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CIRO DI PANOPOLI


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S. DANIELE E CIRO DI PANOPOLI

Nome: Ciro di Panopoli, lat. Flavius Taurus Seleucus Cyrus, gre. Kyros Panopolites, ovvero Flavio Tauro Seleuco Ciro
Nascita: Panopoli ...
Morte: ...
Professione: poeta, politico e vescovo

Poeta epico, autore di panegirici ed epigrammi, filosofo, amante delle arti, politico e non ultimo vescovo bizantino, Ciro di Panopoli, di origine greca e sostenitore della lingua e della letteratura greca, entrò in contatto con Teodosio grazie all'intercessione dell'imperatrice Atenaide Eudocia, anche lei poetessa, ritenuta santa dalla chiesa cattolica.

Ciro ricoprì contemporaneamente la prefettura al pretorio d’Oriente e la prefettura urbana di Costantinopoli (439-441 d.c.). Come "praefectus urbi" di Costantinopoli nel 426 e fu il primo prefetto ad emanare i suoi editti in greco, e svolse un programma di edificazione che fu il più imponente dai tempi di Costantino I, con l'introduzione dell'illuminazione pubblica, il restauro di edifici abbandonati e l'edificazione di una chiesa alla Madonna Theotókos.
 
Ingrandì inoltre il piccolo centro di studi della capitale voluto da Costantino, ammettendo l'insegnamento sia del greco che del latino, con cinque cattedre di greco e solo tre di latino. Tra il 439 e il 441 fu prefetto del pretorio d'Oriente, ruolo che tenne, cosa inconsueta, assieme alla prefettura della città; nel 441 ottenne l'onore del consolato sine collega, anche questo un onore e un potere inusuale.



LA CADUTA

Cadde in disgrazia quando Eudocia si trasferì a Gerusalemme (441 o 442), poiché la gente lo acclamava comparandolo a a Costantino come costruttore: «Costantino costruì la città, ma Ciro l'ha ricostruita»,  l'imperatore lo mandò in esilio con l'accusa di "Ellenismo", cioè di simpatie per il paganesimo, dato che Panopoli era un centro della cultura greca e pagana.

Per volere di Teodosio fu costretto a diventare vescovo di Kotyaion (Cotieo) in Frigia, una scelta sospetta, visto che i cittadini di questa località avevano ucciso già quattro vescovi. Ciro giunse in città in occasione del Natale (tra il 440 e il 450) e gli fu richiesto un sermone allo scopo di verificarne l'ortodossia, ma perse anche questo ufficio. 

Tornò alla vita secolare solo dopo la morte di Teodosio, nel 450, e si ristabilì a Costantinopoli, strinse amicizia con Daniele lo Stilita, il quale liberò le due figlie di Ciro da una possessione diabolica. Ora si sa che le famose possessioni diaboliche altro non sono che deliri psicotici e ci chiediamo come mai le figlie di un santo potessero aver avuto tali traumi da giustificare una schizofrenia, ma non lo sapremo mai. 

Naturalmente si disse che l'esorcismo le aveva salvate, e viene anche da chiedersi se lo stilita fosse sceso per l'occasione dalla colonna o fossero salite le sorelle.

SANTI STILITI

DANIELE LO STILITA

Daniele lo Stilita (Samosata, 410 – 490) un santo bizantino, già sacerdote, salì su una colonna a Costantinopoli, per vivere in meditazione, penitenza e preghiera. Il che significa che la gente, o i suoi confratelli (ma non era un frate, era prete, confratelli di che?) gli portavano da mangiare e da bere ai pedi della colonna e gliela mettevano in un cestino che lui tirava su. In cambio lui faceva scendere con una corda un secchio con feci e urina che il popolo svuotava, lavava e che poi veniva tirato su.

La Chiesa cattolica lo considera un santo, dal Martirologio Romano: "A Costantinopoli, san Daniele, detto Stilita, sacerdote, dopo aver condotto vita monastica, alloggiò sull'alto di una colonna per trentatré anni e tre mesi fino alla morte, imperterrito davanti all'impeto del freddo, del caldo o dei venti."

Ciro ebbe dunque un grande seguito presso il popolo e l'aristocrazia, tanto che Anicio Olibrio, futuro imperatore d'Occidente, in visita a Costantinopoli, volle incontrare Daniele, il quale gli profetizzò la liberazione di Licinia Eudossia, sua suocera, cosa che accadde puntualmente.

LICINIA EUDOSSIA

LICINIA EUDOSSIA

Licinia Eudossia, Augusta dell'Impero romano d'Occidente, figlia dell'imperatore d'Oriente Teodosio II e moglie dell'imperatore d'Occidente Valentiniano III. Fu lei a chiamare a Roma il re dei Vandali Genserico, causandone così il terribile saccheggio del 455.

Il sacco dei Vandali fu estremamente brutale, da cui il termine vandalismo per indicare un atto di violenza distruttiva e gratuita, ma si narra che Genserico non colpì nè il popolo romano nè sugli edifici, perchè papa Leone I implorò Genserico di non distruggere la città e non uccidere i suoi abitanti.

Ma è una favola tendente a magnificare la figura del Papa per cui Genserico avrebbe acconsentito ma se così fosse stato non avrebbe saccheggiato la città per 14 giorni, molto peggio del Sacco dei Visigoti si Alarico del 410, che durò solo tre giorni. Migliaia di cittadini romani, di ogni età e rango, furono fatti prigionieri e venduti come schiavi dai Vandali. Il resto furono uccisioni, mutilazioni e stupri, e di tutto ciò la colpa fu di Licinia Eudossia.



LA MORTE
 
In seguito Ciro di Panopoli fu perdonato, ma non si specifica di cosa, e la sua fortuna gli fu restituita, e fece opere di carità fino alla sua morte, avvenuta durante il regno di Leone I (460 circa).

Alcuni dei suoi cosiddetti epigrammi (per lo più sono poesiole in esametri) sono conservati nell'Antologia Palatina (VII, 557; IX, 136, 623, 808, 809; XV, 9, 10). La tecnica dei versi segna un primo avviarsi verso la severa tecnica di Nonno, per cui i versi sono squadrati e duri.


ELOGIO DI TEODOSIO II

Ricordi tutte le gesta di Achille,
meno i suoi amori clandestini;
come Teucer, colpisci con l'arco,
ma la tua nascita è immacolata;
hai le dimensioni e le fattezze 
del re dei re, ma il vino non disturba 
mai la tua ragione;
per prudenza eguagli l'ingegnoso 
Ulisse, ma senza cattivi stratagemmi;
la tua voce ha la dolcezza
di quella del vecchio di Pilo,
ma prima di aver vissuto
tre età dell'uomo. 
(Ciro di Panopoli)


BIBLIO

- Laura Mecella - Ciro di Panopoli. Potere politica e poesia alla corte di Teodosio II - Ed. del Prisma - 2020 -
- Pieter W. van der Horst - Cyrus: A Forgotten Poet - Grecia e Roma  - 2012 -
- Demetrios J. Constantelos - Kyros Panopolites, Rebuilder of Constantinople - Greek, Roman and Byzantine Studies - 1971 -
- Hyppolite Delehaye - Les saints stylites - Bruxelles - Société des Bollandistes - 1923 -
- Barry Baldwin - Cyrus of Panopolis: A Remarkable Sermon and an Unremarkable Poem - Vigiliae Christianae - 1982 -
- Alan Cameron - L'imperatrice e il poeta: paganesimo e politica alla corte di Teodosio II - in John J. Winkler e Gordon Williams, Yale Classical Studies - Cambridge University Press - 1982 -


SIDONIO APOLLINARE - SIDONIUS APOLLINARIS


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Nome:
Gaio Sollio Modesto Apollinare Sidonio, ovvero Gaius Sollius Modestus Apollinaris Sidonius, meglio conosciuto come Sidonius Apollinaris
Nascita: Lione, 5 novembre c. 430
Morte: Clermont-Ferrand, 487/490
Moglie: Papianilla
Figli: Apollinare , Severiana, Roscia e Alcima
Professione: Letterato e vescovo
Titolo: Santo
Gens: Sollia

Sidonio fu poeta, diplomatico e vescovo, "il più importante autore sopravvissuto della Gallia del V secolo" secondo Eric Goldberg. Fu uno dei quattro aristocratici gallo-romani del V-VI secolo le cui lettere sopravvivono in quantità; gli altri sono:

- Ruricius, vescovo di Limoges, morto nel 507, aristocratico gallo-romano dal c. 485-510. È uno degli scrittori le cui lettere sopravvivono dalla tarda Gallia romana, raffiguranti l'influenza dei Visigoti sullo stile di vita romano.

- Alcimus Ecdicius Avitus, morto nel 518, un poeta latino e vescovo di Vienne in Gallia . La sua fama si basa in parte sulla sua poesia, ma anche sul ruolo che ha svolto come segretario per i re di Borgogna.

- Magnus Felix Ennodio di Arles, vescovo di Ticinum, morto nel 534. Ennodio nacque ad Arelate (Arles) e appartenne ad una famiglia illustre ma scellerata.


Tutti loro erano collegati nella rete aristocratica gallo-romana strettamente legata in una specie di associazione politico-religiosa che forniva i vescovi della Gallia cattolica. Infatti mentre un tempo i nobili erano tutti militari che miravano alla gloria e alle ricchezze derivate dal comando militare, ora, sia italici che galli, miravano al potere e ai soldi facendo la carriera ecclesiastica.

Sidonio nacque a Lugdunum (Lione), suo padre era prefetto della Gallia sotto Valentiniano III e ricordò con orgoglio di essere stato presente con suo padre all'insediamento di Astirio, come dux o magister utriusque militiae. 

Nel 441 si trovava a Tarraconensis (Spagna), dove sconfisse come console per l'anno 449, i Bagaudae, dei rivoltosi costituiti da contadini locali impoveriti, accompagnati da briganti, disperati, schiavi fuggiaschi e disertori delle legioni, che cercavano di ribellarsi allo sfruttamento del tardo latifondismo dell'Impero.

Il nonno di Sidonio era prefetto del pretorio della Gallia un certo tempo prima del 409 ed era amico del suo successore Decimo Rustico, maestro degli uffici e prefetto del pretorio della Gallia tra il 409 e il 410 o 413. Sidonio potrebbe essere un discendente di un altro Apollinare che fu prefetto della Gallia sotto Costantino II (r 337 al 340), giusto sotto il suo regno, appunto dal 337 al 340.



PAPIANILLA

Sidonio sposò intorno al 452 Papianilla, la figlia di Eparchius Avitus, che scalò l'aristocrazia senatoria gallo-romana per diventare poi imperatore romano d'Occidente dal 455 al 456. Da questa unione nacque un figlio, Apollinare, e almeno due figlie: Sidonio cita nelle sue lettere Severina e Roscia, ma una terza, Alcima, è menzionata solo molto più tardi. da Gregorio di Tours, ma Theodor Mommsen ha ipotizzato che Alcima potrebbe essere un altro nome per una delle sue altre figlie. 

Papianilla portò al marito la vasta tenuta di Avitacum in Alvernia. Sidonio regalò ai poveri dei vasi d'argento dalla loro casa, ma Papianilla se ne risentì, così lui li riacquistò pagandone il prezzo in modo da non privare i beneficiati di quel valore. 



LE ERESIE

Sembra che Sidonio fosse amico del vescovo Faustus di Riez, difensore del semipelagianesimo. Secondo questa dottrina, gli esseri umani, ai fini della salvezza devono fare da sé stessi il primo passo verso Dio, cioè senza l'aiuto della grazia divina, la quale subentra solo in un secondo tempo.

Pur ritenendo la grazia indispensabile alla salvezza (a differenza dal Pelagianesimo), Cassiano e gli altri sviluppano un semi‑pelagianesimo in opposizione alla posizione radicale del Monergismo e della predestinazione e contro le posizioni sostenute da Agostino di Ippona e dalla sua scuola.

Agostino, nella ricerca dell'assoluto incontrò il Manicheismo, di cui divenne esponente e divulgatore per l'idea di una filosofia libera dai vincoli della fede, nella speranza di trovare nella loro dottrina una spiegazione scientifica della natura e dei suoi fenomeni. 

Sua madre non voleva più riceverlo per le sue eresie se non ci fosse stata l'intercessione di un vescovo. Fu poi attratto dalla filosofia neo-platonica, finchè non si convertì al cristianesimo aborrendo il sesso, ammalandosi e difendendo la sua fede.

Secondo il Monergismo nella teologia cristiana protestante, solo lo Spirito Santo sarebbe agente di conversione, quindi solo Dio può portare una persona a reindirizzare l'intera sua vita verso di Lui seguendo Gesù Cristo. 

In quanto alla Predestinazione già i tragici greci prevedevano che gli uomini fossero soggetti a un fato scritto dagli Dei, in particolare gli Stoici teorizzavano il fato come il destino ineluttabile scritto dagli Dei o meglio dal logos. Il logos per il panteismo stoico è la ragione divina del cosmo nella sua globalità, concernente anche ogni singolo uomo.

Nel cristianesimo Paolo di Tarso ha fatto dell'idea di predestinazione un punto di forza del suo pensiero e, al suo seguito, anche teologi come Agostino di Ippona, Giovanni Calvino, e Karl Barth hanno costruito la loro dottrina poggiando sulla stessa idea.

Ma Sidonio fu pure amico dell'avversario teologico di Faustus, e cioè di Claudianus Mamertus, che descrisse come dirigente i salmodi dei cantori, che erano formati in gruppi e cantavano versi alternati, mentre il vescovo era all'altare a celebrare i sacri misteri. Claudiano scrisse "Sulla sostanza dell'anima". tra il 468 e il 472, per combattere le idee del Vescovo di Riez, soprattutto la sua tesi sulla corporeità dell'anima.

IMPERATORE AVITO

AVITO

Il I gennaio 456, Sidonio recitò davanti al senato il panegirico ufficiale di suo suocero, l'imperatore Avito, e questo fatto gli valse l'onore di una statua nel Foro Traiano. Quando Avito, osteggiato,  abbandonò il trono Sidonio si affrettò a salvare la sua pericolante situazione recitando anche il panegirico del successore Maggioriano.
 


MAGGIORANO

Infatti nel 457 Maggioriano aveva privato Avito, ormai osteggiato da una parte dell'aristocrazia romana, dell'impero e si impadronì della città di Lione.

Sidonio cadde nelle sue mani. 
Tuttavia Sidonio si affrettò a salvarsi recitando anche il panegirico di Maggioriano e questo, misto alla grande erudizione di Sidonio, portò Maggioriano a trattarlo con rispetto e addirittura a dedicargli una statua a Roma nonchè a conferirgli il titolo onorifico di "viene".

Il che fa pensare che Sidonio non gli abbia dedicato solo un panegirico, che di certo non poteva cambiare la vita all'imperatore, ma che gli avesse affidato tutta la propaganda della propria persona presso il senato e pure presso il popolo.




ANTEMIO

Nel 467 le redini dell'impero romano d'Occidente furono affidate a un nobile orientale, Procopio Antemio.

La sua elezione, voluta a Costantinopoli dal basileus Leone e in Italia dal senato di Roma, sanciva la ritrovata concordia tra le due partes imperii. 

Un terzo panegirico, quello di Antemio, che ormai li sfornava con disinvoltura, gli meritò nel 468 la carica di prefetto di Roma, carica che mantenne fino al 469, nonchè il titolo di patrizio e la carica di senatore. 

Nel 470 o 472 fu inoltre eletto a succedere a Eparchio nel vescovado di Averna (Clermont).


EURICO

Sidinio aveva organizzato anche la resistenza contro Eurico, re dei Visigoti, figlio di Teodorico I, che regnò sui Visigoti dopo aver ucciso suo fratello, Teodorico II. Ma quando questi ebbero ottenuta l'Alvernia, mediante regolare trattato con l'imperatore Nepote, Sidonio, dopo un periodo di cattività, riuscì a guadagnarsi con un poema in versi, l'ennesimo panegirico, anche la simpatia del re Eurico.

Eurico lo liberò e Sidonio continuò a occuparsi dei suoi fedeli come aveva fatto prima e fino alla sua morte. Sidonio venne poi venerato in tutta la Gallia, probabilmente solo perché come altri molti santi fu un vescovo che non lasciò tristi memorie del suo operato.



LE OPERE

L'opera letteraria di S. consta di 24 poemi in esametri, distici elegiaci ed endecasillabi, e in 147 lettere da S. stesso raccolte in IX libri pubblicati successivamente fra il 469 e il 479.

Questi scritti, "Patrologia Latina" e "Monumenta Germaniae Historica, Auct. antiq." hanno scarso valore, e nella loro studiata e scolastica imitazione di schemi e modelli letterari oramai superati, con un'erudizione priva di senso critico, ma piena di barbarismi lessicali, grammaticali e sintattici, testimoniano la profonda decadenza di una lingua e di una cultura. Solo con l'umanesimo Sidonio cessò di essere letto e imitato come era stato per tutto il Medioevo.



APOLLINARE

Il declino della famiglia iniziò nel VI secolo sotto i Franchi. Il figlio di Sidonio, Apollinare, che era un corrispondente di Ruricius di Limoges, comandò un'unità visigota cresciuta in Alvernia, una provincia francese. dove i Franchi vinsero la battaglia di Vouille, nel 507 tra i Franchi, comandati da Clodoveo, ed i Visigoti, comandati da Alarico II, nelle Marche settentrionali del territorio visigoto, nei pressi di Poitiers (Gallia). Apollinare fu anche vescovo di Clermont per quattro mesi fino alla sua morte. 



ARCADIO

Arcadio, nipote di Sidonio, sentendo da varie voci che il re franco Teuderico I era morto, tradì Clermont a Childeberto I, solo per abbandonare sua moglie e sua madre quando apparve Teuderico; la sua altra apparizione nella storia di Gregorio di Tours è come servitore del re Childeberto.


BIBLIO

- Fabrizio Oppedisano - Procopio Antemio imperatore di Roma - Edipuglia - 2020 -
- W. Teuffel - Geschichte der römischen Literatur - III - Lipsia - 1913 -
- P. Allard - Saint Sidoine Apollinaire - Parigi - 1910 -
- E. Merchie - Notes sur le style de Sidoine Apollinaire - in Musée Belge - 1923 -
- A. Loyen, L'Albis chez Claudien et S. A. - Revue des études latines - 1933 -
- A. Macé - Qu'est-ce que l'Albis? -


AULO PERSIO FLACCO - PERSIUS FLACCUS


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AUOLO PERSIO FLACCO

- De nihilo nihilum, in nihilum nil posse reverti - Nulla nasce dal nulla, nulla può tornare nel nulla - 


Nome: Aules Persius Flaccus
Nascita: Volterra, 4 dicembre 34 d.c.
Morte:  Roma, 24-29 novembre 62 d.c.
Professione: Poeta satirico



LE ORIGINI

Persius nacque a Volterra, in Etruria, da una famiglia piuttosto agiata, anche se non aristocratica, appartenente all'ordine equestre. e probabilmente di origine etrusca, visto la forma Aules del suo praenomen che lui stesso specifica in una sua biografia. 

All'età di dodici anni, età in cui il ragazzino si staccava dalla madre per passare nelle mani del padre che lo avviava alla palestra e agli incontri con la gente da lui conosciuta, i genitori lo inviarono a Roma per la sua educazione culturale affidata a celebri maestri come Quinto Remmio Palemone, uno dei migliori grammatici dei suoi tempi. 

I maestri di grido erano una specie di guru che si occupavano della vita quotidiana oltre che della cultura del giovinetto, ospitandolo nella sua casa e provvedendo a tutti i suoi bisogni nonchè alla sua educazione culturale oltre che sociale. naturalmente ciò veniva ben retribuito dai genitori e più il maestro era famoso più alto era il prezzo da pagare, ma i genitori di Aulo non badarono a spese.



IL CIRCOLO CULTURALE

Dopo soli quattro anni, terminati brillantemente gli studi con Palemone, Aulo divenne allievo del filosofo stoico Lucio Anneo Cornuto, insegnante stimatissimo e pertanto oneroso ma che la madre di Aulo che non cessò mai di interessarsi al figlio, fu lieta di pagare.

PERSIO - IV SATIRA
"Tramite Cornuto, Persio fu presentato a Lucano che era suo coetaneo e anch'esso un discepolo di Cornuto". 

Anneo in seguito divenne amico di Persio, che gli dedicò la quinta satira, il che dimostra quanto forte fosse la stima del filosofo verso il giovane poeta. Fu Anneo a far conoscere e apprezzare a Persio lo stoicismo, ma fu anche l'occasione per conoscere persone del valore di Lucano, Seneca, Trasea Peto, Cesio Basso, i quali influirono sia sulla sua personalità che sulla sua cultura. 

Persio aveva un carattere sensibile e introverso, ma con un forte rigore morale, rigoroso anche e soprattutto negli studi in cui molto fu supportato supportato dalla madre, dalla sorella e da una zia paterna, con la sua biblioteca contenente più di settecento volumi.

« O curas hominum! o quantum est in rebus inane! »  
« O cure dei mortali! o quanto vuoto nelle cose!  »



LA MORTE

« Verba togae sequeris iunctura callidus acri,
ore teres modico, pallentis radere mores
doctus et ingenuo culpam defigere ludo 
» 
« Tu ti attieni alle parole comuni, 
furbo nel far cozzare le parole, 
arrotondando con bella maniera la bocca 
a segare gli appannati costumi, e saggio 
a inchiodare la colpa con lazzo ingegnoso » 

Nel 62 d.c. Persio morì presso una sua villa a Roma, secondo alcuni in seguito a una grave malattia che lo colpì allo stomaco, alla precoce età di ventotto anni. La notizia però è stata estrapolata dalle sue "Satire": la circostanza della sua morte potrebbe essere semplicemente un'espressione metaforica per indicare che il poeta aborriva il vizio.

Alla morte di Persio, Cornuto restituì alla madre ed alla sorella di Persio il denaro lasciatogli in eredità da Persio, accettando invece la biblioteca del poeta composta di circa 700 rotoli di papiro. Rielaborò le satire del poeta deceduto per farle pubblicare, ma le diede da revisionare al poeta Cesio Basso, su specifica richiesta di quest'ultimo. 

Fra le satire di Persio c'erano versi che, come ci riporta Svetonio, 
"frustavano persino lo stesso Nerone, che era poi il principe regnante". 
Il verso era formulato come segue: 
«Auriculas asini Mida rex habet »  «Re Mida ha le orecchie d'asino» 
ma Cornuto lo modificò come: 
« Auriculas asini quis non habet? »  « Chi è che non ha le orecchie d'asino?» 
affinchè non si potesse supporre che intendeva riferirsi a Nerone.

Ciononostante Anneo Cornuto fu bandito da Nerone, nel 66 68 d.c.avendo indirettamente denigrato il progetto dell'imperatore di scrivere la storia romana in un poema epico, dopo di che non si seppe più nulla di lui. 



LE OPERE MINORI

La sua opera viene in seguito revisionata da Cesio Basso e Anneo Cornuto prima di essere pubblicata; molte parti, ritenute da Cornuto poco limate, furono eliminate, così come il maestro ritenne poco opportuno pubblicare il resto della produzione del giovane poeta. 


Vita Persii

- La "Vita Persii" cita alcuni versi in onore di Arria maggiore, suocera dell'amico Trasea Peto e citata spesso come esempio di dedizione coniugale e stoicismo. 


Hodoeporicon

- L'Hodoeporicon fu una composizione di viaggio che sembrerebbe un primo tentativo del poeta di comporre poesia sulle orme di Lucilio e Orazio 


Praetexta 

- La Praetexta della Trafedia latina venne introdotta a Rome daGnaeus Naevius nel III sec. a.c.. Essa rimpiazzava i convenzionali miti greci con personaggi storici romani, in opposizione alla fabula cothurnata. Sembra fosse intitolata Vescio ma sul titolo vi sono forti dubbi. 


Satire 

- Delle Saturae (Satire) di Aulo cene sono pervenute solo sei, per un totale di 650 esametri, precedute da 14 coliambi in cui l'autore dichiara il suo intento di educare moralmente i suoi lettori, criticando aspramente le mode letterarie del tempo, tese all'unico scopo di piacere e intrattenere, e rivendicando orgogliosamente l'originalità della sua poesia e della sua ispirazione. 

- Nella prima satira, Persio ripudia le recitationes (esecuzioni pubbliche in cui si faceva sfoggio della propria conoscenza letteraria).
- Nella seconda satira attacca le incoerenze dei religiosi che dipendono solo dai loro Dei senza tentare essi stessi di liberarsi dai mali che li affliggono. 
- Nella terza satira, che chiude l'introduzione programmatica, incentiva studi rigidi e severi affinchè possano essere formativi. 
- Nella quarta satira esalta l'importanza di conoscersi secondo i principi stoici e la futilità degli affari pubblici.
- Nella quinta satira dà vari suggerimenti sul come liberarsi delle passioni, elogiando in proposito il suo maestro Anneo Cornuto  come un elogio al maestro Anneo Cornuto. 
- Nella sesta satira, sostiene che la vera libertas non è un dato esteriore che appartenga a un particolare ceto sociale o politico, bensì è libertà dell'anima, rifacendosi a Seneca «La libertà è affrancamento dalle passioni.» 



LO STILE

Persio stesso, per definire il suo stile, si serve di una metafora chirurgica: a suo parere, infatti, il poeta deve "radere, defigere, revellere", cioè "raschiare via e incidere per asportare". Il suo scopo è di correggere, usando come arma la satira ('ingenuo ludo'), i suddetti "mores pallentes", ossia i costumi pallidi, che sono malati in quanto corrotti. 

A questo fine corrisponde una lingua che si definisce ordinaria scabra. Il suo linguaggio, sempre a suo dire, è "ordinario" perché non cerca stupefazioni stilistiche, e "scabro" perché la "iunctura acris" produce una sonorità quasi fastidiosa che colpisce chi legge. Nel Novecento questo stile sarà felicemente ripreso dal poeta Eugenio Montale «tremuli scricchi / di cicale dai calvi picchi» (Meriggiare pallido e assorto, Ossi di seppia 1925).

Il suo stile è spesso incline al pessimismo poichè considerava solo gli aspetti peggiori della società in cui viveva. I suoi strani accostamenti, le sue metafore complicate, il suo moralismo e il suo criticismo, lo hanno reso uno degli autori latini più difficili, dovuto anche al fatto che Persio si rivolge a un pubblico di una cultura medio-alta, con un certo dispregio per il volgo e la persona comune. 

Il poeta pertanto intende rivolgersi a un ceto che l'imperialismo ha messo in ombra e che cerca riscatto nello stoicismo. Paragonato ad Orazio, mentre questi usa la satira su una cerchia di amici, talvolta oggetto e talvolta complici della sua satira, Persio si pone come censore censore, piuttosto freddo e distaccato come un giudice arcigno. 

A Volterra è incastonata una lapide marmorea funeraria di epoca romana (C.I.L., 1784)(Dia 6) in cui si legge: 
A. PERSIUS A.F. SEVERUS V. ANN. VIII M. III D. XIX. 
Traduzione: 
Aulo Persio figlio di Aulo Severo, visse 8 anni, 3 mesi e 19 giorni. 
Si tratta dunque della lapide funeraria di un giovanissimo membro della gens Persia, un’importante famiglia volterrana il cui più illustre membro fu il poeta satirico Aulo Persio Flacco.

BIBLIO

- Marcus Valerius Probus - Vita Persii -
- N. Rudd - Persio - in Letteratura Latina Cambridge - vol. 2 - Da Ovidio all'epilogo - Milano - Mondadori - 2007 -
- E. V. Marmorale - Persio - Firenze - Sansoni - 1956 -
- D. Bo - Persio. Satire - Torino - Paravia - 1969 -
- Antonio La Penna - Da Lucrezio a Persio - Sansoni - Firenze - 1995 -
- Concetto Marchesi - La libertà stoica romana in un poeta satirico del I secolo. A. Persio Flacco - tip. dell'Unione coop. editrice - Roma - 1906 -
- A. La Penna - Persio e le vie nuove della satira latina - in Persio, Satire - Rizzoli - Milano - 1979 -


AULO IRTIO - AULUS HIRTIUS


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BATTAGLIA DI FORUM GALLORUM

Nome: Aulus Hirtius
Nascita: Ferentino, 90 a.c. circa
Morte: vicino a Modena, 21 aprile 43 a.c.
Padre: Aulo
Console: nel 43 a.c.
Professione: storico, militare e politico romano

Non sappiamo nulla della sua famiglia se non che fosse plebea e originaria di Ferentino. Sappiamo che fece battere monete con due titoli: 
Come imperator presso Treviri dopo il 58:
527- O - A∙HIRTIVS elefante girato a destra che calpesta il dragone. 
R- Attributi pontificali, berretto di flamine, ascia, aspersorio e simpulum. Piccolo bronzo

Altre come pretore urbano.
528- O - C∙CAESAR∙COS∙TER∙ testa velata della Pietà. 
 R- Oenochoe tra il lituus e l’ascia A∙HIRTIVS∙PR∙ (praetor). Aureus

Irzio fu legato (legatus) - cioè comandante di una legione in sostituzione del console - durante la conquista della Gallia presso Giulio Cesare dal 54 a.c. e poi servì sotto Pompeo nel 50 a.c.. Però durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo (49 a.c.) si schierò a favore del primo, combattendo prima in Spagna, forse come tribuno militare, e poi in Asia Minore.

Finito il conflitto civile, nel 46 a.c. divenne pretore, ottenne la propretura nel 45 a.c. in Gallia Narbonense e in Gallia Comata, e divenne proconsole della Gallia Transalpina (Gallia celtica transalpina ad esclusione della Gallia Narbonensis.). L'anno dopo, essendo stato designato da Cesare stesso, divenne console nel 43 a.c..

MONETA DI AULUS HIRTIUS


LEGATO DI CESARE

Aulo Irzio è stato un militare, storico e politico romano, che ricoprì la carica di console dopo l'assassinio di Gaio Giulio Cesare, per il quale era stato legato. I legati furono posti al comando delle legioni in sostituzione dei consoli da Giulio Cesare e dovevano appartenere alla classe senatoria.

Sappiamo che fu pretore urbano, che fu un sacerdote flamen dialis, cioè sacerdote del Dio Giove, che fu legato di Giulio Cesare a partire dal 58 a.c. e che servì come inviato a Pompeo nel 50. Il contatto con Cesare era tanto stretto che Hirtius cenò con Cesare, Sallustio, Oppio, Balbo e Sulpicio Rufo la notte dopo la famosa traversata di Cesare sul fiume Rubicone in Italia il 10 gennaio 49 a.c..
E' evidente che Cesare cenò, in un momento così drammatico, solo con quelli di cui aveva certezza non solo della fedeltà, ma pure del coraggio. Egli stava per sfidare il più grande stato esistente al mondo in quell'epoca, e cioè la Repubblica Romana. Quella fu una notte di pericoli ma anche di progetti esaltanti. Aulus pertanto sostenne Cesare fino alla fine e quando seppe della sua morte seguì l'amico più fidato di Cesare.
Dunque nel 44 a.c. Cesare fu ucciso ed Irzio sostenne Marco Antonio, il quanto non solo era uno dei generali più leali di Cesare ma pure perchè intendeva vendicarne la morte uccidendo Decimo Giunio Bruto, il nuovo governatore della Gallia Cisalpina, che Antonio aveva a suo tempo richiesto per sè.
Il 15 marzo del 44 a.c. Cesare venne assassinato e Irzio sostenne Marco Antonio, il quale intendeva vendicarne la morte uccidendo Decimo Giunio Bruto Albino, divenuto nell'aprile dello stesso anno governatore della Gallia Cisalpina, che Antonio chiedeva per sè. 
Cicerone però, amico personale di Irzio, lo convinse a mettersi dalla parte del senato. Dovette dunque partire per Modena, dove Antonio si stava dirigendo per combattere Bruto, assieme all'altro console, Gaio Vibio Pansa, e ad Ottaviano.
MONETA DI AULUS HIRTIUS

Dunque nel 44 a.c. Cesare fu ucciso ed Irzio sostenne Marco Antonio, il quanto non solo era uno dei generali più leali di Cesare ma pure perchè intendeva vendicarne la morte uccidendo Decimo Giunio Bruto, il nuovo governatore della Gallia Cisalpina, che Antonio aveva a suo tempo richiesto per sè.
Il 15 marzo del 44 a.c. Cesare venne assassinato e Irzio sostenne Marco Antonio, il quale intendeva vendicarne la morte uccidendo Decimo Giunio Bruto Albino, divenuto nell'aprile dello stesso anno governatore della Gallia Cisalpina, che Antonio chiedeva per sè. 
Cicerone però, amico personale di Irzio, lo convinse a mettersi dalla parte del senato. Dovette dunque partire per Modena, dove Antonio si stava dirigendo per combattere Bruto, assieme all'altro console, Gaio Vibio Pansa, e ad Ottaviano.

AULUS HIRTIUS

LA BATTAGLIA DI FORUM GALLORUM

La battaglia di Forum Gallorum si svolse il 14 aprile 43 a.c. nel corso della cosiddetta guerra di Modena, tra le truppe fedeli al Senato dei consoli Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, appoggiate dalle legioni di Cesare Ottaviano, e le legioni cesariane di Marco Antonio. Intanto il giovanissimo Cesare Ottaviano custodiva il campo del Senato. La battaglia avvenne sulla Via Emilia, presso l'attuale Castelfranco Emilia.

Hirtius e Ottaviano arrivarono vicino a Mutina con cinque legioni di temibili veterani, dove aspettavano Pansa, che marciava a nord di Roma con altre quattro legioni. Antonio aveva quattro legioni veterane oltre alle truppe che stavano assediando Mutina, così tese un'imboscata alle reclute di Pansa però già raggiunto da una delle legioni veterane di Hirtius e da quella di Ottaviano delle coorti pretoriane.

Le legioni di Antonio sconfissero le truppe di Pansa facendole ritirare verso sud. Lo stesso Pansa venne gravemente ferito. Antonio marciò allora su Mutina. Hirtius arrivò con una sola legione di veterani, ma le truppe di Antonio erano esauste e Antonio perse la battaglia. 

Marco Tullio Cicerone, avverso alla fazione antoniana, pronunciò in Senato la XIV Filippica, esaltando il successo e lodando i due consoli e il giovane Cesare Ottaviano. ma ciò in seguito gli costerà la vita. Ora la parola spettava all'altro console Aulo Irzio e al giovane Cesare Ottaviano.

"Chiamate Senato quello che in realtà non è che l’accampamento di Pompeo.… Avete attirato i soldati, miei e veterani, facendogli credere che si andava a punire gli uccisori di Cesare, e invece… li fate marciare contro di me…. 
E allora vi chiedo di valutare: è più utile per la nostra parte politica vendicare la morte di Trebonio o quella di Cesare? E’ più utile che noi ci combattiamo a vicenda… o che ci mettiamo d’accordo per non fare il gioco degli avversari?… 
Un tale spettacolo finora la fortuna ha voluto risparmiarcelo: due schiere dello stesso esercito che si combattono tra loro… Io sono disposto a dimenticare le offese fattemi da chi appartiene alla mia stessa parte politica a patto che essi… siano sul serio pronti a vendicare, insieme a noi, la morte di Cesare." 

(Lettera di Antonio del 15/20 marzo 43 a.c. a Irzio e Ottaviano)


LA BATTAGLIA DI MUTINA
GUERRA DI MODENA

La battaglia di Forum Gallorum si era conclusa con pesanti perdite da entrambe le parti e il ferimento mortale del console Vibius Pansa. 

La battaglia di Mutina (Modena) si svolse il 21 aprile 43 a.c. durante la cosiddetta guerra di Modena, tra le truppe fedeli al Senato dei consoli Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, appoggiate dalle legioni di Cesare Ottaviano, e le legioni cesariane di Marco Antonio che stavano assediando dall'inverno le truppe del cesaricida Decimo Bruto bloccate dentro la città.  

Quest'ultimo, uno degli assassini di Cesare, teneva la città di Mutina (l'attuale Modena) nella Gallia Cisalpina

Sei giorni dopo Forum Gallorum, l'altro console Aulo Irzio e il giovane Ottaviano attaccarono gli accampamenti di Marco Antonio per rompere l'assedio di Mutina. 

Mentre la battaglia continuava all'esterno degli accampamenti, il console Aulo Irzio, dall'uomo coraggioso che era, prese l'audace decisione di fare irruzione direttamente all'interno del campo di Antonio con una parte dei suoi legionari e cioè con la IIII Legione che guidò personalmente e che riuscì a penetrare negli accampamenti con accaniti corpo a corpo, avanzando verso la tenda di Marco Antonio.

Mentre Iirzio guidava i legionari dalla prima linea la V legione di Marco Antonio contrattaccò la IIII legione e dopo un'aspra e sanguinosa mischia riuscì a fermarla, proteggendo la tenda del comandante; durante il confuso combattimento cadde ucciso Aulo Irzio e sembrò che la sua legione fosse costretta a ripiegare abbandonando le posizioni conquistate. 

Giunsero intanto in soccorso altre coorti guidate da Cesare Ottaviano che tentò valorosamente di recuperare il corpo del console Irzio. Ottaviano riuscì alla fine a salvare le spoglie del console ma non poté mantenere il possesso degli accampamenti e lasciò il campo di Antonio.
Alcuni pensano che il ruolo di Ottaviano e la sua coraggiosa azione per recuperare il corpo del console Irzio derivi solo da un'operazione di propaganda tanto cara ad Augusto. Secondo Svetonio e Tacito ci sarebbe invece la possibilità la possibilità che Irzio sia addirittura stato ucciso durante la mischia proprio da Ottaviano desideroso di liberarsi di uno scomodo rivale politico, e che fosse responsabile pure della morte di Ponzio Aquila, un cesaricida accanito avversario della fazione cesariana.
Mentre Ottaviano amò molto farsi propaganda, non amò mai però passare per crudele e ingiusto. Fu molto amato proprio perchè seppe mantenersi in un sano equilibrio e non avrebbe mai fatto cose che gli avrebbero alienato il favore del senato, dell'esercito e del popolo.
Nella battaglia di Modena, entrambi i consoli morirono: Irzio per primo il 21 aprile, Pansa per le ferite riportate il 23 aprile. Fu onorato con un funerale pubblico, insieme a Pansa che morì appunto pochi giorni dopo. Marco Antonio fu sconfitto lo stesso giorno della morte di Irzio, la cui tomba fu ritrovata a Roma nel 1938, sotto l'attuale Palazzo della Cancelleria, nell'area del Campo Marzio.


LA TOMBA DI HIRTIUS

LA TOMBA DI HIRTIUS IMMERSA
NELL'ACQUA DI FALDA
ll sepolcro di Aulo Irzio fu scoperto nel 1938, con i quattro cippi perimetrali con la scritta: A. Hirtius A. F. (Aulo Filius), sotto il palazzo della Cancelleria; attualmente in gran parte sommerso dalle acque dell’Euripus, il canale che attraversava il Campo Marzio per sfociare nel Tevere.

Con la costruzione dei muraglioni sul Tevere alla fine dell’Ottocento, furono ostruiti gli sbocchi al fiume dell’Euripus e di altri canali di scarico della zona, provocando così l’innalzamento e il ristagno delle acque.

Il sepolcro, tagliato in parte dalle fondazioni del Palazzo della Cancelleria, è costituito da un recinto con basamento in tufo, da un muro elevato in laterizi e da una copertura a doppio spiovente in travertino.

Alcuni cippi che delimitavano l’area funeraria, riportano appunto il nome del console Aulo Irzio, luogotenente di Cesare morto insieme al collega Vibio Pansa nella battaglia di Modena nel 43 a.c..

Dopo l’eroica morte dei due consoli, il Senato romano decretò infatti che fossero costruiti per loro due sepolcri nel Campo Marzio a spese pubbliche.


LE OPERE 

Aulo Irzio è importante soprattutto per aver scritto:
- l'VIII libro del De bello Gallico, l'opera più famosa di Cesare.
Secondo gli antichi Irzio avrebbe scritto altre tre opere:
- il De bello Alexandrino, o Bellum Alexandrinum.
il De bello Africo
il De bello Hispaniensi.

Oggi si crede che, di questi ultimi due libri Aulo Irzio, fu solo l'editore. La corrispondenza di Hirtius con Cicerone fu pubblicata in nove libri, ma non è sopravvissuta.


BELLUM ALEXANDRINUM 

Opera letteraria latina in 78 capitoli facente parte del Corpus Caesarianum attribuita ad Aulo Irzio, luogotenente di Cesare, sebbene ancora oggetto di discussione, ma i più concordano sulla sua paternità dell'opera.

Si tratta del resoconto della guerra civile alessandrina e della campagna pontica di Giulio Cesare.Dopo la campagna in Africa contro i pompeiani e la sua vittoria, Cesare va ad Alessandria d'Egitto per rimediare ai conflitti di potere tra Tolomeo XIII e Cleopatra VII. Cesare instaura un rapporto amoroso con Cleopatra, e governa con lei in Egitto.

La coppia non piace nè ai pompeiani nè agli alessandrini filo-tolemaici che attaccano Cesare e Cleopatra nel palazzo del faraone ma Cesare fa incendiare le navi sul porto di Alessandria, per impedire sbarchi nemici e rifornimenti, da cui l'episodio piuttosto dubbio del danneggiamento della preziosa Biblioteca. Vinta la battaglia di Alessandria, Cesare accusa Tolomeo di congiura contro Cleopatra e lo fa uccidere.

Intanto il figlio di Mitridate VI del Ponto, Farnace II del Ponto, si organizza coi pompeiani per attaccare Cesare, ma i due eserciti alleati vengono sconfitti a Zela.

ASSEDIO DI LEPTIS MAGNA

BELLUM AFRICUM

E' il resoconto delle campagne di Cesare contro il senato nella provincia romana dell'Africa. Dopo la morte di Pompeo Cesare sbarca a Lilibeo in Sicilia, con 17 legioni e 2600 cavalieri. Va in l'Africa e occupa Leptis Magna. I pompeiani, appoggiati dal faraone Tolomeo e da re Giuba di Numidia, hanno 10 legioni di 1400 cavalieri.

Cesare attende le navi di rinforzo disperse nella tempesta siciliana ma nel primo assalto rischia l'accerchiamento dalle truppe di Labieno, che però evita. Nel 22 Sallustio giunge con due legioni di 800 cavalieri, così Cesare va a difendere la postazione di Leptis Magna, assediata dai pompeiani.

Il 27 gennaio Cesare giunge a Uzitta e circonda le mura, per scontrarsi con Scipione in campo aperto, ma lui rifiuta. Cesare allora punta verso Aggar, dove Scipione ha le vettovaglie. Fa cadere la città di Zeta e punta verso Sarusa, la postazione principale dei rifornimenti nemici, Labieno attacca la retroguardia, lasciata apposta più indietro da Cesare, per un attacco a sorpresa, i soldati di Labieno vengono distrutti e devono arrendersi.



BELLUM HISPANIENSIS

Il contenuto dell'opera fornisce dettagli sulle campagne militari di Cesare nella Spagna romana, scritti in sermo vulgaris, I figli di Pompeo Magno, Gneo e Sesto, si sono acquartierati in Spagna, per resistere a Cesare, che ha ormai conquistato l'Africa. Lo scontro decisivo avviene a Munda, nella Spagna meridionale, nel 45 a.c.: l'esercito pompeiano, ben fortificato su una collina, inizialmente resiste, ma la carica della cavalleria maura li annienta.

Muore in battaglia Tito Labieno che era stato braccio destro di Cesare in Gallia e aveva poi disertato all'inizio della guerra civile. Poco dopo Munda, viene ucciso Gneo Pompeo. Ambedue vengono onorati da Cesare, che però ora può tornare a Roma.


VIII LIBRO DE BELLO GALLICO

Il volume venne realizzato da Aulo Irzio su appunti di Cesare, e riguarda gli ultimi passaggi della conquista della Gallia. Infatti, benché sconfitti Arverni e Biturgi, nella Gallia restano ancora nemici potenti, ossia i Carnuti, popolo celtico della Gallia, stanziato tra la Senna e la Loira, ed i Bellovaci, una delle più potenti e numerose tribù della Gallia Belgica nord-orientale. Cesare, per a porre fine a queste ribellioni, incarica il proconsole Gaio Fabio e il fedele Labieno con le loro truppe.

Nel 51 a.c. le due ribellioni vengono soffocate, ma l'anno successivo si rivoltano altre due popolazioni: i Carduci ed i Pictoni. Per questi ultimi il capo Dumnaco tenta varie volte di porre assedio al campo fortificato romano, senza però riuscirci, compiendo razzie fino all'imboscata dei romani, capitanati da Gaio Fabio.

Per la campagna contro i Carduci (popolo celtico della regione di Cahors) invece, i generali Lutterio e Drappete occupano la città di Uxelloduno, cercando di fortificarla al meglio contro Roma, rifornendola soprattutto di grano.

I Romani però rallentano con attacchi lampo i lavori di fortificazione, costringendo i nemici al combattimento in campo, sorpresi dal sopraggiungere improvviso delle truppe di Gaio Fabio, con la resa di Drappete catturato. Nel 49 a.c., dopo la resa dell'ultimo capo ribelle Commio, sconfitto dalle truppe di Cesare nel territorio belgico, la guerra gallica può dirsi conclusa.


BIBLIO

- Appiano di Alessandria - Guerre civili -
- Luciano Canfora - La prima marcia su Roma -
- Appiano di Alessandria - Historia Romana - Guerre civili - libro III -
- Cassio Dione Cocceiano - Historia Romana - libro XXXXVI -
- Marco Tullio Cicerone - Philippicae - XIV -
- Gaio Svetonio Tranquillo - De vita caesarum - Augustus -
- Publio Cornelio Tacito - Annales - libro I -
- Guglielmo Ferrero - Grandezza e decadenza di Roma - Volume III: da Cesare a Augusto - Cernusco sul Naviglio - Garzanti - 1946 -



GIORDANE - IORDANES


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GIUSTINIANO

Nome: Giordane, Iordanes o Iornandes
Nascita: Intorno alla metà del VI secolo
Morte: ?
Professione: storico bizantino di lingua latina del VI secolo


Le notizie sulla sua vita sono assai scarse, ricavabili unicamente da pochi passi delle sue opere. Secondo alcuni fu di origine gotica o comunque si associò a questo popolo. Di lui sappiamo che nacque da famiglia benestante che gli fornì una notevole cultura.

Divenne notarius (segretario) del goto Guntige, un principe della famiglia degli Amali nonchè un alto funzionario della corte di Costantinopoli.

Seguì pertanto Guntige in Italia durante la guerra gotica, e potrebbe essere identificato con l'omonimo vescovo di Crotone che seguì papa Vigilio nel suo esilio a Costantinopoli (547-554)

TEODORICO


ROMANA

Ritiratosi a Bisanzio, dopo la rovina in Italia dei Goti, vi compose il "De summa temporum vel origine actibusque gentis Romanorum", detta anche "Romana", scritta su invito di Papa Vigilio. Trattasi di una compilazione di storia universale (da Adamo al 551 d.c.), da cui traspare con molta evidenza un'ammirazione sincera e profonda per l'ormai perduto mondo romano con la sua civiltà, le sue abilità, la sua arte e i suoi valori.

Come esplicitato dall'autore, l'opera vuole essere, sulla tradizione di Agostino, una storia dei dolori umani, al fine di spingere alla conversione, cioè al cristianesimo. Ma l'opera al contrario della quasi totalità delle opere cristiane non solo non mostra disprezzo od odio verso i pagani ma ne magnifica i grandi valori.

PRISCO DI PANION

GETICA

Scrisse verso il 552 il "De origine actibusque Getarum", un riassunto, in stile prolisso e ricercato secondo il gusto dell'epoca, della perduta "Storia dei Goti" di Cassiodoro, redatto in dodici libri. Fu noto anche come "Getica", il nome assegnatogli dallo studioso tedesco Theodor Mommsen, la cui prima edizione critica fu appunto da lui pubblicata nei "Monumenta Germaniae Historica". 

Lo scritto si basa su testi cronistici noti, come S. Girolamo, Floro, Festo, Orosio, Eutropio, Marcellino Conte, ecc., e, per la parte più recente, sui proprî "Getica". La maggiore differenza tra l'opera di Giordane e quella di Cassiodoro sta nel fatto che il secondo scrisse per glorificare Teodorico e la sua stirpe, mentre il primo, mostrando la tradizione e la forza dei Goti, per accrescere la fama delle gesta di Giustiniano I (r. 527-565), colui che gloriosamente li sconfisse.

Giordane fu tra coloro che, avvalorando come Cassiodoro (490 - 583) la necessità di stabilire le fortune della monarchia gotica in Italia sulla collaborazione goto-romana, considerarono illegittima la resistenza opposta dai re del partito nazionale agli eserciti di Giustiniano (482 - 565), essendo unica politica possibile l'accordo coll'Impero d'Oriente.


Nel testo Giordane cita diversi autori a lui precedenti:

- Prisco di Pànion, per le notizie su Attila.
- Dessippo per le notizie su Vandali ed Eruli.
- Tito Livio, che menziona i Goti.
- Strabone, che scrisse sulla Britannia.
- Tacito sulla Britannia.
- Ablabio, sconosciuto autore di un perduto Gothorum gentis, "Del popolo gotico".
- Cassio Dione o Dione Crisostomo, autore di un altro Getica.
- Simmaco, che riporta notizie da Giulio Capitolino su Massimino il Trace.
- Fabio, sconosciuto autore di un'opera perduta sull'assedio di Ravenna.
- Giuseppe Flavio, che menziona Goti e Sciti.
- Lucano, che cita la gens degli Amali.
- Pompeo Trogo, conosciuto solo dall'epitome di Giustino nelle Historiae Philippicae.
- Pomponio Mela, scrittore e geografo romano.
- Claudio Tolomeo sulla Scandinavia in Getica parte III.
- Pubio Vorgilio Marone, il grande poeta romano

CASSIODORO

CASSIODORO

Cassiodoro nato a Squillace, nel Bruttium (Italia):
«Rifulge di luce chiarissima e, dotata di un clima molto mite, ha inverni soleggiati, estati fresche, e la vita ivi trascorre senza alcun malanno per la mancanza d'intemperie. Perciò anche gli abitanti sono svegli nelle sensazioni, perché la contemperanza del clima regola ogni cosa...»
(Cassiodoro)

Fu consigliere e segretario sotto vari re goti, stimato soprattutto sotto Teodorico, la cui politica mirava a una pacifica e collaborativa convivenza tra Goti e popoli italici. Fu Teodorico a chiedere a Cassiodoro di scrivere un'opera sui Goti per dimostrare la loro antichità, la loro nobiltà e la loro esperienza e capacità nel governare. Teodorico morì nel 526 e Cassiodoro passò al servizio del nuovo sovrano. L'opera fu forse scritta a Ravenna, capitale del regno goto, tra il 526 e il 533. Giordane asserisce che utilizzò i fatti narrati da Cassiodoro, ma non le sue parole.



NEL MEDIOEVO

Giordane ebbe molta fortuna nel Medioevo, avendo vissuto in zone controllate dai Goti ebbe una posizione privilegiata per conoscere di prima mano le tradizioni e la storia di questo popolo germanico, anche se Giordane stesso dice di aver utilizzato l'opera di Cassiodoro. Paolo Diacono lo riportò ampiamente nella sua Historia Romana; e nel sec. XII vi attinsero storiografi tedeschi come Ottone di Frisinga.

GLI UNNI

DE ORIGINE ACTIBUSQUE GETARUM 

I Getica furono scritti da Giordane probabilmente mentre era tenuto prigioniero a Costantinopoli dall'imperatore Giustiniano I e vennero pubblicate nel 551. Egli stesso ne dichiarò l'intento di "condensare col mio stile in questo piccolo libro i 12 volumi della storia dei Goti, scritta da Cassiodoro". 

Giordane stesso dice di aver interrotto la sua opera sulla Storia romana per scrivere i Getica e ammette comunque di non aver avuto accesso all'intera opera di Cassiodoro, aggiungendo particolari di sua memoria. Nulla del lavoro è scritto con le parole di Cassiodoro ed è quindi oggi impossibile discernere ciò che davvero proviene da questo autore. I Getica sono l'unica fonte rimasta sull'origine dei Goti, popolo che per un certo periodo dominò l'Europa orientale, prima di essere scacciati dagli Unni.

Nell'opera si menziona anche la campagna militare condotta in Gallia da Riotamo, "re dei Britanni", in cui alcuni studiosi hanno individuato una possibile ispirazione per la figura di re Artù:

«Ora Eurico, re dei Visigoti, di fronte ai continui cambiamenti degli imperatori romani tentò di impossessarsi della Gallia. E allora l'imperatore Antemio chiese aiuto ai Brittoni. Il loro re Riotamo giunse attraverso Oceano con 12.000 uomini nel territorio dei Biturigi e fu ricevuto quando sbarcò dalle sue navi. Eurico, li affrontò con una grande armata e, dopo un lungo combattimento, mise in fuga Riotamo, re dei Brittoni, prima che i Romani si potessero unire a lui. E così, persa un'ampia parte del suo esercito, scappò con gli uomini che era riuscito a raccogliere, e si recò presso i Burgundi, una tribù alleata di Roma che si trovava lì vicino. Eurico, re dei Visigoti, conquistò la città gallica di Arverna. Nel frattempo, l'imperatore Antemio era morto.»
(Getica XLV, 237-238)

Vista la perdita dell'opera di Cassiodoro, i Getica sono una delle fonti contemporanee più importanti per la conoscenza delle migrazioni barbariche dal III secolo in poi, in particolare di quelle di Ostrogoti e Visigoti, anche se molti storici romeni e statunitensi hanno pensato, in base alle notizie contenute nella sua opera ai Goti, che Giordane avrebbe attribuito ai Goti notizie invece riferite ai Geti. 

Numerosi dati storici relativi ai Geti, oltreché ai Daci, sarebbero stati erroneamente attribuiti ai Goti a causa della similarità dei nomi Goti/Geti. Se così fosse non sarebbe comunque da ricondurre a Giordane nè a Cassiodoro, perchè risalirebbe molto più indietro nel tempo. Comunque molti dati sarebbero veritieri, ad esempio, è ormai accertata, proprio come ha scritto Giordane, l'origine scandinava dei Goti.



LE EDIZIONI

L'edizione classica di quest'opera è quella realizzata nel XIX secolo da Theodor Mommsen nei "Monumenta Germaniae Historica. Auctores antiquissimi. V, II". Il manoscritto meglio conservato era l'Heidelberg, scritto ad Heidelberg,(in Germania, forse nell'VIII secolo, che andò però distrutto in un incendio scoppiato in casa del Mommsen. Di grande valore sono anche il manoscritto Vaticano Palatino del X secolo e quello Valencieno del IX secolo.


BIBLIO

- Th. Mommsen - Monumenta Germaniae Historica Auctores antiquissimi - V, 1 - Berlino - 1882 -
- Jordanes - Storia dei Goti - a cura di E. Bartolini - TEA - Milano - 1991 -
- Walter Goffart - The Narrators of Barbarian History - Princeton - 1988 -
- A. S. Christensen - Cassiodorus, Jordanes and the History of the Goths. Studies in a Migration Myth - Copenhagen - 2002 -
- Francesco Giunta - Jordanes e la cultura dell'Alto Medioevo - Manfredi - Palermo - 1952 -
- Oronzo Giordano - Jordanes e la storiografia nel VI secolo - Adriatica - Bari - 1973 -
- Angela Amici - Iordanes e la storia gotica - CISAM - Spoleto - 2002 -
- Maria Luisa Fele - Le fonti dei Romana di Iordanes. I. Dalle origini del mondo ad Augusto (Rom. 1-257) - Sismel - 2020 - Firenze -


GAIO VALERIO FLACCO - G. VALERIUS FLACCUS


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MEDEA E GIASONE NEL VELLO D'ORO


Nome: Caius Valerius Flaccus Balbus Setinus;
Nascita: forse a Sezze
Morte: tra l'89 e il 96
Professione: poeta


Valerio Flacco fu un poeta romano, uno dei principali esponenti della poesia epica dell'età flavia, assieme a Silio Italico e a Publio Papinio Stazio, ma comunque della sua vita non si sa nulla. Le fonti si limitano ad attribuirgli un poema epico in esametri, dal titolo di "Argonautica" (le Argonautiche), che si interrompe all'VIII libro, non sappiamo se perchè fu incompiuto o perchè è andato distrutto o smarrito. 

Le notizie sulla sua vita sono molto limitate: 
- era membro della gens patrizia dei Valerii e l'ultimo membro noto del ramo dei Valerii Flacci,
- fu un membro del "Quindecemviri sacris faciundis", collegio dei quindici, guardiani dei libri sibillini,
 - in uno dei manoscritti vaticani è identificato anche come Setino Balbo, il che farebbe dedurre le sue origini presso Setia (Sezze) nel Lazio. 
- fu amico del poeta Marziale,
- il solo scrittore antico che lo cita è Marco Fabio Quintiliano, che si duole della sua prematura e recente scomparsa. Poiché Quintiliano terminò la sua "Institutio oratoria" (dove appunto è citato) nel 96 d.c., si deduce che la sua morte debba essere avvenuta poco tempo prima. 



ARGONAUTICA

Poema in otto libri sulla conquista del Vello d'oro, pervenutoci molto frammentato, e termina con Giasone che sposa Medea e la porta con sé. Le Argonautiche sono una libera imitazione e in parte rielaborazione del poema dal titolo omonimo di Apollonio Rodio, già famoso presso i Romani nella versione e adattamento di Publio Terenzio Varrone Atacino, ottenute però aggiungendo, togliendo e modificando varie parti. 

L'opera mira alla glorificazione di Vespasiano per aver reso più sicura la frontiera britannica e per avere favorito i viaggi nell'Oceano, pertanto l'opera è dedicata a Vespasiano, un elogio per le sue conquiste in Britannia, che fu scritto in parte durante la vittoria sui Giudei, o poco più tardi della distruzione di Gerusalemme da parte di Tito avvenuta nel 70. Dagli accenni all'eruzione del Vesuvio e da avvenimenti successivi, si deduce che la stesura del poema abbia richiesto un paio di decenni. 

CRISOMALLO CON FRISSO ED ELLE

LO STILE

L'opera, essendo un rimaneggiamento, manca di originalità, e la sua poetica è troppo elaborata. Egli si rifà a Virgilio, a cui però è molto inferiore. Flacco è vivace nelle descrizioni ed intuitivo nella resa dei personaggi con i loro caratteri e affetti, come Medea, ma non piacque molto e non fu popolare nei tempi antichi, tanto che nel Medioevo fu addirittura dimenticato.



LA STORIA 

Nefele fu creata come nuvola da Zeus a somiglianza di Era per mettere alla prova Issione che aveva osato importunare la regina degli Dei durante una festa. Issione la possedette e Nefele partorì un centauro. Atamante, marito e padre dei due figli l'abbandonò per Ino che cercò di fargli sacrificare i figli agli Dei per far salire al trono suo figlio, allora Nefele invocò Hermes che mandò loro il Crisomallo (l'ariete dal vello d'oro) perché li portasse via in volo nella Colchide.

ATAMANTA (argonauta)
La figlia Elle cadde in mare e affogò mentre Frisso venne ospitato da Eete a cui donò il vello d'oro di Crisomallo che intanto aveva sacrificato agli Dei, con poca riconoscenza verso l'ariete. Eete però, che evidentemente non sapeva che farne lo nascose in un bosco ponendovi a guardia un drago.

Pelia aveva conquistato il suo trono esiliando il gemello Neleo e senza dare alcuna eredità a Esone che fece invece suo prigioniero. Pelia aveva messo a morte chiunque potesse essere il suo futuro assassino, risparmiando il solo Esone poiché era molto amato dalla loro madre. Esone aveva sposato Polimela e da lei ebbe il figlio Giasone che riuscirono con uno stratagemma a far scampare alla morte portandolo sul monte Pelio, dove fu allevato dal centauro Chirone.

Ora siccome predizioni oracolari e pure vari presagi avevano avvertito Pelia, re della Tessaglia, che suo nipote Giasone, figlio di suo fratello Esone, gli avrebbe rubato il trono e la vita e non potendo però ucciderlo in base a questo, si limitò a gettarlo in un'impresa pericolosissima, ordinandogli di recarsi nella Colchide e conquistare il vello d'oro, il magico oggetto che poteva curare ogni ferita.
 
Giasone, convinto dell'aiuto di Giunone e di Pallade, si preparò alla spedizione facendo costruire ad Argo la nave che dalla città prese il suo nome e diffuse la notizia della sua spedizione per tutta la Grecia. Attirati dall'impresa giunsero da ogni dove gli eroi più famosi, fra cui Ercole. 

Ma con Giasone partì anche Acasto, figlio di Pelia, che Giasone volle con sé per timore che Pelia facesse maledire la sua nave, ma Pelia, appena se ne accorse, infierì contro i genitori di Giasone, che furono costretti a darsi la morte, e fece uccidere il loro figlio minore.


I Personaggi:

- Acasto, figlio di Pelia,
- Admeto, principe di Fere, celebre per la sua ospitalità e per il suo senso di giustizia.
- Anceo il Grande di Tegea, figlio di Posidone, venne poi ucciso dal cinghiale di Caledonia.
- Anceo il piccolo, cugino dell'altro Anceo, anche lui ucciso dal cinghiale.
- Anfirao, il veggente argivo.
- Argo di Tespi, costruttore della nave Argo e di una statua lignea di Era, oggetto di culto a Tirinto.
- Ascalafo di Orcomeno, figlio di Ares, che partecipò alla guerra di Troia.
- Asterio, figlio di Comete, un figlio di Pelope.
- Atalanta di Calidone, vergine cacciatrice (l'unica donna).
- Attore, figlio di Deioneo il Focese.
- Augia, re dell'Ellesponto dal numeroso bestiame che, grazie all'origine divina era immune dalle malattie, fu Ercole che ripulì le sue stalle in un solo giorno.
- Bute, di Atene, apicoltore; Bammaliato dalle sirene si gettò in mare, ma venne salvato da Afrodite, che, per ingelosire Adone, ne fece il suo amante sul Lilibeo..
- Calaide, l'alato figlio di Borea, ucciso da Eracle a colpi di clava.
- Canto l'Eubeo, tornati dalla Colchide Canto scorse un gregge di pecore sulla terraferma e per fame cercò di rubarne una ma Cafauro, il proprietario di quel gregge, si accorse del furto e lo uccise.

CASTORE

- Castore, lottatore spartano, uno dei Dioscuri.
- Cefeo, figlio dell'Arcade Aleo, re di Tegea.
- Ceneo il Lapita, che un tempo fu donna, amata dal dio Poseidone, che le volle offrire qualsiasi cosa desiderasse, e lei chiese di diventare uomo, e di essere invulnerabile; il dio l'accontentò.
- Corono il Lapita. Guidò in battaglia i Lapiti del monte Olimpo ma quando gli avversari proposero ad Eracle un terzo del loro regno in cambio del suo aiuto, questi accettò e vinse, Corono morì in battaglia.
- Echione, figlio di Ermes, fu l'araldo degli Argonauti.
- Eracle di Tirinto, Ercole.
- Ergino di Mileto, prese il timone della nave Argo dopo la morte del timoniere Tifide.
- Eufemo di Tenaro, il lottatore.
- Eurialo, figlio di Mecisteo, uno degli Epigoni, accompagnò in battaglia Diomede contro Troia.
- Euridamante il Dolopio, del lago Siniade, sapeva interpretare i sogni.
- Falero, abilissimo arciere Ateniese.
- Fano, il figlio cretese di Dioniso.
- Giasone, il capo della spedizione
- Idas, rapì Marpessa sottraendola sia al padre che ad Apollo, che lo inseguirono ma Zeus intervenne comandando alla donna di scegliere chi volesse tra i due e lei scelse Idas.
- Idmone l'Argivo, figlio di Apollo e veggente, morì ferito da un cinghiale.
- Ificle, figlio di Testio l'Etolo.
- Ifito, fratello di re Euristeo di Micene, morì per le ferite ricevute dai Colchi.
- Ila il Driope, assistente e amante di Eracle, rapito dalle ninfe.
- Laerte, figlio di Acrisio l'Argivo, futuro padre di Odisseo (Ulisse).
- Linceo, fratello di Idas, vedeva attraverso i muri e la terra, fu ucciso dai Dioscuri.
- Melampo di Pilo, figlio di Amitaone, guaritore, si ammalò quando vide suo padre mentre castrava dei montoni con un coltello
- Meleagro il Calidone, che uccise il famoso cinghiale.
- Mopso il Lapita, oracolo e indovino.
- Nauplio l'Argivo, figlio di Posidone, famoso navigatore
- Oileo il Locrese, futuro padre di Aiace d'Oileo.

ORFEO E EURIDICE

- Orfeo, il poeta Tracio suonatore della magica lira.
- Palemone, figlio di Efesto, un Etolo.
- Peante, figlio di Taumaco il Magnesio, grandissimo arciere, salvò i compagni uccidendo il gigante di bronzo Talo lanciandogli una freccia nel suo tallone.
- Peleo il Mirmidone, futuro padre di Achille.
- Peneleo, figlio di Ippalcimo, il Beota, pretendente di Elena, combattè contro Troia.
- Periclimeno di Pilo, figlio di Neleo, aveva avuto da Poseidone la capacità di assumere la forma di qualsiasi animale.
- Piritoo, Re dei Lapiti, figlio di Issione, si recò nell'Ade con Teseo per rapire Persefone ma Ade li incollò su due troni di pietra.
- Polluce, pugile spartano, uno dei Dioscuri.
- Polifemo, figlio di Elato, l'Arcade, rimase a terra con Eracle e lo scomparso Ila, partì alla ricerca degli Argonauti, per ricongiungersi a loro, ma morì presso il popolo dei Calibi.
- Stafilo, fratello di Fano e Figlio di Dioniso e Arianna.
- Telamone, fratello di Peleo, futuro padre di Aiace Telamonio.

COSTRUZIONE DELLA NAVE ARGO DA ATENA CON TIFI E ARGO

- Tifi il timoniere, di Sife in Beozia, abilissimo pilota della Beozia, cui Atena insegnò l'arte della navigazione, morì prima di giungere alla Colchide.
- Zete, fratello di Calaide, scacciò le Arpie dalla tavola di Fineo, e le inseguì fino alle isole Etole dove Iride, messaggera di Zeus, li avvertì di fermarsi nel loro inseguimento.
- Teseo, figlio del re Egeo l'ateniese

Nei libri seguenti si descrivono gli episodi del viaggio degli Argonauti: 

- la sosta a Lemno, 
- il salvataggio di Esione, 
- la strage dei Ciziceni, 
- il ratto d'Ila e l'abbandono di Ercole, 
- il pugilato di Polluce e di Amico, 
- la favola di Io cantata da Orfeo, 
- la liberazione di Fineo, 
- il passaggio fra le rupi Cianee, 
- la morte di Idmone e di Tifi. 

Nel V libro: gli Argonauti arrivano nella Colchide. Qui c'era guerra tra Eeta, re della Colchide, e suo fratello Perse, che voleva togliergli il trono. Eeta promette a Giasone il vello d'oro in cambio del suo aiuto nella guerra contro Perse. 

Nel VI libro: 
nella guerra contro Perse Giasone mostra tutto il suo valore. Medea, figlia del re Eeta, guardandolo dall'alto delle mura della sua città se ne innamora, costretta dai filtri di Venere. Dopo la vittoria, dovuta al valore degli Argonauti, Eeta viola la sua promessa e impone a Giasone di compiere prove prodigiose per la conquista del vello d'oro. Con l'aiuto della maga Medea, Giasone aggioga i tori sputafuoco e ara campi incolti presso la città eludendo i guerrieri sorti dai solchi seminati. 

Infine Medea va con l'eroe nel bosco sacro a Marte, addormenta il drago e rapisce il vello d'oro. Gli Argonauti prendono il mare inseguiti dalla flotta del figlio del re che li raggiunge alle foci del Danubio, e gli Argonauti chiedono a Giasone di restituire Medea. Il poema s'interrompe mentre Giasone rassicura Medea che non la rimanderà indietro. Si ritiene che l'autore abbia lasciato incompiuto il poema.


BIBLIO

- Valerio Flacco, Stàzio, Publio Papinio in Treccani Enciclopedia.
- J. Kenney, W. V. Clausen (a cura di) - The Cambridge History of Classical Literature. Vol. II - Latin Literature - Cambridge - University Press - 1982. 
- L. Simonini - La letteratura latina della Cambridge University - Milano - Mondadori - 2007 -
- Valerio Flacco - Le Argonautiche - a cura di Franco Caviglia - Milano - BUR - 2007 -


 

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