VIA TECTA O RECTA


0 comment
VIA DEI CORONARI

Sin dall'età repubblicana uno degli assi principali della viabilità di Roma era la strada che in Campo Marzio correva da nord-ovest a sud-est, dal Terentum al Circo Flaminio e che si ritiene fosse conosciuta come Via Tecta, riportata poi per corruzione in età medievale come Via Recta.

Tuttavia esisterebbe un'altra Via Tecta o Via Recta, una strada fuori dalla porta Capena, trovata solo in Ovidio (Fast. VI.191-192: "lux eadem Marti festa est, quem prospicit extra oppositum tectae porta Capena viae", e probabilmente applicato alla via Appia tra la porta Capena e il tempio di Marte perché era delimitato da una sorta di colonnato (HJ 213).

Ma la via Tecta più famosa fu la strada nel campus Martius, menzionata tre volte nella letteratura del I secolo (Seneca, Apoc. 13: discesa "per viam Sacram ... inicit illi manum Talthybius ... et trahit. Campum Martium; et inter Tiberim et viam Tectam descendit ad inferos; Mart. III.5.5; VIII.75.1,2: dum repetit sera conducos nocte penates / Lingonus a tecta Flaminiaque recension", che sembra aver collegato la regione della via Flaminia e forse con il Tarentum.

La pavimentazione di un'antica strada che conduce in questa direzione generale è stata trovata in vari punti della Via di Pescheria, della via del Pianto, via de' Giubbonari, via de' Capellari e via del Banco di S. Spirito, e sulla stessa linea dei frammenti del Porticus Maximae. 

Si ritiene che questa fosse la via Tecta, così chiamata perché era protetta da una sorta di colonnato prima della costruzione del portico Maximae. Il nome Via Recta, che alcune autorità applicano alla strada ad est dal ponte Elio alla via Flaminia, è dovuta una lettura errata del primo passaggio.

Pertanto la Via Tecta o Recta era una strada posta nella parte settentrionale del Campo Marzio (Regio IX Circus Flaminius), che andava dalla Via Lata a est fino al ponte Neroniano a ovest, con un percorso rettilineo, come promette il nome Recta.

PIAZZA DI SAN SIMEONE

LA STORIA

Le vie coperte risalgono a Roma già al Palatino lungo i suoi versanti scoscesi con sostruzioni che sostenevano i templi eretti su vari livelli. Infatti la via tecta si fa risalire già al tempo dei Tarquini quando sul versante ovest del colle furono costruiti i primi terrazzamenti atti a sostenere i vicus che salivano al Palatino. 

- A partire dall'età media-repubblicana furono realizzate altre viae tectae sia sul Palatino che sul Campidoglio su cui agli inizi del III secolo a.c. vennero erette imponenti sostruzioni per sostenere il grande Tempio della Vittoria e la Casa Romuli, inglobando quelle di età regia.

- Nel 193 a.c gli edili Marco Emilio Lepido e Lucio Emilio Paolo con il ricavato delle multe comminate agli allevatori di bestiame, dopo aver allargato la piazza del mercato (Forum Boarium), prolungarono il porticus che c'era appena fuori Porta Trigemina così che andasse a congiungersi con la via Tecta che arrivava dal Campo Marzio. 


- Nella prima metà del II secolo a.c., come riporta Velleio Patercolo, Scipione Nasica console del 162 a.c. per celebrare la definitiva resa di Cartagine, fece costruire a sue spese un portico lungo la Via Sacra che partendo dall'angolo della sua domus prospiciente il Foro Romano, saliva al Tempio di Giove Ottimo Massimo.  

- Sulla pendice ovest del Palatino sorse una nuova via tecta dopo che nel 111 a.c un incendio aveva gravemente danneggiato il Tempio della Magna Mater. Metello Numidico che finanziò la ricostruzione del tempio lo volle ampliare e fu necessario edificare Viae tectae e portici sul lato che si affacciava sul Circo Massimo e dall'altro guardava al Capitolium. 

Verso il Circo Massimo la platea era sostenuta da archi voltati mentre ad ovest fu costruito un lungo muro, in conseguenza per mantenere la viabilità dal Velabro al Tempio della Vittoria il vicus che partiva dalle Scalae Caci divenne una via tecta che passava sotto la platea della Magna Mater per poi scendere a valle sui terrazzamenti dell'angolo sud-ovest del colle. Questa strada che consentiva una viabilità importante da e verso il Palatino fu sempre oggetto di restauri e miglioramenti fino all'età imperiale.

ARA TERENTUM

Seneca (4 a.c. - 69 d.c.) cita la Via tecta in un brano del Ludus de morte Claudii:
"Inicit illi manum Talthybius deorum [nuntius] et trahit capite obvoluto, ne quis eum possit agnoscere, per campum Martium, et inter Tiberim et viam tectam descendit ad inferos."
La Via Tecta scendeva agli Inferi perchè terminava nei pressi del Terentum. l'antica ara di Dite e Proserpina ritenuta la porta degli inferi.

Nel VI sec. a.c. il sabino Valesus, antenato della gens Valeria, vi eresse un altare ipogeo in quanto gli Dei inferi gli avevano indicato sulla riva sinistra del Tevere i simulacra di Dite e Proserpina in una vicina grotta da cui usciva una sorgente d’acqua che fece bere ai figli che guarirono miracolosamente da una grave malattia. 

Così Valesus vi costruì un’ara per fare sacrifici in onore degli Dei, e un suo discendente vi fece costruire una cella profonda venti piedi dove nascondere i simulacra divini che venivano portati in superficie solo di notte ed in occasione di eventi fausti per Roma.

Anche Marziale cita una Via Tecta nel Liber III degli Epigrammata:
"Protinus hunc primae quaeres in limine Tectae: Quos tenuit Daphnis, nunc tenet ille lares."



VIA DEI CORONARI

La strada, chiamata Via Recta in età medievale quando era percorsa dai pellegrini in arrivo da nord, corrisponde grosso modo all'odierna Via dei Coronari. Non è certo se si chiamasse così in età antica e il nome deriva probabilmente da errori di lettura delle fonti antiche (la lettura corretta sarebbe dovuta essere Via Tecta, cioè "via coperta", con la quale si ritiene fosse indicata la strada che correva da nordovest a sudest lungo il lato occidentale del Campo Marzio). Indubbiamente, comunque, questa strada era uno dei principali elementi della viabilità del Campo Marzio.

Una attestazione di questa via tecta è stata individuata da Rodriguez-Almeida, lo studioso profondo conoscitore del FUR, nel frammento 252 della FUR che riporta due linee parallele che corrono lungo tutto il tratto di una strada, identificata come vicus Aesculapii; queste linee sono fiancheggiate ad intervalli regolari da semplici punti che probabilmente indicano colonne, elementi che la connotano come una via tecta.

Lungo questa via sorgevano alcuni monumenti:

- Le terme di Nerone,
- il cenotafio ottagonale di Gaio e Lucio Cesare, presso l’entrata del Pantheon sulla Via Recta.
- l'Excubitorium della I coorte dei vigili,
- L'Insula Felicles.


BIBLIO

- Strabone - Geografia -
- Via Tecta - Samuel Ball Platner (completato e rivisto da Thomas Ashby) - A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Oxford University Press - Londra - 1929 -
- Hendrik W. Dey, - The Aurelian Wall and the Refashioning of Imperial Rome, AD 271–855 - Cambridge University Press - 2011 -
- R. Knobloch - Il sistema stradale di età romana: genesi ed evoluzione -
- L. Quilici, S. Quilici Gigli - Architettura e pianificazione urbana nell'Italia antica - L'Erma di Bretschneider - 1997 -



DEI ROMANI DELLA SALUTE


0 comment
ANGERONA


Gli Dei della salute erano per gli antichi adorati nei templi dove agivano in qualità di medici le sacerdotesse e i sacerdoti. Ma anche qui ogni villaggio (pagus) aveva la sua divinità che ispirava la cura a base di erbe e minerali. 



ASCLEPIO o ESCULAPIO
- Pindaro narra che Asclepio era stato generato da Apollo e Coronide principessa dei Tessali. Coronide prima di partorire si innamorò di un comune mortale, Apollo furioso la fece trafiggere dalla sorella Artemide con una freccia, ma mentre la salma di Coronide si stava consumando nel rogo, Apollo le strappò dal grembo il figlio Asclepio e lo affidò alle cure del centauro Chitone che lo educherà all'arte medica e all'uso delle armi. Però fattosi adulto Asclepio sceglierà di alleviare le sofferenze umane con la medicina.

ESCULAPIO

HYGIA
 
- Divinità equivalente alla greca Igea spesso identificata con Salus.


MEDITRINA 
Dea della medicina, una divinità arcaica che rappresentava la Madre Terra.


INCUBO 
Appellativo di Fauno e personificazione dei sogni cattivi e angosciosi, si credeva fossero provocati da contatti anche sessuali con un essere demoniaco.


ANGERONA 
Dea del silenzio o dei piaceri, protettrice degli amori segreti, guaritrice dalle malattie cardiache, dal dolore e dalla tristezza


CARDEA
Dea della salute, delle soglie e cardini della porta e delle maniglie, associata anche al vento.


APOLLO
- dio della malattia, invocato affinchè non iniziasse o proseguisse la sua opera devastatrice, infatti scagliava le frecce seminando la peste.


VEDIOVIS
Dio degli Inferi, della malaria, della febbre e dei morbi figurato come uomo con frecce e una capra, forse identificato con Apollo o con il Giove dell'oltretomba. Aveva un tempio sul Campidoglio e sull'isola Tiberina. 
Per un approfondimento: CULTO DI VEIOVE


RUMINA
Dea delle donne allattanti. Garantiva la presenza del latte per la salute del neonato.


OSSILAO
Dio che si doveva occupare che le ossa dei bambini crescessero sane e robuste.


STAIANO
Divinità che aiutava i bimbi ad avere forza sulle gambe e quindi a camminare speditamente.


STATULINO
Dio che era accanto ai bambini nel muovere i primi passi perché non cadessero donandogli la stabilità.


FEBRIS
Dea della Febbre, associata alla guarigione dalla malaria.
Per un approfondimento: CULTO DI FEBRIS

IGEA

CUNINA
Dea della tenerezza, protettrice dei lattanti, che veniva supplicata a lungo quando il pargolo era insonne e non faceva dormire, o quando aveva la febbre, o male al pancino.


EDULICA
Dea spesso invocata perché alla madre non mancasse il latte.


CAMA
Dea con il compito di proteggere gli organi interni, in particolare dei bambini, e più in generale di assicurare il benessere fisico all'uomo.
Per un approfondimento: CULTO DI CAMA


FLUONIA 
- Questa Dea aiutava le donne fin dal menarca, per seguirle nelle mestruazioni e nella eliminazione dei lochi.


SENIO 
Dio protettore della vecchiaia.


UTERINA 
I romani avevano una religiosità molto articolata, soprattutto nei villaggi, per cui avevano un Dio per ogni cosa, e questa Dea presiedeva ovviamente al benessere dell'utero, che riguardava pure la possibilità di mettere al mondo figli.


VALETUDO 
Divinità che si occupava della salute in genere, diede il nome ai Valitudinari, che possono essere definiti i primi veri ospedali, al contrario di come avveniva negli Ascleipei, nei Valitudinari le cure al malato venivano date dentro il recinto sacro. Ancora oggi per dire di un ammalato cronico si usa definirlo Valetudinario.


MENA 
Dea che proteggeva dalle malattie ginecologiche. Ventunesima figlia di Giove, viene citata da Sant'Agostino, nella sua "Città di Dio", come "la dea che sovrintende i periodi delle donne"; ma già in "Antiquitates rerum divinarum" di Varrone, come riferito proprio da Sant'Agostino, è presente il nome di Mena come Dea del mestruo.


CURA 
Dea romana dell'inquietudine. Si invocava per far cessare il disagio.


ORBONA 
Dea romana alla quale era attribuita la morte dei bambini, per cui era invocata dai genitori perché tenesse lontana le malattie dai loro figli. Essa proteggeva gli orfani.


SCABIES 
- Divinità che presiedeva alle malattie della pelle. Invocata per proteggersi o far cessare il male.


MORBUS 
- Come il nome lascia immaginare si tratta della personificazione della malattia. La divinità veniva invocata affinchè si tenesse lontana.


BIBLIO

- George Dumezil - La religione romana arcaica - a cura di Furio Jesi - Rizzoli Editore - Milano - 1977 -
- William Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic - Londra - 1908 -
- Carlo Prandi - Mito in Dizionario delle religioni - a cura di Giovanni Filoramo - Torino - Einaudi - 1993 -


SOTTO S. GIORGIO AL VELABRO


0 comment
LA CHIESA

IL VELABRO

Il Velabro era delimitato dal forum a nord, il Palatino e il vicus Tuscus a est, il quartiere attraversato dallo Iugarius vicus a ovest, mentre la linea di separazione tra questo e il Foro Boario passava attraverso l'attuale chiesa di S. Giorgio in Velabro, in particolare con l'Arco degli Argentari. Secondo la tradizione, questo quartiere era in origine soggetto a inondazioni quando il Tevere era molto alto.



ROMOLO E REMO 

Qui i fatidici gemelli portati dalla piena dell'Aniene si fermarono presso la palude del Velabro tra Palatino e Campidoglio in un luogo chiamato Cermalus,. Quando le acque del fiume si ritirarono, la cesta rimase all'asciutto in una grotta collocata alla base del Palatino,  detta "Lupercale" perché sacra a Marte e a Fauno Luperco.

Plutarco racconta che una lupa, scesa dai monti al fiume per abbeverarsi, fu attirata dai vagiti dei due bambini, e invece di papparseli li allattò. Vuole la tradizione che anche un picchio portò loro del cibo (uccello sacro a Marte). Ma in seguito furono trovati dal pastore Faustolo, il quale insieme alla moglie Acca Larenzia decise di crescerli come suoi figli.

Alcuni identificano Acca Larentia con la "lupa", in realtà una antica Dea Madre, italica e preromana, una Dea Lupa le cui sacerdotesse erano dette le Lupe, vivevano nei "tiasi" o monasteri che dir si voglia praticando la prostituzione sacra. 

Infine si sa, i gemelli fondarono Roma e l'impero, ovvero la civiltà di gran lunga la più evoluta del mondo antico, e il Velabro è solo lo sfondo della prima scena, ma una scena fatidica e immortale nei secoli.



LA CHIESA

In un posto così carico di tradizioni non poteva non sorgere una chiesa, se non altro per far capire che le cose erano cambiate e che ora a Roma trionfava la Chiesa con i suoi riti e i suoi santi.
S. Giorgio al Velabro è una bella chiesa affiancata dal cosiddetto Aco di Giano Quadrifronte, e preceduta da un portichetto sorretto da 15 colonne sul cui architrave si leggono i seguenti versi incisi nel secolo XIII:

"Stephanus ex Stella, cupiens captare superna Eloquio rarus virtutum lumine clarus Expendens aurum studuit renovare pronaulum. Sumptibus ex propriis tibi fecit, sancte Georgi. Clericus hic cuius prior ecclesiae fuit huius: Hic locus ad velum prenomine dicitur auri."

(Stefano della Stella, uomo di rara eloquenza e preclaro per fama di virtù, desideroso di conseguire il supremo perdono, cercò di rinnovare il pronaolo con suo denaro, e a sue spese per te, o San Giorgio, fece questo lavoro. Egli fu priore di questa chiesa, che dal luogo ove sorge fu detta del vello d'oro). 

PORTALE DI INGRESSO DI ORIGINE ROMANA

Qui il Velabrum assume ancora un altro significato, quello di "Vello d'oro", che però non si capisce che ci azzecca perchè si tratta di un mito greco che poco riguarda il sito. Il fatto era che si preferiva citare il vello d'oro (velabrum = vellus aureum) piuttosto che perpetrare il ricordo dei due divini gemelli fondatori di una Roma colpevole di essere pagana. 

Invece osservando la chiesa si nota che pavimento, architrave e colonne derivano per lo più da costruzioni romane e di un certo pregio, perchè con marmi preziosi e capitelli finemente lavorati. Di solito le chiese vengono edificate sui luoghi del culto precedente, ma soprattutto a Roma si volle coprire il passato pagano.

La chiesa odierna risulta dall'ampliamento del IX secolo di una chiesa precedente, più volte rimaneggiata, che sorge presso l'arco di Giano, accanto all'arco degli Argentari, nella piazzetta della Cloaca Massima, dove avvenne il ritrovamento di Romolo e Remo da parte della lupa.

L'edificio sacro è costruito sui resti di una casa romana, trasformata in diaconia da Gregorio Magno, quindi fondata da Papa Leone II che la intitolò ai primi martiri san Giorgio e san Sebastiano nel VII secolo. Nell’VIII secolo, Gregorio II la istituì stazione quaresimale del giovedì dopo le Ceneri e papa Zaccaria, proveniente da una famiglia calabrese di origine greca, vi portò dalla Cappadocia la testa del martire Giorgio.

Nel XIII secolo, diventata collegiata, officiata dal clero diocesano, ricevette importanti lavori sulla facciata, dove fu aperto l’oculo e aggiunto il portico, adornato dalla trabeazione con l’iscrizione a caratteri gotici che ne ricorda il donatore, il priore Stefano Stella. Il campanile romanico invece è precedente al portico e si data alla seconda metà del XII secolo.

La chiesa è affidata all'ordine della Santa Croce, ed è chiesa stazionale del giovedì dopo le Ceneri, istituita tale da papa Gregorio II (715-731). Le Messe stazionali dei giovedì di quaresima risalgono all'VIII secolo, e riguardava 89 celebrazioni in 87 giorni in 42 chiese.


L'area originariamente paludosa del Velabro, dalla quale deriva l'appellativo di San Giorgio "in Velabro" o "al Velabro", secondo Marco Terenzio Varrone nel "De lingua Latina" prenderebbe nome dal verbo vehere ("trasportare") o velaturam facere ("traghettare"); in epoca medioevale la sua etimologia fu arbitrariamente cambiata in vellum aureum; nel 1259 è attestata la forma Vellaranum. 

La zona, che si estendeva a nord-ovest del Palatino, contigua al Foro Boario e al vicus Tuscus, sin dall'età repubblicana fu un importante luogo di commercio fino al VI secolo quando divenne religiosa. Nel XVI secolo la chiesa è diventa "San Giorgio alla fonte" per la vicinanza con una fonte di acqua minerale, situata nei pressi dell'arco di Giano.

Nell'Itinerario Salisburgense (620-640), viene citata per la prima volta una «basilica quæ appellatur sci. Georgii», ma la più antica menzione certa è nella biografia di papa Zaccaria (741-752), dove si cita la traslazione della testa del santo nella «venerabili diaconia eius nomini, sitam in regione secunda, ad Velum aureum» dal complesso lateranense ove era stata rinvenuta. 


L'intitolazione al martire sarebbe dovuta alla presenza nell'area, abitata da una fiorente colonia greca, di monaci orientali rifugiatisi a Roma per le persecuzioni iconoclaste e monotelite; san Giorgio, inoltre, «era patrono delle milizie bizantine di stanza nei pressi» del Foro Boario.

Martino I, papa di Roma, convocò il sinodo Lateranense del 649 e condannò l'eresia monotelita per la quale in Cristo esisteva un'unica volontà divina e non umana. L'imperatore fece allora arrestare Martino, lo tenne carcere tre mesi, poi lo espose nudo al pubblico ludibrio per le strade di Costantinopoli e infine lo esiliò. Poi nel 680 l'imperatore Costantino IV Pogonato convocò un concilio ecumenico con cui il monotelismo fu condannato per sempre.

Papa Pio XI e papa Pio XII continuarono la tradizione di concedere indulgenze a chi facesse visita alla chiesa di San Giorgio nel giorno indicato nel Messale Romano. A Roma vi erano ben 88 chiese che celebravano la Messa Stazionale con relative collette e indulgenze.



L'ESTERNO

Situato a sinistra della Chiesa, addirittura inserito con un pilastro a sostegno di essa sorge l'Arco degli Argentari, che nonostante il nome è ad architrave e non ha la forma di un arco. 

ARCO DEGLI ARGENTARI ADIACENTE ALLA CHIESA
Fu eretto sull'antica strada urbana del vicus Jugarium, nel punto in cui si immetteva nella piazza del Foro Boario, dove è l'attuale Piazza Bocca della Verità.

Venne dedicato nel dicembre nel 204, anno della celebrazione dei Ludi saeculares, dal collegio dei cambiavalute e mercanti di buoi del luogo, argentarii et negotiantes boarii huius loci, all'imperatore Settimio Severo e alla sua famiglia: a Caracalla, al cesare Geta, a Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, e a Fulvia Plautilla, moglie di Caracalla. 

Dalle iscrizioni furono poi cancellati i nomi di Plautilla, esiliata nel 205 e uccisa nel 211, e di Geta (ucciso nel 212), tutti uccisi per volere di Caracalla e condannati alla damnatio memoriae. 

Si pensa che la dedica includesse anche il prefetto del pretorio Gaio Fulvio Plauziano, caduto nel 205. 

Doveva trattarsi di una porta che dava accesso al Foro Boario, al confine fra tre regioni augustee: la VIII, la X e la XI. Attualmente gli zoccoli di travertino, su cui poggiano i pilastri dell'arco, sono interrati di circa 1 m rispetto al livello stradale. 

Il marmo usato è il marmo bianco del monte Imetto in Grecia. L'architrave orizzontale, tutta di marmo, si suppone di età domizianea.



L'INTERNO

L’interno è a tre navate, scandito da colonne e capitelli di spoglio, con l’altare sopraelevato e il ciborio in marmo sotto il quale si apre la "fenestella confessionis", che permetteva ai fedeli di vedere il sepolcro o le reliquie dei martiri senza toccarli. 

L’affresco che campeggia del catino absidale del 1296 attribuito a Giotto, è invece del Cavallini o della sua scuola. Cristo campeggia al centro: in una mano tiene il rotolo, mentre la destra è sollevata nel gesto tipico dell’adlocutio, come nelle statue degli oratori romani. 

Ai lati Maria e san Pietro e ancora san Giorgio, a piedi accanto al cavallo e con il vessillo crociato, mentre san Sebastiano è vestito di abiti militari e porta lo scudo.



SAN GIORGIO
S. GIORGIO - CRIVELLI

E' citato nella "Passio sancti Georgii", che però già il Decretum Gelasianum del 496 classificava tra le opere apocrife, come originario della Cappadocia (Turchia), nato nel 280. Da non confondere col San Giorgio inglese che nel 1969 venne escluso dal calendario pur lasciandone la festa facoltativa. 

Trasferitosi in Palestina, si arruolò nell'esercito di Diocleziano, comportandosi da valoroso soldato, fino a far parte della guardia del corpo dell'imperatore, divenendo ufficiale delle milizie. 

I genitori lo educarono alla religione cristiana. Giorgio donò ai poveri tutti i suoi averi e, davanti alla corte, si confessò cristiano e rifiutò di sacrificare agli Dei. 

Secondo la leggenda, venne battuto, sospeso, ferito e gettato in carcere, dove ebbe una visione di Dio che gli predisse sei anni di tormenti, tre volte la morte e tre la resurrezione (!!!).

Tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade, Giorgio resuscitò, operando la conversione del "magister militum" Anatolio con tutti i suoi soldati, tutti uccisi a fil di spada. 

Entrò in un tempio pagano e con un soffio abbatté gli idoli di pietra; convertì l'imperatrice Alessandra, moglie di Diocleziano, che venne martirizzata per la sua fede. 

A richiesta del re Tranquillino, Giorgio risuscitò due persone morte da quattrocentosessant'anni, le battezzò e le fece sparire. L'imperatore Diocleziano lo condannò nuovamente a morte e il santo, prima di essere decapitato, implorò Dio che l'imperatore e i settantadue re fossero inceneriti.

Come Dio ebbe esaudita la sua preghiera, Giorgio si lasciò decapitare, promettendo protezione a chi avesse onorato le sue reliquie, le quali sono conservate in una cripta sotto la chiesa cristiana (di rito greco-ortodosso) a Lidda, in Israele.


BIBLIO

- A. De Angeli - Interventi di restauro sui materiali lapidei della chiesa - in AA.VV. - 2002 -
- M.C. Pierdominici - La chiesa e il convento di S. Giorgio in Velabro. Note storiche - AA.VV - 2002 -
- Francesco Sabatini - La Chiesa di S. Giorgio in Velabro - Roma - Filpucci - 1908 -
- Antonio Muñoz - Il restauro della basilica di San Giorgio in Velabro in Roma - Roma - Società Editrice d'Arte Illustrata - 1926 -
- Anna Maria Pedrocchi - Contributi sulle fonti relative a S. Giorgio al Velabro - in Bollettino d'arte - Roma - Istituto Poligrafico dello Stato - 1974 -
- Richard T. John, O.S.C. - San Giorgio al Velabro - Roma -1980 -
- Josef A. Jungmann - The Mass of the Roman Rite: Its Origins and Development (Missarum Solemnia) - Benziger - 1951 -



BATTAGLIA DI VEIO (475 a.c.)


0 comment
IL TRIONFO DI PUBLICOLA

La seconda battaglia di Veio si svolse nel 475 a.c. tra l'esercito romano guidato dal console Publio Valerio Publicola e quello degli etruschi di Veio e dei loro alleati Sabini. Grazie ad un attacco notturno, i Romani ebbero la meglio sul campo dei Sabini, ed, in rapida successione riuscirono ad aver la meglio anche sui loro alleati etruschi, svegliati dal clamore delle armi capitoline. 

Ritiratesi in città dopo questa sconfitta, i Veienti poterono contare sulla solidità delle loro mura quale ultima linea di difesa. Quando si resero conto di non poter attaccare le mura fortificate di Veio, nonostante la vittoria campale, i Romani decisero di razziare le campagne Sabine ottenendo il trionfo; quindi fecero ritorno a Roma. 


L'ASSALTO ALL'ACCAMPAMENTO

L'armata Romana sotto gli auspici del console Publio Valerio Publicola marciò contro i Tirreni, perocché si era di bel nuovo levata in arme la città di Vejo, unendosi ai Sabini e aspettando le ausiliarie degli altri Tirreni per marciare su Roma col più dell'esercito, espugnandola con l'assalto o con la fame.

Valerio era uno splendido generale ed aveva addestrato il suo esercito ad ogni imprevisto, compreso il dover viaggiare o combattere di notte, che a quell'epoca i combattenti non facevano. Così Publio Valerio era uscito da Roma col suo esercito sul far della sera, e valicato il Tevere, si accampò non lontano dalla città. 

Poi verso la mezzanotte si levò con l'esercito e assalì uno dei campi nemici. Erano due campi disgiunti, ma non lontani, l'uno de' Tirreni, l' altro de' Sabini. Giunto sul campo Sabino, lo assalì e lo conquistò; ciò non sarebbe mai accaduto in un campo romano dove le guardie erano all'erta ovunque e le tende poste con la solita precisione e simmetria, per cui un romano vi poteva girare anche al buio.

Ma nel campo nemico le attenzioni erano minime, le guardie poche e poco attente, l'accampamento disordinato e poco curato nelle difese. Il campo venne preso immediatamente, Publicola faceva molto affidamento sul fattore sorpresa per cui i suoi uomini sapevano muoversi in silenzio e in velocità.

Invaso il campo, alcuni furono uccisi nel sonno, alcuni appena svegli o mentre si armavano, altri già armati, ma incapaci di organizzare una resistenza, disordinati e dispersi: la maggior parte perì, altri fuggirono verso l'altro campo, inseguiti dalla cavalleria. 

Valerio, dopo aver invaso il campo Sabino, marciò su l'altro dei Vejenti, postisi in luogo non abbastanza sicuro: ma gli assalitori non potevano più giungervi di nascosto, per essere già sorto il giorno, e perchè i fuggitivi avevano già dato l'avviso della strage Sabina, e di quella imminente ai Tirreni. 

PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO

LA BATTAGLIA 

La battaglia contro i Tirreni, già parati per la battaglia, fu per lungo tempo incerta, finché i Tirreni, sospinti dalla cavalleria Romana, vennero ricacciati tra le trincee. Il console, approssimatosi alle trincee le assali da più parti fino a notte. Infine I Tirreni all'alba abbandonano il campo, fuggendo in città o nei boschi vicini.
 
Il console, invaso il campo, per quel giorno fece riposare l'esercito. il giorno seguente spartì il bottino dei due accampamenti tra le sue milizie, premiando chi si era più distinto nel combattimento. Servilio, il console dell'anno precedente, ora luogotenente di Valerio, fra tutti si era fatto più onore, e sospinto i Vejenti alla fuga; per cui suo fu il primo e più grande premio. 

Fatti quindi spogliare i cadaveri nemici, e sepolti i suoi, il console rimise l'esercito in marcia fino agli accampamenti prossimi a Vejo e li sfidò alla battaglia. Nessuno raccolse la sfida, e sapendo quando fosse difficile assaltarne le mura saccheggiò per più giorni il territorio intorno, e carico di bottino se ne tornò in patria. 

Il popolo, avvertito  dai messaggeri, uscì dalla città per acclamarlo, con ghirlande e con profumi d'incenso, e accolse l' armata con crateri di vino dolcificato col miele. Il Senato decretò loro il trionfo.
Cajo Nauzio, l'altro console, a cui era toccata la difesa dei Latini e degli Ernici, aspettò l'esito della guerra co' Vejenti, perchè in caso di pericolo, ci fosse un'armata pronta in città, qualora i nemici tentassero come prima fortificarsi presso di Roma. 

Terminò intanto la guerra degli Equi e de' Volsci contro i Latini, essendo stati ormai sconfitti dai Romani e avendo pertanto solo bisogno di abbandonare la guerra e chiedere la pace. Pertanto i Latini non avevano più bisogno degli alleati Romani.



IL SEGUITO

Publio Valerio Publicola fu eletto al secondo consolato nel 460 a.c. con il collega Gaio Claudio Crasso Inregillense Sabino. Una notte il Campidoglio e la rocca furono occupati da 2500 fra esuli e schiavi comandati da Appio Erdonio, si asserragliarono fra i templi della Triade Capitolina. Quelli che non vollero aderire alla lotta furono massacrati; ma qualcuno riuscì a fuggire e si precipitò nel Foro e lanciò l'allarme.

Due anni prima il tribuno della plebe Gaio Terentilio Arsa aveva proposto la Lex Terentilia per migliorare le condizioni politiche della plebe, ostacolata dai patrizi, per ritorsione i tribuni della plebe minacciavano di non combattere per la Patria. Appio Erdonio continuava asserendo che avrebbe preferito che l'iniziativa fosse partita dal popolo romano ma che, visto che non c'era nessuna speranza che questo avvenisse, non avrebbe esitato a ricorrere a mezzi estremi, fino alla richiesta di aiuto di Volsci ed Equi, un vero tradimento. 

Soprattutto si temeva la rivolta degli schiavi magari dentro le pareti domestiche. I tribuni della plebe ostacolavano le leve militari ritenendolo un espediente per bloccare la Lex Terentilia e il console Publio Valerio lasciò la seduta del senato e si precipitò dai tribuni: 
« Cosa sta accadendo, tribuni? volete proprio rovesciare lo Stato sotto gli ordini e gli auspici di Appio Erdonio? È stato così abile a corrompere voi, lui che non è riuscito a sollevare gli schiavi? ».

La legge non fu approvata e i rivoltosi riuscirono a resistere ma la notizia giunse a Tusculum, città alleata di Roma e il dittatore tuscolano Lucio Mamilio partì per l'Urbe con il suo esercito. I Tuscolani si unirono a Publio Valerio, si scagliarono sul Campidoglio e i ribelli si rifugiarono all'interno dei templi.
Sui ribelli si abbatté l'assalto dei Romani e degli alleati. 

Nell'atrio del tempio Publio Valerio Publicola rimase ucciso, ma «Molti esuli profanarono col loro sangue il tempio: molti furono presi vivi; Erdonio rimase ucciso». La punizione dei ribelli fu che gli uomini liberi furono decapitati e gli schiavi, crocefissi. Così morì un grande generale romano, non per mano dei nemici della sua patria ma per colpa di una sollevazione popolare.


BIBLIO

- Floro - Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC - I -
- Plutarco - Vita di Romolo - XXV -
- Eutropio - Breviarium ab Urbe condita - I -
- Livio - Ab Urbe condita libri -
- Polibio - Storie - Milano - Rizzoli - 2001 -
- Andrea Carandini - Roma il primo giorno - Roma-Bari - Laterza - 2007 -
- A. M. Liberati, F. Bourbon - Roma antica: storia di una civiltà che conquistò il mondo - Vercelli - White star - 1996 -


ALESSANDRIA D'EGITTO (Egitto)


2 comment
L'ANTICA ALESSANDRIA D'EGITTO (By Jean-Claude Golvin)

LA CITTA' DI ALESSANDRO MAGNO

Alessandria (in arabo: الأسكندرية‎, al-Iskandariyya; in greco antico: Ἀλεξάνδρεια, Alexándreia; in latino: Alexandrea ad Aegyptum) è una antica città egiziana che si estende lungo la costa del Mediterraneo nella parte settentrionale del paese, a ovest del delta del Nilo, tra la palude Mareotide (Maryut) e il Mar Mediterraneo. Secondo le antiche fonti antiche sarebbe stata costruita sul sito della più antica Rhakotis e di altri cinque villaggi. Su Rhakotis si ipotizza un villaggio di pescatori, o una costruzione greca preesistente o un posto di guardia.

Alessandria sorgeva davanti all'isoletta di Faro, a cui era collegata per mezzo dell'Eptastadio, una diga di 1200 m che serviva anche da acquedotto consentendo due distinti porti. La diga e il piano di fondazione della città sono attribuiti all'architetto Dinocrate di Rodi. Alessandria d'Egitto fu la prima delle città omonime fondate da Alessandro Magno tra il 332 e il 331 a.c. durante il suo viaggio per visitare l’oracolo di Ammone, nell’oasi di Siwa. 

Arriano narra di come Alessandro Magno tracciasse al suolo la pianta della città al momento della sua fondazione servendosi di grano. Ciò venne interpretato come segno di futura ricchezza e come ruolo della città nell'esportazione del grano egiziano. 

RESTI DEL FORTE ROMANO

Alessandria doveva sostituire la precedente fondazione greca sul Delta, a 70 km nell'interno, ma Alessandro volle che la sua città fosse fondata sulla costa, malgrado la cattiva qualità del terreno in questa zona e l'approdo non facile. Dopo la morte di Alessandro a Babilonia nel 323 a.c., il suo corpo venne trasportato e seppellito ad Alessandria dal suo generale Tolomeo.
 
Capitale del regno tolemaico ed erede dei traffici commerciali della fenicia Tiro, che era stata distrutta da Alessandro durante la lotta contro I'lmpero persiano, divenne rapidamente una delle città più importanti del mondo ellenistico e più tardi una delle principali metropoli dell'antichità, seconda solo a Roma per grandezza e ricchezza. 


1)  Il Faro,  2) Tempio di Isis Pharia,  3) Il Forte,  4) La Grande Biblioteca,  5) L'Agora,  6) S.Anastasius,  7) Emporium Caesareus con i due Obelischi (gli Aghi di Cleopatra),  8) Tempio di Isis Plusia,  9) Palazzo di Adriano,  10) Tempio di Satuno,  11) Il Teatro,  12) "Timonium" di Marco Antonio,  13) Palazzo di Antirrhodos,  14) Tempio di Serapis,  15) Tempio di Isis Lochia,  16) Chiesa di S.Teona,  17) Forte,  18) Tempio di Ceres e di Proserpina,  19) Tempio detto il Serapeo e Colonna di Diocleziano,  20) Stadium



CESARE

II suo statuto era quello delle libere città greche e mantenne la sua assemblea cittadina sino alla conquista romana. Cesare vi soggiornò ospite della regina Cleopatra e dopo di lui Marco Antonio. Antonio e Cleopatra furono sconfitti da Ottaviano nella battaglia di Azio del 31 a.c., dopo di che l'Egitto venne annesso a Roma, come provincia imperiale, governata direttamente da emissari dell'imperatore invece che del Senato. L'Egitto divenne così uno dei più importanti territori dell'Impero romano quando fu acquisito da Ottaviano Augusto, dopo la morte di Cleopatra d'Egitto.

Ciò derivava probabilmente dalla grande importanza che aveva la nuova provincia per l'approvvigionamento di grano a Roma. L'amministrazione romana della prefettura d'Egitto si stabilì ad Alessandria che divenne sede del prefetto d'Egitto, sopprimendo la Bulé cittadina per ordine di Ottaviano. Però i romani rispettarono le usanze e le credenze religiose egiziane, cui venne aggiunto il culto dell'Imperatore. 

Nel tempio di Dendur, costruito dal governatore romano di Egitto Gaio Petronio, vi sono  raffigurazioni di Ottaviano, ora chiamato Augusto, vestito da faraone nell'atto di sacrificare a varie divinità egizie.  In quest'epoca la città raggiunse i 300.000 abitanti liberi, senza tener conto degli schiavi, la seconda città per numero d'abitanti dopo Roma. L'autonomia le fu in seguito restituita sotto Settimio Severo. 

Con la diffusione del Cristianesimo, che finì per diventare la religione di stato, gli imperatori rifiutarono il titolo di faraone, e a partire dagli inizi del IV secolo la stessa Alessandria, capitale d'Egitto fin dai tempi di Alessandro Magno, era diventata un importante centro del Cristianesimo. l'ultimo imperatore a cui fu conferito il titolo fu Massimino Daia (regno 311 - 313).

CESARE AUGUSTO FARAONE

IL FARAONE ROMANO

Ottaviano rifiutò il titolo di faraone al compimento della conquista dell'Egitto, temendo che non fosse gradito ai Romani, anche per il fatto che egli stesso aveva fatto attaccare dalla propaganda il comportamento filo egizio di Antonio quando soggiornò da Cleopatra. Nonostante ciò la popolazione nativa dell'Egitto lo considerava il faraone successore di Cleopatra e Cesarione. 

Nella versione in lingua egizia di una stele del 29 a.c. eretta da Cornelio Gallo, ad Augusto vennero attribuiti i titoli tipici dei faraoni, ma vennero omessi nelle versioni in latino e in greco. La religione egizia richiedeva un faraone quale intermediario tra le divinità e l'uomo, per cui gli imperatori romani furono considerati dei faraoni, come accaduto con i sovrani persiani ed ellenistici. 

A differenza delle precedenti dinastie straniere di faraoni, tuttavia, gli imperatori romani raramente visitavano l'Egitto più di una volta nella vita. Inoltre gli imperatori romani erano considerati faraoni solo in Egitto, mentre nel resto dell'Impero assumevano il titolo di Imperator (in latino) o Autokrator (in greco). Ma nessun imperatore cristiano fu mai considerato un faraone, nemmeno dalla popolazione dell'antico Egitto.

TEATRO DI ALESSANDRIA

STRABONE

Il geografo Strabone, che visse ad Alessandria intorno agli anni 20 a.c., descrive nella sua Geografia Alessandria costituita da un intreccio di ampie vie, ai lati delle quali sorgevano splendidi templi, il faro (annoverato tra le sette meraviglie del mondo), l'ippodromo, lo stadio, il ginnasio, la tomba di Alessandro e quella dei Tolomei. 

Vi fioriva un ricco artigianato che lavorava metalli, vetro, bronzo, ceramica, unguenti e papiri; a livello culturale, vi erano la Biblioteca e il Museo. Fu abitata oltre che da Egiziani, da Greci, Romani, Arabi, ebrei e Siriani.

Per tutta l'epoca ellenistica la popolazione restò suddivisa etnicamente tra greco-macedoni, ebrei, ed egiziani, con leggi e costumi differenziati. Questa divisione provocò molti disordini già durante il regno di Tolomeo IV (221-204 a.c.). L'autonomia le fu più tardi restituita sotto Settimio Severo (146 - 211).


IL CRISTIANESIMO

Con la diffusione del Cristianesimo divenne centro dottrinario dove Atanasio (295 - 373) combattè l'eresia ariana, istituendo il Patriarcato di Alessandria, che ebbe grande peso nelle vicende dottrinarie dei successivi due secoli. Il 31 luglio 365 uno tsunami con un'onda di 12 metri si abbattè sulla città (Terremoto di Creta) provocando 5000 morti e la distruzione di gran parte dell'abitato.

Ma con la caduta dell'impero romano la popolazione si era impoverita e aveva abbandonato alcuni quartieri con conseguente rovina di alcuni complessi monumentali, alcuni distrutti dai cristiani in quanto pagani, soprattutto con il decreto di Teodosio del 391 ad opera dell'intollerante vescovo Teofilo. Nel 616 la città fu conquistata all'Impero bizantino da Cosroe II di Persia, e nel 640 venne conquistata dagli Arabi, dopo un tragico assedio durato 14 mesi. 

CATACOMBE ROMANE SOTTO ALESSANDRIA

DESCRIZIONE

La città era suddivisa in tre principali quartieri: quello ebraico nella porzione nord-orientale della città,
quello di Rakhotis verso est, occupato dagli Egiziani e il Brucheum, il quartiere greco o reale, che ne
costituiva la parte più artistica e monumentale.

La sua notevole cinta muraria aveva in epoca romana un perimetro di 15 km, ma una seconda cinta più ristretta fu costruita nell'XI secolo dal sultano Ahmad ibn Tūlūn, riutilizzando diversi blocchi di quella antica.

Due strade principali con portici colonnati, larghe circa 60 m, si incrociavano ad angolo retto nel centro cittadino, vicino al punto dove sorgeva il "Soma", il mausoleo di Alessandro, oggi presso l'odierna moschea di Nabī Dānyāl (Nebi Daniel, "profeta Daniele). 

La via est-ovest, o via Canopica, è seguita oggi dal Boulevard de Rosette, dove sono emerse tracce della pavimentazione e del canale vicino alla porta di Rosetta. Un altro notevole resto fu scoperto nel 1899 da scavatori tedeschi all'esterno delle mura orientali, in un'area interna alla città antica.

La diga dell'Eptastadio, ("di sette stadi") collegava l'isola di Faro alla terraferma, dove oggi si apre la "Grande piazza" con la "Porta della Luna". Il molo, che divideva i due porti occidentale e orientale, è oggi coperto dal moderno quartiere di Ras al-Tin.

LA COLONNA DI POMPEO E LA SFINGE

I PORTI

Il porto occidentale ("di Eunostos") era ampio, ma affiancato da scogliere situate sull'asse dell'isoletta di Faro, e racchiudeva un porto più interno artificiale, il Kibôtos ("scatola rettangolare"), oggi obliterato dal porto moderno.

Il porto orientale ("Gran Porto") era protetto dallo sperone di Lochias a Est e dalla punta dell'isola di Faro a Ovest. L'entrata nel porto era pericolosa per la ristrettezza dell'imbocco e numerose navi greco romane naufragate tra il IV secolo a.c. e il VII secolo d.c. sono state scoperte in questa zona. Al suo interno, l'isola di Antirodi delineava una piccola baia detta "porto reale".

   GOVERNATORATO

I PALAZZI REALI

La cosiddetta "Colonna di Pompeo" fu in realtà eretta in onore di Diocleziano, alta circa 30 m: l'imperatore, dopo aver assediato la città per otto mesi per strapparla a Lucio Domizio Domiziano e ad Aurelio Achilleo, vi dirottò un carico di grano per Roma allo scopo di sfamare la popolazione colpita dall'assedio.

Nei pressi della Colonna di Pompeo, verso sud-ovest, si trovano le catacombe egizio-romane di "Kom al-Shuqafa", con varie camere e con diverse architetture, sono scolpite nella roccia e ospitano vari sarcofagi.

I palazzi reali occupavano l'angolo nord-orientale della città, sul promontorio di Lochias che dominava il porto occidentale (moderna zona di Pharillon). La località è attualmente sotto il livello del mare, così come il "porto privato" e l'isola di Antirrhodos.



I MONUMENTI

Il "Grande teatro" sulla moderna collina dell'Ospedale, nei pressi della odierna stazione Ramle era stato utilizzato da Cesare come fortezza. Nei pressi sorgeva il tempio di Poseidone o "tempio degli Dei Marini".

Più avanti si incontravano il Timonium, costruito da Marco Antonio, e le strutture portuali. Dietro l'Emporium sorgeva il Cesareo, dove sorgevano i due grandi obelischi chiamati "aghi di Cleopatra", oggi trasferiti a Londra e a New York: il tempio fu più tardi trasformato in basilica patriarcale e i resti giacciono sotto le case moderne. 

Fu Teodosio, ordinando con il suo editto del 391 la chiusura di tutti i templi pagani e disperdendone i vari sacerdoti, a far dimenticare in assoluto il senso dei geroglifici dall' intero paese, che restò così un mistero fino alla fortunosa scoperta della Stele di Rosetta.

Il Ginnasio e la Palestra si trovavano nella zona orientale della città, un po' lontani dal mare, ma la loro posizione è sconosciuta, così come è sconosciuta la posizione del tempio di Saturno. Il Serapeo, dedicato al Dio Serapide, era il più famoso dei templi della città e si trovava nella parte occidentale, nel quartiere egizio di Rhakotis, nei pressi della cosiddetta "Colonna di Pompeo", costituito da una colossale colonna in granito alta circa 30 m.

Nei pressi, verso sud-ovest, si trovano le catacombe di Kom el-Suqafa con camere con architetture scolpite nella roccia e sarcofagi. Gli scavi del quartiere di "Kom al-Dik" hanno rivelato un piccolo teatro di epoca romana e i resti di terme.

RICOSTRUZIONE DEL FARO DI ALESSANDRIA

FARO DI ALESSANDRIA D'EGITTO

Il famoso faro di Alessandria d'Egitto, alto 134 m, venne costruito sull'isola di Faro, posta all'imboccatura del porto della città di Alessandria, nel III secolo a.c. sotto il regno tolemaico d'Egitto. Considerato una delle sette meraviglie del mondo, nonché una delle realizzazioni più avanzate ed efficaci della tecnologia ellenistica, rimase in funzione fino al XIV secolo, quando venne distrutto da due terremoti.

La costruzione del faro mirava alla sicurezza del traffico marittimo in entrata e in uscita, messo a rischio dai numerosi banchi di sabbia nel mare prospiciente il porto. I lavori andarono dal 300 a.c. al 320 a.c.; l'edificio costò circa 800 talenti e fu dedicato a Zeus Sotere (Salvatore), come guida e protezione dei marinai.

Un'iscrizione sulla parete esterna dedicata a Sostrato di Cnido, viene ritenuta da alcuni finanziatore dell'opera, tuttavia di costo troppo elevato per un privato, mentre per altri sarebbe l'architetto della struttura.

«Questa (il Faro) era un'offerta fatta da Sostrato di Cnido, un amico dei re, per la salvezza dei marinai, come dice l'iscrizione»
(Strabone)

Ma Plinio scrisse:
«Il costo per la sua costruzione fu di ottomila talenti, dicono; e, per non omettere la magnanimità che venne mostrata dal re Tolomeo in questa occasione, egli dette il permesso all'architetto, Sostrato di Cnido, di iscrivere il suo nome sopra l'edificio stesso.»

LA BIBLIOTECA DI ALESSANDRIA

LA BIBLIOTECA ALESSANDRINA

La nuova biblioteca di Tolomeo II, celebrata per la sua ricchezza e il grande numero di opere letterarie che vi si conservavano, stimate in circa 700.000 volumi, aveva la ragguardevole altezza di 135 m e poteva essere vista a 50 km di distanza. Le sue gigantesche proporzioni ne fecero una delle Sette meraviglie del mondo e dal suo nome deriva il termine che designa questo tipo di installazioni. 

Era costituito da un alto basamento quadrangolare che ospitava le stanze degli addetti e le rampe per il trasporto del combustibile. Vi si sovrapponeva una torre ottagonale e poi una costruzione rotonda sormontata da una statua di Zeus o Poseidone, più tardi sostituita da quella di Elio. I resti della biblioteca, crollata non per mano umana ma probabilmente per un terremoto, sono oggi inglobati in un forte del XV secolo. 

Numerosissimi blocchi ed elementi architettonici sono stati recuperati in mare, insieme alle colossali statue di Tolomeo II e della moglie Arsinoe II, rappresentata come Iside.  Nell'isola sorgeva inoltre un tempio dedicato ad Efesto.

MOSAICO DELLA VILLA DEGLI UCCELLI


L'INCENDIO DELLA BIBLIOTECA

È diffusa la credenza che la Biblioteca sia andata a fuoco la prima volta per colpa delle truppe romane al seguito di Giulio Cesare, ma al tempo della Guerra alessandrina bruciò solo un deposito di copie destinate all'esportazione, mentre fu grande la distruzione attuata dai cristiani al tempo dell'imperatore Teodosio e quella organizzata dai musulmani che alimentarono per anni le terme con i libri raccolti. Un'altra parte (il Serapeo) fu distrutta dal fuoco nel corso del III secolo.

Altri tumulti avvennero nel 415 e culminarono con la morte di Ipazia, filosofa, astronoma e matematica famosa per la sua cultura e capo della scuola neoplatonica. La biblioteca venne distrutta definitivamente con la conquista islamica dell'Egitto, nel 639. Si narra che verso il 642 il secondo califfo dell'Islam ʿUmar ibn al-Khaṭṭāb pronunciasse la famosa frase: 

"Se il contenuto dei libri si accorda con il Corano, noi possiamo farne a meno, dal momento che il libro di Allah è più che sufficiente. Se invece contengono qualcosa di difforme, non c'è alcun bisogno di conservarli.". 

Vero o meno la parte relitta di quello che fu centro della cultura classica fu bruciata. Si dice che i rotoli furono usati come combustibile per i bagni termali di Alessandria, che, secondo Eutichio, erano circa quattromila, e ci vollero sei mesi per bruciarli tutti.


RESTI DEL SERAPEO

GLI SCAVI ARCHEOLOGICI

Le prime ricerche furono condotte da D.G. Hogarth con l'appoggio dell'Egypt Exploration Fund e della Società per la promozione degli Studi Ellenici nel 1895 mentre altri scavi furono intrapresi da una spedizione tedesca negli anni 1898-1899. Ma gli spazi erano limitati sia per la crescita della città, sia per i fenomeni di bradisismo che avevano portato la costa della città antica sotto al livello del mare.
Tuttavia Giuseppe Botti, direttore del museo, scavando presso i "Pilastri di Pompeo", rinvenne le sostruzioni di un grande edificio con vasti spazi sotterranei, che doveva essere il Serapeo, a cui sarebbe appartenuto un grande toro in basalto, oggi conservato nel museo.

Più tardi catacombe e tombe furono scoperte a "Kore al-Shuqafa", a Hadra e a "Ra's al-Tin". I tedeschi rinvennero quindi nella zona nord-est della città i resti di un colonnato tolemaico e di strade, mentre Hogarth esplorò una grande costruzione in mattoni presso Kom al-Dik, di uso ancora incerto.


BIBLIO

- Strabone - Geografia -
- Gaio Svetonio Tranquillo - De vita Caesarum - libri I-II-III -
- C. Daniels - Africa, in Il mondo di Roma imperiale: la formazione - Bari - 1989 -
G. Geraci, Genesi della provincia romana d'Egitto, Bologna, 1983.
- D. Salvoldi, L'Egitto romano. Da Augusto a Diocleziano, Cagliari, Arkadia, 2016 -
- Stéphane Rossini - Egyptian Hieroglyphics: How to Read and Write Them - Dover Publications - 1989 



SERVIO SULPICIO GALBA - S. SULPICIUS GALBA


0 comment
SERVIO SULPICIO GALBA

Nome: Servius Sulpicius Galba
Nascita: 95 a.C.
Morte: 43 a.C.
Professione: Politico e militare


Sulpicio Galba fu un cesariano, legato di Gaio Giulio Cesare dal 58 a.c. al 50 a.c. nella guerra di conquista della Gallia, ovvero nella campagna di conquista delle regioni che oggi formano l'attuale Francia (eccetto la parte meridionale, ovvero della Gallia Narbonense, già sotto il dominio romano dal 121 a.c.), il Belgio, il Lussemburgo e parte della Svizzera, Paesi Bassi e Germania, iniziata e portata a termine da Gaio Giulio Cesare dal 58 al 51/50 a.c. e da lui narrata nel De bello Gallico.

Sebbene Cesare tenda a presentare la sua invasione come un'azione di difesa preventiva di Roma e dei suoi alleati gallici, molti studiosi ritengono che la sua sia stata una guerra imperialista per conquistare fama e potere, cosa che gli riuscì dimostrando una capacità militare straordinaria forse ineguagliata nella storia.

Venne nominato retore nel 54 a.c. e si candidò alle elezioni consolari per il 49 a.c., come uomo di parte cesariana, ma fu battuto. Prese poi parte alla congiura contro Cesare delle idi di marzo del 44 a.c. e per questo venne condannato a morte nel 43 a.c., in base alla Lex Pedia.

La data del 15 marzo 44 a.c. non fu scelta a caso. Era l’ultima possibilità per i Cesaricidi di ammazzare il presunto tiranno, prima che partisse per l’Oriente, in vista della progettata campagna contro i Parti e vendicare così la disfatta di Carre del 9 giugno del 53 a.c.. La partenza era programmata tre giorni dopo le fatidiche Idi.

L’omicidio avvenne a Roma, nell’Area Sacra di Torre Argentina. Questo perché, nel posto prescelto, sorgeva la Curia realizzata da Gneo Pompeo Magno, nel Campo Marzio. Proprio nell’adiacente Teatro di Pompeo, Decimo Bruto aveva riunito un gruppo di gladiatori (come supporto), con il pretesto di organizzare i ludi gladiatori in onore della dea Anna Perenna.

Cesare morì, secondo quanto riportato dagli storici antichi, ai piedi della statua di Pompeo, suo antico nemico che comunque egli sempre stimò dolendosi della sua morte da lui non desiderata. Nel 2012 sono stati effettuati degli scavi archeologici nel sito, per individuare lo scranno dove si sarebbe seduto Cesare.
Dopo la morte di quest’ultimo, il luogo divenne maledetto e presto abbandonato.



L'AUTOPSIA

É lo storico Svetonio a ricordare che fu il medico ellenista Antistione ad aver eseguito l’esame autoptico, sul corpo esanime di Caio Giulio Cesare. Delle 23 pugnalate inferte dai senatori Cesaricidi, soltanto una è risultata mortale. Dopo la morte del dittatore, il luogo divenne maledetto e presto abbandonato.

La paura fece tremare le mani ai congiurati che comunque riuscirono nel loro intento delittuoso, ma fallirono nel riportare Roma sotto il controllo senatoriale; come i fatti successivi avrebbero ampiamente dimostrato.



SERVIO SULPICIO GALBA

Egli fu posto al comando della futura Dodicesima legione fulminata. La Legio "portatrice del fulmine", costituita da Gaio Giulio Cesare nel 58 a.c. rimase attiva fino all'inizio del V secolo a guardia dell'attraversamento dell'Eufrate a Melitene.

Servio si candidò alle elezioni consolari per il 49 a.c., come uomo di parte cesariana, la massima carica in cui due magistrati, eletti ogni anno, esercitavano collegialmente il supremo potere civile e militare ed erano quindi dotati di potestas e imperium, Ma Servio fu battuto mentre vennero eletti Lucio Cornelio Lentulo Crure, apertamente ostile a Cesare e Gaio Claudio Marcello senior anche lui tenace oppositore di Gaio Giulio Cesare nonchè alleato politico di Gneo Pompeo Magno.

Viene da chiedersi come mai questo repentino cambiamento di parte al punto che non solo abbandonò Cesare ma addirittura prese parte alla congiura contro di lui nelle idi di marzo del 44 a.c. e fu tra i suoi assassini forse sperando in un forte riconoscimento di carriera di ritorno.

Invece gli andò malissimo, non riuscì a fuggire, venne arrestato e in base alla Lex Pedia, il senatus consultum con cui si punivano gli assassini di Cesare e venne condannato a morte nel 43 a.c., .

Suo pronipote fu l'imperatore romano Lucio Servio Sulpicio Galba (Terracina, 24 dicembre 3 a.c. –Roma, 15 gennaio 69).
CESARE


I  22  CESARICIDI E LA LORO FINE


CESARIANI

Servio Sulpicio Galba (pretore 54 a.c.), cesariano, fine ignota (probabilmente assassinato).
Lucio Minucio Basilo, cesariano. Assassinato nel 43 a.c..
Publio Servilio Casca, cesariano. Ucciso nella battaglia di Filippi 42 a.c.
Gaio Servilio Casca (fratello del precedente), cesariano. Fine ignota.
Decimo Giunio Bruto Albino, cesariano. Ucciso in Gallia per ordine di Marco Antonio 43 a.c.
Lucio Tillio Cimbro, cesariano. Ucciso nella battaglia di Filippi 42 a.c.
Gaio Trebonio, cesariano, ucciso in Asia per ordine di Publio Cornelio Dolabella 43 a.c..


REPUBBLICANI

Gaio Cassio Longino, repubblicano, suicida dopo la sconfitta nella battaglia di Filippi.
Marco Giunio Bruto, repubblicano, ucciso o suicida dopo la sconfitta nella battaglia di Filippi.
Quinto Ligario, repubblicano, fine ignota.
Lucio Cassio Longino (fratello di Gaio Cassio Longino) repubblicano.
Gaio Cassio Parmense, repubblicano. Ucciso per ordine di Ottaviano ad Atene (catturato dopo Azio, 31 a.c.).
Domizio Enobarbo, repubblicano.
Cecilio Bucoliano (fratello di Bucoliano), repubblicano. Fine ignota probabilmente assassinato con il fratello.
Bucoliano Cecilio (fratello di Cecilio), repubblicano. Fine ignota (probabilmente assassinato).
Rubrio Ruga, repubblicano. Fine ignota (probabilmente assassinato).
Marco Spurio, repubblicano. Fine ignota (probabilmente assassinato).
Publio Sesto Nasone, repubblicano. Fine ignota (probabilmente assassinato).
Lucio Ponzio Aquila, repubblicano. Ucciso nella battaglia di Modena 43 a.c.
Petronio, repubblicano. Ucciso a Efeso per ordine di Marco Antonio nel 41 a.c.
Publio Decimo Turullio, repubblicano. Ucciso per ordine di Ottaviano dopo Azio nel 31 a.c.
Pacuvio Antistio Labeone, repubblicano. Probabilmente suicida dopo sconfitta battaglia di Filippi.


BIBLIO

- Luciano Canfora - Giulio Cesare. Il dittatore democratico - Laterza -1999 -
- J. Carcopino - Giulio Cesare, traduzione di A. Rosso Cattabiani - Rusconi Libri -
- Svetonio - De vita Caesarum - Galba - 23 -
- Cesare - De Bello civili - I -
- Cesare - De bello Gallico - VIII -
- Cassio Dione - Storia romana - XL -

GENS GALLIA


0 comment
GENS ROMANA

La Gens Gallia prende il nome da Gallius (femm. Gallia), una famiglia plebea probabilmente originaria dell'alto Lazio oppure dell'area sannita. I primi dati della loro presenza a Roma, in cui sono citati in pubblici documenti, compaiono verso la fine della Repubblica, quando probabilmente la gens si era trasferita nell'Urbe facendo una certa carriera. 



QUINTO GALLIO

Sappiamo del resto che Cicerone difese Quintus Gallius in una causa promossa da Calidius nel 65 a.c. circa, Quinto Gallio, come sappiamo da due brani di commentari dello storico e grammatico Quintus Asconius Pedianus, fu il pretore che presiedette il processo per "majestas" dell'ex-tribuno Caius Cornelius nel 65 a.c. (in Cornelianam, 54), e Cicerone fu il suo difensore quando Gallio stesso fu sottoposto a giudizio per "ambitus" [per propaganda politica]. (in Orationem in toga candida, 78). 

L'accusatore di Gallio, desumiamo dalle reminiscenza di Cicerone stesso nel Brutus, 277-278, era Marcus Calidius, (pretore nel 57) e intentò causa, sembra, come proseguimento di una faida familiare fra i Calidii e i Gallii.

Infatti ecco li brano del Brutus:

« Quin etiam memini, cum in accusatione sua Q. Gallio crimini dedisset sibi eum venenum paravisse idque a se esse deprensum seseque chirographa testificationes indicia quaestiones manifestam rem deferre diceret deque eo crimine accurate et exquisite disputavisset[...]" "'Tu istuc, M. Calidi, nisi fingeres, sic ageres? praesertim cum ista eloquentia alienorum hominum pericula defendere acerrume soleas, tuum neglegeres? »

« Anzi, mi ricordo che nella sua accusa contro Quinto Gallio l'aveva incolpato di averlo voluto avvelenare; diceva di aver scoperto la cosa, e di portare in tribunale documenti scritti, deposizioni di testimoni, informazioni, dichiarazioni ottenute sotto tortura, insomma una faccenda di un'evidenza lampante; quando ebbe esposto le sue accuse in maniera accurata e minuziosa, io, nel rispondere, dopo aver svolto quelle argomentazioni che le cose permettevano, sfruttai inoltre come argomento proprio il fatto che lui, mentre diceva di aver scoperto una spaventosa macchinazione contro la sua persona, e di
avere in mano le prove che si cercava la sua morte, aveva parlato in maniera tanto rilassata, tanto pacata, tanto neghittosa. »
(Cicerone, Brutus, 277.)

E nel 66 a.c. Quintus Gallius, che prima era Edile fece una campagna elettorale per diventare Pretore.



MARCO GALLIO FIGLIO DI QUINTO

E ancora in Cicerone troviamo:
« omnino dicitur nemini negare; quod ipsum est suspectum, notionem eius differri. Marcus Gallius Q. f. mancipia Sallustio reddidit. is venit ut legiones in Siciliam traduceret. eo protinus iturum Caesarem Patris... »

« Si dice anzi, che perdona a tutti. Ed anche questo mi induce il sospetto, che differisca soltanto. Marco Gallio, figlio di Quinto, ha restituito gli schiavi a Sallustio.
Gallio venuto per trasportare le legioni in Sicilia, dovendo fra poco recarvisi Cesare da Patrasso.
In tal caso mi riavvicinerò alquanto; e vorrei pure averlo fatto prima. Aspetto ansiosamente che tu
mi risponda alla lettera, con la quale ho richiesto ultimamente il tuo consiglio. Addio. II 15 agosto.
(Cicerone, Epistulae ad Attico, 277.)

Si chiamava Marco Gallio anche il praetor che presiedette l'assemblea chiamata a eleggere Cesare Ottaviano, Console per la prima volta (anche se mancante dell'età minima) nel 29 a.c. Quinto Gallio, Pretore, fu ucciso da Augusto dopo essere stato da lui accecato:

«...et Quintum Gallium, Praetorem in officio salutationis tabella duplices veste tenentem, suspicatum gladium occulere... ac fanentem nihil iussit occidi, prius oculis eius sua manu effossis....» 
«Il pretore Quinto Gallio era venuto a salutarlo tenendo due tavolette doppie nascoste sotto la toga: egli sospettò che avesse una spada occultata ma non osò accertarsene per timore di scoprire qualcosa di diverso allora lo fece condurre dai suoi soldati e dai centurioni davanti al suo tribunale, lo fece torturare come uno schiavo e, poiché non confessava niente, ordinò di ucciderlo dopo avergli strappato gli occhi con le sue stesse mani.»
(Gaio Svetonio Tranquillo, Vite dei Cesari - Garzanti - Milano - 1977-2000)

E ancora su un Marco Gallio:
«Si sono conservati e si mostrano ancor oggi a Baia i regali che gli fece, in Sicilia, Pompeia, sorella di Sesto Pompeo: una clamide, un fermaglio e bottoni d'oro. Dopo il suo ritorno a Roma, il Senatore Marco Gallio lo aveva adottato nel suo testamento ed egli raccolse la sua eredità, ma si guardò bene dal prendere il suo nome, perché Gallio aveva militato nel partito opposto a quello di Augusto.»
(Ibid., III, 6.)



CESTIO GALLIO

Cestio Gallio - senatore - viene citato da Svetonio come compagno di bagordi di Tiberio (42 a.c. - 37 d.c.).

«Promise a Cestio Gallio, vecchio corrotto e prodigo, già bollato di infamia da Augusto, e che lui stesso alcuni giorni prima aveva rimproverato davanti al Senato, di cenare presso di lui a condizione che nulla fosse cambiato o soppresso in quanto abituale e che il pasto fosse servito da giovani fanciulle nude.»
(Ibid., III, 42.)

Un Cestio Gallio lo si trova citato anche in Seneca il Vecchio. Da notare che spesso Cestio Gallio si sovrappone a Cestio Gallo. Un Cestio Gallo, in quel periodo, tentò di sedare una rivolta degli ebrei e fu sconfitto.



GIUNIO GALLIO

Un Giunio Gallio viene citato da Tacito:

«Invece contro Giunio Gallio, che aveva proposto di conferire ai pretoriani, a conclusione del servizio, il diritto di sedere in teatro nelle quattordici file riservate all'ordine equestre, ebbe parole durissime, quasi lo apostrofasse di persona su cosa avesse lui a che fare coi soldati, i quali dovevano ricevere ordini e premi solo dall'imperatore. La sua era davvero una scoperta, alla quale il divo Augusto non aveva pensato! O forse lui, degno seguace di Seiano, cercava di attizzare la discordia e la ribellione tra quegli uomini rudi, per spingerli, col pretesto di onori, a rompere la disciplina militare? 

Questo dunque il compenso ch'ebbe Gallio per la sua sofisticata adulazione: venne espulso subito dalla curia e poi dall'Italia. E poiché lo si accusava di poter sopportare l'esilio senza difficoltà, nella bella e famosa isola di Lesbo, che si era scelta, venne richiamato a Roma e fu posto sotto custodia in casa di un magistrato.»
(Tacito, Annali, VI, 3, Rizzoli, Milano, 1997, Trad.:B. Ceva)



LUCIO GIUNIO ANNEO GALLIO

Un Giunio Gallio, amico di Lucio Anneo Seneca il vecchio adottò, secondo l'uso romano, Lucio Anneo Novato, figlio dello stesso Seneca Senior e fratello di Lucio Anneo Seneca il Filosofo: Lucio Anneo Novato prese quindi il nome del senatore Lucio Giunio Gallio (amico di Ovidio, di Seneca il Retore e autore di declamationes e di un'opera di retorica). 

Il "De ira" di Seneca è dedicato al fratello Novato quando Novato si chiamerà Lucio Giunio Anneo Gallio dal nome del padre adottivo, e dedicherà anche il "De Vita beata". Giunio Gallio lo troviamo citato da Seneca il Vecchio, un po' dappertutto nelle Controversiarum e nelle Suasoriae. L'adottato Lucio Junio Anneo Gallio divenne proconsole della Provincia di Acaia (capitale Corinto). Viene citato nella "Gallio Inscription" scoperta a Delfi e databile nell'anno 51.

Eccone il testo:

«Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, Sommo Pontefice, investito dell'autorità tribunizia per dodici volte, acclamato Imperatore ventisei volte, Padre della Patria, Console per la quinta volta, Censore, saluta la città dei Delfiani. Da lungo tempo sono ben disposto verso la città di Delphi e anche attento alla sua prosperità e ho sempre protetto il culto di Apollo. Ma poiché è povera di cittadini, come recentemente mi riporta Lucio Giunio Gallio, mio amico e proconsole; essendo desideroso che Delphi possa mantenere intatto il rango precedente, ordino di invitare a Delfi gente nobile anche di altre città »


In Giovenale troviamo citato:

«Chi potrebbe elencare, Gallio,
i vantaggi d'una felice vita militare?
Se si presenta un buon accampamento,
le sue porte sotto propizia stella
accolgano anche me, timida recluta. »

(Decimo Giunio Giovenale, Libro Quinto, Satura XVI.)


Poiché Giovenale, a quanto si sa, cominciò a scrivere dopo la morte di Domiziano (96 d.c.) questo, per ora, è l'ultimo Gallio di cui si siano trovate tracce in epoca romana.

Davanti al proconsole Lucio Giunio Anneo Gallio, appena giunto alla sua capitale, Corinto, venne portato in giudizio Paolo di Tarso da Sostene o Sosthenes, capo della comunità israelita, per rispondere delle usuali accuse di eresia da parte della (allora) setta ebrea dei Cristiani. Anneo Gallio, non decise ritenendo che la giustizia romana non fosse interessata a questioni puramente religiose. (Atti degli Apostoli, 18, 12-17).


BIBLIO

- Gaio Svetonio Tranquillo - Vite dei Cesari, II - Garzanti - Milano -1977-2000 -
- Lettere di Cicerone ad Attico - Sallustio -
- Rohr Vio (F.) - Le voci del dissenso. Ottaviano Augusto e i suoi oppositori - Padova - Il Poligrafo - 2000 -


 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero - Info - Privacy e Cookies