CATACOMBE EBRAICHE DI VIGNA RANDANINI


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Le catacombe ebraiche di Vigna Randanini, scavate nel fianco di una collina fra la Via Appia Antica e la Via Appia Pignatelli, fu la seconda catacomba ebraica di Roma ad essere casualmente ritrovata nel 1859. Queste catacombe riutilizzarono un edificio pagano, a cui fu aggiunta una copertura a volta ed una pavimentazione musiva a tessere bianche e nere.

Probabilmente l’area sotto cui fu scavato il cimitero, apparteneva alla Comunità Giudaica dell’antica Roma, che la mise a disposizione per realizzare degli ambienti sepolcrali e perciò fuori di quest’area dovevano trovarsi i colombari pagani che sorgevano sull'Appia. In effetti quando l'archeologo Garrucci (1812 - 1885) esaminò quest’area riferì di un colombario pagano nella vigna sovrastante la catacomba.

Le catacombe sottostanti alla collina si snodano per una lunghezza totale di circa 720 metri, di cui solo 450 di questi sono percorribili e messi in sicurezza, il resto delle gallerie è parzialmente ostruito o è reso impraticabile dalla terra di riempimento. Il sistema di gallerie e cunicoli si estende su un'area di 18.000 m².  


Dall'altezza media dei due lucernari si calcola che l'ipogeo si sviluppi ad una profondità di circa 10 metri. Esso è costituito da due gallerie principali, divise in varie diramazioni. Vi si trovano loculi scavati nelle pareti, cubicoli con arcosoli ed alcuni sepolcri a kokh, un modello di origine fenicia. 

Il kokh (plurale kokhim) è una tomba a forno che si sviluppa perpendicolarmente alla parete della galleria, diversi esempi se ne trovano in Palestina e Israele, come il kokhim che si trova nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme.  

Il corpo veniva custodito nel kokh per circa un anno, il tempo di decomposizione del corpo, dopodiché i parenti del defunto raccoglievano le ossa e le custodivano in un ossuario. A Vigna Randanini ci sono molti kokhim al livello del pavimento, alcuni dei quali si sviluppano su più livelli.


Difficile dare una datazione precisa per queste catacombe, le pitture e i resti rinvenuti si collocano invece tra la fine del II e il IV secolo d.c.. La catacomba oggi è servita da due accessi: uno nella proprietà dei Marchesi di Roccagiovine Del Gallo, nei pressi di Via Appia Antica, l’altro, attualmente in uso, in Via Appia Pignatelli.

L’ambiente esterno ha una forma rettangolare caratterizzata da una serie di strutture attribuibili a due fasi costruttive diverse:

- la prima datata alla prima metà del II sec. d.c., si presume fosse costituita dal solo piccolo ambiente quadrato caratterizzato da due esedre, in opus mixtum e da una nicchia in cui si intravedono ancora alcune tessere di mosaico bianco, una piccola pasta vitrea blu e qualche traccia di intonaco rosso e, probabilmente, una seconda nicchia, oggi scomparsa dietro la muratura di epoca successiva;


- la seconda, che va dal al III al IV sec. d.c., è caratterizzata da una totale modifica dell’area che contiene le due esedre. I muri longitudinali furono prolungati e rivestiti in opus listatum in cui vennero ricavati una serie di arcosoli. Al centro venne costruita una spina, anch’essa con arcosoli sovrapposti sui due lati, unita alle pareti laterali da muri con aperture a sesto ribassato. 

A questa fase dovrebbe appartenere la decorazione musiva bianca e nera del pavimento. Nella parete sud-ovest si aprono le due porte d’accesso all’ipogeo. Oggi le strutture murarie esistenti sono state alterate da un pessimo restauro moderno che ha utilizzato sia materiale moderno che antico, sottraendo quest'ultimo da dove non doveva essere sottratto.



LE EPIGRAFI

Queste catacombe, create intorno al III – IV secolo d.c. mostrano la presenza a Roma di una vivace comunità ebraica, attestata già nel II secolo a.c. e sempre più numerosa soprattutto in epoca imperiale.
All'interno delle loro gallerie sono state scoperte 195 iscrizioni in greco e latino, alcune sono incise su lastre di marmo, altre dipinte o graffite sui muri. 

La grafia ha errori ortografici e grammaticali forse dell'incisore ma pure dei parenti che non sono intervenuti. D'altronde con l'avvento del cristianesimo le scuole vennero chiuse e la gente precipitò nell'ignoranza.

Al momento della loro scoperta molte epigrafi erano frammenti misti al terreno di riporto, per cui molte sono scomparse, anche perchè vi fu un costante spoglio degli arredi già in epoca antica per decorare altre tombe. Poi dopo il ritrovamento del 1859 durante la II guerra mondiale quando le gallerie vennero usate come rifugio, molti beni vennero trafugati e rivenduti.




I CUBICOLI

I cubicoli dipinti riportano, oltre a motivi floreali e raffigurazioni di animali, anche simboli della religione ebraica come la Torah e il candelabro a sette braccia. Le pareti sono occupate dai loculi che hanno parzialmente distrutto la ricca decorazione di fine del III e inizio del IV secolo d.c.

  
IL CUBICOLO DELLE PALME

Il cubicolo delle Palme, così chiamato per la pittura ai quattro angoli di palme da datteri, motivo ornamentale nella Diaspora (dispersione in varie parti del mondo di un popolo perseguitato), si trova ancora nella galleria principale. Esso è preceduto da un vestibolo intonacato di bianco. Ai lati della porta sono dipinti sullo zoccolo dei riquadri di incrostazioni marmoree e sopra queste una mezuzah.

La Mezuzah è un oggetto rituale ebraico, consistente in una pergamena su cui sono stilati i passi della Torah corrispondenti alle prime due parti dello Shemà, preghiera fondamentale della religione ebraica (Deuteronomio 6:4-9 e Deuteronomio 11:13-21); solitamente essa viene racchiusa in un apposito contenitore.

La decorazione interna è ricca di incrostazioni marmoree e fasce rosse e verdi, che delineano l’apertura dei loculi separati tra loro da ghirlande di fiori. Sono inoltre dipinti fiori e un kantaros dal quale escono altri fiori. 

Il nome di questo cubicolo deriva dalla presenza di palme da dattero dipinte ai quattro angoli del cubicolo. La volta a vela, che aveva originariamente una decorazione di uccelli, è oggi scomparsa. Attualmente le pitture appaiono irrimediabilmente danneggiate a causa, sia della realizzazione dei loculi ricavati in un secondo momento e che hanno contribuito a far crollare la volta, sia dall’umidità causata dalle infiltrazioni d’acqua che provengono dal giardino sovrastante.


CUBICOLO DELLA MENORAH

Il cubicolo della Menorah di fine III secolo d.c., dove appunto è dipinta la Menorah su un arcosolio, si trova nella galleria principale. 

E' affrescato con motivi geometrici semplici, con il colore rosso su fondo bianco. Sia sulle pareti che sul soffitto, all’interno dei disegni, compaiono semicancellati dei cedri posti negli angoli. Sopra l’arcosolio è dipinta una grande menorah.
 

CUBICOLO DEI PEGASI

Il cubicolo dei Pegasi, con ogni probabilità un ipogeo pagano inglobato successivamente nella necropoli ebraica, si trova in un'altra area della catacomba. Al centro di quest’ambiente c’è un pozzo, profondo circa 6 metri, che riceve l’acqua di scarico proveniente dall’ambiente esterno mosaicato.

Il cubicolo è affrescato alle pareti con i colori del rosso cinabro, del verde e del marrone. Al centro della volta troviamo una Nike alata, personificazione della vittoria, che impugna con la mano sinistra un ramo di palma e con la mano destra una corona di alloro che tende verso un giovane. Si tratta senza dubbio di una decorazione pagana col mito della Nike che incorona i vincitori romani.

TOMBE KOKHIM


NEL LIVELLO INFERIORE

Si scende al livello inferiore attraverso una scala in gallerie dove si aprono sia kokhim che loculi. Al termine dell'area si aprono due cubicoli, ambedue decorati con linee colorate che inquadrano sia gli arcosoli sia le varie immagini inserendoli in una cornice lineare.

Nella prima stanza il motivo centrale del soffitto, posta all’interno di una serie di anelli concentrici, è una Vittoria alata che incorona un giovane nudo, probabilmente un atleta. Al cerchio esterno compaiono pavoni, uccelli e cesti di fiori. I muri sono ornati con pegasi, galli, galline, pavoni e altre specie di uccelli, inoltre vi è dipinto un montone con un caduceo.

Nella seconda stanza la figura centrale della volta è la Dea Fortuna con una cornucopia in mano. Nell'anello esterno figure di pesci e anitre alternate a cesti di fiori. Sotto la Fortuna, vi sono un ippocampo e due delfini, e sul lato opposto alcuni pesci.

In ogni pennacchio della volta a crociera c’è un Genio delle quattro stagioni. I muri sono ornati con ghirlande di fiori e uccelli. Il muro di fondo presentava la figura molto sbiadita di un uomo fra due cavalli. Sicuramente l'iconografia è pagana.




GLI SCAVI

- La prima scoperta e I primi scavi nel 1857, da Ignazio Randanini, allora proprietario dell’area. Oggi è proprietà dei Marchesi di Roccagiovine Del Gallo, proprietà delimitata a N dall’attuale Via Appia Pignatelli e a SSW dalla Via Appia Antica.

- Gli scavi ufficiali furono iniziati sempre dal Garrucci, nel 1859, partendo dall’ingresso sull’Appia Pignatelli.

- Prima descrizione della catacomba e delle iscrizioni sepolcrali fu redatta da Herzog nel 1861, pubblicato nel resoconto del “Bullettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica” (Herzog, 1861). I successivi scavi

- Nuovi scavi nel 1862, sempre del Garrucci, misero in luce un’altra entrata posta sull’Appia Antica e l’esistenza di un livello più basso. Rinvenne 195 iscrizioni sepolcrali su lastre di marmo e graffiti (Garrucci, 1862). 

- Nei primi del 1900 la catacomba fu studiata dal De Rossi che contò 136 epigrafi; in meno di quarant’anni ne erano scomparse 59. Il Leon nel 1922 ne ritrovò solo 122. Nel 1933 ne erano rimaste 119. Quando il Leon, nel 1951, vi tornò di nuovo il numero delle iscrizioni era diminuito ulteriormente.



BIBLIO

- Garrucci R. - Descrizione del cimitero ebraico di Vigna Randanini - Dissertazioni PARA - Roma - Herzog E. - 1861 - 
- Le catacombe degli ebrei in Vigna Rondanini - Bullettino dell’Istituto di Corrispondenza Archeologica BICA - Leon H.J. - 1960 - 
- Marucchi O. - Scavi nella vigna Randanini, in Cronichetta mensuale delle più importanti moderne scoperte, del prof. Tito Armellini, e notizie archeologiche da suo figlio Mariano Armellini - 1883 - 
- Marucchi O., 1884, Breve guida del cimitero giudaico di Vigna Randanini, Roma. Mazzoleni D., 1980, Catacombe giudaiche nell’antica Roma, MonArch, 45, Firenze.



SACELLO DEGLI AUGUSTALI (Miseno)


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Miseno fu il mitico trombettiere di Enea, qui sepolto (a Miseno appunto che da lui prese il nome) dopo aver sfidato Tritone, il figlio del Dio del mare Poseidone e della nereide Anfitrite, con un corno di conchiglia, il cui suono calmava le tempeste e annunciava l'arrivo del Dio del mare.

Capo Miseno venne citato anche da Plinio il Giovane nell’epistola VI,16 lettera dedicata a Tacito dove narra dello zio Plinio il Vecchio deceduto durante l’eruzione del Vesuvio del 79. La località prende infatti il nome dal personaggio leggendario di Miseno, figlio di Eolo, che avvisò i suoi compagni per sferrare l’attacco decisivo contro le Arpie. 

COME DOVEVA ESSERE IN PIANTA IL TEMPIO

Nel Libro VI il pio Enea, seguendo il consiglio di Eleno (fratello di Ettore e re dell'Epiro), si reca a Cuma per incontrare la Sibilla Cumana, onde ricevere notizie e consigli consigli sul destino che lo attende. 

Giunto sulle coste di Cuma, nel tempio di Apollo Enea trova la Sibilla che, invasata dal Dio, gli predice che nel Lazio egli andrà incontro a guerre e a sangue. Enea prega allora la Sibilla di accompagnarlo ai Campi Elisi, ma lei gli risponde che ciò non è possibile se prima lui non trova il ramoscello d'oro sacro a Proserpina e seppellisce il suo compagno Miseno, morto.

MISENO CON LA SUA TROMBA

IL MITO

Miseno era il trombettiere di Enea, che avendo sfidato Tritone nel suono della tromba, era stato da questi precipitato in mare dove era miseramente annegato. Enea, trovato il suo corpo restituito sulla spiaggia dalle onde del mare, ne brucia il corpo su un rogo per seppellirne poi le ceneri sotto un immenso tumulo (il Capo Miseno), a perenne memoria dell'amato compagno.

Sepolto Miseno, Enea rinviene il ramoscello d'oro che egli porta alla Sibilla; poi sacrifica alle divinità infernali, al lago d'Averno Enea scende con la Sibilla negli Inferi dove incontra il defunto padre Anchise che gli mostra le anime dei suoi gloriosi discendenti, che attendono di reincarnarsi nei gloriosi posteri romani. 

FOTO DEL RITROVAMENTO (1968)


IL RINVENIMENTO

Duemila anni dopo il proprietario di un terreno situato a Miseno, tra Punta Terone e le pendici sud-orientali di Punta Sarparella, nel febbraio del 1968, iniziando i lavori di sbancamento per la realizzazione di due villette private, trovò un incredibile tesoro.
Rinvenne infatti delle strutture appartenenti ad un edificio di età imperiale che dette luogo a successivi scavi archeologici, guidati dall'allora Soprintendente alle Antichità di Napoli e Caserta, il Professor Alfonso de Franciscis, che durarono fino al 1972 quando vennero sospesi per la precaria staticità dell’edificio a causa della falda acquifera che ancor oggi sommerge in parte le strutture.

Infine l'edificio venne identificato nella sede del collegio degli Augustali di Miseno, ovvero il “Templum Augusti quod est Augustalium”, come si legge su un'iscrizione presente un tempo sull’epistilio del complesso, che si colloca tra il teatro a nord ed edifici pubblici a sud. 
IL SACELLO COME APPARVE ALL'INIZIO

Un tempio dedicato alla venerazione di Augusto, voluto dallo stesso Augusto, e in seguito adibito ai riti di culto di tutti gli imperatori futuri curati dai Sacerdotes Augustales (o Sodales Augustales o Augustales), i “sacerdoti di Augusto”
Si tratta di tre ambienti a pianta rettangolare che si aprono su un cortile porticato. Il sacello vero e proprio è costituito dall'ambiente centrale con abside di fondo e con altare esterno a cui si accede da una gradinata in marmo. Il pronao tetrastilo era formato da colonne che reggevano l’epistilio ed un frontone a timpano, oggi ricostruito nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei.

Edificato in epoca giulio - claudia, il tempio venne modificato in età antonina (metà del II secolo), da Cassia Victoria in onore del marito L. Laecanius Primitivus, sacerdote Augustale dell’epoca di Marco Aurelio. Fu poi distrutto alla fine del secolo, probabilmente da un terremoto ed i suoi resti sono attualmente in parte sommersi a causa dei fenomeni di bradisismo che tuttora interessano l’area flegrea.



DESCRIZIONE 

Gli ambienti laterali, in parte ricavati nella roccia e in parte realizzati in muratura, Essi, come il sacello, dovevano essere arricchiti da pitture, stucchi (conservati in alcuni punti) e da pavimenti musivi a tessere bianche e nere.

Il santuario è costituito da tre ambienti affiancati, in parte costruiti in muratura e in parte ricavati dalla roccia, nelle pareti laterali e di fondo, e si sviluppano su due piani con copertura a botte. L‘edificio centrale, il vero e proprio sacello, consiste in un tempietto a podio di pianta rettangolare davanti al quale è situato l’altare.
Grazie ad una gradinata di marmo, fiancheggiata da due podi di muratura, in origine sormontati da statue, si accedeva al pronao tetrastilo (parte antistante la cella vera e propria del tempio) sormontato dal frontone decorato con rilievi e con l’iscrizione dedicatoria.
VESPASIANO
Oltre il vestibolo, pavimentato in mosaico con tessere bianche e riquadratura a tessere nere, si entrava all’interno del sacello, edificato in opus reticulatum con ammorsature in tufelli, mentre le sue pareti dovevano essere rivestite da lastre di marmo. 
Sulla parete di fondo vi era un’abside con podio, fiancheggiata da due nicchie rettangolari, intonacata e dipinta di rosso sulla parte superiore della fronte, mentre nel catino mostrava una decorazione in stucco con rilievi a soggetto marino. 
L’ambiente a destra del sacello, in opus reticulatum, era decorato con rivestimenti in stucco ed intonaco dipinto sulle pareti, sulla volta a botte e a crociera. In quello a sinistra invece fu rinvenuta la statua equestre in bronzo di Domiziano - Nerva ora esposta al Museo Archeologico dei Campi Flegrei.
A Capo Miseno alligna copiosamente l'asfodelo che per Omero per Omero (Odissea XI) è la pianta degli Inferi. 
Per gli antichi Greci il Regno dei Morti era suddiviso in tre: il Tartaro per gli empi, i Campi Elisi per i buoni, cioè gli eroi, i filosofi ecc. ed infine i prati di asfodeli per quelli che in vita non erano stati né immeritevoli né riprovevoli. 
Per questo i Greci usavano piantare asfodeli sulle tombe, considerando i prati di asfodeli il soggiorno dei morti. I Romani trassero parecchie credenze dai Greci, seguendone spesso i miti e la religione.


IL MUSEO ARCHEOLOGICO DEI CAMPI FLEGREI

Nel Museo è stata allestita una sala per esporre questa statua, nonchè il frontone del tempio e le altre statue rinvenute al momento della sua scoperta nel 1968, vale a dire: Vespasiano, Nerva, Tito, la Dea dell’Abbondanza, e alcune divinità tra cui, Asclepio, Apollo e Venere, una del tipo della “Piccola Ercolanese” ed un’altra su un delfino. 
Il Museo Archeologico dei Campi Flegrei è stato inaugurato nel 1993 ed è ospitato all'interno di una fortezza di età aragonese restaurata, collocata sul promontorio che chiude a Sud il golfo di Baia. Al suo interno sono esposti reperti archeologici vari provenienti dai Campi Flegrei, come le numerose basi marmoree rinvenute nella zona antistante il sacello e sistemate nel cortile della Torre Tenaglia del castello di Baia. 

BASSORILIEVO DEL TIMPANO

BIBLIO

- Paola Miniero - Il sacello degli Augustali di Miseno - Mondadori Electa - 2000 -
- Mileto S. - I campi flegrei - Roma - Newton & Compton - 1998 -
- Mazzella S. - Sito ed antichità della città di Pozzuolo - 1591 -



VINDOBONA - VIENNA (Limes Pannonicus)


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L'ANTICA VINDOBONA

IL GIORNALE DELL'ARTE

Vienna. "È stato un provvidenziale guasto alle tubature del gas a rivelare un nuovo reperto archeologico nel pieno centro di Vienna. Il primo distretto è costruito sopra una fortezza legionaria romana risalente al I secolo d.C. e attiva fino a circa il 400 d.C. (Vindobona). 

L'AREA INTORNO AL CASTRUM (INGRANDIBILE)
Già sotto la Michaelerplatz, adiacente al Palazzo Imperiale, un paio di metri sotto il manto stradale all’inizio degli anni ’90 erano stati trovati resti del «castrum», poi inquadrati da Hans Hollein in una struttura a belvedere aperta h 24, oltre a una gran quantità di utensili, oggi in parte esposti al Römermuseum, il Museo Romano della capitale."

Vindobona fu un'antica fortezza legionaria romana, corrispondente oggi all'attuale città di Vienna, la capitale austriaca, dislocata all'epoca lungo il fiume Danubio, di fronte alle tribù germaniche di Marcomanni (facenti parte dell'esercito di Ariovisto, come informa Giulio Cesare) e di Naristi (tribù poste a oriente dei Marcomanni). 

Sembra che l'accampamento chiamato Vindobona risalga all'89, a protezione della vicina città di Carnuntum fondata nel 6. Ancora oggi è possibile vedere le vecchie mura erette tra il 100 e il 500 e l'odierna Vienna presenta al suo centro stradine che rispecchiano all'incirca l'antica struttura.

ENTRATA A VINDOBONA - RICOSTRUZIONE

Il castrum romano era un "castrum stativum" cioè un accampamento fortificato e permanente che col tempo aveva raccolto attorno a sè le canabae, che all'inizio erano bancarelle per la vendita di cibi e bevande, che aiutavano il rifornimento del castrum, in seguito diveniva un centro commerciale, per la gente che vi edificava le proprie abitazioni e per l'aumento di bancarelle e negozi.

VINDOBONA SEGNATA SULLA TABULA PEUTINGERIANA
Non dimentichiamo che il castrum romano, prossimo alla frontiera germanica, era posto lungo la via dell'Ambra (dal Mar Baltico e dal Mare del Nord dove si ricavava fino al Mar Mediterraneo dove si vendeva), per cui divenne un vero snodo commerciale e uno dei principali centri militari e civili (canabae) dell'intera provincia romana della Pannonia superiore.

Vindobona fu sede di un importante forte ausiliario (soldati reclutati fra le popolazioni sottomesse di peregrini, ovvero non ancora in possesso della cittadinanza romana), che vi si installò dai tempi di Domiziano, nell'89 circa, per i tumulti scoppiati lungo la frontiera settentrionale nelle vicine tribù suebe di Marcomanni e Quadi (germanici installati nella valle del fiume Meno) a cui poco dopo, dall'89 al 97, si aggiunsero anche quelle sarmatiche degli Iazigi (tribù della piana del Tibisco, attuale Ungheria orientale).

MUSEO ROMANO DI VIENNA

Probabilmente i forte venne eretto al tempo del futuro Traiano, al termine delle guerre suebo-sarmatiche (95-97) quando le operazioni militari furono poste al suo comando, I successi militari dell'abile generale Traiano, gli procurarono dai legionari l'acclamazione ad Imperator, dal senato a lui e all'imperatore Nerva il titolo onorifico di Germanicus e infine l'adozione come erede al trono imperiale.

Vindobona accoglieva al suo interno delle Alae, cioè delle legioni di cavalieri, tra cui l'Ala I Flavia Britannica e l'Ala I Thracum Victrix. Con l'importanza ottenuta e l'ampliamento del suo centro si venne a stanziare a Vindobona la Legio XIII Gemina che vi rimase fino al 101, quando partì per la conquista della Dacia, guidata dall'imperatore Traiano, dove poi rimase fino all'abbandono della provincia avvenuta sotto Aureliano (214-275).

La legione venne rimpiazzata a Vindobona dalla Legio XIV Gemina che vi rimase fino al 118/119, quando fu trasferita nella vicina Carnuntum, in sostituzione della legio XV Apollinaris partita per il fronte orientale, vale a dire in Cappadocia. 

La legione che sostituì la XIV Gemina nel forte romano fu la Legio X Gemina, che vi rimase ormai stanziata nella città che vi era sorta ai margini, e che vi rimase per circa quattro secoli, fino al crollo del limes danubiano nel V secolo.

IL CASTRUM ROMANO DI VINDOBONA

La X Gemina dovette combattere contro Marcomanni, Naristi e Quadi per più di quindici anni durante il periodo delle guerre marcomanniche, guidata dagli imperatori Marco Aurelio ed il figlio Commodo. Nei suoi pressi sarebbe avvenuta una cruenta battaglia nel 170, quando le orde barbariche sfondarono il fronte danubiano (i territori a sud del corso del Danubio e i monti Carpazi), spingendosi in Italia, assediando Aquileia e distruggendo la città di Opidergium oggi Oderzo in Veneto.

Lo scontro e la disfatta furono devastanti e si narra vi furono sconfitti, tra morti e prigionieri, circa 20.000 armati romani. Fu lungo questo fronte che Marco Aurelio dovette combattere una lunga ed estenuante guerra, riportando anzitutto all'ordine i territori della Gallia cisalpina, Norico e Rezia (170-171).

Successivamente l'imperatore filosofo e amante della pace dovette contrattaccare in territorio germanico, con una serie di duri scontri che durarono diversi anni, finchè si giunse alla "prima expeditio germanica" nel 175.

A Vindobona, come narra Aurelio Vittore, morì lo stesso Marco Aurelio durante la secunda expeditio germanica), il 17 marzo del 180, (ma Tertulliano lo fa morire presso Sirmium, in Serbia, sul fronte sarmata).


L'imperatore Eliogabalo impazziva per gli oracoli e i miracoli, per cui spesso consultava i primi e saputo da questi che la guerra marcomannica sarebbe stata portata a termine da un membro della sua dinastia. senza preoccuparsi di chi fosse quel membro decise che il predestinato era lui e prepaò una spedizione militare una spedizione militare contro i Marcomanni (di fronte a Vindobona e Carnuntum).

Vindobona venne spesso attaccata nel III secolo ad opera di Marcomanni, Naristi, Quadi, Vandali e Iutungi, negli anni 258-260, provocando un nuovo spopolamento delle campagne dell'intera provincia e la penetrazione fino a Ravenna prima di essere fermata, proprio mentre l'imperatore Valeriano (200-260) era impegnato sul fronte orientale contro i Sasanidi di Sapore (215-270).

Il figlio di Valeriano, Gallieno, dovette pertanto concedere ad alcune tribù di Marcomanni di insediarsi nella Pannonia romana a sud del Danubio, anche per ripopolare le campagne devastate dalle precedenti invasioni, e le trattative furono così convincenti e amichevoli che l'imperatore contrasse in matrimonio la figlia di un loro principe marcomanno.

RESTI DELLA PORTA PRINCIPALIS

BIBLIO

- Notitia dignitatum - XXIV -
- Cassio Dione Cocceiano - Storia romana - LXXI -
- Aurelio Vittore - De Caesaribus -
- S. Rinaldi Tufi - Archeologia delle province romane - Roma - 2007 -
- Traiano - Ai confini dell'Impero - a cura di G.Arbore Popescu - Venezia - 1998 -
- Roma sul Danubio - a cura di M. Buora e W. Jobst - Roma - 2002 -
- P. Olivia - Pannonia and the onset of crisis - Praga - 1962 -
- M. Pavan - Dall'Adriatico al Danubio - Padova - 1991 -



VILLA DELLA PISANELLA (Boscoreale)


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La villa della Pisanella, posta nell'agro romano di Boscoreale (Napoli), costituisce uno dei tanti insediamenti produttivi che in età romana erano sparsi nel suburbio nord-pompeiano. Purtroppo tali insediamenti, tranne rari casi, non sono stati oggetto di scavi sistematici, ma solo di parziali esplorazioni, soprattutto nel secolo scorso. 

Questi rapidi scavi, operati senza alcuna sistematicità scientifica, erano finalizzati al recupero dei preziosi reperti, peraltro oggi dispersi nei vari musei del mondo, soprattutto stranieri, e alla ricostruzione delle planimetrie degli edifici per scopo di studio.

La localizzazione topografica di questi insediamenti e la pubblicazione delle relative planimetrie, con le relazioni di scavo dell'epoca, per quanto carenti, ci hanno tuttavia permesso di elaborare almeno in parte l'economia del territorio suburbano a nord di Pompei in epoca romana.

Nel territorio del fertilissimo "ager" pompeiano ("Campania Felix") si insediarono parecchie ville, finalizzate allo sfruttamento intensivo del prezioso terreno, a iniziare dal llI-II secolo a.c.. Pur essendo "ville rustiche" le abitazioni erano edifici di grande pregio e di elevate estensioni.

Venivano usate sia per lo sfruttamento economico che come dimore dell' "otium" dei facoltosi personaggi romani che qui passavano appena possibile le loro vacanze, godendosi contemporaneamente mare e campagna. 


Queste ville, come quella della Pisanella, erano costituite da un quartiere signorile, destinato al dominus, la "pars urbana", e da un quartiere servile e rustico, La "pars rustica", destinato invece alla produzione e all'alloggio della manodopera servile: c'era poi la "pars fructuaria" che era la vera e propria fattoria coi terreni e i magazzini. 

L'edificio era circondato da un muro di recinzione che impediva l'entrata ai ladri ma pure la fuga agli schiavi. Le ville a carattere esclusivamente rustico, abitate soltanto dal vilicus e da schiavi alle sue dipendenze, erano rare perchè il dominus o risiedeva nella villa, anche per controllare i lavori nella tenuta, o vi si recava nei fine settimana o nelle feste, per invitare gli amici e dedicarsi ai famosi "otii".
 
La conduzione diretta da parte del proprietario, coadiuvato comunque da un colono, spesso uno schiavo o un liberto, soluzione raccomandata anche da Catone e Columella, si diffuse soprattutto dal I secolo a.c.. Non essendovi latifondi ma piccole proprietà facilmente controllabili, non occorreva un gran numero di schiavi a meno che non vi fosse un'estesa produzioni di vino, un'attività molto redditizia dato che i vini campani erano i migliori in assoluto e di conseguenza i più redditizi. 

I DOLIA
La villa della Pisanella era tra queste, come testimonia la presenza, soprattutto frammentaria, di ben 84 "dolia" contenenti vino. Il suo proprietario era, come testimoniano gli archeologi dai reperti ritrovati, 
un certo Lucio Cecilio Giocondo.

L'area vesuviana, essendo di origine eruttiva era ricca di sali minerali e quindi adattissima alla vigna e ai vini. Tale ricco guadagno consentiva al "dominus" di arricchire la sua villa di decorazioni parietali e pavimentali di grande pregio, di mobilio e suppellettili preziosi, godendo della  salubrità del clima e delle bellezze del paesaggio. 

Le attività produttive che si svolgevano nell'ambito della villa erano costituite dalla coltura della vite, dell'olivo, di cereali e legumi, e dall'allevamento di animali. Della produzione di vino e olio, limitata a causa della piccola estensione dei fondi, sono testimonianza i torchi vinari e oleari, le celle vinarie con dolia parzialmente interrati, oltre i resti degli strumenti agricoli. 

Frequente è anche la presenza di mezzi di trasporto (carri), dei quali purtroppo restano solo le parti in metallo (bronzo e ferro), costituite generalmente da cerchi di ruote, parti del timone o delle stanghe, elementi dei finimenti o dei morsi di cavallo. 

PLASTICO DELLA VILLA

GLI SCAVI

Le prime testimonianze dell'esistenza della villa "della Pisanella" risalgono al novembre del 1868, quando il signor Modestino Pulzella, nel tracciare le fondazioni di un muro in un suo fondo in contrada Pisanella-Settetermini, rinvenne alcune strutture murarie preesistenti. 

Proseguendo gli scavi, con la consulenza e la sorveglianza dell'allora responsabile degli Scavi di Pompei M. Ruggiero, si rinvennero alcune stanze con pavimento a mosaico, di cui una riferita a un "balneum", un'altra a una stalla, come si evinceva dagli scheletri di cavalli e di animali domestici. Vennero poi esplorati ambienti di servizio e una grande cisterna. 

Gli scavi dovettero fermarsi in quanto il proprietario del terreno limitrofo, Vincenzo De Prisco, temeva danni al suo fondo, dove si estendeva chiaramente il resto della villa. Purtroppo la villa non venne reinterrata, per cui andò soggetta a successive e ripetute spoliazioni, di conseguenza ben poco è rimasto in situ.

Solo nel settembre del 1894, dopo aver ottenuto le dovute autorizzazioni, si ripresero gli scavi, che proseguirono fino al giugno del 1895, proprio per iniziativa del De Prisco, avendo questi ottenuto i dovuti risarcimenti e ricompense.

MACINA RITROVATA NELLA VILLA

Vennero così alla luce i bagni, un atrio, i torchi vinari, nella cui area si rinvenne una grande quantità di materiale, fra cui, nascosto nel lacus, il celebre "tesoro di Bosco Reale", e parte della cella vinaria. Vi fu ancora un'interruzione di circa un anno, per riprendere poi gli scavi nel maggio del 1896. 

Negli anni 1896-1897 l'archeologo Angiolo Pasqui fu inviato a Boscoreale come Ispettore del Ministero della Pubblica Istruzione a supervisionare i lavori di scavo presso la villa rustica romana detta della Pisanella, scoperta durante gli scavi privati del proprietario del fondo Vincenzo De Prisco.

Al momento attuale la villa si presenta quasi completamente sepolta. Stiamo ancora aspettando 
l'esproprio del terreno, affinché avvenga lo scavo sistematico del monumento, condotto secondo i criteri dell'archeologia moderna. 


DESCRIZIONE

La villa, di inizio l secolo a.c., e decorata con pitture parietali presumibilmente di II stile finale o III stile iniziale, ha una pianta rettangolare, con un ampio piazzale scoperto sulla destra e un unico ingresso, all'incirca a metà della fronte dell'edificio. 

Subito dopo la porta d'ingresso ("fauces") vi era un ampio peristilio, confinante a est con la cella vinaria, a ovest con le stanze signorili della "pars urbana" e con la cucina ("culina") da cui si accedeva agli ambenti termali. Sul lato opposto all'ingresso vi era l'accesso al "torcularium", costituito da due torchi a leva per il vino. 

TESORO DELLA PISANELLA O DI BOSCOREALE
Lateralmente era situato il quartiere per la servitù, con annesso il torchio oleario e il "trapetum", ambiente dove veniva effettuato il primo schiacciamento delle olive. Accanto al torchio oleario vi era il "nubilarium", ambiente destinato alla conservazione delle messi prima della trebbiatura. 

Tutti questi ambienti, infine, delimitavano un'ampia cella vinaria scoperta, contenente 84 dolia interrati fino all'orlo e utilizzati per la conservazione di vino, olio e cereali. Al piano superiore, in gran parte crollato al momento dello scavo, erano ambienti di abitazione, depositi, e un terrazzo o solarium. 

Al momento dell'eruzione del 79 d.c., la villa doveva essere abitata dal vilicus e dalla servitù, ma non dal dominus, visto il notevole disordine riscontrato nella pars urbana, al contrario della pars rustica, come si può evincere dalla accurata relazione di scavo redatta da Angiolo Pasqui. 

Infatti, molti materiali, tra cui porte con relativi cardini, cerniere, vasellame, utensili ecc.. furono rinvenuti negli ambienti padronali accumulati alla rinfusa. Altri oggetti ingombranti, come due vasche di bronzo, alcune lastre di marmo, parti di gronda, a causa delle loro dimensioni, non potevano trovare posto nella villa e quindi sicuramente non ne facevano parte. 


Il Pasqui, escludendo che nell'edificio fossero in corso lavori di restauro, modifiche o ampliamenti, pensò che il proprietario avesse momentaneamente depositato nella villa "della Pisanella ", suppellettili appartenenti a un 'altra sua proprietà, in corso di restauro. I materiali che vengono qui presentati costituiscono, purtroppo, una minima parte di quelli venuti in luce durante lo scavo. 

Oltre i pezzi facenti parte del tesoro di argenteria, ci si è dovuti limitare a una scelta degli oggetti più significativi conservati nel Magazzino Archeologico di Pompei, essendo gli altri sparsi in vari musei, tra cui il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, e dei quali non è sempre stato possibile accertare la provenienza dalla villa "della Pisanella". 

Inoltre la maggior parte dei materiali, a suo tempo depositati nel Magazzino di Pompei, è andata distrutta dai bombardamenti dell'ultima guerra mondiale. Ci restano: 
- il già citato tesoro di argenteria, 
- vasellame da cucina o da mensa, 
- parti di mobilio, 
- attrezzi agricoli in ferro, 
- alcuni materiali ceramici e vitrei, 
- frammenti di decorazione parietale, 
- altri oggetti di vario genere. 

Costretti purtroppo a presentare un limitato numero di reperti, si ritiene tuttavia che essi diano o almeno un 'idea delle suppellettili rinvenute nella villa "della Pisanella " e di conseguenza della vita e delle attività produttive che vi si svolgevano. 



IL TESORO DELLA PISANELLA

I raffinati argenti e ori romani rinvenuti nell’aprile del 1895 nel sotterraneo di una Villa romana distrutta dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. in località Pisanella. La splendida collezione fu rinvenuta in un sacco di tela stretto ancora nelle mani dello scheletro dell’uomo che tentò di salvarsi nascondendosi lì, morendo però insieme ad una misteriosa donna.

Boscoreale è famosa in tutto il mondo per questo favoloso Tesoro. Il fortunato scopritore, Vincenzo De Prisco, dopo avventurose vicende, vendette ad una cifra enorme per quell’epoca i preziosi argenti al barone Edmond James de Rothschild, che a sua volta li donò al Museo del Louvre di Parigi, dove si trovano ancora oggi.


 BIBLIO 

- A. Pasqui - La villa pompeiana della Pisanella presso Boscoreale - in "MAL" V1I, - 1897 -
- Hurt, Carla - Romans paint better perspective than Renaissance artists - Found in Antiquity - Retrieved 4 October 2020 -
- Rudolf Meyer - The Conservation of the Frescoes from Boscoreale in the Metropolitan Museum - in Roman Frescoes from Boscoreale -

TEMPIO DI SPES


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COLONNE DEL TEMPIO DI SPES

Il Tempio della Speranza, o della Dea Spes, oggi su un lato della chiesa di S. Nicola in Carcere, è uno dei tre tempi contigui posti sul Foro Olitorio, sulla posizione dei templi c'è qualche dubbio, ma non sul tempio dedicato a Giano, che si dice fosse situato "iuxta Theatrum Marcelli", dalla parte del Teatro Marcello, e fu fondato al tempo della I guerra punica.

L'opinione più accreditata, su cui non tutti concordano, è che in posizione centrale ci fosse il Tempio di Giunone Sospita, a sinistra il Tempio di Spes e a destra il Tempio di Giano. Il Tempio di Giunone sarebbe stato il più grande fra i tre templi.

Negli ambienti sotterranei della chiesa, usati in epoca medioevale come cimitero, sono visibili, e visitabili, i podi dei tre templi e i due stretti vicoli che li separavano, nonché delle murature medioevali successive. Sulle basi dei templi, prima del 1000, fu costruita la Chiesa, poi dedicata a San Nicola, nel 1128, chiamata di S. Nicola in Carcere.


I podi dei tre templi sono interrati, ma potrebbero essere scavati e posti alla luce se il Vaticano, che è proprietario del terreno dove sorge la Chiesa di S. Nicola in carcere desse il consenso agli scavi che sarebbero a spese dell'Italia. Purtroppo a tutt'oggi questo consenso non è ancora arrivato.

Nel podio del tempio centrale sono presenti piccole celle coperte a volta che hanno presumibilmente originato la leggenda del carcere di San Nicola e la confusione di questo sito con il Tullianum, cioè il Carcere Mamertino che era l'unico carcere esistente a Roma, in quanto serviva solo come camera d'attesa per il processo o come camera d'attesa per la pena capitale. 

I Romani non contemplavano la pena della reclusione, le pene si scontavano come le multe, o la fustigazione o la morte. In realtà le presunte celle erano piccole botteghe, soprattutto di cambiavalute (Roma era la più grande metropoli dell'epoca) che si trovavano presso i templi e presso il Teatro Marcello.



CARCER AD ELEPHANTUM

Costruita sulle rovine del Foro Olitorio, prese il nome da un carcere, che dal XIII secolo, si ritenne il Carcere Tulliano, invece risalente all'epoca medievale ed era denominato "Carcer ad Elephantum", nome dovuto dalla presenza, al centro del Foro Olitorio, dell' "Elephas erbarius".

Trattavasi dell'Elefante delle Erbe, cosiddetto  in quanto sorgeva nella Piazza delle Erbe, e cioè la statua in bronzo dorato di un elefante che rappresentò la vittoria dei Romani sui Cartaginesi a cui peraltro vennero requisiti gli ultimi elefanti da guerra.

SOTTO SAN NICOLA IN CARCERE

Detti elefanti sfilarono per Roma nel corteo trionfale e molti romani li videro per la prima volta, in seguito entrarono a far parte degli animali da guerra delle legioni. La statua di bronzo rimase per svariati secoli al suo posto, per sparire poi misteriosamente, probabilmente fusa (sig!). Dall'elefante erbario, la contrada venne chiamata "ad Elephantum".

Secondo il prof. di "Storia romana, Rome and the Universal, Storia sociale del mondo antico e Storia dell’Impero romano", Alessandro Cristofori, ipotesi ampiamente condivisa, la denominazione di San Nicola in Carcere Tulliano, sarebbe sbagliata poiché il Carcere Tulliano corrisponde al Carcere Mamertino, che si trova ai piedi del Campidoglio

SOTTO SAN NICOLA IN CARCERE

S. NICOLA IN CARCERE

Occorre infatti tener presente che S. Nicola venne imprigionato e subito dopo esiliato nel 305 durante la persecuzione di Diocleziano (303-311), e poi si dice liberato da Costantino nel 313, ma è errato, perchè l'Editto di Galerio, emesso il 30 aprile 311 aveva già reso "religio licita" tutte le religioni seguite nell'Impero Romano, cristianesimo compreso. 

Evidentemente all'abdicazione per malattia di Diocleziano avvenuta il I maggio del 305 (l'unica abdicazione che sia mai avvenuta in tutta l'era imperiale), la prigionia di Nicola, che durò solo pochi mesi, venne trasformata in esilio solo per impedire eventuali tumulti.


Il tempio in questione, posto oggi in Via del Teatro Marcello, era di di stile attico, del II sec. a.c. dove la cella era preceduta da un pronao colonnato esastilo nella facciata, fornita di trabeazione su cui venivano scolpite e dipinte le immagini dei miti della Dea Spes.

Nel giardino che circonda i tre edifici contigui, tempio di Spes, tempio di Giunone Sospita, e tempio di Giano, giacciono capitelli, cornicioni e varie parti lavorate sempre in peperino, lasciate alle intemperie senza tener conto che il peperino, al contrario del marmo, è una pietra deperibile all'azione della pioggia.

Le colonne che oggi si trovano nella chiesa di S. Nicola sono con evidenza oggetto di spoliazione dell'antico tempio e degli altri due adiacenti, come si evince dalle diverse qualità di marmi, dalle diverse decorazioni e dai diversi capitelli nonchè dalle diverse altezze delle stesse colonne.

Il tempio di Spes è di ordine dorico, cioè con le colonne rastremate e largamente scanalate e i capitelli a due volute svolgentesi a destra e a sinistra. Aveva un portico di quattro colonne in facciata, e sei sui lati del tempio, ed era costruito in travertino. Sei delle sue colonne con parti della trabeazione rimangono, costruite nel muro sud della chiesa.



BIBLIO

- M. Eramo - S. Nicola in Carcere - Ricerche di Storia dell'arte - 1988 -
- G. B. Proja - S. Nicola in Carcere - Roma - 1970 -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
- Robert Maxwell Ogilvie - The Romans and their gods in the age of Augustus - 1970 -
- Robert Turcan - The Gods of Ancient Rome - Routledge - 1998, 2001 -




CASA MANLIANA


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Passando per il Ghetto ebraico di Roma, colpiscono delle iscrizioni del XV secolo e degli autentici bassorilievi romani sul Palazzo Manili in Via del Portico di Ottavia, ai numeri civici 1 e 2, dove si trova la facciata dell'edificio che tale Lorenzo Manilio si fece costruire nel 1468 per sé e per la sua famiglia, arricchendola con un'elegante decorazione classica, a ricordo appassionato degli splendori dell'antica Roma.


Tale Lorenzo Manili, entusiasta dell'antica civiltà romana coperta e distrutta da secoli ma riscoperta dal periodo umanistico che fu prodromico al grande Rinascimento italiano chiese agli scalpellini di incidere sul fascione in marmo, a grandi lettere maiuscole, un testo in latino che si legge:
 

"URBE  ROMA  IN  PRISTINAM  FORMA(M  R)ENASCENTE  LAUR  MANLIUS  KARITATE ERGA  PATRI(AM)  (A)EDIS  SUO  NOMINE  MANLIANAS  PRO  FORT(UN)AR(UM) MEDIOCRITATE  AD  FOR(UM)  IUDEOR(UM)  SIBI  POSTERISQ(UE)  SUIS  A FUND(AMENTIS)  P(OSUIT)  AB  URB(E)  CON(DITA)  MMCCXXI L AN(NO)  M(ENSE) III D(IE) II  P(OSUIT)  XI  CAL(ENDAS)  AUG(USTAS)", 

STELE FUNERARIA ROMANA (1)

Traduzione:

"Mentre Roma rinasce all'antico splendore, Lorenzo Manilio, in segno di amore verso la sua città, costruì dalle fondamenta sulla piazza Giudea, in proporzione alle sue modeste possibilità, questa casa che dal suo cognome prende l'appellativo di Manliana, per sé e per i suoi discendenti, nell'anno 2221 dalla fondazione di Roma, all'età di 50 anni, 3 mesi e 2 giorni. Fondò la casa il giorno undicesimo prima delle calende di agosto".

La data dell'edificio, anno 2221, è calcolata dall'anno della fondazione di Roma (753 a.c.), che corrisponde all'anno 1468. La base dell’edificio è abbellito da vari reperti archeologici, tra cui quello, della cerva col cerbiattino e del leone che divora l’antilope. 

LA CASA MANLIANA

Lorenzo Manilio, entusiasta della riscoperta dell'arte e dei valori romani che venivano ammirati e copiati nelle botteghe artigianali, era riuscito ad accaparrarsi alcuni frammenti di marmi romani che aveva orgogliosamente inserito nelle mura della sua casa.

Ma la sua passione per la romanità andò oltre: sulle architravi delle porte si legge il nome del fondatore ripetuto quattro volte, tre in latino ed una in greco, mentre sulle finestre è inciso il motto "Ave Roma". 

IL LEONE

Inoltre il basamento dell'edificio è cosparso di reperti archeologici: una stele funebre (nella foto 1) proveniente dalla via Appia, il frammento di un sarcofago romano sulla porticina centrale ed una stele greca. La casa è costituita da tre diversi fabbricati riuniti appunto dalla grande fascia iscritta.

Lorenzo Manilio, commerciante di spezie e proprietario di tre case, di epoca diversa, nel rione Sant'Angelo, le riunisce con un marcapiano, alto più di un metro, sul quale fa incidere una scritta in latino, in caratteri classici, nella quale inneggia al “Rinascimento” della città di Roma.

LAPIDE DI PUBLIO CLODIO


Lapide di casa Manliana dove si legge:

P CLODIVS A ET CLODIAE L BROMIVS EBORARIVS
CVRIATIA AMMIA CONCVBINA MEI AMANTISSIMA
HILARO P ET CVRIATIAE DELICIAE

P CLODIVS P ET CVRIATIAE L P CLODIVS P ET CVRIATIAE L
RVFIO ANTEROS P CLODI P L HERACLIDA SVAVIS CVRIATIAE L

L'ISCRIZIONE

Nella lapide di cui sopra, opera di Publio Clodio Bromius, si piange della morte di un fanciullo, “Hilario”, schiavo o liberto di Aulio e di Curatia Ammia (sua concubina amatissima), che lo definiscono “loro delizia”. Questa lapide potrebbe essere legata al bassorilievo (foto 1), dove si vedono tre adulti attorniare una figura di fanciullo recante un giocattolo tra le braccia.

Ebbene anche se la casa non è dell'epoca degli antichi romani, conserva un tale amore per quell'epoca che ci sentiamo di riportarla, insieme ai suoi resti autentici romani, come un grande esempio di amore per questa gloriosa terra di grandi avi e grandi opere d'arte che seppero stupire il mondo.



BIBLIO

- Pietrangeli, Carlo - Sant'Angelo - Guide rionali di Roma - Fratelli Palombi - Roma - 1976 -
- Lerner, L. Scott -  Narrating Over the Ghetto of Rome - Jewish Social Studies - Winter/Spring 2002 -
- Berliner, Abraham - Storia degli ebrei di Roma. Dall'antichità allo smantellamento del ghetto - Milano - Bompiani - 2000 -
- Fiorentino, Luca - Il Ghetto racconta Roma - Gangemi Editore Roma - 2005 -
- Ravaglioli, Armando - Il ghetto di Roma. La storia del quartiere ebraico e la vicenda della più antica comunità romana - Newton & Compton - Roma - 1996 -

 

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