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PORTA CESPIA (Porte Serviane)


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COLLE CISPIUS
La Porta era detta Cespia in quanto consentiva l'entrata e l'uscita dal Colle Cespio. Il Colle Cespio, o Cispio, o, in latino,  Cispius o ancora Cipsius, è una delle tre alture che, con Fagutal e Oppius costituivano il Mons Esquilinus.

Festo, secondo notizie dateci da Varrone, racconta che il colle Oppio e il colle Cispio che si trovano sull'Esquilino furono chiamati così perché durante una battaglia per difendere Roma dai ribelli Albani, il colle Oppio fu difeso dal condottiero omonimo, Oppius, che capeggiava i Tuscolani e il colle Cispio fu difeso dal condottiero Levio Cispio che capeggiava gli Anagnini.

Qui, sulla sommità del colle si estendeva il Lucus Poetelius, uno dei boschi sacri di Roma, nominato appunto in un passo di Varrone, giusto dove sorge Santa Maria Maggiore.

Il colle è una propaggine del colle Esquilino, e su questa propaggine sorge la Basilica di Santa Maria Maggiore e sul lato dell'abside a piazza dell'Esquilino, sorge l'obelisco Liberiano o dell'Esquilino. L'obelisco di S. Maria Maggiore, poggia sul terreno spianato che un tempo era il mons Cipsius, portato a quel livello da Sisto V.

MONS CISPIUS
Infatti la via Cavour, all'incrocio con la via Urbana, e che si trova a solo 75 metri più a sud rispetto a piazza dell'Esquilino, poggia sopra un avvallamento nascosto dal manto stradale, che va dai 13 ai 17 metri, infatti le case che si trovano su via Urbana hanno cantine molto profonde, molte delle quali insistono su volte romane di età imperiale, che testimoniano l'altezza della modificata altura del mons Cispius.

Il Monte Cispio è alto 55 metri alla sua sommità, giusto dove si trova la Basilica di Santa Maria Maggiore. Tale edificio era comunque poco distante da altri luoghi del colle Cispio ricordati in diversi documenti: il Forum Esquilinum, il Macellum Liviae, la basilica di Giunio Basso trasformata nella chiesa di Sant'Andrea Catabarbara, il santuario di Giunone Lucina molto frequentato dalle partorienti.

Essendoci in zona il Foro Esquilino, il grande mercato del macellum Liviae e il famoso santuario di Giunone lucina è ovvio che la zona avesse una sua porta tra le mura che proteggevano la zona urbica.

Sappiamo pertanto che esisteva una Porta Cespia, a due pesanti battenti di legno rinforzati col ferro, dotata di potenti cardini di ferro, che assicurava l'entrata nel luogo nonchè la sua protezione.

Purtroppo non abbiamo indicazioni sull'ubicazione di questa porta anche se gli studiosi l'hanno dibattuta a lungo.


BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton Compton - Roma - 1997 -
- Laura G.Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Salvatore Aurigemma - Le mura "serviane", l'aggere e il fossato all'esterno delle mura, presso la nuova stazione ferroviaria di Termini in Roma - Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma - 1961-1962 -
- Giacomo Boni - Nuova Antologia - Mura urbane - 1911 -
- J. Le Gall - La muraille servienne sous le Haut-Empire - in Rome. L’espace urbain et ses représentations - eds. F. Hinard, M. Royo - Paris - 1991 -



PORTA OPPIA (Porte Serviane)


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IL CUORE DEL COLLE OPPIO E LE MURA SERVIANE CHE LO COSTEGGIAVANO
Il Colle Oppio è una delle tre alture che, con Fagutal e Cispius costituivano il Mons Esquilinus. Festo, secondo notizie dateci da Varrone, racconta che il colle Oppio e il colle Cispio che si trovano sull'Esquilino furono chiamati così perché durante una battaglia per difendere Roma dai ribelli Albani, il colle Oppio fu difeso dal condottiero omonimo, Oppius, che capeggiava i Tuscolani e il colle Cispio fu difeso dal condottiero Levio Cispio che capeggiava gli Anagnini.

Il Colle Oppio è oggi identificabile nell'area romana compresa tra via Labicana, via degli Annibaldi, via Cavour, via Giovanni Lanza e via Merulana, compresi gli splendidi giardini che sorgono tra gli ampi ruderi romani.

Nel colle arcaico il colle sorse uno dei villaggi da cui si generò Roma, e questo evento epico era ancora immortalato in epoca repubblicana, come si nota da un'iscrizione ritrovata presso le Sette Sale, una cisterna monumentale (presso le Terme di Traiano), che cita il restauro del sacellum compitale edificato a spese degli abitanti (de pecunia montanorum).


Queste edicole sacre venivano poste al trivio o al quadrivio di tre o quattro strade, a seconda del numero delle strade che vi convergevano, e di solito qui si riuniva la gente per parlare o deliberare, per fare sacrifici ai Lari Compitali o per il mercato di occasione che qui si organizzava.

Qui si organizzavano le feste dei Lari Compitali a cui partecipavano anche i villaggi che sorgevano sui colli vicini, ed in genere erano organizzate dagli schiavi. Uno degli usi rituali era quello di sospendere all'altare tanti gomitoli e tanti fantocci di lana quanti erano rispettivamente gli schiavi e i liberti partecipanti alla festa, ciò che generalmente si suole interpretare come un rito funerario, ovvero, a nostro avviso come un segno di morte e rinascita, da gomitolo a fantoccio e viceversa dove il filo di lana è l'elemento conduttore che non perisce ma si trasforma. 

Nella festa si sacrificava un maiale che come si sa, era sacro alla Dea Tellus, il che conferma il rito di morte e rinascita. Ogni famiglia inoltre contribuiva al rito con una focaccia, come frutto della Terra Madre che nutre.

NINFEO DEL COLLE OPPIO
Questo era il Colle Oppio del VI secolo a.c., riparato dalle mura serviane di difesa, mura realizzate in grossi massi di tufo sovrapposti a secco e dotate di almeno una porta a quanto sappiamo, e cioè la Porta Oppia, chiamata così in quanto permetteva il transito in entrata e in uscita dal Colle Oppio, ovvero dal Mons Oppius. 

Successivamente il colle fu dimora di splendide dimore con intensa urbanizzazione dei ceti nobili, in direzione dell'antico vicus Suburanus e del Portico di Livia, non a caso Nerone edificò qui la sua Domus Aurea seguita poi dalle successive Terme di Tito e dalle Terme di Traiano.

Se nella parte bassa del colle erano situate abitazioni popolari mentre sulla sommità erano presenti case signorili quella di Vedio Pollione ereditata da Augusto, vero è che questi, per quanto riferita splendidissima, la fece demolire, un po' perchè gli era antipatico Pollione, un po' perchè volle costruire il Portico di Livia dedicato all'amata consorte.

Dopo la morte di Nerone la Domus Aurea venne interrata e al di sopra vennero costruite le terme di Tito e Traiano sfruttando buona parte delle strutture di epoca neroniana.
Ma all'epoca della Porta Oppia il transito era tra i vari colli e fra il colle e il Tevere, per scopi esclusivamente commerciali o religiosi per i vari culti romani.

Non si sa esattamente dove la porta fosse collocata, di certo fece parte delle mura serviane del VI secolo a.c., collocate sulla parte ovest e settentrionale del Colle Oppio ed è probabile che lo ponessero in comunicazione con il Collis Exquilinus a lui confinante. Più o meno dove nel IV secolo verrà posta la Porta Esquilina.

LE MURA SERVIANE ALL'AUDITORIUM DI MECENATE
Queste difese murarie erano costituite da una fossa e da un terrapieno sul margine della fossa, al cui fossato seguiva un muro sostenuto da un muro di controscarpa (visibile in parte nei sotterranei della Stazione Termini), e il tutto costituiva l'Agger.

Resti dell’Agger possono essere ancora osservati, sul Colle Oppio,  presso la Villa di Mecenate, in via Carlo Alberto presso la Basilica di Santa Maria Maggiore, presso la chiesa dei ss. Martino e Silvestro ai Monti.

Di certo la Porta Oppia doveva essere una massiccia porta di legno a due battenti rinforzati in ferro, con cerniere e serratura di ferro e affiancata da una casetta dove albergava il portiere, colui che era addetto alla apertura e chiusura della porta.
Solitamente le porte erano aperte di giorno e chiuse di notte, ma di giorno comunemente (nonostante la tradizione delle oche del campidoglio come uniche guardiane), avevano un soldato a guardia sulle mura che sorvegliava l'esterno.

Comunque, oche di Giunone a parte, che effettivamente risentono delle presenze estranee e avvertono rumorosamente, i romani utilizzavano ampiamente i cani da guardia, per appartamenti, ville e pure nelle mura.


BIBLIO

- Luigi Canina - Indicazione topografica di Roma antica - 1831 -
- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Lucos Cozza - Mura di Roma dalla Porta Latina all'Appia - BSR 76 -
Alessandro Capannari - Pianta di Roma ricavata dalle misure di Leon Battista Alberti - ed. WorldCat - 1885 -



PORTE SERVIANE


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PORTA COLLINA
Le porte delle mura serviane, essendo molto arcaiche, non avevano strutture monumentali, come del resto si nota dai loro reperti, quando i reperti ci sono. Furono gli imperatori a farne dei monumenti, a iniziare da Augusto, ma anche Adriano che trasformarono diverse porte in archi onorari.



PORTE SERVIANE

Procedendo dal Campidoglio in senso orario, erano:

- Porta Fontinalis: davanti al Museo del Risorgimento, sul lato sinistro guardando la scalinata dell'Altare della Patria. Scomparsa.
- Porta Sanqualis: i resti in Piazza Magnanapoli, nell'aiuola centrale. X. Scomparsa.
- Porta Salutaris: era in via della Dataria. Scomparsa.
- Porta Quirinalis: all'altezza di Via delle Quattro Fontane. Scomparsa.
- Porta Collina: i resti, all'incrocio tra via Goito e via XX settembre, furono demoliti durante la costruzione della sede del Ministero delle Finanze X. Scomparsa.
- Porta Viminalis: in Piazza dei Cinquecento. Scomparsa.
- Porta Esquilina: trasformata prima da Augusto e poi nell'Arco di Gallieno.
- Porta Celimontana: poi Arco di Dolabella, vicino a Santa Maria in Domnica
- Porta Querquetulana: vicino alla Basilica di San Clemente. Scomparsa.
- Porta Capena: tra il Circo Massimo e via delle Terme di Caracalla X. Scomparsa.
- Porta Naevia: tra le basiliche di San Saba e Santa Balbina all'Aventino X. Scomparsa.
- Porta Raudusculana: in piazza Albania. Scomparsa.
- Porta Lavernalis: sotto la chiesa di Sant'Anselmo. Scomparsa.
- Porta Trigemina: alla base dell'Aventino, verso il Foro Boario. Scomparsa.
- Porta Carmentalis: presso l'Anagrafe X. Scomparsa.
- Porta Flumentana: tra il Tempio di Portuno ed il Tevere. Scomparsa.
- Porta Ratumena, che si apriva direttamente sulle mura dell'Arce capitolina, e che potrebbe essere il nome più antico della porta poi chiamata Fontinalis X. Scomparsa.
- Porta Catularia: alla base della scalinata del Campidoglio, risalente ad un rifacimento successivo della cinta serviana. Scomparsa.

Da lì il muro andava al Foro di Traiano, poi di nuovo lungo le pendici del Quirinale, dietro i Mercati traianei e lungo la salita del Grillo, dove sono visibili alcuni resti sopravvissuti alle demolizioni operate nel 112 d.c. per la costruzione del Foro e la cosiddetta Torre delle Milizie, costruita forse su uno dei contrafforti del muro serviano.

LE PORTE SERVIANE
Poco oltre, a largo Magnanapoli, si trovava la porta Sanqualis: al centro della piazza sono conservate tre file di blocchi, 12 in tutto, di dimensioni 120x57x54 cm, forse appartenenti proprio alla struttura della porta.Già prima delle mura serviane, il Campidoglio aveva una sua struttura difensiva, sull'Arx, dove sono ora la chiesa di S. Maria in Aracoeli e l'Altare della Patria, e sul Capitolium, (sull'altro lato della piazza del Campidoglio), collegate tra loro e provviste di porte autonome.

Alcuni resti delle antiche mura, rivolte verso il Campo Marzio, sono ancora visibili nel giardino tra l'Aracoeli e la scalinata posteriore al Vittoriano. Il muro serviano, riedificato su quello del VI sec., incluse le vecchie mura cittadine congiungendosi ad esse più o meno nella zona della tomba di C. Publicio Bibulo, i cui resti sono ancora visibili nei pressi della fontana a sinistra dell'Altare della Patria.

In questo punto si apriva la porta Ratumena (secondo alcuni divenuta poi porta Fontinalis) che consentiva l'accesso a Roma dalla via Flaminia, lungo il tracciato dell'odierna via del Corso. Proseguendo nell'area del palazzo Antonelli (al civico 158 della piazza), nell'atrio del quale sono conservati altri resti del muro ed un arco (risalente forse ad un restauro dell'87 a.c.) adibito probabilmente a piazzola d'artiglieria per una postazione di catapulte o baliste, la muraglia arrivava, quasi in linea retta, in via della Dataria, dove, probabilmente nei pressi della scalinata che proviene dalla piazza del Quirinale (salita di Montecavallo), si apriva la porta Salutaris.

Da questo punto il muraglione, o forse, dato il pendio estremamente ripido del colle, un semplice parapetto, proseguiva lungo il ciglio scosceso, seguendo approssimativamente il percorso di via delle Scuderie e di via dei Giardini fino circa all'incrocio di quest'ultima con via delle Quattro Fontane, dove si apriva la porta Quirinalis.

Nel tratto successivo il pendio diviene sempre meno ripido, fino ad essere completamente pianeggiante per un lungo tratto. Torna ad essere necessario, per la difesa, un muraglione di cui rimasero sorprendentemente molte tracce fino a tutto il XIX secolo, quasi a conferma che questo lato della città era in effetti il più pericolosamente esposto. Le caratteristiche dell'intero tratto fino alla porta Esquilina, e le indagini archeologiche effettuate, fanno ritenere che qui sicuramente la difesa consisteva nel classico "agger" (terrapieno difensivo), più che in altre zone dove si può solo ipotizzarlo.

Dalla porta Quirinalis il muro procedeva attraversando la salita di S. Nicola da Tolentino per arrivare circa all'uscita di via Barberini su largo di S. Susanna (dove sono visibili alcuni resti presso l'edificio del Ministero dell'Agricoltura) ed oltrepassando poi via G. Carducci poco dopo l'incrocio con via A. Salandra.

La sezione di mura che attraversava via Carducci era, insieme a quella di piazza dei Cinquecento e a quella sull'Aventino, una delle meglio conservate: si trattava di ben 32 metri circa di muro, una decina dei quali venne demolita nel 1909 per l'apertura della sede viaria, lasciando due tronconi ai lati della strada, inglobati negli edifici costruiti in corrispondenza. Sul muro della casa di destra un'iscrizione ricorda che Quod Urbem servaverunt hic moenia servantur ("Le mura che conservarono la città sono qui conservate').

PORTA FONTINALIS
Dopo via Carducci il muro piegava verso destra, seguendo all'incirca il tracciato di via Sallustiana, piegando poi in corrispondenza di via Servio Tullio ed attraversando via XX Settembre dove, in prossimità dell'angolo con via Goito, si apriva la porta Collina, i cui resti furono demoliti per la costruzione del palazzo del Ministero delle Finanze. Oltre la porta Collina, legata al maggior numero di eventi bellici di Roma, l'agger proseguiva praticamente in linea retta (tagliando via Cernaia, via Montebello e via Calatafimi) uscendo da via Volturno su piazza dei Cinquecento.

Qui, oltre ad uno spezzone verso la fine di via Volturno, è tuttora visibile il tratto più lungo rimasto del muro serviano: 94 metri per circa 4 di larghezza in 17 filari di blocchi per circa 8 metri di altezza. Più o meno al centro del reperto si apriva la porta Viminalis.

Da qui l'agger, il cui sostegno è visibile in due tronconi conservati nell'area sotterranea dell'atrio della stazione Termini, attraversava diagonalmente l'intera sede ferroviaria, superava via G. Giolitti, seguiva probabilmente la linea di via C. Cattaneo (resti in piazza Manfredo Fanti, nel giardino dell'Acquario Romano), oltrepassava via Napoleone III (dove sono ancora alcuni resti), via Carlo Alberto (resti tufacei sporgenti dai muri delle case) e raggiungeva via di S. Vito dove, a fianco dell'omonima chiesa, alla fine del famoso clivus Suburanus, si apriva la porta Esquilina, trasformata poi nell'ancora esistente Arco di Gallieno. Dopo aver attraversato via dello Statuto raggiungeva largo Leopardi, dove esistono altri resti in due file di blocchi.

Superata poi via Merulana, un reperto di una certa importanza si trova al civico 35a di via Mecenate. Oltrepassata via C. Botta, il muro seguiva poi il percorso di via Poliziano, attraversava via R. Borghi, via L. Muratori, via Labicana e raggiungeva piazza S. Clemente. Una variante al percorso, che potrebbe però risalire al muro del VI secolo a.c. anziché a quello del IV, da largo Leopardi raggiungeva la chiesa di S. Martino ai Monti (sotto la quale, utilizzati come fondamenta, sono stati ritrovati alcuni filari di blocchi) per poi ricongiungersi al muro presso S. Clemente; l'orientamento nord-sud dei filari fa però sospettare che possa semplicemente trattarsi di un riutilizzo dei blocchi, prelevati altrove, anziché di un tratto del muro difensivo.

Da questo punto non esistono, per un lungo tratto, testimonianze archeologiche, ed il percorso successivo può essere stabilito solo con molta approssimazione. È comunque presumibile che il muro abbracciasse una delle cime secondarie del colle, il Celiolo, l'accesso al quale era assicurato, in un punto imprecisato nella zona di confluenza di via dei Santi Quattro con via Santo Stefano Rotondo, dalla porta Querquetulana.

La cinta doveva poi piegare verso ovest per raggiungere la successiva porta Caelimontana, i cui resti sono ancora visibili, trasformati e monumentalizzati nell'Arco di Dolabella e Silano, all'inizio di via S. Paolo della Croce, prosecuzione dell'antico clivus Scauri. Con l'arco di Gallieno, sono questi gli unici due reperti tuttora esistenti delle antiche porte nelle mura serviane.

Da qui la muraglia attraversava la zona del colle ora occupata dalla chiesa di S. Gregorio; il muro in filari di blocchi di tufo che vi si trova accanto non appartiene alla cinta serviana, anche perché la facciata è rivolta verso l'interno della città. Tra l'imbocco di via di Valle delle Camene e quello di via delle Terme di Caracalla si apriva la porta Capena (che rappresentava l'inizio della via Appia), su un lato della piazza che porta tuttora il suo nome, forse individuata in un reperto ritrovato in quel tratto.

Attraversata la piazza e tagliato diagonalmente l'inizio di via delle Terme di Caracalla (comunemente nota come Passeggiata Archeologica), il muro piegava verso sud. Un piccolo spezzone di muro si trova inglobato all'interno di un edificio adiacente alla chiesa di Santa Balbina. Poco più oltre, nella zona tra viale G. Baccelli e largo Fioritto, si apriva probabilmente la porta Naevia.

Anche il tratto successivo è assolutamente privo di reperti archeologici e solo in forza di supposizioni è possibile ricostruire l'andamento del muro difensivo, che si ritiene dovesse effettuare una larga curva (più o meno attraversando via di Villa Pepoli, via Guerrieri, viale Giotto, via C. Maderno e via F. Annia) per tornare a piazza Albania nel cui centro, circa all'incrocio con via S. Saba, si trovava la porta Raudusculana, da cui partiva la via Ostiense.

PORTA CAPENA
Subito dopo la piazza si trova uno dei tratti meglio conservati, insieme a quello della Stazione Termini, di tutta la cinta serviana. Su via di Sant'Anselmo e all'inizio di via dei Decii si trova infatti uno spezzone piuttosto ben preservato il cui interesse maggiore, oltre a quello del reperto in sé, è dovuto alla presenza di un'arcata che, come quella nel palazzo Antonelli su largo Magnanapoli, doveva rivestire la funzione di piazzola d'artiglieria per una postazione di balista o catapulta.

Si tratta, anche in questo caso, di una rielaborazione effettuata a seguito di un restauro successivo alla costruzione del muro del IV secolo. La cinta proseguiva poi per via Icilio fino alla successiva porta Lavernalis che, sebbene sussistano molti dubbi sulla reale collocazione, potrebbe effettivamente essere stata aperta sulla via che porta oggi lo stesso nome.

Da qui il muro seguiva la linea di via Marmorata, ma a mezza costa del colle, sfiorando la chiesa di S. Anselmo e piazza dei Cavalieri di Malta e svoltando, sempre a mezza costa, su un percorso parallelo al Lungotevere Aventino fino al clivo di Rocca Savella, salendo verso via di S. Sabina: nei sotterranei della chiesa omonima e nel giardino adiacente sono stati ritrovati altri spezzoni del muro.

Da queste parti doveva aprirsi sia la porta Trigemina che, un po' più in alto, la scala Cassii la quale, dato il pendio piuttosto scosceso in questo punto, era probabilmente un semplice passaggio pedonale. Per entrambe le aperture non si hanno comunque dislocazioni certe. Da qui la ricostruzione del tragitto presenta numerosi problemi: alcune testimonianze, tra cui quella autorevolissima di Livio, lascerebbero intendere che in questo punto un tratto di muro scendesse dall'Aventino verso il Tevere per riprendere un po' più avanti, verso piazza di Monte Savello, lasciando privo di protezione questo tratto del fiume che, d'altra parte, era occupato dal porto, dall'Emporio e dal Foro Boario.

Un valido motivo potrebbe essere dovuto alla difficoltà di mantenere un terrapieno (l'agger) in una zona soggetta a frequenti inondazioni del Tevere. Non è comunque da escludere che un muro, a debita distanza dal fiume, sia stato realizzato in un momento successivo, attraversando la valle Murcia per congiungersi forse al tratto di mura della Roma quadrata nei pressi di piazza S. Anastasia e arrivando in qualche modo fino nei pressi dell'incrocio tra Vico Jugario e via L. Petroselli dove, a brevissima distanza l'una dall'altra, si aprivano la porta Triumphalis, la Carmentalis e la Flumentana.

I resti della prima sono forse stati individuati nell'area archeologica adiacente la chiesa di S. Omobono, mentre le posizioni delle altre due sembrano quasi coincidere, entrambe tra il vico Jugario, via del Foro Olitorio e piazza di Monte Savello. Da qui il muro costeggiava la base del Campidoglio (alcuni resti sono visibili su via del Teatro di Marcello), poi saliva per via di Monte Caprino (alcuni resti) e per via delle Tre Pile (altri resti nelle immediate vicinanze).

Le ristrutturazioni urbanistiche intorno al colle effettuate negli anni trenta con l'abbassamento, tra l'altro, del livello stradale di via del Teatro di Marcello, hanno reso la lettura di questa zona ancora più difficoltosa di quanto già non fosse e non è pertanto molto agevole riuscire ad individuare né l'esatto percorso né la linea di sutura tra le mura serviane e la prima difesa autonoma del colle capitolino, che chiudeva l'anello delle mura del IV secolo.

Un'ultima porta, la Catularia, si apriva probabilmente alla base della cordonata del Campidoglio, mentre pochi metri più avanti c'è un ultimo spezzone di mura, ai piedi della scalinata dell'Aracoeli, nell'area archeologica dove è stata individuata un'”insula”. Da qui è presumibile che il muro serviano si ricollegasse con quello più antico dell'Arx.


BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Mauro Quercioli - Le mura e le porte di Roma - Newton Compton Ed. - Roma - 2005 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -



PORTA CELIMONTANA (Porte Serviane)


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Quest'arco, che in realtà era una delle porte di Roma, ed esattamente Porta Celimontana, venne costruito nel sito come passaggio delle Mura Serviane sul colle Celio, le prime mura di Roma costruite ne VI sec. a.c., e all'epoca si chiamava Porta Caelimontana.

Sulla Porta Celimontana, sul lato nord del sito dei castra Peregrina, venne eretto nel 10 d.c. dai consoli Publius Cornelius Dolabella e Caius Iulius Silanus (CIL VI.1384) un arco onorario, l'Arcus Dolabellae et Silani. Successivamente dovette supportare un ramo dell'aqua Marcia (non il rivus Herculaneus), e poi venne usato da Nerone nella sua estensione dell'aqua Claudia, per l'arcus Neroniani (LA 312‑313; HJ 234). Lo traversava un acquedotto, vedi la chiesa di S. Tommaso in Formis.

L'Arco di Dolabella e Silano, ovvero la Porta Celimontana, con un solo fornice ad arco di travertino, sorge sulla sommità del Celio all'estremità superiore del "Clivus Scauri", e si trova oggi vicino alla attuale chiesa di S. Maria in Domnica. L'arco è decorato con due cornici semplici, e sul suo attico, nella facciata, si legge l'iscrizione che indica al 10 d.c. la costruzione dell'arco ad opera dei consoli Publio Cornelio Dolabella e Caio giunio Silanuo.


Si trova dunque all'incrocio tra la Via Claudia e Via San Paolo della Croce, dove l'imperatore Nerone incorporò l'arco nell'Acquedotto Claudio, denominato poi acquedotto di Nerone.

Sull'attico della facciata esterna è scritto:

"P. CORNELIS P. F. DOLABELLA
C. IUNIUS C. F. SILANUS FLAMEN MARTIAL(is)  CO(n)S(ules)
EX S(enatus) C(onsulto)
FACIUNDUM CURAVERUNT IDEMQUE PROBAVER(unt)"

Cioè:
"Publio Cornelio Dolabella, 
figlio di Publio, e Gaio Giunio Silano, 
figlio di Gaio, flamine di Marte, 
consoli, per decreto del Senato 
appaltarono (quest'opera) 
e ne fecero il collaudo".

Quindi l'arco, originariamente una delle porte delle Roma repubblicana, venne restaurato sotto Augusto e poi ancora successivamente.

STAMPA DEL 1700
L'arco, completamente edificato in travertino, a grossi blocchi rastremati tutti uguali tra loro, fu identificato poi con l'antica porta Caelimontana delle Mura Serviane, come confermano anche alcuni blocchi di tufo di Grotta Oscura situati sul lato destro dell'arco.

Si pensava quindi che l'arco fosse parte dell'Aqua Marcia. Ora, l'ipotesi di Colini, che l'arco abbia sostituito la porta Caelimontana, una delle due porte Celio nelle Mura Serviane, è ampiamente accettata dalla maggior parte degli studiosi moderni.

(Colini 33-34, Coarelli,. Cf Porta Querquetulana).


Colini ha osservato che blocchi di Grotta Oscura tufo, tipico della Mura Serviane, sono stati collegati allo stipite nord dell'Arco di Dolabella e Silano, e ha suggerito che nel 10 d.c. questo arco ha sostituito la porta Caelimontana, che, come riferisce di Livio (35.9.2-3), sorgeva sulla sommità del Celio. Così, la "Via Caelimontana" sarebbe passata attraverso le Mura Serviane qui, per continuare all'interno della città come  "Clivus Scauri".

PARTE ANTERIORE DELL'ARCO
In realtà solo recentemente si è stabilito, delle due porte che si aprivano nelle mura serviane sul lato orientale del colle Celio, che la Porta Caelimontana era quella più occidentale, mentre la Porta Querquetulana era quella orientale.

E' Livio che cita per la prima volta la porta Caelimontana (XXXV, 9) per riferire di un fulmine che la colpì nel 193 a.c.

Fino a pochi anni fa, infatti, si sosteneva l’esatto contrario, visto che entrambe le porte derivavano il loro nome da quello del colle su cui si trovavano.

Querquetulum (coperto di boschi di querce) era infatti l’antica denominazione di quello che solo successivamente venne chiamato Caelius; si poteva pertanto supporre che le due porte fossero state aperte in tempi successivi, prima la Querquetulana e poi, quando ormai le querce non c’erano più, la Caelimontana. Quella che resta è la porta più occidentale, trasformata in arco di Dolabella e Silano, con blocchi risalenti all’inizio del IV sec., quindi delle prime mura repubblicane, per cui si credette essere la Querquetulana.

STAMPA DEL 1700 RAFFIGURANTE LA PARTE ANTERIORE
Oggi si pone la Querquetulana verso est, all’interno del perimetro dell’ospedale di San Giovanni, dove la via dei Santi Quattro incrocia la via di S. Stefano Rotondo, e la Caelimontana più a ovest, all’inizio di via San Paolo della Croce, sul tracciato dell’antico clivus Scauri.

Questa correzione del posizionamento delle due porte è dovuta al fatto di ritenere quella del IV sec. la cinta muraria più antica del colle.

La porta Querquetulana, infatti, come anche la Viminale, l’Esquilina e la Collina, risale ad un periodo molto antico, circa un paio di secoli precedente a quello della costruzione delle mura serviane.

Sembra infatti che le quattro porte originarie risalissero all'ampliamento della città operato dal re Servio Tullio, che comprese nel territorio dell'Urbe, tra gli iniziali sette colli, anche il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino e il Querquetulanus. Della stessa epoca erano le mura di 1.300 m. che andavano dalla Porta Collina all’Esquilina.

PARTE POSTERIORE DELL'ARCO
Poichè inoltre il loro nome derivava da quello del colle a cui davano accesso, la Querquetulana e la Caelimontana non possono essere contemporanee, nè c'è prova di un ampliamento, nell’area del Celio, delle mura serviane rispetto a quelle precedenti.

"Una sola porta avea la cinta Serviana sul Celio, ed era la Porta Caelimontana che dalla testimonianza di Cicerone (in Pison. 23, 55 cf. 25, 61) sappiamo essere stata prossima all'Esquilina, e che Livio (2, 11 cf. 35, 9, 3) pone nel mezzo, tra la Collina del Quirinale e la Naevia sull'Aventino. 

Non sembra dubbio, specialmente per avanzi di mura che restano al settentrione della chiesa dei ss. Quattro coronati, che essa sia sorta in questo punto (Al. 1872 p. 72 seg. Becker, p. 169. Jordan, Top. I, 1 p. 225 seg. Gilbert 2 p. 291 seg.). 

Ad essa metteva capo la via Capitis Africae, l'odiema via della Navicella, che dalla Sacra via presso il Colosseo conduceva al punto della chiesa suddetta. Se un'altra via esterna alla porta vi sia stata, non si può determinare (11. cc.).
Una seconda via, anzi la principale e in origine l'unica che dal lato del Palatino menava al Celio, era il vicus Scauri, corrispondente forse alla via che passa fra le chiese dei ss. Giovanni e Paolo e S. Gregorio (Becker, Top. p. 499 cf. Jordan, Top. 11 p. 594 seg. Gilbert, Gesch. and Top. 3 p. 846)"

(Dizionario Epigrafico di Antichità Romane - Ettore De Ruggiero - 1886) 

Non ci sono notizie per la porta Querquetulana, mentre della Caelimontana si sa che venne restaurata, come molte altre porte della cinta serviana, in epoca augustea. L’attuale arco di travertino sostituì nel 10 d.c. la vecchia porta in blocchi di tufo, ancora in parte visibili sulla destra, a seguito di una ricostruzione, come si legge sulla lapide posta sull’attico dell’arco.

Un'iscrizione del 2 d.c., con la stessa formula e il contenuto di quello della Arco di Dolabella e Silano, ha segnato l' "Arcus Lentuli et Crispini". La somiglianza di questi due monumenti potrebbe indicare un rinnovamento in era augustea delle Mura Serviane dal Tevere al Celio (Coarelli 1988).

Dal I sec. a.c. Roma divenne così potente che non ebbe più nemici da temere, per cui le sue mura, con le sue porte, furono in gran parte dimesse, o demolite, o usate per gli acquedotti, o come muri portanti di altre costruzioni.

Nel 211 d.c., durante i lavori di restauro realizzati per volere di Settimio Severo e di Caracalla all'Acquedotto Neroniano, un ramo secondario dell' Acquedotto Claudio, l'arco venne utilizzato per sostenerne le grandi arcate che tuttora lo sovrastano.

STAMPA DEL 1817 RAFFIGURANTE LA PARTE POSTERIORE
Secondo una leggenda del XVIII sec. la finestrella sovrapposta all'arco nasconde un piccolo locale con due stanzette e colonne di supporto in cui visse dal 1209 fino all'anno della sua morte, nel 1213, S.Giovanni de Matha, fondatore dell'Ordine dei Trinitari, che avevano la missione di curare gli schiavi riscattati.

Per questo motivo l'Ordine ricevette in dono da papa Innocenzo III i locali di un antico monastero benedettino di S.Tommaso in formis. A destra dell'arco c'è un'edicola con mosaici medievali.

Roma è una città che nei secoli non ha mai avuto discariche, bensì ha edificato sopra agli edifici vecchi e molto spesso ha semplicemente riempito di detriti l'antico usandolo come fondamenta del nuovo.

L'arco di Dolabella, che era in origine alto m 6,5, a causa del sollevamento del manto stradale che ha coperto gli strati sottostanti nelle varie epoche, ha fatto si che l'arco odierno sia alto solo m 4,5, il che significa che c'è un interramento della base dell'arco di ben due metri. Nei pressi sono state rinvenute infatti diverse domus romane attualmente visitabili. Roma è ancora tutta da scoprire.


BIBLIO

- Laura G.Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -
- Giuliano Malizia - Gli archi di Roma - Newton Compton Ed. - Roma - 2005 -
- Antonio Nibby - Analisi storico topografica antiquaria della carta dei dintorni di Roma - 1837 -






PORTA CATULARIA (Porte Serviane)


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CORDONATA ARA COELI ALLA CUI BASE SORGEVA LA PORTA CATULARIA
Sono scarsissime le notizie sulla Porta Catularia, Porta oggi scomparsa, appartenente alle Mura Serviane, ovvero a un più tardo rifacimento delle Mura Serviane, sulla quale Porta ci sono solo pochi riferimenti letterari (Tacito - Historiae 3,71; Ovidio - Fasti - IV, 905-942).

Secondo alcuni autori la Porta Catularia era la Porta attraverso cui entravano nell'Urbe i trionfatori con il loro seguito di legionari, prigionieri e bottino della vittoria.


LUTAZIO CATULO

Edile nell'87 a.c. e console nel 78 a.c. diviene leader degli Optimates, si oppone alla Lex Gabinia e alla Lex Manilia, ma non riesce ad impedire il conferimento degli imperia extra ordinem a Pompeo.

Nel 63 a.c., pur essendo princeps senatus, viene sconfitto da Gaio Giulio Cesare alle elezioni per la carica di pontefice massimo, e tenta inutilmente di incriminare Cesare per la congiura di Catilina, perdendo gran parte della sua autorità.

Nell'87 Catulo avrebbe dunque fatto costruire una seconda cinta di mura in cappellaccio (tufo affiorante della roccia con notevoli infiltrazioni) relativa probabilmente alla sistemazione del colle capitolino. 

Pertanto la porta non sarebbe compresa nella originale cinta delle mura serviane (che in quel punto non scendevano così in basso), ma venne fatta edificare appunto da Lutazio Catulo.

Si suppone che la porta fosse posta alla base della cordonata michelangiolesca che sale alla piazza del Campidoglio, per il rifacimento successivo alla cinta serviana.



IL CAMPOMARZIO

Secondo altri autori il quartiere del Campomarzio aveva ormai assunto notevoli dimensioni, oltre ad aver accresciuto la sua importanza dal punto di vista politico e militare. Pertanto si dovette aprire un accesso più agevole dal Campomarzio al Campidoglio, e viene aperta allo scopo la Porta Catularia. Secondo alcuno è un clivius, cioè una salita, secondo altri una scalinata, che però avrebbe precluso il passaggio ai carri, quindi meno credibile.

INTERNI DELLA RUPE TARPEIA O TARPEA

LE MURA SERVIANE

Secondo altre fonti invece l'apertura della porta è molto più antica e risalirebbe al 378 a.c. cioè al tempo della costruzione delle mura Serviane, quando il muro difensivo del colle Campidoglio avrebbe perduto la sua funzione difensiva e vennero pertanto aperte delle porte.

- una sul lato verso il Foro Romano (porta Saturnia, presso il tempio di Saturno, o porta Capitolini (mons), o porta Tarpeia, o ancora porta Pandana, ovvero "sempre aperta" per i Sabini in seguito all'accordo tra Romolo e Tito Tazio), permetteva l'accesso dal clivus Capitolinus, la via seguita dai cortei dei trionfatori.
Le fonti letterarie riferiscono per due notevoli porte di accesso al Campidoglio, la « fortificazione più inespugnabile » di Roma:
- la porta Pandana, così chiamata dal vicino fanum Carmentae, situata sulle pendici meridionali del colle all’uscita del vicus Iugarius e rivolta dunque verso l’area sacra di S. Omobono,
- il portus Tiberinus
- ed il Tevere.
Si tratta, come è evidente, di ingressi/passaggi fondamentali nella topografia generale dell’Urbs, aperti in sostanza verso le due zone forse più importanti della città arcaica e repubblicana,, e che con l’ausilio di uomini di guardia avrebbero dovuto svolgere e garantire, secondo le normali prassi difensive, un’attenta funzione di controllo e di selezione in entrata ed in uscita.
- Una seconda porta (porta Catularia) si apriva sul lato opposto per un asse viario in salita (clivus) proveniente dal Campo Marzio.
"Un'ultima porta, la Catularia, si apriva probabilmente alla base della cordonata del Campidoglio, mentre pochi metri più avanti c'è un ultimo spezzone di mura, ai piedi della scalinata dell'Aracoeli, nell'area archeologica dove è stata individuata un'”insula”. Da qui è presumibile che il muro serviano si ricollegasse con quello più antico dell'Arx."

- Una terza porta (porta Carmentalis verso sud-ovest) permetteva l'ingresso della scalinata dei Centum gradus, il cui nome evoca i cento gradini che scendevano dal Fornix Calpurnius sul lato della Rupe Tarpea, verso il teatro di Marcello.



INSULA DELL'ARA COELI

IL NOME DELLA PORTA
 
L'origine del nome dovrebbe risalire al nome dello stesso Lutazio Catulo, ma Festo la farebbe invece risalire al sacrificio di un cane che veniva annualmente celebrato nelle vicinanze.

Anche Ovidio descrive il sacrificio di un cane, celebrato al V miglio della via Claudia durante la festa dei Robigalia (il 25 aprile) per scongiurare Robiga, Dea della ruggine del grano, a non bruciare le messi con il caldo eccessivo, la canicula, che viene dopo la levata eliaca di Sirio nella costellazione di Canis Maior.

"Ma da Festo ci vien notato che questo sacrifizio si faceva presso di una porta che appunto per questa funzione si chiamava Catularia:  'Catularia porta Romae dicta est quia non longe ab ea ad placandum caniculae sidus rufae canes immolabantur ut fruges flavescentes ad maturitatem perducerentur.' 

Da che ne viene per necessaria conseguenza che dalla porta Catularia vi fosse l'accesso alla via Nomentana ma siccome questa via principiava alla porta Collina e proseguiva a destra così parimente a destra e vicina alla Collina dovette rimanere la porta Catularia mentre al tempo di Ovidio e di Festo non v'era ancora la porta Nomentana che spetta alle mura Aureliane."

(Stefano Piale Romano - Delle porte del recinto di Servio Tullio - 1820)


BIBLIO

- Stefano Piale Romano - Delle porte del recinto di Servio Tullio - 1820 -
- Laura G.Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -
- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -




PORTA ESQUILINA (Porte Serviane)


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PORTA ESQUILINA
"Precisamente nel luogo stesso di comune accordo si pone la porta Collina in corrispondenza della via antica, che, passando lungo il lato settentrionale delle terme Diocleziane, si dirigeva verso la porta Nomentana del recinto Aureliano, e per una diramazione giungeva alla Salaria del medesimo recinto. Dionisio e Strabone dimostrano aver cominciato l'argine dalla nominata porta Collina, ed aver terminato alla Esquilina, ed essere stato della lunghezza di sei in sette stadi.

Da tale luogo percorrendo tutto il tratto, che giunge sino all'arco di Gallieno, ove si situa la porta Esquilina, e seguendo la direzione, che si conosce dalla prominenza rimasta aver tenuto l'argine, si trova essere tale distanza precisamente tra i sei ed i sette stadi."

(Storia e topografia di Roma - Luigi Canina - 1841)

Schiacciato fra due palazzi in via San Vito, si trova l'antico arco costruito sulla porta Esquilina delle antiche mura Serviane, poi divenuto arco di Gallieno.

La porta risale al periodo più antico della città, quando i popoli latini sul Palatino si espansero tra l'VIII e il VI secolo a.c. verso il Quirinale a nord, il Viminale e l'Esquilino a nord-est ed il Celio ad est, fondendosi con i sabini che già da un paio di secoli vi risiedevano.

Fa quindi parte della prima cinta muraria della città, risalente, insieme alle porte Collina, Viminale e Querquetulana, all'ampliamento della città operato dal re Servio Tullio. Un tratto di queste mura arcaiche è infatti stato trovato sotto la chiesa dei SS. Vito e Modesto negli scavi fatti nel 1971-72.

Addirittura venne cancellato il suo nome di Porta Esquilina non solo dall'arco di Gallieno, che pure ebbe una sua storia negli eventi romani, ma pure da quello di San Vito, un santo siciliano di cui non v'è menzione attendibile, che nulla aveva a che fare con quell'arco, se non di essere stato aggredito dalla costruzione di una chiesa al santo dedicata.

La Porta era originariamente a tre fornici, di cui quello centrale, l'unico rimasto, è quasi quadrato e decorato con cornici e piloni ad angolo in stile corinzio. I fornici erano divisi da paraste, che terminavano con capitelli corinzi e poggiavano su basi sagomate.

RICOSTRUZIONE DEL ROSSINI
Il fornice centrale era più alto e più ampio dei laterali ed era sormontato da un attico che terminava con un cornicione.
Nella parte sinistra sono visibili i resti di un ingresso secondario. poggiante su quello centrale, che dava su via Labicana, la via che portava a Labico, oggi Montecompatri; e via Praenestina, da Praeneste, antico nome di Palestrina.

Il colle Esquilino, a cui la Porta Esquilina introduceva, disponeva di tre cime: il Fagutal, l'Opius ed il Cispius, che facevano parte del Septimontium, e che rappresentavano la fase espansiva di Roma, successiva a quella del nucleo originario, cioè della Roma quadrata. Venne annesso all'Urbe da Servio Tullio, sesto re di Roma.


LA LEGGENDA

La tradizione antica lega alla Porta Esquilina l’origine della festa dei Quinquatri minori. Si narra che l’arte greca dei flautisti non fu più gradita e con un decreto ne venne ridimensionato il numero nelle cerimonie. I flautisti si recarono a Tivoli, dove vennero riuniti tutti per una gran festa, alla fine della quale erano talmente ubriachi che il padrone di casa li caricò su un carro e li allontanò.

Il carro, senza guida, si avviò verso Roma ed entrò per la porta Esquilina; al mattino era al Foro, dove la comitiva di ubriachi venne scherzosamente mascherata e poi cacciata. Lo scherzo piacque tanto che ogni 13 giugno venne consentito di ripetere per le strade della città, in onore di Minerva, la riunione di di flautisti e maschere.

In realtà anticamente Atena-Minerva era la detentrice del flauto, ma narra il mito antico greco che l'abbandonò perchè la imbruttiva gonfiandole le guance, figurarsi se una Dea della guerra si preoccupava del suo aspetto composto e compito, in realtà in Grecia le sacerdotesse suonavano i flauti e furono cacciate dai nuovi sacerdoti apollinei suonatori di lira.

Visto che anche Minerva era una divinità guerriera, le sue sacerdotesse, che probabilmente come in Grecia, organizzavano danze di guerra con flauti e maschere per i combattenti, furono esautorate e si imbastì questa storiella. Certamente una festa non si faceva per ricordare una congrega di ubriachi.



LA SUBURRA

In epoca augustea si sviluppò intorno alla Porta Esquilina un popoloso quartiere ottenuto scalzando il cimitero della plebe che qui si trovava, e, interamente bonificato da Mecenate, aveva assunto il nome di Subura, attraversata dal frequentatissimo clivus Suburanus, pieno di botteghe, taverne e prostitute, anzi era “la via delle prostitute” (come ricorda Marziale), che proseguiva, fuori dalla porta, con la via Labicana in direzione di Labicum e la via Prenestina verso Gabii e Praeneste.

Ma poi lo sviluppo urbanistico, portò anche alla costruzione di ville e horti, come quelli splendidi di Mecenate.

La porta della cinta serviana, in blocchi di tufo, ampliamento di quella più antica, era a tre fornici. Fu interamente ricostruita in travertino e monumentalizzata da Augusto, che fece apporre sull’attico, nel fornice centrale, un’iscrizione che però non è più leggibile in quanto riporta tracce di evidenti cancellature di epoca successiva.

I due fornici laterali, più piccoli di quello centrale, furono demoliti nel 1447 per far posto alla chiesa dei Santi Vito e Modesto, tuttora addossata ad un lato dell’unico arco rimasto, adoperandone anche i materiali, come si vede da vecchie incisioni.

La chiesa dei SS. Vito e Modesto era detta "in macello" o meglio come "intrans sub arcum [di Gallieno] ubi dicitur macellum Livianum", dato che sorgeva sopra al macellum, il mercato fatto costruire dall'imperatrice Livia. Sotto la chiesa dovrebbero dunque esserci, oltre alle mura, diversi reperti del macellum.


BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Giuliano Malizia - Gli archi di Roma - Roma - Newton & Compton - 2005 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -



PORTA LAVERNALIS (Porte Serviane)


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POSIZIONE DELLA PORTA LAVERNALIS
"Nella valle che divide le due sommità dell" Aventino poi si trova conveniente di stabilire la porta Lavernale che traeva il nome dall'ara di Laverna, e che sembra dedursi dal medesimo Varrone essere stata vicina alla Raudusculana".

Laverna era la Dea dei ladri e degli impostori e l’epicentro del suo culto era Roma: qui esistevano due luoghi a lei sacri, uno presso la porta Lavernale, uno lungo la via Salaria; la notizia di Festo, secondo cui i ladri erano soliti riunirsi nel lucus della Dea, non può essere riferita al lucus della via Salaria, perché lo stesso Festo prosegue affermando che da tale bosco prende il nome la porta Lavernale, e che si trovava sicuramente sull’Aventino e non sulla Salaria. Esistevano quindi a Roma due diversi siti dedicati alla Dea, uno sull’Aventino e uno lungo la via Salaria.

Secondo Varrone il nome della Porta Lavernale deriverebbe dalla sua vicinanza con un altare o un tempietto dedicato alla Dea Laverna, protettrice dei ladri. La mitologia narra infatti che in quella zona esistesse un fitto boschetto sacro a Laverna, che serviva da ricovero e nascondiglio per i ladri e la loro refurtiva.

"Custodivano l'intera porta: (gli Dei) Forculus le imposte; Limentinus la soglia e l'architrave e Cardea i cardini. Ciò nondimeno le porte venivano infrante dai ladri, che devoti alla Dea Laverna, mettevano in non cale l'ira di sì forti custodi, ed invocavano la loro protettrice facendole offerta di una parte degli oggetti rubati."

"Inferis mani sinistra immolamus pocula
laeva quae vides Lavernae
Palladis sunt dextera"

cioè: "agli inferi sacrifichiamo con la coppa nella mano sinistra, ciò che vedi a sinistra è di Laverna, ciò che vedi a destra è di Minerva."

Infatti, a sinistra sta la divinità oscura e misteriosa, a destra quella operativa e razionale. Laverna era la Dea dell'Averno, del mondo dei morti, e naturalmente dell'occulto. Secondo Orazio alla Dea si rivolgevano non solo i ladri, ma tutti quelli che volevano tener segreti i loro piani.

Sia Prudenzio del IV sec. a.c. che Settimio Sereno, del II sec. la considerano Dea dell'Oltretomba, che si chiamava anche Averno. Le era dedicato un tempio, un'ara, una via e una Porta: Porta Lavernale.

Secondo Varrone il nome della Porta deriverebbe dalla sua vicinanza con un altare o un tempietto dedicato alla Dea Laverna, protettrice dei ladri. La mitologia narra infatti che in quella zona esistesse un fitto boschetto (dedicato anch'esso alla Dea) che serviva da ricovero e nascondiglio per i ladri e la loro refurtiva.

Plauto:
"Tra gli Dei e i demoni dei tempi antichi, possano essere sempre favorevoli a noi! Tra di loro era una femmina più malvagia di tutti. Si chiamava Laverna. Era una ladra, poco conosciuta dalle altre divinità, che erano oneste e dignitose, perché era raramente in cielo.
Stava quasi sempre sulla terra, fra ladri, borseggiatori, e ruffiani, vivendo nell'ombra.


Un giorno si recò da un sacerdote apparendo come una bellissima sacerdotessa e gli disse:
- Hai una tenuta che voglio comprare. Ho intenzione di costruire su di esso un tempio al Dio. Ti giuro sul mio corpo che te lo pagherò entro un anno. -
Il sacerdote le vendette la proprietà, ma presto Laverna aveva venduto tutte le colture, cereali, bestiame, legno e pollame. Non vi lasciò il valore di quattro centesimi. Ma il giorno del pagamento Laverna non c'era, era andata lontano, piantando in asso il suo creditore.

Intanto Laverna andò da un gran signore e comprò il suo palazzo, ben arredato e con ricche terre, ma questa volta giurò sulla sua testa di pagare per intero in sei mesi. E come aveva fatto col sacerdote, agì il signore del palazzo, vendendo ogni bastone, mobili, bestiame, uomini e topi, non lasciò tanto da nutrire a una mosca. Allora il sacerdote e il signore si rivolsero agli Dei, lamentando di essere stati derubati da una Dea. 

Si capì che si trattava di Laverna, per cui fu chiamata a giudizio dagli Dei. Quando le chiesero perchè avesse rotto il giuramento sul suo corpo fatto al sacerdote, rispose facendo sparire il suo corpo, lasciando visibile solo la testa, dicendo 
- Ho giurato sul mio corpo ma io non ho corpo! -

Tutti gli Dei risero, poi venne il ricco signore imbrogliato al quale aveva giurato sulla sua testa, ed ella fece sparire la testa mostrando solo il bellissimo corpo - Ecco io sono Laverna, accusata di essere ladra perchè ho giurato sulla mia testa di pagare, ma io non ho testa, per cui non ho mai fatto questo giuramento. -

Gli Dei risero, poi le ordinarono di riattaccare il corpo alla testa e di pagare i debiti, cosa che lei fece. Poi Giove parlò:
 - Ecco una Dea maliziosa senza un adoratore, mentre a Roma ci sono moltissimi ladri, imbroglioni, truffatori, furfanti, abbindolatori e scrocconi, che vivono con l'inganno. Questa brava gente non ha né un tempio né un Dio, ed è un gran peccato, perché anche i demoni hanno il loro padrone, quindi, io comando che in futuro Laverna sia la Dea di tutti i commercianti disonesti, con tutta la spazzatura e rifiuto della razza umana, che sono stati finora senza un Dio o demone, in quanto sono stati troppo spregevoli per l'uno o l'altro. - 
E così Laverna divenne la Dea di tutte le persone disoneste e malandate."

Da rilevare che poco più oltre, lungo il Tevere, c'era la porta Trigemina, anche nota come porta Minucia, e Minucio era uno dei nomi con cui era anche chiamato Ercole, scopritore di ladri e briganti che, proprio lì nei pressi, aveva innalzato un'ara per ringraziare gli Dei di avergli fatto ritrovare i suoi buoi, rubati dal ladrone Caco che aveva la sua tana dalle parti della Lavernalis.

In effetti la collocazione della Porta Lavernalis, nell'angolo sud-occidentale della cinta delle mura serviane, non è chiara ed è piuttosto dibattuta, mancando un qualsiasi reperto archeologico che possa fornirne indicazioni.

Sembra che la Porta si aprisse sulla scalae Cassi, una scalinata che permetteva di salire sull'Aventino dalla riva del Tevere, che si trovava nella XIII regione augustea e dove però alcuni studiosi pongono la porta Trigemina. La Scala di Cassio dunque dalle sponde del Tevere saliva sull'Aventino fino alla chiesa di S. Sabina seguendo il percorso dell'attuale vicolo di S. Sabina.

Sembra più probabile che la porta si trovasse nella piccola valle a sud dell'Aventino, sul fianco orientale del bastione del Sangallo, in corrispondenza dell'attuale via di Porta Lavernale. La via ha tale nome per tradizione e spesso le tradizioni nascondono una realtà.

Ne darebbero conferma gli studi e rilievi effettuati da Antonio da Sangallo il Giovane (1484 - 1546) quando progettò e costruì, per ordine di papa Paolo III Farnese, il bastione ancora oggi visibile nei pressi di via Marmorata. Si trovava comunque in una posizione intermedia tra la porta Raudusculana e la sponda del Tevere e forse dalla porta Lavernale usciva l'antico tratto iniziale della via Laurentina.


BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Nadia Canu - La diffusione del culto di Laverna: dall'area medioitalica ad Uchi Maius, in Uchi Maius 3 - a cura di C. Vismara - Sassari - 2007 -
- Renato Del Ponte - Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica - ECIG - Genova - 1985 -



PORTA FLUMENTALIS (Porte Serviane)


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PORTA FLUMENTANA

"Era questa cosi chiamata perchè trovavasi in vicinanza del Fiume Tevere e perchè da questo era facilmente inondata nelle escrescenze. Alcuni han creduto che fosse situata presso la odierna porta del Popolo ma questa opinione è tanto erronea quanto è certo che il Campo Marzio ove sarebbe stata quella situata in questi tempi non era entro il recinto di Roma. 

Vi è stato chi l'ha pur collocata tra il Quirinale ed il Capitolino verso quella parte chiamata oggi Macel de Corvi, ragionando su di alcun espressioni di Tito Livio e Cicerone. Tito Livio però mostra in altro luogo con più chiarezza che la porta Flumentana era situata vicino al Tevere verso il ponte oggi detto de Quattro Capi. 

Parlando infatti questo storico di una escrescenza del fiume ci assicura che l'impeto dell'Acque rovesciò due Ponti e molti edificj vicino alla porta Flumentana. Se questa porta non fosse stata molto prossima al Tevere è improbabile che la violenza del Fiume avesse diroccate le fabbriche prossime alla porta medesima."

(Annali di Roma - Luigi Pompili Olivieri - 1836)

In effetti anche se il nome indica la locazione della Porta Flumentana (o Flumentalis) accanto al fiume Tevere, in genere gli studiosi la collocano nell'area tra il Campidoglio, il Palatino ed il Tevere, probabilmente presso la chiesa di S.Teodoro, all'inizio di quello che ancora oggi si chiama Vico Jugario (dove però sembra debba collocarsi anche la Porta Carmentalis), o poco distante, tra questa posizione ed il Tevere.  Secondo altri deve ubicarsi nella zona del Tempio di Portunno.

Di certo la porta si trovava in quella zona dell'ansa del Tevere, subito dopo l'isola Tiberina, che fino in epoca augustea era regolarmente soggetta ad inondazioni ad ogni piena del fiume, con danni anche ingenti in tutta l'area che, col tempo, si era andata popolando anche fuori dalla porta, dove il terreno e le case costavano molto meno.

C'è da chiedersi però il motivo della vicinanza tra la Porta Flumentana e la Porta Carmentalis, che avevano la stessa funzione di accesso verso il Campidoglio dalla zona del Foro Boario, ma la questione tra gli studiosi è ancora aperta.

La Porta Flumentana si apriva, con asse ovest-est, sul Vicus Tuscus, lussuosa via commerciale, il cui nome deriva dal fatto che la via era il centro economico della colonia di immigrati etruschi (Tusculani) che si erano stanziati in quell'area, posta tra il Campidoglio ed il Velabro, esposta ai frequenti disastri causati dagli straripamenti del Tevere.

Di certo i raffinati etruschi insegnarono alle mogli dei pastori-soldati romani a vestirsi, truccarsi e pettinarsi con molta raffinatezza e sicuramente vi installarono un florido commercio con oggetti di lusso locali e stranieri. si comprende meno perchè avessero scelto un territorio così afflitto dai frequenti straripamenti del Tevere.


LA PORTA FLUMENTANA OGGI PORTA del POPOLO

Festo dice:
"Questa Porta di Roma chiamavasi Flumentana perchè un Ramo del Fiume Tevere quivi presso scorrea." 
Ella però non era ove è or quella del Popolo, ma sulla ripa Tiberina dove al presente sorge il Palazzo Farnese) poco distante dal Campo di Flora, volgarmente detto Campo di Fiore, e dirimpetto alle Mura della Città edificate dal Re Anco sul Ianicolo o Monte Gianicolo.
E quindi Tito Livio nel Capitolo 21 del Lib 34 
"Il Tevere con impeto più infesto di prima inondata la Città distrusse diece Ponti e molti Edifici particolarmente nelle vicinanze della Porta Flumentana".

Credo che Aureliano la facesse trasportare nel sito presente allor che vi distese le Mura di Roma e fissatala sulla via Flaminia fece che le fosse dato ancora lo stesso nome. Vien nominata del Popolo dal nome latino forse dell'Albero Pioppo perch'era poco distante dal Mausoleo d'Augusto ombreggiato allora da tali altissimi alberi o forse perchè Augusto avea concesse all'uso del Popolo le selve intorno a quell'Edificio.

Più verisimile, anzi vero, però sembra che tal nome a detta Porta derivasse dalla Chiesa contigua dedicata alla Vergine Madre di Dio edificatavi dal Pontefice Pasquale II XX Come all'Avvocata del Popolo Romano, quella Città, non che per tutto altrove, dove sogliono le genti nominar le Chiese col nome del Santo cui son dedicate, e perciò la suddetta Chiesa fu ed è la Madonna del Popolo onde parimente l'adiacente Porta della Città contrasse la denominazione. Di più la Plebe delle circostanti contrade si fa gloria del nome di Popolanti. Meravigliomi che la detta Chiesa fusse edificata sulle ruine del Sepolcro di Nerone.

(Bonaventura Von Overbeke)


BIBLIO

- The Monthly Repertory of English Literature - Vol II - Parsons, Galignani e Co. Bestsellers - Paris - 1807 -
- Eutropio - Storia di Roma - Introduzione di Fabio Gasti - Traduzione e note di Fabrizio Bordone -Santarcangelo di Romagna - Rusconi Libri - 2014 -
- Mauro Quercioli - Le mura e le porte di Roma - Newton Compton Ed. - Roma - 2005 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -





PORTA QUERQUETULANA (Porte Serviane)


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FIG.1
La porta Querquetulana, che si nota nel centro dell’immagine qui sopra, era una delle porte delle antiche mura serviane. Fu quindi in ricordo d’un bosco di querce che la porta venne chiamata Querquetulana, poichè conduceva al posto dove attraversava le vecchie mura serviane nella depressione tra l’Oppio del Esquilino ed il Celio. Qui doveva sorgere un querceto, probabilmente sacro a Giove o ad alte divinità.

Dove fosse locata questa porta non è certo perchè spesso gli autori confondono Porta Querquetulana con Porta Caelimontana, con Porta Clausa e perfino con l'Arco di Dolabella.

"Quanto alla Porta Querquetulana (Plin. nat. hist.), generalmente s'ammette che essa sia una delle porte Serviane e che debba porsi poco più al settentrione della precedente, tra l'Oppius (Esquilino) e il Caelius, a cui dipresso ove oggi sta la chiesa dei ss. Pietro e Marcellino. Soltanto il Gilbert (2 p. 37) ritiene che essa sia anteriore alla cinta Serviana, e propriamente l'unica porta che metteva alla fortezza del Celio, quando questo formava un comune a se, separato da quello del Palatino e del Qnirinale."
(Dizionario Epigrafico di Antichità Romane - Ettore De Ruggiero - 1886)



PALLANTE

Pallante fu un alleato di Enea (Aen. VIII 454-519) che, su suggerimento del Dio Tiberino, si era recato da Evandro per chiedere aiuto. Cadde per mano di Turno, re dei Rutuli, che restituì il cadavere al padre dopo averlo spogliato del balteo che, indossato come trofeo di guerra, fece tacere l'usuale compassione di Enea, inducendolo a non risparmiargli la vita di Turno per vendicare la morte dell'amico..

Una tradizione diversa da quella seguita da Virgilio voleva che Pallante seppellisse sul Palatino il padre Evandro, e secondo l'immagine qua sopra (fig.1) la Porta Querquetulana era a un miglio del sepolcro di Pallante.

Nella seconda metà del sec. XI si credé di aver scoperto in Roma la tomba e il corpo miracolosamente intatto di Pallante, appunto a un miglio della Porta Querqutulana, dal che si desume che detta porta fosse a un miglio dalla detta Porta.

Ma c'è di più. Scavi archeologici effettuati dal 1937 nell'area adiacente la chiesa di S. Omobono, all'incrocio tra le attuali via L. Petroselli e Vico Jugario, ai piedi del Campidoglio, hanno portato alla luce reperti di chiara origine greca, risalenti alla metà dell'VIII secolo a.c.. Si tende a credere pertanto che qui sia stato sepolto il corpo di Pallante, a un miglio dalla Porta Querquetulana.

RITENUTA PORTA QUERQUETULANA (IN REALTA' PORTA CLAUSA) - FIG. 2
Due porte della cinta cosiddetta serviana si aprivano sul Celio, chiamato in antico Mons Querquetulanus per la presenza di ampi boschi di querce, o alle sue pendici: la porta Caelimontana (identificata nei resti presso l’Arco di Dolabaella e Silano di età augustea) e la porta Querquetulana, localizzata tra la Caelimontana e la Esquilina. Le fonti ricordano la presenza di un sacello dedicato ai Lari Querquetulani sul colle Esquilino, adiacente al Celio.

La porta qui sopra, della fig. 2, viene infatti definita Porta Querquetulana, ma pure Porta Clausa (incisione di Giuseppe Vasi, 1750) " La presente tavola è la num. 5. Subito dopo i ""Castra Praetoria"" si apriva una porta di travertino, il cui nome originario è ignoto ma generalmente viene denominata ""porta Chiusa"", perchè sbarrata e messa fuori uso da un muro: da qui passava la via che, proveniente dalla ""porta Viminalis"" (nell'attuale Piazza dei Cinquecento), si congiungeva con la ""via Tiburtina". 

FIG. 3
Giusta l'espressione di Plinio, questa porta era presso il Viminale ma siccome Tacito assevera che il Celio fu in principio Querquetulano e Sesto Pompeo vuole che le Querquetulane erano cosi chiamate perchè presiedevano al Quer che era una specie di Selva situata entro la porta da quello chiamata Querquetulana cosi sembra più probabile che questa porta esistesse nel Celio o nelle sue vicinanze.

Il percorso della cinta muraria, quindi, da porta Esquilina proseguiva a Sud, nell’area compresa tra il monte Oppio (altura meridionale del colle Esquilino) e il Celio. Si aprivano a questo punto due porte: la Querquetulana e la Celimontana. La prima, più antica (appartenente alla cinta serviana del VI secolo a.c.), ha collocazione incerta a causa della mancanza di testimonianze archeologiche inconfutabili.

Essa poteva trovarsi nei pressi de’ SS. Quattro Coronati, dove sono stati riconosciuti tipici frammenti serviani; secondo più recenti ipotesi, la porta sarebbe sorta sensibilmente più a Est, ovvero nell’attuale via Labicana, poco distante dalla chiesa dei SS. Marcellino e Pietro. Secondo quest’ultima tesi, la Querquetulana sarebbe stata poi fatta coincidere con l’Arcus ad Isis, l’arco a tre fornici attraverso il quale si giungeva all’Iseo del monte Oppio.

In base alle rare fonti gli studiosi concordano che la porta Querquetulana fosse un'antica porta delle mura serviane aperta sul colle Caelio, e oggi concordano sul fatto che, delle due porte che si aprivano sul lato orientale del colle Celio, la Porta Caelimontana fosse quella più occidentale, mentre la Porta Querquetulana fosse quella situata più ad est.

Prima sembrava esatta la posizione contraria, tanto più che non se ne ha una notizia precisa dalle fonti classiche. Si pensava che entrambe le porte derivassero il nome dal colle su cui si erano collocate.

" Ne rimane adesso solo alcune vestigia delle mura e una porta abbastanza danneggiata. Una cappella dei Lari del Querquetulano (a) strapiombava sulla porta ed era vicina alla Moneta, l’officina della Zecca (b)."
TEMPIO DI GIUNONE MONETA - CAPPELLA DEI LARI - FIG. 4
Esiste però a Roma, esattamente nel quartiere Celio, una derivazione della Via Labicana, "Via dei Quercieti", che sicuramente deriva dal nome "Querquetulana" cioè una via che conduce a un bosco di querce (quercuus, cioè un bosco sacro), detto anche "Cerqueto".

Questa via non doveva essere distante dalla Porta Querquetulana, aldifuori della quale doveva esistere il bosco sacro. Taluni però ritengono che il suddetto bosco fosse all'interno della città. "In tale valle, conoscendosi esservi stato un'accesso alla città, si trova conveniente di stabilirvi la posizione della porta Querquetulana, la quale era in tal modo denominata da un querceto che gli stava vicino nell'interno delle mura."

Comunque oggi la posizione della porta è controversa. Gli studiosi ne ipotizzano la collocazione nella valle tra il Celio e il colle Oppio, o, più probabilmente, presso la chiesa dei Santi Quattro Coronati, in corrispondenza della antica via Tuscolana che si dirigeva a sud ovest dalla valle del Colosseo alla via Celimontana.

Però la cappella dei Lari corrisponde qui, nella fig. 4, al tempio di Giunone Moneta, o è un errore o il sacello dei Lari era ospitato nel tempio di Giunone, o addossato a questo. D'altronde il tempio di Giunone Moneta era sul Campidoglio (oggi chiesa dell'Ara Coeli)

Ora il fatto è che molti autori fanno coincidere la Porta Clausa con la Porta Querquetulana, e la Porta Clausa si apre sulle mura aureliane. La Porta Clausa era la porta meridionale del Castro Pretorio, la caserma dei pretoriani in cui l'imperatore Tiberio riunì le 9 coorti istituite da Augusto come guardia imperiale. Inoltre la Porta Clausa non ha certo l'aspetto di una Porta arcaica come quelle delle Mura Serviane, in semplice tufo e prive di ornamenti.

Querquetulum (con boschi di querce) era l'antico nome del colle Celio, Caelius; si suppone infatti che le porte siano state erette in tempi successivi, prima la Querquetulana e poi, per ampliamento del tracciato serviano, quindi ormai senza querce, la Caelimontana.

Esiste però ancora oggi una Via dei Querceti (già via Querquetulana), una via che si estende tra Via Labicana e Via Capo d'Africa, sul Celio, a memoria del querceto sicuramente sacro. Essa testimonia il querceto sul Celio d'epoca romana, perchè di certo in epoche successive non poteva esserci, essendo terreno da costruzione e quindi di certo non ne svalutavano l'uso.

L'AGGER SERVIANO ED IL MONTE DELLA GIUSTIZIA DURANTE LO SBANCAMENTO DEL 1862
SULLA CIMA LA STATUA ANCORA IN SITO - FIG. 5


L'AGGER

Della stessa epoca delle porte sono le mura serviane che le collegavano, con l’agger lungo tutto il tratto dei circa 1.300 m, dalla Porta Collina all'Esquilina. Un altro indizio dell'antichità di queste porte sarebbe il loro nome, che derivava dall'altura cui davano accesso, anziché derivare da altri monumenti come templi, altari, ecc. 

STATUA DELLA GIUSTIZIA - FIG. 6
Gli unici reperti rimasti appartengono alla porta più occidentale, tuttora esistente, trasformata nell'arco di Dolabella e Silano nel IV sec., ma risalente alle prime mura repubblicane: per cui secondo alcuni doveva essere la Querquetulana. Questa attribuzione fu però smentita, infatti Livio cita per la prima volta la porta Caelimontana (XXXV, 9) per riferire di un fulmine che la colpì nel 193 a.c.

Oggi dunque si pone la Querquetulana verso est, all'interno del perimetro dell'attuale ospedale di San Giovanni, nella zona di confluenza tra via dei Santi Quattro e via di S. Stefano Rotondo, e la Caelimontana più a ovest, all'inizio dell'attuale via San Paolo della Croce, sul tracciato dell'antico clivus Scauri.

La porta Querquetulana, infatti, come  la Viminale, l'Esquilina e la Collina, risale  ad un periodo molto più antico, circa un paio di secoli prima ancora delle mura serviane. 

Le quattro porte originarie sono da attribuire all'ampliamento della città operato da Servio Tullio, che aggiunse all'Urbe, oltre alle alture già inserite tra gli iniziali sette colli, anche il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino e il Querquetulanus.

Due porte della cinta cosiddetta serviana si aprivano infatti sul Celio, chiamato in antico Mons Querquetulanus per la presenza di ampi boschi di querce, o alle sue pendici: la porta Caelimontana (l’Arco di Dolabaella) e la porta Querquetulana, localizzata tra la Caelimontana e la Esquilina. Le fonti ricordano la presenza di un sacello dedicato ai Lari Querquetulani sul colle Esquilino, adiacente al Celio. 

La posizione della porta è controversa. Gli studiosi ne ipotizzano la collocazione nella valle tra il Celio e il colle Oppio, o, più probabilmente, presso la chiesa dei Santi Quattro Coronati, in corrispondenza della antica via Tuscolana che si dirigeva a sud ovest dalla valle del Colosseo alla via Celimontana.

PORTA CLAUSA - FIG. 7

PORTA CLAUSA

La Porta Clausa, o Porta Chiusa, è una delle porte che si aprivano nelle mura aureliane di Roma. Se ne hanno scarsissime notizie, anche perché venne murata in epoca imprecisata ma comunque molto presto (da qui il nome) e così appare tutt'oggi, un'arco seminterrato, con conci di travertino, e delle finestre al piano superiore,  praticamente nascosta, all'altezza del civico 4-6 di via Monzambano.

Tuttavia non possiamo fare a meno di notare come appaia identica alla Porta Clausa (incisione di Giuseppe Vasi, 1750) di cui la foto riportata più in alto nella fig. 2.


BIBLIO

- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Mauro Quercioli - Le mura e le porte di Roma - Newton Compton Ed. - Roma - 2005 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -




 

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