MAUSOLEO DI SANT'ELENA


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RODOLFO LANCIANI


"Mausoleo di Elena a Torre Pignattara (così chiamata dalle pignatte, o vasi di terra costruite nel caveau per alleggerire il peso) è di forma rotonda, e contiene sette nicchie o rientranze per sarcofagi. Uno di questi sarcofagi, famoso nella storia dell'arte, è stato rimosso dalla sua posizione già alla metà del XII secolo da Papa Anastasio IV, che ha scelto per il suo luogo di riposo. 

E' stato preso alla basilica del Laterano, dove sembra essere stato molto danneggiato dalle mani di pellegrini indiscreti. Nel 1600 venne traslata dal vestibolo alla tribuna, e quindi al chiostro. Quando Pio VI. aggiunse alle meraviglie del Museo Vaticano, è stato sottoposto ad un accurato processo di restauro che impiegò venticinque scalpellini per un periodo di nove anni.

I rilievi su di esso vengono eseguite abbastanza bene, ma mancano di invenzione e di novità. Essi sono in parte presi in prestito da un lavoro più vecchio, in parte combinato da varie fonti in modo straordinario; cavalieri librarsi in aria, e sotto di loro, i prigionieri e cadaveri sparsi. Essi sono destinati a rappresentare una processione trionfale, o forse un decursio militari, che è stato fatto in precedenza.

Quando l'amore per lo splendore, che era caratteristica dei Romani della decadenza, li indusse a prendere possesso dell'enorme blocco di pietra, di cui è stato fatto questo secondo sarcofago, l'arte della scultura era già degenerata; tutto ciò che potrebbe realizzare doveva impartire a questa massa di roccia più di una architettura di una forma plastica. 

Le rappresentazioni con cui il sarcofago è ornata o figurata, a seconda dei casi può, se trovata altrove, difficilmente attirare la nostra attenzione. Sui lati sono festoni che racchiudono gruppi di ragazzi alati in grado di raccogliere l'uva; alle estremità sono figure simili che percorrono le uve. Questo sarcofago fu rimosso per la Sala della Croce greca dallo stesso illuminato papa Pio VI. 

Può sembrare indiscreto e anche offensivo da parte di Anastasio IV di aver rimosso i resti di una imperatrice canonizzata da questo nobile sarcofago in modo da avere il proprio posto in esso; ma dobbiamo tenere a mente che, sebbene la Torre Pignattara ha tutta l'apparenza di un mausoleo reale, e anche se il terreno su cui sorge è noto per aver fatto parte della corona, Eusebio e Socrate negarono che Elena fosse stata sepolta a Roma. 

La loro affermazione è contraddetta dal "Liber Pontificalis" e da Beda, e, soprattutto, dalla somiglianza tra questa bara di porfido e quella scoperta nel secondo mausoleo di cui ho parlato, cioè di S. Costanza, sulla via Nomentana."


RICOSTRUZIONE

Il Mausoleo di Flavia Iulia Helena Augusta, madre dell'imperatore Costantino, sorge al terzo km della via Casilina, che ripercorre il tracciato dell'antica Labicana, via di comunicazione fra Roma e Labico, odierni Colli Albani. Da Costantino in poi si ebbe ad un'intensa attività edilizia a carattere religioso, basiliche monumentali furono costruite smontando i templi pagani o costruendone di nuovi.

A Roma sorsero sia dentro che fuori le mura. Per esempio, sopra la caserma, castrum, degli equites, fatta radere al suolo da Costantino dopo la battaglia a Ponte Milvio, Costantino fece erigere la Basilica Laterana, prima sede dei papi.

Sulla via Labicana, presso la località Ad duas Lauros, ai due allori, vi era una necropoli, risalente al III sec. a.c., degli "equites singulares", guardie imperiali a cavallo. Dalla seconda metà del III sec. vi vennero seppelliti i cristiani, odierna catacomba dei Santi Marcellino e Pietro con le spoglie dei due martiri. Intorno al 320 d.c. vi venne eretta una basilica funeraria a forma di arena di circo, recentemente rinvenuta e come al solito di nuovo reinterrata.

La basilica, orientata ad est lunga 65 m x 29, aveva pianta a forma di "circo", divisa in tre navate da una serie di pilastri. La zona era anche ricca di villae. Nell'area dell'ex aeroporto di Centocelle sorgeva quella imperiale della madre di Costantino ed una di dimensioni minori, parzialmente e barbaramente distrutti con la realizzazione delle piste nel 1926. Ora i resti delle due ville fanno parte del Parco Archeologico di Centocelle.




IL SEPOLCRO

Sulla facciata est di questa basilica oggi reinterrata, venne addossato il grande Mausoleo circolare della madre di Costantino, Elena, morta nel 330 d.c. e dichiarata santa come del resto suo figlio, nonostante Costantino abbia assassinato sua moglie, cuocendola viva, e suo figlio.

Il sepolcro doveva essere destinato alle spoglie di Costantino, perchè il sarcofago della madre era ornato con scene di battaglia, più adatte alle gesta di un imperatore. Del monumento resta oggi un rudere presso la moderna chiesa parrocchiale dei SS. Marcellino e Pietro, nella zona di Torpignattara, cosiddetta per le anfore, in dialetto romanesco "pignatte", usate nel mausoleo per alleggerire la cupola, caratteristica delle volte dell'epoca, come ad esempio a Villa Gordiani, oltre che per ridurre il periodo di tiro delle malte.

Papa Anastasio IV fece comunque togliere i resti di S. Elena, santa già canonizzata (ammesso che fossero davvero i suoi resti) e la prenotò con non grande modestia per se stesso. Infatti alla sua morte venne tumulato nel prezioso sepolcro.


Descrizione

Una delle più interessanti costruzioni a pianta centrale del periodo tardo-romano, con un diametro esterno di m. 27,74 e uno interno di m. 20,18. In origine era alta m. 25,42 ed era costituita da due corpi sovrapposti: il basamento è ora completamente distrutto dalla parte ovest, mentre i resti del tamburo sono ancora in piedi a nord, dove si poggia una parte della cupola.

Questa aveva un'intelaiatura di otto costoloni in laterizi diramati a raggio dalla sommità, come dimostrano i resti.

Nel cilindro inferiore aveva otto nicchie larghe m 4,80, alternativamente rettangolari e semicircolari, coperte da volte a botte e da semicupole; tutte le volte presentano doppia ghiera di mattoni bipedali di cm. 60x60.

La nicchia rettangolare ad ovest serviva da ingresso all'atrio, mentre la corrispondente nicchia ad est, più ampia, di m. 5,50, conteneva il sarcofago dell'imperatrice.

Sopra le nicchie correva un tamburo, del diametro di m. 20,18, rientrante rispetto al basamento, dove si aprivano otto finestre ad arco ribassato, per l'illuminazione dell'ambiente, incorniciate da grandi arcate all'esterno.

Una fila di mensole disposte a raggiera, in parte conservate, coronava sia il corpo inferiore che il tamburo e al di sopra delle mensole, iniziava con due gradini la cupola che probabilmente aveva l'occhio centrale, come in genere negli edifici tondi e a cupola, tipo il Pantheon.

Successivamente, per le infiltrazioni d'acqua, la cupola è stata ricoperta con uno strato massiccio di malta, murandone all'interno i gradoni.

Si conserva ancora una scala coperta con volta a capanna, ricavata nel pilastro ad ovest della nicchia di fronte all'ingresso, che conduce al tamburo, peril passaggio di controllo esterno.

 I muri a sacco, di malta mista pezzi di tufo, sono rivestiti di mattoni disposti in filari. anche le fondamenta sono in pezzi di tufo e malta, con inserimenti di pezzi di marmo e travertino riciclati.

Risale al 326-330 d.c., come testimoniano i bolli laterizi e una moneta rinvenuta nella malta del 324-326. L'esterno del mausoleo era coperto d'intonaco bianco, con una fascia in lastre di travertino in basso, e la calotta era rivestita di opus signinum, un impasto di malta di calce e piccoli frammenti di terracotta, molto impermeabile.

I muri del suo interno erano rivestiti di opus sectile a marmi colorati, ricostruiti in base ai fori delle grappe in metallo che fissavano i marmi. L'interno della cupola era a mosaico, di cui restano alcune tessere, e probabilmente erano a mosaico anche le arcate e le nicchie.




IL SARCOFAGO

Era in pregiato in porfido egizio rosso scuro, di arte romana orientale inizi IV sec., di m. 2,68 x 2,42 x 1,84, conservato fin dal 1778 in Vaticano nel Museo Pio Clementino.

IL SARCOFAGO
Il mausoleo, dopo la traslazione delle reliquie di Santa Elena, del 1130, nella chiesa dell'Ara Coeli in Campidoglio sotto papa Innocenzo Il, venne totalmente abbandonato, finchè fu riscoperto alla fine del 1500 dallo studioso Antonio Bosio, che ne indicò il luogo, la planimetria e le decorazioni.

Illuminanti sul Mausoleo sono sono i disegni del 1756 di G.B. Piranesi, del rudere e delle aggiunte edificate al suo interno. In particolare un pozzo quasi al centro dell'edificio che fa pensare a un ambiente al di sotto del mausoleo, non ancora confermata da rinvenimenti archeologici.

Probabilmente, come la maggior parte dei mausolei, nel Medioevo fu utilizzato come fortilizio munito di ponte levatoio.

Nel 1632 il Capitolo Lateranense, cui il monumento apparteneva dal 1217, fece costruire la chiesa dei SS. Marcellino e Pietro, all'interno del mausoleo (sig!).

Nel 1922 venne costruita la moderna chiesa dei SS. Marcellino e Pietro, e la chiesetta nel mausoleo fu sconsacrata. Attualmente il Mausoleo di Elena è oggetto di una campagna di scavi e di restauri a cura della Soprintendenza Archeologica di Roma.


BIBLIO

- Laura Vendittelli - Il mausoleo di Sant'Elena - Scavi 1993-2000 - Milano - Mondadori Electa - 2005 -
- Il Mausoleo di Sant'Elena a Tor Pignattara - Istituto Tecnico Commerciale "Di Vittorio" - Roma - Fratelli Palombi Editori - 1998 -
- Rodolfo Lanciani - Roma pagana e cristiana - 1893 -
- Pasquale Testini - Archeologia Cristiana - II ed. - Bari - Edipuglia - 1980 -


 



FLAVIO BASILISCO - FLAVIUS BASILISCUS (Usurpatore: 475-476)


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Nome completo: Flavius Basiliscus
Altri titoli: Dominus Noster Perpetuus Augustus
Predecessore: Zenone, deposto
Successore: Zenone, restaurato
Morte: Cappadocia, inverno 476-477
Casa reale: casata di Leone
Coniuge: Elia Zenonis
Figli: Marco, Zenone, Leone.
Regno: 475-476 d.c.



LE ORIGINI

Flavio Basilisco, o Flavius Basiliscus. nacque in Cappadocia, nel 476 dalla casata imperiale di Leone. Era infatti il fratello dell'imperatrice Elia Verina, moglie dell'imperatore Leone I, di origine balcanica. Qualcuno pensa fosse zio di Odoacre, capo degli Eruli, per un frammento di Giovanni di Antiochia in cui è scritto che Odoacre e Armazio, (Armatius) nipote di Basilisco, fossero fratelli. Ma la cosa è molto incerta.

Basilisco prese in moglie Elia Zenonis, da cui ebbe un figlio, Marco, e forse altri due, Zenone e Leone. Sembra che sia Zenonis che Armazio fossero di estrema bellezza, nonchè stravaganza, e tra i due nacque una mal celata passione.



LA CARRIERA MILITARE

La carriera militare di Basiliscus fu molto favorita dalla parentela dell'imperatore, che lo nominò dux della Tracia. Basilisco vi vinse una battaglia contro i Bulgari, nel 463, per cui divenne magister militum in Tracia, nel 464, vincendo poi contro Goti ed Unni nel 466. In considerazione dei successi ottenne il consolato per il 465, e forse anche il rango di patricius.


La disfatta vandalica

Nel 468 Leone nominò Basilisco comandante in capo della spedizione militare contro Cartagine, con più di mille navi e centomila soldati, per punire il re vandalo Genserico del sacco di Roma del 455, durante il quale l'Urbe era stata depredata e incendiata, e l'imperatrice Licinia Eudossia, vedova di Valentiniano III, presa come ostaggio insieme alle figlie.

Il piano fu concertato tra l'imperatore d'Oriente Leone, l'imperatore d'Occidente Antemio e il generale Marcellino. Basilisco si diresse a Cartagine, Marcellino attaccò e conquistò la Sardegna e l'esercito comandato da Eraclio di Edessa sbarcò sulle coste libiche a est di Cartagine, iniziando l'avanzata.
Gli storici danno descrizioni diverse della spedizione.

Niceforo Gregoras parla di centomila navi, Giorgio Cedreno di 1113 navi, ciascuna con cento uomini a bordo. La stima dei costi è di 64.000 libbre di oro, una somma superiore agli introiti annuali del fisco imperiale, mentre Procopio di Cesarea parla di 130.000 libbre di oro. Insomma un disastro totale sia militare che finanziario.

All'inizio Basilisco aveva riportato diverse vittorie sulla flotta dei Vandali, affondando ben 340 navi nemiche. La Sardegna e la Libia erano già state conquistate da Marcellino ed Eraclio, quando Basilisco gettò l'ancora al largo del promontorium Mercurii, oggi Capo Bon, a 60 km da Cartagine. 

Genserico chiese a Basilisco di concedergli cinque giorni per elaborare le condizioni per la pace, raccogliendo invece le proprie navi, riempiendone alcune di combustibile e, durante la notte, le lanciò come roghi contro quelle nemiche, stranamente incustodite.

I comandanti tentarono di salvare alcune navi, ma giunse allora l'attacco delle altre navi vandale e Basilisco fuggì nel mezzo della battaglia. Eraclio si ritirò attraverso il deserto nella Tripolitania, tenendo la posizione per due anni finché non venne richiamato; Marcellino si ritirò in Sicilia, dove venne raggiunto da Basilisco, ma fu assassinato da uno dei suoi capitani.

Al suo ritorno a Costantinopoli, Basilisco si nascose nella chiesa di Hagia Sophia per sfuggire all'ira della popolazione e alla vendetta dell'imperatore. Grazie alla mediazione di Verina, Basilisco ottenne il perdono imperiale, e fu punito solo con l'esilio a Eraclea Sintica, in Tracia.



ASCESA AL TRONO

Nel 471 Basilisco aiutò Leone I a sbarazzarsi dei germani che spadroneggiavano nella sua corte, collaborando all'assassinio del magister militum, l'alano Aspare, il che provocò una rivolta in Tracia, guidata da Teodorico Strabone. Basilisco fu inviato a combatterla insieme al nipote Armazio. Ottenuta la vittoria a basiliscus fu conferito nel 474 il titolo di caput senatus, "primo tra i senatori".

Alla morte di Leone, prese il potere il genero Zenone, che era un "barbaro" isaurico, rimanendo unico imperatore dopo il breve regno di suo figlio Leone II, morto in tenera età. A Costantinopoli però non piacevano nè avere un imperatore barbaro, nè i germani di Teodorico Strabone, nè gli ufficiali isaurici assunti da Leone.



LE RIVOLTE

Sembra che Basilisco riuscisse a corrompere il generale isaurico Illo, per una congiura contro Zenone, con la complicità di Verina, che sollevò una rivolta popolare.
La rivolta, con l'appoggio dei comandanti Teodorico Strabone, Illo e Armazio ebbe successo. Verina convinse Zenone a fuggire da Costantinopoli e l'imperatore tornò nell'Isauria, portando con sé militari fedeli e il tesoro imperiale.

Basilisco fu allora acclamato augusto nel 475 al palazzo Hebdomon, dai ministri di corte e dal Senato e la folla di Costantinopoli, e subito fece uccidere tutti gli Isaurici rimasti in città. Basilisco conferì il titolo di augusta alla moglie Elia Zenonis, e il titolo di cesare e poi di augusto al figlio Marco

Ottenuto il potere, però, Basilisco si alienò in breve tempo l'importante sostegno della chiesa e della popolazione, appoggiando la posizione cristologica monofisita in opposizione al concilio di Calcedonia. Mise poi uomini di sua fiducia nei posti chiave dell'amministrazione imperiale, pestando i piedi a molti, compresa la sorella Verina.

Inoltre Zenone era fuggito col tesoro imperiale, per cui Basilisco fu costretto ad aumentare le tasse persino ai più poveri. Cercò anche di tassare la Chiesa, con l'aiuto del prefetto del pretorio Epinico, da lungo tempo favorito di Verina, sua parente; ma il patriarca di Costantinopoli, Acacio oppose resistenza, e i suoi monaci presero le armi.

Allora Basilisco instaurò nuovamente la pratica della vendita all'asta delle cariche, aumentando il malcontento nella popolazione. In più Costantinopoli era stata colpita da un gigantesco incendio, che distrusse case, chiese, e la biblioteca costruita dall'imperatore Giuliano, il che non migliorò gli animi nè le finanze.



I CONTRASTI

La prima ad abbandonare Basilisco fu la sorella Verina, quando Basilisco fece giustiziare il magister officiorum Patrizio, ritenuto suo amante. Verina aveva organizzato il colpo di stato contro Zenone progettando di mettere sul trono proprio Patrizio, ma era stata preceduta da Basilisco, il quale, appena al trono, ordinò l'esecuzione dell'amante di Verina, candidato naturale per un eventuale colpo di stato. Questa esecuzione allontanò Verina dal fratello, tanto che in seguito l'imperatrice complottò contro Basilisco.

Anche Teodorico Strabone, spinto a sostenere Basilisco in odio all'isaurico Zenone, abbandonò il nuovo imperatore che aveva nominato il proprio nipote Armazio allo stesso rango di magister militum di Strabone stesso. Illo poi non perdonava a Basilisco di aver permesso il massacro degli Isaurici rimasti in città dopo la fuga di Zenone.



LA QUESTIONNE RELIGIOSA

All'epoca di Basilisco, la fede cristiana era dilaniata dal contrasto tra monofisiti e sostenitori del Concilio di Calcedonia: i monofisiti sostenevano che Cristo avesse avuto solo la natura divina, i calcedonici che avesse entrambe le nature, divina e umana. Il Concilio di Calcedonia, convocato nel 451 dall'imperatore Marciano, aveva dichiarato il monofisismo un'eresia, con il sostegno del papa in Occidente e di molti vescovi in Oriente, ma la posizione monofisita era preponderante.

Sin dall'inizio del proprio regno, Basilisco appoggiò apertamente i monofisiti e richiamò in carica i monofisiti Timoteo Erulo e Pietro Fullo. Zaccaria Scolastico racconta di un gruppo di monaci monofisiti egiziani, saputa la morte dell'imperatore Leone, erano partiti da Alessandria per Costantinopoli con una petizione per Zenone in favore del patriarca di Alessandria Timoteo.

Al loro arrivo trovarono sul trono Basilisco, e il magister officiorum Teocisto, già medico di Basilisco e fratello di uno dei monaci, con l'aiuto di Zenonis, ottenne per i monaci udienza da Basilisco, che richiamò i patriarchi monofisiti dall'esilio.

A nome di Basilisco e Marco venne promulgata nel 475 una circolare l'Enkyklikon, a tutti i vescovi, a cui si chideva di riconoscere validi solo i primi tre sinodi ecumenici, ricusando il concilio di Calcedonia, e di rifiutare il Tomo di Leone.

Molti dei vescovi orientali accettarono di firmare la lettera; venne anche celebrato un concilio a Efeso, che appoggiò la circolare e si schierò su posizioni euticiane. Il patriarca di Costantinopoli, Acacio, rifiutò però di ricusare il concilio di Calcedonia, che aveva concesso il predominio del patriarcato di Costantinopoli sugli altri, alla pari con la sede di Roma. Ottenuto il sostegno dei monaci e della popolazione, Acacio pose a lutto la chiesa di Hagia Sophia e accusò Basilisco d'eresia.

In seguito chiese il sostegno di Daniele lo Stilita, che sceso dalla colonna però lo rimproverò, minacciandolo di dannazione eterna. Daniele ed Acacio a loro volta organizzarono delle processioni e pregarono contro Basilisco.



LA MORTE

Salito al trono, Basilisco inviò Illo e suo fratello Trocundo contro Zenone, il quale si era arroccato nella propria fortezza in Isauria e aveva ripreso il suo posto di capo degli Isauri. Durante l'assedio alla fortezza di Zenone, Illo e Trocundo ricevettero lettere di alcuni ministri della corte che chiedevano il ritorno di Zenone, in quanto la città preferiva ora un isaurico ad un monofisita, la cui impopolarità cresceva con l'aumento dalla pressione fiscale.

Flavio Appallio Illo Trocundo, e suo fratello Illo, ambedue isauri, covavano vendetta verso Zenone che non li aveva ripagati come promesso. Ma Illo aveva catturato il fratello di Zenone, Longino, un prezioso ostaggio che trattenne per un decennio, e con cui contava di poter controllare Zenone una volta riposto sul trono imperiale. Per le richieste della corte e per l'ostaggio dunque Illo decise di allearsi con Zenone, mettendogli a disposizione il suo esercito.

Basilisco spaventato annullò la circolare contro il concilio di Calcedonia, poi inviò Armazio, in qualità di magister militum, in Asia Minore con tutte le forze disponibili per contrastare l'avanzata dell'esercito isaurico. Zenone allora inviò ad Armazio un messaggio segreto con cui gli garantiva il mantenimento a vita del rango di magister militum e l'elevazione del figlio al rango di cesare. Armazio, come Illo, tradì così Basilisco alleandosi con Zenone, e marciò in Isauria evitando Zenone.

Nel 476, Zenone, con l'ausilio di Illo, mise sotto assedio Costantinopoli. Il Senato della città non solo non si difese, ma gli aprì le porte riponendolo sul trono senza colpo ferire. Basilisco si rifugiò nuovamente in una chiesa, ma fu tradito dal patriarca Acacio e si arrese con la propria famiglia, non prima di aver ottenuto da Zenone la solenne promessa che il loro sangue non sarebbe stato versato, e la promessa fu crudelmente mantenuta. Basilisco, sua moglie e i suoi figli furono inviati in una fortezza in Cappadocia, dove furono rinchiusi in una cisterna vuota e fatti morire di fame e di sete. Basilisco aveva governato per soli venti mesi.


Il dopo Basilisco

Nel 483 Zenone chiese a Illo di rilasciare Longino, il quale si rifiutò di obbedire ed iniziò una ribellione che lo portò alla morte. Una volta liberato (485), Longino fece carriera, venendo nominato magister militum praesentialis nel 485 ottenendo per due volte il consolato, nel 486 e nel 490.


BIBLIO

- John Bagnell Bury - XII.1 The Usurpation of Basiliscus (A.D. 475‑476) - History of the Later Roman Empire From the Death of Theodosius I to the Death of Justinian (A.D. 395 to A.D. 565) - vol. 1 - New York - Dover Books - 1958 -
- Hugh Elton - Flavius Basiliscus (AD 475-476) - De Imperatoribus Romanis - 1998 -
- Teodoro Mommsen - Storia di Roma - Milano - Dall'Oglio - 1961 -



MAUSOLEO DI ALESSANDRO SEVERO


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IL MONTE DEL GRANO

Il Monte del Grano è il nome popolare del mausoleo di Alessandro Severo, collocato all'interno del Parco XVII Aprile 1944, in un'area di Roma che fa parte del moderno quartiere del Quadraro.

Il nome di Monte del grano era divenuto comune già nel 1386, come risulta dall'Archivio Storico Capitolino.

Il mausoleo faceva parte della tenuta chiamata "Casale delle Forme", allusiva a una sezione degli acquedotti in zona Tuscolana.

Il mausoleo è anche definito come "Monte di Onorio" o "Monte di Nori" o ancora "lo Montone del Grano".

Il nome Monte del Grano derivava probabilmente dalla corruzione dell'antico nome modius grani moggio di grano, dovuto all'aspetto della collinetta dopo l'asportazione dei blocchi di travertino.

Questa avvenne nel 1387 per opera di Nicolò Valentini, uno dei tre nobili veneziani che, durante il giubileo del 1350, offrirono alla basilica di San Pietro una tavola di cristallo per custodire la reliquia del sudario del volto di Cristo.

Custodirono il sudario ma non rispettarono le tombe dei morti, per quella strana contraddizione per cui la fratellanza con l'umanità finisce quando si hanno ideologie o religioni diverse.

Il riferimento al grano è comunque già legato ad una caratteristica del Quadraro, dedicato anticamente a quattro divinità protettrici del mondo agricolo.



La tradizione

La leggenda popolare vuole invece che fosse un monte di grano trasformato per punizione divina in terra, perché raccolto di domenica, giorno dedicato al riposo, così imparavano.

COME APPARE ESTERNAMENTE
Invece Flaminio Vacca, nel 1582, così narra del mausoleo:
"Mi ricordo, fuori di porta S. Giovanni un miglio, passati gli acquedotti, dove si dice il monte del Grano, vi era un gran massiccio antico, fatto di scaglia: bastò l'animo a un cavatore romperlo, e intrarvi dentro, e poi calarsi giuso, tanto che trovò un gran pilo storiato con il ratto delle Sabine, e sopra il coperchio, vi erano due figure distese con il ritratto di Alessandro Severo et Julia Mammea sua madre. 

Dentro vi si trovò delle ceneri, il detto pilo si ritrova al presente nel Campidoglio in mezzo del cortile del palazzo deve stanno i Conservatori".

 (Vacca, Mem. 36.)

Il vaso era quello celeberrimo di Portland già Barberini.

"La collina artificiale del Monte del Grano, che si ritiene essere la tomba di Alessandro Severo, e di sua moglie e la madre, nel profondo, di cui il sarcofago capitolina e il vaso di Portland sono stati trovati."

(Rodolfo Lanciani)

Quest'insigne scoperta era avvenuta in terreno appartenente al dott. Fabrizio Lazzaro, abitante in Colonna, nel palazzo oggi Ferraioli, dove aveva raccolte non poche sculture di pregio. Vedi tomo I, p. 104 e tomo II, p. 87.

La sua proposta di vendita al S. P. Q. R. del sarcofago di via Tusculana, fu portata in consiglio nella seduta del 4 maggio 1582: ma le trattative furono. secondo le abitudini locali, trascinate per le lunghe, sapendosi dall'iscrizione Forcella, tomo I, p. 45, n. 91, come il pilo fosse collocato sul suo piedistallo « nel prospetto del cortile » de" Conservatori, soltanto otto anni dopo la sua scoperta.

Il Vacca fa notare poi che i bassorilievi del sarcofago lì rinvenuto rappresentano episodi dell'Iliade, cioè l'ira di Achille, gli ambasciatori di Agamennone per placarlo e il riscatto del corpo di Ettore, quindi tutt'altro da quanto descritto.

VASO PORTLAND
"Il sepolcro," continua il Vacca " esisteva in un diverticolo di comunicazione, che partendo dalla Latina, andava a raggiungere la Labicana presso Tor Pignattara, come il Fabretti osservò dagli avanzi a suo tempo ancora esistenti, il suo interno era formato di due camere, quella superiore conteneva il sarcofago; l'inferiore lastricata di travertini non avea alcuna comunicazione coll'altra, ed aveva il suo ingresso per mezzo di un corridore. 

Come si osserva ancora, l'apertura fatta dal cavatore, per la quale vi scese, non è quella stessa, per la quale vi fu introdotto il sarcofago, ed il cadavere. 

Questa esisteva precisamente nel lato opposto, e dopo aver servito alla introduzione del sarcofago stesso, fu chiusa espressamente, onde non rimanesse più adito al sepolcro. 

Il monte stesso, nel centro del quale si trova, è tutto formato dal masso del sepolcro medesimo. 

Dentro il sarcofago fu trovato il bel vaso di smalto già esistente nel palazzo Barberini, ed ora nel Museo Britannico, il quale è ornato di bassorilievi lavorati a cameo."



LA TOMBA

È il terzo mausoleo, in ordine di grandezza, di Roma, ovvero la terza tomba a tumulo dopo la Mole Adriana ed il Mausoleo di Augusto.

All'esterno appare come una collinetta di circa 12 m. di altezza un po' nascosta dai palazzi costruiti accanto negli anni '70.

Vi si accede all'interno attraverso un corridoio lungo circa 21 m. che si apre su una sala circolare di 10 m. di diametro, un tempo divisa in due piani.

Nel '500 venne infatti ritrovato al suo interno un imponente sarcofago attico, oggi conservato nelle sale al piano terreno dei Musei Capitolini.

Vari studi mettono in dubbio l'attribuzione del Mausoleo ad Alessandro Severo, imperatore romano.

Tuttavia o più recenti studi di Erminio Paoletta accertano che il mausoleo è stato sicuramente la tomba dell'imperatore.


BIBLIO

- Ridolfino Venuti Cortonese - Spiegazione de' bassorilievi che si osservano nell'urna sepolcrale detta volgarmente d'Alessandro Severo, che si conserva nel Museo di Campidoglio - Roma - Bernabò e Lazzarini - 1756 -
- Rodolfo Lanciani - Roma pagana e cristiana: la trasformazione della città attraverso i secoli, dai templi alle chiese, dai mausolei alle tombe dei primi papi - Roma - Newton eCompton - 2004 -
- Rodolfo Lanciani - Rovine e scavi di Roma antica - Roma - Quasar - 1985 -





VILLA GORDIANI (Via Prenestina)


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La Villa dei Gordiani a Roma è situata al terzo miglio della via Prenestina, su entrambe i lati della via, parliamo della Villa degli imperatori romani Gordiano I, che diventò imperatore a 80 anni, Gordiano II e Gordiano III.

Oggi è un parco archeologico di Roma, che contiene i resti di una vasta villa patrizia, della famiglia imperiale dei Gordiani, che diede ben tre imperatori romani del III secolo.


Le fonti

Giulio Capitolino, III-IV sec. d.c nella "Storia Augusta" la cita, spiegando che la splendida villa, già proprietà dei Gordiani fu da Gordiano III semplicemente abbellita:

"si vede ancora la villa dei Gordiani, che lo stesso Gordiano III ornò con magnificenza. E’ sulla via Prenestina e possiede:
- un portico con duecento colonne delle quali cinquanta di cipollino, cinquanta di porfido, cinquanta di pavonazzetto, cinquanta di giallo antico, tutte di uguale misura. 
- Nella villa ci sono tre basiliche lunghe cento piedi e tutto il resto in proporzione con un simile complesso e terme quali fuori della città di Roma non si possono trovare in nessun luogo del mondo".
 
Una struttura così importante, una villa suburbana che era praticamente una reggia, non stupisce che si sia protratta dall'età repubblicana alla imperiale fino a Costantino I, abitata e restaurata fra vari proprietari. Giulio Capitolino aggiunge poi che accanto alla villa vi erano ben tre basiliche di cento piedi ciascuna.


Tor de'Schiavi

All'interno del complesso venne costruita, a metà del XIII secolo, Tor de' Schiavi, che poggia su strutture antiche. Nel 1422, la zona divenne possedimento dei Colonna.

Il Parco archeologico di Villa Gordiani, istituito nel 1938 e restaurato nel 1960, si divide in due settori separati dalla via Prenestina. Tor de' Schiavi e il Mausoleo dei Gordiani sono sul lato sinistro.


La Cisterna

Sul lato destro della strada Prenestina si notano i ruderi di una grande cisterna a pianta quadrata, II sec. d.c., di m. 21,80 per lato. Ha due piani, con sei ambienti ciascuno. Lungo la strada sorgevano alcune tombe, come il colombario all’angolo con via Olevano Romano, dell’inizio I sec. d.c.

Di epoca successiva alla villa, databili tra il II ed il IV secolo, sono il colombario, le cisterne piccole e il vestibolo. L'ingresso monumentale alla villa, che dà su via Prenestina, è un'aula ottagona, probabilmente del periodo Diocleziano-Costantino I, fine III sec.- inizi IV.

La cisterna, del II sec., è a due piani, con due serbatoi e soffitti a volta. La villa patrizia, tutt'ora interrata nella quasi interezza per motivi di preservazione, sembra il nucleo più antico del parco archeologico, precedente all'insediamento della famiglia imperiale dei Gordiani.


L' aula absidata.

A poca distanza dalle cisterne si trovano i resti di un’aula, coeva alla cisterna, probabilmente una parte delle terme. Mentre il lato esterno, esposto ad ovest, è rettilineo, quello interno, rivolto ad oriente, è curvilineo e conserva tre nicchie. L’aula conserva buona parte della volta, a forma di conchiglia e decorata a stucco.


Aula Ottagonale

L' aula ottagonale, del III sec. d.c., è l’ambiente più caratteristico di tutto il complesso per la pianta ottagonale, di cui resta in piedi solo la parte orientale, su cui nel Medioevo fu costruita una torre, ancora in piedi.

Le pareti interne contenenti nicchioni rettangolari e curvilinee, uno per ogni lato, decorati con stucchi che formano cerchi intrecciati con animali fantastici al centro.

I nicchioni quadrangolari erano aperti e mettevano in comunicazione con ambienti esterni, mentre quelli curvi erano ornati da statue. 

La parte superiore dell’edificio, attraverso grandi archi di scarico sopra le nicchie, da ottagonale diventava circolare, con una cupola a tutto sesto, realizzata con un sistema frequente nel II e III sec.: la muratura era alleggerita con l’inserimento di anfore vuote di terracotta.

L’ambiente prendeva aria e luce da otto oculi circolari posti sul tamburo della volta in corrispondenza dei sottostanti nicchioni. L’edificio era illuminato da grandi occhi circolari, probabilmente un ninfeo o un ambiente termale. Comunque somiglia a quello degli Orti Liciniani, il cosiddetto Tempio di Minerva Medica.

In epoca medioevale, quando l’edificio fu scelto per far da base ad una robusta ed alta torre che riuscisse a dominare la campagna circostante, la volta fu rinforzata da un pilastro centrale, in parte conservato. L’Aula Ottagonale era circondata da alcuni ambienti con pavimenti a mosaico, di uno dei quali resta un’abside con la volta a conchiglia.

IL MAUSOLEO

Il Mausoleo

Altro importante monumento è il mausoleo rotondo, detto Tor de’ Schiavi, simile al sepolcro di Romolo sulla via Appia, studiato anche da Pirro Ligorio e Giovanni Antonio Bosio e molto raffigurato dai pittori dell’Ottocento.

Il mausoleo si presenta a due piani, di cui quello inferiore, semisotterraneo, è un vasto ambiente coperto da volta a botte retta da un pilastro centrale.

Sulle pareti si aprivano nicchie alternativamente semicircolari e rettangolari, nelle quali erano sistemati i sarcofagi. L’accesso al piano superiore, riservato ai riti in onore dei defunti, avveniva attraverso un pronao rettangolare, con quattro colonne sulla fronte e tre sui lati, preceduto da una scalinata.

La cupola poggia su un anello in cui si aprono finestre rotonde. Quasi completamente perduta è la sua decorazione con fregi dipinti, dove restano i segni di un medaglione centrale con Giove in trono, corredato di fulmine e l’aquila, oltre a vari soggetti in altrettanti riquadri, per lo più marini.

I bolli impressi sui mattoni della costruzione fanno datare il monumento all’età costantiniana, cioè inizio IV sec.. Certamentenuna sepoltura per personaggi di alto rango, della famiglia di Costantino imperatore, venuto in possesso di un vastissimo territorio tra la Prenestina e la Labicana, fino al Mausoleo di Sant’Elena (Tor Pignattara).

TOR DE SCHIAVI

La Basilica

Una vicina basilica, di poco posteriore al mausoleo, è stata rinvenuta nel restauro del 1960, di 67 m. per 33 con la tipica forma "a circo", in cui le due navate laterali avvolgono quella centrale, creando un deambulatorio continuo. Tutte le costruzioni di questo tipo presentano all’interno un susseguirsi di sepolture, una specie di cimiteri coperti.


Conclusioni

Purtroppo, come moltissime antiche costruzioni romane, la Villa Gordiani è quasi interamente interrata, per cui tutta da scoprire, nell'interno e nei reperti. Speriamo che un giorno, come lo stesso Umberto Eco ha auspicato, ci si decida a scoprire le aree archeologiche, fornendole di giardini, di bar e magari di ristoranti esterni, che invoglino visitatori e turisti.


BIBLIO

- Carla Sfameni - Ville residenziali nell'Italia tardoantica - Bari - Edipuglia - 2006 -
- Aldo Colonna - Borgata Gordiani - Milano - Skira - 2012 -
- Rodolfo Lanciani - Rovine e scavi di Roma antica - Roma - Quasar - 1985 -
- Rodolfo Lanciani - La distruzione dell'antica Roma - Roma - A. Curcio - 1986 -
- Patrizio Pensabene - Provenienze e modalità di spoliazione e di reimpiego a Roma tra tardoantico e Medioevo - in O.Brandt - Ph. Pergola - Marmoribus Vestita - Miscellanea - F. Guidobaldi - Città del Vaticano - 2011 -






TUSCULUM ( Lazio )


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Strabone così descrive Tuscolo sotto Tiberio:

"Città non male fabbricata, essa viene adornata dalle piantagioni, e dagli edifici, che ha intorno, e specialmente da quelle che stanno sotto di essa verso Roma; imperciocchè il Tusculo è ivi un colle fertile, e bene irrigato, che in molte parti sensibilmente s'innalza, e contiene edifizi imperiali sontuosissimi."



I CASTELLI ROMANI

Sui Colli Laziali, a sud di Roma, vivono i cinque centri che costituiscono l'Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo Del Tuscolo": Frascati, Grottaferrata, Monteporzio Catone, Montecompatri e Rocca Priora.

E' l'antica terra, secondo la tradizione, dove il leggendario Telegono, figlio di Ulisse e di Circe, fondò la città, che storicamente risale al IX sec. a.c., e che fu resa potente dalla Lega Sacrale Albana, prima di cadere sotto il dominio romano.

PLANIMETRIA DEL FORO E TEATRO DI TUSCULUM

LA STORIA

Come altre città del Lazio, Tuscolo fu soggiogata dal Latino Silvio Re di Alba, il quale vi mandò una Colonia Albana, come afferma l'autore dell'Origo Gentis Romanae: Igitur regnante Latino Silvio, coloniae deductae sunt Praeneste, Tibur, Gabii, Tusculum, Cora, Pometia, Locri, Crustumium, Cameria, Bovillae, ceteraque opida circumquaque. (Mentre regnava Silvio re latino, furono istituite come colonie Preneste, Tivoli, Gabi, Tuscolo, Cori, Pomezia, Locri, Crustumio, Cameria, Bovile ed altre cittadelle della zona)

Tusculo riacquistò la sua indipendenza solo quando Alba fu sconfitta dai Romani, divenendo parte della Confederazione Latina. Tarquinio il Superbo, il re etrusco di Roma, che aspirava alla sovranità di tutto il Lazio, per avere dalla sua i Tusculani, s'imparentò con Ottavio Mamilio, principale cittadino di Tusculo, dandogli in moglie la figlia, il che equivaleva ad una alleanza.

La parentela fra Ottavio Mamilio e Tarquinio attirò ben presto una guerra fra Romani e Tusculani. 

Tarquinio il Superbo, cacciato poi da Roma e tentato invano di rientrarvi coll'aiuto di Porsenna, il re etrusco di Chiusi, si ritirò a Tusculo presso Mamilio, come narra Livio, e fece entrare in lega contro i Romani, per ristabilire la monarchia dei Tarquini, ben trenta popolazioni Latine, accampando l'esercito nel territorio Tusculano presso il Lago Regillo sotto il comando dello stesso Mamilio.
Tusculum infatti fu sconfitta da Roma al Lago Regillo intorno al 500 a.c. quando al Comando dei Latini era infatti il Dittatore Tuscolano Ottavio Mamilio, genero di Tarquinio il Superbo.



TUSCULUM ROMANA

Tusculum, secondo Festo, è in relazione con i Tuschi, Etruschi, ma in zona non si sono trovate tracce di cultura etrusca, mentre si sono ritrovate pratiche religiose greche. Giove era la divinità più venerata, come dimostrano i ruderi del tempio sull'arce, e i due suoi simulacri lì rinvenuti.

Sull'Acropoli sorgeva anche il tempio dei Dioscuri, Castore e Polluce, distrutto nel medioevo.

La cittadinanza romana di Tusculum risale all'anno 380 a.c., quando i Romani la occuparono per annetterla alla tribù Papiria.

Roma soppresse tutte le magistrature militari e giurisdizionali della città latina, lasciandovi solo quelle della polizia e del mercato, ossia gli edili.

Tusculum piacque alle patrizie famiglie romane, come la Mamilia, la Porcia, la Fulvia, la Fonteia e la Corumcaria, che vi edificarono lussuose ville, data l'aria fine, la bellezza e la salubrità dei luoghi nonchè l'abbondanza di acque.



DESCRIZIONE

Si accede al Tuscolo per la strada che ha inizio a Piazza Marconi in Frascati, sulla sinistra della Villa Aldobrandini. Lasciando a destra la Via Cardinal Massaia si prosegue per circa 4 Km e si raggiunge la zona dei resti dell'anfiteatro ellittico, ancora in gran parte interrato, destinato agli spettacoli tra gladiatori e fiere o a quello dei ginnasti.

L'anfiteatro, del II sec. d.c., come dimostrano i bolli sui mattoni trovati in loco, con un diametro di m 53 x 80 e un'arena m 48 x 29, in opus reticolatum, poteva ospitare 3000 spettatori.
Più in basso, verso nord-est, i resti di un portico, e ad est i ruderi della Villa di Tiberio, qui trasferitosi da Capri, dove viveva con Antonia, vedova di Druso.

Nella zona furono fatti ritrovamenti di altre ville appartenenti a nomi illustri, come la Villa di Cicerone, in quanto vi furono ritrovate sculture ed una statua del suddetto, anche se non è ancora dimostrato che appartenesse effettivamente al grande oratore.

Tra parchi e boschetti si ergeva il Praetorium o palazzo, grande atrio, portici, comodissime e decoratissime stanze alla greca. Sulla parte più alta della villa una o più riserve di acqua pluviale, i castelli d'acqua, alimentavano le terme private e le fontane dei giardini, adornati di statue di ninfe e di tritoni. Vi erano palestre e biblioteche, reparti riservati agli ospiti, altri per l'actor, per il villicus e per altri addetti alla custodia, oltre alle scuderie.

Nei dintorni furono scoperti i resti della Villa dei Quintili, della Villa di Piasseno Crispo, della Villa di Matidia Augusta e, ma non è certa l'attribuzione, la Villa di Asinio Pollione.

A nord dell'arce si trovano avanzi di mura che cingevano le abitazioni di un gruppo di coloni del II sec. a.c. Vi è anche una piccola cisterna scoperta con volta a ogiva, opera pregevolissima che del V-VI a.c.

Sul lato orientale dopo un breve tratto di antica strada lastricata, sono i resti ben conservati di un grazioso teatro del I sec. a.c. dove un'iscrizione ricorda la visita del papa Gregorio XVI nel 1839 alla regina Maria Cristina, vedova di Carlo Felice, che aveva patrocinato gli scavi nonchè la preziosa opera del Camina: "Descrizione dell'antica Tuscolo".

La cavea di questo piccolo teatro conteneva 1500 spettatori, con attuali cospicue parti dei vomitoria (uscite laterali), il piano circolare del coro e dell'orchestra, i pilastri che sorregevano i tribunalia per i magistrati che presenziavano agli spettacoli, la porta regia, al centro della cavea, e vari ambienti dietro la scena. Scendendo verso la Via dei Sepolcri, vi si scorgono altri resti di monumenti e sculture.


MAUSOLEO DI LUCULLO

Il p. Mattei attribuisce all'anno 1598 la distruzione del cosiddetto mausoleo di Lucullo « massiccio in figura conica, vicino le mura della città di Frascati, nel Borgo, alla parte destra della Porta Nuova per la strada che conduce a' Cappuccini; e fu spogliato de suoi ornamenti circa l'anno 1598 de quali si servì la città nella fabrica della nuova catedrale; ma le cose migliori e più rare furono prese da diversi cavallieri Romani per adornarne le loro gallerie: ne si sa che vi fusse trovata alcuna iscrizzione . . . bensì nel farvi alcune cave ne tempi nostri, poco lungi si sono trovate molte tegole di terracotta, che servivano per coprire alcune ossa » . Mem. dell'antico Tusculo pp. 61-62.


VILLA CREMONA

"Quando il Vicentino Pietro Stefanoui, negoziante antiquario, andava por ville, giardini, chiostri e palazzi in cerca di oggetti pel suo commercio, e specialmente di marmi scritti, dei quali era valente e accurato trascrittore, penetrava un giorno nel « giardino del sig. Carlo Cremona a s. Pietro in Vincola » dove vide raccolta l'ara CIL. VI, 404, con memoria del « collegium sanctissimum quud consistit in praediis Larcii Macedonis » cos. suff. a. 122,  quella di Bruttius Honoratus n. 83.5.  il piedistallo di Clodius Hermogenianus Olibrius pr. urb. a. 368-370. il sarcofago del pretoriano Cesennius Senecio n. 2464, ed altri marmi di minor conto. 

La famiglia Cremona, il cui nome sopravvive tuttora in una delle strade del quartiere basso dei Monti, aveva acquistato agiatezza con l'appalto delle gabelle della porta san Paolo,  volle avere, oltre il giardino urbano, una villeggiatura sui colli del Tusculo. Vedi Mattei, 1. e, p. 59 : 

V'ebbe ancora (nel Tusculano) una nobile villa Domiziano, che penso fusse dove ora è la villa de' Signori Cremona; essendo che quivi due anni sono (1709) furono trovate la statua di Domizia e quella di Domiziano nelle proprie nicchie, con occasione che si cavava e riduceva a Vigna il terreno del signor Muzio Massimo; le quali statue furono acquistate dal signor Fiancesco Ficoroni, e dal medesimo collocate nella Galleria nobile della signora Duchessa Rospigliosi.



LA DECADENZA

Durante l'Impero, Tusculo mantenne il suo splendore, ma distrutto l'Impero di Occidente, Tusculo seguì la sorte della Capitale, e fu soggetto come quella agli Eruli, agli Ostrogoti, ai Goti, e a tutte le successive devastazioni dei barbari.
In epoca medievale, nel secolo XI, tra le rovine dell'antica Tusculum si insediò la potente famiglia dei Teofilatti che prese il nome di Conti di Tuscolo, divenuti celebri per il loro dominio assoluto su tutta l'area dei Colli Albani.


BIBLIO

- Franco Arietti - Tuscolo, il suo “fiume” e i miti di Alba - in Annali dell'Archeoclub Aricino - Nemorense - II - 2007/2008 -
- Xavier Dupré Raventós - Scavi archeologici di Tusculum - Roma - 2000 -
- Valeria Beolchini - Tusculum II: fonti storiche e dati -  Ediz. "L'Erma" di Bretschneider -
- Maria Cristina Vanarelli - Tuscolo letteratura, iconografia e mito di una città - Palombi&Partner - Roma - 2007 -




CULTO DI VULCANO - EFESTO


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Vulcane, impiger deus deumque faber, mea verba audi: magna dis deabusque domicilia in sacro Olympo extrue -
- O Vulcano, Dio infaticabile, fabbro degli dei, ascolta le mie parole: costruisci delle grandi residenze per gli dei e per le dee nel sacro Olimpo. -

L'origine del nome è dibattuto. Nella tradizione romana era connesso ai fulmini (fulgur, fulgere, fulmen), e pertanto collegato al fuoco. Alcuni lo collegano al cretese Velchanos, un Dio della natura però collegato a Zeus.



VELCHANOS CRETESE

I Cretesi adoravano Zeus sotto il nome di Velchanos, e si pensò pertanto che il Vulcano romano provenisse dal Mediterraneo orientale tramite l'Etruria. Molti luoghi a Creta affermavano di aver dato i natali a Zeus Velchanos bambino, subordinato alla Grande Madre dei Cretesi, che crescendo però divenne la personificazione della pioggia che fertilizza la terra.

Come tutti i figli delle Dee vergini però morì, acquistando una qualità infera, e il suo sepolcro fu il monte Iouktas, ma successivamente resuscitò come la vegetazione annuale, e i sacerdoti Kouretes festeggiavano l'evento con balli e frastuono di scudi.

Come Dio della fertilità, talvolta fu il toro sacro, che nel mito cretese si unì a Pasifae generando il Minotauro. Velchanos non aveva templi, ma solo altari nei boschi sacri, nelle grotte, e sui monti, adorni di corna. I suoi simboli erano lo scudo, la svastica, la doppia ascia, e la saetta.
Oggi queste origini trovano pochi seguaci, ma non si può dimenticare che Zeus scagliava i fulmini fabbricati da Vulcano, quindi è possibile che un tempo fosse una divinità unica.


EFESO E THEMI

EPHAESTUS GRECO

I Romani identificarono Vulcano con Hephaestus, nell'uso della forgia e della metallurgia.
Essendo figlio di Giove, re degli dei, e di Giunone, regina degli Dei, Vulcano avrebbe dovuto essere molto bello, ma il piccolo Vulcano era brutto, col viso rosso e urlava. Giunone era così sconvolta che lo scaraventò giù dalla cima del Monte Olimpo. Vulcano cadde per un giorno e una notte, e fendendo il mare si ruppe una gamba diventando zoppo.

Teti, la Dea del mare, lo trovò sul fondo e lo portò alla sua grotta sottomarina, e lo accudì come fosse suo figlio. Vulcano ebbe un'infanzia felice con i delfini come compagni di gioco e con le perle come giocattoli. Poi trovò i resti del fuoco di un pescatore sulla spiaggia e restò affascinato dal carbone inestinguibile, d'un rosso caldo e splendente.

Vulcano chiuse questo prezioso carbone in una conchiglia, tornò alla grotta subacquea e accese un fuoco con esso, fissandolo per un giorno intero.

- Il secondo giorno, scoprì che col fuoco e col mantice, certe pietre trasudavano ferro, argento o oro.

-  Il terzo giorno forgiò il metallo raffreddato in: bracciali, catene, spade e scudi.

Vulcano fabbricò coltelli e cucchiai col manico di madreperla per la sua madre adottiva, un carro d'argento per se stesso, e briglie in modo che i cavallucci marini potessero trasportarlo velocemente. Creò anche delle schiave d'oro che l'obbedissero.

Teti, lasciata grotta subacquea, un giorno partecipò a una cena sul monte con una bella collana d'argento e zaffiri, che Vulcano aveva fatto per lei. Giunone ne chiese l'autore per poterne avere una uguale. Dopo alcune reticenze Teti disse la verità: il bambino che Giunone aveva respinto era diventato un fabbro di talento.

La regina degli Dei intimò al figlio di tornare sull'Olimpo, lui rifiutò ma in compenso le inviò un magnifico trono d'oro e d'argento intarsiato di madreperla. Ma come Giunone si sedette il trono la intrappolò. Nemmeno Giove poteva liberarla ma convinse il figlio a liberare la madre promettendogli come sposa la bellissima Afrodite, e così fu. Poi fece tutti i troni per gli altri Dei dell'Olimpo.

Per punire l'umanità per aver rubato i segreti del fuoco, Giove ordinò gli altri Dei di fare un regalo avvelenato per l'uomo. Vulcano con l'argilla dette la forma per la bella Pandora era quello di plasmare il suo da argilla e di darle forma.



VULCANO ROMANO

L'archeologo Andrea Carandini ritiene che Caco e Caca fossero figli di Vulcano e di una divinità o di una vergine locale; Caco e Caca rappresenterebbero l'uno il fuoco metallurgico e l'altra il fuoco domestico, proiezioni di Vulcano e Vesta.

Questi racconti mitologici risalirebbero al periodo preurbano del Lazio per cui sul piano divino Vulcano feconda una Dea vergine e genera Giove, il sovrano divino; sul piano umano Vulcano feconda una vergine locale (probabilmente una "principessa") e genera un capo: il re Servio Tullio.

La prima menzione di un legame rituale tra Vulcano e Vesta è il lectisternium del 217 a.c. e Dionigi di Alicarnasso e Varrone affermano che entrambi i culti siano stati introdotti a Roma da Tito Tazio in per un voto in battaglia.

Macrobius riporta che la compagna di Vulcano era Maia. Per Piso la sua compagna era la Dea Maiestas. Forse Maiestas e Maia erano la stessa divinità.

La prima attestazione di un'associazione rituale fra Vulcano e Vesta risale al 217 a.c. Altri indizi che sembrano confermare questo legame sembrano essere la vicinanza tra i due santuari e l'affermazione di Dionigi di Alicarnasso, per cui entrambi i culti sarebbero stati introdotti a Roma da Tito Tazio per esaudire un voto fatto in battaglia.

La natura del Dio era connessa dai Romani al potere distruttivo e insieme fertilizzante del fuoco. In nome di questo potere distruttivo i Volcanalia e il culto del Dio avvenivano fuori delle mura originali della città.

Contemporaneamente il potere distruttivo poteva essere diretto contro i nemici, per cui gli venivano dedicate le armi dei nemici sconfitti e quelle del generale sopravvissuto al sacrificio della Devotio, la promessa di morire in battaglia per far vincere la guerra. Contemporaneamente Vulcano rappresentava il potere fertilizzante del maschio.

Nelle leggende latine e romane Vulcano era il padre del fondatore di Preneste Caeculus, Caco, un primordiale essere mostruoso che abitava a Roma sull'Aventino, e del re romano Servio Tullio. Alcuni studiosi ritengono che egli sia il Dio sconosciuto che ha impregnato le Dee Fortuna Primigenia a Praeneste e Feronia a Anxur. In questo caso sarebbe il padre di Giove. Tuttavia questo punto di vista è in conflitto con i collegamenti della dea a Giove, come sua figlia (puer Jovis) e sua madre anche come Primigenia.

Il potere fertilizzante del Dio è legato a quello del focolare. Nel caso di Caeculus sua madre fu impregnata da una scintilla che cadde su di lei dal focolare.

La madre di Servio Tullio, Ocresia, fu fecondata un organo sessuale maschile miracolosamente comparso nella cenere dell'ara sacrificale per ordine di Tanaquil, moglie di Tarquinio Prisco.

La divinità del bambino Servio Tullio fu riconosciuta quando la sua testa era circondata dalle fiamme restandone illeso.
Plinio il Vecchio conferma la storia, ma afferma che il padre era il Lar familiaris.

Col tempo Efesto dimenticò il torto subito dalla madre e si affezionò a lei, e proprio perché la difese durante un litigio col marito, egli fu scaraventato giù dall’Olimpo su Lemmo, però questa volta per mano del padre.

In seguito stanco per essere deriso per la sua goffaggine e per i continui tradimenti di Venere, decise di lasciare per sempre l’Olimpo e di rifugiarsi nelle viscere del monte Etna. Qui aiutato dai Ciclopi continuò la sua abilità di lavorare qualsiasi oggetto, forgiatore di armi, armature e gioielli per Dei ed eroi. Ma ogni volta che Venere gli era infedele, il Dio adirato batteva il metallo incandescente con tale forza che scintille e fumo si alzavano dalla cima della montagna, fino all'eruzione vulcanica.

Vulcano era anche protettore dei lavori concernenti i forni: cuochi, panettieri e pasticceri, come attestano Plauto ed Apuleio.



I TEMPLI

Il Volcanal

Il principale e più antico santuario di Vulcano a Roma era il Volcanal, situato nell'area Volcani, nell'angolo nord-ovest del Foro Romano, con un'ara e un fuoco perenne. Secondo la tradizione il santuario era stato dedicato da Romolo, che vi aveva posto una quadriga di bronzo, preda di guerra dopo la sconfitta dei Fidenati, e la sua statua con la lista dei suoi successi bellici scritta in greco.
Dionisio d’Alicarnasso: "Romolo e remo furono inviati a Gabii… perché vi ricevessero un’educazione di tipo greco… le lettere, la musica e l’uso delle armi greche finché non divennero uomini." Questo spiegherebbe il greco.

Al tempo di Plinio il Vecchio (70 d.c.) nel Volcanale c'era un albero di loto che si riteneva più antico della città stessa e le cui radici si diramavano fin sotto il Foro di Cesare, passando sotto le stationes municipiorum, cioè i locali destinati a riunioni di cittadini delle città principali dell'impero.

Secondo Plutarco Romolo era rappresentato incoronato dalla Vittoria, e sarebbe stato il re a piantare nel santuario un albero di loto sacro, che fosse quindi tanto antico quanto la città stessa.

Secondo altri fu Tito Tazio, il co-re di Romolo, a volere il tempio, nell'VIII sec. a.c.. Si pensa che all'epoca il Foro fosse ancora fuori della città. Il Volcanal è menzionato due volte da Tito Livio in merito al prodigium di una pioggia di sangue avvenuto nel 183 a.c. e nel 181 a.c..

L'area Volcani era circa 5 m. più alta del Comitium e da essa i re e i magistrati della prima repubblica, prima che fossero costruiti i rostra, si rivolgevano al popolo.

Sul Volcanal c'era anche una statua in bronzo di Orazio Coclite, qui spostata dal Comizio dopo essere stata colpita da un fulmine. Aulo Gellio racconta che furono chiamati alcuni aruspici per il prodigio, ma questi fecero spostare la statua in un luogo più basso dove non batteva mai il sole.

L'inganno fu però scoperto e gli aruspici giustiziati; così la statua doveva essere posta in un luogo più alto e così fu fatto sistemandola nell'area Volcani.
Già nel 304 a.c. nell'area Volcani fu costruito un tempio alla Concordia. Nel corso del tempo il Volcanale sarebbe stato sempre più ristretto dagli edifici circostanti fino ad essere ricoperto. Il culto era comunque vivo ancora nella prima metà età imperiale, come testimonia il ritrovamento di una dedica di Augusto nell'anno 9 a.c..

Agli inizi del XX sec. furono ritrovate, dietro l'Arco di Settimio Severo, antiche fondazioni in tufo probabilmente del Volcanale e tracce di una piattaforma rocciosa, lunga 3,95 metri e larga 2,80, ricoperta di cemento e dipinta di rosso. La superficie ha varie canaline e di fronte ci sono i resti di una canale di drenaggio in lastre di tufo. Forse l'ara stessa di Vulcano.

L'area del Volcanale divenne più ristretta dopo le grandi costruzioni imperiali (tempio tiberiano della Concordia, Arco di Severo). Secondo la tradizione romana, il Volcanale era stato, nel tempo dei Re, un luogo destinato ai pubblici discorsi: e forse per questo Augusto scelse per i rostri da lui rinnovati, una località molto vicina.


Tempio di Vulcano a Campo Marzio

Fu eretto prima del 214 a.c. nel Campo Marzio, presso il Circo Flaminio dove si tenevano giochi in suo onore in occasione della festività dei Volcanalia.

Vitruvio afferma che anche gli aruspici etruschi prescrivono nei loro libri di costruire i templi di Vulcano fuori delle mura cittadine, per evitare che il fuoco si rivolga contro le abitazioni.



FESTE

I Vulcanalia si celebravano il 29 aprile, quando il sole iniziava a scaldare i campi e le creature, e il 23 agosto, quando i granai erano a rischio di incendi per la calura. Venivano creati in onore del Dio dei fuochi, in cui venivano sacrificati pesci o piccoli animali che venivano mangiati sul posto dalla gente. Vulcano era tra gli Dei da placare dopo in grande incendio di Roma nel 64 d.c..

RESTI DEL VOLCANALE NEL FORO
In risposta, Domitian (81–96) edificò un nuovo altare a Vulcano sul colle del Quirinale, aggiungendo un vitello e un cinghiale rossicci ai sacrifici dei Vulcanalia.

Per ricordo durante i Vulcanalia la gente stendeva le vesti al sole e iniziava a lavorare al lume di una candela.

In aggiunta ai Volcanalia del 23 agosto, divenne sacro a Vulcano anche il 29 aprile e il 23 Maggio, nella seconda cerimonia annuale dei Tubilustria, o cerimonia della purificazione delle trombe.

Un flamen Volcanalis fu preposto al culto del Dio e lo stesso officiava il sacrificio alla Dea Maia, ogni anno alle calende di maggio.


I Sacerdoti

Il sacerdote del Dio era chiamato Pontefice di Vulcano e dell'aedium sacrarum: aveva sotto la sua giurisdizione tutti gli edifici sacri della città e poteva concedere o meno l'autorizzazione ad edificare statue per divinità straniere. Aveva carica a vita, forse scelto dal Concilio dei Decurioni, e la su posizione equivaleva al ponifex Maximus a Roma. Era la posizione amministrativa più alta ad Ostia, selezionata tra persone che avevano già svolto cariche pubbliche a Ostia o nell'amministrazione imperiale.

Il Pontefice era la sola autorità che aveva un numero di ufficiali subordinati per aiutarlo nei suoi doveri: tre pretori e due o tre aediles. Questi uffici erano solo religiosi e non civili, su un frammento di iscrizione trovato ad Annaba (antica Hippo Regius) risulta che Svetonio abbia svolto un simile officio. Da Svetonio sappiamo che a Pozzuoli vi era una agorà di Hephaistos, il Forum Vulcani, un posto da cui fuoruscivano vapori di zolfo, insomma una solfatara. Plinio il Vecchio raccontò che presso Modena dei fuochi uscirono dal suolo nella zona sacra a Vulcano.

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- Esiodo - Teogonia - 924 -
- Rose - Herbert Jennings - Vulcano in Dizionario di antichità classiche - San Paolo - Torino - 1995 -
- John A. - Religione romana - Oxford - Oxford University Press per il Classical Association - 2000 -
- Jacqueline Champeaux - La religione dei romani - A cura di N. Salomon - Editore Il Mulino - Traduzione G. Zattoni Nesi - 2002 -
- Macrobio - I Saturnali - a cura di Nino Marinone - Unione Tipografico-Editrice Torinese - Torino - 1967 -
- Fausto Zevi - Catone e i cavalieri grassi - Il culto di Vulcano ad Ostia: una proposta di lettura storica - Bollettino di Archeologia - 2008 -


STABIAE ( Campania )


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AFFRESCHI DELA VILLA ARIANNA


STABIAE PREROMANA

Stabiae è una antica città dell'Italia meridionale che sorgeva nei pressi dell'odierna Castellammare di Stabia, in una zona chiamata Varano, a pochi passi dal comune di Gragnano. La città scomparve insieme a Pompei, Ercolano e Oplontis durante l'eruzione del Vesuvio avvenuta nel 79.

Dell’antica città di Stabiae si sanno solo le notizie storiche e archeologiche relative alle aree delle necropoli. La prima occupazione risale all’VIII sec. a.c., con corredi funerari ricchi e documentati. Nel corso del VI sec. a.c. la cultura locale subì influssi e importazioni greche, e di imitazioni occidentali etrusche, che ne arricchirono il gusto e le decorazioni. L'influenza etrusca su Stabiae cambiò con l'avvento dei severi Sanniti, confluendo nella Confederazione Nucerina.


Confederazione Nucerina

Alla fine del VII secolo a.c. alcune popolazioni etrusche si mescolarono alle autoctone campane insediandosi vicino al mare, fondando Pompei, o si diressero verso l'interno, fondando Nuvkrinum.
Questa roccaforte entrò a far parte della dodecapoli etrusca, che governò in Campania per bloccare l'espansione greca da sud.

Sconfitti nel 474 a.c. nel mare di Cuma, gli Etruschi abbandonano la regione e Nuvkrinum fu presa dai Sanniti, aggiungendo al nome Alfaternum, dal nome della tribù sannitica degli Alfaterni.

Alfaternum Nuvkrinum divenne così la capitale della Lega nucerina, che comprendeva Pompei, Ercolano, Stabia e Sorrento. Secondo alcuni Stabiae fu fondata dai Sanniti, con base economica di agricoltura e pastorizia, vista la fecondità della terra, e di pesca, grazie la vicinanza al mare.

Castellamare di Stabia, in antico chiamata "Stabiae", era posta su una collinetta alta circa 50 m, e venne sicuramente dominata dai Sanniti, poi dagli Etruschi e dai Greci, per ultimo dai Romani che la occuparono nel 340 a.c..

Combattè i Romani durante la seconda guerra sannitica si arrese dopo un lungo assedio delle truppe romane nel 308 a.c., ma divenne alleata di Roma nel 307 a.c.. A causa della posizione strategica venne quasi completamente distrutta durante la guerra sociale, quando, tra il 90 e l'89 a.c. Stabiae, Pompei e molte altre città italiche si ribellarono di nuovo al dominio di Roma accusata di non riservare loro gli stessi privilegi che avevano i cittadini romani.

La reazione di Roma non tardò ad arrivare e anche Stabiae capitolò il 30 aprile del 89 a.c. a seguito dell'assedio di Lucio Cornelio Silla.

Plinio il Giovane: "Fu poi nell'agro campano la città di Stabia, che Lucio Silla, sendo consoli Gneo Pompeo e Lucio Carbone, il dì 30 aprile, qual legato nella guerra sociale, spianò e in ville ridusse."



STABIAE ROMANA

M. Tullio Cicerone in Epistulae ad Familiares:
Non ho dubbi che tu, da quella tua camera da letto da cui hai aperto una vista su Stabiae e Miseno, durante quei giorni hai passato intere mattinate ad oziare in contemplazione di quello scenario

Nel 340 a.c. Stabiae viene conquistata dai Romani che la relegarono al ruolo di città di campagna rifornendo le più grandi e importanti città di Pompei ed Ercolano. Come al solito gli occupanti romani donarono alla città un lungo periodo di splendore e tranquillità, venne cinta di mura e si dedicò all'agricoltura particolarmente fiorente in quella terra, non a caso i Romani chiamarono la Campania col nome di "Campania Felix" per la sua terra fertile e rigogliosa.

Nonostante l'attività di secondo piano, il suo prestigio aumentò e intorno alla città fortificata si svilupparono numerose fattorie che, con il passare del tempo, formarono piccoli borghi divenendo l'Ager Stabiano (in cui sono emerse antiche ville romane) oggi inglobati nei comuni di:

- Gragnano - dove vennero reperite antiche ville romane.
- Casola di Napoli - con necropoli III-IV sec. d.c., con disco di terracotta raffigurante Medusa.
- Santa Maria la Carità - nel 1957 vi fu rinvenuta una villa romana sul colle Petraro. La villa era in fase di ristrutturazione, forse per il terremoto del 62 d.c. . Aveva quattro ambienti e occupava circa 1000 mq.
- Sant'Antonio Abate - dove sono state ritrovate diverse costruzioni romane, tra cui appunto Villa Sant'Antonio Abate, scoperta nel 1974, di tipo rustico, con una parte d'otium, dedicata ai proprietari, ed una zona fructuaria, riservata alle attività agricole.
- Zone della stessa Castellammare di Stabia, come il rione San Marco e Pozzano (dove venne reperito un altare di Diana, e all'epoca chiamato Fogliano, dal nome del Dio Foglianum, protettore della natura).



STORIA

Durante la II guerra punica (218 - 202 a.c.), così come ricorda Silio Italico, alcuni giovani stabiani presero parte alla spedizione su una nave della flotta del valoroso generale Marco Claudio Marcello ( 268 – 208 a.c).

Durante la Guerra sociale (91 - 88 a.c.), di Roma contro i municipia dell'Italia fin allora alleati del popolo romano, Stabiae venne assediata da Lucio Cornelio Silla (138 - 78 a.c.) e dopo un lungo periodo si arrese: venne completamente rasa al suolo e diventò porto di Nuceria.

Poi come al solito la città venne ricostruita dai Romani, secondo la loro arte e i loro usi, non più però come una città fortificata ma come luogo di villeggiatura dei ricchi patrizi, quelli che curavano l'amministrazione o vi si recavano in villeggiatura, creando stupendi edifici pubblici, strade e templi.

Sulla collina di Varano sorsero molte ville, con reparti termali e affrescate con meravigliosi dipinti. Addirittura alcune ville, tra cui quella di Arianna, avevano un accesso privato alla spiggia mediante una serie di rampe e scale.

Inoltre i Romani la dotarono di un ricco porto:
"La costruzione di un borgo e di un porto, per comodo dei cittadini e de' naviganti, i senatori di Stabia ordinarono. Difilo, benché tardo architetto, fattosi a quel comando sollecito, in un quinquennio compì l'opera."
Nel 62 vi fu un violento terremoto, ma i cittadini si affrettarono a ricostruire e restaurare le domus deteriorate.



L'ERUZIONE

Alle 13, del 24 agosto del 79, un forte boato risuonò per tutto il golfo di Napoli: era iniziata l'eruzione del Vesuvio, una delle più catastrofiche della storia: oltre a Pompei, Oplontis e Ercolano, anche Stabiae fu cancellata per sempre.

L'eruzione provocò la caduta di alcuni tetti e seppellì le abitazioni sotto un fitta coltre di cenere, ma a differenza degli altri centri sono stati trovati pochi resti umani, molto probabilmente perché durante l'eruzione, le ville erano in fase di ristrutturazione a causa di un terremoto da poco verificatosi in zona. Quelli ritrovati stavano per la maggior parte sulla spiaggia, nel tentativo, non riuscito, di fuggire via mare.

Vittima illustre ne fu Plinio il Vecchio, che dopo aver visto l'esplosione da Capo Miseno si diresse verso Pompei per osservarla più da vicino. Con la sua flottà notò che era impossibile avvicinarsi a Pompei e fece rotta verso Stabiae: qui morì su una spiaggia per aver respirato esalazioni tossiche.


Dopo l'eruzione


Dopo l'eruzione vi fu, contrariamente a Pompei ed Ercolano, una ripresa della vita nella zona di Stabiae: non un centro urbano ordinato ma piccole fattorie per l'agricoltura e la pastorizia aiutata anche dall'ottimo clima e dall'abbondanza di acque.

Galeno scrisse:"Dalle rovine della terribile eruzione del Vesuvio, che stese un funebre lenzuolo di lapilli e di cenere sulla Campania tutta, molte città non risorsero più, di alcune anzi si perdette perfino il nome: Pompei, Ercolano, Oplonti, Torà. Se Stabia risorse ben presto, dovette ciò alla fama del suo clima, delle sue acque, del suo latte."

A testimoniare la ripresa della vita nei pressi di Stabiae già 40 anni dopo l'eruzione è un cippo militare delel 121 d.c., fatto porre da Adriano, all'11° miglio della strada Stabiae - Nuceria, riaperta subito dopo l'eruzione:
XI - IMP. CAESAR - DIVI TRAIANI - PARTHICI F. - DIVI NERVAE - TRAIANUS-HADRIANUS - AUGUSTUS - TRIB. POT. V COS. III - FECIT

Il nuovo centro urbano che si sviluppò nel corso degli anni ignorò il pianoro di Varano dove sorgeva l'antica Stabiae, stabilendosi nella piana sottostante, nella moderna Castellammare di Stabia.



Scavi archeologici

La Tabula Peutingeriana, stradario dell'Impero romano del IV sec. d.c., collocava Stabiae a nord del fiume Sarno, ciò nonostante nel XVI e XVII sec. essa venne confusa con Pompei.

Scoperta nel 1749 dagli scavatori borbonici, Stabiae venne sondata per pochi anni, e nel 1759 Karl Jakob Weber aveva parzialmente individuato e descritto parte della vecchia città che si estendeva su un'area di circa 45.000 mq. Ma già nel 1782 le attività di scavo vennero spostate a Pompei, ed Ercolano che offrivano maggiori prospettive. Così che ville, case e strade ritornarono sotto terra mentre affreschi, statue e suppellettili preziose vennero raccolte nel Museo Borbonico.

Ma le mappe disegnate dagli archeologi del tempo risultarono poi essere molto utili a quelli futuri in quanto precise e dettagliate.

Gli scavi ripresero solamente nel 1950 ad opera del preside Libero D'Orsi, che riportò alla luce alcune delle ville già scavate ed indicate nelle mappe dell'epoca borbonica come Villa San Marco e Villa Arianna, insieme ad una terza parzialmente scavata chiamata Secondo Complesso.

Altre ville, come quella del Pastore o di Anteros ed Heraclo, sono ancora parzialmente o completamente interrate, mentre altre ancora sono totalmente inesplorate. 

Nel 2001 è nata un'associazione onlus italo-americana chiamata Restoring Ancient Stabiae (RAS) allo scopo di creare un parco archeologico, di completare la campagna di scavi e di promuovere le bellezze delle ville stabiane nel resto del mondo.

Ancora si esplorano sia Villa San Marco che Villa Arianna, anche se spesso, per motivi casuali come pulizie o a seguito di forti acquazzoni riaffiorano reperti e mura di costruzioni romane o di epoca precedente.

Nell'Ager Stabiano, cioè oltre a Stabia i territori degli attuali comuni di Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità, Gragnano, Casola di Napoli e Lettere, vi sono ancora una cinquantina di costruzioni tra ville d'otium e ville rustiche, tutte da esplorare.

Di dimensioni minori rispetto agli scavi di Pompei e di Ercolano, gli scavi di Stabia hanno un diverso aspetto da quei scavi perchè trattavasi di città, mentre quest'ultima era un luogo di villeggiatura con numerose ville residenziali decorate con pitture e abbellite con suppellettili; non mancavano, tuttavia, anche le ville rustiche.

Praticamente vennero esplorate la Villa San Marco e la Villa di Anteros ed Heraclo nel 1749, Villa del Pastore nel 1754, Villa Arianna nel 1757 e il secondo complesso nel 1762. Poi vennero disseppellite delle ville rustiche a Gragnano, come Villa del Filosofo nel 1778, Villa Casa dei Miri, Villa Ogliaro, Villa Petrellune nel 1779, Villa Cappella degli Impisi nel 1780 e Villa Medici nel 1781

Nel 1800, vi furono dei rinvenimenti, ma solo nel 1950 due ville, villa San Marco e villa Arianna, furono riportate parzialmente alla luce dal preside Libero D'Orsi che nel 1950, a circa 300 m da Villa San Marco riportò alla luce diversi ambienti di un nucleo abitativo con resti di case, botteghe, macellum, strada basolata, cisterna e piccolo porto, probabilmente gli edifici scampati alla distruzione sillana come testimoniano le decorazioni in primo stile.

Questi resti sono ancora interrati e l'unica testimonianza dell'antico borgo è una porta ubicata tra villa San Marco e un'altra villa in fase di esplorazione.


Le Mostre
Oggi il sito di Stabiae è al centro di un grande progetto internazionale che prevede la creazione di un parco archeologico insieme all'università del Maryland, tramite la fondazione Restoring Ancient Stabiae.

Uno dei passi fondamentali della fondazione, insieme alla Sopraintendenza Archeologica di Pompei, è stata una mostra, chiamata Otium Ludens, dal dicembre 2007 al marzo 2008, presso il Museo Statale dell'Ermitage di San Pietroburgo, che ha raccolto circa 200 reperti tra suppellettili e affreschi provenienti da Stabiae.

Due mostre sono le mostre itineranti nel mondo: la prima con il nome di In Stabiano e la seconda con il nome di Otium Ludens: le città toccate in quest'ultima mostra sono state San Pietroburgo, Hong Kong e Ravenna ed è stata riconosciuta come la quarta esposizione più bella a livello mondiale del 2007.

Tra i reperti più significativi la Primavera di Stabiae, affresco raffigurante la Dea della primavera, il Pastore, una statua di 60 cm, un carro agricolo con nelle vicinanze lo scheletro di un cavallo, la Venditrice d'Amorini, dipinto che influenzò l'arte neoclassica del '700 e la statua di Doryphoros, reperto misterioso, probabilmente ritrovato nel 1976, che non si sa da quale sito archeologico stabiano provenga. Questa mostra in futuro continuerà in altre parti del mondo, ma non è previsto un rientro in Italia. Nè conosciamo i risultati economici di tali mostre nè a cosa siano stati destinati tali introiti.



ISOLOTTO DI ROVIGLIANO

A circa 500 m dalla foce del fiume Sarno sorge l’isolotto di Rovigliano. Il suo nome si pensa derivi dalla gens romana Rubellia, o Rubilia, che vi costruì una villa d'otium.  
Prima dell'avvento dei romani lo scoglio si pensa sia stato emporio fenicio o tempio dedicato ad Ercole, che si riteneva fondatore di Rovignano, difatti allora era chiamato Petra Herculis.

Ce lo testimonia pure Plinio il Vecchio, (23 - 79) che nel libro XXXII ,8, dell’opera Historia Naturalis, riporta:“…in Stabiano Campaniae ad Herculis petram melanuri in mari panem abiectum rapiunt, iidem ad nullum cibum, in quo hamus sit, accedunt”. (allo Scoglio di Ercole i melanuri, oggi “pesci tordo”, mangiano il pane gettato in mare, ma, non si accostano a nessun cibo infisso sull’amo). 
Inoltre sulla parete sud della torre sono visibili resti di opus reticulatum, a blocchetti di tufo quadrati (I sec. a.c. - II sec. d.c.),

Sembra pure che nello scavo delle fondamenta della torre venne alla luce una statua in bronzo raffigurante Ercole, presto scomparsa come tantissime opere antiche che da ogni parte vengono vendute impunemente.

L'isolotto ospitò una chiesa e vari monasteri, poi una torre di avvistamento e persino una prigione. Nel 1861 l’isola passò al Demanio dello Stato che la vendette (solo in Italia succedono queste cose!) ad un privato, passando di mano in mano.
L'approdo sull'isola presenta una rampa in pietra di circa venti gradini, di cui mancano i primi. 

Di fronte alla scalinata c’è un cunicolo largo un paio di metri, con pareti alte e soffitto a volta, anch'esso a scale, da cui si accede alla terrazza principale dell’Isolotto. Dinanzi alla terrazza si erge la torre  

All’interno di una nicchia alla base della torre, sono visibili ancor oggi i resti di un’edicola, nella quale presumo, un tempo vi poteva essere esposta una immagine sacra a protezione dell’Isolotto. 
Non a caso vi venne eretta una chiesetta perchè i cristiani usavano cancellare qualsiasi traccia di santuario pagano sostituendolo con una chiesa, sia pure in un luogo pressoché inaccessibile.

Oggi questo bellissimo sito che molti paesi stranieri ambirebbero avere e che certo terrebbero nel modo dovuto, è in stato di assoluto degrado ed abbandono, pieno di rifiuti, di sterpi e animali morti.




LE VILLE

Certa è l'esistenza di altre ville, come quella denominata del Pastore o di Anteros ed Heraclo, oggi, però, ancora parzialmente o completamente interrate, mentre altre ancora sono totalmente inesplorate: nella zona dell'Ager Stabiano (comprendente, oltre l'antica Stabiae, gli attuali comuni di Sant’Antonio Abate, Santa Maria la Carità, Gragnano, Casoria e Lettere), sono presenti una quarantina di costruzioni tra ville d'otium e ville rustiche.

Grotta San Biagio

La Grotta di San Biagio è un antico tempio cristiano, ricavato nel tufo alle pendici della collina di Varano: Precedentemente vi era un tempio romano dedicato a Mitra, trasformato poi in catacomba. Oggi la grotta è chiusa al pubblico.

Le Terme

Le antiche sorgenti di Stabia erano ben conosciute fin dal tempo dei romani, ma non vanno confuse con le Thermae Stabianae citate da Plinio il Vecchio. Queste ultime erano posizionate entro la cerchia urbana dell'antica Pompei ed erano cosiddette in quanto sorgevano sulla via Stabiana. A Stabiae non vi furono terme. Le cosiddette antiche terme risalgono all'800.


Antiquarium Stabiano

ANTIQUARIUM
Nell'Antiquarium Stabiano, o Museo Archeologico, vengono raccolti tutti i reperti provenienti dagli scavi dell'antica Stabiae, alcuni anche di notevole valore.

Però questo museo, che occupa alcuni ambienti sottostanti la scuola media Stabiae, in via Marco Mario, oltre che di poco degna collocazione, è perennemente chiuso.

Si parla di un suo possibile trasferimento presso la Villa Gabola, dove i reperti stabiani troverebbero finalmente degna sistemazione negli spazi adibiti a museo della splendida reggia di Quisisana, situata sulla collina omonima, attualmente in fase di avanzato restauro.
Ma chissà quando.



VILLA ARIANNA IN CAMPO VARANO 

Un dipinto raffigurante il mito di Arianna abbandonata da Teseo dà il nome a questa enorme villa d’otium. Situata all’estremità ovest della collina di Varano, è in posizione panoramica. Fu scavata tra il 1757 e il 1762, in epoca borbonica, sotto la guida dell’archeologo Kar Weber. Purtroppo il Weber asportò all'epoca ogni tipo di decorazione, dagli affreschi ai mosaici. Fortunatamente scavò solo in parte.

La struttura è tardo repubblicana, poi ampliata con ambienti sul lato posteriore, nel I secolo d.c.

Una parte dell’edificio è ancora interrato, in futuro ancora molti reperti e tesori potrebbero venire alla luce. La zona scavata si estende per 2500 metri quadrati.

L’aspetto complessivo è stato ricostruito dalle mappe borboniche che delineano sia i nuclei interrati sia quelli visitabili.

L'impianto, fortemente condizionato dall'andamento del pianoro su cui si erge. conserva quattro aree principali della villa: ambienti di servizio e termali, ambienti ai lati del triclinio estivo, risalenti ad età neroniana; la grande palestra annessa alla villa in età flavia.

Il quartiere termale, con calidarium absidato e praefurnium ancora leggibili, era originariamente decorato in opus sectile.

La villa prende il nome dal quadro mitologico principale del grandioso Triclinium estivo, che rappresenta il mito di Arianna abbandonata da Teseo sull'isola di Nasso nel momento in cui alla fanciulla, che sta dormendo tra le braccia di Hypnos, il dio del sonno, appare Dioniso alato e coronato di edera, mentre Eros illumina la scena con la fiaccola dell'Amore.

Dei pochi affreschi ancora visibili,
- oltre all’Arianna abbandonata a Nasso, sulla parete dell’ampio triclinio,
- Ganimede rapito dall’aquila, nel vestibolo annesso,
- Perseo e Andromeda, in una sala attigua, purtroppo picchiettato dal Weber perché ritenuto troppo consumato per essere distaccato e dunque danneggiato ulteriormente perché altri non se ne appropiassero.

Lungo l’asse su cui si apre il triclinio estivo si succedono ambienti diversi decorati su fondo bianco e giallo, che rompono con la tradizione decorativa ellenistica, nella quale predominavano grandi pannelli figurati.

Il monumentale peristilio, di m. 370, rispetta il canone di Vitruvio per le palestre.
Dalla parte opposta si trova il nucleo repubblicano della villa, con cubicoli a pregevoli decorazioni a mosaico intorno all’asse atrio-peristilio, tipico delle residenze vesuviane del I secolo a.c..

L'atrio è di tipo tuscanico con l'Impluvium, privato del rivestimento marmoreo, con pavimento mosaicato in bianco-nero, e pareti, in tardo III stile, con singolari bordate di maschere, figure femminili e palmette su fondo rosso e nero.

I due cubicola con i quali inizia la parte oggi in luce della villa, conservano intatti gli affreschi del II Stile iniziale a finta incrostazione marmorea, con colonne ioniche su alto podio che reggevano il soffitto a cassettoni.

Una delle stanze è decorata con un rivestimento a "piastrelle" dipinte, sopra uno zoccolo rosso, con figure femminili ammantate e amorini cavalcanti, grifi ed ippocampi.

Esso si svolge su quattro fasce oblique che si ripetono alternando all'interno di ogni piastrella, nella prima fascia, figure femminili ed uccelli, una con ali chiuse e l'altra con ali aperte, nella seconda un fiore e un medaglione, nella terza amorini alternati ad uccelli simili ai precedenti, nella quarta rosette e medaglioni.

Le altre stanze sono tutte decorate con gusto miniaturistico, con ampie finestre che si affacciano sia dalla parte del mare sia dalla parte dei monti. Non mancava il quartiere termale, anche se di modeste dimensioni, con calidarium, tepidarium e frigidarium.

La zona antistante gli ambienti descritti, costituita da un peristilio, è attualmente interrata.
Gli studiosi, attraverso studi laboriosi e approfonditi, hanno stabilito che la collina degradava dolcemente verso il mare con terrazze su vari livelli.



VILLA SAN MARCO

Cosiddetta da una cappella che sorgeva nel XVIII secolo nei suoi pressi, si distende nell’area nord-orientale della terrazza alluvionale della collina di Varano, a circa 50 m. sul livello del mare.
La superficie globale del complesso è enorme, di ben 11.000 mq, di cui solo 6.000 messi in luce. Esso si articola in cinque nuclei:
  1. quartiere dell’atrio con annesso quartiere rustico;
  2. quartiere termale;
  3. area del peristilio;
  4. area del loggiato superiore;
  5. quartiere d’ingresso (interrato).
Fu scavata e rilevata in grafico in età borbonica tra il 1750 e il 1754 e successivamente risotterrata. Fu nuovamente scavata negli anni '50 gra­zie alla tenacia del preside Libero D'Orsi e rimessa definitivamente in luce.

Le strutture edilizie della villa risalgono alla prima età augustea, poi modificata nel I sec. d.c., e all'età claudio-neroniana, con murature in opera reticolata, in opera vittata ed in opera mista.
Al momento dell'eruzione del 79 d.c. nella villa erano in corso lavori di re­stauro, dovuti ai danni causati dal terremoto del 62 d.c. ed ai movimenti tellurici che, successivi a questa data, precedettero l'eruzione. Gli interventi di restauro si riconoscono nelle frequenti immorsature in opera laterizia, caratteristiche di quegli anni.

La villa, situata ai margini dell'antica cittadina, può essere compresa nelle ville urbane residenziali, dove il paesaggio e la natura diventano ele­menti integranti delle strutture e ne con­dizionano lo sviluppo. Le strutture furono ulteriormente danneggiate dal sisma del 1980, che ha reso necessari molti restauri.


Descrizione

Si entra da un vestibolo che immette nell’atrio, su cui si apre il larario, con decorazione a finto marmo del I stile pompeiano. L'atrio è dotato di un elegante tetto corinzio sostenuto da colonne, sul quale sono affacciati il larario, i cubicola ed il tablino. L’ingresso ad oggi è ancora sepolto ma conduceva al quartiere termale, caratterizzato dalla sala calda, fredda e da un tiepidarium.

L’area delle terme si annette al resto della costruzione con un asse differente, per l'interferenza di una strada. Nelle terme si snodano in successione il frigidarium, il tepidarium e il calidarium. Vi si notano la monumentale piscina con esedra ed ambulacri, gli hospitalia finemente decorati ad affresco, nonché il singolare giardino superiore circondato dalle colonne tortili sono testimonianza di un gusto eclettico e molto originale. L’ambiente della rappresentanza è molto sontuoso con pareti in marmo nella parte inferiore e affrescate nella parte superiore.

Questo nucleo di ambienti faceva parte dell'insieme di quelli gravitanti intorno al grande peristilio e situati sui bracci laterali dei porticati.

Si tratta di tre diaetae, cui si accede attraverso tre gradini, alla cui base è visibile il mosaico più antico del primo peristilio, la cui parete viene sfondata per ricavare il vano-porta di accesso all'ambiente successivo.

Questo, con pavimento a mosaico bianco delimitato da una sottile fascia nera, costituisce l'anticamera di altri due ambienti.

Le pareti sono splendidamente decorate in fine IV stile, con zoccolo a fondo nero delimitato in alto da una cor­nice ad ovoli dorata e zona mediana rossa, con specchiature chiare e bordi di tappeto delimitati da sottili candelabri dorati.

Le pareti sono animate da figurine di ele­vata qualità artistica, caratteristiche della pittura stabiana. Sullo zoccolo della pa­rete sud è una figura maschile che incede con lancia nella mano destra e mantello rosso poggiato sulle spalle. Sulla parete est è una fanciulla che regge tra le mani un vassoio, vestita con una lunga tunica rossa, sulla quale ha un leg­gero mantello verde azzurro.

Nella zona mediana, sulla parete sud, è la figura di Ifigenia, con tunica verde azzurra appuntata con una fibula sulla spalla destra e drappo panneggiato giallo ricadente dalla spalla sinistra, che regge il Palladio sulla spalla sinistra e una piccola fiaccola abbassata nella mano destra.

Sulla parete est è Perseo, che regge con la mano destra un gladio e con la sinistra sol­levata la testa tronca di Medusa. Sul brac­cio sinistro ha un velo verde azzurro, ai piedi sandali piumati.

Sulla parete nord, come contro-pannello laterale di Ifigenia, una figura femminile, con in mano una pisside di cui solleva il coperchio.

An­che la zona superiore, conservata solo parzialmente, è arricchita dalla presenza di personaggi: sulla parete est un amorino in ginocchio con in mano una pisside; sulla parete sud una graziosa figurina femminile con cetra vestita unicamente con un velo che appoggiato sulla spalla destra le scende lungo il corpo coprendo le gambe e lasciando il dorso scoperto.

Seduta di spalle, sulla parete nord, un'altra figura femminile con tunica verde smeraldo e mantello verde azzurro di cui resta solo imbraccio e parte del corpo.

Anche il soffitto era riccamente decorato: un ottagono irregolare dai lati concavi, bordati da una sottile ghirlanda, racchiude una figura alata, forse una Vittoria, dato che ha in mano una palma.

Gli affreschi originari sono stati distaccati e portati nel locale Antiquarium. I pittori degli affreschi di questa parte della villa sono gli stessi della Villa Imperiale di Pompei.

Gran parte della villa è occupata dal giardino che parte dalla monumentale facciata di un finto ninfeo, con peristilio anulare e raffinatissimi mosaici parietali.
Rinvenuti numerosissimi bolli di tegola col nome di Narcisso, liberto e segretario di Claudio, il gestore dell'officina che ha prodotto i materiali da costruzione. L’identificazione dei proprietari nei Virtii, nota famiglia stabiana, non è dimostrata con certezza.



IL SECONDO COMPLESSO

Il 'Secondo complesso' del Varano, affiancato alla precedente villa s. Marco, nella piana di Varano, fu indagata totalmente dallo svizzero Weber nel 1762 e lo spagnolo La Vega nel 1775, con una superficie scavata di 1000 mq circa. Nel 1967, le esplorazioni continuarono sotto la direzione di Libero D’Orsi. L' edificio è collegato a Villa Arianna, e, vi si accede proprio da quest’ultima.


Lo studio ripreso dal 1967 ha rilevato il lato nord del peristilio porticato su tre lati, e alcuni locali, tra i quali un oecus, che franarono a valle per smottamenti. Dalla mappa eseguita nel periodo borbonico, il lato sud del peristilio era chiuso con un finto porticato ornato da semicolonne poggiate al muro.

Al di là di questo si trovava la zona termale che comprendeva un calidarium absidato a nord che sporgeva nel peristilio e una piccola vasca rettangolare a sud; un tiepidarium con una vasca e gradini; un locale circolare con una copula e poca areazione, probabilmente un laconicum; e una cucina.

Il triclinio aveva un pavimento a tessere bianche, bordato a meandri bianchi e neri, e rettangolo centrale a cassettoni esagonali verdini con motivi figuati.

Questo pavimento fu asportato. In un ambiente contiguo si scoprì una soglia bianca e nera raffigurante un vaso con tralci di edera a spirale. Anche questo fu staccato, insieme a un altro pavimento con treccia a due capi nera e uno a triangoli bianchi e neri.

Sul lato ovest del peristilio c'era una peschiera con vasca quadrata, rivestita di marmi e attorniata da una canna in piombo con degli zampilli.
La struttura ha un nucleo più antico, che si sviluppa intorno al peristilio, e una zona più moderna a nord-ovest, un ampliamento d’epoca imperiale o la fusione con un secondo edificio.

Gli abbellimenti che decoravano il corpo più antico della villa sono spariti quasi completamente; mentre le pareti della parte a nord-ovest sono meglio conservate e decorate da un ornamento a fondo nero in III stile pompeiano. Gran parte della pavimentazione è stata esportata in età borbonica e inserita nella pavimentazione degli ambienti del Real Museo Borbonico, l'attuale Museo Nazionale Archeologico di Napoli.



VILLA DEL PASTORE

A pochi metri a sud-est del Secondo Complesso sorgeva una quarta villa, la cosiddetta Villa del Pastore, dalla statuetta che vi si rinvenne. Venne scavata nel 1967-1968, a seguito di uno scavo a scopo edilizio dell’allora proprietaria. Gli unici reperti in essa rinvenuti fino ad ora sono due splendidi marmi: un labrum e la statua del Pastore che dà il nome alla villa.

Sorge sul costone del pianoro di Varano, in posizione panoramica, a poca distanza da Villa Arianna ed è stata esplorata tre volte. La prima nel 1754-59 da Karl Weber, che portò in luce un grande giardino; la seconda con Pietro la Vega, nell 1775-78, la terza e ultima nel 1967-68, per il ritrovamento di un muro perimetrale nella rimozione di lapilli dal terreno per uso agricolo.

Lo scavo fu finanziato dalla proprietaria del terreno e, successivamente tutta la zona fu espropriata, in attesa del completamento delle pratiche di esproprio (46 anni!), ma intanto la villa fu nuovamente sepolta nel 1970 per evitare che si rovinasse. Vergognosamente la causa di esproprio va avanti ancora oggi e la villa rimane sepolta: in futuro l'associazione RAS dovrebbe occuparsi del suo recupero. In futuro... ma quando?

La villa del Pastore risale a un periodo tra l'VIII sec. a.c. e il 79 d.c., su una superficie di 19.000 mq, circa 204.000 se si considera anche l'area del giardino. La villa si suddivide in due parti: un'ampia zona scoperta e un serie di locali adibiti a uso abitativo; entrambe con pianta rettangolare. L'area del giardino scoperto ha a sud una parete a emiciclo, mentre al nord si trova un criptoportico fenestrato di 145 m., al quale corre parallelo, ma leggermente più in basso, un colonnato. Al centro del giardino una natatio con gradinata in marmo.

La villa prende il nome da una statuetta marmorea di 65 cm, in stile ellenistico, qui rinvenuta, che rappresenta un anziano pastore vestito di pelli, con sulle spalle un capretto, mentre regge un cesto con uva e pane, e nell'altra mano una lepre.

A sud la parete del giardino termina con archi in laterizio e in opus reticulatum con tufo giallo e lava rossiccia. A sud ovest si trova un porticato di 10 m. x 2, pavimentato a mosaico bianco e nero: da qui si accede in un ambiente a opus latericium con piccola nicchia affrescata in azzurro.

Nel giardino furono ritrovate due ante in laterizio, affrescate in rosso, che permettevano l'accesso a un grosso ambiente, probabilmente un tablino; poi un piccolo ninfeo quadrato con al centro il labrum marmoreo.

Il resto della villa ha una quindicina di ambienti raccolti intorno a un cortile centrale, che a nord si apre sulle terme, con apodyterium, calidarium, una cucina e un vestibolo. Dalla zona termale un'esedra funge d'accesso a un impluvium sul cui fondo si apre un larario.
La villa si sviluppava su tre livelli, ed era collegata direttamente al mare da una serie di rampe che degradavano verso la spiaggia.



VILLA CARMIANO

Deve il nome al luogo in cui sorge, Carmiano nel comune di Gragnano ed è una villa rustica dell'ager stabiano a poco meno di un km dal pianoro di Varano.

Tornò alla luce negli scavi di Libero D'Orsi nel 1963, poi abbandonata e risepolta nel 1998: non era stata ancora esplorata, per cui si sono potute scoprire molte novità sullo stile di vita dei romani sia per la notevole quantità di reperti ritrovati.

La villa ha una superficie di circa 400 mq e risale alla fine del I sec. a.c..
Del proprietario si conoscono soltanto le iniziali, MAR.A.S., incise su un sigillo in bronzo, probabilmente un ricco agricoltore.

Dopo l'ingresso dove è postala cuccia del cane, si entra nell'ampio porticato coperto, interamente dipinto, sul quale si aprono quasi tutte le stanze e dove si trova il larario dedicato a Minerva.

Le stanze di servizio: cucina con forno, torchio, vasca per la raccolta del mosto e cella vinaria con 12 dolie per complessivi 7.000 l. di vino, e gli ambienti per il deposito del raccolto e degli utensili per lavorare la terra sono pavimentati in terra battuta.

La zona residenziale come il triclinio ha una pavimentazione in cocciopesto, con bellissime pitture in arte flavia, con la raffigurazione di Nettuno e Amimone, Bacco e Cerere e il trionfo di Dioniso.

" La prima immagine a lasciare sconcertati è quella dell’ingresso: un cancello in ferro battuto, chiazzato di ruggine, e un cartello che recita: Villa Carmiano, 79 d.C. 

E' un pezzo di una realtà che abbiamo imparato a conoscere alla perfezione: quella del degrado dei beni culturali locali. Il quadrato di erba, lamiere e cumuli di terra è avvolto in un silenzio che sa di indifferenza. E ti chiedi a cosa possa servire un cancello, una recinzione o un grosso catenaccio.  

Eppure, qualcosa da difendere ci sarebbe: uno dei complessi più favolosi dell’architettura e della pittura romana. Una villa di produzione di 400 mq il cui impianto originario risale al II sec. a.c.


E soprattutto una struttura che ha restituito il più bel ciclo di pitture di tutta la romanità. Forse qualcuno avrà anche sentito parlare di questa villa in relazione al celebre triclinio, dal quale sono state staccate le pitture, finite poi nelle città di tutto il mondo, da Parigi a San Pietroburgo, passando per Washington. Di questa antica bellezza non resta niente.

Un barbarico sistema di case e una strada violentata di buche e dissesti. Non resta niente dello splendore di Carmiano, dei suoi proprietari, del lusso di cui erano soliti circondarsi; non resta niente di quella ricchezza produttiva che la villa era in grado di concentrare, essendo essa una azienda agricola specializzata nella viticoltura.  

Un passato che vogliamo distruggere con le armi più terribili: l’indifferenza e l’abbandono.

Ho ripreso in mano un opuscolo pubblicato in occasione della celebrazione del 250simo anniversario degli scavi di Stabiae (1750/1-2000/1).

In esso ho letto le dichiarazioni rilasciate dall’allora sindaco di Gragnano, Michele Serrapica, di cui ripropongo un passaggio chiave:

“Perché non ricostruire almeno una delle ville ( penso ad esempio a quella di Carmiano ubicata in proprietà demaniale) per mostrare scene di vita quotidiana, legate all’attività agricola, ricostruendo un torchio vinario, riproducendo gli stupendi affreschi del triclinio, e, perché no, coltivando nello stesso fondo gli stessi vitigni di 2000 anni fa, producendo così lo stesso vino che bevevano gli antichi romani. 

Sarebbe un modo per fare non solo cultura, ma anche per mettere in moto un circuito economico originale, in grado di attrarre numerosi visitatori, e di dare impulso alle possibilità lavorative dei giovani. 
Un modo dinamico di interpretare e coniugare la conservazione dell’eccezionale patrimonio archeologico con la sua valorizzazione in un contesto di sviluppo del territorio.”
Giudicate un po’ voi..
Angelo Mascolo


VILLA PETRARO

Villa rustica dell'ager stabiano situata in località Petraro, da cui prende il nome, al confine tra Castellammare di Stabia e Santa Maria la Carità, anticamente nella piana del Sarno, in una zona boscosa a ridosso di una antica strada romana tra Stabiae e Nuceria. La villa è stata scoperta nel 1957 nell'estrazione di lapilli ad uso industriale e la sua esplorazione, guidata da Libero D'Orsi è proseguita fino al 1958, quando dopo averla spogliata di affreschi ed elementi decorativi è stata nuovamente sepolta.

Villa Petraro ha una superficie di 37 m. x 29 per circa 1.000 mq, composta da due livelli come testimonia una scala superstite.

Costruita originariamente durante la I età augustea, al momento dell'eruzione del Vesuvio doveva essere sotto ristrutturazione, probabilmente in trasformazione da villa rustica a villa d'otium, come testimoniano cumuli di materiali edili e progetti di decorazioni.

La sua splendida posizione a pochi metri dalla spiaggia con bellissima vista sull'attuale golfo di Napoli, ben si prestava a una villa signorile.

La villa presenta un ampio cortile centrale con criptoportico a nord per proteggerla dal sole, con colonne in opus vittatum a sud, e ad est nuove colonne in via di realizzazione. Dall cortile, fornito di pozzo e forno, si diramano gli ambienti della villa: depositi, ambienti di lavoro, triclini, cubicula e sei ergastula, ossia celle per gli schiavi.

A seguito dei lavori di ampliamento la villa è stata dotata, a est, di zona termale, con una scala che porta al piano superiore. Le terme hanno coperture a botte, con un calidarium, un frigidarium, nel quale erano in costruzione nuove vasche, un tepidarium, con tubi fittili per il riscaldamento, un praefurnium e un apodyterium.

 I pannelli decorativi che furono asportati e conservati nell'Antiquarium stabiano rappresentano scene bucoliche, divinità fluviali, amorini e scene mitologiche come la Presentazione della vacca in legno a Pasifae e Narciso che si specchia in acqua; la maggior parte delle pareti della villa però erano state rivestite di intonaco bianco prossime alla decorazione, oltre a 25 bassorilievi in fase di rifinimento. Tra i reperti più importanti bottiglie in vetro soffiato, brocche in terracotta e un torchio oleario.



VILLA SANT'ABATE

E' una villa rustica in località Casa Salese nella parte alta dell'attuale città di Sant'Antonio Abate, da cui prende il nome, al limite estremo dell'ager stabiano al confine con Pompei e con Nuceria. La villa è stata scoperta nel 1974 ed ha fornito agli archeologi importanti notizie sugli usi e costumi dei romani.

Non essendo infatti mai stata scavata prima d'allora, neanche dai Borboni, ha offerto una grande varietà di oggetti, portati nell'antiquarium di Castellammare di Stabia. Si ritiene che soltanto un'ala della villa sia stata riportata alla luce.

Nel 2009 è stato approvato un progetto di restauro e recupero per una spesa complessiva di 40.000 € che lascia ben sperare.

Risale all'epoca augustea-tiberina e probabilmente si articola intorno a una corte a pianta quadrata. L'area rinvenuta è un ampio ambiente vicino al muro perimetrale con una piccola aia protetta da muretti e tre colonne a base quadrata che fanno parte di un portico, non completamente scavato, che rappresenta l'ingresso alla villa, decorato con estrema finezza da immagini di animali, piante e maschere.

Dal portico si accede a diversi ambienti: una stanza dipinta con zoccolatura in nero e la parte superiore in intonaco bianco, una piccola e curiosa stanza con la volta ricavata da un mezzo dolio, un recipiente dove era contenuto il vino, adibita a forno, e un ampio ingresso con i resti di una scala in legno che conduceva al piano superiore.

Da qui, dove si trovavano i dormitori per gli schiavi, partiva l'accesso alla corte, cinque colonne in laterizio non intonacato, e alla cucina.

Oltre a un piccolo ripostiglio, è presente anche un triclinio rettangolare con pareti a fondo nero.

All'esterno della villa si trova la scala che porta al piano superiore e un collettore d'acqua in cocciopesto, che aveva anche funzione di isolante. Di grande interesse anche i resti di una macina e una nicchia adibita a larario.



VILLA MEDICI

Porta il nome dalla località in cui si trova, esplorata per la prima volta da Pietro la Vega nel 1781-82. Fu interamente riportata alla luce ma in seguito nuovamente interrata.

Ha una pianta rettangolare con al centro un cortile con sei colonne affrescate in rosso, un dolio, un pozzo e una vasca con un canale che fungeva da abbeveratoio per gli animali.

Dal cortile si aprono: la cucina con il forno, una latrina, un'apotheca dove venivano raccolti i frutti e un torcularium, che dà a sua volta accesso a una grande stanza affrescata con zoccolatura in giallo a strisce rosse mentre la parte superiore ha fasce verdi su un fondo scuro con fiori e foglie: all'interno furono rinvenuti diversi reperti come una tazza, un campanello e un'accetta.

È inoltre presente una cella vinaria e una stanza per il fattore, entrambe con ingresso autonomo. Nella pittura qua a fianco, notare il segno semplice e preciso dell'affresco.

Qui si comprendono due cose. Una è la provenienza dei magnifici acquarelli napoletani che hanno un tratto pressocchè identico e l'impostazione di una pittorica moderna tipo fauvismo, dove il colore ha poche sfumature ma la prospettiva è data da toni più scuri o più chiari, però netti e non mescolati.


VILLA PETRELLUNE

Villa rustica rivenuta in località Petrellune, da cui prende il nome. Fu esplorata in minima parte in epoca borbonica, nel 1779, dallo spagnolo Pietro la Vega.

Fu poi abbandonata quando, dopo l'asportazione del pavimento, si notò la presenza di lapillo, che fece ritenere la costruzione fosse successiva al 79.

Gli archeologi non sapevano dell'uso dei costruttori romani del lapillo per la pavimentazione, proveniente da eruzioni precedenti.

Furono esplorati all'incirca tre ambienti, i cui mosaici pavimentali e marmi parietali denotavano la ricchezza dei proprietari.

Parte dei mosaici furono asportati nel 1779 e trasferiti alla reggia di Portici: un tessellato bianco con disegni geometrici in nero.




VILLE DELL'OGLIARO

Una serie di tre edifici ubicati tutti in località Ogliaro, a Gragnano. La prima è stata esplorata nel 1779 da Pietro la Vega, ma le descrizioni della costruzione sono andati perduti, anche se resta, una mappa del 1850.

Essa ha un lungo portico che immette in diversi ambienti: la stanza per la produzione del vino, quella dell'olio, due ergastula per il riposo degli schiavi e un piccolo quartiere termale.

La seconda villa è stata scoperta nel 1782, esplorata sempre da Pietro la Vega, è più grande della prima ed ha una pianta irregolare.

È composta da tre cortili, una zona termale con pareti affrescate e pavimentazione in tessere di mosaico, e in altri ambienti pavimentazione con ciottoli marini. La scala rinvenuta fa dedurre un piano superiore.

La terza è stata scoperta nel 1957 e solo parzialmente scavata, riportando alla luce ruderi di mura in opus incertum e un ambiente con frantoio. Oggi tutte le ville dell'Ogliaro sono interrate.



VILLA DEL FILOSOFO

Esplorata nel 1778, deve il suo nome al ritrovamento di un anello con corniola intagliata raffigurante il busto di un filosofo. L'accesso alla villa avviene da una strada lastricata e si sviluppa intorno a un cortile, con criptoportico fenestrato nella parte nord, e portici nei lati sud ed est, mentre al centro è presente un'ara in tufo e un pozzo per la raccolta dell'acqua.

Intorno al cortile si aprono diversi ambienti a uso abitativo e rustico. Ha una zona termale pavimentata a mosaico bianco con tessere nere che riproducono un delfino che avvolge un timone, mentre sulle pareti i dipinti raffigurano animali e maschere.

Ha un mosaico di più pregevole fattura, in stucco, rappresentante Venere nuda accompagnata dalle sue ninfe anch'esse nude. In uno di questi ambienti è stata inoltre ritrovata una stufa decorata con stucchi.

Al momento della sua scoperta la villa era rimasta immutata dall'eruzione del Vesuvio del 79, non avendo subito saccheggiamenti, ha offerto molti reperti tra cui l'anello con la corniola, un ago crinale in avorio con Venere, attrezzi agricoli, oggetti in terracotta, candelabri, vasi in bronzo e lo scheletro di un cavallo. Attualmente la villa è interrata.



VILLA DEI MIRI

Villa rustica riportata alla luce nel 1779-80, oggi interrata, che prende il nome dalla strada in cui si trova, a pochi m. dalle ville d'otium dell'antica Stabiae.

La costruzione è divisa in due zone: quella abitativa e quella rustica.

La zona abitativa ha un vestibolo con tre colonne, con la scala che conduce al piano superiore, che divide l'ingresso da un piccolo atrio: da questo si apre l'accesso alle stanze e a un grande peristilio, affrescato e pavimentato a mosaico in frantumi di marmo, con 20 colonne a colonnato.

La parte rustica comprende ambienti destinati per la produzione dell'olio, con due torchi oleari e una vasca: nell'aia è stato rinvenuto un vaso di terracotta, diviso in vari scomparti, utilizzato per ingrassare i ghiri, uno dei cibi prediletti dai romani.



VILLA DEL GENIO

Nel 1754 fu scoperta una casa nel podere di Gerace a Varano, cosiddetta per avervi rinvenuto un piccolo Genio d'argento con disco e cornucopia dorati.

Di questa casa l'architetto Carlo Bonucci ne dette pianta e indicazioni nella sua Opera delle due Sicilie. Vi era un ingresso nobile, cui seguiva l'atrio con impluvio. Ricorreva intorno intorno un tetto sostenuto da quattro colonne, e un larario.

A sinistra dell'atrio dei passaggi introducevano ad un gran giardino circondato da portici colonnati, e dal giardino si passava ad un bagno con una gran vasca a cui si scendeva per mezzo di gradini.

A destra dell'atrio c'era una stufa con pavimento a mosaico bianco fregiato a nero di animali marini, e seguiva un tepidarium, con un sedile.

All'esterno della casa si aprivano una serie di botteghe con stanze superiori, per abitazioni o per conserve di masserizie e di utensili, di cui se ne rinvenne in gran quantità.



ALTRE VILLE

Sia durante l'epoca borbonica che durante gli scavi di Libero D'Orsi o per motivi casuali, sono riaffiorate diverse ville rustiche sparse nell'ager stabiano, in particolare nella zona di Gragnano e Santa Maria la Carità.

Purtroppo la maggior parte di queste, dopo la loro scoperta, sono state parzialmente esplorate, depredate degli oggetti e affreschi di maggiore importanza e poi nuovamente sotterrate o addirittura andate distrutte.

Tra le ville meno conosciute c'è la villa rustica Cappella degli Impisi, scavata nel 1780 e la sua esplorazione è stata dopo poco tempo interrotta in quanto precedentemente saccheggiata e quindi povera di affreschi, mosaici e suppellettili: tuttavia sono stati ritrovati un'idra, dieci vasi di creta, e due ruote di frantoio.

Tra le ville la cui scoperta è più recente, la villa rustica in proprietà Malafronte, del II secolo a.c. come testimoniato dal ritrovamento di alcune ceramiche, già abbandonata prima dell'eruzione del 79: probabilmente distrutta durante l'invasione di Silla nel 89 a.c., realizzata in blocchi di tufo, nella quale si riconoscono diversi ambienti e una vasca posta nel cortile.

La villa rustica in proprietà Iozzino è riaffiorata nel 1963 durante la costruzione di un edificio che ne ha provocato in parte anche la distruzione: risale all'età augustea ed è stato ritrovato un calidarium in opus reticulatum e un'intercapedine in tegole mammatae e suspensurae.

La villa rustica in via Sepolcri, a Gragnano, è stata scoperta nel 1969 a seguito di lavori per la costruzione di serbatoi idrici: della villa sono state esplorate circa dieci stanze alcune delle quali destinate ad abitazione, altre a magazzino, come testimoniano la presenza di un torcularium e di una cella vinaria.

Durante la costruzione della strada statale 145, nel 1984, è stata riportata alla luce una villa rustica d'età augustea e ampliata durante l'età tardo repubblicana. La parte scavata mostra un cortile sul quale si affacciano un triclinium, un oecus e altri ambienti tutti affrescati in III stile pompeiano, oltre a diversi ambienti di servizio, uno dei quali dotato di forno.

Tra i reperti una casseruola in argento e diversi affreschi del triclinio con paesaggi mitologici, come la Caccia al cinghiale e Diana e Atteone: quest'ultimo risale al 35-45 d.c. e raffigura Diana nuda intenta a immergersi nelle acque di un ruscello e Atteone che la spia dall'alto.

Nel 1985 sono state fatte importanti scoperte archeologiche come un muro perimetrale, in opus incertum, di una villa e il perimetro di un'altra in via Pantano dalla superficie di circa 600 m2: il muro perimetrale è in opus incertum in calcare e tufo e all'interno sono stati individuati undici ambienti ancora non scavati.

Altre due ville rustiche sono state ritrovate in località Incoronata a una distanza di circa 250 m. l'una dall'altra: la prima ha una superficie di circa 600 mq ed è composta da 12 ambienti di cui rimangono solo le fondamenta. L'altra villa invece risale all'epoca augustea e il muro perimetrale ha anche la funzione di muro di contenimento di una scarpata. Nel 1987 sono state ritrovate, alla profondità di circa 3 metri, presso via Quarantola a Gragnano, diverse mura in tufo, realizzate in opus reticolatum appartenenti a una villa: non è stato possibile scavare gli ambienti interni ma si è dedotto che la costruzione aveva un'altezza di 2 m. e mezzo.




TEMPLI

La quasi totale assenza di templi nella zona di Stabiae fa pensare che furono rasi al suolo durante l'occupazione di Silla, ma alcuni resti testimoniano strutture sacre come un tempio dedicato a Ercole, uno a Diana, uno ad Atena, uno a Cibele e quello più importante del Genius Stabianum.



lL TEMPIO DI ERCOLE

Si trovava sulla Petra Herculis, oggi scoglio di Rovigliano, un isolotto a 200 m. dalla costa, vicino alla foce del Sarno. Secondo la leggenda Ercole, di ritorno dalle sue fatiche, staccò un pezzo di roccia dal monte Faito e lo scagliò in mare formando l'isola. Del tempio rimangono pochissime tracce: un pezzo di muro in opus reticulatum e il ritrovamento, durante lo scavo delle fondamenta di una torre, di una statua in bronzo di Ercole, andata perduta. Plinio il Vecchio cita che l'isola fosse dedicata a Ercole.


TEMPIO DI DIANA

Stava nella frazione di Pozzano, all'estremità sud dell'ager stabiano, sulla collina dove oggi sorge la basilica della Madonna di Pozzano.

Fu infatti durante uno scavo presso il giardino della chiesa, nel 1585, che riaffiorarono alcuni resti di un tempio pagano, tra cui un'ara con teste di cervo, fiori e frutti.

Proprio da questo ritrovamento gli archeologi hanno attribuito il tempio al culto di Diana.



TEMPIO DI ATENA

Santuario extraurbano riportato alla luce nel 1984, in località Privati, sulle sponde del Rivo Calcarella, nella zona collinare di Castellammare di Stabia, con superficie di 200 mq. Il tempio risale al periodo sannita, del IV sec. a.c ed ha conservato molti manufatti. Si pensa fosse di Atena per il ritrovamento di una statuetta raffigurante la Dea. Tra i reperti una lastra con la testa di Ercole, d'ispirazione ellenistica, del IV - III sec. a.c.


TEMPIO DI CIBELE

Rinvenuto nel 1863, in località Trivione, a Gragnano, per l'ampliamento di una strada: si tratta di colonne in piombo, disposte circolarmente, al centro del quale è posto un ceppo sepolcrale. Secondo la ricostruzione degli archeologi il tempio si trovava in una radura, protetto da boschi, e il culto era appunto dedicato a Cibele, per i romani Rea.


TEMPIO DEL GENIO STABIANO

Rinvenuto nel 1762 e dopo la sua esplorazione nuovamente interrato: a oggi, nonostante si disponga di diverse mappe, non è ancora chiara la sua posizione, anche se si suppone che si trovi tra la collina di Varano e Santa Maria la Carità. Il tempio era probabilmente un santuario confederale nocerino e dalle piante d'epoca borbonica si deduce che è formato da un monoptero a quattordici colonne e un edificio a quattro colonne che ospita due triclini e un mensa circolare. Da una targa è emerso che il tempio fu restaurato dopo il terremoto del 62 e i lavori eseguiti da Caesius Daphnus.
Una lapide riportava: "Per decreto de' Decurioni M. Ceso Dafne provvidamente riedificò i due Bidentali di Nocera, e l'antico Tempietto del Genio di Stabia pericoloso pe' suoi marmi cadenti."

 

NECROPOLI

Nella zona dell'ager stabiano sono state individuate ed esplorate diverse necropoli, caratterizzate da un alto numero di tombe di bambini a testimonianza dell'alta mortalità infantile.


NECROPOLI SANTA MARIA DELLE GRAZIE

E' la necropoli più importante, individuata nel 1957 durante lavori per la costruzione di un distributore di benzina, lungo la strada Castellammare di Stabia - Sant'Antonio Abate, presso l'abitato di Madonna delle Grazie: è stata esplorata per la prima volta da Libero D'Orsi. Anticamente la necropoli si trovava lungo l'asse viario che collegava Stabiae con Nocera.

Sono state riportate alla luce circa 300 tombe dal VII al III sec. a.c., di cui 121 tra il VII e VI sec. a.c., e circa 50 del periodo sannitico (V - III sec. a.c.). Le tombe arcaiche sono tutte a inumazione con scheletro supino posto in fossa o cassa di tufo, quelle sannitiche sono a cassa di tegole con copertura a cappuccina o di lastra di tufo.

In tutte le tombe sono stati ritrovati corredi, di tradizione etrusca, greca, sannita e romana. Nelle tombe più antiche il corredo è ai piedi del defunto: lekythos, skyphos e kylix dipinte in nero e olpette dipinte a vernice.

Nelle tombe degli uomini c'erano armi, in quelle delle donne oggetti ornamentali come fibule, grani vitrei di collane, anelli e poii fusi. Le tombe del IV sec. a.c. sono poste intorno a quelle più antiche e nei corredi funerari al posto delle kylix si trovano skyphos e olpette a vernice nera. Nelle sepolture del III sec. a.c. quasi esclusivamente unguentari, indice dell' impoverimento del territorio: infatti lo sviluppo di Pompei e di altri centri della penisola sorrentina portò un lento spopolamento dell'ager stabiano. Attualmente la necropoli non è visitabile.



AREA CHRISTIANORUM

Durante lo scavo per la costruzione della cappella di San Catello, all'interno della cattedrale di Castellammare di Stabia, 1876-1879, è stata ritrovata una necropoli paleocristiana, Area Christianorum. Questo testimonia che l'area stabiana fu nuovamente abitata poco dopo l'eruzione del Vesuvio, già dalla fine del I sec..

Costruita lungo la strada che collega Stabiae a Nocera, la necropoli fu utilizzata originariamente come cimitero pagano e aveva una forma ad alveare, cioè tombe sovrapposte fatte in muratura e coperte di tegole. Gli scavi non sono ancora completati e sono stati riportati alla luce soltanto due ampi vani collegati da uno stretto corridoio. La maggior parte dei reperti sono al museo diocesano sorrentino-stabiese, dopo anni di abbandono all'interno dell'antiquarium stabiano.

Tra questi il sarcofago di Gaio Longinio, risalente al 250 e rinvenuto il 4 agosto 1879: si tratta di un sarcofago marmoreo raffigurante le nove Muse, Apollo e Minerva, mentre il coperchio, di fattura diversa, è decorato da due coppie di delfini e riporta la scritta tradotta dal latino:
« La moglie Giulia Maria fece questo sepolcro al benemerito Giulio Longino, il primo dei decurioni della colonia di Miseno, uno dei primi dieci il quale visse anni 54, giorni 55 »
Altro reperto il fermaglio di un libro, forse un messale, a forma di placchetta, in osso, che raffigura san Pietro e San Paolo che vanno ad abbracciarsi a braccia tese.



NECROPOLI AL CASTELLO

Nel 1932 un'area sepolcrale è stata individuata presso il castello di Castellammare di Stabia, durante la costruzione della strada Panoramica verso Pozzano: una necropoli dell IV sec. a.c., con tombe a cassa, a tegola, a lastre di tufo, mentre una sola era costituita da un unico blocco di tufo. Sempre nella stessa zona, per la costruzione della rete idrica è stata riportata alla luce una tomba integra contenente uno skyphos e un'anforetta.

Molti anni prima inoltre, nel 1759, a Scanzano, non lontano da questa necropoli, durante uno scavo per l'estrazione di pozzolana, fu rinvenuta una tomba a cassa di donna, parte di un'area cimiteriale più grande dell'epoca sannitica. Purtroppo il corredo funerario è andato perduto ma si sa che conteneva tre piccole anfore: sulla prima era raffigurata una donna seduta sugli scalini di un monumento funebre, sulla seconda una Nike seduta su una roccia e sulla terza il profilo di una testa femminile.


Bray: LE VILLE DI STABIAE SARANNO SITI UNESCO


La richiesta del governo italiano illustrata dal ministro durante un'audizione in parlamento: l'area tutelata includerebbe le splendide dimore romane e parte del territorio di Castellammare di Stabia. Peccato che non scaviamo le ville venute alla luce e nemmeno quelle ancora sotterrate.. per non parlare dell'incuria e dell'abbandono di altre.

La Fondazione Ras ha ora l'obiettivo concreto di realizzare il vero parco archeologico dell'antica Stabia: " Si tratta di un patrimonio archeologico che si sviluppa su sessanta ettari - racconta l'architetto Angela Vinci - dove si possono stimare sei ville marittime e una cinquantina di ville rustiche, ma dove solo una piccola parte è stata scavata e aperta a una fruizione in sicurezza da parte del pubblico. 

Una realtà non tanto diversa da Pompei dove di 33 ettari se ne è scavato solo un terzo. Per questo stiamo studiando tutte le formule possibili per promuovere attenzione sul progetto di Stabia, per esempio, sono quattro anni che portiamo in giro per gli Stati Uniti la mostra In-Stabiano per entrare in contatto con istituzioni e università al fine di trovare partner ideali per il nostro gioiello. 

Non a caso, il Mit ha realizzato per noi l'indagine geologica dell'area. Diciamo, quindi, che stiamo cercando un Bill Gates per Stabia. E ce n'è davvero bisogno. Perché quando gli affreschi della mostra Otium Ludens torneranno in Italia, rischiano di essere richiusi nei depositi della soprintendenza ".

Però la Ras, società Onnlus quindi non a scopo di lucro, sembra si occupi per ora di monitorare eventi e trovare clienti. Di Sponsor neppure l'ombra.


BIBLIO

- Giuseppe Cosenza - Stabia, Trani, Ditta Tipografica Editrice Vecchi, 1907 -
Arnold De Vos e Mariette De Vos - Pompei, Ercolano, Stabia - Roma - Casa editrice Giuseppe Laterza & figli - 1982 -
- Arnold De Vos; Mariette De Vos - Pompei, Ercolano, Stabia - Roma - Editori Laterza - 1982 -
- Giovanna Bonifacio e Anna Maria Sodo, Stabia: storia e architettura: 250º anniversario degli scavi di Stabiae 1749-1999 - Roma - L'Erma di Bretschneider - 2004 -
- Alfonso De Franciscis - Pantings and mosaics in Pompei Herculanum Stabia - Casa del Giornale - Napoli -
- Giovanna Bonifacio, Anna Maria Sodo e Gina Carla Ascione, In Stabiano - Cultura e archeologia da Stabiae, Castellammare di Stabia, Longobardi Editore, 2006 -





 

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