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SACELLO DEGLI AUGUSTALI (Miseno)


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Miseno fu il mitico trombettiere di Enea, qui sepolto (a Miseno appunto che da lui prese il nome) dopo aver sfidato Tritone, il figlio del Dio del mare Poseidone e della nereide Anfitrite, con un corno di conchiglia, il cui suono calmava le tempeste e annunciava l'arrivo del Dio del mare.

Capo Miseno venne citato anche da Plinio il Giovane nell’epistola VI,16 lettera dedicata a Tacito dove narra dello zio Plinio il Vecchio deceduto durante l’eruzione del Vesuvio del 79. La località prende infatti il nome dal personaggio leggendario di Miseno, figlio di Eolo, che avvisò i suoi compagni per sferrare l’attacco decisivo contro le Arpie. 

COME DOVEVA ESSERE IN PIANTA IL TEMPIO

Nel Libro VI il pio Enea, seguendo il consiglio di Eleno (fratello di Ettore e re dell'Epiro), si reca a Cuma per incontrare la Sibilla Cumana, onde ricevere notizie e consigli consigli sul destino che lo attende. 

Giunto sulle coste di Cuma, nel tempio di Apollo Enea trova la Sibilla che, invasata dal Dio, gli predice che nel Lazio egli andrà incontro a guerre e a sangue. Enea prega allora la Sibilla di accompagnarlo ai Campi Elisi, ma lei gli risponde che ciò non è possibile se prima lui non trova il ramoscello d'oro sacro a Proserpina e seppellisce il suo compagno Miseno, morto.

MISENO CON LA SUA TROMBA

IL MITO

Miseno era il trombettiere di Enea, che avendo sfidato Tritone nel suono della tromba, era stato da questi precipitato in mare dove era miseramente annegato. Enea, trovato il suo corpo restituito sulla spiaggia dalle onde del mare, ne brucia il corpo su un rogo per seppellirne poi le ceneri sotto un immenso tumulo (il Capo Miseno), a perenne memoria dell'amato compagno.

Sepolto Miseno, Enea rinviene il ramoscello d'oro che egli porta alla Sibilla; poi sacrifica alle divinità infernali, al lago d'Averno Enea scende con la Sibilla negli Inferi dove incontra il defunto padre Anchise che gli mostra le anime dei suoi gloriosi discendenti, che attendono di reincarnarsi nei gloriosi posteri romani. 

FOTO DEL RITROVAMENTO (1968)


IL RINVENIMENTO

Duemila anni dopo il proprietario di un terreno situato a Miseno, tra Punta Terone e le pendici sud-orientali di Punta Sarparella, nel febbraio del 1968, iniziando i lavori di sbancamento per la realizzazione di due villette private, trovò un incredibile tesoro.
Rinvenne infatti delle strutture appartenenti ad un edificio di età imperiale che dette luogo a successivi scavi archeologici, guidati dall'allora Soprintendente alle Antichità di Napoli e Caserta, il Professor Alfonso de Franciscis, che durarono fino al 1972 quando vennero sospesi per la precaria staticità dell’edificio a causa della falda acquifera che ancor oggi sommerge in parte le strutture.

Infine l'edificio venne identificato nella sede del collegio degli Augustali di Miseno, ovvero il “Templum Augusti quod est Augustalium”, come si legge su un'iscrizione presente un tempo sull’epistilio del complesso, che si colloca tra il teatro a nord ed edifici pubblici a sud. 
IL SACELLO COME APPARVE ALL'INIZIO

Un tempio dedicato alla venerazione di Augusto, voluto dallo stesso Augusto, e in seguito adibito ai riti di culto di tutti gli imperatori futuri curati dai Sacerdotes Augustales (o Sodales Augustales o Augustales), i “sacerdoti di Augusto”
Si tratta di tre ambienti a pianta rettangolare che si aprono su un cortile porticato. Il sacello vero e proprio è costituito dall'ambiente centrale con abside di fondo e con altare esterno a cui si accede da una gradinata in marmo. Il pronao tetrastilo era formato da colonne che reggevano l’epistilio ed un frontone a timpano, oggi ricostruito nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei.

Edificato in epoca giulio - claudia, il tempio venne modificato in età antonina (metà del II secolo), da Cassia Victoria in onore del marito L. Laecanius Primitivus, sacerdote Augustale dell’epoca di Marco Aurelio. Fu poi distrutto alla fine del secolo, probabilmente da un terremoto ed i suoi resti sono attualmente in parte sommersi a causa dei fenomeni di bradisismo che tuttora interessano l’area flegrea.



DESCRIZIONE 

Gli ambienti laterali, in parte ricavati nella roccia e in parte realizzati in muratura, Essi, come il sacello, dovevano essere arricchiti da pitture, stucchi (conservati in alcuni punti) e da pavimenti musivi a tessere bianche e nere.

Il santuario è costituito da tre ambienti affiancati, in parte costruiti in muratura e in parte ricavati dalla roccia, nelle pareti laterali e di fondo, e si sviluppano su due piani con copertura a botte. L‘edificio centrale, il vero e proprio sacello, consiste in un tempietto a podio di pianta rettangolare davanti al quale è situato l’altare.
Grazie ad una gradinata di marmo, fiancheggiata da due podi di muratura, in origine sormontati da statue, si accedeva al pronao tetrastilo (parte antistante la cella vera e propria del tempio) sormontato dal frontone decorato con rilievi e con l’iscrizione dedicatoria.
VESPASIANO
Oltre il vestibolo, pavimentato in mosaico con tessere bianche e riquadratura a tessere nere, si entrava all’interno del sacello, edificato in opus reticulatum con ammorsature in tufelli, mentre le sue pareti dovevano essere rivestite da lastre di marmo. 
Sulla parete di fondo vi era un’abside con podio, fiancheggiata da due nicchie rettangolari, intonacata e dipinta di rosso sulla parte superiore della fronte, mentre nel catino mostrava una decorazione in stucco con rilievi a soggetto marino. 
L’ambiente a destra del sacello, in opus reticulatum, era decorato con rivestimenti in stucco ed intonaco dipinto sulle pareti, sulla volta a botte e a crociera. In quello a sinistra invece fu rinvenuta la statua equestre in bronzo di Domiziano - Nerva ora esposta al Museo Archeologico dei Campi Flegrei.
A Capo Miseno alligna copiosamente l'asfodelo che per Omero per Omero (Odissea XI) è la pianta degli Inferi. 
Per gli antichi Greci il Regno dei Morti era suddiviso in tre: il Tartaro per gli empi, i Campi Elisi per i buoni, cioè gli eroi, i filosofi ecc. ed infine i prati di asfodeli per quelli che in vita non erano stati né immeritevoli né riprovevoli. 
Per questo i Greci usavano piantare asfodeli sulle tombe, considerando i prati di asfodeli il soggiorno dei morti. I Romani trassero parecchie credenze dai Greci, seguendone spesso i miti e la religione.


IL MUSEO ARCHEOLOGICO DEI CAMPI FLEGREI

Nel Museo è stata allestita una sala per esporre questa statua, nonchè il frontone del tempio e le altre statue rinvenute al momento della sua scoperta nel 1968, vale a dire: Vespasiano, Nerva, Tito, la Dea dell’Abbondanza, e alcune divinità tra cui, Asclepio, Apollo e Venere, una del tipo della “Piccola Ercolanese” ed un’altra su un delfino. 
Il Museo Archeologico dei Campi Flegrei è stato inaugurato nel 1993 ed è ospitato all'interno di una fortezza di età aragonese restaurata, collocata sul promontorio che chiude a Sud il golfo di Baia. Al suo interno sono esposti reperti archeologici vari provenienti dai Campi Flegrei, come le numerose basi marmoree rinvenute nella zona antistante il sacello e sistemate nel cortile della Torre Tenaglia del castello di Baia. 

BASSORILIEVO DEL TIMPANO

BIBLIO

- Paola Miniero - Il sacello degli Augustali di Miseno - Mondadori Electa - 2000 -
- Mileto S. - I campi flegrei - Roma - Newton & Compton - 1998 -
- Mazzella S. - Sito ed antichità della città di Pozzuolo - 1591 -



SANTUARIO DI ATTIS (Ostia Antica - Lazio)


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ATTIS

Il Santuario di Attis è situato ad est del Campus della Magna Mater. È preceduto da un aedes, un'area scoperta abbastanza ampia, in direzione sud-ovest, di m 9,90 x 11,10, circondata da un muro in opus reticulatum del periodo Gulio-Claudio.

L'ingresso è decorato da un portico con due lesene di marmo e presenta tre gradini all'esterno e due all'interno. Il pavimento è in opus spicatum, cioè una serie di laterizi collocati di taglio secondo la disposizione di una spiga di grano, utilizzata in epoca romana arcaica. Nella zona sono tre bacini. Si presuppone che si trattasse di vasche per pesci, perché esistono alcuni riferimenti ai pesci offerti ad Attis.


L'attuale santuario fu aggiunto alla fine del III secolo, sul lato sud-est, eseguito in parte in opus latericium e parte in opus vittatum. L'ingresso è fiancheggiato da due semicolonne con grandi rilievi in ​​marmo di Pan, ciascuno con un flauto da pastore a sei canne e un semplice zufolo da pastore.

Anche i rilievi sono stati datati alla seconda metà del III secolo. Sembra che siano stati danneggiati appositamente, presumibilmente da iconoclasti cristiani. La parete di fondo presenta un'abside, nelle pareti laterali sono due nicchie rettangolari poco profonde. Al centro dell'abside, a un'altezza di c. 3.00, è una piccola finestra rettangolare. Nella parte inferiore c'è una sporgenza semicircolare in travertino, presumibilmente per le offerte votive.

Nell'abside è un calco in gesso (l'originale è conservato nei Musei Vaticani) di una statua di un Attis reclinato, dopo l'avvenuta evirazione.

Nella sua mano sinistra c'è una roncola da pastore, nella sua destra un melograno. La sua testa è coronata da raggi in bronzo del sole e sul suo cappello frigio è una falce di luna.

Ciò suggerisce aspetti astrologici: Attis era considerato una divinità solare e contemporaneamente  era identificato con il dio-luna Men.

Ma in realtà le divinità asiatiche e pure quelle africane (vedi le egizie) facevano spesso riferimento a sole e luna insieme. Il Dio è appoggiato a un busto, probabilmente la personificazione del fiume Gallos,
dove era morto.

La sua postura ricorda gli dei del fiume (il fiume Gallos), ma la statua ricorda anche i sarcofagi, con una raffigurazione del defunto sul coperchio. La statua è una dedica di C. Cartilius Euplus, autore dell'iscrizione sul basamento:

NVMINI ATTIS C(aius) CARTILIVS EVPLVS
EX MONITV DEAE

Il santuario venne scoperto nel 1867 ad Ostia, nel portico lungo il lato sud, insieme a una statua bronzea di Venere e ad una statua di un gallo dedicata da M. Modius Maximus.

IL SANTUARIO VISTO DA EST

Gli oggetti sembrano essere stati nascosti lì nella tarda antichità. In origine potrebbero essere stati in questo santuario. Il gallo (gallus, riferito ai sacerdoti, galli) è in piedi su un oggetto rotondo con decorazione a grano in cima. Potrebbe essere una rappresentazione di un modusus, una misura del grano, riferendosi al nome del donatore e forse alla sua professione.

Molte piccole statue e bassorilievi sono stati trovati nel santuario o nei pressi di Calza, ora visibili nel museo di Ostia. Molti di questi furono offerti da C. Cartilius Euplus.

UN GALLO SU UN MODIUS (MOGGIO) DEDICATO DA M. MODIUS MAXIMUS ARCIGALLO
 DELLA COLONIA OSTIENSE

- Statuette e rilievi di Attis:
cavalcando un leone,
suonando un flauto da pastore seduto su una roccia in mezzo alla sua mandria,
morendo sotto un pino dopo la sua emasculazione,
Attis - Dioniso,
Attis - Apollo,
Attis - Ermafrodito.

- Un altare rotondo con dodici divinità:
Giove,
Giunone,
Minerva,
Magna Mater / Cibele o Cerere,
Venere,
Diana,
Vesta,
Apollo,
Vulcano,
Mercurio,
Nettuno
Marte.

- Diverse statuette di Venere.
- Fortuna o Cerere.
- Un guerriero con un elmetto, con un piccolo scudo rotondo.
- Un leone che attacca un cervo, una pantera e alcuni orsi, tutti animali della foresta, di cui la Dea è la Signora.
- Un toro.
- Un pino con un serpente.

VEDUTA DALL'AREA SUD

C. Cartilius Euplus visse nel II secolo d.c. Le sue dediche furono infine poste nell'abside del III secolo. Non sappiamo dove fossero originariamente. La statua di Attis-Dioniso è di grande interesse anche per il periodo in cui compare. C'è una dedica di un Volusianus, vir clarissimus.

Costui potrebbe essere C. Ceionius Rufus Volusianus Lampadius, praefectus Urbi nel 365-366 d.c. Quest'uomo e altri membri della sua famiglia effettuarono anche delle dediche al Phrygianum di Roma, un grande santuario della Magna Mater in campo vaticano, accanto al vecchio San Pietro. 

Questa famiglia è considerata un tipico esempio di sostenitori dell'alta classe della religione pagana nella tarda antichità. La conversione al cristianesimo, spontanea solo in parte, fu obbligata  con le pene dell'esilio e della morte alla maggior parte della popolazione che era legata agli antichi Dei.



LUCUS PISAURENSIS


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A. LAZZARINI - MOMENTI DI CULTO NEL LUCUS PISAURENSIS

IL LUCUS SACRO

Almeno in area mediterranea ed europea, ma non solo, il primo luogo sacro fu il bosco, in latino lucus, plurale luci. Il bosco è misterioso, pieno di vita, ma anche di pericoli, lì la natura, che un tempo riempiva quasi tutta l'area di boschi, si esprimeva col suo lato accogliente per le bacche, le erbe e la legna per il fuoco e le capanne, ma anche col suo lato oscuro per le belve, il perdere la strada, i temporali e quella penombra dove il sole penetra con difficoltà.

Il lucus era come gli Dei della natura, benevolo ma a volte ostile o indifferente, dunque si doveva rendergli omaggio per ingraziarseli. Così gli si offrivano cibo, erbe odorose, preghiere, canti e danze. Le sacerdotesse furono le prime a contattare il mondo magico del bosco, e la loro religione fu un misto di scienza e magia, perchè dal bosco trassero le erbe da mangiare ma anche quelle medicamentose, nonchè i segni per i vaticini.

Presso i Romani un lucus era un bosco consacrato alla divinità, dove si offrivano sacrifici e doni per favorirne l'intervento o ringraziare per il beneficio ricevuto. Nel tempo i materiali votivi già usati ma comunque sacri venivano raccolti in depositi o fosse per lasciare posto ai nuovi. Il Lucus doveva essere connesso a lux (luce), forse la radura nel bosco dove arrivava la luce del sole e si celebravano gli atti di culto. 



LE LEGGI DEL LUCUS

Le origini dei boschi sacri si perdono nella preistoria e nell'Italia antica e venivano tutelati da leggi, come la lex luci Lucerina (dall'iscrizione rinvenuta a Lucera in Puglia) e la lex luci Spoletina (riportata su due cippi rinvenuti nel territorio di Spoleto). 

STATUETTA DI BRONZO LIBERO
Nel mondo romano l'istituzione dei boschi sacri, dimore delle divinità e quindi patrimonio collettivo  rientrava nella pianificazione del territorio. Frontino (I sec. d.c.) testimonia che essi erano parte dell'ager publicus e pertanto ricadevano nell'amministrazione dello Stato. 

Con l'avvento del Cristianesimo i boschi sacri furono lentamente abbandonati o più spesso distrutti. Ovvero vennero prima distrutti, ma come per i templi demoliti la gente attaccata alla vecchia fede vi si recava per pregare, finchè l'imperatore ormai cristiano non proibì la sosta nei luoghi pagani con pene severissime, fino alla pena di morte.

Solo nelle campagne permase il culto dei lucus e delle antiche pratiche pagane, per cui a volte gli stessi luoghi vennero adibiti a culti cristiani, vedi la Verna, il luogo sacro di S. Francesco dove c'era l'antico culto pagano della Dea Laverna, protettrice dei rifugiati, degli anfratti e dei nascondigli, tipici di questo territorio montano; e il culto pagano del Dio della montagna Pen, da cui deriva il nome del monte Penna, presso il quale sorge il santuario della Verna. 

Il bosco sacro era detto anche Nemus, e si pensa che l'antico tempio di Diana a Nemi avesse il suo bosco sacro che ha dato il nome al paese, mentre col nome lucus si intese un bosco che aveva una parte sacra, in genere recintata, detta Incus.

Quella separazione segnò la separazione di un'idea. Mentre nei primordi la natura era tutta sacra, poi divenne in parte sacra e in parte profana. Col cristianesimo perse ogni sacralità essendo ritenuta una materia senza vita da utilizzare a piacimento.

Un tempo i romani chiedevano al Genius loci, o al Nume del bosco il permesso di cacciare o tagliare legna, col cristianesimo tutto era stato fatto da dio per l'uomo, che poteva distruggere la natura come poteva, perchè era solo profana. Un tempo i boschi erano abitati da Numi, genii, Ninfe a Satiri, ora la natura è vuota e disanimata.



IL SITO DEL LUCUS PISAURENSIS

Annibale degli Abbati Olivieri Giordani nel pubblicare i Marmora Pisaurensia (1737) annunciò di avere appena scoperto a circa un miglio da Pesaro il complesso votivo di un antichissimo luogo di culto che identificò in un bosco sacro: il lucus Pisaurensis.

EX VOTO DEL LUCUS
Consapevole dell'importanza della scoperta e pressato dai tempi di pubblicazione dell'opera, l'Olivieri preferì limitarsi a una brevissima sintesi dei ritrovamenti.

Aveva infatti deciso di lasciare il materiale intatto per uno specifico trattato, il "De luco sacro veterum Pisaurensium", tanto più che aveva "luogo a sperare" che, proseguendo gli scavi, il numero dei reperti sarebbe aumentato "a larga mano".

Purtroppo il De luco è rimasto all'inizio della fase preparatoria e i dati che se ne possono trarre sono scarsi e ricalcano spesso quelli esposti nella prefazione dei Marmora. 

Quanto al materiale si apprende che consisteva in "tredici iscrizioni in lingua e carattere antico e confinante con l'Etrusco, quantità di donari e voti di metallo e terra cotta, statuette grandi di terra cotta, monete di offerte dai tempi più antichi fino ai secoli Romani¹".

I reperti permisero di identificare il sito con un lucus, ossia un bosco sacro romano. Negli scavi settecenteschi furono riportati alla luce monete, terracotte votive e bronzetti. Di particolare importanza sono quattordici cippi votivi in arenaria, con l'iscrizione del nome della divinità a cui il cippo è dedicato, e talvolta anche il nome del dedicante. I cippi sono stati datati alla fine del III sec. a.c., ovvero qualche decennio prima della fondazione della colonia romana nel 184 a.c.

La precisa localizzazione del sito era stata dimenticata dopo la scoperta, ma recentemente è stato nuovamente identificato con il declivio nord-orientale del "Colle della Salute" nei pressi del quartiere di Santa Veneranda. I reperti del bosco sacro (lacus Pisaurensis) rappresentano un patrimonio storico che molto possono aiutare per la ricostruzione della vicenda di Pesaro antica.

Contemporaneamente suscita un ampio dibattito tra storici, archeologi e linguisti, che se ben condotto può dar luogo a una interdisciplina indispensabile per procedere della conoscenza di quel luogo e di ogni luogo archeologico. 

Le radici della cultualità rintracciate nel lucus collocato a ridosso di Pisaurum nascono in ambito preromano e forse pre-coloniale, quando ormai i Romani sono si presenti nella zona, ma con tracce ancora esigue e indistinguibili. 

EX VOTO
IL COMPLESSO VOTIVO

Il complesso votivo attribuito al lucus Pisaurensis, conservato nel  museo, è costituito da are (comunemente denominate cippi), monete, terrecotte e bronzetti.


I CIPPI 

I cippi sono 14, in pietra arenaria e tutti epigrafici (CIL XI 6290 - 6303). Uno di essi reca, per frattura, solamente il nome mutilo della dedicante e il verbum donandi. 

Gli altri 13 portano dediche ad Apollo di Novensides, Diana, Feronia, Fides, Iuno, Iuno Loucina, Luno Regina, Liber, Marica, Mater Matuta, Salus. Essi costituiscono una delle più importanti testimonianze di età medio-repubblicana a noi pervenute. 

I più recenti studi, propendono per la datazione alta, da riferirsi ad un conciliabulum di coloni viritani formatosi alla foce del fiume Foglia (Pisaurus) precedente alla fondazione della colonia romana di Pisaurum (184 a.c.). Ma ciò sarebbe contraddetto dalle iscrizioni sui cippi del lucus derivanti necessariamente dalla romanizzazione, che col suo apporto legislativo e razionale definiva i confini dei luoghi sacri come di quelli profani, consci che leggi precise evitavano dissidi e conflitti.


LE MONETE

L'Olivieri scrisse delle monete nel De luco, ma né in questa sede né altrove fornì indicazioni sufficienti per individuarle oggi tra le 12.526 monete conservate ai Musei Oliveriani.

EX VOTO
Nè sono noti dati o cataloghi di altra mano, che consentano di rimediare alla situazione creatasi nel corso dei secoli. Le notizie più particolareggiate sono comunque quelle fornite dall'Olivieri, dal quale si apprende che le monete erano oltre 4.000 (delle quali una solo d'argento) e "involte...tra carboni intorno all'are"


I BRONZETTI

Purtroppo dalla "quantità di donari e voti di metallo" (De luco) ovvero "maximam votorum donariorumque... ex metallo capiam" (Marmora) di cui scrisse l'Olivieri, attualmente è possibile individuare con certezza solamente il bronzetto di cui lo studioso fornisce uno schizzo con la notizia del ritrovamento: "in luco sacro a. 1783 ara quadrata.." 


LIBRO - LIBERO

Riferisce l'Olivieri che vicino a questa ara tra carboni e monete fu scoperto questo idoletto di bronzo con le gambe rotte, la cui figura però spiega il LIBRO che è "LIBERO". Per tradizione vengono attribuite al lucus altre due statuette ed una maschera femminile di bronzo di piccole dimensioni.


LE TERRACOTTE

Tra le oltre 150 terracotte votive rinvenute nel lucus Pisaurensis si trovano numerose teste e mezzeteste isolate e tutte velate, sia maschili, che femminili e variamente acconciate, e una infantile (in realtà si troveranno diverse statuine di bimbi in fasce), ed ancora più numerosi ex voto anatomici (maschere, braccia, mani, gambe, piedi, mammelle, organi genitali maschili e femminili).

Sono inoltre presenti statue di piccole e grandi dimensioni (figure femminili e maschili, bambini in fasce) nonché animali domestici, zampe di animali, pesi da telaio ed un manufatto tronco-conico iscritto interpretato recentemente come terminus isoscelis. 



I L CULTO ANTICO DIVENTA ROMANO

DEA EX VOTO
Il culto nel lucus va valutato in base ai dati archeologici, epigrafici, linguistici e letterari e in particolare occorre tener presente un passo di Giulio Ossequente, come avevano già indicato Braccesi e Peruzzi, dove si cita il suddetto lucus. 

La possibilità che il culto d'epoca romana si innesti su luoghi e tradizioni precedenti è usuale nello stile romano, visti anche i numerosi casi analoghi contemplati a Gubbio, Spello, Assisi, a Bettona, a Urvinum Hortense e a Fanum Fortunae. 

La religione romana tendeva a integrare le altre religioni, non peccava di assolutismo come nelle religioni monoteiste, portatrici di guerre di religione, assolutamente sconosciute prima.



I CIPPI

TERMINI O ARE?

La scoperta del lucus è legata alla figura dello studioso pesarese Annibale degli Abbati Olivieri Giordani, autore dei Marmora Pisaurensia, nella cui prefazione annunciò di avere individuato a circa un miglio da Pesaro  un antico luogo di culto. Dunque tra il 1734 e il 1737 l'Olivieri scopre il lucus, ne comprende immediatamente l'importanza e raccoglie materiale che, purtroppo, non riuscirà mai a pubblicare, per colpa dell'ignoranza e della trascuratezza dei potenti. 

TERMINUS ISOSCELIS
Resta solo un prezioso manoscritto dell'autore (De luco sacro veterum Pisaurensium, Biblioteca Oliveriana, ms. 474, fasc. 6), unica fonte per affrontare i numerosi problemi che riguardano il bosco sacro. Il primo dei problemi è quello topografico e purtroppo Olivieri ne dà scarse indicazioni.

Sappiamo solo che il rinvenimento avvenne in un campo lontano un miglio da Pesaro, vicino alla Chiesa e Borgo di S. Veneranda, sotto alla Collina di Calibano, di proprietà da tempo immemore della famiglia Calibano. Maria Teresa Di Luca ha analizzato tutte le notizie molto attentamente. 

Purtroppo l'indicazione della proprietà di famiglia non restringe l'area, vista l'estensione delle proprietà degli Abbati, degli Olivieri, e dei Giordani, che confluiscono nel patrimonio dello studioso settecentesco. 

L'area che la studiosa pensa di aver individuato a seguito dei suoi studi, è quella che si trova sulle pendici nord-orientali del colle che unisce Santa Veneranda a San Pietro in Calibano, nei pressi della chiesetta di S. Gaetano. 

M. Teresa Di Luca non concorda con l'ipotesi di Peruzzi che colloca il lucus sul versante sud-orientale del colle, in zona Fonte Magnano, sulla base dell'interpretazione di un manufatto tronco-conico come "terminus isoscelis" (termine isoscele), dato che non si conosce il luogo di rinvenimento del terminus stesso. 

La proposta di Peruzzi riguardava il riconoscimento del manufatto come un "terminus isoscelis",  cioè un cippo di confine a forma di trapezio isoscele, mentre altre interpretazioni vi avevano identificato un segno di devozione, o un basamento a sé stante o relativo a una statua perduta. 

Il cippo è in terracotta, con la superficie percorsa da solchi obliqui, e incise lettere disposte obliquamente. Vi si riconoscono un delta maiuscolo, le parole 'luci coeref' e altre lettere (Cl e LX), forse indicazioni numerali. 

Peruzzi basa la sua ricostruzione sui Gromatici (p. 325 L.) e sull'osservazione delle caratteristiche fisiche dei luoghi, riconoscendovi la situazione descritta nel testo tecnico latino: l'altura è la chiesa di S. Gaetano presso S. Veneranda e, in relazione ad essa, il "flumen inferius" di cui si legge nei Gromatici è il Genica (S2) e ''l'aqua viva" corrisponderebbe a Fonte Magnano. 
EX VOTO ALLA MATER MATUTA

In questo manufatto Peruzzi trova che le parole "luci coerei" di grande importanza, perché "coereus"  sarebbe un aggettivo sabino, che indica l'appartenenza del lucus a Giunone sabina, confortato da una testimonianza letteraria, che identifica Giunone con Curis: "curiales mensae, in immolabatur lunoni, quae Curis appellata est" (Paul.-Fest., p. 56, 21-22 Linds.). 

Ciò che l'Olivieri rinvenne nel lucus è detto nel manoscritto De luco sacro (c. 5 r.): "tredici iscrizioni in lingua e carattere antico e confinante con l'Etrusco, quantità di donarii e voti di metallo e terra cotta, statue grandi di terra cotta, monete di offerte dai tempi più antichi fino ai secoli Romani". 

Nel 1783, si rinvennero ancora una base (CIL 12 XI, 6303), un bronzetto e altre monete. Il materiale si può vedere esposto nel Museo Oliveriano, ma non c'è certezza sulla provenienza dei reperti votivi minori: potrebbero esservene di pertinenti ad altre zone. 

Tra i reperti si riconoscono, spesso di mediocre fattura, in quanto ottenute a stampo, come di solito avviene per tutti gli oggetti votivi dell'epoca, teste e mezze teste, sia maschili che femminili, parti del corpo umano, dal torso alla mano, dagli organi genitali ai piedi, e zampe di animali, statuette di bovini, ma anche figure maschili e femminili stanti, bambini in fasce, e figure femminili in trono. 
Queste ultime farebbero pensare a Dee Madri tipo Mater Matuta.

I quattordici cippi sono in pietra arenaria, materiale di zona, alti circa un metro, con forma piramidale, eccettuato un cippo parallelepipedo (CIL 12 377=CIL XI, 6299), con un'iscrizione ciascuno. 

Tredici menzionano anche la divinità cui ci si rivolge. Una base è sprovvista della parte superiore, per cui l'iscrizione si riduce al gentilizio e al verbum donandi / Nomeci[a] / dede' (CIL 12 380=ClL XI, 6302). In realtà non sarebbero cippi ma altari, che fungevano come appoggio su cui i fedeli ponevano l'oggetto dedicato alla divinità, il cui nome è iscritto sulla base. 



LA DATAZIONE

La datazione delle are è controversa e va dalla fine del IV alla metà del Il secolo a.c.. Margherita Guarducci, sulla base di confronti con i cippi del santuario di Tor Tignosa, vicino a Lavinio, propone la datazione più alta, tra la fine del IV e i primi decenni del III sec. a.c. 

ZAMPA DI BOVINO - EX VOTO
Theodor Mommsen, di solito molto attendibile, data le are alla guerra annibalica, se non prima, e, anche in relazione a ciò, oltre che alla presenza delle coloniae di Sena Gallica (283 a.c.) e di Ariminum (268 a. ipotizza l'esistenza di un conciliabulum in prossimità della foce del Foglia (SS2,3). 

Filippo Coarelli propende per una cronologia alta. Susini propone un arco di tempo che va dalla fine del III secolo a.c. agli anni successivi alla deduzione della colonia di Pisaurum (184 a.c.), riprendendo l'ipotesi del "conciliabulam", cioè della presenza di coloni successiva alla Lex Flaminia e distinguendo due tipi di incisione, l'una con un solco a sezione curva (detta 'a cordone'), l'altra, presente sulle iscrizioni che riportano il nome del dedicante, a sezione triangolare. 

Cosi le basi con i nomi delle matronae vengono collocate anche agli anni successivi alla deduzione coloniaria. Cresci Marrone e Mennella collocano le iscrizioni con la menzione alla divinità alla fine del III sec. a.c, le altre alla I metà del Il sec. a.c., e vengono considerate posteriori quelle che menzionano le matronae.

Le monete ritrovate dall'Olivieri in sito, non possono aiutarci nella datazione perchè confuse tra le oltre dodicimila monete conservate nel Museo Oliveriano. 
Per Olivieri  le monete rinvenute 'tra carboni intorno all'are' , furono circa quattromila:

"Tra tante monete dissotterrate che a più migliaia ascesero una sola di Traiano ne ho saputa rinvenire, ed una sola di Crispina di Commodo, segno evidente che poco più dagli uomini era il Luco frequentatoLa di lui eversione però non la pongo che dopo i tempi di Costanzo. Una di lui medaglia ivi scoperta mi fa credere che sussistesse ancora al di lui tempo" (De Luco, c. 14 r). 

Assai interessante è la correlazione cronologica indicata da Braccesi tra l'affievolirsi del culto nel lucus e la svolta d'età augustea, allorquando Pisaurum si lascia repentinamente alle spalle la tradizione dei prodigi infausti: l'ipotesi è che il lucus servisse a togliere la contaminazione antichissima dell'aurum Gallicum.

SENI EXVOTO
L'analisi linguistica condotta sui testi induce Peruzzi a riconoscere nel latino delle iscrizioni un latino né rozzo né arcaico, ma un latino diverso da quello di Roma e proprio della classe dominante a Pisaurum, 'per cultura e per censo se non anche per numero', che presenta una facies prettamente sabina. 

Per la cronologia Peruzzi non crede la dedica a Liber anteriore al senato-consulto del 186 a.c., (CIL 12, 581) che vieta si i riti orgiastici e le associazioni per organizzare baccanali, ma non il culto di Liber. 

Peruzzi ascrive, inoltre, a un periodo di tempo più circoscritto tutte le arae, anche in ragione della rapida scomparsa della lingua che esse testimoniano; riguardo alle differenze nell'incisione, al di là delle diverse officine, Peruzzi accetta un'anteriorità delle basi con i soli nomi delle divinità, visto che esse sono gli appoggi per i doni che i fedeli offrono alla divinità e si trovano nel lucus fino dalla sua istituzione, che Peruzzi vuole coeva alla deduzione coloniaria.

Di poco posteriori sarebbero le restanti iscrizioni, che si sono aggiunte al gruppo originario. Tra esse Peruzzi individua 'un preciso caposaldo di cronologia assoluta'; si tratta dell'iscrizione CIL 12 378 (=CIL XI, 6300) che riporta:
'lunone Re[ginaJ / matrona / pisaurese / dono dedrot'
"L'ordo matronarum di Pisaurum celebra un sacram publicum per Giunone Regina". L'ordo matronaram nella già dedotta colonia di Pisaurum,  espiano un prodigio nefasto avvenuto nel territorio o nella città stessa. 

L'evento prodigioso potrebbe essere stato semplicemente la guerra annibalica, o la presenza di Asdrubale nella zona. Oppure si può ricercare il prodigium tra gli eventi innaturali e inquietanti riportati dalla tradizione per Pisaurum. 

AREA DEI RINVENIMENTI
DEL LUCUS PISAURENSIS
Scrive Braccesi: 'il misterioso lucus è frequentato luogo di culto fin dai primi anni di vita della colonia, quando già la tradizione, per il 163 a.c., registra il primo sconcertante prodigio avvenuto in Pesaro'. Si tratta del prodigio del sole notturno descritto da Giulio Ossequente (Prod., ad a. 657 Rossbach, p. 168). 

In effetti, considerando aspetti cultuali e presenze femminili, Braccesi aveva potuto sottolineare la connessione del lucus con cerimonie espiatorie (piacula); la presenza del culto di Apollo, comunque divinità dalla connotazione purificatrice e l'atmosfera di religiosità femminile sono elementi che si ritrovano congiunti nella grandiosa cerimonia espiatoria indetta in Roma nel 207 a.c. per scongiurare terrificanti prodigi alla vigilia della battaglia del Metauro (Liv., 27 , 37, 7-15). 

Un'altra iscrizione posteriore alla fondazione della colonia, che parla di matronae, ci informa di un atto di culto privato, sebbene di signore abbienti e appartenenti all'élite locale, è CIL 12 379 (=CIL XI, 6301); il testo riporta: 
'Alatre / Matuta / dono dedro / matrona / Caria // Pola Livia / deda'. 

Numerosi problemi sono sorti in relazione all'interpretazione della parola deda alla linea 7, Mommsen vede in deda una forma verbale (un perfetto di tipo umbro), ma la De Bellis lo esclude perchè il verbum donandi è in effetti già espresso nel testo, ed esclude che si tratti del nome di una terza matrona, come aveva proposto il Meister ai primi del Novecento.

Deda, in latino "dida", significa mammella ed è un sostantivo plurale femminile, che possiamo tradurre, sulla scorta di Peruzzi, con 'nutrici', appartenenti alle rispettive gentes e perciò prive di nomen. Mania Curia e poi la Livia sono matronae importanti, legate da una comune appartenenza all'élite di Pisaurum Matronae che rappresentano due importanti famiglie come quelle dei Curii e dei Livii.

Dalle indagini e dai reperti storici, si deduce che il santuario era dedicato a Divinità Salutifere, con particolare riferimento al culto delle acque. Presso gli abitanti della zona rimane infatti il ricordo delle Fontanine, dove ci si recava a prendere acqua perché particolarmente buona. Esse si trovavano ai piedi della chiesetta di san Gaetano, e sono state prosciugate nel 1963. .



BIBLIO

- Filippo Coarelli - "Il lucus Pisaurensis e la romanizzazione dell'Ager Gallicus" - in Christer Bruun (a cura di) - The Roman Middle Republic: Politics Religion and Historiography c.400-133 C.C. - Institutum Romanum Finlandiae - Rome 2000 -
- Maria Teresa Di Luca, Gabriele Baldelli, Pier Luigi Dall'Aglio - Il lucus Pisaurensis (Pesaro e l'Archeologia. Quaderni tematici) - Comune di Pesaro - 2004 -
- Mario Luni - Archeologia nelle Marche - 2003 -
- Nereo Alfieri - Scritti di topografia antica sulle Marche - a cura di Gianfranco Paci - Ed.Tipigraf - 2000 -





LUCUS ARICINAE - NEMUS ARICINUM


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DIANA NEMORENSIS DAL SANTUARIO DI NEMI
Il Nemus Aricinum era l'equivalente del lucus Dianae, quindi il bosco sacro della Dea Diana, posto nel Lazio, non lontano da Romanella zona dei Castelli Romani. Nel nemus Aricinum, il bosco sacro a Diana che si stendeva presso il lago di Nemi, vicino ad Aricia (Ariccia), viveva e operava ancora in piena età imperiale un sacerdote antico, chiamato Rex Nemorensis, votato al culto della stessa Diana.

Doveva essere giovane e vigoroso, fattore indispensabile per la sua carica: il rex Nemorensis, infatti, doveva sempre stare in guardia armato di spada, poiché avrebbe perduto il sacerdozio e la vita, se un avversario più forte fosse riuscito a ucciderlo dopo avere strappato un ramo da un albero sacro alla Dea.

Com’è facile immaginare, un simile sacerdozio non era ambito, tant’è vero che ormai rischiavano la vita solo gli schiavi fuggitivi, pronti a tutto pur di evitare la punizione dei loro padroni. La carica veniva comunque perpetuata per lo scrupolo religioso tipico dei Romani che non dovevano mai trascurare i propri Dei nè le vecchie tradizioni, pena la rottura della Pax Deorum, quella che aveva, nell'immaginario collettivo, reso grande Roma.

LE MANI DELLA DEA (NAVI DI CALIGOLA A NEMI)
Si pensa che il rex Nemorensis fosse un rex sacrorum federale, visto che il “re del bosco” era votato al culto della Diana italica, una divinità tipicamente latina e arcaica, retaggio di una Grande Madre trinitaria.

Comunque per volere del re Servio Tullio i Latini istituirono un santuario federale in onore di Diana anche sull’Aventino, affinchè Roma non avesse niente da invidiare alla Lega. Di certo il culto comune sul monte Albano non venne abbandonato, ma ora il santuario albano aveva un pericoloso concorrente che acquistava sempre importanza maggiore.

Tarquinio il Superbo, di certo pessimo re, fu però ottimo generale dell'esercito e avrebbe convocato e presieduto un’assemblea generale dei Latini, "ad lucum Ferentinae", nel bosco sacro della Dea Ferentina, in cui, riferisce Livio, riuscì alla fine a sottometterli riuscendo a farsi nominare “rex nominis Latini” (o “rex Latinorum”).

SANTUARIO DI NEMI
Servio Mario Onorato collocava sotto il tempio di Saturno le ossa di Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra, nonchè fratello di Elettra, che furono trasferite dal santuario del lucus di Aricia; segno che il bosco sacro aveva perso un po' della sua importanza a favore di Roma.

Dopo la battaglia del Lago Regillo, e poi dopo la morte del re Tarquinio, i Latini credettero bene di riorganizzarsi in una lega creando un dictator e un rex sacrorum, uno per i doveri civili e uno per quelli religiosi.

Per queste decisioni la Lega scelse un luogo estremamente sacro e pure extraurbano, dove era molto pericoloso tradire i patti perchè era la Dea Diana a custodirli, e il luogo fu il Nemus Aricinum. Qui le otto città latine elessero quale "dictator latinus" il tuscolano Egerio Bebio e insieme crearono il loro primo rex Nemorensis, con un rito del tutto latino e per niente romano, colui che da sè doveva difendere il suo ruolo sacrale e la sua vita.

In pratica la paura della sopraffazione romana aveva risvegliato i riti antichi e barbari dei latini che nel momento del pericolo ricorrevano ai sacrifici umani per placare la Dea potente e assetata di sangue che aveva loro voltato le spalle.

IL LAGO DI NEMI

IL MITO DI IPPOLITO 

La versione più nota è quella della tragedia di Euripide dell'Ippolito Coronato che racconta di un giovane orgoglioso della propria verginità che scelse di vivere casto e di dedicarsi esclusivamente al culto di Artemide ed alla caccia. La scelta offese Afrodite che lo punì facendo innamorare di lui la sua matrigna Fedra, la quale, rifiutata, si suicidò lasciando al marito (Teseo, padre di Ippolito) un biglietto dove lo accusava di averla violentata.

Teseo non credette al figlio e lo fece esiliare dalla città ma mentre questi usciva dalla città, un toro fece spaventare i suoi cavalli che, imbizzarriti, lo fecero cadere, lo trascinarono e lo sbatterono contro le rocce. Ippolito fu portato agonizzante a Trezene, città dell'Argolide, ed Artemide comparve a Teseo rivelandogli la verità su Fedra, ottenendo così, prima di morire, il perdono dal padre, perdono però ingiustificato visto che era innocente, semmai era Teseo che avrebbe dovuto ottenere il perdono del figlio.

Comunque Artemide la pietosa, conscia di ciò, fece resuscitare Ippolito da Esculapio, ma Ippolito rifiutò di perdonare il padre (e si può capire) e si trasferì nel Latium nei pressi di Aricia dove vi portò il culto di Artemide e ne divenne il re. Artemide cambió poi il suo nome in Virbio, ma in altri miti fu il figlio di Ippolito.

In età monarchica il primo re di Nemi fu secondo la tradizione Ippolito figlio di Teseo, quello che aveva ucciso il minotauro con l'aiuto del filo di Arianna, re di Atene. Si ha notizia poi che ci fu anche Virbio come Rex Nemorensis figlio di Teseo e Aricia.

Frazer in proposito scrisse "Il ramo d'oro", un celeberrimo libro di antropologia tradotto in tutte le lingue, dove definisce d’oro il ramo di Nemi, pensa erroneamente di riconoscere l’albero sacro con una quercia, da un passo virgiliano, mentre il ramo d’oro sarebbe stato del vischio che cresceva abbarbicato ad essa, un ramo che sembra dorato per le sue bacche gialle.

Insomma si trattava di un ramo di un certo albero ma non si sa quale. a parte che nei lucus, cioè nei boschi sacri, era proibito per chiunque tagliare e perfino raccogliere rami. Solo il sacerdote poteva farlo in vista di certe festività.


ARTEMIDE TAURICA

Il mito fa pensare a un capo tribale che mantiene il suo ruolo finchè un altro campione non lo sfidi e lo vinca. Nel contesto il pretendente avrebbe tentato di sposare la regina per ereditare il trono, fallito il colpo va a fondare con i suoi seguaci un'altra città.

Servio narra di come il rito fosse percepito remoto e barbaro dai romani, facendolo derivare dai cruenti sacrifici offerti ad Artemide Taurica, descritti nella tragedia di Euripide, l’Ifigenia in Tauride, ovvero la figlia di Agamennone e Clitennestra sacrificata dal padre poco paterno a Nettuno per placare una tempesta.

Secondo il mito Oreste, colpevole di matricidio, forse commesso per sbaglio, aveva condotto nel bosco aricino la statua di Artemide dal Chersoneso, o Artemide Taurica, con il suo culto, appunto, cruento e straniero, divenendo il primo rex nemorensis. I seguaci della Dea nel Chersoneso (penisola di Crimea) avrebbero infatti ucciso e immolato alla Dea qualsiasi straniero fosse approdato in quella terra.

Praticamente un condannato che sfugge alla sua pena rifugiandosi nel bosco sacro per salvare la vita, finché altri non lo sfidi. Secondo alcune tradizioni il re poteva venire sfidato ogni cinque anni, durante i quali egli era inviolabile, e sembra una tradizione attendibile.

Nelle Argonautiche di Valerio Flacco, Oreste narra esplicitamente di essere fuggito dalla crudele Diana Taurica, divenendo il re di Aricia e del bosco di Egeria, quindi un rex nemorensis. Con la differenza che là doveva uccidere gli intrusi mentre qua doveva difendersi dall'aspirante re.

EMISSARIO ROMANO DEL LAGO DI NEMI

POCO SACERDOTE E POCO RE

Strabone, che si riferisce anch'egli alla storia di Oreste fuggiasco e inseguito dalle Furie, sottolinea l’elemento “barbaro” percepito nel cruento rituale di successione del rex e nel fatto che questi si muovesse sempre armato all’interno del santuario, caratteristica che lo rendeva del tutto anomalo agli occhi dei contemporanei, sia come sacerdote che come re, in quanto ambedue inviolabili per le leggi romane.

Sembra peraltro che Caligola tifasse per un nuovo pretendente al rex del Nemus affinchè abbattesse il precedente rex, in carica, a suo dire, da troppo tempo: "Nullus denique tam abiectae condicionis tamque extremae sortis fuit, cuius non commodis [Caligula] obtrectaret: Nemorensi regi, quod multos iam annos potiretur sacerdotio, validiorem adversarium subornavit."

Non sappiamo chi abbia vinto ma conosciamo la follia di Caligola, anche se forse esagerata dalle cronache cristiane. Comunque in era imperiale, la successione al seggio Nemorensis avveniva in un modo ormai incomprensibile per i romani, disavvezzi a tali culti vagamente tribali. In effetti, le origini del sacerdozio dovevano risalire all’età regia, e il mondo romano da allora era molto cambiato. .


BIBLIO

- AA.VV. - Les bois sacrés - Actes du Colloque International, du Centre J. Bérard - Napoli - 1993 -
- Servio - Ad Aeneidem -
- Giuseppe Ragone - Dentro l'àlsos. Economia e tutela del bosco sacro nell'Antichità Classica in Il sistema uomo-ambiente tra passato e presente - Bari - 1998 -
- Julien Ries - Saggio di definizione del sacro - in Grande dizionario delle Religioni (a cura di Paul Poupard) - Assisi - Cittadella-Piemme -




LUCUS FERENTINAE


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CERERE FERENTINA

"Hercoli quaerenti nulla erant signa ad speluncam ferentia"
(nella sua ricerca Ercole non trovò segni della spelonca ferenzia)
(Virgilio - Eneide)

Nel Latium risiedevano almento tre boschi sacri, tre lucus: quello di Diana Nemorense presso Aricia, quello di Ferentina sotto il monte Albano e quello di Diana a Corne presso Tuscolo, tutti siti extraurbani, ma nei pressi di importanti centri latini. 

L’uso di boschi sacri come luoghi di riunioni politiche ο militari è estremamente arcaico ed ha riscontri anche a Roma, forse perchè qualsiasi patto di alleanza o accoglienza aveva valore di giuramento se fatto nel luogo sacro dedicato alla Grande Dea che anticamente regnava nei boschi.

Tarquinio il Superbo, di certo pessimo re, fu però ottimo generale dell'esercito e avrebbe convocato e presieduto un’assemblea generale dei Latini, "ad lucum Ferentinae", cioè nel bosco sacro della Dea Ferentina, in cui, come riferisce Livio, riuscì alla fine a sottometterli e a farsi nominare “rex nominis Latini” (o “rex Latinorum”). Fare un patto in un lucus significava invocare la Dea per il giuramento di fedeltà al patto, chi tradiva il patto incorreva nelle ire della Dea del lucus.

L’asylum romano, quello dove i romani accolsero la feccia dei paesi limitrofi, insieme ai dissidenti e ai perseguitati, onde avere più soldati pronti a difendere Roma, sembra collegato all’ingresso al colle capitolino presso il tempio di Saturno, altro posto sacro ai giuramenti. 

Una notizia di Mario Servio collocava sotto di esso le ossa di Oreste, figlio di Agamennone e di Clitennestra, nonchè fratello di Elettra e di Ifigenia, che furono trasferite da Aricia; particolare che per alcuni si spiega con le tradizioni mitiche che ponevano sul Campidoglio i Sabini, discendenti, secondo alcuni, dagli Spartani.

Secondo Eschilo, invece, vi fu un processo ad Atene dove Apollo (ispiratore dell'assassinio dei due amanti Egisto e Clitennestra) difese Oreste mentre le Erinni lo accusarono. I voti della giuria furono pari ma Atena, in quanto presidente dell'Areopago, diede il suo voto in favore di Oreste, giudicando la morte della madre meno importante di quella del padre; quindi il trapasso da matriarcato a patriarcato.

Il trasferimento delle ossa di Oreste ad Aricia, il bosco sacro della Dea Diana, testimonia pertanto un mutamento dei costumi verso il potere maschile, potere prima largamente tenuto dalle sacerdotesse.

DEA FERENTINA IN TRONO (?)

IL SITO DEL LUCUS

Il Locus Ferentinum o Lucus Ferentinum, o semplicemente Ferentinum, era Ferento, Ferentino o Foro della Ferentina), cioè la sede delle riunioni periodiche della Lega Latina dopo la distruzione della capitale latina di Alba Longa nel VI secolo a.c.

Il suo sito, cioè il bosco sacro dei Colli Albani in provincia di Roma, dove si riuniva la federazione delle città della Lega Latina è stato individuato da Christian Mauri, docente di Archeologia presso l’Università “Unitre” di Albano Laziale, con Cecchina, nell'area dei Castelli Romani.

Il sito era stato finora collocato comunemente presso Marino, anche se recentemente e sebbene le memorie riguardanti il Locus Ferentinum non siano anteriori alla distruzione di Alba Longa, lo storico ed archeologo ottocentesco marinese Girolamo Torquati (1828 - 1897) ha ipotizzato che il Ferentinum possa essere stato il Forum dell'antica capitale latina.

Il Torquati, supportato dall'archeologo romano Antonio Nibby (1792 - 1839), collocherebbe Alba sul lato orientale del lago Albano ai piedi del Monte Cavo, interpretando alla lettera la definizione di Dionigi di Alicarnasso, che parla della capitale latina come fondata "vicino ad una montagna e ad un lago, occupando lo spazio tra i due".

"Perciò Ferentinum si sarebbe trovato all'esterno della città, ma sufficientemente vicino a questa per poter essere il suo foro: l'usanza di costruire il foro esterno alla città era comune anche ad altre popolazioni italiche e si riscontra in altri siti archeologici. Ad oggi comunque l'opinione più comune colloca sul lato meridionale del lago, tra il Colle dei Cappuccini presso Albano Laziale ed il "Convento di Santa Maria ad Nives di Palazzolo", nel comune di Rocca di Papa. 

Il toponimo è collegato al culto della Dea indigetes Ferentina, venerata come divinità dell'acqua e della fertilità presso il bosco Ferentano, che ancora mantiene il suo nome. Il nome di "Ferentina" deriverebbe dal verbo latino "fero, produco", sicché è traducibile "colei che è fruttuosa". 

Nella strada che sale dalla valle della Ferratella e sale alla piazza della Navicella, e che dicesi Via delle Mole, conduce alla Porta che, essendo nella direzione del celebre luco di Ferentino presso la città di Marino, dove i latini adunavano la loro dieta, ebbe perciò il nome di Porta Ferentina, e viene nominata da Plutarco nella Vita di Romolo c.XXIV, dicendo che quel fondatore purificò con lustrazioni la città, e che quelle cerimonie dicevansi essere le stesse di quelle che, ai suoi dì, facevansi alla Porta Ferentina."

(Antonio Nibby - Roma 1838)

La prima nomina del Locus Ferentinum è a causa di una riunione convocata nel 651 a.c. dai rappresentanti della Lega Latina per discutere del crescente strapotere di Tarquinio il Superbo. Nel primo giorno di riunione, assente Tarquinio, il delegato di Aricia, Turno Erdonio, tenne un violento discorso contro il sovrano romano, che non appena arrivò pensò bene di punire l'aricino facendolo gettare da una rupe nella vicina sorgente del Caput Aquae Ferentinum, e poiché non era morto ordinò ai suoi schiavi di lapidarlo.
Altre riunioni della Lega Latina si tennero a Ferentinum nel 500 a.c., nel 499 a.c., nel 498 a.c., nel 488 a.c. ed infine nel 347 a.c. Le riunioni riguardavano i centri di:
- Latium adiectum
- Castriminium
- Vulturnum
- Casinum Aquinum,
- Fregellae,
- Arpinum,
- Verulae,
- Fabrateria_Vetus,
- Setia,
- Norba,
- Astura,
- Lavinium,
- Tolerium,
- Suessa Aurunca,
- Teanum_Sidicinum,
- Anxur Ferentinum,
- Aricia,
- Antium,
- Samnium Latium vetus.


La riunione, in località Prato della Corte, oggi in parte distrutta ed in parte venduta dagli scopritori, alcuni locali intonacati, identificati dallo storico ed archeologo Girolamo Torquati con le abitazioni dei delegati della Lega Latina, infine una fontana ricca di ornamenti, quasi sicuramente collegata al vicino acquedotto di Pozzo Calvino sito in comune di Grottaferrata, ed altri resti riconducibili ad una villa romana di età imperiale appartenente alla gens Servilia, come testimoniato da una smozzicata epigrafe ivi rinvenuta
«SERVILIA QE[...]
NATA IULIA ANN[...]
AMATA A PATRE»
«Servilia nata Giulia amata dal padre»


ACQUEDOTTO ROMANO

CECCHINA

Cecchina fu abitata dall'età del Bronzo fino all'età repubblicana, con il nome di Lucus Ferentinae (il bosco sacro di Ferentina). In questo luogo venne ucciso alla fine del VI secolo a.c., al tempo di Tarquinio il Superbo, il delegato aricino all'assemblea della Lega, Turno Erdonio, che osò opporsi al volere del superbo re di Roma che lo fece affogare in un fosso.

Le tombe a fossa restituirono circa 20 scheletri ammassati tra loro e privi dei crani, i quali vennero rinvenuti in una fossa circolare a parte, segno evidente di un'esecuzione capitale, che potrebbe riguardare gli uomini coinvolti con Erdonio nella ribellione a Tarquinio,  in occasione di una riunione della Lega Latina alla fine del VI secolo a.c., a causa della sua opposizione nei confronti del re di Roma.

A breve distanza si trova lo sbocco dell'emissario di Nemi a Cecchina, riconoscibile con il caput aquae Ferentinae riportato dagli storici e presso il quale venne ucciso Turno. Da segnalare infine il celebre tempio di Valle Ariccia, rinvenuto subito al di sotto del costone di tufo di Via Perlatura, nel lato verso Cecchina, il quale ha restituito le bellissime statue in terracotta di tre divinità femminili Cerere Proserpina ed appunto Ferentina, oggi conservate nel Museo delle Terme a Roma.

Nella parte di nord-est della spianata identificata con il sito archeologico furono rinvenuti fibule di metallo e vasi di terracotta, il tutto oggi disperso o peggio distrutto. L'analisi archeologica e topografica compiuta a Cecchina ha evidenziato qui la presenza di un abitato a costante continuità di vita dall'età del Bronzo fino all'età repubblicana, il cui confronto con le fonti letterarie ha permesso di identificare con l'antica Ferentina. 

Questa cittadella sorgeva fin dall'epoca arcaica all'interno del territorio di Ariccia ed a non molta distanza dalla città volsca di Corioli (oggi Monte Giove). Tra gli importanti ritrovamenti archeologici effettuati a Cecchina nel corso del Novecento ricordiamo l'abitato dell'età del Ferro venuto alla luce negli anni settanta lungo Via Perlatura e la necropoli arcaica di Via Lazio, rimasta inedita per molti anni. 

Non lontano da Cecchina è la località di Montagnano (frazione di Ardea), in cui sono emersi molti reperti di età preistorica (conservati nel Museo Civico di Albano) ed una tomba a pozzo del IX secolo a.c. (oggi nel Museo di S. Scolastica a Subiaco). Il nome deriva dall'antico villaggio di Giano, riportato da Virgilio nell'Eneide (VII, 601-622) ai tempi dello sbarco di Enea nel Lazio. 

Nel Medioevo sorse sul luogo il Casale di Monte Giano (oggi Tor di Sbarra), in località Monte Jani, da cui deriva il nome Montagnano. Non lontano verrà aggiunto nel Cinquecento il bel mulino di Montagnano, alimentato dalle acque dell'emissario di Nemi.

Si reputa trattarsi del villaggio di Giano citato da Virgilio, ai tempi dello sbarco di Enea nel Lazio e vicino a cui si ergeva un tempietto dedicato a Giano. Il re Latino avrebbe dovuto, secondo le regole, aprire le porte del tempio, chiuse da sbarre di bronzo e dichiarare guerra ai Troiani, ma invece volle accogliere i profughi.

La località, fino al Medioevo, veniva chiamata Monte Jani, cioè Monte di Giano, è un peccato che non sia stato ripristinato il nome primevo. Molti nomi in Italia dovrebbero essere riportati alla loro origine, troppo spesso sopraffatti da nomi di santi o addirittura di uomini politici.

In epoca romana intorno a Cecchina sorsero molte ville romane, tra cui la più importante fu la villa del console Memmio Regolo in località Le Cese, dove sono state rinvenute molte statue, tra cui un Sileno con pantera (oggi ai Vaticani) ed una statua colossale di Artemide. 

LUCUS FERENTINAE VICINO MARINO
Altra villa fu quella di Senecianus presso il casale della Pagliarozza, che ha restituito molto materiale, tra cui i resti di un cornicione romano e tegole con bolli. Da segnalare soprattutto le molte ville di liberti imperiali del II secolo d.c. in località Cancelliera. 

Per ultima la cosiddetta villa di Flavio Fileconzio in Via Perlatura, con sottostante criptoportico, di cui rimangono oggi un mosaico ed alcune strutture in opera incerta. Notevoli anche i mosaici di una villa romana in Via Tor Paluzzi.

Nel quadro di tanta bellezza si conserva il bosco sacro di Ferentina, ritenuta dai più Dea delle acque, una Dea decisamente arcaica, il cui nome, anche se un po' addolcito nel diminutivo, rimanda alla Dea delle fiere (Dia Ferae, dal termine latino fera ferae = fiera o belva), corrispondente all'antica Potnia Theron, la Signora delle Belve, come dire la Dea della Natura Selvaggia. Tutto parte da lei e riporta a lei, e il bosco con la sua semioscurità ben la rappresenta.

Il bosco sacro non poteva essere toccato, nessuno poteva uccidere un animale o tagliare un ramo, se non nelle feste sacre dove i sacerdoti staccavano i rami consegnandoli alla popolazione che li conservava come rami benedetti. Un po' come la Domenica delle Palme, ma non dobbiamo scomodare culti stranieri per capire le nostre radici, i lucus pullulavano nel suolo italico, onorati e venerati da ogni popolo italico. .


BIBLIO

- AA.VV. - Les bois sacrés - Actes du Colloque International, du Centre J. Bérard - Napoli - 1993 -
- Servio - Ad Aeneidem -
- Giuseppe Ragone - Dentro l'àlsos. Economia e tutela del bosco sacro nell'Antichità Classica in Il sistema uomo-ambiente tra passato e presente - Bari - 1998 -
- Julien Ries - Saggio di definizione del sacro - in Grande dizionario delle Religioni (a cura di Paul Poupard) - Assisi - Cittadella-Piemme -





 

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