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PORTA SATURNIA (Porte Serviane VI sec. a.c.)


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LA PORTA SATURNIA RITRATTA NELL'ANAGLYPHA TRAIANI

PORTE SERVIANE

Nel VI secolo a.c. appare il primo vero e proprio recinto difensivo, le Mura Serviane, attribuito secondo la tradizione ai Re Etruschi: iniziate da Tarquinio Prisco e completate poi da Servio Tullio da cui derivano il nome. La cinta murario si estendeva intorno alla Città di Roma per circa 7 km, rimangono ancora visibili i resti sul colle Palatino, sul colle Quirinale, sul colle Campidoglio e sul colle Esquilino. Le porte all'epoca sono:

- Porta Mugonia per il Palatino (già della Roma Quadrata)
- Porta Saturnia (o Pandana) per il Campidoglio,
- Porta Viminalis,
- Porta Oppia, (monte o colle Oppio)
- Porta Cespia (monte o colle Cispio)
- Porta Querquetulana (Querquetulum era l'antico nome del colle Celio)
- Porta Collina (per il collis Quirinalis)

La porta Saturnia risale al tempo della costruzione delle mura Serviane, quando il muro difensivo del colle Campidoglio avrebbe perduto la sua funzione difensiva e vennero pertanto aperte delle porte per la comunicazione all'esterno. Essa si apriva sul lato rivolto al Foro romano. La Porta, che si trovava lungo il clivo Capitolino assicurava l’accesso più diretto al colle dall’area forense, derivando il suo nome dal fatto che restava sempre aperta.

La porta ebbe più di un nome di cui la Saturnia fu quello più antico.
- Fu detta Saturnia perchè era locata presso il tempio di Saturno; ma secondo Varrone perché da questo varco si poteva accedere al « colle di Saturno… o terra Saturnia », remote e mitiche denominazioni dell'antico Capitolium;
- oppure venne detta Porta Capitolini, per la sua collocazione sul mons Capitolinus;
- o porta Tarpeia, per la vicinanza con la Rupe Tarpea;
- o ancora porta Pandana, ovvero "sempre aperta" per i Sabini in seguito all'accordo tra Romolo e Tito Tazio. Permetteva l'accesso dal clivus Capitolinus, la via seguita dai cortei dei trionfatori.

Le fonti letterarie riferiscono tre notevoli porte di accesso al Campidoglio, la « fortificazione più inespugnabile » di Roma:
- la porta Pandana, così chiamata dal vicino fanum Carmentae, situata sulle pendici meridionali del colle all’uscita del vicus Iugarius e rivolta dunque verso l’area sacra di S. Omobono,
- il portus Tiberinus,
- ed il Tevere.

Si tratta, come è evidente, di ingressi/passaggi fondamentali nella topografia generale dell’Urbs, aperti in sostanza verso le due zone forse più importanti della città arcaica e repubblicana, e che con l’ausilio di uomini di guardia avrebbero dovuto svolgere e garantire, secondo le normali prassi difensive, un’attenta funzione di controllo e di selezione in entrata ed in uscita.

- Una seconda porta, la Porta Catularia, si apriva però sul lato opposto della Porta Pandana, per un asse viario in salita (clivus) proveniente dal Campo Marzio.

- Una terza porta, la porta Carmentalis posta verso sud-ovest, permetteva l'ingresso della scalinata dei Centum gradus, il cui nome evoca i cento gradini che scendevano dal Fornix Calpurnius sul lato della Rupe Tarpea, verso il teatro di Marcello.

Secondo gli studi di D. Filippi (Filippi 1998, A. Carandini, Atlante di Roma antica.) la porta nelle forme acquisite in età imperiale, senza ormai funzioni difensive, è identificabile con l’arco visibile nei cosiddetti Anaglypha Traiani, tra i templi di Saturno e di Vespasiano, e potrebbe riconoscersi nei resti della fondazione di un arco individuati da A. M. Colini negli scavi effettuati in questo settore del clivo capitolino negli anni ‘40 del secolo scorso. 
LE ORIGINI DI ROMA

PORTA PANDANA
Paolo Festo: « Pandana porta dicta est Romae, quod semper pateret »; il riferimento è nel verbo pando, che significa anche aprire e spalancare. Festo si rifa all’episodio del tradimento di Tarpea decisivo nella presa del colle da parte di Tito Tazio, riferendo una specifica richiesta dei Sabini nella stipula della pace, che avrebbero chiesto a Romolo che per loro una porta restasse sempre aperta:

« Tarpeiae esse effigiem ita appellari putant quidam in aede Iovis Metellinae, eius videlicet in memoriam virginis, quae pacta a Sabinis hostibus ea, quae in sinistris manibus haberent, ut sibi darent, intro miserit eos cum rege Tatio; qui postea in pace facienda caverit a Romulo, ut ea Sabinis semper pateret »

Anche Arnobio ricorda che venne concessa la facoltà a Tito Tazio di accedere all’acropoli di Roma: «et quod Tito Tatio, Capitolinum capiat ut collem viam pandere atque aperire permissum est, Dea Panda est appellata, vel Pantica » Qui si allude al nume tutelare della Porta, o della zona dove era la Porta, una Dea Panda o Pantica.

Guarda caso in Polieno (Polyaen., 8, 25, 1) sono i Galli a chiedere ai Romani che una porta « della rupe inaccessibile » rimanesse sempre aperta : « Dopo che i Celti occuparono Roma, i Romani conclusero con loro il patto di pagare tributi, di lasciare sempre una porta aperta e terra coltivabile.
I Celti perciò si accamparono e i Romani inviarono loro molti doni ospitali come ad amici e molto vino. Quando poi i barbari, molto amanti del bere, dopo aver attinto molto vino, giacquero addormentati in preda all'ubriachezza, i Romani li attaccarono e li massacrarono tutti. Per dare l’impressione di voler rispettare in tutto gli accordi, costruirono su una roccia inaccessibile

una porta aperta » 



« ...QUOD SEMPER PATERET ».
LA PORTA PANDANA, LA PORTA CARMENTALIS E L'ASYLUM

Sembra però che sia la Porta Pandana (Porta Saturnia) che la Porta Carmentalis fossero le uniche porte di Roma sempre aperte, giorno e notte, per dare asilo nell'Asylum a chiunque volesse usufruirne, dai perseguitati e ricercati ingiustamente a quelli ricercati giustamente per crimini. Questo non si opporrebbe all'idea della chiusura di un fornice per l'uscita da Roma, in quanto serviva solo per l'entrata dall'esterno dell'Urbe.

PORTA SATURNIA IN ANAGLYPHA TRAIANI (INGRANDIBILE)
Pertanto la Porta Saturnia doveva essere abbastanza agguerrita, cioè dotata di un notevole corpo di guardia in gradi di allarmare altri soldati in modo rapido per due buoni motivi.

Il primo è che spesso i fuggitivi venivano inseguiti e in tal caso i militi romani dovevano bloccare gli inseguitori, sia perchè erano entrati in territorio straniero e quindi obbedire alle leggi del territorio, sia perchè quella zona era l'Asylum, per cui si accoglievano solo coloro che desiderassero abbandonare la precedente cittadinanza e diventare romani.

Ma c'era anche una seconda ragione ed è che nel Tempio di Saturno era conservato l'erario, cioè il tesoro di stato, pertanto la zona era continuamente guardata dai custodi militari del tesoro di Stato e di Roma contemporaneamente.

Scrive Plutarco, che in questo luogo reso sacro e deputato all’hospitium « accoglievano tutti, non restituendo lo schiavo ai padroni, né il plebeo ai creditori, né l’omicida ai magistrati ». Tutti fruitori che, in età storica, se bloccati in corrispondenza di chiuse e sorvegliate porte, non avrebbero facilmente raggiunto la zona franca dell’Asylum (e la salvezza), laddove, per utilizzare un’espressione cara alle diplomazie contemporanee, vigevano le regole di un “diritto internazionale” (ius gentium) che evidentemente superava le norme dettate dagli ordinamenti legislativi interni.


LUCUS ASYLI

Appena fuori della Porta Saturnia si stendeva il Lucus Asyli: lo nominano, tra gli altri, Livio, Strabone e Dione Cassio, come bosco o talvolta come spazio tra i boschi, quindi come un bosco dotato di ampia radura, in cui era possibile ottenere il diritto d'asilo, da cui il nome.

L'area sarebbe stata creata da Romolo per radunare un certo numero di schiavi fuggitivi, o cittadini esiliati per rivalità politiche o per crimini commessi, o briganti ricercati, o prigionieri di guerra fuggiti, o emigranti dalle città vicine. Il primo Re di Roma non guardava per il sottile, l'Urbe per sopravvivere aveva bisogno di combattenti, per cui doveva accrescere la popolazione della nuova città appena fondata accogliendo chicchessia.

Proprio nel lucus avveniva una distribuzione di viveri tra gli ospiti che da lì, del resto, non potevano essere tratti fuori in maniera coatta. Scrive Plutarco, in riferimento addirittura ai tribuni della plebe: «La legge impediva loro di chiudere la porta della propria casa, che infatti restava aperta notte e giorno come porto e rifugio per i bisognosi » (Plut., quaest. Rom., 81)

Pertanto l'accoglienza nel lucus aveva due aspetti, quello pratico di aumentare il numero degli abitanti, e fu molto seguito, tanto che erano ormai soli uomini e dovettero ricorrere al Ratto delle Sabine, e quello della sacralità dell'ospite secondo gli antichissimi costumi romani ma pure preromani.

Non si sa con certezza a quale divinità fosse dedicato questo Lucus propinquo alla porta Saturnia; in epoca storica si legò a Veiove, ma Servio (Commentari all'Eneide, II, 760) cita l'annalista del I secolo a.e. Lucio Calpurnio Pisone, che chiama Lucoris la divinità di questo particolare lucus. Si tratta forse di un appellativo generico che indica semplicemente la divinità del bosco o una divinità legata alla luce, ma non lo sappiamo. .


BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Mauro Quercioli - Le mura e le porte di Roma - Roma - Newton Compton Editori - 2007 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -




PORTA NAVALIA - NAVALIS


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NAVI DA GUERRA ROMANE A SECCO NEI NAVALIA
Con il termine “navalia” i Romani indicavano tanto le strutture specializzate che avevano funzione di arsenale, quanto la base navale della flotta romana. Come accade anche oggi, l'arsenale provvede alle manutenzioni ed alle riparazioni delle navi, mentre la base navale accoglie le unità della flotta al rientro dalla loro attività in mare.

Qui pertanto avveniva il rimessaggio di tutte le navi, che venivano tirate a secco sugli scali d’alaggio coperti che conosciamo attraverso varie rappresentazioni iconografiche antiche: quelle che mostrano una serie di archi sotto ai quali spuntano le prore rostrate delle navi.

Talvolta negli scali venivano impostate nuove costruzioni navali, dando ai navalia anche la funzione di cantieri navali, ma come funzione accessoria e non esclusiva. Sappiamo infatti che nell'antichità intere flotte potevano essere costruite anche su scali di fortuna sistemati su di una spiaggia marina, o sul greto di un fiume, o sulla riva di un lago, purché in vicinanza di una foresta da cui trarre i legnami necessari.

RICOSTRUZIONE DEI NAVALIA

L'ABILITA' DEI CANTIERI ROMANI
"Le capacità tecnico-meccaniche dei romani, apprese spesso dai popoli vinti ed elaborate successivamente ‘dall’Impero’ a livelli mai visti prima. Acquisizioni che superano, a volte, abbondantemente, tecniche e tecnologie manifestate sia da Leonardo che da tutto il Nostro Rinascimento, arrivando ad equipararsi a quelle di concezione Ottocentesca".
(Mario Palmieri)

La posizione dei Navalia appare confermata dal racconto del ritorno a Roma della trireme recante il simbolo di Esculapio prelevato ad Epidauro (291 a.c.): quando la nave giunse al proprio approdo, il sacro serpente si tuffò nel fiume per raggiungere la vicina isola Tiberina, ove andava eretto il tempio del Dio.

Le prime notizie storiche sulle abilità costruttive delle navi romane vengono menzionate all'inizio con la cattura delle navi di Anzio (340 a.c.), che vennero in parte immesse nei già esistenti Navalia di Roma.

Ancor più capaci, nella I guerra Punica, quando i Romani misero in cantiere la loro prima grande flotta di quinqueremi, replicando lo scafo di una nave cartaginese arenata, o magari avvalendosi di maestranze di popoli alleati. Ma i migliori fabbricanti erano però proprio i cartaginesi.

I fabri navales romani costruirono una quinquereme molto più veloce e di facile manovra, evolvendosi con progressi costanti, e giungendo, in epoca imperiale, a livelli di indubbia eccellenza, sia per la quantità delle navi varate, sia per la qualità del naviglio.

Ne avemmo la prova con i relitti delle due gigantesche navi di Nemi, recuperate dal lago negli anni ’30 e poi purtroppo incendiate durante la guerra. Per fortuna ci fu il tempo di sottoporre quegli scafi a dei rilevi alquanto accurati, che hanno fornito l’evidenza della perfezione tecnica raggiunta dall’architettura navale romana, delle innovazioni tecnologiche introdotte a bordo e della raffinatezza degli allestimenti.

Lo dimostrano a tutt'oggi il Museo Nazionale Romano, nel Palazzo Massimo (primo piano, Sala X) a Roma, ed il Museo delle Navi Romane di Nemi, sulla riva settentrionale del lago.


LA NAVE DI ENEA

Una parte dei Navalia risulta ancora presente nel VI sec. d.c., tanto che lo storiografo bizantino Procopio di Cesarea vi si recò e poté ammirarvi un'antichissima nave, conosciuta come la "Nave di Enea". L’ampio edificio che la custodiva era un’arcaica pentecontera, che ne costituì il primo museo navale dell'Urbe.

La pentecontera era una nave sospinta sia dalla vela che dalla voga e fu la prima imbarcazione adatta alle lunghe navigazioni. Il suo nome deriva proprio dai cinquanta vogatori disposti, venticinque per lato e in un unico ordine, sui due fianchi della nave. L'esemplare più famoso appartiene al mito: la nave Argo e i suoi (circa) cinquanta Argonauti.


LA PORTA NAVALIS
I Navalia di Roma furono collocati sulla riva sinistra del Tevere, lungo la sponda del Campo Marzio, in un primo tempo di fronte all'isola Tiberina, poi si estesero giungendo fino all'altezza del ponte Elio (ora S. Angelo), quindi al di fuori delle mura repubblicane.

Dopo la risistemazione dell'antica cinta muraria di Roma, avvenuta nel III sec. a.c., il tratto delle vecchie mura parallelo al fiume fra le pendici del Campidoglio e quelle dell'Aventino (lasciando fuori dalle mura il Portus Tiberinus) venne abbattuto. 
Perciò le mura interrotte vennero prolungate fino alla più vicina riva del fiume, e cioè dal Campidoglio al Tevere (all'estremità nord del porto fluviale) e dall'Aventino al fiume (all'altezza del Ponte Sublicio). Così il Portus Tiberinus venne inglobato nella cinta muraria di Roma, mentre i Navalia continuarono a rimanerne fuori.

Per consentire poi il passaggio dal porto ai Navalia, venne aperta una porta nel tratto di mura più vicino al fiume: la "Porta Navale", ricostruita poi all'epoca di Augusto: il relativo arco era probabilmente ancora visibile nei pressi del Teatro di Marcello fino al XV secolo, come dimostra una stampa dell'epoca. La Porta viene menzionata nel II sec. d.c., dal grammatico Sesto Pompeo Festo come Navalis porta.
"Si ha in Festo che li Navalia avevano vicina una porta che da essi prese il nome di Navale: 'Navalis porta item Navalis regio videtur utraque ab Navalium vicinia appellata' così sembra evidentissimo che questa porta del Trastevere equivalente alla Portuense fra i Navali ed il ponte Sublicio debba dirsi Navalis e non Mutia."
(Stefano Piale Romano - Delle Mura Aureliane di Roma - 1822)

Nel 44 a.c., alla morte di Giulio Cesare “i Navalia ed altri luoghi furono colpiti da fulmini”. Questa notizia è stata da taluni interpretata come la fine del porto militare di Roma, dando per scontato che la folgore avesse provocato un incendio devastante. 
In realtà quello non è un funesto annuncio, ma l’evento più innocuo fra una serie di sciagure segnalate alla morte di Cesare e che Giulio Ossequente ha tratto da Livio per compilare il suo libro dei “Prodigi”: terremoti, trombe d’aria, tetti scoperchiati, alberi sradicati, una grande stella, tre soli, una cometa e luce affievolita per molti mesi. Se i Navalia fossero andati a fuoco, Livio l’avrebbe scritto e Ossequente non l’avrebbe certamente taciuto.
Alla fine dello stesso anno Cicerone, nel redigere il suo ultimo trattato filosofico, includeva i Navalia fra le opere di pubblica utilità sulle quali lo Stato doveva a giusto titolo investire nell'interesse dell'Urbe.
TRIREME ROMANA CON SERPENTE SACRO

IL TEMPIO DI NETTUNO

Non lungi dalla Porta stava il Tempio di Nettuno, collocato tra il Campo Marzio ed il Circo Flaminio; orientato in direzione dei Navalia per il collegamento con la flotta da guerra romana, prevalentemente basata nell’Urbe nei secoli dal IV al II a.c. e poi più distaccata per esigenze di Stato.

E' evidente il collegamento tra le navi romane e la protezione del Dio del mare affinchè compissero illese i loro viaggi e che soprattutto uscissero vincitrici nelle battaglie. Nella religio romana, molto razionale e organizzata, funzionava un sano "DO UT DES", uno scambio tra uomini e divinità che potevano mantenersi o diventare protettrici e benevolenti, o almeno cessare di essere ostili, attraverso sacrifici di animali e cerimonie particolari.


BIBLIO

- David Potter -The Roman Army and Navy - in Harriet I. Flower (a cura di) - The Cambridge Companion to the Roman Republic - Cambridge University Press - 2004 -
- Michael Reddé - Mare nostrum, les infrastructures, le dispositif et l'histoire de la marine militaire sous l'empire romain - Parigi - Ecole Française de Rome - 1986 -
- Pier Luigi Tucci - Lucos Cozza (2006) - Navalia - Archeologia Classica 57 - 2006 -
- Michael Reddé, Jean Claude Golvin - I Romani e il Mediterraneo - Roma - Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato - 2008 -
- Chester G. Starr - The Roman Imperial Navy: 31 B.C.-A.D. 324 - Cornell University Press - 1960 -



PORTA STERCORARIA


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VESTALI
Sul Clivo Capitolino si aprivano probabilmente due porte: la porta Pandana (detta anche Saturnia) che doveva originariamente rimanere aperta per permettere il passaggio a Tito Tazio e ai Sabini, e la porta Stercoraria, dove venivano portati i resti delle cerimonie delle Vestali destinati ad essere gettati nel Tevere.

La seconda porta è ricordata presso il Clivo Capitolino: si chiamava Stercoraria perché attraverso di essa passavano le Vestali per andare a gettare nel Tevere i purgamina (rifiuti) di Vesta e si apriva su un angiportus. L'angiporto (dal latino angipòrtus, composto di angus, "angusto" dal greco àngcho, "stringo", e dal latino portus, "passaggio") è un particolare vicolo, in genere a forma di galleria, che attraversando due o più fabbricati in muratura vicini tra loro, pongono in comunicazione due strade.

Secondo alcuni studiosi questo passaggio sembrerebbe attingere al ricordo di un antico limite tra l'esterno e l'interno dell'abitato. Ma la cosa è molto vaga e poco o nulla provata.

PERCORSO DEL CLIVUS CAPITULINUS SU CUI SI ERGEVA
LA PORTA STERCORARIA (immagine ingrandibile)
Dunque la Porta stercoraria che accedeva da e al colle capitolino si apriva il 15 giugno per farne uscire l'immondizia del tempio di Vesta da scaricare nel Tevere.

Questo è quel che viene riportato e naturalmente non è così, perchè sia il tempio di Vesta e meglio ancora la casa delle vestali erano fornite di acqua e fognature, come del resto tutto il foro di Roma.

Resta il fatto che i rifiuti dal tempio di Vesta venivano rimossi e gettati nel Tevere (Pest 344;.. Cfr ii 258; Varrone ......VI 32; ov veloce VI 713: veloce ap OLIO IP 319, e NS 1921, 98). Probabilmente la porta era circa a metà strada su per il pendio, ma non v'è alcun indizio per la sua esatta posizione (Jord I. 2. 64;... Gilbert II 316; Richter 117).

E' evidente che si trattava di un rito, del resto c'erano a Roma le feste Vestalia, dal 9 al 15 giugno in onore di Vesta, Dea del focolare. Il periodo dei Vestalia inizia con l'apertura del Penus Vestae (Vesta aperitur). Il penus Vestae era collocato nella cavità trapezoidale che si apriva nel podio, ed alla quale si accedeva soltanto dalla cella, il sito era proibito alla vista di tutti tranne che alle Vestali, dove erano conservati i "pignora civitatis", ovvero gli oggetti sacri ai destini di Roma e "pegno" delle sue fortune, che Enea, secondo la leggenda, avrebbe trasportato da Troia.

Finchè i Pignora Civitas restavano a Roma la città non poteva cadere, e, per ironia del destino, così fu. I Pignora Civitatis furono custoditi nel Tempio di Vesta dalle sue sacerdotesse, le vestali, le uniche che avessero il diritto di vedere e custodire gli oggetti sacri, diritto non accordato nemmeno al Pontifex Maximus.

VESTALI
I pegni erano:
1) Il Palladio
2) I Lari e i Penati di Enea
3) La Dea Nera
4) Le reliquie di Tanaquil
5) La corona di Alessandro Magno

Nei giorni delle vestalia era consentito alle matrone, e solo a loro, entrare a piedi nudi nella parte esterna del Penus Vestae, luogo proibito nel resto dell'anno a tutti ed in particolare agli uomini (con la sola eccezione del Pontifex Maximus).

L'ultimo giorno (Vesta cluditur) era definito con la sigla Q St D F, che sta per: Quando Stercus Delatum Fas, cioè “quando l'immondizia del tempio è stata portata via, il giorno è fas”: in coincidenza con le Eidus, l'Aedes Vestae veniva solennemente ripulita e le impurità portate, a quanto riferisce Festo, in un vicolo che si trovava circa a metà del Clivus Capitolinus, chiuso dalla Porta Stercoraria, per poi essere forse gettate nel Tevere.

Il termine stercus, in realtà ad altro non può riferirsi che ad “escrementi di animale”, per cui questo uso non sarebbe che “un resto fossilizzato del tempo, anteriore all'esistenza della città, in cui una società pastorale doveva ripulire dallo stercus la sede del suo fuoco sacro”. Ma anche questo lascia dei dubbi, perchè i pastori sapevano che gli escrementi interrati davano nel tempo una maggiore fertilità ai campi, mentre non si usava gettare i rifiuti nel Tevere da cui si attingeva l'acqua da bere.

Qualcuno ha ipotizzato che nell'ultimo giorno di festa si organizzasse una lunga processione di greggi e armenti, che terminava con la pulizia del tempio e della strada rituale percorsa. Per altri la cerimonia indica la purificazione del tempio, ma si riferisce anche alla concimazione dei campi. Invece secondo Ovidio lo sterco viene gettato nel Tevere. In ogni caso la purificazione del tempio segna il compimento dell'opera produttiva della terra e la preparazione di una stagione nuova.

Tutte queste interpretazioni non sembrano soddisfacenti, sia perchè lo sterco è una chiara allusione all'escremento animale (per quello umano in genere si indicano le feci), ma nel tempio di Vesta non c'erano animali, nè le si sacrificavano animali, ma solo primizie e focacce.

HESTIA
In tempi remoti le sacerdotesse erano addette ai misteri dei cicli della vita, e la fossa scavata nel recinto sacro riceveva le ceneri delle offerte di primizie, erbe odorose, vino ed altro. ma era cura delle sacerdotesse raccogliere dello sterco animale (di erbivori) e mescolarlo fino ad ottenerne un concime che veniva dissotterrato l'anno seguente per concimare l'orto delle stesse sacerdotesse. Era un'abitudine molto in voga in tutti i riti arcaici dedicati alla Madre Terra, e sembra evidente che Vesta (già Estia) fosse in tempi molto lontani una Grande Madre.

Così si riproduceva il mistero della vita e della morte, dove anche l'escremento o le ceneri alimentavano la nuova vita. Era l'antica idea della reincarnazione che però non piacque ai romani che rispettarono solo parte del rito, introducendo l'obbligo di distruggere ciò che le sacerdotesse avessero accumulato in quell'anno, e il modo migliore a disposizione era di disperderlo nel fiume, come cosa indesiderata da conservare.

Per questo non solo impartirono alle sacerdotesse l'ordine di gettare lo sterco e le ceneri nel fiume ma istituirono pure una porta apposita che fosse usata solo per quello scopo, una specie di rituale di allontanamento dal significato originario del rito. Così si verificava un fenomeno di "annullamento" sia dei residui sia della strada compiuta per liberarsene. Spesso i riti si modificano nel tempo simboleggiando l'esatto opposto di ciò che doveva significare. Pertanto la Porta Stercoraria era sicuramente interdetta ai civili che del resto se ne tenevano volentieri lontani. .


BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Mauro Quercioli - Le mura e le porte di Roma - Roma - Newton Compton Editori - 2007 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -





IANUS GEMINUS


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ECCOLO RAFFIGURATO IN UNA MONETA DI EPOCA NERONIANA

Lo Ianus Geminus, cioè bifronte, non era un vero tempio ma un passaggio coperto consacrato secondo la tradizione da Numa Pompilio nel Foro e precisamente nella parte più bassa dell'Argileto, secondo Tito Livio, o ai piedi del Viminale secondo Macrobio, e che veniva aperto in occasione di guerre e chiuso in tempo di pace.

Come attributi aveva un bastone e una chiave, in quanto portiere del cielo, su cui il cristianesimo impiantò San Pietro con le chiavi del Paradiso.

C'era poi il Giano quadrifronte con realtivo arco al Velabro con quattro aperture anzichè due. Anche questo fu definito tempio ma era un arco, evidentemente, come quello bifronte, dotato di una sua sacralità. Invece poi sembra che Giano con l'arco quadrifronte non c'entri per nulla, ma le leggende hanno spesso qualcosa di vero.

RICOSTRUZIONE
Invece lo Ianus Geminus del Foro Romano è scomparso senza lasciare traccia, un monumento importantissimo ed antichissimo, tanto che le fonti antiche lo riportano fondato o da Romolo o dal suo successore Numa Pompilio.

Sappiamo solo che stava vicino alla Curia, sulla via chiamata Argiletum, e sembra che sia stato distrutto e poi ricostruito nella piazza del Foro Transitorio da Domiziano, quando restaurò la Curia, nel 94. Pertanto i suoi resti dovrebbero trovarsi sotto Via dei Fori Imperiali.

Apprendiamo che era chiuso da porte sui due lati: così riportano le fonti e così è rappresentato su monete coniate da Nerone nel 66. Dentro l'arco era alloggiata la statua del Dio bifronte.

Queste porte restavano chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra, per permettere al Dio di accorrere in aiuto dei soldati romani, o almeno così si credeva, mentre Ovidio, un po' più scettico, dice che si usava in segno di augurio per ritorno vittorioso dell'esercito.

Nella storia di Roma queste porte sono rimaste chiuse pochissime volte, ma restarono chiuse soprattutto sotto Augusto, nell'era della Pax Augusta.
Con la cristianizzazione dell'impero i templi furono depredati e demoliti, l'apertura o chiusura delle porte sacre venne abbandonata e lo Ianus Geminus chiuso per sempre.

Ma la tradizione era così radicata che decenni dopo, durante l'assedio della città da parte dei Goti, nel 537, i cittadini cercarono di riaprire le porte, per permettere al Dio di andare in soccorso dei romani in pericolo, ma i cristiani non lo permisero.  (Procopio, La guerra gotica, I,25). Il che dimostra che nonostante i divieti la religione pagana, ancora nel VI secolo, era viva perfino nelle città e finanche nell'Urbe.


BIBLIO

- Procopio - La guerra gotica - I,25 -
- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Mauro Quercioli - Le mura e le porte di Roma - Roma - Newton Compton Editori - 2007 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -



PORTA TRIUMPHALIS


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MARCO AURELIO ATTRAVERSA LA PORTA TRIUMPHALIS

"La Porta Trionfale si disse ancora Aurelia perchè da essa prende il suo principio la nuova Via Aurelia. Questa seconda strada, quella rammentata da Procopio o che la dice vicino alla Mole Adriana e giungeva sino alla Via Flaminia e Cassia dietro al Ponte Milvio, traversa i Campi Vaticani che facevano ancora essi parte del Trastevere benchè lungi dalle mura della Città essendo a fronte del Campo Marzio."
(Ridolfino 1763)

La Porta Trionfale di Roma, che non apparteneva nè alle mura serviane, nè alle mura Aureliane, si apriva, secondo vari studiosi nel breve tratto di mura compreso tra la Porta Carmentalis e la Porta Flumentana, quindi nella zona tra il Campidoglio ed il Tevere, era  riservata ai trionfi, cioè alle spettacolari cerimonie di celebrazione di grandi vittorie, per un generale e le sue truppe al rientro in patria.

RAPPRESENTAZIONE DELLA PORTA TRIUMPHALIS (destra)
SULL'ARCO DI TITO
Le notizie sulla Porta Triumphalis sono infatti scarsissime e si limitano a cinque citazioni da parte delle fonti classiche. 

Secondo gli studiosi era quadrifronte e fu aperta in epoca successiva alla costruzione delle mura serviane e veniva presumibilmente utilizzata solo in occasione di cortei trionfali, che partivano da qui, o, come nel caso dei funerali di Augusto, per cerimonie di particolare rilevanza.

Nell'anno 14 d.c., infatti, come un onore senza precedenti, la porta venne proposta dal senato per il passaggio del funerale di Augusto in processione fino al Campo Marzio, e così fu  (Svetonio: funus Triumphali porta ducendum; Tacito: Annali).

Cicerone fu molto esplicito sul prestigio che la porta offriva all'entrata nelle mura Serviane, da non potersi paragonare con l'entrata attraverso la Porta Caelimontana o la Porta Esquilina, porte altrettanto belle ma prive di gloria.

La Porta Triumphalis era posta sulle mura dell'Urbe nell'area del Forum Bovarium (Coarelli) e lunghe e discusse ricerche l'hanno infine stabilita a nord ovest dei due templi della Fortuna e della Mater Matuta e identificata con una delle due porte della duplice Porta Carmentalis (Coarelli).

STAMPA CON MAGGIORI PARTICOLARI
Basandosi su Livio 2.49, Bonfante Warren ha fornito una interessantissimo concetto di “trionfo alla rovescia” che collocò alla Porta Carmentalis quando i Fabii abbandonarono la città a causa della disastrosa sconfitta con Veio. Essi sarebbero usciti dalla porta destra (la porta Scelerata), come attestano Livio e Ovidio, mentre l'altra porta, quella di sinistra, equivalente alla porta sinistra per chi esce e alla porta destra per chi entra, era la Porta Triumphalis.

Lo studioso Richardson; confutato però dal Coarelli, attribuì le cause del disastro dei Fabii al loro uso della porta sbagliata, che era destinata solo alle entrate, mentre essi ne uscirono, equiparando così la Porta Triumphalis alla porta Scelerata.

Sembra che fosse proibito entrare nelle mura serviane dalla Porta Triumphalis se non per un trionfatore o per eccezioni stabilite dal senato, come per il funerale di Augusto.

Mentre appare chiaro il percorso delle processioni trionfali tra il Circus Flaminius e il Velabrum (Coarelli 1988, Theatrum Marcelli), il posto preciso della Porta Triumphalis, e naturalmente della Porta Carmentalis, resta una questione ancora aperta.
Vedi anche: ARCO DI TITO 



SANT'OMOBONO

Oggi nei resti dell'area archeologica di Sant'Omobono viene ubicata la suddetta porta dalla maggioranza degli archeologi più autorevoli, un'area archeologica di Roma scoperta nel 1937 nei pressi della chiesa di Sant'Omobono, all'incrocio tra via L. Petroselli e Vico Jugario, ai piedi del Campidoglio, in cui erano compresi i due templi, il tempio di Fortuna e il tempio di Mater Matuta.

FRONTALE DEL PORTICO TRIUMPHALIS NELL'AREA DI
SANT'OMOBONO
Le fonti collegano almeno il tempio della Fortuna a Servio Tullio, che intendeva celebrare con questo edificio la sua divinità protettrice, alla quale dedicò ben 26 templi a Roma, ciascuno con un'attribuzione diversa.

L'area sacra, secondo i materiali rinvenuti negli scavi, venne restaurata nel 540 a.c. e abbandonato alla fine del VI sec. a.c., con la fine della monarchia etrusca. 

Il secondo rifacimento viene attribuito dalle fonti a Camillo, situandolo agli inizi del IV sec. a.c., dopo la presa di Veio nel 396 a.c.

Il pavimento venne ulteriormente rifatto dal console Marco Fulvio Flacco dopo la conquista di Volsinii nel 264 a.c., con due nuovi basamenti di donario quadrangolari e uno circolare al centro, dove venivano poste le statuette bronzee saccheggiate nella città etrusca e nel santuario della federazione etrusca, che le fonti calcolano in circa duemila pezzi.

PORTA TRIUMPHALIS
Davanti ai due templi, strettamente collegati alla Porta Triumphalis ed al percorso del trionfo, come riferisce Livio, Lucio Stertinio collocò nel 196 a.c. i primi due archi trionfali coronati da statue dorate.
Un nuovo restauro dei templi risale a dopo l'incendio del 213 a.c.

Il rilievo adrianeo nell'Arco di Costantino che mostra Marco, sulla cui testa vola una Vittoria, tra Marte e la Virtus che lo invitano a entrare nella Porta Triumphalis; sullo sfondo il tempio di Fortuna.

L'ultimo intervento risale all'epoca di Domiziano, con rifacimenti adrianei, come dimostrano i bolli presenti sui mattoni: i due templi vennero ricostruiti su una platea di travertino, con al centro un arco quadrifronte che fungeva da porta trionfale, come compare anche in alcune monete e in due rilievi aureliani dell'arco di Costantino.



LE FASI

Nel livello archeologico corrispondente alla prima fase è stata ritrovata un'iscrizione etrusca arcaica risalente alla fine del VII e la metà del VI sec. a.c., la più antica testimonianza di una presenza etrusca certa nell'area di Roma.

IMMAGINE POSTERIORE DEL PORTICO A CUI ERA UNITA
LA PORTA TRIUMPHALIS
Successivamente la costruzione del primo tempio arcaico, quello dedicato a Mater Matuta, attribuito al re Servio Tullio (579-534 a.c.).
Alla fine del VI sec. a.c. l'area viene distrutta e abbandonata, con la cacciata del re etrusco Tarquinio, e la distruzione dei templi di origine etrusca nell'area di Sant'Omobono, per il violento cambiamento politico ed istituzionale.

Successiva realizzazione di un grandioso terrapieno che rialzò il livello di circa 6 metri e di una pavimentazione in lastre di cappellaccio, sulla quale vennero costruiti due templi con orientamento diverso.

Costruzione di una nuova pavimentazione di tufo di Monteverde e di tufo dell'Aniene e ricostruzione dei due templi, di due are orientate ad est e di un grande “donario” circolare in peperino al centro dell'area, con statuette di bronzo delle quali è stata trovata traccia. Sui blocchi di peperino sono stati rinvenuti frammenti di un'iscrizione che consentono la datazione del reperto:

LA PORTA (particolare a destra) COMPARE ANCHE
NELL'ARCO DI COSTANTINO
« M. FOLV[IO(S) Q. F. COS]OL D(EDET) VOLS[INIO] CAP[TO] »
« Marco Fulvio, figlio di Quinto, console, dedicò dopo la presa di Volsinii »
In effetti, il console M. Fulvio Flacco conquistò, nel 264 a.c., Volsinii, da dove asportò circa 2000 statue in bronzo, forse di un vicino santuario etrusco.

Ricostruzione di tutta l'area, in seguito ad un incendio ricordato da Tito Livio nel 213 a.c. e nuova pavimentazione in lastre di tufo di Monteverde.

Ultima pavimentazione in travertino, di età imperiale, forse domizianea, con ritrovamento anche di mattoni bollati in epoca adrianea. Restano tracce, al centro dell'area, di un doppio arco quadrifronte, che si ritiene la Porta Triumphalis, attraverso la quale entravano in città i cortei dei trionfatori, dando inizio alla cerimonia.



L'IMMAGINE DELLA PORTA

"Era un arco sul confine del sobborgo del Circo Flaminio e Campo Marzio, presso il quale cominciaya il corteo trionfale, ordinatovi nel Campo Marzio. Fu restaurato da Domiziano, che gli costruì accanto un tempio della Fortuna redux" (Rodolfo Lanciani - da Cic. in Pis. 23. Tac. ann. 1, 8. Martial. 8, 65). 

L'immagine della porta compare nel rilievo adrianeo dell'Arco di Costantino dove Marco, sulla cui testa vola una Vittoria, tra Marte e Virtus che lo invitano a entrare nella Porta Triumphalis; sullo sfondo il tempio di Fortuna (Fortuna redux).

Un'altra effigie compare sul lato sinistro dell'Arco di Tito, cioè a sud, dove è raffigurato l'ingresso del corteo nella Porta Triumphalis, raffigurata all'estrema destra in prospettiva scorciata, con gli inservienti che avanzano recando gli arredi saccheggiati al tempio di Gerusalemme.


BIBLIO

- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton & Compton - Roma - 1997 -
- Mauro Quercioli - Le mura e le porte di Roma - Roma - Newton Compton Editori - 2007 -
- Laura G. Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - A. Mondadori Ed. - 1984 -





 

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