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DEI ROMANI DELLE STRADE


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NEHALENNIA


ABEONA
Dea protettrice delle partenze e pure delle strade.
Per un approfondimento: CULTO DI ABEONA


ADEONA
Dea protettrice degli arrivi e pure delle strade.
Per un approfondimento: CULTO DI ADEONA


NEHALENNIA
Dea protettrice delle strade e dei viandanti di mare e di terra.
Per un approfondimento: CULTO DI NEHALENNIA


MERCURIO
Ermes-Mercurio proteggeva anche i ladri, i viaggiatori sulle strade e le strade stesse. La sua immagine si ergeva anticamente ai crocevia come un pilastro quadrangolare di cui solo la parte superiore era scolpita come un busto o una testa con gli organi virili bene in evidenza. Il fatto che fosse ai crocevia ne sottolinea l'aspetto ctonio e infatti era psicopompo (guida delle anime negli Inferi).
Per un approfondimento: CULTO DI MERCURIO


ECATE
Dea delle strade munite di crocicchi.
Per un approfondimento: CULTO DI ECATE


LARES COMPITALES
Erano i Lari preposti a vegliare e proteggere i crocicchi stradali, cioè i punti urbani ed extraurbani dove due o più strade si incrociavano. Secondo Dionigi di Alicarnasso, il re Servio Tullio (... – Roma, 539 a.c.) istituì a Roma i "Compitalia", la festa dei "Compita" (dei crocicchi), o Ludi Compitalici, durante la quale si onoravano i "Lares Compitales", le cui edicole votive sorgevano sui Compita.
Per un approfondimento: CULTO DEI LARES COMPILATES


CAPOLINEA
Dio che proteggeva i marcatori di confine, chiamato poi Terminus. Creduto di origini Sabine, attribuendo la sua introduzione a Roma sia a Tito Tazio, il re sabino, a Romolo (r. 753–717 a.c.), o al successore di Romolo Numa Pompilius (717–673 a.c.)
Per un approfondimento: CULTO DI TERMINE


VIÀLI
Divinità latine che si occupavano della custodia delle strade più battute.


ANDA 
A Roma era la Dea che teneva libere le strade.


REDICOLO 
- Era il Dio che proteggeva il ritorno. Fu questo Dio che indusse Annibale a fare marcia indietro quando fu giunto sotto le mura di Roma.
Per un approfondimento: CULTO DI REDICOLUS

MERCURIO

SEMITALI 
Divinità che custodivano le strade.


PANDA
La Dea che teneva libere le strade.


BÌVIA 
Dea romana che custodiva gli incroci delle strade.


TRIVIA
- Dea della lussuria che proteggeva i lupanare che venivano posti agli incroci di tre strade. I lupanare anticamente erano sacri e considerati luoghi di purificazione perchè fare sesso con le sacerdotesse purificava soprattutto per chi proveniva dalle battaglie. poi la Dea venne assimilata a Venere che divenne Venere Trivia. con altri significati venne definita trivia anche Diana, vedi Catullo che riporta l'epiteto nel Carme 34, per i tre aspetti in cielo come Luna, in terra come cacciatrice e negli inferi come Dea ctonia.


FESSONIA 
Era la Dea che era invocata dai viaggiatori stanchi, per essere aiutati sulle strade. Inoltre si occupava di quelle malattie cachetizzanti. La cachessìa è perdita di peso e appetito, atrofia muscolare e stanchezza, debolezza che non va confusa con l'anoressia. 


TRESTONIA
I Romani che si mettevano in viaggio usavano invocare questa Dea se si sentivano stanchi o avevano qualche incidente.


LUA
Lua, Dea della velocità, per soldati, atleti e viandanti, però anche protettrice del buono stato delle strade.


BIBLIO

- W. Warde Fowler - Le feste romane del periodo della Repubblica: un'introduzione allo studio della religione dei romani - Londra: Macmillan and Co - 1899 -
- Carlo Prandi - Mito in Dizionario delle religioni - a cura di Giovanni Filoramo - Torino - Einaudi - 1993 -
- George Dumezil - La religione romana arcaica - a cura di Furio Jesi - Rizzoli Editore - Milano - 1977 -
- William Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic - Londra - 1908 -


CULTO DI ROBIGO - ROBIGA


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FASTI PRENESTINI DI REBIGO

Robigo, ovvero Robigus, fu la divinità romana della Ruggine del Grano, una malattia del frumento provocata da un fungo, lo si propiziava affinchè il grano non maturasse troppo presto favorendo la malattia. Sua moglie era Robiga cui erano dedicati i Robigalia, festa per la protezione del grano. "Deità invocata, secondo alcuni scrittori latini, dal Romani per proteggere le giovani biade dalla ruggine e dai soverchi calori".

Questa divinità venne percepita come maschile dagli autori più antichi (Varrone  Verrio Flacco e Festo) che parlano di un Dio Robigus, mentre in età imperiale fu percepito come una Dea, in quanto autori come Ovidio e Columella e i cristiani Tertulliano, Lattanzio e Agostino parlano di una Dea Robigo ("Robigine"). 
"Celebravansi in suo onore le Robigalie, offrendo al Dio in sacrifizio una pecora e un cane con vino e incenso. E' incerto se questa deità fosse maschile o femminile".

Secondo alcuni il cambiamento avvenne per far corrispondere il genere della divinità con quello del nome comune robigo che in latino è femminile e indica la ruggine, ma non è credibile, perchè allora la Dea del grano Cerere doveva diventare il Dio Cerere.

GIOVE - ROBIGO
Secondo alcuni studiosi un Dio Robigus o una Dea Robiga sarebbero solo un'invenzione tratta dal nome di questa festa, in quanto i romani non onoravano divinità malvagie. Secondo altri invece esisteva un Dio Robigo e una Dea Robiga che era sua moglie.

Varrone, studioso della Tarda Repubblica narra che i Robigalia furono feste così chiamate dalla divinità Robigus, nume o personificazione dei malanni che potevano intervenire sulle culture.

Aulo Gellio specifica la necessità di rabbonire questa divinità, ma nessuno ne specifica il genere, se fosse maschio o femmina.

Columella cita invece Robigo come il malanno del grano, cioè la ruggine e dice che il sacrificio da offrire è il sangue e le interiora di un cucciolo non svezzato (catulus).

Molti degli animali offerti dai romani agli Dei facevano parte degli animali da allevamento, mentre i cani venivano sacrificati nei riti privati ad Ecate o alle divinità ctonie, ma erano sacrificati nei riti pubblici dei Lupercalia e in due altri sacrifici pertinenti alla cultura del cereale.

Robigo è la ruggine del grano, di colore rossastro o bruno-rossastro. Sia Robigus che robigo si trovano anche come Rübig, evidentemente collegato al colore rosso (ruber), e pure il rosso del sangue ricorda il Marte dio dell'agricoltura e dello spargimento di sangue.

Altre feste in Aprile relative all'agricoltura erano i Cerealia, o festa di Cerere, della durata di diversi giorni a metà del mese, il Fordicidia il 15 aprile, in cui si sacrificava una mucca incinta, le Parilia il 21 aprile per la salute delle mandrie e dei greggi, ed i Vinalia , una festa del vino il 23 aprile. Varrone considera queste e la Robigalia, insieme a Megalensia della fine del mese dedicate alla Grande Madre, le originarie vacanze romane nel mese di aprile.

Il Robigalia è stato trasformata nella festa cristiana di Rogazione, per purificare e benedire la parrocchia e i campi e che si celebra appunto il 25 aprile del calendario cristiano. Il Padre della Chiesa Tertulliano prende in giro la Dea Robigo come una finzione pagana, ma non si accorge che la finzione è stata copiata dalla Chiesa.

SACRIFICIO ROMANO

LA SPIEGAZIONE

In epoca preromana erano onorate le Grandi Madri, con diversi nomi o attributi secondo la località e la lingua, in genere connessa al cereale fondamentale di quella terra, perchè era il cibo che assicurava la sopravvivenza. Come Madre Terra e quindi Madre Natura la Dea aveva tre aspetti, cioè era una e trina (e da qui si comprende da dove provenga la Trinità cristiana): dava la vita, accresceva e dava la morte, che fossero piante animali o umani.

Il terzo aspetto, quello della morte, era ovviamente il più temuto e veniva associato o a un aspetto guerriero della Dea, perchè la guerra porta la morte, o a un aspetto di malattia, di persone o del cereale di cui ci si nutriva.

Robigo, la Rossa, era pertanto l'aspetto terrifico della Grande Madre che doveva essere ammansito coi riti e con le offerte. Poi con l'evolversi dei tempi e dei miti la Dea Vergine, cioè senza marito, faceva un figlio maschio che rappresentava la vegetazione che moriva e resuscitava ogni anno.

FESTA CRISTIANA DELLA ROGAZIONE

ROBIGALIA

Come ci narrano Plinio e Festo, la sua festività, detta Robigalia, si svolgeva il 25 aprile, il VII giorno delle calende di Maggio, ovvero nel periodo in cui spuntavano le spighe, presso il confine dell'agger romano. Si dice che questa festa sia stata istituita da Numa Pompilio.

Ovidio descrive nel quarto libro dei Fasti la cerimonia dei Robigalia: una processione di persone tutte vestite di bianco, guidate dal flamine quirinale, si dirige al bosco sacro del Dio al V miglio della via Clodia (attuale VI miglio della via Cassia) e qui il flamine recitava una preghiera alla divinità a cui sacrificava poi una cagna e una pecora bidente (cioè di due anni), insieme a incenso e vino.

Poi si svolgevano le gare di corsa con le bighe (ludi cursoribus) in onore di Marte e Robigo. Ma c'erano i Ludi maggiori e i Ludi Minori, e si suppone che nei Ludi Maggiori si facessero anche altri tipi di gare. Nel carro da corsa, i giovani conducenti dovevano aver acquisito esperienza con una biga prima di poter guidare quattro cavalli (quadriga).

Si è supposto che a causa del cambiamento di genere della divinità sia cambiato anche il genere delle vittime, per cui in origine dovevano essere sacrificati un cane e un montone.

Il motivo del sacrificio canino è spiegato dallo stesso flamine a Ovidio: quando la "Stella del Cane" (cioè Sirio) appare in cielo inizia la stagione calda (canicola) e c'è il pericolo che le messi maturino troppo presto; per scongiurare questo pericolo viene sacrificato un cane (o cagna) in analogia al nome della costellazione.

In realtà è probabile che il cane fosse sacrificato in quanto animale legato a divinità infere come Robigo. Il cane era legato alla Dea triplice, pertanto alla luna, alla terra e agli inferi.

Il Praenestini Fasti registrano che il giorno stesso della festa si celebravano anche i lavoratori del sesso: sia maschi che femmine. Come molti altri aspetti del diritto romano e della religione, l'istituzione del Robigalia è stato attribuito ai Sabini Pompilio Numa, nell'undicesimo anno del suo regno, come il secondo re di Roma. La presenza combinata di Numa e il Quirinale flamen può suggerire una origine sabina

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- Alessandro Locchi - Lucus Robiginis in Acqua Traversa - Un antichissimo culto al V miglio della via Clodia - Emergenze storico-archeologiche della Tenuta dell’Acqua Traversa - Atti della Giornata di Studio - Roma - 2003 -
- Fabrizio Vistoli - Nota di aggiornamento critico e bibliografico sui Robigalia - La Parola del Passato - LXIV, 1 (CCCLXIV) - 2009 -
- Tertullian - De spectaculis - V - Numa Pompilius Marti et Robigini fecit -
- David Soren - Hecate and the Infant Cemetery at Poggio Gramignano -  A Roman Villa and a Late Roman Infant Cemetery  - «L'Erma» di Bretschneider - 1999 -



NUMA POMPILIO - NUMA POMPILIUS


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NUMA POMPILIO PREGATO DI REGNARE SU ROMA

Nome: Numa Pompilius
Nascita: 753 a.c.
Morte: 674 a.c.
Moglie: Tazia figlia di Tito Tazio
Predecessore: Romolo
Successore: Tullo Ostilio
Regno: 715-673 a.c.



DOMANDE

- Quando e dove nacque Numa Pompilio? 
Numa Pompilio nacque a Cures nel 753 ac..
- Quando e dove morì Numa Pompilio?
Numa Pompilio morì a Roma nel 674 ac,
- Chi fu il predecessore di Numa Pompilio?
Il predecessore di Numa Pompilio fu Romolo.
- Chi fu il successore di Numa Pompilio?
Il successore di Numa Pompilio fu Tullo Ostilio.
- Come giunse ad essere eletto re Numa Pompilio?
Il senato lo propose al popolo che lo votò perchè era nato lo stesso giorno della fondazione di Roma.
- Quante guerre combattè Numa Pompilio?
Numa Pompilio non combattè alcuna guerra.
- Cosa fece Numa Pompilio per Roma?
Numa Pompilio fece rifiorire i rituali e le religioni, fece delle buone leggi ispirategli, come egli sostenne, dalla ninfa Egeria. 
Inoltre ampliò le mura sul Quirinale.
Istituì il tempio di Giano le cui porte si aprivano in tempo di guerra e chiudevano in tempo di pace.
Istituì l'ordine sacerdotale delle Vestali, dei Flamini e dei Salii.
Custodì per il bene di Roma l'ancile sacro donato da Marte.
Riformò il calendario dividendo l'anno in 12 mesi.



NUMA POMPILIO

"Numa Pompilio nominato Re Postea Numa Pompilius rex creatus est, qui bellum quidem nullum gessit, sed non iminus civitati quam Romulus profuit. Nam et leges Romanis moresque constituit, qui consuetudine proeliorum iam latrones ac semibarbari putabantur, et annum descripsit in decem menses prius sine aliqua supputatione confusum, et infinita Romae sacra ac templa constituit. Morbo decessit quadragesimo et tertio imperii anno."
"Poi fu fatto re Numa Pompilio che non combatté nessuna guerra, ma che giovò alla città non meno di Romolo. Infatti fissò leggi e istituzioni per i Romani che per l'abitudine alle guerre erano già considerati predoni e semibarbari e divise in dieci mesi l'anno, prima mescolato senza alcun computo e istituì innumerevoli cerimonie sacre e templi a Roma. Morì di malattia nel quarantatreesimo anno del regno."

(Tito Livio – Ab Urbe condita – Libro I)

"E divise l'anno in dodici mesi seguendo prima di tutto il ciclo della Luna; … Distinse poi i giorni in fasti e nefasti, perché in certi giorni non si dovessero prendere decisioni pubbliche."

La leggendaria scomparsa di Romolo nel 716 a.c. aprì un lungo periodo in cui Roma ebbe un interregno senza re. Nella vece dei monarchi operarono i Senatori o 'patres' che amministrarono i beni e la giustizia. Insomma tornò l'antica oligarchia, forse procurata dai Senatori con l'assassinio di Romolo.

Il senato comprese che occorreva un re ma i Sabini ne volevano uno della loro gente e altrettanto i Quiriti, per cui non se ne veniva a capo. Ma le decisioni erano complesse e la difesa del territorio problematica senza un capo, per cui il senato lasciò al popolo sovrano il compito di proclamare il II Re di Roma nel 715 a.c.: il sabino Numa Pompilio, della tribù dei Tities, che Tito Livio dice nativo di Cures (lib I - 34 - 6).

La nascita di Numa era avvenuta esattamente nel giorno della fondazione di Roma, particolare questo in cui i Romani vedevano un segno indecifrabile della volontà degli Dei. Numa Pompilio aveva circa quaranta anni quando gli ambasciatori si recarono da lui. La delegazione che raggiunse Numa per proporgli di diventare Re ricevette inaspettatamente un cortese  rifiuto, Numa preferiva i suoi studi e la pace agreste alle responsabilità del governo.

Fu necessaria una lunga opera di persuasione da parte degli ambasciatori e di un parente di Numa di nome Marcio per convincere il prescelto ad accettare il regno: come re, gli disse, avrebbe avuto maggiori possibilità di rendere onore agli Dei e di far del bene agli uomini.

Sembra fosse molto apprezzato per la fede e le pratiche religiose, si che il Senato, da un lato scontento della stirpe sabina di Numa, ma dall'altro stanco delle lotte dei patrizi per accaparrarsi il trono, decise di lasciare il verdetto agli Dei.

Così Numa accettò e si trasferì a Roma dove fu accolto con entusiasmo mentre la sua elezione veniva confermata con una votazione popolare. Scrupoloso com'era nella devozione, volle consultare anche il volere divino e si fece accompagnare dai sacerdoti sul Campidoglio dove furono tratti auspici favorevoli dal volo degli uccelli e finalmente la folla riuscì ad acclamare il nuovo re.

Secondo alcuni studiosi vi sarebbe un rapporto di parentela tra Anco Marzio e Numa Pompilio, poiché entrambi erano di nobile stirpe sabina, e vennero rappresentati insieme sulle facce dei denarii fatti coniare dalla gens Marcia. In particolare, secondo il Pallottino, Anco Marcio sarebbe nipote di Numa, in quanto figlio di sua figlia Pompilia e di un esponente sconosciuto della gens Marcia.

NUMA POMPILIO PRESENTA L'ANCILE CADUTO DAL CIELO

ANTONIO NIBBY

"Il regno pacifico di Numa Pompilio quantunque non accrescesse la popolazione dì Roma con mezzi violenti, come il suo predecessore, pure favorì molto al suo aumento, cosicché fu di bisogno aggrandire il recinto. Del che abbiamo una prova in Dionisio, il quale ci assicura, che Numa ampliando le mura della città chiuse dentro il monte Quirinale, fin allora stato senza difesa.

Ma a Dionisio si oppone Livio, che dice il Quirinale essere stato riunito a Roma da Servìo Tullio i ed in tale discordia non si trova altro mezzo da conciliare i duo autori, che supponendo avere Numa cinto soltanto di mura quella parte del colle Quirinale, che più a Roma, o per dir meglio al monte Tarpejo accostavasi, lasciando il resto di fuori.

Imperciocché la estrema lunghezza che ha questo colle il quale si estende fin quasi alla odierna Porta Pia, rende inverosimile che fosse interamente rinchiuso in Roma prima degli altri; è però d'altro canto probabile, che venendosi quasi a congiungere alle estremità col monte Capitolino, questa parte fosse prima di ogni altra riunita a Roma, tanto più che dovea, secondo Dioniso stesso, essere già popolata dai sabini venuti con Tazio.

Nè si credano sufficiente obiezione a non supporre il Quirinale intieramente riunito a Roma, l'aver Numa stabilito in quel colle il Capitolium vetus, e l'essere stato sopra lo stesso colle eretto il tempio a Quiino. Imperciocchè essendo cosa dimostrata che il Capitoliun Vetus fosse, secondo l'opinione comune, dove è oggi il Palazzo Barberini, non ne segue da ciò che dovesse stare dentro il recinto, sapendo quanto spesso gli antichi edificassero i loro templi fuori città, e lo stesso ragionamento può tenersi al tempio di Quirino.

Quindi noi vogliamo ammettere che da Numa fosse cinta di mura la punta di Magnanapoli, dove è la chiesa dei ss. Domenico e Sisto, la quale si trova più vicino al monte Capitolino e che, per conseguenza, una parte del recinto di là andasse direttamente con una cortina andasse a riunirsi alle mura, o per dir meglio alla rupe del monte Capitolino, presso la sala odierna di Marforio, nei dintorni del sepolcro di Caio Publicio Bibulo, ma lasciandolo fuori, e dall'altro lato seguendo le falde del Quirinale e la direzione di quel muro di recinto che esiste ancora, attribuito a Nerva, quantunque sembri di gran lunga a quell'Augusto anteriore, andasse a raggiungere le mura del Palatino, poco più oltre l'arco di Tito.

In questa guisa rimarranno conciliati Dioniso e Livio, senza che la lunghezza soverchia del Quirinale o l'esistenza in esso di templi sacrosanti, possa servire di ostacolo a riconoscerne una parte di essa rinchiusa dentro il recinto da Numa."



ANNALI DI ROMA

"Il nome di Pompilio aggiunto a Numa secondo quanto si ricava Dionigi esser dovè il nome di suo padre imperocchè dice lo Storico che Numa era figlio di Pompilio Pompone. Quando Numa eletto a Re contava il quarantesimo anno di sua età essendo per avventura venuto alla luce nello stesso anno della edificazione di Roma. 

Questo personaggio di schiatta illustre e nato in Cures, Citta dei Sabini, versato era nelle umane e divine cose in grado eminente e degno di occupare il trono della novella Città. La di lui sapienza era dalla fama pubblicata non solo appresso i Romani ma presso tutti i popoli circonvicini. Tanto poi era grande il vanto di Numa che Tazio il quale regnò con Romolo ebbe a caro di ammogliarlo con sua figlia nomata Tazia. 

Questa mancata eragli di vita dopo tredici anni di matrimonio per cui trovavasi Numa nello stato vedovile all'epoca della sua elezione. Degno è qui di osservazione il carattere e la saviezza di quei primi Romani che seme quindi esser dovevano di sommi eroi. Rozzi maggior parte e feroci quali essi erano nudrivano pure animo grande e generoso per la patria nascente. 

Lungi dagli umani rispetti, lungi da veduta di privato interesse un uomo miravano ad eleggere degno della patria atto ai di lei avanzamenti e necessario ai tempi, virtù la probità il nobile carattere e 1'età di senno di Numa, 1'unico stimolo pei Romani onde eleggerlo Re. Il popolo dunque a non minori vedute dirigevasi uni gli animi si concordemente universale fu l'acclamazione di questo nuovo Sovrano. 

L'Interrè al governo presiedeva della republica nel giorno della elezione di Numa convocato il popolo publicò la di lui scelta e fu unanime sentimento il non tardare un istante a spedir deputati perchè il Re supplicato venisse ad accettare quel Trono e trasferito si fosse Roma a stringer lo Scettro. Veleso che esser potrebbe ancora quel Volesio, uno dei tre personaggi illustri che seguendo Tazio passò con questi da Cures a Roma."

(Luigi Pompili Olivieri - 1836 - ‎Rome)


L'INCORONAZIONE

Si sa che avvenne in cima al Campidoglio, con la cerimonia e il verdetto degli auruspici etruschi, che forse preferivano un sabino a un romano, ma accettarono i segni del cielo. Fatto sta che questi, osservando il cielo in direzione di Monte Albano, antico centro di culto latino, scorsero un volo di uccelli. Il volere degli Dei era propizio: Numa Pompilio fu il nuovo re, nonchè capo militare, giudiziario e religioso.

"Clauso eo cum omnium circa fini timorum societate ac foederibus iunxisset animos, positis externorum periculorum curis, ne luxuriarent otio animi quos metus hostium disciplinaque militaris continuerat, omnium primum, rem ad multitudinem imperitam et illis saeculis rudem efficacissimam, deorum metum iniciendum ratus est". 

"[Numa Pompilio], poiché l'indole dei Romani (da sempre tenuta a freno dal timore dei nemici) una volta venuti meno essi, non si corrompesse nell'ozio, pensò bene di introdurre un grande timore verso gli Dei: era il metodo più efficace per gente ignorante e, dati i tempi, rozza".


NUMA ED EGERIA

LA LEGGENDA

Narra la leggenda che Numa Pompilio fosse stato partorito nel tempio di Cerere. Fa pensare a un culto dove la Dea era la Magna Mater che dava la luce, o Dea Lucina. Egli instaurò per ispirazione della Ninfa Egeria il culto di Tacita, Dea del silenzio, equiparata ad Iside, colei che richiede il silenzio nei Sacri Misteri. Inoltre Tacita era collegata alla fava e al culto dei morti, il che ne sottolinea l'aspetto misterico e pure ctonio. In quanto alla ninfa Egeria qualcuno suppone fosse una moglie sacerdotessa, in carne ed ossa.

“Vi era un bosco irrigato nel mezzo da una fonte d'acqua perenne che sgorgava da un'ombrosa grotta. Numa spesso vi si recava senza testimoni per incontrarsi con la Dea, consacrò quel bosco alle Camene a sud est del Celio poiché ivi esse si ritrovavano con Egeria sua sposa".
(Tito Livio – Storia di Roma – Newton&Compton 1997)

Numa Pompilio cominciò a stabilire nuove leggi. Si dice, o almeno lui sostenne, che ispiratrice fosse la divina ninfa Egeria. Questo ha sollevato molti dubbi, dicono che Numa era un furbo che rifilava leggi, dichiarandole divine,  per salvarsi dall’ostilità dei patrizi, e la ninfa non c'entrava per nulla. Ma andiamo a vedere.

Gli incontri tra il re e la ninfa avvenivano nel bosco sacro delle Camene, nel lato sud est del Celio.
Le Camene erano divinità o ninfe legate alle acque, sorgenti o fiumi che fossero. Erano quattro: Egeria, Carmenta, Antevorta e Postvorta. Avevano virtù profetiche e ispiratrici.

Sicuramente nel bosco vi era un tempio e un monastero dove vivevano e officiavano le sacerdotesse con la sacerdotessa suprema, o Gran Sacerdotessa. Nessuno avrebbe avuto da ridire se il re vi si recava perchè dette sacerdotesse non erano tenute alla castità. Probabilmente Egeria era la Gran Sacerdotessa.

Numa istituì il rito delle Vestali, le uniche che possedevano, unitamente al sommo sacerdote, il segreto di Samotracia. Forse i sacri Misteri perdurarono ma non se ne ha traccia. Per gli storici Numa è un gran furbo che s’inventa la ninfa. Ma Numa è Sabino e proviene da una società matriarcale che ha Dee e geni femminili. Altrimenti perché i romani avrebbero dovuto rapire le sabine anziché chiederle in moglie? I romani erano pastori e guerrieri, senza stanzialità, vagavano nel Lazio e la fondazione di Roma era recente.

Le Sabine non erano disposte a seguire le leggi maschiliste dei romani che avevano una trinità maschile: Giove, Marte e Quirino. Numa porta il culto da privato a pubblico, il famoso tempio di Giano le cui porte sono chiuse in tempo di pace viene costruito durante il suo regno. Al nuovo ordine sacerdotale dei Flamini è affidato il culto di Giove, Marte e Quirino mentre al nuovo ordine delle Vestali è assegnato il compito di vegliare il fuoco sacro di Vesta.

LA NINFA EGERIA INSEGNA IL BUON GOVERNO A NUMA POMPILIO

EGERIA

I resti del santuario mostrano in una grande stanza rettangolare, con una nicchia centrale e sei laterali, risalente al II sec. d.c. decorato di marmi verdi. All'esterno l'acqua scorreva in una grande piscina rettangolare, circondata da un portico oggi interrato. Era il 'Lacus Salutaris' anticamente citato a sinistra della via Appia Antica. Superato il quadriportico l'acqua formava un altro grande bacino ottogonale ed infine si gettava nel fiume.

Un santuario di tutto rispetto dunque, dedicato alla Dea della Salute, con una sorgente miracolosa dove, come a Lourdes, si bagnavano i fedeli. Ma nel colle Celio c'era il tempio sabino delle Camene, dove i magistrati deponevano le tavole di censimento dei beni cittadini. Insomma le Camene furono divinità sabine prima che romane.



CARMENTA

Protettrice della gravidanza e della nascita e patrona delle levatrici, possedeva il dono della profezia e veniva chiamata anche al plurale: Carmentes antevorta et postvorta, "che conosce il passato e che conosce l'avvenire", aspetti della stessa Dea che diverranno due figure distinte.

NUMA POMPILIO
Venerata anche come inventrice dell'alfabeto latino, il che ci dice che furono le sue sacerdotesse a farlo, nel suo tempio a Roma, situato vicino alla Porta Carmentalis, presso il Campidoglio, era proibito indossare abiti ed oggetti di pelle, il che richiama alla sacralità degli animali e la rivela Signora delle belve, come Feronia sabina.

In suo onore, l'11 gennaio, si festeggiavano i Carmentalia. A questi, successivamente, si aggiunse il 15 gennaio, voluto dalle matrone romane per onorare la Dea che le aveva aiutate nella battaglia contro il Senato che aveva loro proibito l'uso delle carrozze.

Per non essere costrette a casa o ad estenuanti camminate, le donne si coalizzarono negando ai mariti i piaceri del talamo, costringendo così il Senato ad abolire la proibizione.

Insomma le Camenae erano Dee della vita, delle acque e della profezia, una Grande Madre suddivisa, una Dea sabina che stava dalla parte delle donne, sicuramente il santuario aveva un tiaso o monastero con sacerdotesse e Gran Sacerdotessa. Si evince che Numa si ispirasse moralmente e fisicamente alla Gran Sacerdotessa, e che lei gli suggerisse le leggi e i provvedimenti opportuni.

La via Valle delle Camene, nel tratto iniziale dell'Appia Antica, ricorda che nelle sue vicinanze sorgeva la Fons Camenarum, una fontana dedicata alle Camenae, le cui acque avevano il potere di guarire ogni male, per cui vennero utilizzate dalle Vestali per i riti del loro culto.

Sembra che in via Valle delle Camene il Tempio di Ercole Musagete del 187 a.c., voluto da Marco Fulvio Nobiliare per la sua vittoria sugli Etoli, con pianta circolare su alta pedana, con un’esedra a nord, e un’area rotonda in cui sorgeva originariamente l’Edicola delle Camene, fosse riedificato appunto sull'antico tempio delle Camene voluto da Numa Pompilio.



L'ORDINAMENTO SACERDOTALE

Infatti il re ampliò e approfondì il culto religioso, creando templi e riti pubblici. Il tempio di Giano con porte chiuse in tempo di pace nacque durante il suo regno. Creò l'ordine sacerdotale dei Flamini per il culto di Giove, Marte e Quirino, e alle Vestali già costituite in ordine sacerdotale per vegliare il fuoco sacro della Dea Vesta, assegnò una rendita a spese dello stato.

Sul lato est della casa delle Vestali sorge un’area, denominata impropriamente tablino, che in origine era coperta con una volta ed era affiancata da tre ambienti per ogni lato, forse il Sacello dei Lari, luogo in cui si sa che ci fosse la statua in marmo di Numa Pompilio, tradizionalmente (e impropriamente) ritenuto istitutore delle Vestali.

Si narra che Numa parlasse con gli Dei, in particolare con Iupiter Elicius, un Giove crudele che chiedeva talvolta sacrifici umani, ma Numa seppe trattare col Dio e ottenne di sostituire il sacrificio con uno più mite, a base di cipolle, capelli e sardine, e così fu da allora. Il che la dice lunga sulla saggezza di questo re che riuscì a mitigare i riti cruenti delle consuetudini tribali dell'epoca.

La tradizione riporta infatti che Numa avrebbe invocato Giove per farsi svelare il segreto per difendersi dai suoi fulmini. Al richiamo del re, Giove discese sull'Aventino dove, come narra Ovidio, la terra si abbassava sotto il peso del Dio. Seppure intimorito dal Dio, Numa chiese  come placare il fulmine, ottenendo una riposta  inquietante.

- Taglia una testa -
e Numa di rimando: - Taglierò una cipolla cavata dei miei orti -
- Una testa d'uomo - precisa il Dio inesorabile.
Ma Numa non si scoraggia:
- Taglierò allora la cima di un capello -
Giove insiste, vuole il sacrificio di una vita.
- Ucciderò un pesce - replica Numa.

Giove non si adira e apprezza l'arguzia del re che aborre i sacrifici umani e gli rivela il rituale segreto per difendersi dai fulmini. Ai romani Numa dimostra, il giorno dopo, di aver ottenuto la grazia di Giove invocandolo davanti alla folla.

Ed ecco un fulmine squarcia il cielo e uno scudo con incavi laterali cade dal cielo. Per confondere eventuali ladri e difendere il dono divino, Numa incarica il fabbro Veturio Mamurio di eseguire undici copie identiche dello scudo. I Salii ne divengono i custodi, continuando nei secoli a portarle in processione.

Plutarco nella "Vita di Numa" risuscitò con rara vivezza il selvaggio, l'agreste, il rustico, il numinoso e il drammatico che convivevano nell'antica vita romana all'epoca di Numa, che dimorava nei boschi e nei prati sacri agli Dei, che catturava i demoni, e governava saggiamente il suo popolo. Nella viva descrizione compaiono il tempio di Giano chiuso, le vestali che hanno violato la verginità sacra attraversare il foro, rinchiuse in una portantina, " in modo che non se ne possa udire neppure la voce ", mentre " tutti si scostano in silenzio e le accompagnano muti con una terribile costernazione" e le attende la sepoltura da vive.



L'ANCILE 

La tradizione narra che durante una pestilenza scatenata sotto il regno di Numa Pompilio uno scudo bilobato scese dal cielo e l'epidemia subito cessò. Secondo questa tradizione non fu Giove ma bensì Marte ad inviare lo scudo dal cielo.

La ninfa Egeria aveva rivelato a Numa che chi avesse posseduto questo scudo sarebbe diventato molto potente, pertanto Numa incaricò il fabbro Mamurio Veturio (della gens Veturia), di forgiare altri 11 scudi identici all'Ancile. 

Sottrarre 12 scudi era molto più complesso che sottrarne uno solo e così i nemici di Roma non avrebbero potuto sottrarre l'ancile sacro come fece Ulisse rubando il Palladio di Troia. L'Ancile divenne così uno dei sette pegni del comando (pignora imperii) di Roma.

«Septem fuerunt pignora, quae imperium Romanum tenent: acus matris deum, quadriga fictilis Veientanorum, cineres Orestis, sceptrum Priami, velum Ilionae, palladium, ancilia.»
«Ci furono sette garanzie a tenere il potere a Roma: l'ago della Madre degli Dei, la quadriga di argilla dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, il palladio, gli ancilia»

(Maurus Servius Honoratus - In Vergilii carmina comentarii)

- L’ago di Cibele era una pietra nera piovuta dal celo e associata a Cibele, Dea della Frigia, portata nel 204 ac. dalla Grecia sul Palatino ed esposta nel Tempio della Vittoria;
- La Quadriga fittile dei Vejenti, in terracotta voluto da Tarquinio il Superbo per il Tempio di Giove Capitolino;
- Le ceneri di Oreste, destinatario dell’oracolo di Delfi, prelevate dai romani per trasferire l’invincibilità alla città di Roma;
- Lo scettro di Priamo, Re di Troia. Portato da Enea e conservato sul colle Palatino;
- Il Velo di Ilione, primogenita di Priamo, è l’abito che la bella Elena ricevette dalla madre Leda;
- Il Palladio, simulacro di Minerva caduto dal cielo, portato da Enea e custodito dalle vestali;
- Gli Ancila, uno scudo piovuto dal cielo, dono di Marte a Numa Pompilio.

Numa affidò gli scudi a dodici giovani patrizi divenuti sacerdoti e chiamati Salii che li custodirono nella Regia. Alle idi di marzo i Salii portavano gli ancilia in processione per le vie di Roma, percuotendoli con le loro aste e cantando inni a Marte danzando in ritmo a tre tempi, alla fine del mese venivano solennemente riposti, ed era vietato intraprendere operazioni militari prima di quella data.



LA MORTE

Numa Pompilio riuscì coi riti e con la religione a unificare le tribù, e a civilizzarle assicurando un periodo di pace. Morì nel 673 a.c.

Nel 181 a.c., anno dei consoli Publio Cornelio Cethego e Marco Bebio Pamfilo, è attestato che venne scoperta la sua tomba, il che assicura, caso mai ce ne fosse bisogno, che non fu affatto un re leggendario.


BIBLIO

- Plutarco - vita di Numa - V -
- Tito Livio - Ab Urbe condita libri -
- Tito Livio - Periochae -
- Strabone - Geografia - V -
- Theodor Mommsen - Storia di Roma antica - Firenze - Sansoni - 1972 -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - II -
- Andrea Carandini - La nascita di Roma. Dèi, Lari, eroi e uomini all'alba di una civiltà - Einaudi - Torino - 1997 -



 

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