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CLAUDIO TOLEMEO - CLAUDIUS PTOLEMAEUS


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Nome: Κλαύδιος Πτολεμαῖος, Klaúdios Ptolemaîos, latino: Claudius Ptolemaeus
Nascita: Ptolemais Hermiou (?) 100 circa
Morte: Alessandria 168-170
Professione: Matematico, astronomo, filosofo naturale, geografo e astrologo



IL NOME

Tolomeo (Πτολεμαῖος Ptolemaîos) è un nome personale greco antico che ricorre una sola volta nella mitologia greca omerica. Era comune tra l'alta classe macedone e lo troviamo nell'esercito di Alessandro. Un certo Tolomeo si fece faraone nel 323 a.c.: Tolomeo I Soter. Tutti i successivi faraoni d'Egitto fino a quando non divenne una provincia romana nel 30 a.c., furono anch'essi Tolomei.

Il nome Claudio invece è un nome romano, appartenente alla gens Claudia, una famosa gens che dette anche imperatori. Gerald Toomer, il traduttore dell'Almagesto di Tolomeo in inglese, suggerisce che la cittadinanza fu probabilmente concessa a uno degli antenati di Tolomeo dall'imperatore Claudio o dall'imperatore Nerone.

L'astronomo persiano del IX secolo Abu Maʻshar presenta Tolomeo come un membro della stirpe reale dell'Egitto tolemaico, perchè i discendenti del generale alessandrino e faraone Tolomeo I Soter erano saggi "e includevano Tolomeo il Saggio, che compose il libro dell'Almagesto".  

Non v'è dubbio che l'astronomo che scrisse l'Almagesto scrisse anche la Tetrabiblos come sua controparte astrologica. Nelle fonti arabe successive era spesso conosciuto come "l'Alto Egiziano", come potesse avere origini nell'Egitto meridionale. Astronomi, geografi e fisici arabi si riferivano al suo nome in arabo come Baṭlumyus.



CLAUDIO TOLOMEO

Claudio Tolomeo è stato un matematico, astronomo, filosofo naturale, geografo e astrologo che
visse nella città di Alessandria nella provincia romana dell'Egitto sotto il dominio dell'Impero Romano, aveva un nome latino da cui si suppone che avesse ottenuto la cittadinanza romana. 

L'astronomo del XIV secolo Theodore Meliteniotes ha dato il suo luogo di nascita come l'importante città greca Ptolemais Hermiou (Πτολεμαΐς 'Ερμείου) nella Tebaide (Θηβᾱΐς). Questa attestazione è però fuori del suo tempo e non ci sono altre prove a sostegno.

Aveva una cultura sia greca che babilonese e pure caldea. Pertanto Tolomeo non solo citava filosofi greci ma pure la teoria lunare babilonese per cui la Luna influenzava le maree sulla Terra. D'altronde i Babilonesi furono i primi a riconoscere la periodicità dei fenomeni astronomici ed i primi ad applicare la matematica alle loro predizioni. 

Lo studioso caldeo Seleuco di Seleucia (190 a.c.), conosciuto grazie agli scritti di Plutarco, sostenne la teoria eliocentrica, per cui la Terra ruota attorno ad un proprio asse e contemporaneamente attorno al Sole. Secondo Plutarco, Seleuco fornì addirittura delle prove in sostegno alla tesi, anche se non sappiamo quali.

Scrisse diversi trattati scientifici, tre dei quali furono importanti, se non la base, per la successiva scienza bizantina, islamica e dell'Europa occidentale tutta.


CLAUDIO TOLOMEO


L'ALMAGESTO

Il primo è il trattato astronomico dell'Almagesto, anche se originariamente era intitolato "Trattato matematico" (Μαθηματικὴ Σύνταξις - Mathematiké sýntaxis) e poi conosciuto come "Il grande trattato" (Ἡ Μεγάλη Σύνταξις - Megále sýntaxis). Invece il nome attuale deriva dall'arabo al-Magisṭī, un adattamento della parola greca Μεγίστη, "Megíste" ("grandissima"), con cui era generalmente indicata l'opera.

Il libro inizia con un'introduzione che vuole dimostrare scientificamente l'immobilità della Terra, poi segue la descrizione matematica del moto del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora conosciuti (Marte, Venere, Mercurio, Giove, Saturno). 

Tolomeo è interessato alle velocità angolari degli astri (velocità con cui un angolo viene spazzato dal raggio vettore di un punto che si muove lungo una curva) ma non alle variazioni delle distanze dall'osservatore pertanto non spiega le diverse luminosità dei pianeti. Il trattato sviluppa anche argomenti di geometria e di trigonometria come la costruzione di una "tavola delle corde" (la funzione trigonometrica allora usata).

Le sue Procheiroi kanones, Tavole delle corde, davano tutti i dati necessari per calcolare le posizioni del Sole, della Luna e dei pianeti, il sorgere e il tramontare delle stelle e le eclissi del Sole e della Luna. Le Procheiroi kanones di Tolomeo fornirono il modello per successive tavole astronomiche. Nella Phaseis (Ascesa delle Stelle Fisse), Tolomeo diede un parapegma, un calendario stellare o almanacco, basato sulle apparizioni e sparizioni delle stelle nel corso dell'anno solare.


L’Almagesto consta di TREDICI LIBRI:

- il I è dedicato ai principi di trigonometria sferica e astronomia.

- il II esamina i problemi della sfera celeste, afferma che i cieli sono sferici e girano come una sfera.
La Terra è sferica ed è posta al centro dei cieli e non si muove.

- il III libro è quello dei moti del Sole e della durata dell’anno.

- il IV illustra la teoria della Luna e del mese e scopre l’evezione lunare, relativa al movimento che la Luna compie attorno alla Terra, che non è influenzato solamente dalla forza gravitazionale di quest’ultima, ma anche dal Sole per più del doppio del valore della forza attrattiva del nostro pianeta.
Tolomeo è stato in grado di rappresentare molto accuratamente le sue osservazioni lunari, ad oggi possiamo stabilire che i suoi errori non superavano 1°, che per l’astronomia dell’epoca era un grande risultato.

- il V continua la trattazione della teoria della Luna, e discute sulla distanza della luna e del sole dalla terra. Poi spiega il più importante strumento astronomico dell’epoca, inventato da Ipparco, l’astrolabio, già abbozzato da Apollonio. Lo strumento calcola la posizione del Sole, della Luna, dei pianeti e delle stelle. Determina l’ora locale tramite la latitudine e viceversa. Fu il principale strumento di navigazione.

- il VI riguarda le eclissi di sole e di luna.

- il VII e l'VIII sono cataloghi di 1028 stelle, classificate in base alla luminosità, che si rifà al catalogo di Ipparco. L'Almagesto cita spesso osservazioni e idee teoriche di scienziati più antichi, costituendo un'importante fonte sulla astronomia ellenistica passata di cui non ci sono rimaste opere.

- gli ultimi cinque libri (dal IX al XIII) si occupano della storia dei pianeti: qui Tolomeo regala il più grande apporto all’astronomia. Spiega il suo sistema geocentrico, definisce gli epicicli, gli eccentrici e l’equante, per arrivare a rappresentare geometricamente, e in modo geniale, il moto del sole, della luna e dei pianeti e allora conosciuti. 
Per il moto di ciascun astro c'è una particolare teoria, in grado di descrivere e prevedere con precisione i moti osservabili. Tolomeo combina la considerazione di moti circolari uniformi, con tre possibili varianti (usate o meno in modo diverso per ciascun astro):
- eccentrici: moti circolari con orbite centrate non nella Terra ma in un punto diverso.
- equanti: moto circolare non uniforme, ma con velocità angolare costante rispetto ad un punto equante diverso dal centro dell'orbita.
- epicicli: moto circolare non intorno alla Terra, ma intorno ad un punto che però percorre un moto circolare intorno alla Terra.


L'OPPOSIZIONE DELLA CHIESA

In Europa l'opera di Tolomeo non era conosciuta in quanto bandita dal cristianesimo. Il Sant'Uffizio nel XVI secolo inquisì Galileo Galilei perché affermava l'eliocentrismo e per questo fu condannato al carcere a vita, poi trasformato in condanna a chiudersi nella propria villa di Arcetri, a recitare preghiere quotidiane per tre anni e a pronunciare un'abiura in cui disconosceva la sua "falsa opinione". 

L'Europa occidentale riscoprì Tolomeo attraverso le traduzioni arabe del IX secolo, una delle quali voluta dal califfo al-Maʾmūn. Una traduzione dell'Almagesto basata direttamente sul testo greco fu eseguita in Sicilia intorno al 1160.

Nel XV secolo si diffuse in Europa occidentale l'abitudine di tradurre le opere scientifiche greche direttamente dal testo originale, evitando la mediazione araba. Johann Müller, il Regiomontano (o Johannes Regiomontanus), fece una versione latina ridotta dell'Almagesto, e una traduzione completa dal testo greco fu fatta da Giorgio da Trebisonda (Trapezunzio).

IL MONDO DI TOLOMEO


LA GEOGRAFIA

Il secondo è la Geografia  (o Geographia), che è una discussione approfondita delle conoscenze geografiche del mondo greco-romano. La prima parte illustra dati e metodi da lui utilizzati. Poi ha assegnato le coordinate a tutti i luoghi e le caratteristiche geografiche che conosceva, in una griglia che attraversava il globo. 

La latitudine era misurata dall'equatore, ma come climata, la lunghezza del giorno più lungo invece di gradi d'arco: la lunghezza del giorno di mezza estate aumenta da 12h a 24h man mano che si va dall'equatore al circolo polare. Nei libri dal 2 al 7, ha usato i gradi e ha messo il meridiano di 0 longitudine nella terra più occidentale che conosceva, le "Isole Benedette" (Isole Canarie). 

E' una raccolta di coordinate geografiche della parte del mondo conosciuta dall'Impero Romano durante il suo tempo, riferito al lavoro di un precedente geografo, Marinos di Tiro, ai diari dell'impero romano e dell'antico impero persiano, e all'antico astronomo Ipparco per aver fornito l'elevazione del polo nord celeste per alcune città.

Le mappe di Tolomeo vennero riscoperte nel 1300 circa da Massimo Planude. Tolomeo fornì anche istruzioni per creare mappe sia del mondo abitato (oikoumenè) che delle province romane, fornendo gli elenchi topografici e le didascalie per le carte. Il suo mondo abitato si estendeva per 180° di longitudine dalle Isole Benedette nell'Oceano Atlantico al centro della Cina, e circa 80° di latitudine dalle Shetland ad anti-Meroe (costa orientale dell'Africa); ma Tolomeo era consapevole di conoscere solo un quarto del globo.

Nel XV secolo si iniziò a stampare la Geografia di Tolomeo con mappe incise; la prima edizione a stampa fu prodotta a Bologna nel 1477, seguita da un'edizione romana nel 1478 (Campbell, 1987). Un'altra edizione venne stampata a Ulm, a nord delle Alpi, nel 1482, comprese le mappe xilografiche.


TETRABIBLOS

Il terzo è il trattato astrologico in cui tentò di adattare l'astrologia oroscopica alla filosofia naturale aristotelica del suo tempo. Il titolo di Tolomeo è sconosciuto, ma potrebbe essere stato il termine trovato in alcuni manoscritti greci: Apotelesmatika (Ἀποτελεσματικά), che significa approssimativamente "Risultati astrologici", "Effetti" o "Prognostici". ma più comunemente conosciuto come il "Tetrábiblos" dal greco Koine (Τετράβιβλος) che significa "Quattro Libri" o dal latino "Quadripartitum".

Tolomeo pensava che l'astrologia fosse deduttivo e congetturale come la medicina,  a causa dei molti fattori variabili da prendere in considerazione: la razza, il paese e l'educazione di una persona influenzano la personalità di un individuo tanto quanto, se non più delle posizioni del Sole, della Luna e dei pianeti nel momento preciso della loro nascita, quindi Tolomeo vedeva l'astrologia come qualcosa da usare nella vita, ma non vi si basava interamente.



CENTILOQUIUM

Una raccolta di cento aforismi sull'astrologia chiamata Centiloquium, attribuita a Tolomeo, fu ampiamente riprodotta e commentata da studiosi arabi, latini ed ebraici, e spesso rilegata in manoscritti medievali dopo il Tetrabiblos come una sorta di sommatoria. Ora si crede che sia una composizione pseudoepigrafica molto più tarda. L'identità e la data dell'effettivo autore dell'opera, indicato ora come Pseudo-Tolomeo, rimane oggetto di congetture.


ARMONICHE

Tolomeo scrisse anche le Armoniche, sulla teoria musicale e la matematica della musica, basando gli intervalli musicali su rapporti matematici (contro i seguaci di Aristosseno e con i seguaci di Pitagora), supportati dall'osservazione empirica. Per Tolomeo le note musicali potevano essere tradotte in equazioni matematiche e viceversa. Pitagora credeva che la matematica della musica dovesse essere basata sul rapporto specifico di 3:2, mentre Tolomeo credeva semplicemente che dovesse coinvolgere solo generalmente tetracordi e ottave.


OPTICA

CLAUDIO TOLEMAICO E LA MUSA URANIA
La sua ottica è un'opera di cui sopravvive solo una scarna versione latina, a sua volta tradotta da una versione araba perduta da Eugenio di Palermo (c. 1154). In esso, Tolomeo scrive sulle proprietà della vista (non della luce), inclusi riflessione, rifrazione e colore.  Contiene la prima tavola di rifrazione dall'aria all'acqua forse dedotta da esperimenti reali. 

Sosteneva una teoria della visione estramissione-intromissione: i raggi (o flusso) dall'occhio formavano un cono, il vertice essendo all'interno dell'occhio e la base che definisce il campo visivo. I raggi erano sensibili e restituivano all'intelletto dell'osservatore informazioni sulla distanza e l'orientamento delle superfici. La dimensione e la forma sono state determinate dall'angolo visivo sotteso all'occhio combinato con la distanza e l'orientamento percepiti. 

Tolomeo ha offerto spiegazioni per molti fenomeni riguardanti l'illuminazione e il colore, le dimensioni, la forma, il movimento e la visione binoculare. Ha anche diviso le illusioni in quelle causate da fattori fisici o ottici e quelle causate da fattori di giudizio. 


IPOTESI DEI PIANETI

Un’altra opera di Tolomeo è “Ipotesi dei pianeti”, successiva all’“Almagesto”, in cui studia il meccanismo fisico che possa corrispondere alla combinazione dei cieli sferici; disegna inoltre un calendario meteorologico.



BIBLIO

- Goldstein, Bernard R. - Saving the Phenomena: The Background to Ptolemy's Planetary Theory - Journal for the History of Astronomy - 1997 -
- Bernard R. Goldstein, ed. - The Arabic Version of Ptolemy's Planetary Hypotheses - Transactions of the American Philosophical Society - 1967 -
- Lejeune, A. - L'Optique de Claude Ptolémée dans la version latine d'après l'arabe de l'émir Eugène de Sicile - Collection de l'Académie International d'Histoire des Sciences - Leiden: E.J.Brill -1989 -
- Shcheglov D.A. - Hipparchus’ Table of Climata and Ptolemy’s Geography - Orbis Terrarum - 2003/2007 -
Bagrow, L. (1 January 1945). "The Origin of Ptolemy's Geographia". Geografiska Annaler. Geografiska Annaler, Vol. 27. 27:
- Robbins, Frank E. (ed.) - Ptolemy Tetrabiblos - Cambridge, Massachusetts - Harvard University Press (Loeb Classical Library) - 1940 -




MACROBIO AMBROGIO TEODOSIO - MACROBIUS A. THEODOSIUS


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Nome: Macrobius Ambrosius Theodosius
Nascita: 385, Le Kef, Tunisia (forse)
Morte: 430 (forse)
Professione: scrittore, filosofo, grammatico e studioso di astronomia


"Una prima Venere nacque dal Cielo e dalla dea del giorno e a lei consacrato
il tempio che avemmo occasione di vedere in Elide; una seconda sorse dalla
spuma del mare e dalla sua unione con Mercurio sappiamo che nacque il
secondo Cupido; la term, figlia di Giove e di Dione, andb sposa a Vulcano,
ma sappiamo che da lei e da Marte nacque Anteros; la quarta nacque da Siria e
da Cipro, prende il nome di Astarte e si tramanda che abbia sposato Adone"

(Macrobio - Saturnali)

Della vita di Macrobio non si sa molto e quel poco che è stato tramandato dai suoi contemporanei non è del tutto affidabile. Così è stato in dubbio se andasse identificato con il Macrobio che fu proconsole d'Africa nel 410 o col Teodosio prefetto del pretorio d'Italia, Africa e Illirico nel 430, identificazione oggi condivisa dalla maggior parte degli studiosi.

Macrobio Ambrogio Teodosio, noto anche semplicemente come Teodosio, era dunque un provinciale romano, probabilmente del Nord Africa, che visse all'inizio del V secolo, nell'ambiente pagano di Simmaco, e nel passaggio dell'Impero romano a quello bizantino, in un tempo in cui il latino era diffuso come il greco tra le élite.

Ambrosius Theodosius Macrobius (385 circa – 430 circa) fu scrittore, grammatico, astronomo, e funzionario romano del V secolo. Però come astronomo sostenne la teoria geocentrica il che non gli fa molto onore perchè all'epoca gli astronomi e fisici più evoluti credevano alla terra tonda e l'eliocentrismo.

L'eliocentrismo ipotizza che il Sole sia al centro del sistema solare e dell'universo (la distinzione fra sistema solare ed universo non è stata chiara fino a tempi recenti) mentre il geocentrismo pone la terra al centro dell'universo.

GEOCENTRISMO

Ebbe almeno un figlio Eustatio, a cui dedicò il Commento al Sogno di Scipione ed i Saturnali, ed alcuni lo identificano con Plotino Eustatio, prefetto di Roma nel 462.

In base a varie considerazioni sul contenuto delle sue opere si può concludere che Macrobio fosse senz'altro pagano, tuttavia lo scrittore non prese mai posizioni combattive contro il Cristianesimo, che anzi sembrava ignorare, forse per accortezza ed amore di tranquillità.



LE IDENTIFICAZIONI

- Il Codice Teodosiano registra un praepositus sacri cubiculi, un alto funzionario della corte dell'Impero romano, responsabile capo degli assistenti personali dell'imperatore, i cubicularii, istituito in età tetrarchica, denominato Macrobio nel 422 che però di norma era un eunuco mentre Macrobio ebbe moglie e figli.

- Secondo altri si identificherebbe con il Teodosio dedicatario delle Fabulae di Aviano (IV-Vsecolo).

- Secondo altri ancora ricoprì una carica pubblica che gli conferiva l'appellativo di Vir Illustris e si tende a identificarlo con un prefetto d'Italia in carica nel 483.

- Altri studiosi l'hanno identificato con un Macrobio menzionato nel "Codex Theodosianus" come prefetto del pretorio in Spagna (399-400) ma che si chiamava "Flavio Macrobius Maximianus".

- Secondo alcuni è infine da identificarsi con un Macrobio che nel 410 d.c. fu proconsole d'Africa, e questa sembra la tesi più attendibile.



IL NOME

L'ordine corretto dei suoi nomi è "Macrobio Ambrogio Teodosio", che è il modo in cui appare nei primi manoscritti dei Saturnali, e pure come è dichiarato negli estratti dal suo "De Differentiis" perduto. 

Invece nei manoscritti successivi i suoi nomi furono invertiti in "Ambrosius Theodosius Macrobius", che James Willis adottò per la sua edizione del Commentario. Alan Cameron nota che sia Cassiodoro che Boezio lo chiamarono "Macrobio Teodosio", mentre era conosciuto durante la sua vita come "Teodosio": la dedica al "De Differentis" è rivolta a "Teodosio Symmacho suo" (Teodosio al suo Simmaco), e per l'epistola dedicatoria a Flavio Aviano "Favole", dove è citato come "Theodosi optime".

Nella sua filisofia prevale il neoplatonismo con Plotino (205-266 d.c.), Porfirio (234-305) e Giamblico (280-330), una corrente di pensiero che tendeva a superare le differenze di credo per riconoscere un concetto universale di spiritualità. 

Insomma due cose appaiono certe agli storici moderni: che Macrobio nacque nell'Africa romana e che non professasse il Cristianesimo (come creduto nel Medioevo, e forse è per questo che le sue opere si sono salvate), ma fosse invece pagano.

Le ali della libertà: Galileo Galilei e la riflessione epistemologica
ELIOCENTRISMO
LE OPERE

- Commentarii

Nei "Commentarii in Somnium Scipionis", partendo dal "Somnium Scipionis" di Cicerone, scrisse un commentario in due libri, dedicato al figlio Eustazio, in cui emerge il pensiero filosofico neoplatonico: « Dio, che è origine di tutto ciò che esiste, crea la mente, che crea l'«anima del mondo; a sua volta l'anima del mondo, a poco a poco, volgendo indietro lo sguardo, essa stessa, incorporea, degenera fino a diventare matrice dei corpi ».

Ampiamente copiato dal "Commentario sul sogno di Scipione", una delle più importanti fonti per il platonismo nell'Occidente latino durante il Medioevo, il Somnium Scipionis è una parte del sesto e ultimo libro del "De re publica" di Cicerone, su cui Macrobio scrisse un commento neoplatonico. Nel Medioevo, il Somnium Scipionis divenne così popolare che fu inquinato da più copie, e oggi è impossibile stabilirne una autentica. 

Al suo arrivo in Africa, ospite alla corte di Massinissa, Scipione Aemilianus viene visitato dal defunto nonno (adottante), Scipione Africanus, eroe della II Guerra Punica, e si ritrova a guardare Cartagine "da un luogo alto, pieno di stelle, splendente e splendido". I

Il nonno gli annuncia che come ricompensa dopo la morte "abiterà... quel cerchio che risplende tra le stelle..  la Via Lattea", e gli spiega la costituzione dell'universo da un punto di vista stoico e neoplatonico, e così Macrobio disquisisce sulla natura del cosmo e sostiene che il diametro del Sole sia il doppio del diametro della Terra. Tuttavia, Scipione Emiliano vede che Roma è una parte insignificante della terra, e che l'universo è composto da nove sfere celesti. 

IL SIMPOSIO

I SATURNALIA
Gli argomenti sono molto vari: dal nome e dall'origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. 

Questa festa si celebrava ogni anno, dal 17 al 23 dicembre, in onore di Saturno. Si favoleggiava che questi era stato il Dio dell’età dell’oro, quando gli uomini vivevano felici, nell’abbondanza di tutte le cose; e tali condizioni di quel tempo fortunato si volevano rievocare proprio in quei giorni, durante i quali si festeggiava con conviti e banchetti: sia quello pubblico, alla fine del quale i convenuti si scambiavano il saluto augurale, “Io, Saturnalia”; sia quelli privati, dove s’invitavano parenti ed amici per crapulare, giocare ai dadi e scambiarsi doni.

Nel libro dodici personaggi dell'aristocrazia romana ed esponenti della classe senatoria della fine del IV secolo dialogano un po' all'uso greco e con serena intimità conviviale di vari argomenti. L'autore immagina dunque che durante le feste di Saturno alcuni fra i più autorevoli eruditi del tempo, tra i quali vi è il giovane Servio Mario Onorato, grammatico e commentatore romano, conversino su questioni dotte.

Essi si riuniscono a Roma il primo giorno in casa di Vettio Agorio Pretestato, esponenti di rilievo della religione romana, che cercò di proteggere e custodire dall'avanzata del Cristianesimo; fu sacerdote e iniziato di molti culti, oltre che studioso di letteratura e filosofia.

Il giorno successivo si riuniscono in casa rispettivamente del nobile Virio Nicomaco Flaviano, grammatico, storico romano e pagano, che collaborò con Eugenio nell'ultimo tentativo di restaurare l'antica religione romana. 

Il terzo e ultimo giorno si riuniscono presso il senatore e scrittore romano Quinto Aurelio Simmaco, il più grande oratore latino della sua epoca, paragonato dai contemporanei a Cicerone; la sua famosa relazione sulla controversia riguardante l'altare della Vittoria. 

Il libro è anche un compendio di antiche tradizioni religiose romane e antiquarie. In latino: "Saturnaliorum Libri Septem", "Sette libri dei Saturnali ", e consiste in un resoconto delle discussioni tenute nella casa di Vettius Agorius Praetestatus, nobile romano e sacerdote pagano, uomo colto e forbito durante la festa dei Saturnali. Contiene una grande varietà di curiose discussioni storiche, mitologiche, critiche, antiquarie e grammaticali, che si verificano tra gli uomini dotti in un banchetto immaginario.

- Il I libro è dedicato a un'inchiesta sull'origine dei Saturnali e delle feste di Giano, che conduce a una storia e alla discussione del calendario romano, e a un tentativo di derivare tutte le forme di culto da quella del Sole.

- Il II libro inizia con una raccolta di detti, a cui tutti i presenti danno il loro contributo, molti dei quali attribuiti a Cicerone e Augusto; una discussione di vari piaceri, specialmente dei sensi, sembra quindi aver avuto luogo, ma quasi tutto questo è perduto.

- Il III, il IV, il V e il VI libro sono dedicati a Virgilio, sulla sua cultura in materia religiosa, in retorica, sul quanto deve del suo stile ad Omero (con un confronto tra l'arte dei due) o ad altri scrittori greci, o a poeti latini. L'ultima parte del III libro è ripresa con una dissertazione sul lusso e le leggi suntuarie intese a controllarlo.

Dal nome e dall'origine dei Saturnali si passa a discutere degli antichissimi culti italici (libro I), poi di motti e sentenze celebri (libro II), uno dei quali sposterà la conversazione su Publio Virgilio Marone. che è in realtà il fulcro del libro (libro III-VI) dove si discorre di passi difficili e controversi, nonchè della superiorità rispetto ad Omero e dei rapporti fra Eneide e poesia latina arcaica. 

Infine si conclude con discussioni sugli insulti e su risposte a vari quesiti quale il famoso: è nato prima l'uovo o la gallina? (libro VII però incompleto). 

«"Ovumne prius extiterit an gallina?"... ovum prius a natura factum iure aestimabitur. Semper enim quod incipit inperfectum adhuc et informe est et ad perfectionem sui per procedentis artis et temporis additamenta formatur: ergo natura fabricans avem ab informi rudimento coepit, et ovum, in quo necdum est species animalis, effecit: ex hoc perfectae avis species extitit procedente paulatim maturitatis effectu. »

« "È nato prima l'uovo o la gallina?" ...si ritiene, a ragione, che l’uovo sia stato creato per primo dalla natura. Infatti per primo ha origine ciò che è imperfetto e per giunta informe e attraverso qualità e tappe progressive prendono forma le aggiunte (intese come le caratteristiche dell’individuo adulto): dunque la natura cominciò a formare l’uccello da materia informe e produsse l'uovo, nel quale non vi è ancora la specie di animale: da questo a poco a poco ha origine una specie perfetta di uccello in seguito a un progressivo effetto di maturazione. »

(Ambrogio Teodosio Macrobio, Saturnalia VII,16) 

- Il VII libro consiste principalmente nella discussione di varie questioni fisiologiche.

La forma della Saturnalia viene copiato dal Simposio di Platone e dalle Noctes Atticae di Gellio; le autorità principali (i cui nomi, tuttavia, non sono citati) sono Gellio, Seneca, Plutarco ( Quaestiones conviviales ), Ateneo di Naucratita e i commenti di Servio Onorato e altri su Virgilio.

Macrobio recupera un mondo passato per far sopravvivere un'identità culturale in un mondo sconvolto da eventi storici epocali. La salita al potere di Teodosio I, l'obbligatorietà della conversione al cristianesimo e lo spostamento della corte da Milano a Ravenna del 402, poi il sacco di Roma nel 410, segnano la fine di un mondo epico e glorioso a cui Macrobio oppone valori ed ideali di un mondo pagano degno di essere tramandato.

"E" A FORMA D'UOMO CHE SCRIVE, PROBABILMENTE LO STESSO MACROBIO

Sette libri dei Saturnalia

Questo codice della Collezione Plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze contiene il testo completo dei Saturnalia del IV-V secolo dell'autore latino Macrobio. E' una serie di dialoghi tra dotti in un banchetto immaginario in cui si discute di antichità, storia, letteratura, mitologia e altri argomenti. 

Il manoscritto potrebbe essere stato copiato da uno scriba della cerchia di copisti di Bernardo Nuzzi a Firenze. Organizza i sette libri originali di Macrobio in cinque libri. L'iscrizione sul recto del foglio 117 afferma: 
" Questo libro apparteneva al re Mattia di Ungheria; acquistato a Costantinopoli dall'oratore e inviato francese Sir Antonio Bruciolo nella forma che mi fu inviato da Pier Francesco Riccio il 29 febbraio 1544. "

Mattia Corvino d'Ungheria (1443-90) creò la Bibliotheca Corviniana, ai suoi tempi uno delle migliori biblioteche d'Europa. Dopo la sua morte, e soprattutto dopo la conquista di Buda da parte dei Turchi nel 1541, la biblioteca fu dispersa e gran parte della collezione fu distrutta, con i volumi sopravvissuti sparsi in tutta Europa. 

La Collezione Plutei, che contiene un numero di volumi della Biblioteca Corvinus, è composta dai circa 3.000 manoscritti e libri delle proprietà private della famiglia Medici, che, rilegati in pelle rossa con lo stemma dei Medici, erano disposti sulle panchine della Laurenziana quando la biblioteca aprì per la prima volta al pubblico nel 1571. 

Cosimo de 'Medici (1389-1464) è noto per aver posseduto 63 libri nel 1417-18, che crebbe a 150 dal momento della sua morte. I suoi figli Piero (1416-69) e Giovanni (1421-1463) si contesero l'un l'altro nel commissionare manoscritti miniati. 

Lorenzo il Magnifico (1449-92), figlio di Piero, acquisì un gran numero di codici greci e, a partire dal 1480, copie ordinate di tutti i testi mancanti nella biblioteca con l'obiettivo di trasformare la biblioteca mediceo in un importante centro di ricerca. 

Dopo l'espulsione dei Medici da Firenze nel 1494, i libri furono presi dalla famiglia. Giovanni de 'Medici, eletto papa Leone X nel 1513, restaurò la collezione ai Medici, e un altro papa mediceo, Clemente VII (Giulio de' Medici), organizzò la fondazione della Laurenziana.


- De differentiis et societatibus graeci latinique verbi -

cioè " Sulle differenze e le somiglianze del verbo greco e latino ", che è andato perduto. Di questo terzo lavoro sulle differenze e le somiglianze del verbo greco e latino, in effetti possediamo solo un riassunto di un certo Johannes, dubbio identificato con Johannes Scoto Eriugena (IX secolo).

MACROBIO DA' IL LIBRO AL FIGLIO EUSTACHIO (DA COPIA DEL 1100 DEL SOGNO DI SCIPIONE

LE ORIGINI

Si sa poco su Macrobio, di se stesso egli dichiara all'inizio dei Saturnali che era "nato sotto un cielo straniero" ( sub alio ortos caelo ), ed entrambe le sue opere maggiori sono dedicate a suo figlio, Eustachius. Dalle sue opere si presuppone che fosse pagano.

Secondo il latinista Terrot Glover, Macrobius è un greco o nato in una terra di lingua greca, visto la sua profonda conoscenza della letteratura greca. 
Secondo JE Sandys Macrobius è nato in una provincia greca, ma secondo altri Macrobio conosceva molto più il latino che il greco, per cui si presuppone la provincia del Nord Africa, dove si parlava latino.


EUSTAZIO

Macrobio Plotino Eustazio, ovvero Macrobius Plotinus Eustathius, fu un politico romano, praefectus urbi di Roma nel 461/5, probabilmente figlio dello scrittore Ambrogio Teodosio Macrobio.

Delle tessere bronzee quadrate con iscrizioni in argento e di provenienza ignota attestano l'esistenza di un praefectus urbi di nome Plotinus Eustathius nel periodo in cui Ricimero tenne il rango di patricius, ovvero tra il 457 (anno in cui gli fu conferito) e il 472 (anno in cui morì).

È stata spesso proposta la sua identificazione con l'Eustazio figlio di Macrobio, a cui l'autore dedicò sia i Saturnalia sia i Commentarii in Somnium Scipionis; il fatto che Macrobio considerasse Plotino il più grande filosofo insieme a Platone rende verosimile che suo figlio avesse ricevuto il nome di Plotino.

La scoperta di una nuova iscrizione proveniente da Roma, in cui il nome del praefectus è dato come Macrobio Plotino Eustazio, ha dato nuova forza a questa ipotesi; se la dedica di Macrobio padre fosse stata vergata negli anni 430 per un figlio ancora bambino, il Macrobio praefectus urbi avrebbe potuto avere quarant'anni negli anni 460 e dunque essere dell'età giusta per tenere quella magistratura.

Inoltre avrebbe potuto avere un figlio, Macrobio Plotino Eudossio, che negli anni 480 fosse ventenne e amico di quel Quinto Aurelio Memmio Simmaco console del 485 con cui Plotino Eudossio revisionò il testo del Commentarium del nonno Ambrogio Teodosio. La nuova iscrizione attesta che Macrobio Plotino Eustazio si occupò di spostare a proprie spese delle statue antiche da luoghi ormai desolati e nascosti in zone più in evidenza.


LE ALTRE OPERE

Macrobio compose anche un'opera grammaticale dedicata al verbo greco e latino, "De verborum graeci et latini differentiis vel societatibus", titolo molto migliore rispetto al più diffuso "De differentiis vel societatibus graeci latinique verbi", basato sia su fonti grammaticali greche, soprattutto Apollonio Discolo, che latine (Gellio e una fonte anonima utilizzata anche da Carisio e Diomede).

L'opera nella sua forma originale è andata distrutta ma ne restano molti estratti, i più importanti dei quali sono quelli realizzati nel IX secolo molto probabilmente ad opera di Giovanni Scoto Eriugena, monaco cristiano, teologo, filosofo e traduttore irlandese, filosofo altomedievale e traduttore dell'opera dello Pseudo-Dionigi.

Un altro gruppo di estratti, più limitato ma molto valido, è conservato in alcuni fogli di un manoscritto compilato fra il VII e l'VIII secolo dello Scriptorium di Bobbio, un importante centro scrittorio e biblioteca fondato dall'abate Attala nel VII secolo presso l'Abbazia di San Colombano a Bobbio, che fu per tutto il Medioevo uno dei più importanti centri monastici europei. Nel 982, custodiva oltre 700 codici e tra il VII e il IX secolo fu il maggior centro di produzione libraria in Italia, uno dei maggiori in Europa. 

L'operetta macrobiana è stata poi largamente utilizzata da un trattato grammaticale sul verbo latino, composto forse in area orientale e tramandato anch'esso da un codice proveniente dallo Scriptorium di Bobbio. 

A questo punto è evidente che la perduta trattazione macrobiana fosse destinata, più che ad una utilizzazione scolastica, a spiegazioni e discussioni erudite delle analogie fra il sistema verbale greco e quello latino, utile solo a un lettore colto, che avesse buona formazione linguistica sia in greco che in latino. VInoltre questa trattazione è l'unica opera latina, di cui abbiamo conoscenza fino ad oggi, mirata ad un'analisi sistematica delle somiglianze linguistiche fra greco e latino, che trova qualche analogia solo in alcune sezioni della grammatica di Prisciano.



LA CRITICA

Durante il Medioevo Macrobio fu identificato come un autore cristiano e per questo poté godere di una buona reputazione, che gli permise di essere letto, studiato e citato dai più illustri filosofi come Pietro Abelardo (filosofo, teologo, studioso scientifico e compositore francese). Ciò derivò soprattutto dal fatto che asserì la teoria geocentrica tanto cara ai cattolici perchè non smentiva le sacre scritture.

Le sue opere furono copiate dagli amanuensi nei monasteri e pertanto non venne dimenticato, ma, terminato il Medioevo, forse per la ragione opposta, e cioè in quanto ritenuto cristiano, in un primo tempo non venne considerato dagli umanisti, che poi invece lo ripresero.

L'appartenere ad un periodo così tardo della storia antica non gli ha mai giovato e solo oggi si sta riprendendo lo studio delle sue opere in modo più approfondito, pur con meno intensità rispetto al Medioevo.

In effetti gli studiosi oggi non analizzano tanto l'opera di Macrobio per conoscerne e apprezzarne il pensiero, ma cercano più che altro di dargli una datazione e un'identità. Del resto la sua opera non fornisce spunti storici che è ciò che più preme ai contemporanei.


Edizioni e traduzioni 

- Robert A. Kaster - Macrobius: Saturnalia - Biblioteca classica Loeb - Cambridge - Londra - Harvard University Press - 2011 -
- Percival Vaughan Davies - Macrobius: Saturnalia - New York - Columbia University Press - 1969 -
- William Harris Stahl - Macrobius: commento al sogno di Scipione - New York - Columbia University Press - 1952 - 1966 -
- Macrobius, Ambrosius Aurelius Theodosius (1400s) - Sette libri dei Saturnali: Codice della Collezione Plutei della Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze - World Digital Library - Estratto il 28-02-2014 .


BIBLIO

- Ambrogio Teodosio Macrobio - In Somnium Scipionis - (Venetiis..., Per Augustinum de Zannis de Portesio: ad instantia Do. Lucam Antonium de Giunta, 1513 Die xv. Iunii) -
- Macrobio - Commento al sogno di Scipione - Saggio introduttivo di Ilaria Ramelli - traduzione, bibliografia, note e apparati di Moreno Neri - Milano - Bompiani - 2007 -
- Priscien - Grammaire - Livre XIV - XV - XVI - XVII  Syntaxe I - XVIII Syntaxe II - Paris - Vrin - 2010 - 2018 -
- Glover, T. R. (Terrot Reaveley) - The conflict of religions in the early Roman empire. 3d ed. London: Methuen e co. - 1909 -



LA VERGINE IPAZIA - HYPATIA


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Nome: Hypatia
Nascita: Alessandria d'Egitto 350/370
Morte: Alessandria d'Egitto 415
Professione: Matematica, astronoma e filosofa


REGGENZA DI ELIA PULCHERIA 

"Pulcheria (sorella di Teodosio II imperatore) era una donna forte, ambiziosa, amante del potere e molto bigotta. L'atmosfera di corte divenne pesante come quella di un chiostro. Il nuovo prefetto del pretorio fu un certo Aureliano che divenne il principale consigliere di Pulcheria. La donna liquidò anche Antioco dalla carica di tutore del fratello, al quale disse che da allora in poi ella stessa desse lezioni di comportamento.


La filosofa Ipazia

Dopo che Pulcheria ebbe assunto la reggenza ad Alessandria accadde un fatto gravissimo. Ipazia, donna pagana celebre per le sue conoscenze filosofiche e matematiche, guidava un cenacolo di filosofi, letterati e ricercatori che affluivano da ogni parte per ascoltarla. Fu suo padre Teone ad indirizzarla sulla via della scienza, come lui stesso testimonia nell'intestazione del III libro del suo commento al Sistema matematico di Tolomeo, su cui è scritto: "Commento di Teone di Alessandria al terzo libro del Sistema matematico di Tolomeo. Edizione controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia".

Filostorgio e poi Suda, scrissero di interessanti scoperte compiute da Ipazia sul moto degli astri, scoperte che ella condivise con i suoi contemporanei con un testo, intitolato Canone astronomico. Filostorgio aggiunge che "Introdusse molti alle scienze matematiche" si buttava sulle spalle il tribon – (come ce la raffigura Raffaello) il mantello dei filosofi – e se ne andava in giro per Alessandria a spiegare alla gente cosa volesse dire libertà di pensiero, l’uso della ragione.

Socrate Scolastico, storico cristiano e coevo, narrò la vicenda nella sua Storia ecclesiastica (VII libro) secondo cui Cirillo tentò di far accettare alla parte meno fanatica della comunità cristiana di Alessandria (perchè la più fanatica l'aveva già accettata), la beatificazione del monaco Ammonio, brutale e violento, che il prefetto Oreste, vittima di una sua aggressione, aveva fatto giustiziare. Cirillo tentò subito di fare adorare Ammonio come martire col nome di Taumasio, ma «le persone equilibrate, quantunque cristiane, non approvavano tale eccessivo zelo di Cirillo nei confronti di costui» (VII, 14).

Socrate riferì che Ipazia era la terza caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino. Damascio ci spiega come seppe passare dalla semplice erudizione alla sapienza filosofica. Pallada poi, in un epigramma, tesse uno degli elogi più belli all'indirizzo di Ipazia:
"Quando ti vedo mi prostro, davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza delle parole, astro incontaminato della sapiente cultura".

Ma Ipazia fu anche una guida spirituale; uno dei suoi più cari discepoli, Sinesio, le scrisse, affetto da una malattia mortale:
"Detto questa lettera dal letto nel quale giaccio. Possa tu riceverla stando in buona salute, o madre, sorella e maestra, mia benefattrice in tutto e per tutto, essere e nome quant'altri mai onorato!".

E pensare che Sinesio divenne poi vescovo cristiano di Cirene: 
"E se c'è qualcuno venuto dopo che ti sia caro, io debbo essergli grato poiché ti è caro, e ti prego di salutare anche lui da parte mia come amico carissimo. Se tu provi qualche interesse per le mie cose, bene; in caso contrario, non importano neanche a me".


Ancora Socrate:
"Ella giunse ad un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei. Per la magnifica libertà di parola ed azione, che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. Infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale". 

Damascio:
"Poiché tale era la natura di Ipazia, era cioè pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei".

Per i cattolici era davvero troppo: donna, pagana, istruita, amatissima e addirittura geniale! Non era sopportabile.

"Per questo motivo, allora, l'invidia si armò contro di lei. Alcuni, dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario: qui, strappatale la veste, la uccisero colpendola con i cocci.
Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati questi pezzi al cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia di lei nel fuoco
".




Il martirio di Ipazia (VII, 15) ad opera di una squadra di monaci teppisti detti «parabolani» capeggiati dal lector Pietro che costituivano, per Cirillo, una specie di «guardia del corpo »: catturata per la strada, denudata, lapidata, fatta a pezzi e bruciata. Commenta Socrate, al termine di quel capitolo: «Questo misfatto procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria.»
Nè d'altronde Cirillo biasimò l'accaduto. La sua complicità è affermata anche da Damascio, il neoplatonico autore della Vita di Isidoro, che vive un secolo più tardi. 

Altra fonte importante è Filostorgio (368-439 d.c.), ariano e avverso sia ai pagani che degli atanasiani trionfanti ad Alessandria. Probabilmente aveva ascoltato direttamente le lezioni di Ipazia, che era diventata, nel campo della osservazione degli astri, migliore di gran lunga rispetto a suo padre Teone (Hist. eccl. VIII, 9).

L’opera di Filostorgio, in quanto di ispirazione ariana venne distrutto ma il patriarca Fozio ne fornì un riassunto: «L’empio (Filostorgio detto in senso ironico e amichevole) a questo punto dice che, al tempo del regno di Teodosio, quella donna fu fatta a pezzi dai sostenitori della consustanzialità» .
I sostenitori della consustanzialità erano Atanasio, Teofilo e Cirillo. Per Filostorgio dunque l’assassinio non era opera della folla fanatica ma di Cirillo, che ad Alessandria la guidava e dominava.

Louis Duchesne (dalla Histoire ancienne de l’Église III, p. 301) condanna fortemente il massacro di Ipazia e lo descrive con notevole partecipazione:

«Tra le persone più apprezzate dal prefetto Oreste c’era l’illustre Ipazia, donna di elevate facoltà letterarie, stimata per i suoi costumi come per il suo ingegno. Era ancora pagana e dirigeva la scuola neoplatonica; Oreste non era il solo cristiano a stimarla, l’onorava pure il vescovo Sinesio. La corte di Cirillo ritenevala istigatrice di tutti i malevoli progetti prefettizi e responsabile dell’ostilità di Oreste contro il Vescovo. Un giorno, alcuni fanatici, guidati da uno dei lettori di Cirillo, di nome Pietro, l’attesero per via, la strapparono giù dal suo carro, la trascinarono nella chiesa del Caesareum, e là, la spogliarono delle vesti, l’uccisero a colpi di tegola, tagliandone poi il cadavere a pezzi, bruciati in un’orgia di cannibali

Mentre per lo spirito orientale non c'era problema nel concedere parità di diritti a una donna, tanto è vero che Pulcheria poteva essere reggente, nello spirito della Chiesa Cattolica era un insulto.

IPAZIA
Pertanto il Patriarca Cirillo sobillò la folla dei cristiani incitandoli al linciaggio della giovane Ipazia, che dalla folla, come si è detto, fu denudata, letteralmente smembrata viva e seminati i suoi pezzi sanguinanti nella piazza.

Pulcheria, cristiana devota alla Chiesa e seguace di Cirillo, impedì che il commissario incaricato svolgesse obiettivamente le sue indagini.

Il popolo pagano di Alessandria chiese allora giustizia presso Teodosio II sul loro vescovo per aver fatto massacrare, non solo Ipazia, ma tanti avversari religiosi.

Ma Cirillo convocò illegalmente il Concilio di Efeso, III Concilio ecumenico della storia della Chiesa, in cui legittimò il suo delitto, per cui non solo non pagò i suoi crimini ma fu successivamente fatto santo dalla Chiesa (!).

Con la morte di Ipazia sparirono pure i suoi scritti e tutto quello che si ha di lei è stato tramandato dagli studiosi e dai suoi discepoli, tra i quali il suo più importante allievo, Sinesio di Cirene. La misoginia ecclesiastica non solo la uccise materialmente ma pure moralmente, privando il pubblico della sua preziosa scienza, per quel principio secondo cui le donne sono "instrumentum diaboli", e massimamente se pagane.

Alcuni autori, naturalmente cattolici, difesero il vescovo Cirillo, come Giovanni di Nikiu, che considera il linciaggio di Ipazia una meritata punizione:
"Ipazia ipnotizzava i suoi studenti con la magia e si dedicava alla satanica scienza degli astri" precisando poi che
 "Tutta la popolazione circondò il patriarca Cirillo e lo chiamò nuovo Teofilo, perché aveva liberato la città dagli ultimi idoli".

Per altri 1400 anni, i cosiddetti "secoli bui" si visse nell'ignoranza; nulla si sapeva di come si era vissuti prima. Si cancellò dalla memoria pure l'impero romano e la gente divenne analfabeta.

Il sapere venne sostituito con la superstizione, l'apatia, la rassegnazione; fu spenta ogni energia vitale individuale e collettiva. Bisognava solo pregare, sacrificarsi e ubbidire. Dio amava la sofferenza volontaria e la totale sottomissione degli uomini.

La filosofa viene oggi riconosciuta come martire della libertà di pensiero, ma paradossalmente il vescovo Cirillo nel 1882 è stato proclamato santo. Sarà un caso, ma spesso la chiesa ha santificato uomini che odiavano le donne,

Invece Raffaello la inserì nel famosissimo affresco della Scuola d'Atene, unica donna presente,
ed è anche l'unico personaggio che rivolge lo sguardo all'osservatore. Come mai? Intanto notiamo la sua somiglianza con lo stesso Raffaello. Forse il pittore si identificava un po' in lei e quello sguardo al pubblico denunciava ciò che l'autore non poteva dire, anch'egli legato dal potere ecclesiastico che lo dominava, seppur pagandolo profumatamente.


A SINISTRA RITRATTO DI RAFFAELLO, A DESTRA IPAZIA DA UN OPERA DI RAFFAELLO

DA:

IL CRIMINALE SAN CIRILLO D'ALESSANDRIA

di Karlheinz Deschner
(Storia Criminale del Cristianesimo, Ariele 2001, Vol. 2; pagg.132-137)


SAN CIRILLO PERSECUTORE DEGLI "ERETICI" E IDEATORE DELLA PRIMA "SOLUZIONE FINALE"

La lotta per la fede soddisfò, come spesso accadde nel cristianesimo, l'orrenda sete di potere di questo santo. L'opera di Cirillo, pur essendo andata in parte distrutta, riempie dieci tomi della Patrologia greca; una produzione che, tra i padri della chiesa, è paragonabile soltanto a quella di Agostino e Giovanni Crisostomo,

IPAZIA
Cirillo vide "la Chiesa di Dio" costantemente minacciata da "eresie", da dottrine immonde e sacrileghe di altri cristiani, da senza Dio, che "precipitavano all'inferno" o nel "cappio della morte" nel caso in cui non avessero fatto, e in ciò Cirillo fu molto d'aiuto, "già in questa vita una brutta fine".

Alla luce della sua ossessiva sete di potere si comprende l'enormità e la ferocia della sua infamia. Seguendo le orme del famigerato Attanasio, "beato e notissimo Padre della Chiesa", (uno psicopatico come lui) Cirillo continuò a perseguitare massicciamente i cristiani eterodossi, superando il maestro per la brutalità, e quanto a mancanza di stile riuscì almeno a raggiungerlo.

Nel linguaggio e nelle immagini di Cirillo, non può essere un caso che persino i cattolici vi trovano "poco o niente di attraente" [a parte Ratzinger, ndr].

Il suo stile viene definito "fiacco e prolisso, ma anche ampolloso e sovraccarico" (Biblioteca dei Padri della Chiesa), mentre cautamente si dice dei suoi scritti che "in letteratura non occupano una posizione di primo piano" (Altaner/Stuiber).

Chi non la pensa come lui, non può essere altro che un "eretico", è anche moralmente maligno e Cirillo gli attribuisce "stoltezza", "eccesso", "smisurata ignoranza", "insensatezza e depravazione": lo accusa di "oltraggio", "molestia", "follia" e di "giochi di prestigio e chiacchiere senza senso", "al massimo grado di stupidità". Queste persone sono "altamente sacrileghe", "calunniatrici e ingannatrici di diritto", "ebbre" e "annebbiate dai fumi dell'alcool", "fermenti della malvagità", "gravemente affetti da ignoranza di Dio", pieni di "follia" e professano dottrine "di origine diabolica".

E naturalmente chiede all'imperatore: "Avanti dunque con le ondate dirompenti di quegli uomini ... ", "avanti con i pettegolezzi e le chiacchiere senza senso, con parole abbellite da chimere e inganno!"
Cirillo intese l'annientamento degli eretici come un obbligo di chi detiene il potere e nel 428 ottenne un editto contro tutti gli eretici.

E minacciava con le parole del Vecchio Testamento: "Se non si convertono, il Signore farà luccicare la sua spada contro di loro". Il Signore non era soltanto l'imperatore, ma soprattutto Cirillo.
Subito dopo le elezioni episcopali del 412 Cirillo procedette con decisione contro gli "ortodossi" novaziani, fino a quel momento tollerati.

Fece chiudere le loro chiese, scacciando gli stessi novaziani. Andando ulteriormente contro le leggi imperiali, si appropriò di tutti i loro beni, compreso il patrimonio privato del vescovo novaziano Teopempto.

Come riporta trionfante la "Biblioteca dei Padri della Chiesa", Cirillo diede il colpo di grazia ad alcune sette, naturalmente con la "penna", la sua principale arma vien detto qui.
"Oh follia", gridava sempre più spesso; "Oh ignoranza, senno sconsiderato!", "Oh sproloquio da suocera, intelletto assopito, in grado solo di blaterare ... ". Gli eretici abbondano soltanto di "invenzioni irreligiose", "favole raccapriccianti" e di "pura stupidità". Essi sono "il culmine della malvagità". "La loro gola è davvero una tomba spalancata ... , le loro labbra celano veleno di vipera".

Cirillo perseguitò anche i messalliani: asceti penitenti dai capelli lunghi, provenienti per lo più dagli strati più infimi della società, che si astenevano dal lavoro e nella povertà più assoluta si sacrificavano alla ricerca di Cristo. I messalliani interpretavano la "fratellanza" come comunità mista di uomini e donne, interpretazione che ai cattolici dispiacque particolarmente.

Cirillo decretò la loro fine a Efeso. Naturalmente molti altri parteciparono alla caccia. Il patriarca Attico di Costantinopoli (406-425), elogiato da papa Leone I e venerato dalla chiesa greca come santo (Festa: 8 febbraio e 11 ottobre), aizzò i vescovi di Panfilia a scacciare i messalliani come fossero topi o parassiti. Il patriarca Flaviano di Antiochia li fece cacciare prima da Edessa e poi da tutta la Siria.

Il vescovo Amfilochio di Ikonium li perseguitò nelle sue diocesi così come il vescovo Letoio di Melitene, che diede fuoco ai loro conventi, chiamati dal vescovo e padre della chiesa Teodoreto: "covi di briganti".

Ogni qual volta Cirillo passò all'attacco, da un lato c'era sempre un abisso di errori, follia, stupidità e chimere - anche questo un fenomeno, durato per due millenni, tipico della politica ecclesiastica. Dall'altro lato c'era l'ortodossia immacolata, lui stesso, le cui "ragioni e giudiziose esposizioni sono irreprensibili", con fede "salda come una roccia e che difendono la loro devozione fino alla fine ... " e che ridono della "inefficacia dei loro avversari". " Dio è con noi ... ". Lo "splendore della verità risplende sempre dalla loro parte".

"La prova più bella del suo nobile intelletto" - così glorifica Cirillo un' "edizione speciale",  con imprimatur ecclesiastico e sotto Hitler particolarmente apprezzata "è che anche in guerra ha tentato di salvare il comandamento dell'amore fraterno e nonostante la sua innata irruenza non perse mai il dominio di sé neanche di fronte alla terribile malafede del suo avversario".


IPAZIA

Ma Cirillo non li colpì soltanto letterariamente, come altri padri della Chiesa, ma anche nei fatti. Già nel 414, quest'uomo "tutto d'un pezzo" (così il cattolico Daniel-Rops), "dalla straordinaria forza d'azione" si impadronì di tutte le sinagoghe d'Egitto e le trasformò in chiese cristiane. Al suo tempo anche in Palestina la repressione degli ebrei divenne sempre più radicale, mentre monaci fanatici distruggevano le loro sinagoghe.

Senza alcun diritto, fece assalire e distruggere le sinagoghe da un' enorme folla che, come in guerra, fece man bassa dei loro beni e scacciò più di 100 000 ebrei, forse 200 000, lasciando donne e bambini senza cibo e senza averi. L'espulsione fu totale: lo sterminio della comunità ebraica alessandrina, la più numerosa della diaspora, che esisteva da più di 700 anni, fu la prima "soluzione finale" della storia della chiesa. La "Biblioteca dei Padri della Chiesa" (1935) dice che "è possibile che il comportamento di Cirillo non sia stato propriamente riguardoso o del tutto privo di violenza".

Quando il governatore imperiale Oreste manifestò il suo dissenso a Costantinopoli, dal deserto giunse un'orda di monaci, seguaci del santo, "che puzzavano di sangue e di bigottaggine già da lontano" (Bury). Essi accusarono Oreste, battezzato a Costantinopoli, di idolatria, dandogli del miscredente e di fatto procedettero contro di lui. Se il popolo non fosse accorso in suo aiuto probabilmente la pietra che lo colpì alla testa, invece di ferirlo, l'avrebbe ucciso. All'attentatore suppliziato e morente, Cirillo riservò onori da martire, santificando il monaco in una predica. E il 3 febbraio portò la sua truppa d'assalto, ridotta da una disposizione imperiale del 5 ottobre da 500 a 416 unità, a 600 unità.

La tortura che portò il "martire" alla morte, preparò il terreno per l'uccisione di Ipazia.


Nel marzo del 415, durante il tumulto di Alessandria, Cirillo acconsentì, o meglio fomentò (Lacarrière) l'esecuzione di Ipazia, al tempo filosofa pagana molto nota e stimata. Figlia di Teone, matematico e filosofo, ultimo rettore a noi noto del Museion, l'accademia alessandrina, Ipazia fu maestra del padre della chiesa e vescovo Sinesio di Cirene, che in una lettera la definisce "madre, sorella e maestra" e "filosofa amata da Dio", e che era seguita anche da molti uditori cristiani.

Cirillo covò rancore contro Oreste, il praefectus augustalis, anche perché questi trovava gradita la compagnia della filosofa. II patriarca diffuse notizie false su di lei e riuscì, con l'aiuto di prediche che la diffamavano come maga, ad aizzarle contro il popolo. Presa a tradimento dai monaci fedeli a Cirillo e guidati dal chierico Pietro, Ipazia fu trascinata nella chiesa di Kaisarion, dove fu spogliata e letteralmente fatta a pezzi con schegge di vetro; infine, la salma dilaniata fu pubblicamente bruciata, "la prima caccia alle streghe della storia" (Thieβ).

Il patriarca Cirillo si guadagnò la nomina di "ideatore spirituale del crimine" (Giildenpenning). Persino il volume Riformatori della Chiesa, con tanto di imprimatur ecclesiastico (1970), scrive di costui, uno dei più grandi santi cattolici: "Almeno per la morte della nobile pagana Ipazia, egli è responsabile".

Anche uno dei più obiettivi storici cristiani, Socrate ritiene che i seguaci di Cirillo e la chiesa alessandrina furono accusati del fatto. "Ci si può convincere che la nobile e colta donna divenne realmente la vittima più eminente del vescovo fanatico" (Tinnefeld).

L'ideatore della prima "soluzione finale" della Chiesa cristiana, alla quale sarebbero seguite molte altre, divenne il "più nobile santo dell' ortodossia bizantina" (Campenhausen), ma anche uno dei più brillanti santi della chiesa cattolico-romana, "doctor ecclesiae", padre della chiesa. Anche dopo lo sterminio hitleriano degli ebrei, per i cattolici rimase "un uomo virtuoso, nella pienezza del termine" (Pinay!).

Quando il grande santo morì, tutto l'Egitto tirò un sospiro di sollievo. Il generale sollievo lo testimonia una lettera, forse apocrifa, inviata al padre della chiesa Teodoreto:
"Finalmente, finalmente è morto quest'uomo terribile. Il suo congedo rallegra i sopravvissuti ma sicuramente affliggerà i morti."

Il santo Cirillo pose le fondamenta a tutta la caccia alle streghe di cui si macchiò a lungo e orribilmente la Chiesa.


BIBLIO

- Mario Luzi - Libro di Ipazia - Milano - Biblioteca Universale Rizzoli - 1973 -
- Adriano Petta, Antonino Colavito - Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo - prefazione di Margherita Hack -  La Lepre edizioni - Roma - 2009 -
- Maria Moneti Codignola - Ipazia muore - Milano - La Tartaruga - 2010 -
- Silvia Ronchey - Ipazia. La vera storia - Collana Saggi italiani - Milano - Rizzoli - 2010 - Primo premio Sezione Saggistica - Premio Nazionale Letterario - Pisa - 2011 -
- S. Ronchey - Ipazia l’intellettuale - in A. Fraschetti (a cura di) - Roma al femminile - Roma - Laterza - 1994 -
- S. Ronchey - Perché Cirillo assassinò Ipazia? - in Tolleranza religiosa in età tardoantica: IV-V secolo. - Atti delle Giornate di studio sull’età tardoantica - Roma - 2013 - a cura di A. Marcone, U. Roberto, I. Tantillo, Cassino - Ed. Università di Cassino - 2014 -



PLINIO IL VECCHIO - PLINIUS SECONDUS


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Nome: Gaius Plinius Secondus
Nascita: Novocumum 23-24 d.c.
Morte: Stabia 79 d.c.
Professione: Scrittore, studioso, botanico, zoologo, paleontologo, geologo, gastronomo, scienziato, filosofo.



LA VITA

"Non un giorno senza una riga". (Plinio il Vecchio)

Gaio Plinio Secondo, conosciuto come Plinio il Vecchio, fu un grande e non abbastanza apprezzato personaggio del passato, grande sia nell'amore del sapere, nell'intelligenza e soprattutto nella personalità, rispettosa e sensibile.

Egli  nacque a Como (Novocomum), nel 23 o 24 d.c., sotto il consolato di Gaio Asinio Pollione e di Gaio Antistio Vetere,  nel IX o X anno del regno di Tiberio, e morì a Stabia, il 25 agosto del 79, durante la terribile eruzione del Vesuvio.

In realtà il luogo della sua nascita è discusso, e sia Verona che Como si contendono l'onre di aver dato i natali a un concittadino tanto illustre.  A sostegno della tesi veronese ci sono dei manoscritti in cui è possibile leggere Plinius Veronensis e il fatto che Plinio stesso, nella sua prefazione, citi Gaio Valerio Catullo come proprio conterraneus (e Catullo era di Verona).

Ad avvalorare l'idea di Como come luogo di nascita, si osserva invece che Eusebio di Cesarea, nella sua cronaca, unisce in nome di Plinio con l'epiteto di Novocomensis. Eusebio e gli autori successivi hanno però a lungo confuso Plinio il Vecchio con con Plinio il giovane, suo nipote, autore delle lettere e del Panegirico di Traiano. L'argomentazione più considerevole a favore di Como sono le iscrizioni presenti in città, nelle quali il nome di Plinio compare sovente.

Di autore anonimo esiste un'altra vita di Caius Plinius Secundus, di Verona, nato sotto Tiberio, il cui padre si chiamava Celer e la madre Marcella. Questa vita, inserita da Arduino nei Testimonia , e che è di autore incerto e piuttosto tardo, comparve per la prima volta, nell'edizione di Breccia, nel 1496.



PUBLIO POMPONIO

Prima del 35 suo padre lo portò a Roma, dove affidò la sua istruzione ad uno dei suoi amici, il poeta e
generale Publio Pomponio Secondo.
"Pomponio era di costumi raffinati e di grande intelligenza, avendo sopportato le avversità in modo equilibrato, sopravvisse a Tiberio »
(Tacito, Annales, V, 8.2.)

Plinio vi acquisì il gusto di apprendere. Due secoli dopo la morte dei Gracchi, il giovane apprezzò alcuni dei loro manoscritti conservati nella biblioteca del suo tutore e dedicò loro più tardi una biografia. A Roma ascoltò il grammatico Apione, grammatico, poligrafo capo della scuola d'Alessandria, il quale viaggiò e fu anche a Roma, sotto Caligola, capo dell'ambasceria alessandrina contraria a quella giudea guidata da Filone.

Apione fece propaganda antisemita (da cui il Contra Apionem di Giuseppe Flavio) e scrisse sei opere, di cui restano frammenti: L'Egitto in cinque libri, citata dagli autori cristiani col titolo Contro i Giudei; Sul ghiottone Apicio; Intorno al mago (Pases); Sul linguaggio dei Romani; Glosse omeriche, e il De metallica disciplina, quest'ultimo ricordato da Plinio.

Nel 42 fu testimone di combattimenti da circo tra animali offerti da Claudio a tutto il popolo romano, animali catturarti vivi per festeggiare la costruzione del porto di Ostia; Plinio fu interessatissimo, soprattutto agli animali rari, ed assistette probabilmente al trionfo di Claudio sulla Gran Bretagna nel 44 (III, 119).

Lo ritroviamo a 22 anni sulla costa d'Africa, probabilmente fu nel 45, che fu testimone di un preteso cambiamento di sesso di Larius Cossicius, ma in realtà  sembra trattarsi di una persona con due sessi, probabilmente una malformazione. Sotto l'influenza di Lucio Anneo Seneca, diventò uno studente appassionato di filosofia e di retorica ed iniziò la sua carriera d'avvocato.

Forse aveva visitato l'Egitto, così vicino all'Africa romana, e la Grecia, dove tutti i nobili romani andavano a completare la loro educazione. Ma altri ritengono che visitasse quelle terre in qualità di marinaio, e soprattutto che dalle coste d'Egitto e d'Africa fosse andato verso la Bretagna. Certamente il posto di comandante della flotta di Miseno, che egli occupò negli ultimi anni, suppone certamente delle conoscenze nautiche. O forse le acquisì in Germania: quando a 23 anni servì sotto Lucius Pomponius, di cui si spiega l'amicizia, che lo fece comandante di un'ala di cavalleria. Intrapresa la carriera equestre, fu inviato sul Reno dove trascorse circa dodici anni.



CORBULONE

BRIGLIE DI PLINIO
Prestò infatti servizio in Germania nel 47 agli ordini di Gneo Domizio Corbulone, partecipando alla sottomissione dei Cauci ed alla costruzione del canale tra il Reno e la Mosa.

Qui rivestì la carica di Ufficiale di cavalleria grazie a sua madre, compagna di Gaio Cecilio di Novum Comum, senatore e procuratore in Gallia e Spagna. La sua unità era stazionata a Xanten (Castra Vetera) nella Germania Inferiore, sul basso Reno.

Deve aver perduto qui le sue briglie con le sue insegne, visto che dopo molti secoli, vennero ritrovate dagli archeologi. Plinio divenne poi comandante di un corpo di cavalleria (praefectus alae). Accompagnò probabilmente Pomponio, amico di suo padre, nella spedizione contro i Catti nel 50.

Era quindi intento per la carica a lanciare giavellotti da cavallo, ma non dimenticò mai di redigere le sue osservazioni. Per diversi passaggi della Storia Naturale, durante il riposo dalle occupazioni militari egli percorse le frontiere dei paesi nemici, visitando le sorgenti del Danubio, andò dagli Chauques che abitano più a nord, e sul bordo dell'Oceano germanico. Da lì è possibile fosse disceso alle bocche dell'Elbe e dell'User fino all'Oceano su una flotta destinata a conoscere, come quella di Germanicus, le rive della nave del Nord e la Chersonse Cimbrique.



TACITO

Forse visitò le province romane all'ovest del Reno; comunque nella stessa epoca egli si legò alla famiglia di Tacito, quando svolse nella Gallia Belga le funzioni di procuratore di Cesare. Un figlio del ricco amministratore, arrivava a sei anni alla taglia d'un uomo fatto, risvegliando la curiosità oltre alla pena, dell'osservatore. Il bambino morì dopo 5 mesi ma l'amicizia restò insieme all'afflizione di Plinio per la famiglia; e tale fu probabilmente l'origine di tale amicizia che, non meno che il genio, ha immortalato i nomi di Plinio e di Tacito. Comunque si pensi di queste ipotesi, Plinio sembra raccogliesse riflessioni e direttive, sia sulla Jaculatio equestri, sia dopo la promozione di prefetto di un'ala di cavalleria.

Si mise così a comporre la Vita di Pomponio in due libri. Nel corso degli stazionamenti invernali all'estero comandante di un corpo di cavalleria, scrisse una prova sull'arte del lancio del giavellotto a cavallo (de iaculatione equestri). In Gallia ed in Spagna annotò il significato di un certo numero di parole celtiche. Notò le località associate alle campagne militari di Germanico; sui luoghi delle vittorie di Druso, sognò o gli parve di scorgere l'ombra di Drusus che gli ordinava di immortalare la sua memoria, e tutte le guerre intraprese dai romani in Germania.

Suo nipote, Plinio il Giovane narra:
"Ciò ebbe inizio durante il servizio militare in Germania, come risulta da un sogno; mentre dormiva egli vide, sospeso sopra di lui, il fantasma di Druso, che aveva trionfato nella lontana e selvaggia Germania dove era morto. Ordinò a mio zio di prendersi cura delle sue memorie, pregandolo di salvarlo dall'ingiustizia e dall'oblio". (Lettere 3.5.4)

Era ancora lontano dall'aver completato il suo lavoro quando Pomponio, vincitore dei Gattes, tornò a Roma per ricevere la statua con le insegne consolari che sostituivano la cerimonia del trionfo (52). Plinio abbandonò la Germania stesso momento in cui lo fece il suo protettore, e sembrò rinunciare alla carriera militare che aveva seguito per 7 anni per impegnarsi negli studi di avvocatura e di lettere, e, secondo gli usi degli uomini illustri, volle seguire la gloria dell'eloquenza. Abile grammatico, abile retore ed eloquente oratore  acquisì una reputazione inferiore a quello che senza dubbio meritava, e merita tutt'oggi.



LA CORTE

Si dice che Plinio non avesse mai visto Tiberio, che si era senza dubbio ritirato a Capri. Sotto Nerone, visse soprattutto a Roma, dove citò la carta d'Armenia e gli accessi del mar Caspio che fu ceduto a Roma dal personale di Corbulo nel 59 (VI, 40). Assistè anche alla costruzione della Domus Aurea di Nerone dopo il grande incendio del 64 (XXXVI, 111).

Vi è da credere che Plinio attinse con molta disinvoltura a varie fonti, compresi i Commentari di Agrippina, posto che egli visse ritirato durante il Principato di Nerone e che esplicitamente affermò di averli utilizzati nell’opera a noi giunta, la Storia Naturale, benché questa sia per contenuti molto meno pertinente ai temi evidentemente politici e strettamente contestualizzati dei Commentari.

D'altronde sia Tacito (An. 4.53.2) che Plinio il Vecchio (Storia Naturale 7) attestano di essersi avvalsi, tra le proprie fonti, di un’opera letteraria di Agrippina (concernente la storia della sua Casa e quella della sua vita). Si tratta di un precedente unico. Mai una  donna a Roma aveva scritto un’opera a sfondo storico.

E mai più una donna ne scriverà una, anche perchè venivano boicottate o distrutte dai cattolici. Invece tale opera riscosse l’onore di essere inclusa tra le fonti di Tacito e Plinio.
"Vidi Agrippina, la moglie dell'imperatore Claudio, a uno spettacolo in cui lei presentava una battaglia navale, seduta accanto a lui, che indossava un mantello militare interamente realizzato in panno d'oro".
(Storia naturale  33.63)

Plinio fu grande amico di Pomponio Secondo e suo compagno d’armi in Germania sotto Claudio e Agrippina. Curiosamente Plinio assunse poi, sotto Vespasiano, la carica che era stata di Aniceto
(Ammiraglio della flotta imperiale del Miseno); egli divenne così il successore dell’assassino di una delle sue fonti.

Vale forse la pena di aggiungere che secondo il riconoscimento proposto da Gennaro Matrone nel 1909, su ciascun braccio dello scheletro di Plinio fu rinvenuta un’armilla d’oro a spirale a forma di vipera bicefala, la quale - ci viene detto da Svetonio (Nero 6) - era prerogativa di Agrippina e dei suoi protetti, con natura di talismano; difficile pensare ad una coincidenza, soprattutto ove si consideri Naturalis Historia 7.16, citata ad incipit.

Nella sua Storia Naturale, si riferì ai molti incidenti o fatti di cui era stato spettatore. Per esempio quando descrive la statua conosciuta come Apoxyomenos di Lysippus, racconta che fu dedicata da Marco Agrippa e posta difronte alle sue terme. Anche Tiberio ammirava molto la statua così la fece porre nella sua camera da letto, sostituendola con una copia. Ma il popolo di Roma era così indignato che ogni volta che c'era Tiberio in teatro, gli urlava 'Riporta indietro l'Apoxyomenos!' Così a dispetto per la sua passione per la statua, Tiberio fu costretto a restituire l'originale. [Storia naturale 34.62]

I dettagli sulle gemme di Lollia Paolina invece, imperatrice per sei mesi, fa forse capire che venne ammesso alla corte di Caligola; o forse semplicemente egli la vide, come tutti i romani, in qualche occasione più o meno solenne, allorquando intraprese un viaggio nei dintorni di Roma. In ogni caso Caligola era agli ultimi tre anni di regno e Plinio ne potè contemplare la vasta struttura costruita dallo stesso Caligola (XXXVI, 3).

"Ho visto Lollia Paulina [...] celebrare il suo fidanzamento coperta in modo alternato di smeraldi e perle, che le scendevano dalla testa, ai capelli, orecchie, naso e dita, per un valore di 50 milioni di sesterzi. ella era pronta, per ogni gemma del suo copricapo, di dar prova scritta della sua proprietà sui preziosi.
(Storia naturale 9.117)



LA GUERRA CIVILE

Intanto la situazione politica si deteriorava. Nerone diventava sempre più tiranno, uccidendo o costringendo i sudditi al suicidio, come fece con Corbulo, il generale che Plinio aveva servito. Plinio dedica molto tempo ad argomenti relativamente più sicuri, come la grammatica e la retorica. Plinio cita i grammatici e retori Quinto Remmio Palemone ed Arellio Fusco nella sua Naturalis historia (XIV, 4; XXXIII, 152) e fu certamente loro seguace. A Roma studiò botanica: l'arte topiaria di Antonio Castore e vede le vecchie piante di loto che un tempo erano appartenute a Crasso.

Ma alle meditazioni della filosofia, alla fantasia poetica e alla intelligenza creatrice, Plinio preferì la scienza, ma una scienza da rifare completamente. Di questa erudizione, immensa e incompleta, di questa massa di conoscenza, a volte un po' puerile e superstiziosa, a volte modernissima, tentò di dare un ordine, non privo però di contraddizioni. Tuttavia, la pubblicazione successiva di Jaculalion equestris, la vita di Pomponio, e i venti libri delle Guerre Germaniche, lo resero famoso.

Nel 68, il governatore della Gallia Lugdunense, Gaius Julius Vindex, fece una rivolta, ma il generale del medio Reno, Lucius Verginius Rufus (l'amico di Plinio), soppresse la ribellione. Il senato dichiarò Nerone nemico dello stato e proclamò imperatore Servius Sulpicius Galba, mentre Nerone si suicidò.

Fu l'inizio di una terribile guerra civile. I militari offersero il trono a Verginius Rufus che rifiutò e solo allora l'offrirono al generale del basso Reno, Aulo Vitellio. Galba fu ucciso dai suoi soldati che nominarono imperatore Marcus Salvius Otho, sconfitto però da Vitellius. Era intanto scoppiata la rivolta dei giudei, e il generale che comandava i romani si ribellò a Vitellio. Trattavasi di Vespasiano, padre di Tito, grande amico di Plinio, che fu eletto imperatore al posto di Vitellio linciato dal popolo. Si era nel 69 e sembra che all'epoca Plinio fosse in arme con Tito in Giudea.

Plinio infatti ricoprì importanti cariche civili sotto Vespasiano e Tito. Completò i venti libri della sua Storia delle guerre germaniche, solo lavoro di riferimento citato nei primi sei libri degli annali di Tacito (I, 69). Questo lavoro è probabilmente una delle principali fonti di informazioni sul germanico. All'inizio del V sec., Simmaco ebbe una piccola speranza di trovarne una copia (Epp., XIV, 8).

La Naturalis historia, che conta 37 volumi, è il solo lavoro di Plinio il Vecchio che si sia conservato. Quest'opera è stata il testo di riferimento in materia di conoscenze scientifiche e tecniche per tutto il Rinascimento e anche oltre. Plinio vi ha infatti registrato tutto il sapere della sua epoca su argomenti molto diversi, quali le scienze naturali, l'astronomia, l'antropologia, la psicologia o la metallurgia.



IL NIPOTE

Ha anche trascorso un po' di tempo a Como, sia per monitorare la gestione della sua proprietà che per sfuggire al trambusto di Roma, una città ancora afflitta dai capricci di imperatori e imperatrici o liberti che governavano.

Per dare un insegnante a Nerone, Agrippina, pensando di fare una buona scelta, pensò a Seneca, capo di una nuova scuola, e il cui nome aveva un nuovo prestigio.

Nel frattempo, sua sorella Plinia aveva dato alla luce un figlio, Gaius Caecilius Secundus (dal 60 al 63 dc, non si sa bene), che ispirò Plinio per un lavoro sull'educazione, e scrisse i tre libri dello Studiosus che l'abbondanza di materiale trasformò poi in sei volumi.
Era ancora in Spagna quando la morte di C. Cecilio, suo fratellastro, lasciò il nipote orfano, e in sua assenza venne affidato a Virginio Rufo (71).

Plinio non fu mai a Roma e non può aver educato suo nipote che affidò a Verginius Rufus, l'uomo che nel 68 aveva rifiutato il trono, che non aveva più possibilità di una ulteriore carriera, e che fondò una scuola di letteratura.

Questi aveva sette membri importanti, come il famoso oratore Nicetes di Smyrna, che divenne l'insegnante di Plinio il giovane in greco e retorica. Al suo ritorno però, nel 73, Plinio, che non aveva moglie nè figli, adottò il nipote, già di dieci anni, e iniziò a dirigere da solo la sua educazione. Così questi mutò il suo nome in Gaius Plinius Caecilius Secundus, detto Plinio il Giovane, che fu educato da Plinio nella sua casa romana

Come Quintiliano, nelle sue Istituzioni Oratorie, accompagnò il nipote dalla culla fino alla sua apparizione nel foro, e lo condusse al ginnasio, alle terme, sui banchi della scuola e della tribuna, scendendo fino ai dettagli, spiegando come l'oratore si dovesse vestire e pettinare come se fosse in scena. Ma aveva anche un'altra occupazione: Aufidius Bassus aveva narrato la Storia contemporanea forse fino al regno di Tiberio, ma non oltre; infatti Seneca, morto in questa stessa epoca, cita nei suoi discorsi {Suasoria VI) un passaggio dei libri relativi alla morte di Cicerone.

Ma la pubblicazione di tale libro sarebbe stato pericoloso sotto un principe sanguinario come Nerone.
Plinio col proposito di oscurarsi, compose allora uno di quei libri che non riguardano imperi o dinastie. Gli otto libri di parole dubbiose o difficoltà della lingua latina {Dubii sermonis) pubblicati nel 68, non esercitarono il tumulto che dei grammatici e dei filosofi; dimodochè non essendo un amministratore pericoloso,  fu nominato procuratore di Cesare nella Spagna Citeriore.



VESPASIANO

Poichè era amico del nuovo imperatore e di suo figlio Titus, Plinio fece subito una carriera spettacolare ottennendo diversi comandi navali. Nel 70 fu in Gallia Narbonensis, nel 72 in Africa, nel 73 in Hispania Terraconensis, e nel 75 75 in Gallia Belgica. Durante i primi due incarichi Plinio non solo era responsabile dei possedimenti e delle finzanze dell'imperatore, ma pure dell'amministrazione della giustizia. Durante gli ultimi due comandi fu responsabile di tutte le tasse tasse delle sue province.

Durante il soggiorno in Spagna, si dedicò all'agricoltura e alle miniere del paese, oltre a visitare l'Africa (VII, 37). Al suo ritorno in Italia, accettò un incarico di Vespasiano, che lo consultava all'alba di ogni giorno prima di adempiere alle sue occupazioni ufficiali, il che dà la misura di quanta stima l'imperatore riponesse in lui, oltre a quanto fosse grande e modesto questo imperatore.

Alla fine del suo mandato, dedicò la maggior parte del suo tempo ai suoi studi (Plin. Ep., III, 5,9). Plinio fu anche amico di Titus, e il tono familiare che usò parlando al trionfatore, censore, console, prefetto del tribunale, investito con decreto del Senato della potenza tribuna, rimarcava, come fece rilevare suo nipote, la libertà di entrambi.

Plinio aveva servito nella guerra di Giuda. Oltre alle relazioni del nostro autore in questo paese con l'accuratezza e la precisione di sempre, si spiega l'assenza da Roma nel 70, un anno dopo la presa di Gerusalemme, anche al momento del trionfo di Tito, per la morte del fratellastro che lasciava un figlio senza padre.

Completò una storia del suo tempo in 31 libri, che tratta del regno di Nerone fino a quello di Vespasiano (N.H., Praef. 20). Quest'opera è citata da Tacito (Ann., XIII, 20; XV, 53; Hist. III, 29), ed influenza Gaio Svetonio Tranquillo e Plutarco. Terminò il suo grande lavoro: la Naturalis historia, opera a carattere enciclopedico nella quale Plinio raccoglie una grande parte dello scibile dell'epoca, lavoro progettato sotto la direzione di Nerone.

Le informazioni che raccoglie riempiono non meno di 160 volumi nell'anno 73, quando Larcio Licino, il legato pretore di Spagna Tarraconense prova invano a comperarli con una somma notevole. Dedicò una sua opera a Tito Flavio nel 77. Al ritorno dalla Gallia Belgica, dove deve aver combattuto la rivolta Bavatiana  (69-70), Plinio deve aver proseguito la storia di Aufidius Bassus. L'ulteriore passo nella carriera di Plinio fu nuovamente una funzione militare: divenne prefetto di una delle due navi romane.

Stazionava a Miseno, ed era responsabile dell'intera metà ovest del Mediterraneo. Pur essendo un uomo impegnatissimo, fu in grado di finire un'enciclopedia, La storia naturale, che conteneva tutta la conoscenza che lui aveva, che aveva letto o sperimentato. La dedicò al suo amico Titus, e fu scritto per le masse, per i contadini e gli artigiani, e finalmente, per coloro che avevano tempo di dedicarsi alla ricerca.
(Natural history, Preface 6; fu pubblicato nel 77)

Comandante della flotta tirrenica di stanza a Miseno, con l'onere di monitorare tutto il Mediterraneo occidentale, fu un incarico redditizio e glorioso. Anche qui Plinio è stato in grado di trovare il tempo per indulgere ai suoi studi preferiti, alle note che segnava, alle letture che potevano aiutarlo sulle sue osservazioni, iniziate già in Spagna Citeriore.



IL CARATTERE

Plinio era l'osservatore per eccellenza, l'osservatore diretto che opera dal vivo sul campo, l'antesignano dei cronisti, il cronista dell'epoca. Morì infatti per le esalazioni sulfuree dell'eruzione vesuviana che distrusse Stabia, Ercolano e Pompei, mentre tentava di osservare il fenomeno da vicino. E' stato il sapiente più illustre che abbia prodotto Roma imperiale. Filosofo, fisico e naturalista, in tempi di ignoranza o falsa conoscenza, con un genio e un carattere generoso, lungimirante e curioso molto simile a quello di Empedocle, imitandolo tra l'altro nel calarsi anche lui nel cratere dell'Etna per osservarne i fenomeni. Per questo venne riconosciuto come primo vulcanologo della storia. In suo onore viene usato il termine di eruzione pliniana per definire una forte eruzione esplosiva, simile appunto a quella in cui perse la vita.

In generale, Plinio, profondo osservatore delle scienze e della natura, fa poco caso all'uomo e alla vita. L'abitudine  alle alte cariche, il dover trattare con grandi personaggi, tema contrario alla sua contemplazione e ammirazione della natura, avevano instillato in lui una malinconia, una misantropia e un sarcasmo amaro.

Plinio il Giovane, suo nipote, ce lo rappresenta come un uomo delicato e altruista dedito allo studio ed alla lettura, intento ad osservare i fenomeni naturali ed a prendere continuamente appunti, dedicando poco tempo al sonno ed alle distrazioni:(libro o lettera 5, Macer): "Sono affascinato dal vedere che voi leggete attentamente i libri di mio zio, che voi vogliate leggerli tutti e possederli tutti. Io non mi contenterò di indicarveli, ma ne contrassegnerò l'ordine in cui furono eseguiti: si tratta di una conoscenza non priva di piacere per chi si prende cura per la letteratura. Come comandante della cavalleria, ha composto un libro sull'arte del lancio del giavellotto da cavallo. Ha scritto poi due libri sulla vita di Pomponio Secondo, che aveva molta amicizia per lui: ha pagato questo tributo di riconoscenza in sua memoria. Ci ha lasciato inoltre una ventina di libri sulla guerra della Germania, raccogliendo tutte le battaglie che abbiamo sostenuto contro i popoli di questo paese. 
C'è un sogno che lo spinse a intraprendere questo lavoro: serviva in questa provincia, quando gli apparve nel sonno Druso Nerone, Conquistatore della Germania, dove aveva trovato la morte. Questo principe gli raccomandò di salvare il suo nome dall'oblio. Abbiamo ancora di lui tre libri, intitolati Lo Studioso, diviso in sei volumi: egli prende l'oratore dalla culla e lo porta fino alla più alta perfezione. 
Otto libri sulle difficoltà della grammatica: composti negli ultimi anni della tirannia dell'impero Neroniano pericoloso in qualsiasi tipo di studio. Trentuno libri, per proseguire la storia che Auhdius Bassus aveva interrotto. Trentasette libri sulla Storia Naturale: Questo libro è un tempo di erudizione infinita quasi simile alla natura stessa. 
Non si può concepire come un uomo potesse scrivere tanti volumi, e trattare tanti differenti argomenti, i più spinosi e difficili: vi sarà più chiaro quando saprete che era solo al LVI anno quando morì, e che la sua vita passava nelle occupazioni e negli imbarazzi che danno i grandi impieghi e il favore dei principi, ma aveva uno spirito ardente, uno zelo instancabile, un estrema vigilanza.
Egli osservò attentamente i fenomeni dei vulcani, non per trarre presagi dall'osservazione delle stelle, ma per farne un libro: iniziava a studiare di notte; in inverno, alla VII ora, talvolta all'VIII, ma spesso alla VI. 
Non era possibile concedere di meno al sonno, che a volte lo prendeva accasciandolo sui libri.
All'alba egli si recava presso l'imperatore Vespasiano, che faceva un buon uso delle notti. Qui svolgeva le funzioni che gli erano state affidate. Svolti i suoi affari, tornava a casa e nel suo tempo rimanente si dedicava allo studio. 
Dopo un pasto, sempre molto semplice e leggero, secondo il costume dei nostri padri, per prendersi qualche momento di svago, si poneva sotto il sole leggendo un libro, prendendo appunti perché non ha mai letto nulla senza estrarre qualcosa, e diceva spesso che non esisteva un libro così brutto da cui non si potesse imparare. 
Dopo essersi ritirato dal sole, faceva in genere un bagno d'acqua fredda. poi mangiava qualcosa e dormiva qualche istante. Infine, come se un nuovo giorno fosse iniziato, ripreneva lo studio fino a cena. Mentre cenava, nuova lettura, nuovi estratti, ma di corsa. 
Ricordo che un giorno, un suo amico interruppe il lettore, che aveva pronunciato male qualche parola e gliela aveva fatte ripetere. 
- Ma avete capito? - disse mio zio. 
- Senza dubbio - rispose il suo amico. 
- E perché allora - gli rispose - me lo fate ripetere?  La vostra interruzione ci costa più di dieci righe. Vedete voi se non ci sia un modo migliore di amministrare il tempo -
Egli lasciava il tavolo prima di notte in inverno, tra la prima e seconda ora, con un silenzio forzato. E tutto questo nel mezzo delle occupazioni e del trambusto della città. Nei suoi ritiri, egli non aveva altro tempo che il bagno per interrompere il lavoro: voglio dire il tempo in silenzio nell'acqua perché mentre si faceva asciugare e massaggiare non mancava o leggere o dettare. 
Nei suoi viaggi, come si sottraeva da qualsiasi altra cura, si dedicava allo studio, e aveva con sè il suo libro, le sue tavolette, e il suo segretario, al quale faceva infilare i guanti d'inverno in modo che il rigore della stagione non potesse rubare un momento al lavoro. E' per questo motivo che non è mai stato in poltrona a Roma. Ricordo che un giorno mi portò invece che a passeggiare, dentro la stanza  - Si potrebbe, disse, mettere quelle ore in profitto, per aver perso il tempo che non abbiamo dedicato alla scienza. E ' per questa straordinaria applicazione che ha compiuto tante opere, e mi ha lasciato 160 volumi di suoi estratti, scritti sulla pagina e sul retro, in caratteri molto piccoli, il che rende la collezione ancora più voluminosa di quanto sembri. Ricordo spesso che quando era amministratore in Spagna,  egli non aveva ottenuto dalla vendita di Largius Licinio che 400.000 sesterzi e all'epoca quelle memorie non erano così estese. 
Quando si consideri questa lettura immensa, questi libri infiniti che ha composto, non credereste che lui non avesse mai avuto incarichi, nè il favore favore dei principi? Eppure, quando si sa come abbia trascorso il tempo in studio e lavoro, non pensate che avrebbe potuto leggere e scrivere di più? Perché da un lato, quali ostacoli pongono la carica e la Corte agli studi e, dall'altro, cosa non dovremmo aspettarci da una si costante applicazione? 
Inoltre, non posso fare a meno di scoppiare a ridere quando si parla della mia passione per lo studio, io che, al suo confronto, sono il più pigro degli uomini: mentre io do allo studio tutto quello che i doveri pubblici e quelli dell'amicizia mi lasciano di tempo. Eh! tra quegli stessi che dedicano la loro vita alla letteratura, qual'è quello che potrebbe sostenerne il paragone, e che non sembrerebbero, paragonati a lui, passare tutti i suoi giorni nel sonno e nella mollezza? 
Mi accorgo che l'argomento mi ha portato più lontano di quello che mi ero proposto, volevo solo dirvi quello che volevate sapere, quali opere mio zio abbia composto. Mi assicuro pertanto che  ciò che chiedete non vi faccia gustare con  meno piacere le opere stesse: ciò potrebbe non solo impegnarvi ancora di leggerli, ma anche di accendervi di generosa emulazione, e di un desiderio nobile di imitare l'autore. 
Addio. ".

Il racconto della sua morte, contenuto in una lettera del nipote Plinio il Giovane, ha contribuito all'immagine di Plinio come protomartire della scienza sperimentale (definizione di Italo Calvino), anche se, sempre secondo il resoconto del nipote, si espose al pericolo anche e soprattutto per recare soccorso ad alcuni cittadini in fuga dall'eruzione. Il presunto teschio di Plinio il Vecchio è conservato nella sala Flajani del Museo storico nazionale dell'arte sanitaria a Roma.

Il resoconto delle sue ultime ore è riferito in una lettera interessante che Plinio il giovane indirizza, 27 anni dopo l'accaduto, a Tacito (Ep., VI, 16). Invia anche, ad un altro corrispondente, una relazione sugli scritti ed il modo di vita di suo zio (III, 5):
« Iniziava a lavorare ben prima dell'alba… Non leggeva nulla senza fare riassunti; diceva anche che non esisteva nessun libro tanto inutile, cioè da non contenere qualche valore. Al paese, solo l'ora del bagno lo asteneva da studiare. In viaggio, era privo d'altri obblighi, si dedicava soltanto allo studio. In breve, considerava perso il tempo che non era dedicato allo studio. »
(Plinio il giovane)

Quando non aveva altre mansioni, era occupato su i suoi manoscritti per venti ore su ventiquattro, non risparmiandosi neppure nel tempo più caldo. Talora lo si trovava impegnato all'una del mattino a leggere e scrivere a lume di candela. Dopo aver fatto visita a corte tornava a lavorare sino a mezzogiorno quando interrompeva per una breve pausa per un pranzo molto leggero al cui termine si riposava prendendo il sole mentre un segretario gli faceva ad alta voce l'ultima lettura della giornata. Dopo un bagno freddo, seguito da un breve riposo e da una merenda ricominciava a lavorare, quasi che fosse all'inizio del giorno, sino all'ora della cena.
Il solo frutto del suo instancabile lavoro che persiste al giorno d'oggi è la sua Naturalis Historia che fu utilizzata come riferimento durante numerosi secoli da innumerevoli allievi.



LA MORTE

Volendo osservare il fenomeno il più vicino possibile e volendo aiutare a alcuni suoi amici in difficoltà sulle spiagge della baia di Napoli, partì con le sue galee, che attraversano la baia fino a Stabiae (oggi Castellammare di Stabia) dove morì, probabilmente soffocato dalle esalazioni vulcaniche, a 56 anni. Con lui scomparve uno dei più grandi geni dell'umanità.

Lettera di Plinio il giovane a Tacito sull'eruzione del Vesuvio del 79 d.c.

"Mi chiedi che io ti esponga la morte di mio zio, per poterla tramandare con una maggiore obiettività ai posteri. Te ne ringrazio, in quanto sono sicuro che, se sarà celebrata da te, la sua morte sarà destinata ad una gloria immortale.

Era a Miseno e teneva direttamente il comando della flotta. Il 24 agosto, verso l'una del pomeriggio, mia madre lo informa che spuntava una nube fuori dell'ordinario sia per grandezza che per aspetto. 


Egli dopo aver preso un bagno di sole e poi un altro nell'acqua fredda, aveva fatto uno spuntino stando nella sua brandina da lavoro ed attendeva allo studio; si fa portare i sandali e sale in una località che offriva le migliori condizioni per contemplare quel prodigio.

Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna (si seppe poi in seguito che era il Vesuvio): nessun'altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la figura e la forma. 


Infatti slanciatasi in su come se si sorreggesse su di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami; credo che il motivo risiedesse nel fatto che, innalzata dal turbine subito dopo l'esplosione e poi privata del suo appoggio quando quello andò esaurendosi, o anche vinta dal suo stesso peso, si dissolveva allargandosi: talora era bianchissima, talora sporca e macchiata, a seconda che aveva trascinato con sé terra o cenere.

Nella sua profonda passione per la scienza, stimò che si trattasse di un fenomeno molto importante e meritevole di essere studiato più da vicino. Ordina che gli si prepari una liburna e mi offre la possibilità di andare con lui se lo desiderassi. Gli risposi che preferivo attendere ai miei studi e, per caso, proprio lui mi aveva assegnato un lavoro da svolgere per iscritto.

Mentre usciva di casa, gli viene consegnata una lettera da parte dì Rettina, moglie di Casco, la quale, terrorizzata dal pericolo incombente (infatti la sua villa era posta lungo la spiaggia della zona minacciata e l'unica via di scampo era rappresentata dalle navi), lo pregava che la strappasse da quel frangente così spaventoso. Egli allora cambia progetto e ciò che aveva incominciato per un interesse scientifico lo affronta per l'impulso della sua eroica coscienza.

Fa uscire in mare delle quadriremi e vi sale egli stesso, per venire in soccorso non solo a Rettina ma a molta gente, poiché quel litorale, in grazia della sua bellezza era fittamente abitato. Si affretta colà donde gli altri fuggono e punta la rotta ed il timone proprio nel cuore del pericolo, così immune dalla paura da dettare e da annotare tutte le evoluzioni e tutte le configurazioni di quel cataclisma, come riusciva a coglierle successivamente con lo sguardo.

Ormai, quanto più si avvicinavano, la cenere cadeva sulle navi sempre più calda e più densa, vi cadevano ormai anche pomici e pietre nere, corrose e spezzate dal fuoco, ormai si era creato un bassofondo improvviso ed una frana della montagna impediva di accostarsi al litorale. Dopo una breve esitazione se dovesse ripiegare all'indietro, al pilota che gli suggeriva quest'alternativa tosto replicò: «La fortuna aiuta i prodi; dirigiti sulla dimora di Pomponiano".

Questi si trovava a Stabia, dalla parte opposta del golfo (giacché il mare si inoltra nella dolce insenatura formata dalle coste arcuate a semicerchio); colà quantunque il pericolo non fosse ancora vicino, siccome però lo si poteva scorgere bene e ci si rendeva conto che, nel suo espandersi, era ormai imminente, Pomponiano aveva trasportato su delle navi le sue masserizie, determinato a fuggire non appena si fosse calmato il vento contrario. 


Per mio zio invece questo era allora pienamente favorevole, così che vi giunge, lo abbraccia tutto spaventato com'era, lo conforta, gli fa animo e, per smorzare la sua paura con la propria serenità, si fa calare nel bagno: terminata la pulizia, prende posto a tavola e consuma la sua cena con un fare gioviale o, cosa che presuppone una grandezza non inferiore, recitando la parte dell'uomo gioviale.

Nel frattempo dal Vesuvio risplendevano in parecchi luoghi delle larghissime strisce di fuoco e degli incendi che emettevano alte vampate, i cui bagliori e la cui luce erano messi in risalto dal buio della notte. Egli, per sedare lo sgomento, insisteva nel dire che si trattava di fuochi lasciati accesi dai contadini nell'affanno di mettersi in salvo e di ville abbandonate che bruciavano nella campagna. 


Poi si prese un po' di riposo e riposò di un sonno certamente genuino. Infatti il suo respiro, che, a causa della sua corpulenza, era piuttosto profondo e rumoroso, veniva percepito da coloro che andavano avanti e indietro dinanzi alla sua soglia.

Senonché il cortile da cui si accedeva alla sua stanza, riempiendosi di cenere mista a pomici, aveva ormai innalzato tanto il suo livello che, se mio zio avesse ulteriormente indugiato nella sua camera, non avrebbe più avuto la possibilità di uscirne.

Svegliato, viene fuori e si ricongiunge al gruppo di Pomponiano e di tutti gli altri, i quali erano rimasti desti fino a quel momento. Insieme esaminano se sia preferibile starsene al coperto o andare alla ventura allo scoperto. Infatti, sotto l'azione di frequenti ed enormi scosse, i caseggiati traballavano e, come se fossero stati sbarbicati dalle loro fondamenta, lasciavano l'impressione di sbandare ora da una parte ora dell'altra e poi di ritornare in sesto. 


D'altronde all'aperto cielo c'era da temere la caduta di pomici, anche se erano leggere e corrose; tuttavia il confronto tra i due pericoli indusse a scegliere quest'ultimo. In mio zio una ragione predominò sull'altra, nei suoi compagni una paura s'impose sull'altra. Si pongono in testa dei cuscini e li fissano con dei capi di biancheria; questa era la loro difesa contro tutto ciò che cadeva dall'alto.

Altrove era già giorno, là invece era una notte più nera e più fitta di qualsiasi notte, quantunque fosse mitigata da numerose fiaccole e da luci di varia provenienza. Si trovò conveniente di recarsi sulla spiaggia ed osservare da vicino se fosse già possibile tentare il viaggio per mare; ma esso perdurava ancora sconvolto ed intransitabile. Colà, sdraiato su di un panno steso per terra, chiese a due riprese dell'acqua fresca e ne bevve. Poi delle fiamme ed un odore di zolfo che preannunciava le fiamme spingono gli altri in fuga e lo ridestano.

Sorreggendosi su due semplici schiavi riuscì a rimettersi in piedi, ma subito stramazzò: da quanto io posso arguire, l'atmosfera troppo pregna di ceneri gli soffocò la respirazione e gli otturò la gola, che era per costituzione malaticcia, gonfia e spesso infiammata.

Quando riapparve la luce del sole (era il terzo giorno da quello che aveva visto per ultimo) il suo cadavere fu trovato intatto, illeso e rivestito degli stessi abiti che aveva indossati: la maniera con cui il suo corpo si presentava faceva più pensare ad uno che dormisse che non ad un morto. Frattanto a Miseno io e mia madre... ma questo non interessa la storia e tu non hai espresso il desiderio dl essere informato di altro che della sua morte. Dunque terminerò.
Aggiungerò solo una parola: che ti ho esposto tutte cose alle quali ho partecipato o che mi sono state riferite immediatamente dopo, quando i ricordi conservano ancora la massima precisione
."

PLINIO IL VECCHIO FA PRENDERE APPUNTI AL FIGLIO RIGUARDO LA CATASTROFE DEL VESUVIO

QUEL CHE AVVENNE DOPO - PLINIO IL GIOVANE

La seconda lettera di Plinio il Giovane a Tacito

Caro Tacito,

Tu dici che, mosso dalla lettera che io ti scrissi, a tua richiesta circa la morte di mio zio, desideri sapere (ciò che avevo cominciato e poi interrotto) non solo i timori, ma anche quali avvenimenti abbia io sofferto essendo rimasto a Miseno.
Benché l'animo inorridisca a ricordare, comincerò.

Partito lo zio, passai il restante tempo (perché ero rimasto per questo) a studiare, poi il bagno, la cena ed un sonno breve ed inquieto. Molti giorni prima si era sentita una scossa di terremoto; senza però che vi si desse molta importanza, perché in Campania è normale; ma in quella notte fu così forte che sembrò che non si scuotesse, ma che crollasse ogni cosa. La madre corse nella mia stanza, ed io pure mi alzavo per risvegliarla se mai dormisse. 


Ci sedemmo nel cortile della casa che la separava dal mare, per un breve tratto. Io non so se chiamarlo coraggio o imprudenza perché toccavo appena i 18 anni. Chiedo un volume di Tito Livio e così, per ozio, mi metto a leggere e continuavo anche a farne appunti. 

Quand'ecco un amico ed ospite dello zio, appena venuto dalla Spagna, alla vista mia e di mia madre seduti, ed io che per giunta leggevo, rimprovera lei per la propria indolenza e me di poco giudizio, ma non per questo io levai l'occhio dal libro. Già faceva giorno da un'ora e pur tuttavia la sua luce era incerta e quasi languente, già erano crollate le case intorno e benché fossimo in un luogo aperto ma angusto grande e certo era il timore di un crollo.

Allora, finalmente ci parve bene di uscire dalla città. Ci segue una folla sbigottita e ciò che nello spavento appare come prudenza, antepone il proprio parere all'altrui e in gran massa incalza e preme chi fugge. Usciti dall'abitato ci fermammo. Quivi assistiamo a molti fenomeni e molti pericoli. Infatti i carri che ci facemmo venire dietro sebbene il terreno fosse pianeggiante andavano indietro e neppure con il sostegno di pietre restavano nello stesso punto. 


Inoltre si vedeva il mare riassorbito in sé stesso e quasi respinto dal terremoto. Certamente il litorale si era allargato e molti pesci restavano a secco. Dal lato opposto una nera ed orrenda nube squarciata dal rapido volteggiare di un vento infuocato si apriva in lunghe lingue di fuoco; esse erano come lampi e più che lampi. 

Allora, quel medesimo amico venuto dalla Spagna, con più forza ed insistenza: "Se tuo fratello, disse, se tuo zio vive, vi vorrebbe salvi; se è morto vorrebbe che voi gli sopravviviate; perché dunque indugiate a scappare?" Al che rispondemmo: "Non abbiamo l'animo, incerti della sua salvezza, di provvedere alla nostra". 

Egli non esita oltre e se la dà a gambe e a gran corsa si sottrae al pericolo; né passò molto tempo che quella nube discese a terra e coprì il mare. Aveva avvolto e nascosto Capri e tolto dalla vista il promontorio di Miseno. Allora la madre cominciò a pregarmi, a scongiurarmi, a ordinarmi, che, in qualunque modo io fuggissi; lo facessi io perché giovane; ella, appesantita dall'età e dalle (stanche) membra sarebbe morta felice di non essere stata la mia causa di morte.

Ma io risposi di non volermi salvare che con lei; poi pigliandola per mano la costringo ad affrettare il passo; ella mi segue a stento e si lamenta perché mi rallenta (il cammino). Cadeva già della cenere, non però ancora fitta; mi volto e vedo sovrastarmi alle spalle una densa caligine che quale torrente spargendosi per terra ci incalzava. Deviamo, io dissi, finché ci si vede, per non essere travolti, una volta raggiunti, dalla folla che ci viene dietro. Appena fatta questa considerazione si fa notte, non di quelle nuvolose e senza luna, ma come quando ci si trova in un luogo chiuso, spente le luci.

Avresti udito i gemiti delle donne, le urla dei bambini, le grida dei mariti; gli uni cercavano a gran voce i padri; gli altri i figlioli; gli altri i consorti; chi commiserava la propria sorte; chi quella dei suoi. Vi erano di coloro che, per timore della morte, la invocavano. Molti supplicavano gli dei; molti ritenevano che non ve ne fossero più e che quella notte dovesse essere l'ultima notte del mondo. Né mancavano quelli che con immaginari e bugiardi spaventi accrescevano i veri pericoli. Vi erano di quelli che, bugiardi, ma creduti, dicevano di venire da Miseno e che esso era una rovina e (completamente) incendiato. 


Fece un po' di chiaro; né questo ci sembrava giorno, ma piuttosto la luce del fuoco che si avvicinava. Se non che il fuoco si arrestò più lontano; nuova oscurità e nuovo nembo di fitta cenere; noi ci alzavamo a tratti per toglierla di dosso; altrimenti ne saremmo stati se non coperti schiacciati. Potrei gloriarmi che in tante calamità non mi sia uscito un lamento, né una parola men che virile, se non avessi trovato gran conforto alla morte il credere che in quel momento con me periva tutto il mondo. 

Finalmente si attenuò quella caligine e svanì come in fumo e nebbia; quindi fece proprio giorno ed apparve anche il sole, ma scolorito come suol essere quando è in eclisse. Agli occhi ancor tremanti tutto si mostrava cambiato e coperto da un monte di cenere, come se fosse nevicato. Ritornati a Miseno e ristorate alla meglio le membra si passò una notte affannosa ed incerta tra la speranza ed il timore. Ma il timore prevaleva. 

Intanto continuavano le scosse di terremoto e molti, fuori di senno, con le loro malaugurate predizioni si burlavano del proprio e del male altrui. Noi, però, benché salvi dai pericoli ed in attesa di nuovi, neppure allora pensammo di partire, finché non si avesse notizia dello zio. Queste cose, non degne certamente di storia, le leggerai senza servirtene per i tuoi scritti; né imputerai che a te stesso, che me le hai chieste, se non ti parranno degne neppure di una lettera. Addio.”




LE OPERE

L'elenco delle opere di Plinio ci è fornito dal suo stesso nipote:

- De iaculatione equestri, libro sull'arte di tirare stando a cavallo, frutto della sua esperienza di ufficiale di cavalleria.
- De vita Pomponii Secundi, due libri sulla vita di Pomponio Secondo, poeta tragico a cui era legato da amicizia.
- Bella Germaniae, venti libri sulle guerre di Germania, che servirono a Tacito per i suoi Annales.
- Studiosus, tre libri sulla formazione dell'oratore tramite lo studio dell'eloquenza.
- Dubius sermo, otto libri sui problemi di lingua e grammatica che presentavano oscillazioni ed incertezze nell'uso, tenute in gran conto dai grammatici posteriori.
- A fine Aufidii Bassi, trentuno libri di storia che riprendevano la narrazione dove aveva concluso Aufidio Basso, ovvero dalla morte dell'imperatore Claudio.
- Naturalis historia, trentasette libri che formavano un'opera enciclopedica di larghissimo respiro, l'unica rimastaci per intero.



LA NATURALIS HISTORIA

La Naturalis historia fu pubblicata nell'anno 77;  l'opera si presenta come ricerca a carattere enciclopedico sui fenomeni naturali: il termine historia conserva il suo significato greco di indagine,  formula poi adottata dalle scienze biologiche, cioè dalla storia naturale nel senso moderno del termine.

Il I libro fu completato dal nipote Plinio il Giovane dopo la morte dello zio, contiene la dedica a Tito, il sommario dei libri successivi ed un elenco delle fonti per ciascun libro. Partendo dal lavoro di Lucrezio, l'autore vuole far conoscere all'uomo i vari aspetti della natura, perché possa elevarsi dalla sua condizione animale.
L'informazione tratta svariati temi:
- La descrizione dell'universo (II libro)
- La geografia ed etnografia del Bacino del Mar Mediterraneo (III-VI libro)
- L'antropologia (VII libro)
- La zoologia (VIII-XI libro)
- La botanica e l'agricoltura (XII-XIX libro)
- La medicina e le piante medicinali (XX-XXVII libro)
- La medicina ed i medicamenti ricavati dagli animali (XXVII-XXXII libro)
- La mineralogia (XXXIII-XXXVII libro)

Per la geografia e l'astronomia ad esempio: Libro II, 186-187

" Così succede che, per l'accrescimento variabile delle giornate, a Meroe il giorno più lungo comprende 12 ore equinoziali e 8/9 d'ora, ma ad Alessandria 14 ore, in Italia 15, 17 in Britannia, dove le chiare notti estive
garantiscono senza incertezze quello che la scienza, del resto, impone di credere, e cioè che nei giorni del solstizio estivo, quando il sole si accosta di più al polo e la luce fa un giro più stretto, le terre soggiacenti hanno giorni ininterrotti di sei mesi, e altrettanto lunghe notti, quando il sole si è ritirato in direzione opposta, verso il solstizio di inverno. 


Pitea di Marsiglia scrive che questo accade nell'isola di Tule, che dista dalla Britannia sei giorni di navigazione verso nord; ma certuni lo attestano per Mona, distante circa 200 miglia dalla città britannica di Camaloduno."

L'ultima parte, trattando della mineralogia, della lavorazione dei metalli e delle pietre, contiene anche una lunghissima digressione sulla storia dell'arte dell'antichità, in particolare riguardo la statuaria, la pittura, i mosaici e l'architettura. E' l'unico lavoro classico che conserviamo, che si basa sui testi, oggi perduti, di Senocrate, e sulle biografe di Duride e Antigono. Plinio non mostra un'attitudine speciale per la critica d'arteanche se fa osservazioni indipendenti (XXXIV. 38, 46, 63, XXXV. 17, 20, 116). Afferma che preferisce il Laocoonte in marmo del palazzo di Tito a tutti i quadri e bronzi del mondo (XXXVI. 37).

Nel tempio vicino al Circo Flaminio, Plinio ammira l'Ares e l'Afrodite di Scopas, "che basterebbero a rendere rinomato qualsiasi altro luogo. A Roma le opere d'arte sono moltissime, e inoltre, una eclissa l'altra nella memoria e nonostante la bellezza che possano avere, siamo distratti dal tremendo sforzo che i nostri doveri e obblighi ci impongono. Per ammirare l'arte necessiteremmo di tempo libero e profonda tranquillità " (ibid. 26-72).

E' l'opera di chi registra tutto ciò che scopre e apprende, per trasmettere agli altri il più possibile, e col tentativo di mettere ordine nell'immensa materia. Naturalmente l'opera pecca a volte di inesattezza scientifica, ma ha un altissimo valore antiquario e documentario dell'epoca, perchè è il primo tentativo di enciclopedismo, spaziando nei temi più vasti, talvolta con credenze superstiziose e gusto del fantastico.

Per citare le critiche dei suoi detrattori, talvolta le informazioni erano errate o i dati "gonfiati", ad esempio nella descrizione del teatro di Pompeo e di quelli di Curione e Scauro. Dato il carattere scientifico dell'autore non si può certo attribuirgli una mala fede, è chiaro che non potendo riscontrare di persona ogni dato, dovette fidarsi in genere delle dichiarazioni di altri. Ma il lavoro è stupendo e antesignano dell'enciclopedismo moderno, senza di lui, non ci sarebbe stata nemmeno l'enciclopedia dell'Illuminismo nè quella odierna.

Ad esempio nella zoologia vi sono suddivisioni arbitrarie : mammiferi e rettili sulla terra, mammiferi e uccelli nell'aria, mammiferi, pesci, crostacei, anellidi, rettili e zoofiti sott'acqua. Ma gli ordini, le famiglie, le classi e tutte le grandi sezioni di un regno non possono essere definiti se non quando, grazie alla determinazione filosofica dell'importanza dei caratteri, si giunge ad una buona tassonomia (disciplina delle classificazione).

Così si è sorriso quando Plinio designa come anguilliformi serpenti e idre,  e come uccelli i pipistrelli e i dragoni. Si sorride pure per frasi come:
"Di tutti gli uccelli, il pipistrello è l'unico viviparo; di tutti i bipedi, solo l'uomo ha le mammelle".
Si dimentica che noi guardiamo i suoi scritti con circa duemila anni di altri lavori ed acquisizioni, mentre lui dietro le sue spalle aveva poco o nulla. Non si ride ad esempio che ancora oggi si racconti nei miracoli dei santi, o dei papi, che hanno ucciso dei dragoni.

Nella medicina tra le pietre curative studia anche il diamante. Posseduto o disegnato sulla propria pelle, è un talismano contro i veleni e in più avrebbe il potere di tenere alla larga i brutti sogni e gli spiriti maligni. Però deride la credenza della 'Licantropia': sorta di magia per cui gli Arcadi soleano trasformarsi in lupi e dopo un certo tempo ripigliare la pristina forma.

«Le donne hanno meno denti degli uomini. Ma quelle tra loro che possiedono un doppio canino sul lato destro della mandibola superiore, sono destinate ad essere le favorite della più ostinata Fortuna, ed è questo il caso esemplare di Agrippina, la madre di Nerone. Tuttavia quelle che al contrario possiedono un doppio canino sul lato sinistro, sono destinate alla somma disgrazia»,
(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia 7.16 - S. Conte)

Anche questo fa sorridere, ma teniamo conto che Paracelso nel '500 per riscoprire la medicina ormai ridotta a salassi, andò nelle campagne chiedendo le cure alle donne, ed è da queste sostanze naturali che partì la medicina, riproducendo poi le sostanze in laboratorio. Si rifletta anche che nel '700 epoca dell'Illuminismo, ancora si credeva che il mestruo fosse l'equivalente femminile dello spermatozoo maschile.

Plinio il Vecchio attribuisce al miele una forte azione conservativa; però è possibile che il miele sia stato confuso con un altro prodotto delle api, il propoli, di cui effettivamente le api si servono per saldare i favi dell'alveare e per 'mummificare' eventuali intrusi, come insetti o grosse farfalle.
Il libro è inoltre ricco di aneddoti ed episodi storici:

"Tra le piante che è rischioso mangiare, mi sembra giusto mettere anche i boleti: essi costituiscono innegabilmente un alimento squisito, ma li ha posti sotto accusa un fatto enorme nella sua esemplarità: l'avvelenamento, compiuto per loro tramite, dell'imperatore Tìberio Claudio da parte della moglie Agrippina, che con tale atto diede al mondo, e innanzitutto a se stessa, un altro veleno, il proprio figlio Nerone".

Plinio riferisce anche fatti storici o pseudo storici: che il cognomen "Caesar" discendesse da un uomo venuto alla luce in seguito a un taglio cesareo (dal verbo latino 'tagliare', caedo), e che Agrippina compose un'autobiografia, per noi perduta e ne cita un particolare: Nerone nacque con i piedi in avanti, evento considerato contro natura ed estremamente funesto (N.H. VII, 46)
.
Oppure narra che nel Lago di Lucrino, un delfino, all'epoca di Augusto, penetrò nel lago. Un bambino che soleva passare di lì per andare a scuola, avendolo notato, prese l'abitudine ogni giorno di chiamarlo, dandogli da mangiare la merenda che portava con sè.

Fra i due nacque una grande amicizia, a tal punto che il delfino lo faceva montare in groppa, per portarlo sul suo dorso fino a scuola a Baia e, più tardi tornare a prenderlo per riportarlo a casa sua a Pozzuoli. Questo durò per diversi anni, fino a quando un giorno il bambino non si ammalò ed infine morì. Il delfino però continuava a venire ogni giorno nel luogo consueto ad attendere invano che il bambino arrivasse, finendo per intristirsi sempre di più, fino a quando non morì anche lui, di crepacuore.


Filosofia

Come molti letterati e persone di cultura della prima età imperiale, Plinio seguì lo stoicismo, ma pure l'epicureismo, l'accademismo e la neo scuola pitagorica. Ma la sua visione della natura e degli Dei fu soprattutto la sua idea. La Natura è il mondo inorganico e organico, è l'insieme dei minerali, delle piante, degli animali, della geologia, l'uomo è la sua civiltà con le invenzioni, i monumenti e le belle arti, dalla scultura all'architettura, ai mosaici e alla pittura, ma è pure i suoi studi e la sua scienza.

L'uomo sta nella natura ma ne è un ospite inconsapevole per cui ciò che può fare è conoscere il più possibile il mondo da cui proviene. Naturalmente una raccolta ordinata avrebbe presupposto un'equipe di studiosi con decenni pieni di lavoro, Plinio era uno solo, ma sapeva che l'umanità aveva bisogno di questo ordine e di queste notizie.

La debolezza dell'umanità chiude la divinità sotto forme umane, per giunta falsate dai difetti e dai vizi degli uomini(II, 148). La divinità invece è reale: è il cuore del mondo eterno, che dispensa la sua beneficenza sulla Terra, sul sole e le stelle (II, 12 sqq., 154 sqq.). Plinio comprese, da grande qual'era, che l'uomo si fabbricava i suoi Dei, senza riconoscere la divinità del cosmo. A questa cnoclusione giunsero molti saggi, Plutarco ad esempio dice:
"Gli uomini sono più forti degli Dei, perchè gli uomini possono creare gli Dei, ma gli Dei non possono creare gli uomini."

L'esistenza della divina provvidenza è dubbia (II, 19) ma la credenza nella sua esistenza e della punizione dei reati è salubre (cioè non ci crede ma è bene che la gente ci creda) (II, 26); la virtù apparteneva alle divinità, cioè a quelli che somigliavano ad un Dio facendo il bene per l'umanità (II, 18, "deus est mortali juvare mortalem, et haec ad aeternam gloriam via").

È opera maligna informarsi sul futuro e forzare la natura ricorrendo alle arti della magia, condannando tutti gli stregoni che sfruttavano la credulità degli uomini, come fanno spesso anche le religioni, (II, 114; XXX, 3) ma l'importanza dei prodigi e dei presagi non è trascurata. Pur essendo omo di studio non escludeva esistessero fatti che sfuggissero ai fenomeni conosciuti. (II, 92,199,232).

La visione che Plinio ha della vita è oscura: vede la razza umana immersa nella rovina e nella miseria (II, 24; VII, 130). A ben guardare non aveva torto, per una sottile fetta di gente che sta diciamo bene, la stragrande maggioranza soffre fame, malattie, sfruttamento, soprusi, maltrattamenti e così via.
Per questo condannò il lusso sfrenato e la corruzione morale. Orgoglioso di essere romano esaltò invece le virtù, soprattutto l'amor di patria, che sostennero la gloriosa repubblica. (XVI, 14; XXVII, 3; XXXVII, 201).

Egli non dimentica i fatti storici sfavorevoli a Roma (XXXIV, 139) e, anche se onora i membri eminenti delle case romane distinte, è libero dalla parzialità eccessiva di Tito Livio per l'aristocrazia. Le classi agricole ed i vecchi signori della classe equestre (Cincinnato, Curio Dentato, Serrano e Catone il Vecchio) sono per lui i pilastri dello Stato romano e si deplora amaramente del declino dell'agricoltura in Italia (XVIII, 21 et 35, "latifundia perdidere Italiam"). Inoltre, preferisce seguire gli autori pre-augustiani; tuttavia vede il potere imperiale come indispensabile al governo dello Stato e saluta il salutaris exortus di Vespasiano (XXXIII, 51).

Comunque amò profondamente Roma e il suolo Italico che così descrive nella Geografia della Naturalis Historia:

"[38] C’è poi l’Italia e la prima popolazione di essa, i Liguri; seguono l’Etruria, l’Umbria, il Lazio con la foce del Tevere e Roma capitale del mondo, a sedici miglia dal mare. Viene poi il litorale dei Volsci e della Campania, il Piceno, la Lucania, il Bruzio, dove l’Italia – estendendosi dai gioghi delle Alpi disposti in forma di mezzaluna fino al mare – tocca il suo punto più meridionale. Dal Bruzio inizia il litorale della Magna Grecia, poi vengono Salentini, Pedicoli, Apuli, Peligni, Frentani, Marrucini, Vestini, Sabini, Piceni, Galli, Umbri, Tusci, Carni, Iapudi, Istri, Liburni. 

[39] So bene che io potrei essere a giusta ragione considerato uomo di animo ingrato e pigro, se così superficialmente e per brevi cenni venisse trattata la terra che è figlia e al tempo stesso madre di tutte le altre terre, prescelta dagli dei per rendere più luminoso il cielo stesso, per riunire imperi divisi, per addolcire i costumi, per unificare, con la diffusione della sua lingua, i linguaggi discordi e rozzi di tanti popoli e portare la cultura all’uomo e divenire in breve tempo l’unica patria di tutti i popoli di tutto il mondo. 

[40] Ma che cosa potrei fare? Così grande è la notorietà di tutti i luoghi, che, anche volendoli trattare di sfuggita, si è poi costretti a soffermarsi per la rinomanza dei singoli aspetti e dei popoli. La città di Roma da sola basterebbe … degna di un capo così solenne, con quale opera potrebbe essere adeguatamente celebrata? Come si potrebbe descrivere il litorale della Campania e quella amenità così fiorente e beata, dove in un solo luogo sembra si palesi la potenza della natura gioiosa? 

[41] E la vitale ed eterna salubrità, la mitezza di clima, i campi fertili, i colli soleggiati, i valichi sicuri, i boschi ombrosi, le varietà produttive degli alberi, le brezze generate dai monti, la fertilità di messi, viti e ulivi, le lane pregiate dei greggi, i colli ben torniti dei tori, i laghi, la ricchezza di fiumi e dei torrenti che la bagnano tutta, i mari, i porti, il suo grembo che si apre da ogni lato al contatto con i popoli, tutta protesa verso il mare come per aiutare gli uomini.

[42] E non sto a ricordare i caratteri e i costumi e gli uomini e i popoli vinti con la mano e con la lingua. Perfino i Greci, popolo assai prodigo di lodi solo verso se stesso, diedero un lusinghiero giudizio sull’Italia chiamando Magna Grecia una piccola parte del suo territorio".


Letteratura e scienze

Alla fine dei suoi lunghi lavori letterari implora la benedizione della madre universale su tutto il suo lavoro. In letteratura, attribuisce il più alto posto ad Omero ed a Cicerone (XVII, 37 sqq.) quindi in secondo luogo Virgilio. È stato influenzato dalle ricerche del re Giuba II di Numidia che chiamava mio padrone.

Dedica un interesse profondo alla natura ed alle scienze naturali. Due forze, una grande, eterna, universale, l'altra piccola, effimera, parziale, la natura e l'uomo, sono sempre presenti nell'autore, . La portata della sua opera è vasta e completa, un'enciclopedia di tutte le conoscenze. A questo scopo, studia tutto ciò che fa autorità in ciascuno di quest'argomenti e non si astiene a citare estratti.
Nella botanica Plinio il Vecchio attribuiva al basilico capacità di generare stati di torpore e pazzia.

Ad esempio nelle materie medicali la divisione è la seguente:

le piante si dividono in sette sezioni :
1 alberi esotici e profumi;
2 alberi da giardino;
3 alberi delle foreste;
4 alberi da frutto;
5 alberi che hanno un seme;
6 i grani;
7 il lino e i legumi

I suoi indices auctorum sono, in alcuni casi, le autorità che lui stesso ha consultato e a volte questi nomi rappresentano gli autori principali sull'argomento, conosciuti solo di seconda mano. Riconosce sinceramente i suoi obblighi a tutti i suoi predecessori in una frase che merita d'essere proverbiale (Pref. 21, plenum ingenni pudoris fateri per quos profeceris). Ogni testimonianza dei suoi difetti d'omissione è disarmata dal candore della sua confessione nella sua prefazione: nec dubitamus multa esse quae ed i nostri praeterierint; homines enim sumus ed occupati officiis. Il suo stile denuncia un'influenza di Seneca.

Le sue fonti sono i trattati persi sulla scultura in bronzo e sulla pittura dello scultore Senocrate d'Atene (III sec.a.c.). All'entrata principale della cattedrale di Como è possibile vedere statue di Plinio il Vecchio e suo nipote Plinio il giovane in posizione seduta, e indossanti abiti degli eruditi del XVI secolo. Gli aneddoti di Plinio il Vecchio per quanto riguarda gli artisti greci hanno ispirato Giorgio Vasari sui temi degli affreschi che decorano ancora oggi le pareti della sua vecchia casa ad Arezzo.


Nel libro dedicato ai metalli preziosi, Plinio insiste sulla corruzione morale generata dalle ricchezze
importate a Roma in seguito alle vittorie orientali. Gallo riporta liberamente il brano pliniano ed indica erroneamente il numero del capitolo, cfr: Plin., Nat. Hist., XXXIII, 53, 148: 
Asia primum devicta luxuriam misit in Italiam, siquidem L. Scipio in triumpho transtulit argenti caelati pondo mille et CCCC et vasorum aureorum pondo MD anno conditae urbis DLXV. At eadem Asia donata multo etiam gravius adflixit mores, inutiliorque victoria illa hereditas Attalo rege mortuo fuit.


Gastronomia

Plinio è una miniera inesauribile di informazioni sui prodotti alimentari e sui costumi Romani. Dopo Columella, Plinio è, tra tutti gli autori latini, quello al quale dobbiamo maggiori informazioni sulle varie specie di viti e di vini conosciuti.

Il libro XIV della Naturalis Historia è dedicata a questo tema; conta 22 capitoli che trattano dell'argomento nei suoi minimi dettagli, dalle varie specie di viti, la natura del suolo, il ruolo che gioca il clima, il vino in generale, i vari vini d'Italia e d'oltremare conosciuti dai tempi più arretrati, all'enumerazione dei più famosi consumatori della Grecia e di Roma. Fornisce anche informazioni preziose sulle piante odorose, gli alberi da frutto, il grano, l'agricoltura, il giardinaggio, le piante medicinali, le carni, pesci, selvaggina, l'apicoltura, la panetteria e le verdure.


Ornitologia

Il libro X è dedicato agli uccelli e si apre con informazioni sullo struzzo. Plinio lo considera come il punto di passaggio dagli uccelli ai mammiferi. Inserisce numerose specie e si sofferma particolarmente sulle aquile e altri rapaci come gli sparvieri.


Fisiologia

Plinio il Vecchio fu uno studioso eclettico e si occupò anche di fisiologia e di ricerche sui problemi di natura sessuale; infatti consigliò "l'uso di pene di lerch intriso di olio o di quello di iena trattato con il miele (?)", per rafforzare la sessualità.



DOPO DI LUI

I vari autori si affannarono a dire il peggio o il meglio di lui:

- QUINTILIANO (Instit., 1. III, c. i.)
"Togam veteres ad calceos usque dimittebant"
- Gli antichi lasciavano discendere la toga fino ai talloni, come i greci il pallium; Plotius e Nigdius, che hanno scritto in quell'epoca, raccomandano di portarla così.
Mi ha sorpreso dunque Plinio Secondo, uomo saggio e molto esatto nei suoi libri, fosse persuaso che Cicerone avesse l'abitudine di lasciar cader giù la toga, per nascondere le sue varici, quando vede coprire nello stesso modo le statue dei personaggi che sono esistiti dopo Cicerone... Quando però si è alla fine del discorso oratorio, certamente tutto conviene, il sudore per la fatica, e il mantello posto negligentemente, e la toga che cade in disordine da tutti i lati.
Ammiro pure che Plinio voglia che ci si asciughi la fronte col proprio fazzoletto, senza scompigliare i capelli, che difende gravemente e severamente come fosse una cosa importante. -


 -  TACITO
( De Viris iUustribus, Caii Plinii Vita. )
Caius Plinius Secundus, de Novocomum, dopo aver servito con distinzione nella cavalleria, e svolto anche altre funzioni onorevoli con grande integrità, si dedicò intanto con grande ardore allo studio delle arti letterarie, che si può assicurare senza alcun dubbio, che egli non avesse scrivano, godendo del tempo libero, e che avesse scritto in 20 volumi tutte le guerre che abbiamo fatto contro i Germani, ed ha scritto la storia intera della natura in 37 volumi.


 -  AULO GELLIO (Noct. Atiic, m, iG.)
Critica la credulità di Plinio di cui riporta:
"Ho visto io stesso in Africa Lucius Cossicius, cittadino di Thysdris, cambiare in uomo,il giorno delle sue nozze. Egli è ancora vivente mentre io scrivo." e nel medesimo libro: " vi sono degli uomini che hanno due sessi e che chiamiamo hermaphrodites, oppure androgynes , che sono considerati come mostri, ma che servono oggi ai nostri piaceri".
{Voyez Pline, vu, 3.)

Sempre Aulo Gellio: - Plinio Secondo riporta, nel libro XXVIII della sua Storia della natura Histoire, che egli ha un libro di Democrito, il più illustre dei filosofi, sulla virtù e la natura del camaleonte, e cita delle cose incredibili, orgoglioso di poter attingere agli scritti di Democrito. Citiamo qui di alcuni di loro, con rammarico, perché lo respingiamo: Che lo sparviero, l'uccello più veloce, se per caso vola sopra la terra dove c'è un camaleonte, ne è attratto, e cade giù per una certa virtù del camaleonte.

Altre cose incredibili: Se la testa e il collo di un camaleonte vengono rotti con un legno di quercia, si formano sul posto di pioggia e temporali, e questo avviene anche se si brucia il fegato dello stesso animale sui tetti. Riporterò un'altra cosa, tanto essa è ridicola: che il piede sinistro del camaleonte, bruciato con un ferro caldo e un'erba chiamata camaleonte; se l'uno e la'altra vengono macinati con un unguento e ridotti in pastiglie e posti in un vaso di legno; chi porta il vaso non può essere visto dalle persone, nemmeno se fosse al centro del mondo. Non credo che questi prodigi riportati da Plinio Secondo, siano degni del nome di Democrito.

Vi sono 4 tipi di stile: quello copioso in cui eccelle Cicerone; quello conciso di cui Sallustio tiene lo scettro; quello secco, che è il carattere distintivo di Frontino; quello fiorito di Plinio Secondo, e oggi il nostro Simmaco, che non si rifa agli anziani, con un luminoso talento.


 -  SAINT GERMAIN
"Plinius Secundus... scrittore molto sapiente, dal quale sono passati molti secoli, attesta che i corpi minori conservano la loro natura. (In Chronico.) Plinius Secundus, di Novocomum, passa per un insigne oratore..."


 -  SANT'ISIDORO 
(Origin., xn,2.)  "Plinio dice che gli animali ungulati non possono generare spesso perchè vengono feriti dai loro piccoli che si muovono nei loro corpi".


 -  LIBER DE MENSURA ORBIS TERRAE, viene tratto da Dicuil dagli scrittti di Plinio verso la metà del III sec., (C, 825) e un riassunto delle parti geografiche delle opere di Plinio è realizzata da Solino. 


 -  COLLECTANEA RERUM MEMORABILIUM, di C. Giulio Solino, Marciano Capella, Isidoro e Beda sono un sunto di temi generali tratti da Plinio.


 -  MEDICINA PLINII
All'inizio del IV sec. un ignoto latino raccoglie la Medicina Plinii, un libro che contiene oltre 1100 ricette farmaceutiche tratte perloppiù dalla Historia naturalis di Plinio il Vecchio, con alcune ricette di Celsus, Scribonius Largus, and Dioscorides.


 -  LIBER MEDICINALIS di Q. Sereno Sammonico, altra elaborazione del libro di Plinio sulla medicina. 


 -  Nel libro DE ANIMALIBUS Alberto Magno si appella spesso a Plinio (nella sezione Apiarum: Secondo Plinio ed Aristotele le Urbane sono le migliori, compatte nella loro rotondità, piccole, varie, di colore fulvo-dorato, forse il terzo genere che Alberto Magno chiama Columnale).

- Plinio è ricordato da Dante solo in De vulgari eloquentia II vi 7 in una sorta di canone di massimi prosatori, accanto a Livio, Frontino e Orosio.

- Direttamente o indirettamente l'opera influenzò tutta l'erudizione medievale e fu tenuta presente specialmente nella compilazione dei bestiari e dei lapidari e nella trattatistica scolastica relativa.

- All'inizio del VIII sec., Beda il Venerabile possiede un manoscritto di tutte le opere.

- Nel IX sec., ALCUINO invia a Carlo Magno una copia dei primi libri (Epp. 103, Jaffé)

Il numero di manoscritti restanti è d'circa 200, ma il più interessante e tra i più vecchi è quello di BAMBERGA, contenente soltanto i libri dal XXXII al XXXVII.

Roberto di Cricklade, superiore del St Frideswide a Oxford, indirizza al re Enrico II un DEFLORATIO, contenente nove volumi di selezioni prese da uno dei manoscritti di questa.

Fra i manoscritti più vecchi, il CODEX VESONTINUS, precedentemente conservato a Besançon (XI sec.), è oggi sparso in tre città: a Roma, a Parigi, e l'ultimo a Leida (dove esiste anche una trascrizione del manoscritto totale).



SUGLI ANIMALI ASSURDI DI PLINIO

Gli antichi credevano nell'esistenza di animali fantastici: i trattati di zoologia di Aristotele, Plinio il Vecchio, Eliano, Oppiano e altri, comprendono animali reali e immaginari. Alcuni, sebbene veramente esistenti, furono per lungo tempo considerati immaginari, come il cigno nero, oppure con caratteristiche in parte vere e in parte favolose, come la salamandra, che si credeva vivesse nel fuoco.

Uno dei più grandi studiosi della natura fu Plinio, la sua Naturalis historia è il più grande monumento in prosa che la latinità ci abbia tramandato sui vari mondi della natura. Il mostruoso e l'eccezionale appaiono spesso in Plinio, si può quasi dire che ne siano una sua nota costante,ma non hanno mai carattere di aberrazione, perché tutto è sempre narrato con stupore e ammirazione, dalle cose più grandi alle cose più piccole, dal mostro marino all'ala dell'insetto. 

In Plinio l'argomento dei mostri è trattato in modo sparso, spesso si tratta di semplice diversità, altre volte, invece, di esseri impossibili: popoli della Scizia con un occhio solo in mezzo alla fronte, uomini con la testa di cane, uomini con i piedi rivolti all'indietro e con otto dita in ciascun piede, e così via.

D'altronde poiché viaggiare era difficile e pericoloso, ci si affidava soprattutto alle storie raccontate dai marinai, cui piaceva l'alcool e la fantasia. Poiché tutti parlavano di mostri tutti ci credevano, Plinio non fu uno sprovveduto, fu un genio mai abbastanza rivalutato.

D'altronde dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente tutta la scienza. compresa quella zoologica si arresta: gli antichi testi continuano a essere tramandati, riscritti, interpretati per secoli, ma non nascono opere di scienza, bensì solo opere che mescolano  testi antichi a notizie fantasiose che affondano le loro origini in leggende, credenze popolari, superstizione religiosa e cattiva interpretazione di notizie del passato.

La letteratura enciclopedica diventa mistico-allegorica, rappresentata dai bestiari, composti da una serie di capitoli, ognuno dedicato a una creatura reale o fantastica, in cui alla prima parte di carattere descrittivo ne segue una seconda, che evidenzia le analogie simboliche dell'aspetto fisico e comportamentale dell'animale in esame con un precetto religioso o morale. La scienza non conta se non porta con sè un insegnamento religioso.

Con Plinio muore l'ultimo vero scienziato dell'antichità, un genio universale, modesto ed eclettico. Dopo di lui il silenzio assoluto, perchè indagare la scienza significa provocare Dio, o peggio, non fidarsi della saggezza ecclesiastica.


EPITAFFIO di Plinio il Giovane sulla tomba di Plinio il Vecchio:

"L'uomo fortunato, secondo la mia opinione, è colui a cui gli Dei hanno garantito entrambi i poteri di fare qualcosa che ha valore ricordare o a scrivere qualcosa che ha valore leggere, e più fortunato di tutti è chi può fare entrambi. Tale uomo era mio zio."

(Plinio il Giovane, Lettere 6.16.3)


BIBLIO

- Plinio il Vecchio - Storia Naturale - XVI - Einaudi - 1982 -
- Plinio il Vecchio - La magia e i rimedi di origine animale, il libro XXX della “Naturalis historia”, introduzione - traduzione dal latino e note di Tarcisio Muratore - ed. tutti autori - Milano - 2010 -
- Dario Pepe - Plinio il Vecchio e l'opera d'arte: riflessioni sul metodo eufrastico nella Naturalis Historia - in Kronos - n. 29 - 2010 -
- Plinio il Giovane - Epistole - VI -
- Plinio il Vecchio - Storia delle arti antiche (Libri XXXIV-XXXVI) - BUR - Biblioteca Univ. Rizzoli - 2000 -
- Plinio il Vecchio - Storie naturali (Libri VIII-XI) - BUR - Biblioteca Univ. Rizzoli - 2011 -
- Plinio il Vecchio - Storia naturale. Libro XXXVII - Le gemme e le pietre preziose - Sillabe - 1999 -
- Plinio il Vecchio - Storia naturale - Vol. 5 - Mineralogia e storia dell'Arte - Libri 33-37 - Einaudi - 1997 -

 

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