Saturnali, e pure come è dichiarato negli estratti dal suo "De Differentiis" perduto. 

Invece nei manoscritti successivi i suoi nomi furono invertiti in "Ambrosius Theodosius Macrobius", che James Willis adottò per la sua edizione del Commentario. Alan Cameron nota che sia Cassiodoro che Boezio lo chiamarono "Macrobio Teodosio", mentre era conosciuto durante la sua vita come "Teodosio": la dedica al "De Differentis" è rivolta a "Teodosio Symmacho suo" (Teodosio al suo Simmaco), e per l'epistola dedicatoria a Flavio Aviano "Favole", dove è citato come "Theodosi optime".

Nella sua filisofia prevale il neoplatonismo con Plotino (205-266 d.c.), Porfirio (234-305) e Giamblico (280-330), una corrente di pensiero che tendeva a superare le differenze di credo per riconoscere un concetto universale di spiritualità. 

Insomma due cose appaiono certe agli storici moderni: che Macrobio nacque nell'Africa romana e che non professasse il Cristianesimo (come creduto nel Medioevo, e forse è per questo che le sue opere si sono salvate), ma fosse invece pagano.

Le ali della libertà: Galileo Galilei e la riflessione epistemologica
ELIOCENTRISMO
LE OPERE

- Commentarii - 

Nei "Commentarii in Somnium Scipionis", partendo dal "Somnium Scipionis" di Cicerone, scrisse un commentario in due libri, dedicato al figlio Eustazio, in cui emerge il pensiero filosofico neoplatonico: « Dio, che è origine di tutto ciò che esiste, crea la mente, che crea l'«anima del mondo; a sua volta l'anima del mondo, a poco a poco, volgendo indietro lo sguardo, essa stessa, incorporea, degenera fino a diventare matrice dei corpi ».

Ampiamente copiato dal "Commentario sul sogno di Scipione", una delle più importanti fonti per il platonismo nell'Occidente latino durante il Medioevo, il Somnium Scipionis è una parte del sesto e ultimo libro del "De re publica" di Cicerone, su cui Macrobio scrisse un commento neoplatonico. Nel Medioevo, il Somnium Scipionis divenne così popolare che fu inquinato da più copie, e oggi è impossibile stabilirne una autentica. 

Al suo arrivo in Africa, ospite alla corte di Massinissa, Scipione Aemilianus viene visitato dal defunto nonno (adottante), Scipione Africanus, eroe della II Guerra Punica, e si ritrova a guardare Cartagine "da un luogo alto, pieno di stelle, splendente e splendido". I

Il nonno gli annuncia che come ricompensa dopo la morte "abiterà... quel cerchio che risplende tra le stelle..  la Via Lattea", e gli spiega la costituzione dell'universo da un punto di vista stoico e neoplatonico, e così Macrobio disquisisce sulla natura del cosmo e sostiene che il diametro del Sole sia il doppio del diametro della Terra. Tuttavia, Scipione Emiliano vede che Roma è una parte insignificante della terra, e che l'universo è composto da nove sfere celesti. 

IL SIMPOSIO

I SATURNALIA
Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall'origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. 

Questa festa si celebrava ogni anno, dal 17 al 23 dicembre, in onore di Saturno. Si favoleggiava che questi era stato il Dio dell’età dell’oro, quando gli uomini vivevano felici, nell’abbondanza di tutte le cose; e tali condizioni di quel tempo fortunato si volevano rievocare proprio in quei giorni, durante i quali si festeggiava con conviti e banchetti: sia quello pubblico, alla fine del quale i convenuti si scambiavano il saluto augurale, “Io, Saturnalia”; sia quelli privati, dove s’invitavano parenti ed amici per crapulare, giocare ai dadi e scambiarsi doni.

Nel libro dodici personaggi dell'aristocrazia romana ed esponenti della classe senatoria della fine del IV secolo dialogano un po' all'uso greco e con serena intimità conviviale di vari argomenti. L'autore immagina dunque che durante le feste di Saturno alcuni fra i più autorevoli eruditi del tempo, tra i quali vi è il giovane Servio Mario Onorato, grammatico e commentatore romano, conversino su questioni dotte.

Essi si riuniscono a Roma il primo giorno in casa di Vettio Agorio Pretestato, esponenti di rilievo della religione romana, che cercò di proteggere e custodire dall'avanzata del Cristianesimo; fu sacerdote e iniziato di molti culti, oltre che studioso di letteratura e filosofia.

Il giorno successivo si riuniscono in casa rispettivamente del nobile Virio Nicomaco Flaviano, grammatico, storico romano e pagano, che collaborò con Eugenio nell'ultimo tentativo di restaurare l'antica religione romana. 

Il terzo e ultimo giorno si riuniscono presso il senatore e scrittore romano Quinto Aurelio Simmaco, il più grande oratore latino della sua epoca, paragonato dai contemporanei a Cicerone; la sua famosa relazione sulla controversia riguardante l'altare della Vittoria. 

Il libro è anche un compendio di antiche tradizioni religiose romane e antiquarie. In latino: "Saturnaliorum Libri Septem", "Sette libri dei Saturnali ", e consiste in un resoconto delle discussioni tenute nella casa di Vettius Agorius Praetestatus, nobile romano e sacerdote pagano, uomo colto e forbito durante la festa dei Saturnali. Contiene una grande varietà di curiose discussioni storiche, mitologiche, critiche, antiquarie e grammaticali, che si verificano tra gli uomini dotti in un banchetto immaginario.

- Il I libro è dedicato a un'inchiesta sull'origine dei Saturnali e delle feste di Giano, che conduce a una storia e alla discussione del calendario romano, e a un tentativo di derivare tutte le forme di culto da quella del Sole.

- Il II libro inizia con una raccolta di detti, a cui tutti i presenti danno il loro contributo, molti dei quali attribuiti a Cicerone e Augusto; una discussione di vari piaceri, specialmente dei sensi, sembra quindi aver avuto luogo, ma quasi tutto questo è perduto.

- Il III, il IV, il V e il VI libro sono dedicati a Virgilio, sulla sua cultura in materia religiosa, in retorica, sul quanto deve del suo stile ad Omero (con un confronto tra l'arte dei due) o ad altri scrittori greci, o a poeti latini. L'ultima parte del III libro è ripresa con una dissertazione sul lusso e le leggi suntuarie intese a controllarlo.

Dal nome e dall'origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. che è in realtà il fulcro del libro (libro III-VI) dove si discorre di passi difficili e controversi, nonchè della superiorità rispetto ad Omero e dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica. 

Infine si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l'uovo o la gallina? (libro VII però incompleto). 

«"Ovumne prius extiterit an gallina?"... ovum prius a natura factum iure aestimabitur. Semper enim quod incipit inperfectum adhuc et informe est et ad perfectionem sui per procedentis artis et temporis additamenta formatur: ergo natura fabricans avem ab informi rudimento coepit, et ovum, in quo necdum est species animalis, effecit: ex hoc perfectae avis species extitit procedente paulatim maturitatis effectu. »

« "È nato prima l'uovo o la gallina?" ...si ritiene, a ragione, che l’uovo sia stato creato per primo dalla natura. Infatti per primo ha origine ciò che è imperfetto e per giunta informe e attraverso qualità e tappe progressive prendono forma le aggiunte (intese come le caratteristiche dell’individuo adulto): dunque la natura cominciò a formare l’uccello da materia informe e produsse l'uovo, nel quale non vi è ancora la specie di animale: da questo a poco a poco ha origine una specie perfetta di uccello in seguito a un progressivo effetto di maturazione. »

(Ambrogio Teodosio Macrobio, Saturnalia VII,16) 

- Il VII libro consiste principalmente nella discussione di varie questioni fisiologiche.

La forma della Saturnalia viene copiato dal Simposio di Platone e dalle Noctes Atticae di Gellio; le autorità principali (i cui nomi, tuttavia, non sono citati) sono Gellio, Seneca, Plutarco ( Quaestiones conviviales ), Ateneo di Naucratita e i commenti di Servio Onorato e altri su Virgilio.

Macrobio recupera un mondo passato per far sopravvivere un'identità culturale in un mondo sconvolto da eventi storici epocali. La salita al potere di Teodosio I, l'obbligatorietà della conversione al cristianesimo e lo spostamento della corte da Milano a Ravenna del 402, poi il sacco di Roma nel 410, segnano la fine di un mondo epico e glorioso a cui Macrobio oppone valori ed ideali di un mondo pagano degno di essere tramandato.

"E" A FORMA D'UOMO CHE SCRIVE, PROBABILMENTE LO STESSO MACROBIO

Sette libri dei Saturnalia

Questo codice della Collezione Plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze contiene il testo completo dei Saturnalia del IV-V secolo dell'autore latino Macrobio. E' una serie di dialoghi tra dotti in un banchetto immaginario in cui si discute di antichità, storia, letteratura, mitologia e altri argomenti. 

Il manoscritto potrebbe essere stato copiato da uno scriba della cerchia di copisti di Bernardo Nuzzi a Firenze. Organizza i sette libri originali di Macrobio in cinque libri. L'iscrizione sul recto del foglio 117 afferma: 
" Questo libro apparteneva al re Mattia di Ungheria; acquistato a Costantinopoli dall'oratore e inviato francese Sir Antonio Bruciolo nella forma che mi fu inviato da Pier Francesco Riccio il 29 febbraio 1544. "

Mattia Corvino d'Ungheria (1443-90) creò la Bibliotheca Corviniana, ai suoi tempi uno delle migliori biblioteche d'Europa. Dopo la sua morte, e soprattutto dopo la conquista di Buda da parte dei Turchi nel 1541, la biblioteca fu dispersa e gran parte della collezione fu distrutta, con i volumi sopravvissuti sparsi in tutta Europa. 

La Collezione Plutei, che contiene un numero di volumi della Biblioteca Corvinus, è composta dai circa 3.000 manoscritti e libri delle proprietà private della famiglia Medici, che, rilegati in pelle rossa con lo stemma dei Medici, erano disposti sulle panchine della Laurenziana quando la biblioteca aprì per la prima volta al pubblico nel 1571. 

Cosimo de 'Medici (1389-1464) è noto per aver posseduto 63 libri nel 1417-18, che crebbe a 150 dal momento della sua morte. I suoi figli Piero (1416-69) e Giovanni (1421-1463) si contesero l'un l'altro nel commissionare manoscritti miniati. 

Lorenzo il Magnifico (1449-92), figlio di Piero, acquisì un gran numero di codici greci e, a partire dal 1480, copie ordinate di tutti i testi mancanti nella biblioteca con l'obiettivo di trasformare la biblioteca mediceo in un importante centro di ricerca. 

Dopo l'espulsione dei Medici da Firenze nel 1494, i libri furono presi dalla famiglia. Giovanni de 'Medici, eletto papa Leone X nel 1513, restaurò la collezione ai Medici, e un altro papa mediceo, Clemente VII (Giulio de' Medici), organizzò la fondazione della Laurenziana.


- De differentiis et societatibus graeci latinique verbi -

cioè " Sulle differenze e le somiglianze del verbo greco e latino ", che è andato perduto. Di questo terzo lavoro sulle differenze e le somiglianze del verbo greco e latino, in effetti possediamo solo un riassunto di un certo Johannes, dubbio identificato con Johannes Scoto Eriugena (IX secolo).

MACROBIO DA' IL LIBRO AL FIGLIO EUSTACHIO (DA COPIA DEL 1100 DEL SOGNO DI SCIPIONE

LE ORIGINI

Si sa poco su Macrobio, di se stesso egli dichiara all'inizio dei Saturnali che era "nato sotto un cielo straniero" ( sub alio ortos caelo ), ed entrambe le sue opere maggiori sono dedicate a suo figlio, Eustachius. Dalle sue opere si presuppone che fosse pagano.

Secondo il latinista Terrot Glover, Macrobius è un greco o nato in una terra di lingua greca, visto la sua profonda conoscenza della letteratura greca. 
Secondo JE Sandys Macrobius è nato in una provincia greca, ma secondo altri Macrobio conosceva molto più il latino che il greco, per cui si presuppone la provincia del Nord Africa, dove si parlava latino.


EUSTAZIO

Macrobio Plotino Eustazio, ovvero Macrobius Plotinus Eustathius, fu un politico romano, praefectus urbi di Roma nel 461/5, probabilmente figlio dello scrittore Ambrogio Teodosio Macrobio.

Delle tessere bronzee quadrate con iscrizioni in argento e di provenienza ignota attestano l'esistenza di un praefectus urbi di nome Plotinus Eustathius nel periodo in cui Ricimero tenne il rango di patricius, ovvero tra il 457 (anno in cui gli fu conferito) e il 472 (anno in cui morì).

È stata spesso proposta la sua identificazione con l'Eustazio figlio di Macrobio, a cui l'autore dedicò sia i Saturnalia sia i Commentarii in Somnium Scipionis; il fatto che Macrobio considerasse Plotino il più grande filosofo insieme a Platone rende verosimile che suo figlio avesse ricevuto il nome di Plotino.

La scoperta di una nuova iscrizione proveniente da Roma, in cui il nome del praefectus è dato come Macrobio Plotino Eustazio, ha dato nuova forza a questa ipotesi; se la dedica di Macrobio padre fosse stata vergata negli anni 430 per un figlio ancora bambino, il Macrobio praefectus urbi avrebbe potuto avere quarant'anni negli anni 460 e dunque essere dell'età giusta per tenere quella magistratura.

Inoltre avrebbe potuto avere un figlio, Macrobio Plotino Eudossio, che negli anni 480 fosse ventenne e amico di quel Quinto Aurelio Memmio Simmaco console del 485 con cui Plotino Eudossio revisionò il testo del Commentarium del nonno Ambrogio Teodosio. La nuova iscrizione attesta che Macrobio Plotino Eustazio si occupò di spostare a proprie spese delle statue antiche da luoghi ormai desolati e nascosti in zone più in evidenza.


LE ALTRE OPERE

Macrobio compose anche un'opera grammaticale dedicata al verbo greco e latino, "De verborum graeci et latini differentiis vel societatibus", titolo molto migliore rispetto al più diffuso "De differentiis vel societatibus graeci latinique verbi", basato sia su fonti grammaticali greche, soprattutto Apollonio Discolo, che latine (Gellio e una fonte anonima utilizzata anche da Carisio e Diomede).

L'opera nella sua forma originale è andata distrutta ma ne restano molti estratti, i più importanti dei quali sono quelli realizzati nel IX secolo molto probabilmente ad opera di Giovanni Scoto Eriugena, monaco cristiano, teologo, filosofo e traduttore irlandese, filosofo altomedievale e traduttore dell'opera dello Pseudo-Dionigi.

Un altro gruppo di estratti, più limitato ma molto valido, è conservato in alcuni fogli di un manoscritto compilato fra il VII e l'VIII secolo dello Scriptorium di Bobbio, un importante centro scrittorio e biblioteca fondato dall'abate Attala nel VII secolo presso l'Abbazia di San Colombano a Bobbio, che fu per tutto il Medioevo uno dei più importanti centri monastici europei. Nel 982, custodiva oltre 700 codici e tra il VII e il IX secolo fu il maggior centro di produzione libraria in Italia, uno dei maggiori in Europa. 

L'operetta macrobiana è stata poi largamente utilizzata da un trattato grammaticale sul verbo latino, composto forse in area orientale e tramandato anch'esso da un codice proveniente dallo Scriptorium di Bobbio. 

A questo punto è evidente che la perduta trattazione macrobiana fosse destinata, più che ad una utilizzazione scolastica, a spiegazioni e discussioni erudite delle analogie fra il sistema verbale greco e quello latino, utile solo a un lettore colto, che avesse buona formazione linguistica sia in greco che in latino. VInoltre questa trattazione è l'unica opera latina, di cui abbiamo conoscenza fino ad oggi, mirata ad un'analisi sistematica delle somiglianze linguistiche fra greco e latino, che trova qualche analogia solo in alcune sezioni della grammatica di Prisciano.



LA CRITICA

Durante il Medioevo Macrobio fu identificato come un autore cristiano e per questo poté godere di una buona reputazione, che gli permise di essere letto, studiato e citato dai più illustri filosofi come Pietro Abelardo (filosofo, teologo, studioso scientifico e compositore francese). Ciò derivò soprattutto dal fatto che asserì la teoria geocentrica tanto cara ai cattolici perchè non smentiva le sacre scritture.

Le sue opere furono copiate dagli amanuensi nei monasteri e pertanto non venne dimenticato, ma, terminato il Medioevo, forse per la ragione opposta, e cioè in quanto ritenuto cristiano, in un primo tempo non venne considerato dagli umanisti, che poi invece lo ripresero.

L'appartenere ad un periodo così tardo della storia antica non gli ha mai giovato e solo oggi si sta riprendendo lo studio delle sue opere in modo più approfondito, pur con meno intensità rispetto al Medioevo.

In effetti gli studiosi oggi non analizzano tanto l'opera di Macrobio per conoscerne e apprezzarne il pensiero, ma cercano più che altro di dargli una datazione e un'identità. Del resto la sua opera non fornisce spunti storici che è ciò che più preme ai contemporanei.


Edizioni e traduzioni 

- Robert A. Kaster - Macrobius: Saturnalia - Biblioteca classica Loeb - Cambridge - Londra - Harvard University Press - 2011 -
- Percival Vaughan Davies - Macrobius: Saturnalia - New York - Columbia University Press - 1969 -
- William Harris Stahl - Macrobius: commento al sogno di Scipione - New York - Columbia University Press - 1952 - 1966 -
- Macrobius, Ambrosius Aurelius Theodosius (1400s) - Sette libri dei Saturnali: Codice della Collezione Plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze - World Digital Library - Estratto il 28-02-2014 .


BIBLIO

- Ambrogio Teodosio Macrobio - In Somnium Scipionis - (Venetiis..., Per Augustinum de Zannis de Portesio: ad instantia Do. Lucam Antonium de Giunta, 1513 Die xv. Iunii) -
- Macrobio - Commento al sogno di Scipione - Saggio introduttivo di Ilaria Ramelli - traduzione, bibliografia, note e apparati di Moreno Neri - Milano - Bompiani - 2007 -
- Priscien - Grammaire - Livre XIV - XV - XVI - XVII  Syntaxe I - XVIII Syntaxe II - Paris - Vrin - 2010 - 2018 -
- Glover, T. R. (Terrot Reaveley) - The conflict of religions in the early Roman empire. 3d ed. London: Methuen e co. - 1909 -



TITO POMPONIO ATTICO - TITUS POMPONIUS ATTICUS


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TITO POMPONIO ATTICO

Nome: Titus Pomponius Atticus
Nascita: Roma, 110 a.c.
Morte: Roma, 31 marzo del 32 a.c.
Moglie: Caecilia Pilea
Figli: Pomponia Cecilia Attica, Titus Pomponius Atticus
Madre: Caecilia Metella
Padre: Tito Pomponio
Professione: Scrittore


Tito Pomponio Attico (110 a.c. – Roma, 31 marzo 32 a.c.) fu cavaliere romano, ma pure finanziere, promotore culturale e scrittore, confidente e consigliere dei potenti dell'epoca. Le notizie sulla sua vita emergono dalla Vita di Attico di Cornelio Nepote e dalle Lettere ad Attico di Cicerone (queste ritrovate da Petrarca).

Di «stirpe romana di antichissima origine, conservò per tutta la vita la dignità equestre, retaggio degli antenati». Fin da ragazzo, Pomponio rivelò la sua brillante natura nella filosofia e nella retorica, conquistandosi le simpatie di Lucio Manlio Torquato (console nel 65 a.c.), Gaio Mario il Giovane (figlio del famoso omonimo) e Marco Tullio Cicerone.



L'EPICUREO

Fu alunno del filosofo epicureo Fedro, su cui orientò le sue scelte di vita. Fu lui a far conoscere Lucrezio a Cicerone, e qualcuno ha ipotizzato che potesse essere lui il vero autore del De rerum natura, di Lucrezio, evidentemente poco sensibile alla personalità di quest'ultimo.

Rimasto orfano di padre si trasferì nell'autunno dell’86 a.c. ad Atene, dove visse un ventennio guadagnandosi il soprannome di “Attico”, per approfondire i suoi studi ma soprattutto per evitare la guerra civile dell’88 a.c., essendo parente del tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo, sostenitore di Mario contro Silla. Seppur fuggiasco aiutò Mario il giovane, dichiarato nemico pubblico, donandogli denaro durante il suo esilio.

T. POMPONIO ATTICO


VITA ATENIESE

Trasferito il suo ingente patrimonio ad Atene, Tito Pomponio si guadagnò la simpatia e la stima degli ateniesi distribuendo gratuitamente frumento e prestando denaro al le finanze pubbliche, sempre pronto ad elargire un nuovo prestito, se il vecchio non poteva essere onorato, a onesti interessi. 

Per questo più volte gli venne offerta la cittadinanza che lui declinò per non perdere la cittadinanza romana.
Silla, comprendendo il suo valore, espugnata Atene il primo marzo dell’86 a.c., voleva portarselo a Roma, ma Pomponio lo dissuase: 

“Ti prego, non portarmi contro coloro dai quali mi sono allontanato, lasciando l’Italia per non essere loro compagno contro di te”. 



L'EPISTOLARIO CON CICERONE

Quando poi Cicerone, nel 79 a.c., trascorse sei mesi ad Atene, la loro amicizia si rinsaldò, si da dar luogo a un fittissimo e duraturo scambio di lettere, a partire dal novembre del 68 a.c.. Il tutto ampliato dal matrimonio tra suo fratello Q.Tullio e la sorella di Attico. Inoltre Pomponio fu grande amico del grande oratore Q. Ortensio, uno dei massimi esperti di eloquenza. 

Tornò più volte a Roma ma solo per sostenere i suoi amici durante le elezioni, senza peraltro esserne coinvolto. Secondo il principio epicureo per cui «Tra i beni che la saggezza si procura per raggiungere la felicità, nell'intero corso della vita, l’acquisto dell’amicizia è di gran lunga il più grande».
Scrive Attico a Cicerone: «Per me una certa voglia di brigare ha fatto da guida nella scalata ansiosa alle cariche pubbliche, invece a te un orientamento spirituale tutto diverso, che non è affatto da biasimarsi, ha aperto la strada verso il ritiro tranquillo e onorato nella vita privata».
Infatti Attico, aveva scelto un onestum otium, all'attività militare e politica di Cicerone, che in fondo esecra chi si astiene dalle lotte politiche, tuttavia riconoscendo all'amico, colpevole di essere epicureo, notevoli virtù, come la liberalità, l'onestà, la continenza. 


LA RES PUBLICA IN PERICOLO

Le lettere di Cicerone ad Attico, raccolte in sedici volumi, rivelano comunque i suoi forti timori per la salus rei publicae, cioè che qualcuno per la sua ambizione faccia cadere, come poi fu, la repubblica.

TITO LUCREZIO CARO
Nel 65 a.c. Attico tornò definitivamente a Roma, restò fuori dalla vita pubblica, pur tenendo per gli Ottimati.

Conservò un atteggiamento di assoluta neutralità anche durante la guerra civile romana di Cesare (49-45 a.c.), che, difatti, non importunò Attico, sebbene questi avesse elargito denaro ai suoi amici in partenza per raggiungere Pompeo. 
Dopo l'uccisione di Cesare (Idi di marzo del 44 a.c.), ebbe rapporti amichevoli con Bruto, ma rifiutò l'alleanza politica, pur offrendo
loro denaro.

Aiutò poi i familiari di Antonio quando, dopo la guerra di Modena del 43 a.c., venne dichiarato nemico pubblico e Antonio, divenuto triumviro nell'ottobre dello stesso anno, non solo non pose Attico nelle liste di proscrizione, nonostante fosse amico di Bruto e Cicerone, ma combinò il matrimonio della figlia di Attico, Pomponia Cecilia Attica, con un intimo amico di Ottaviano, Marco Vipsanio Agrippa.


OTTAVIANO

Ottaviano ebbe grande stima di Attico, che frequentò e spesso consultò anche attraverso una corrispondenza epistolare: inoltre fece sposare la figlia di Attico, al suo figliastro Tiberio una nipote di Attico, la figlia di Agrippa, Vipsania Agrippina, anche se il futuro imperatore l'avrebbe, poi, dovuta ripudiare per ragione di Stato. Attico fu in grado di ottenere la benevolenza sia di Ottaviano che di Antonio, pure essendo nemici tra loro.


L'IMPRENDITORE E LO SCRITTORE

Ormai ricco Attico aveva acquistato nel 68 a.c. una vasta tenuta in Epiro, nella regione di Buthrotum (Butrinto) che fu addetta alla vendita di prodotti agricoli e di bestiame, inoltre ereditò un ricco patrimonio da uno zio materno, Quinto Cecilio di dieci milioni di sesterzi oltre alla domus Tanfiliana sul colle Quirinale. Si circondò di schiavi eruditissimi, lettori ottimi e moltissimi copisti. In più guadagnava dai prestiti bancari e da scuole di addestramento dei gladiatori. 

Nella sua enorme ricchezza Pomponio non cambiò mai il suo stile di vita di vita, creando poi nella villa Tanfiliana un notevole centro culturale con «eccellenti lettori e numerosi copisti». Attico stesso fu scrittore prolifico, anche se dei suoi scritti non ci è pervenuto nulla a causa delle devastazioni barbare e religiose.

Seguì puntualmente la storia antica, con il Liber Annalis, dove registrò le magistrature, le leggi, le guerre e altre vicende importanti. Scrisse, poi, ispirandosi a Varrone, le Imagines, schede pinacografiche (rassegna di composizioni erudite greche e romane) di uomini illustri accompagnati da un epigramma (iscrizione poetica encomiastica o dedicatoria). 

Infine, su commissione, scrisse genealogie di prestigiose famiglie romane, e un libro in greco sul consolato di Cicerone.
Attico pubblicò la corrispondenza con Cicerone ma senza la parte scritta da lui, ligio al principio di rimanere nell'ombra.

RESTI DI BUTRINTO

LA MORTE


Pomponio godette costantemente di buona salute, ma all'età di settantasette anni contrasse una violenta malattia intestinale che lo indusse in breve tempo alla morte. Si astenne dal cibo il più possibile dal cibo per evitare di aggravare la malattia, ma dopo quattro giorni dacché aveva preso la decisione di morire e morì pacificamente.

Ciò dimostra che il suo epicureismo non fu una soluzione mentale  per darsi un certo equilibrio, ma qualcosa di vero e sentito interiormente raggiunto. Come da lui predisposto, il suo funerale fu all'insegna della sobrietà senza pompe funebri, ma accompagnato da un’immensa folla popolare.


BIBLIO

- Pierre Grimal - Les mémoires de Titus Pomponius Atticus - Belles Lettres - 1976 -
- M. T. Cicerone - Epistole ad Attico - a cura di C. Di Spigno - Torino - UTET - 1998 -
- Cornelio Nepote - Gli uomini illustri - a cura di L. Canali - Roma-Bari - Laterza - 1983 - 
- Cornelio Nepote - Vita di Attico -  trad. a cura di L. Canali: alere morbum -
- M. Pani - Sul rapporto cittadino, politica a Roma fra repubblica e principato - in Politica Antica - Pisa - Carocci editore - 2011 -



 

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