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CLAUDIO TOLEMEO - CLAUDIUS PTOLEMAEUS


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Nome: Κλαύδιος Πτολεμαῖος, Klaúdios Ptolemaîos, latino: Claudius Ptolemaeus
Nascita: Ptolemais Hermiou (?) 100 circa
Morte: Alessandria 168-170
Professione: Matematico, astronomo, filosofo naturale, geografo e astrologo



IL NOME

Tolomeo (Πτολεμαῖος Ptolemaîos) è un nome personale greco antico che ricorre una sola volta nella mitologia greca omerica. Era comune tra l'alta classe macedone e lo troviamo nell'esercito di Alessandro. Un certo Tolomeo si fece faraone nel 323 a.c.: Tolomeo I Soter. Tutti i successivi faraoni d'Egitto fino a quando non divenne una provincia romana nel 30 a.c., furono anch'essi Tolomei.

Il nome Claudio invece è un nome romano, appartenente alla gens Claudia, una famosa gens che dette anche imperatori. Gerald Toomer, il traduttore dell'Almagesto di Tolomeo in inglese, suggerisce che la cittadinanza fu probabilmente concessa a uno degli antenati di Tolomeo dall'imperatore Claudio o dall'imperatore Nerone.

L'astronomo persiano del IX secolo Abu Maʻshar presenta Tolomeo come un membro della stirpe reale dell'Egitto tolemaico, perchè i discendenti del generale alessandrino e faraone Tolomeo I Soter erano saggi "e includevano Tolomeo il Saggio, che compose il libro dell'Almagesto".  

Non v'è dubbio che l'astronomo che scrisse l'Almagesto scrisse anche la Tetrabiblos come sua controparte astrologica. Nelle fonti arabe successive era spesso conosciuto come "l'Alto Egiziano", come potesse avere origini nell'Egitto meridionale. Astronomi, geografi e fisici arabi si riferivano al suo nome in arabo come Baṭlumyus.



CLAUDIO TOLOMEO

Claudio Tolomeo è stato un matematico, astronomo, filosofo naturale, geografo e astrologo che
visse nella città di Alessandria nella provincia romana dell'Egitto sotto il dominio dell'Impero Romano, aveva un nome latino da cui si suppone che avesse ottenuto la cittadinanza romana. 

L'astronomo del XIV secolo Theodore Meliteniotes ha dato il suo luogo di nascita come l'importante città greca Ptolemais Hermiou (Πτολεμαΐς 'Ερμείου) nella Tebaide (Θηβᾱΐς). Questa attestazione è però fuori del suo tempo e non ci sono altre prove a sostegno.

Aveva una cultura sia greca che babilonese e pure caldea. Pertanto Tolomeo non solo citava filosofi greci ma pure la teoria lunare babilonese per cui la Luna influenzava le maree sulla Terra. D'altronde i Babilonesi furono i primi a riconoscere la periodicità dei fenomeni astronomici ed i primi ad applicare la matematica alle loro predizioni. 

Lo studioso caldeo Seleuco di Seleucia (190 a.c.), conosciuto grazie agli scritti di Plutarco, sostenne la teoria eliocentrica, per cui la Terra ruota attorno ad un proprio asse e contemporaneamente attorno al Sole. Secondo Plutarco, Seleuco fornì addirittura delle prove in sostegno alla tesi, anche se non sappiamo quali.

Scrisse diversi trattati scientifici, tre dei quali furono importanti, se non la base, per la successiva scienza bizantina, islamica e dell'Europa occidentale tutta.


CLAUDIO TOLOMEO


L'ALMAGESTO

Il primo è il trattato astronomico dell'Almagesto, anche se originariamente era intitolato "Trattato matematico" (Μαθηματικὴ Σύνταξις - Mathematiké sýntaxis) e poi conosciuto come "Il grande trattato" (Ἡ Μεγάλη Σύνταξις - Megále sýntaxis). Invece il nome attuale deriva dall'arabo al-Magisṭī, un adattamento della parola greca Μεγίστη, "Megíste" ("grandissima"), con cui era generalmente indicata l'opera.

Il libro inizia con un'introduzione che vuole dimostrare scientificamente l'immobilità della Terra, poi segue la descrizione matematica del moto del Sole, della Luna e dei cinque pianeti allora conosciuti (Marte, Venere, Mercurio, Giove, Saturno). 

Tolomeo è interessato alle velocità angolari degli astri (velocità con cui un angolo viene spazzato dal raggio vettore di un punto che si muove lungo una curva) ma non alle variazioni delle distanze dall'osservatore pertanto non spiega le diverse luminosità dei pianeti. Il trattato sviluppa anche argomenti di geometria e di trigonometria come la costruzione di una "tavola delle corde" (la funzione trigonometrica allora usata).

Le sue Procheiroi kanones, Tavole delle corde, davano tutti i dati necessari per calcolare le posizioni del Sole, della Luna e dei pianeti, il sorgere e il tramontare delle stelle e le eclissi del Sole e della Luna. Le Procheiroi kanones di Tolomeo fornirono il modello per successive tavole astronomiche. Nella Phaseis (Ascesa delle Stelle Fisse), Tolomeo diede un parapegma, un calendario stellare o almanacco, basato sulle apparizioni e sparizioni delle stelle nel corso dell'anno solare.


L’Almagesto consta di TREDICI LIBRI:

- il I è dedicato ai principi di trigonometria sferica e astronomia.

- il II esamina i problemi della sfera celeste, afferma che i cieli sono sferici e girano come una sfera.
La Terra è sferica ed è posta al centro dei cieli e non si muove.

- il III libro è quello dei moti del Sole e della durata dell’anno.

- il IV illustra la teoria della Luna e del mese e scopre l’evezione lunare, relativa al movimento che la Luna compie attorno alla Terra, che non è influenzato solamente dalla forza gravitazionale di quest’ultima, ma anche dal Sole per più del doppio del valore della forza attrattiva del nostro pianeta.
Tolomeo è stato in grado di rappresentare molto accuratamente le sue osservazioni lunari, ad oggi possiamo stabilire che i suoi errori non superavano 1°, che per l’astronomia dell’epoca era un grande risultato.

- il V continua la trattazione della teoria della Luna, e discute sulla distanza della luna e del sole dalla terra. Poi spiega il più importante strumento astronomico dell’epoca, inventato da Ipparco, l’astrolabio, già abbozzato da Apollonio. Lo strumento calcola la posizione del Sole, della Luna, dei pianeti e delle stelle. Determina l’ora locale tramite la latitudine e viceversa. Fu il principale strumento di navigazione.

- il VI riguarda le eclissi di sole e di luna.

- il VII e l'VIII sono cataloghi di 1028 stelle, classificate in base alla luminosità, che si rifà al catalogo di Ipparco. L'Almagesto cita spesso osservazioni e idee teoriche di scienziati più antichi, costituendo un'importante fonte sulla astronomia ellenistica passata di cui non ci sono rimaste opere.

- gli ultimi cinque libri (dal IX al XIII) si occupano della storia dei pianeti: qui Tolomeo regala il più grande apporto all’astronomia. Spiega il suo sistema geocentrico, definisce gli epicicli, gli eccentrici e l’equante, per arrivare a rappresentare geometricamente, e in modo geniale, il moto del sole, della luna e dei pianeti e allora conosciuti. 
Per il moto di ciascun astro c'è una particolare teoria, in grado di descrivere e prevedere con precisione i moti osservabili. Tolomeo combina la considerazione di moti circolari uniformi, con tre possibili varianti (usate o meno in modo diverso per ciascun astro):
- eccentrici: moti circolari con orbite centrate non nella Terra ma in un punto diverso.
- equanti: moto circolare non uniforme, ma con velocità angolare costante rispetto ad un punto equante diverso dal centro dell'orbita.
- epicicli: moto circolare non intorno alla Terra, ma intorno ad un punto che però percorre un moto circolare intorno alla Terra.


L'OPPOSIZIONE DELLA CHIESA

In Europa l'opera di Tolomeo non era conosciuta in quanto bandita dal cristianesimo. Il Sant'Uffizio nel XVI secolo inquisì Galileo Galilei perché affermava l'eliocentrismo e per questo fu condannato al carcere a vita, poi trasformato in condanna a chiudersi nella propria villa di Arcetri, a recitare preghiere quotidiane per tre anni e a pronunciare un'abiura in cui disconosceva la sua "falsa opinione". 

L'Europa occidentale riscoprì Tolomeo attraverso le traduzioni arabe del IX secolo, una delle quali voluta dal califfo al-Maʾmūn. Una traduzione dell'Almagesto basata direttamente sul testo greco fu eseguita in Sicilia intorno al 1160.

Nel XV secolo si diffuse in Europa occidentale l'abitudine di tradurre le opere scientifiche greche direttamente dal testo originale, evitando la mediazione araba. Johann Müller, il Regiomontano (o Johannes Regiomontanus), fece una versione latina ridotta dell'Almagesto, e una traduzione completa dal testo greco fu fatta da Giorgio da Trebisonda (Trapezunzio).

IL MONDO DI TOLOMEO


LA GEOGRAFIA

Il secondo è la Geografia  (o Geographia), che è una discussione approfondita delle conoscenze geografiche del mondo greco-romano. La prima parte illustra dati e metodi da lui utilizzati. Poi ha assegnato le coordinate a tutti i luoghi e le caratteristiche geografiche che conosceva, in una griglia che attraversava il globo. 

La latitudine era misurata dall'equatore, ma come climata, la lunghezza del giorno più lungo invece di gradi d'arco: la lunghezza del giorno di mezza estate aumenta da 12h a 24h man mano che si va dall'equatore al circolo polare. Nei libri dal 2 al 7, ha usato i gradi e ha messo il meridiano di 0 longitudine nella terra più occidentale che conosceva, le "Isole Benedette" (Isole Canarie). 

E' una raccolta di coordinate geografiche della parte del mondo conosciuta dall'Impero Romano durante il suo tempo, riferito al lavoro di un precedente geografo, Marinos di Tiro, ai diari dell'impero romano e dell'antico impero persiano, e all'antico astronomo Ipparco per aver fornito l'elevazione del polo nord celeste per alcune città.

Le mappe di Tolomeo vennero riscoperte nel 1300 circa da Massimo Planude. Tolomeo fornì anche istruzioni per creare mappe sia del mondo abitato (oikoumenè) che delle province romane, fornendo gli elenchi topografici e le didascalie per le carte. Il suo mondo abitato si estendeva per 180° di longitudine dalle Isole Benedette nell'Oceano Atlantico al centro della Cina, e circa 80° di latitudine dalle Shetland ad anti-Meroe (costa orientale dell'Africa); ma Tolomeo era consapevole di conoscere solo un quarto del globo.

Nel XV secolo si iniziò a stampare la Geografia di Tolomeo con mappe incise; la prima edizione a stampa fu prodotta a Bologna nel 1477, seguita da un'edizione romana nel 1478 (Campbell, 1987). Un'altra edizione venne stampata a Ulm, a nord delle Alpi, nel 1482, comprese le mappe xilografiche.


TETRABIBLOS

Il terzo è il trattato astrologico in cui tentò di adattare l'astrologia oroscopica alla filosofia naturale aristotelica del suo tempo. Il titolo di Tolomeo è sconosciuto, ma potrebbe essere stato il termine trovato in alcuni manoscritti greci: Apotelesmatika (Ἀποτελεσματικά), che significa approssimativamente "Risultati astrologici", "Effetti" o "Prognostici". ma più comunemente conosciuto come il "Tetrábiblos" dal greco Koine (Τετράβιβλος) che significa "Quattro Libri" o dal latino "Quadripartitum".

Tolomeo pensava che l'astrologia fosse deduttivo e congetturale come la medicina,  a causa dei molti fattori variabili da prendere in considerazione: la razza, il paese e l'educazione di una persona influenzano la personalità di un individuo tanto quanto, se non più delle posizioni del Sole, della Luna e dei pianeti nel momento preciso della loro nascita, quindi Tolomeo vedeva l'astrologia come qualcosa da usare nella vita, ma non vi si basava interamente.



CENTILOQUIUM

Una raccolta di cento aforismi sull'astrologia chiamata Centiloquium, attribuita a Tolomeo, fu ampiamente riprodotta e commentata da studiosi arabi, latini ed ebraici, e spesso rilegata in manoscritti medievali dopo il Tetrabiblos come una sorta di sommatoria. Ora si crede che sia una composizione pseudoepigrafica molto più tarda. L'identità e la data dell'effettivo autore dell'opera, indicato ora come Pseudo-Tolomeo, rimane oggetto di congetture.


ARMONICHE

Tolomeo scrisse anche le Armoniche, sulla teoria musicale e la matematica della musica, basando gli intervalli musicali su rapporti matematici (contro i seguaci di Aristosseno e con i seguaci di Pitagora), supportati dall'osservazione empirica. Per Tolomeo le note musicali potevano essere tradotte in equazioni matematiche e viceversa. Pitagora credeva che la matematica della musica dovesse essere basata sul rapporto specifico di 3:2, mentre Tolomeo credeva semplicemente che dovesse coinvolgere solo generalmente tetracordi e ottave.


OPTICA

CLAUDIO TOLEMAICO E LA MUSA URANIA
La sua ottica è un'opera di cui sopravvive solo una scarna versione latina, a sua volta tradotta da una versione araba perduta da Eugenio di Palermo (c. 1154). In esso, Tolomeo scrive sulle proprietà della vista (non della luce), inclusi riflessione, rifrazione e colore.  Contiene la prima tavola di rifrazione dall'aria all'acqua forse dedotta da esperimenti reali. 

Sosteneva una teoria della visione estramissione-intromissione: i raggi (o flusso) dall'occhio formavano un cono, il vertice essendo all'interno dell'occhio e la base che definisce il campo visivo. I raggi erano sensibili e restituivano all'intelletto dell'osservatore informazioni sulla distanza e l'orientamento delle superfici. La dimensione e la forma sono state determinate dall'angolo visivo sotteso all'occhio combinato con la distanza e l'orientamento percepiti. 

Tolomeo ha offerto spiegazioni per molti fenomeni riguardanti l'illuminazione e il colore, le dimensioni, la forma, il movimento e la visione binoculare. Ha anche diviso le illusioni in quelle causate da fattori fisici o ottici e quelle causate da fattori di giudizio. 


IPOTESI DEI PIANETI

Un’altra opera di Tolomeo è “Ipotesi dei pianeti”, successiva all’“Almagesto”, in cui studia il meccanismo fisico che possa corrispondere alla combinazione dei cieli sferici; disegna inoltre un calendario meteorologico.



BIBLIO

- Goldstein, Bernard R. - Saving the Phenomena: The Background to Ptolemy's Planetary Theory - Journal for the History of Astronomy - 1997 -
- Bernard R. Goldstein, ed. - The Arabic Version of Ptolemy's Planetary Hypotheses - Transactions of the American Philosophical Society - 1967 -
- Lejeune, A. - L'Optique de Claude Ptolémée dans la version latine d'après l'arabe de l'émir Eugène de Sicile - Collection de l'Académie International d'Histoire des Sciences - Leiden: E.J.Brill -1989 -
- Shcheglov D.A. - Hipparchus’ Table of Climata and Ptolemy’s Geography - Orbis Terrarum - 2003/2007 -
Bagrow, L. (1 January 1945). "The Origin of Ptolemy's Geographia". Geografiska Annaler. Geografiska Annaler, Vol. 27. 27:
- Robbins, Frank E. (ed.) - Ptolemy Tetrabiblos - Cambridge, Massachusetts - Harvard University Press (Loeb Classical Library) - 1940 -




GAIO GIULIO SOLINO - G. IULIUS SOLINUS


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SOLINO NEL DITTAMONDO


Nome: Gaius Iulius Solinus
Nascita: 210 circa
Morte: dopo il 258
Professione: Studioso, storico, geografo


Di questo scrittore non sono mai stati rinvenuti i dati biografici e di lui ci è pervenuta una sola opera: i Collectanea rerum memorabilium ("raccolta di cose memorabili"). Nel medioevo questa stessa opera fu nota anche sotto i titoli di Polyhistor ("il curioso", "l'erudito"), termine preso dall'autore stesso che così si definisce, oppure, ma più raramente, di De mirabilibus mundi ("sulle meraviglie del mondo").



COLLECTANEA RERUM MEMORABILIUM

L'opera, l'unica a noi pervenuta dall'autore, è scritta in un latino piuttosto manieristico, ed è solo compilativa in quanto l'autore si limita ad attingere pienamente dalle opere di Pomponio Mela (Tingentera, I secolo – Roma, dopo il 43), dall'opera di Svetonio (69 circa – post 122) e da quella di Marco Terenzio Varrone (Rieti116 a.c. – Roma27 a.c.). 

Secondo Theodor Mommsen (Garding, 1817 – Charlottenburg,1903) avrebbe attinto anche da autori o opere non pervenutici altrimenti, come Cornelio Bocco, uno storico romano della Lusitania, (area occidentale della Penisola Iberica) citato da Solino in De mirabilibus mundi o Collectanea Rerum memorabilium come Bocchus, mentre Plinio in Naturalis historia lo cita sia come Bocchus che come Cornelius Bocchus ( xxxvii , 24). 

In realtà attinse pure da Cincio Alimento, Fabio Pittore, Cornelio Nepote, Lutazio Catulo, Eratostene, Apollodoro e Cicerone. Di ciò che scrisse non ci rimane se non ciò che è contenuto in Solino e in Plinio e nelle compilazioni enciclopediche di Svetonio (Prata). Da tali fonti Solino avrebbe appreso e annotato le cose più strane e meravigliose inerenti a popoli, usanze, animali e piante illustrandole nelle zone e aree di origine.

Il testo è dedicato ad un certo Aventus, forse uno dei consoli per l'anno 258 (per questo si suppone la sua morte oltre tale data). Segue poi una trattazione sulla storia di Roma dalle origini al principato di Augusto. Va a descrivere quindi l'Italia, la Grecia, le regioni intorno al Mar Nero, la Germania, la Gallia, la Britannia, la Spagna, e successivamente le province dell'Africa, l'Arabia, l'Asia minore, l'India e l'impero dei Parti.

Il testo fu oggetto di notevole rielaborazione, tanto che lo stesso Solino, nella seconda epistola dedicatoria, definisce il proprio lavoro polyhistor. Le meraviglie descritte nel suo libro e la sua ridotta estensione rispetto alle opere di Plinio il Vecchio ne decretarono il successo nel medioevo, quando l'erudizione era molto meno consueta che nel periodo romano, tanto più che la bassa alfabetizzazione aveva praticamente comportato l'oblio del latino. 

Lo scritto fu soggetto ad alcuni rimaneggiamenti, soprattutto quelli in esametri tradizionalmente attribuiti a Teodorico (Pannonia, 454 – Ravenna, 526) e a Pietro Diacono (Roma, 1107 – Montecassino, dopo il 1159). 

Colpì molto l'immaginazione dei suoi estimatori nel Medioevo anche il ruolo di Solino, simile a quello di Virgilio nella Divina Commedia, come accompagnatore del poeta Fazio degli Uberti (Pisa, 1305 o 1309 – Verona, post 1367) nel suo Dittamondo, il viaggio Di Fazio degli Uberti che percorrere tutto il mondo allora conosciuto dopo un incontro con la figura allegorica della Virtù, sempre in compagnia di Gaio Giulio Solino, che gli offre la possibilità di descrivere i panorami e le particolarità delle città visitate. 

IL MONDO MEDIEVALE DEI DRAGHI


LE EDIZIONI

La prima edizione dei "Collectanea rerum memorabilium" di Solino fu pubblicata a Venezia nel 1473. Nel '500 ne furono pubblicate varie edizioni critiche da Johannes Camers (Vienna, 1520), Elias Vinetus (Poitiers, 1554), Martin Delrio (Anversa,1572 - Lione, 1646). Tra i commenti più importanti sono da ricordare le Plinianae exercitationes (1689) di Claude Saumaise. 

La migliore edizione dell'opera di Solino è considerata quella curata da Theodor Mommsen (premio Nobel per la letteratura nel 1902) nel 1895 con un'importante introduzione sui manoscritti utilizzati, le fonti di Solino e i suoi successivi compilatori. Tra le pochissime traduzioni si può ricordare quella italiana di Giovan Vincenzo Belprato (Venezia, 1559).



UN ACCENNO AL TESTO

L'autore annuncia che l'opera sarà un compendio perché non risulti noiosa, ed è organizzata per regioni geografiche con notizie etniche, zoologiche e botaniche.

NATALIA ROMULI


Capitolo I - Delle origini della città di Roma

Secondo alcuni risaliva al tempo di Evandro, per altri derivava da Rome, la troiana che bruciò le navi giunte al Tevere per porre fine al viaggio, o da un'altra Rome nipote di Enea. Roma aveva un nome segreto, Valerio Sorano lo rivelò e per questo fu ucciso. Si ricordava, prima della fondazione, la vittoria di Ercole su Caco per la quale l'eroe aveva innalzato un altare a Giove. 

Roma fu fondata a 18 anni da Romolo figlio di Marte e di Rea Silvia, il 21 aprile, giorno ricordato con le feste Parilia durante le quali era proibito uccidere animali. e inizialmente fu detta Roma Quadrata, dove si trovava la capanna di Faustolo e dove Romolo trascorse l'infanzia.

- Romolo regnò trentasette anni. Il suo primo trionfo fu su Acrone re di Cenina quando offrì per la prima volta le spoglie opime. Trionfò inoltre su Antemnati e Veienti. Scomparve il 7 luglio presso la Palude della Capra.
- Tazio co-re di Roma abitò dove poi sorse il tempio di Giunone Moneta e fu ucciso dai Laurenti nel V anno di regno.
- Numa regnò quarantatré anni, abitò sul Quirinale e fu sepolto ai piedi del Gianicolo.
- Tullo Ostilio regnò ventiquattro anni, abitò sulla Velia dove poi sorse il tempio dei Penati.
- Tarquinio Prisco regnò trentasette anni e dimorò presso la Porta Mugonia.
- Servio Tullio regnò quarantadue anni ed abitò nelle Esquilie.
- Anche Tarquinio il Superbo abitò nelle Esquilie e regnò venticinque anni.

Solino sostiene che Roma fu fondata nel primo anno della settima olimpiade, 433 anni dopo la caduta di Troia, basandosi sui fasti consolari e sul computo delle Olimpiadi. In base a ciò la monarchia durò 241 anni, il Decemvirato fu istituito 302 anni, la I guerra punica iniziò nel 489, la II nel 535, la III nel 604, la guerra sociale nel 662.


Capitolo II - Della divisione dell'anno

Inizialmente i Romani avevano, fin dai tempi di Numa Pompilio, anni di dieci mesi di trenta giorni ciascuno che iniziavano da Marzo, quando si rinnovava il fuoco di Vesta, il senato ed il popolo si riunivano e si festeggiavano i Saturnali durante i quali i padroni servivano gli schiavi.

Poichè però non corrispondeva con i cicli lunari, si passò a un anno di 355 giorni e poi di 365 giorni.
Furono aggiunti il mese di Gennaio, consacrato agli dei superi, e di Febbraio, dedicato agli dei inferi. Il giorno intercalare fu lasciato all'arbitrio dei sacerdoti fino alla riforma di Giulio Cesare poi perfezionata da Augusto. 

Seguono dei cenni sulla vita di Augusto: in gioventù aspirava alla carica di Maestro della Cavalleria ma gli fu anteposto Lepido, fu molestato da Marco Antonio, dalla battaglia di Filippi e da problemi di salute. Vengono ricordati gli scandali della figlia e della nipote ed altri dispiaceri. Durante il suo regno si verificò una carestia preannunciata dal prodigio di un parto quadrigemino.


Capitolo III - Dell'uomo

Fra tutti gli animali solo la donna ha il mestruo, una cosa mostruosa perché al suo contatto le biade non danno più frutto, il mosto si fa aceto, il ferro arrugginisce e così via. Addirittura lo sguardo della donna con le mestruazioni macchia gli specchi.

La fertilità delle donne varia: alcune sono sterili, altre molto prolifiche. Superati i cinquanta anni nessuna donna può più partorire. Invece uomini ottuagenari come Massinissa e Catone il Censore ebbero figli.

Una donna può concepire due figli con due diversi rapporti ed una sola gestazione me fra le due nascite trascorrerà tanto tempo quanto ne è trascorso fra i due amplessi, le donne che desiderano figli devono evitare di starnutire dopo l'unione sessuale perché potrebbero espellere il seme maschile. I maschi cominciano a muoversi dopo il quarantesimo giorno, le femmine dopo il novantunesimo. 

Le donne incinte di una femmina sono più pallide e deboli ed il loro parto avviene più tardi. Nascere con i piedi in avanti era contro natura, venivano chiamati Agrippa e la loro vita era breve ed infelice. Marco Agrippa soffrì per un'infermità ai piedi e per le infedeltà della moglie. 

Gaio Papirio Carbone e Marco Curio Dentato nacquero con i denti, un figlio di Prusia re di Bitinia aveva un unico osso continuo al posto dei denti. I maschi hanno più denti delle donne. Se i canini di destra nascono prima di quelli di sinistra recano buona fortuna. Nessun neonato sorride prima dei quaranta giorni ma Zoroastro nacque ridendo, mentre Crasso non rise mai.


Capitolo IV - Della somiglianza e delle misure del corpo umano

La somiglianza consiste in caratteri fisici tramandati in linea ereditaria, ma vi sono esempi di somiglianza estranee. Laodice, moglie di Antioco re di Siria, sfruttò la straordinaria somiglianza di un suddito con il re per tenere nascosta la morte del marito finché non fu scelto un successore di suo gradimento. 

Si credeva che gli antichi fossero più alti: vissero sotto Augusto due romani alti più di dieci piedi, sotto Claudio un arabo che superava i nove piedi. Il ritrovamento a Tegea dello ossa di Oreste dimostrò la sua altezza smisurata. La distanza fra la punta delle dita tenendo le braccia aperte e tese è pari all'altezza. La mano destra è più abile, la sinistra più forte.


Capitolo V - Della velocità, della vista, della forza di alcuni romani e dell'eccellenza di Cesare

Polimestore di Mileto vinse nella 46° Olimpiade, ve lo aveva accompagnato un mandriano che lo aveva visto inseguire una lepre. Filippide corse da Atene a Lacedemone: 248 stadi. Dei corrieri di Alessandro Magno coprirono in un giorno oltre milleduecento stadi. Varrone racconta di un uomo dalla vista tanto acuta da vedere da Lilbeo in Sicilia le navi uscire dal porto di Cartagine. 

Manio Sergio antenato di Catilina perse una mano in combattimento e la sostituì con una di ferro e continuò a combattere contro Annibale. Fatto prigioniero fuggì dopo venti mesi. Fu l'unico a ricevere un premio per il comportamento durante la battaglia di Canne. Ma il più valoroso fu Giulio Cesare, combattè in cinquanta battaglie nelle quali caddero quasi due milioni di nemici. Era inoltre velocissimo nel leggere e nello scrivere ed in grado di dettare quattro lettere contemporaneamente.


Capitolo VI - Delle memorie straordinarie, della voce, della pietà, della pudicizia e della beatitudine

Ciro ricordava a memoria il nome dei suoi numerosissimi soldati, Mitridate re del Ponto comprendeva le ventidue lingue dei suoi sudditi. La paura può far perdere la memoria o la voce e può farle ritrovare, come accadde ad Ati figlio di Creso che, muto dalla nascita, ritrovò la parola quando Ciro stava per uccidere il padre.

L'eloquenza non è ereditaria. Fecero eccezione i Curioni, oratori per tre generazioni successive. Lo spartano Lisandro assediava Atene dove giaceva il corpo insepolto di Sofocle e fu persuaso a sospendere le ostilità e permettere le esequie da Libero che gli appariva continuamente in sogno per ordinarglielo. Il poeta Simonide fu salvato dal crollo di un edificio da Castore e Polluce che comparendo gli ordinarono di uscire. Scipione Africano volle il proprio sepolcro ornato con la statua di Ennio. Dionisio di Siracusa ricevette Platone con grandissimi onori.

Esempi di pudicizia furono quello di Claudia spontaneamente seguita dalla nave che portava oggetti sacri dalla Frigia e quello di Sulpitia, moglie di Marco Fulvio Flacco, che fu eletta da cento matrone per dedicare un tempio a Venere. Non si conosce un uomo che fu veramente felice. 



Capitolo VII - Dell'Italia

Elogio dell'Italia, del suo paesaggio e delle sue antiche città: una zona della Liguria è detta dei Campi Lapidarii perché una volta Giove, combattendo, vi fece piovere sassi; la regione ionica prende nome da Ione figlio di Nauloco ucciso da Ercole perché infestava le strade con il brigantaggio. 

I Dauni discesero da Cleolao figlio di Minosse, gli Iapigi da Iapige figlio di Dedalo, i popoli tirreni da Tirreno re di Lidia. Cora fu fondata da Dardano, Argilla dai Pelasgi, Falisca dal greco Aleso, Faleria da Falero, Tescennio dai Greci, Partenio dai Focensi, Tivoli da Catillo di Arcadia, figlio di Anfiarao che ebbe tre figli: Tiburto, Cora e Catullo.

Preneste ebbe il nome da Preneste figlio di Latino; Filottete fondò Petilia ed Arpi; Benevento fu fondata da Diomede, Padova da Antenore, Metaponto da gente di Pilo in Acaia, Sibari dagli Ateniesi, Ancona e Gabi dai Siciliani, Taranto da quelli di Eraclea, Pesto dai Dori, Crotone dagli Achei.
 
Palinuro prese il nome dal timoniere di Enea, Miseno dal suo trombettiere, la sua nutrice Caieta fu eponima di Gaeta, la moglie Lavinia di Lavinio. Enea giunse in Italia l'estate successiva alla caduta di Troia, consacrò un simulacro a Venere nel territorio di Laurento e ricevette il Palladio da Diomede,
ricevette 50 iugeri di terra da Latino e vi regnò per 32 anni prima di scomparireAscanio fondò Albalonga, i Tizi fondarono Nola, quelli di Eubea Cuma. 

In un'isola prossima alla costa pugliese nidificano uccelli simili alle folaghe che discendono dai compagni di Diomede che furono mutati in uccelli e si avvicinano alle persone se sono greche, altrimenti le attaccano.


Capitolo VIII - Di alcune isole del Mar Tirreno

Fra le isole del Tirreno, di sono Pandataria, Procida, l'Elba ricca di ferro, la Capraia e la Corsica che fu abitata dai Liguri, Mario e Silla vi dedussero colonia. Vi si trova una pietra molto preziosa detta catochite.


Capitolo IX - Della Sardegna

Eponimo della Sardegna fu Sardo, figlio di Eracle, ma per Solino proveniva dalla Libia. Altro colonizzatore fu Norace, di origine iberica, proveniente da Tartesso. Quindi Aristeo fondò Carace unendo insieme genti di due diverse etnie.

In Sardegna non nascono serpenti ma nelle miniere d'argento si trova un ragno molto velenoso detto solifuga perché evita la luce del sole. E' tossica anche l'erba sardonia che produce contrazioni tali che gli avvelenati sembrano morire ridendo.

I Sardi usavano conservare per l'estate l'acqua delle piogge invernali. Si trovavano nell'isola fonti calde e salubri che potevano curare molte malattie ma si diceva che rendessero ciechi i ladri che negavano il proprio reato.


Capitolo X - Della Sicilia

La Sicilia ha forma triangolare, con i vertici in Pachino, rivolto al Peloponneso, Peloro rivolto all'Italia e Lilibeo verso l'Africa. La regione di Peloro è amena e salubre, con tre laghi presso cui è piacevole cacciare o pescare, ma uno dei tre è sacro ed è proibito bagnarvisi perché le acque hanno effetti letali.

Il mare di Pachino è ricco di tonni e di ogni altro tipo di pesce. Sul promontorio Lilibeo si trova il sepolcro della Sibilla. L'isola ebbe il nome di Sicania dal re Sicanio, quindi quello di Sicilia da Siculo figlio di Nettuno. Molti Greci vi fondarono colonie. In Sicilia visse Archimede, inventore ed architetto, vi si vedono le spelonche dei Ciclopi e dei Lestrigoni. 

Nel Campo Ennense di trova la voragine dalla quale uscì Plutone per rapire Proserpina, da qui Cerere iniziò a divulgare l'architettura. La Fonte Aretusa (Siracusa) ed il fiume Alfeo (Grecai) sono in comunicazione. 


Capitolo XI - Del terzo seno dell'Europa

In Epiro è una fonte sacra: se vi si getta un tizzone acceso si spegne, se vi si getta spento si accende. Nella regione del terzo seno si trovano anche Dodona, sacra a Giove, Delfi, il fiume Cefiso, il monte Parnaso, la fonte Castalia.

Dal monte Pindo, che divide l'Acarnania dall'Etolia, nasce il fiume Acheloo dove si trova una pietra detta galattite che rende abbondante il latte delle madri. Sul promontorio Tenaro si trova una statua in bronzo di Arione di Metimna che fu salvato da un delfino e portato in quel luogo.

Nel tempio di Esculapio ad Epidauro il dio indica in sogno le cure ai malati. In Arcadia, sui monti Cilene, Liceo e Menalo, vengono venerati Mercurio, Pan e Fauno. Varrone narra di una fonte velenosa che sgorga in Arcadia. Sull'istmo di Corinto si celebrano famosi giochi che furono sospesi temporaneamente dal tiranno Cipselo.

In Beozia si trova Tebe costruita da Anfione che faceva muovere le pietre con il suono della sua lira, ma era la sua eloquenza a convincere il popolo a lavorare di buon grado. Presso Tebe si trova la selva Elicona con il fiume Ismenio e numerose fonti fra le quali Ippocrene, nata da un colpo di zoccolo di Pegaso. La costa della Beozia con quella dell'isola di Eubea forma il porto di Aulide dove si riunirono i Greci in partenza per Troia.


Capitolo XII - Tessaglia

La Tessaglia, chiamata da Omero Argo Pelagica è divisa dalla Macedonia dalla Pieria. Vi si trovano importanti città fortificate, molti fiumi e la Valle di Tempe in cui scorre il fiume Peneo e dove si trovano i Campi Farsalici che furono teatro degli scontri della guerra civile.

Sulla sommità dell'Olimpo si trova il tempio di Zeus. Si diceva che le offerte al dio che vi venivano recate rimanessero intatte per oltre un anno. Nella Magnesia si trova il castello Metone, assediando il quale Filippo di Macedonia fu ferito da una freccia e perse un occhio.


Capitolo XIII - Macedonia

La Macedonia è ricca di miniere d'oro e d'argento, comprende la regione Orestide che prese il nome da Oreste fuggito da Micene dopo il matricidio che vi si rifugiò e vi nascose il figlio avuto da Ermione.
Nella regione sono monti altissimi e le alluvioni provocate dai fiumi in piena hanno portato alla luce ossa umane gigantesche. Emazio fu il primo abitante della regione che si chiamò Emazia prima che Macedone nipote di Deucalione la ri-denominasse Macedonia. 

A Macedone succedette Carano, poi Perdicca, noto per la ricchezza e la liberalità, poi Archelao, inventore delle battaglie navali e amante delle lettere tanto da vestire il lutto per la morte di Euripide.
Poi Aminta che ebbe tre figli, gli successe il maggiore Alessandro che morì presto lasciando il trono al fratello Perdicca II che morì a sua volta succedendogli il fratello minore Filippo padre di Alessandro Magno. 

Si diceva che Alessandro fosse nato dall'unione della madre Olimpiade con un serpente e molti, per le sue imprese, lo credettero figlio di un dio. Sottomise infatti tutto l'oriente e l'India. Alessandro fu di statura inferiore alla media, di aspetto gradevole e non privo di maestà. Fu vinto soltanto dal vino e dall'infermità che lo uccise a Babilonia. Nessuno dei suoi successori fu alla sua altezza.


Capitolo XIV - Costumi e leggi della Tracia

Credendo fermamente nella vita eterna, gli abitanti della Tracia non temono la morte,anzi accolgono piangendo i neonati e sono allegri ai funerali. Gli uomini sono poligami, le donne usano gettarsi nel rogo del marito morto. Le ragazze più belle vengono pagate dallo sposo, le brutte pagano per farsi sposare. Durante i pasti siedono intorno al fuoco e gettano sulle fiamme un'erba che come il vino provoca il buon umore.

Sul promontorio Sperchio Orfeo compose i suoi inni. Presso lo stagno Bistonio si trovava in un castello la stalla dei cavalli di Diomede. Non lontana è la città di Abdera che prese il nome dalla sua fondatrice sorella di Diomede. Tipiche della Tracia sono le gru che per migrare oltre il Ponto senza essere travolte dai venti si zavorrano con sabbia e piccole pietre. Si aiutano fra loro e la notte rispettano turni di guardia.

Oltre il promontorio del Corno d'Oro si trova Bisanzio distante 711 miglia da Durazzo. Sull'altro istmo della Tracia sorgeva la rocca del re Tereo alla quale le rondini non si avvicinavano mai perché, si dice, sono in grado di riconoscere i luoghi negativi.


Capitolo XV - Isola di Creta

Si estende da oriente a occidente fra la Grecia e Cirene. E' bagnata a nord dall'Egeo e a sud dai mari Libico e Egizio. Prende il nome da Crete figlia di Giove e della ninfa Idea o dal re Crete. Fra i primati di Creta si ricorda l'invenzione della musica fatta dai Coribanti. L'isola è ricca di capre selvatiche, non vi sono belve nè serpenti.


Capitolo XVI - Isola di Caristo

Nell'isola di Caristo sgorgano acque calde e vivono uccelli che possono volare tra le fiamme. Anticamente fu chiamata Calcide e vi venne scoperto il rame. Si credeva che fosse stata regno dei Titani e vi si veneravano Briareo e Egeone.


Capitolo XVII - Isola di Ortigia

Ortigia fa parte delle Cicladi e vi furono vedute per la prima volta le quaglie, uccelli sacri a Latona, che migrano a fine estate sorvolando il mare e sono pericolose per i marinai perché possono danneggiare le vele.


Capitolo XVIII - Isola di Eubea

L'isola di Eubea è vicinissima alla terraferma, tanto che il canale di Euripo che la divide dalla Beozia potrebbe essere superato da un ponte. All'estremità settentrionale è il promontorio Ceneo, alla meridionale il capo Geresto è volto verso l'Attica e il capo Cafareo verso l'Ellesponto. Qui l'armata greca subì molte traversie dopo la guerra di Troia.


Capitolo XIX - Isola di Paro

Paro è rinomata per la qualità dei suoi marmi. Anticamente fu dominata da Minosse.


Capitolo XX - Isola di Icaro

L'isola di Icaro è una delle Sporadi, posta tra Samo e Miconos, è inabitabile. Secondo Varrone è posta nel luogo in cui Icaro cadde in mare. L'isola di Samo è ricordata perché patria di Pitagora che l'abbandonò a causa della tirannia e passò in Italia.


Capitolo XXI - Ellesponto, Propontide, Bosforo Tracio

Il quarto seno dell'Europa va dall'Ellesponto alla palude Meotide. Serse attraversò l'Ellesponto con un ponte di barche. Oltre l'Ellesponto si apre la Propontide che riducendosi alla larghezza di 500 passi forma il Bosforo Tracio che fu attraversato dall'esercito di Dario. In questi mari vivono i delfini, straordinari per la velocità e per loro vivere in coppie che accudiscono i figli. Le femmine hanno dieci mesi di gestazione, partoriscono in estate e allattano i loro nati. E' accertato che i delfini possono fare amicizia con gli esseri umani.


Capitolo XXII - Fiume Istro

Il fiume Istro nasce in Germania, riceve sessanta affluenti quasi tutti navigabili e sfocia nel Ponto con sette rami così grandi che la loro acqua rimane dolce per molte miglia nel mare.
Nelle regioni del Ponto si trovano gli istri o castori dal morso micidiale. Vi sono anche delle gemme rosse o dorate considerate sacre.

I MOSTRI DEI MARI


Capitolo XXIII - Fiume Hipane e Fiume Esampeo

L'Hipane è il maggior fiume della Scizia, le sue acque sono chiare e potabili finché non si mescolano con quelle amarissime del fiume Esampeo e ciò che giunge al mare è imbevibile.


Capitolo XXIV - Fiume Boristene

Il Boristene nace nel territorio dei Neurim genti bellicose devote a Marte, adorano le spade e periodicamente si trasformano in lupi. I loro vicini Geloni si vestono della pelle dei nemici e ne fanno finimenti per i cavalli, seguono gli Agatirsi che si tingono di azzurro, gli Antropofagi che si cibano di carne umana.

Gli Albani dicono di discendere da Giasone e prendono il nome dall'aver i capelli bianchi fin dalla nascita, hanno cani enormi capaci di uccidere un toro o un leone. Lungo le rive orientali del Boristene vivono gli Essedoni che hanno l'uso di mangiare i cadaveri dei genitori. 

Gli abitanti delle aree più interne della Scizia vivono in caverne e bevono il sangue dei nemici. Gli Arimaspi hanno un solo occhio. La Scizia Asiatica è ricca d'oro e di gemme ma infestata dai grifi. Gli Arimaspi li combattono per prendere i preziosi smeraldi ed altre gemme o i purissimi cristalli.


Capitolo XXV - Popoli Iperborei

Gli Iperborei vivono in Europa, prossimi ai cardini del mondo. Nel loro paese il giorno dura sei mesi ed altrettanti la notte. Il clima è ottimo, il paesaggio gradevole e gli alberi forniscono tutto il sostentamento. Vivono senza discordie e senza malattie, coloro che sono sazi di vivere si gettano da una rupe in un mare profondissimo.


Capitolo XXVI - Popoli Arifei

Gli Arifei sono un popolo dell'Asia pacifico, si cibano di frutti e si radono i capelli, è considerato sacrilegio far loro del male. Verso il Mar Caspio vivono i Cimmeri e le Amazzoni, quindi si incontra l'Ircania dove vivono ferocissime tigri, veloci e fameliche le femmine si battono fino alla morte per i loro piccoli e se vengono uccisi si gettano in mare. Si trovano in Ircania anche le pantere, divoratrici di pecore. Si cerca di ucciderle avvelenando le loro vittime ma spesso si curano mangiando sterco umano.


Capitolo XXVII - Origine dei Mari Mediterranei

Alcuni sostenevano che i Mari Mediterranei fossero tutti originati da flussi e riflussi dell'Oceano, altri che tutte le acque provenissero dal Ponto.


Capitolo XXVIII - Di alcune isole della Scizia

A ottanta miglia dal Bosforo Tracio, oltre la foce dell'Istro, si trova l'isola degli Apoloniti dalla quale Lucullo riportò l'Apollo Capitolino. Alla foce del Boristene è l'isola di Achille con il tempio nel quale non entrano mai uccelli.


Capitolo XXIX - Oceano Settentrionale

Il Mar Caspio ha acque dolci per i numerosi fiumi che vi sfociano. Alessandro andò in otto giorni dalla terra dei Battriani all'India tramite il fiume Icaro, il fiume Ossa, il Mar Caspio e il fiume Ciro, quindi proseguì per cinque giorni sulla terraferma. Nelle isole vicine vivono uomini con i piedi di cavallo detti Ippopodi, mentre gli abitanti della Tanesia hanno grandi e lunghe orecchie con le quali ricoprono tutto il corpo.


Capitolo XXX - Cervi e Tragelasi

Nella Scizia vivono molti cervi. I maschi diventano rabbiosi nella stagione degli amori. le femmine allevano i piccoli tenendoli nascosti finché non sono in grado di fuggire, quindi li allenano alla corsa. Quando sentono il latrato dei cani corrono nella direzione del vento per nascondere il loro odore. Con le corna e il midollo dei cervi si producevano diversi farmaci, si credeva che fossero estremamente longevi.


Capitolo XXXI - Germania

Nella Selva Ercinia vivono uccelli le cui penne sono luminose al buio. In tutta la parte settentrionali vivono bisonti, uri e alci.


Capitolo XXXII - Scandinavia

La Scandinavia è considerata un'isola appartenente alla Germania. Vi abita un animale simile all'alce ma con le ginocchia rigide come quelle degli elefanti, che lo costringe a dormire appoggiato agli alberi. Si segano gli alberi a cui si appoggia per farlo cadere e poterlo catturare.

La Scandinavia è la più grande delle isole della Germania, in un'altra isola di nome Glessaria si trovano alberi da cui si ricava il succino (ambra) noto in medicina per curare molte infermità. In Germania si trova anche la pietra callatide, simile allo smeraldo.


Capitolo XXXIII - Gallia, Rezia, Norico, Pannonia, Mesia

La Gallia si estende dal fiume Reno ai Pirenei, è una regione fertile e ricca di vigne. I suoi abitatori fanno sacrifici umani. Dalla Gallia si passa via terra in Spagna e in Italia. Viaggiando verso sud-est si incontrano la Rezia, il Norico, la Pannonia bagnata dai fiumi Sava e Drava, quindi la Mesia che fu detta "granaio di Cerere". Vi si produce l'olio medico che se incendiato non si può spegnere con l'acqua ma solo con la terra.


Capitolo XXXIV - Britannia e isole circostanti

La Britannia è circondata da molte altre isole,  abitata da gente selvaggia che beve il sangue dei nemici uccisi e se ne tinge il viso. Il mare fra la Britannia e l'Ibernia è sempre inquieto ed è navigabile solo per pochi giorni in estate.

L'isola Silvaro è abitata da gente primitiva che pratica il baratto e crede di poter predire il futuro.
L'isola Tanati è molto fertile e il suo terreno uccide le serpi. La più lontana dalla Britannia è Thule, circondata dal mare congelato e durante l'estate, quando il sole è nel Cancro, è sempre giorno mentre è sempre notte per il resto dell'anno.

Le isole Ebude sono cinque, molto vicine tra loro, governate da un solo re il quale non può possedere nulla e viene mantenuto dal popolo per fare in modo che amministri la giustizia senza interessi personali. Le isole Orcadi sono desertiche e vi crescono soltanto giunchi.


Capitolo XXXV - Spagna

La Spagna è ricca di ogni frutto della terra e di ogni sorta di metallo. Vi scorrono il fiume Tago, l'Ibero dal quale prende il nome tutta la penisola, e il Beti dal quale viene il nome della Betica. Cartagena fu fondata dagli Africani, Tarragona dagli Scipioni ed è il capoluogo della provincia Tarragonese.
Fra le isole spagnole si ricordano le Baleari nelle quali regnò Boccore, l'isola Eritrea nella quale visse Gerione, le isole Gadi che danno il nome al mare Gaditano.

Fra i monti Calpe e Abila, detti Colonne d'Ercole, l'Oceaano entra nel Mar Mediterraneo che nei pressi della Spagna si chiama Iberico e Balearico, quindi procedendo verso Oriente si trova il Mar Gallico, il Ligustico, il Toscano, lo Ionio. Dalla Sicilia a Creta è detto Siciliano, seguono il Mare d'Egitto e quello Cretico.

I BESTIARI MEDIEVALI


Capitolo XXXVI - Libia

Dalla Spagna si passa alla Libia, nome usato a volte per indicare l'intera Africa. Il nome viene da Libia figlia di Epaco, Africa da Afro figlio di Ercole Libico. In Libia Ercole sconfisse e uccise Anteo.
Sulle coste dell'isola dove si trovano gli orti delle Esperidi il mare forma con i suoi moti rivoli simili a serpenti sempre in movimento, da qui il mito dei rettili custodi dei pomi. Sul fiume Sala si trova un castello oltre il quale si accede ai deserti dell'Atlante.


Capitolo XXXVII - Mauretania

Nella regione Tiigintana in Mauretania si trovano sette monti su cui vivono molti elefanti con intelletto simile a quello umano, con la luna nuova si recano al fiume e all'alba salutano il nascere del sole. La grandezza dimostra quali sono i più nobili, il bianco dei denti quali sono i più giovani. Il più anziano guida le loro marce, formano coppie durature e proteggono i più deboli e i feriti. 

Sono mansueti con uomini e pecore. Vivono trecento anni, si cibano di vegetazione, non sopportano il freddo e fuggono l'odore dei topi. Sono nemici dei serpenti (dragoni) che vogliono succhiare il loro sangue e cercano di farli cadere avviluppando loro le zampe. Furono visti per la prima volta in Italia al seguito di Pirro re dell'Epiro.


Capitolo XXXVIII - Numidia

La Numidia è abitata da pastori nomadi, le sue maggiori città sono Cullu e Cirta, vi si produce porpora e marmo. Gli orsi della Numidia si accoppiano abbracciati come gli essere umani, la gestazione dura solo trenta giorni e i piccoli nascono poco formati e devono essere tenuti al caldo dalle madri per mesi. Gli orsi sono ghiotti di miele, sono fortissimi e in grado di combattere contro i tori. 


Capitolo XXXIX - Africa

L'Africa ha inizio di fronte alla Sardegna, e si estende fronteggiando la Sicilia e l'isola di Creta. La regione Cirenaica è compresa fra le due Sirti pericolose per la navigazione a causa delle maree difficili da prevedere. 

Molte genti hanno fondato città in Africa: i Greci costruirono i castelli di Hippone Regio e Hippone Diarrito e le città di Diafra, Abrotano e Letta che nell'insieme chiamano Tripoli. I Siciliani fondarono Clipea e Veneria, coloni di Tiro costruirono Adrumeto e Cartagine. Cartagine fu fondata dalla regina Elissa e fu distrutta dopo 737 anni. In seguita Caio Gracco vi trasferì coloni italiani e la chiamò Gianonia, centodue anni più tardi, durante il consolato di Marco Antonio e Dolabella, nacque la seconda Cartagine.

All'interno dell'Africa vivono molte belve fra cui i leoni, non sono crudeli e spesso si astengono dalla violenza se non sono spinti dalla fame, quando sono inseguiti preferiscono dileguarsi, se possono, invece di attaccare. Le iene sono capaci di imitare la voce umana per attirare uomini e cani e divorarli, i cani toccati dalla loro ombra diventano muti. Gli occhi delle iene hanno vari usi nella magia. Dall'accoppiamento di iene e leoni nasce un mostro detto Crocula che non muove mai le palpebre e ha un unico osso al posto dei denti. I maschi degli asini selvatici africani sono così libidinosi che per aver minor concorrenza cercano di castrare i neonati.

Nel deserto africano vive il basilisco, un rettile con il capo circondato da un diadema bianco che corrompe il suolo su cui si trova, secca l'erba, distrugge gli alberi e ammorba l'aria con il suo fiato pestilenziale. Oltre le Sirti si trova la città di Berenice bagnata dal fiume Lete che viene dagli Inferi e induce l'oblio. La città fu fondata da Berenice moglie di Tolomeo III. Nei dintorni vivono molte scimmie abilissime nell'imitazione degli esseri umani. Delle scimmie fanno parte anche cinocefali e sfingi.


Capitolo XL - Popoli Ammanienti

I popoli Ammanienti vivono fra i Sagramoni e i Trogloditi. Costruiscono le loro abitazioni con il sale che scavano dai monti.


Capitolo XLI - Garamanti

Nel paese dei Garamanti è una fonte la cui acqua è gelida di giorno e calda di notte. La capitale dei Garamanti è Garama. Furono sottomessi da Cornelio Balbo sotto Vespasiano.

GLI STRANI POPOLI

Capitolo XLII - Etiopia

I Garamanti che vivono in Etiopia praticano la comunanza delle donne e di conseguenza non sanno chi sia il padre, fra loro sono i Nomadi che vivono del latte dei cinocefali, i Sirboti lunghi dodici piedi, gli Asache, i Simbri, gli Ariofagi che si cibano di carne di leoni e pantere, i Panfagi che mangiano qualsiasi cosa commestibile, gli Antropofagi, i Cimamolgi con la voce canina, gli Artabatiti sempre col viso rivolto al terreno come animali, i mangiatori di locuste.

Oltre l'isola di Meroe vivono i longevi Macrobi. Vi è un lago dalle pure acque salutifere e poi il deserto oltre il quale vivono creature orrende e deformi. A sud si trova un vulcano sempre attivo dal quale escono in abbondanza i dragoni.

Fra i molti animali dell'Etiopia è il camelopardo che fu visto nei giochi a Roma per la prima volta sotto Cesare, il rinoceronte, il catablepa il cui sguardo uccide chi lo fissa, formiche grandi come cani, il licaone simile al lupo, il tarando con le corna ramificate che si credeva capace di cambiare colore come i camaleonti.

Un animale etiope detto teo è peloso in inverno e nudo in estate. Ci sono istrici che possono lanciare lontano i loro aculei. L'uccello detto pegaso ha orecchie da cavallo, il tragopa è un uccello più grande di un'aquila con corna da montone. In Etiopia si raccoglie il cinnamomo e si trovano il hiachintho (pietra preziosa di colore ceruleo) e il crisolampo, pietra che splende al buio.


Capitolo XLIII - Popoli della Libia

Tutta la regione fra l'Atlante e il confine della Libia con l'Egitto fu detta Canopo dal nome di un compagno di Menelao che vi fu sepolto. Vi abitano popoli privi di un linguaggio ed anche di un nome, che odiano il sole a causa del clima torrido. Vi sono i Trogloditi che vivono nelle caverne in volontaria povertà e si cibano di serpenti. Presso di loro si trova una rara pietra preziosa detta hesecondtalito. Gli Angili adorano gli dei inferi, le donne devono concedersi a tutti nella prima notte di nozze e successivamente essere molto pudiche.

I Gafasanti non combattono mai ma non permettono agli stranieri di unirsi a loro. I Blemmi nascono senza testa con occhi e bocca nel petto. I Satiri e gli Egipani hanno di umano solo il volto. Gli Imatompodi strisciano perché hanno le gambe piegate. I Farusi discendono da compagni di Ercole che si fermarono in Libia andando verso il giardino delle Esperidi.

GLI STRANI POPOLI

Capitolo XLIV - Egitto

Varie ipotesi si facevano sulle cause delle piene del Nilo: le piogge, i venti, i moti delle stelle, il calore del sole. Se le piene sono scarse i raccolti sono poveri, se le piene superano un determinato limite il prolungato allagamento compromette il raccolto.

Fra le cose memorabili dell'Egitto è il bue Api che viene adornato e adorato come un dio. Deve avere una sola macchia bianca a forma di mezza luna, viene sacrificato quando raggiunge una determinata età e quando si trova il nuovo viene consacrato da cento sacerdoti. Si crede che con il modo di mangiare predica il futuro, rifiutò il cibo dalla mano di Germanico che venne ucciso pochi giorni dopo.

Durante le cerimonie per il bue Api i coccodrilli del Nilo diventano mansueti e tornano feroci al termine delle solennità. Sono pericolosissimi in acqua e in terra, non hanno lingua e il loro morso è micidiale a causa della forma dei denti. Depongono le uova in luoghi dove non possono arrivare le acque del Nilo, maschio e femmina si alternano nella cova. Gli abitanti di un'isola del Nilo, benché piccoli di statura, domano i coccodrilli e li cavalcano.

L'ippopotamo nasce nella stessa regione, ha crini sulla schiena e nitrisce come i cavalli, ha muso di serpente, unghie fesse, denti da cinghiale. Sulle rive del Nilo vive l'uccello detto ibis che mangia le uova dei serpenti ed è sacro perché lotta contro pericolosissimi rettili alati provenienti dall'Arabia.


Capitolo LXVIII - Di Babilonia, dell'Oceano Atlantico, delle Isole Gorgone e delle Fortunate

Capitale dei Caldei, Babilonia fu fondata da Semiramide. Si trova presso il fiume Eufrate ed è circondata da una possente cinta di mura. Vi si trova il tempio di Belo ritenuto inventore dell'astronomia.

In Etiopia abita un popolo di Trogloditi velocissimi nell'inseguire le prede nelle loro battute di caccia, e gli Ictofagi, straordinari nuotatori. Senofonte di Lampsaco narrava che i Cartaginesi vi catturarono due femmine della popolazione locale tanto pelose che le loro pelli furono esposte al pubblico stupore nel tempio di Cartagine.


BIBLIO

- Collectanea rerum memorabilium - Iterum recensuit Th. Mommsen - Berolini apud Weidmannos - 1895 -
- A History of Roman Literature, Volume 2, Wilhelm Sigmund Teuffel - London - George Bell - 1873 -
- Caii Julii Solini - Collectanea rerum memorabilium - da The Latin Library - testi latini a cura di T. Mommsen - Berlin - 1864 -
- Caii Julii Solini - Collectanea rerum memorabilium (da The Latin Library), testi latini a cura di C.L.F. Panckoucke - Paris - 1847 -
- Opere di Gaio Giulio Solino - su digilibLT (Digital Library of late antique Latin texts) - Università degli Studi del Piemonte Orientale Amedeo Avogadro -
- Vittorio De Falco - Gaio Giulio Solino - Enciclopedia Italiana - Istituto dell'Enciclopedia Italiana -


STRABONE - STRABO


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STRABO

Nome: Strabo
Nascita: 63 a.c., Amasya, (Turchia)
Morte: 23 d.c., Amasya, (Turchia)
Professione: Geografo, storico e filosofo


« La scienza della Geografia, che mi propongo ora di investigare è, a mio parere, tanto quanto le altre scienze, di competenza del filosofo »
(Strabone. Geografia. I)

Strabone, storico, filosofo e geografo, nacque nel 63 o 64 a.c., nella provincia romana di Amaseia, nel Ponto. Discendente di una nobile famiglia, anticamente legata al re Mitridate, la sua famiglia abitava ad Amasea, la capitale di Amaseia, una città del Ponto Eusino (allora in Cappadocia, oggi in Turchia). Un tempo era una famiglia illustre; il bisnonno materno di Strabone fu infatti uno degli ufficiali di Mitridate Evergete, Dorialo, alleato di Roma (r. 150 - 120 a.c.).

Ai tempi della giovinezza di Strabone la sua famiglia era ormai decaduta, ma ebbe ancora a disposizione un patrimonio notevole che gli diede la possibilità di ricevere un'ampia istruzione e di dedicarsi, per tutta la vita, ai viaggi e agli studi. La maggior parte delle notizie biografiche sono tratte dalla stessa Geografia.

Fu certamente amico di Atenodoro di Tarso (74 a.c. – 7 d.c.) e subì l'influenza del maestro di Atenodoro, lo stoico Posidonio, importante filosofo ma anche geografo, che Strabone enuncia tra le sue fonti.

Nel 44 a.c., anno della morte di Cesare, soggiornò per la prima volta a Roma (XII 6,2), dove fu allievo del celebre Tirannione (già Teofrasto), un grammatico greco, a sua volta originario del Ponto, portato a Roma come prigioniero di guerra verso il 70 a.c. (III guerra mitridatica) da Lucullo.

Poi liberato, Tirannione, oltre che grammatico grande esperto di 'Geografia', come ricorda lo stesso Cicerone (Lettere ad Attico, II 6), fu il maestro dei figli di Cicerone e acquistò ricchezza e celebrità per la sua vasta biblioteca a Roma.



L'ECLETTICA
 
A Roma, Strabone poté ricevere un'ampia istruzione filosofica eclettica, che mirava ad unire pensieri filosofici differenti. Ad esempio gli eclettici del II sec. a.c. tesero a conciliare le filosofia di Platone e Aristotele riportando a semplici differenze di termini le loro fondamentali diversità di pensiero.

Fu Filone di Larissa (159 – 84 a.c.), fondatore della Nuova Accademia platonica dell'88 a.c. che diffuse l'eclettismo nel mondo romano, che sosteneva la conciliabilità di diverse dottrine nel campo della morale e della politica furono seguite a Roma anche da Cicerone (106 a.c. - 43 a.c.) che ne divenne il più
illustre rappresentante nel mondo romano.

« Mi sembra, come ho già detto, che in una materia come la geografia sia prima di ogni cosa necessaria la geometria e l'astronomia... perché senza i loro metodi non è possibile determinare accuratamente configurazioni geometriche, fasce climatiche latitudinali, dimensioni, e altre questioni collegate; ma siccome queste scienze dimostrano, in altri trattati, tutto quello concerne alla misurazione della terra nel suo complesso, io potrò dare per assodato che l'universo è di forma sferica, che la superficie della terra è sferica e, soprattutto, dare per presupposto la legge che precede questi due principii, cioè che i corpi sono attratti verso il centro »
(Strabone. Geografia. I 1, 20)

STATUA DI STRABONE IN TURCHIA

LO STOICISMO

Inoltre Strabone fu allievo di Senarco di Seleucia, un altro filosofo peripatetico, che respinse però parte delle teorie di Aristotele, negando l'esistenza dell'etere con il trattato "Contro il quinto elemento".

Frequentò inoltre lo stoico Posidonio di Apamea, della scuola stoica, vissuto tra il 135 e il 50 a.c., considerato il più grande filosofo della sua epoca, tanto che, per l'ampiezza degli studi, fu soprannominato "Atleta", e fu la fonte di numerosi autori greci e latini, da Cicerone a Seneca, da Galeno ad Ateneo, Diogene Laerzio, fino a Simplicio e Stobeo, e allo stesso Strabone.

Quest'ultimo fu allievo pure del grammatico greco Aristodemo di Nisa il Vecchio, famoso filologo e scrittore greco e sesto bibliotecario della biblioteca di Alessandria, figlio di Menecrate (II – I secolo a.c.), nato in Caria, e discepolo del famoso grammatico Aristarco di Samotracia, (216 –144 a.c.).

Tra il 35 a.c. e il 7 d.c., sono documentati sempre nella Geografia, ulteriori soggiorni a Roma, e altri viaggi nelle provincie e le città del nuovo impero romano. Talvolta Strabone accompagnò anche personalità di rango della classe dirigente romana, ma più per il suo piacere che per raccogliere dati per la propria opera, compilata soprattutto attraverso le fonti scritte. Del resto non ricoprì mai ruoli di rilievo nell'amministrazione romana, preferendo una vita da studioso, e non partecipò alla trasformazione della 'repubblica' romana nell'impero augusteo.

Strabone non riteneva il sapere fine a se stesso, ma che dovesse servire alla società con un ruolo del tutto concreto. Anche la sua Geografia, pertanto, vuole essere utile al mondo romano e ai suoi governanti. Nell'opera, Strabone dispensa sinceri elogi ad Augusto, al mondo romano e ai suoi governanti, pur rimanendo nel profondo dell'anima un filosofo greco:

« Questi sono dunque i vantaggi che la natura ha offerto alla città, ma i Romani, da parte loro, ne hanno aggiunti altri che derivano dalla loro oculata amministrazione. Mentre infatti i Greci ritenevano di aver raggiunto il loro massimo scopo con la fondazione delle città, perché si erano preoccupati della loro bellezza, della sicurezza, dei porti e delle risorse naturali del paese, i Romani hanno pensato soprattutto a ciò che quelli avevano trascurato: a pavimentare vie, a incanalare acque, a costruire fogne che potessero evacuare nel Tevere tutti i rifiuti della città. 
Selciarono anche le vie che passano attraverso tutto il territorio, provvedendo a tagliare colline e a colmare cavità, cosicché i carri potessero accogliere i carichi delle imbarcazioni; le fogne, coperte con volte fatte di blocchi uniformi, talvolta lasciano il passaggio a vie percorribili da carri di fieno. Tanta è l'acqua condotta dagli acquedotti da far scorrere fiumi attraverso la città e attraverso i condotti sotterranei: quasi ogni casa ha cisterne e fontane abbondanti dovute per la maggior parte alla cura che se ne prese Marco Agrippa, che ha abbellito la città anche con molte altre costruzioni »
(Strabone. Geografia. V, 3, 8)


LE OPERE


LA GEOGRAFIA

« ...l'ampiezza del sapere, la sola in grado di render possibile l'intraprendere lo studio della geografia, è prerogativa di chi ha saputo speculare sulle cose sia umane che divine, la conoscenza delle quali si dice costituisca la filosofia... l'utilità della geografia, intendo dire, presuppone che il geografo sia egli stesso un filosofo, un uomo che impegna se stesso nella ricerca dell'arte di vivere, o detto in altro modo, della felicità.»

(Strabone. Geografia. I1, 1)

Scritta in lingua greca, e indicata anche, fino al V secolo, con il titolo di "Geographoúmena", l'opera fa seguito ai "Commentari Storici" in 47 libri oggi perduti - ne restano solo frammenti di tradizione indiretta - che proseguivano il corso della narrazione di Polibio, incentrata sul periodo 264-200 a.c..

Da notare che l'opera rinvia costantemente a un ambiente e una tradizione scientifico-letteraria di cultura greca. senza tenere in gran conto geografi e storici di cultura latina o di estrazione diversa dalla greca, limitandosi ad esempio a un solo accenno dei "Commentari" che Cesare redasse nel corso delle sue campagne galliche:

«Ma delle regioni barbare, remote, piccole e frammentate, di tutte queste le descrizioni non sono né precise né numerose: e tanto più sono distanti dai Greci tanto più aumenta l'ignoranza. Gli storici romani poi imitano quelli greci, ma non pienamente: infatti ciò che dicono lo derivano dai Greci, mentre ciò che di proprio aggiungono non testimonia di una gran sete di sapere, cosicché ogni qual volta occorre una lacuna tra i primi, non viene sufficientemente colmata da questi ultimi, se è vero che gli stessi nomi, quelli più illustri, sono per lo più greci
(Strabone. Geografia. III 4, 19.)

ORBIS TERRARUM DI STRABONE (INGRANDIBILE)
L'opera per certi aspetti aggiorna la geografia di Eratostene, basandosi soprattutto sugli scritti di Omero, da lui definito il padre della geografia, ma pure con prudenza:
« Ora, mentre è facile dare un giudizio su quel che hanno scritto gli altri, le notizie date da Omero hanno invece bisogno di una attenta indagine critica, dal momento che egli parla da poeta e, inoltre, non di argomenti attuali, ma molto antichi, che il tempo ha in gran parte offuscato »
(Strabone. Geografia. viii, 1, 1)

Ma si basa anche su filosofi, matematici e scienziati come: Anassimandro, Ecateo, Eraclito, Democrito, Eudosso, Dicearco, Eratostene, Ipparco, oltre a geografi e storici come Polibio, Posidonio, Artemidoro di Efeso, Eforo di Cuma, Apollodoro di Artemita e in parte su esperienze personali di Strabone che si descrive come uomo dai molti viaggi, come mai avrebbe fatto alcun altro cultore della materia:
« ...dall'Armenia verso occidente, fino alla Tirrenia di fronte alla Sardegna, e dal Ponto Eusino verso sud fino ai confini dell'Etiopia. Né può trovarsi altra persona, tra chi abbia scritto di geografia, che abbia viaggiato per distanze più lunghe di quanto io stesso non abbia fatto »
(Strabone. Geografia. II. 5,11)

Vari riferimenti e dati interni, in ogni caso, come per es. alcuni cenni all'impero di Tiberio (14-37 d.c.) e ad eventi riconducibili dal 21 o al 24 d.c. (cfr. XVII 3,7.9.25), fanno ipotizzare il periodo compreso tra il 17 e il 23 d.c. per la redazione dell'opera, dunque verso la fine della lunga vita di Strabone, probabilmente pubblicata solo dopo la sua morte, avvenuta intorno al 24 d.c.

La sua opera, in cui descrive le regioni del mondo abitato all'epoca conosciuto, è il trattato geografico più ampio dell'antichità, che riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, e la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell'acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova cultura. 

A differenza della geografia tolemaica, con studio ed analisi più matematiche, la Geografia di Strabone ha un carattere più storico-antropologico, e per certi aspetti aggiorna la geografia di Eratostene (272 - 192 a.c.), basandosi soprattutto sugli scritti di Polibio (m. 47 d.c.), Artemidoro di Efeso, Posidonio e in parte su esperienze personali di viaggio di Strabone.

A volte il racconto indugia su eventi mitici o molto più antichi:
« Forse non dovrei esaminare così estesamente cose che sono passate, ma limitarmi semplicemente a parlare in dettaglio lo stato attuale delle cose, se non vi fossero su questi argomenti racconti che abbiamo appreso fin da bambini... E tuttavia chi si propone di trattare la geografia della terra deve esporre sia le cose come sono attualmente, sia, in qualche misura, anche come furono prima, soprattutto quando si tratta di cose illustri. »
(Strabone. Geografia. VI, 1, 2)

La Geografia consta di 17 libri, databile tra il 14 e il 23 d.c.
- inizia con un'introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene (276 - 194 a.c.) ha avuto torto a invalidare l'opera di Omero dal punto di vista geografico.
- I libri dal III al X descrivono l'Europa, e soprattutto la Grecia antica (libri VIII-X),
- i libri dall'XI al XVI descrivono l'Asia Minore
- il libro XVII si occupa dell'Africa (Egitto e Libia).

L'EUROPA SECONDO STRABO

I DESTINATARI DELL'OPERA 

« In breve, questo mio libro dovrebbe essere di utilità generale - a beneficio sia del politico che del comune cittadino - come il mio lavoro sulla Storia. In questo, come in quell'altro lavoro, non intendo per politico la persona completamente illetterata ma qualcuno che abbia seguito il corso regolare degli studi che compete a un uomo libero e a uno studente di filosofia. 
E così, dopo aver scritto le mie Descrizioni storiche, che ritengo siano state utili per la filosofia politica e morale, mi sono deciso a scrivere anche questo trattato; perché questo lavoro è basato sullo stesso disegno, essendo indirizzato alla stessa classe di lettori, e particolarmente a persone di elevato status sociale. Inoltre, come nelle mie descrizioni storiche... così in questo lavoro io non mi soffermo su ciò che è insignificante e indegno di nota, ma rivolgo la mia attenzione su ciò che è nobile e grande, e a ciò che contiene qualcosa di utile, memorabile o divertente... 
Si tratta infatti di un'opera enorme, che si occupa di fatti relativi alle cose grandi, e nel loro aspetto generale, eccetto per qualche dettaglio minore, laddove può stimolare l'interesse dello studioso o della persona comune. Ho detto tutto questo per mostrare che questo è un lavoro serio, e ben degno dell'interesse di un filosofo. »
(Strabone. Geografia. i, 22-23)

In età imperiale l'opera di Strabone resta abbastanza ignorata mentre a partire dal VI secolo Strabone diventa l'archetipo del geografo.

Oggi, per la vastità dei materiali offerti al lettore, per i frequenti excursus storici, per la precisione dei riferimenti toponomastici, il testo di Strabone è opera fondamentale della storiografia greca e romana, strumento imprescindibile per lo studio di molti aspetti della civiltà e della storia del mondo antico mediterraneo.

Editio princeps della Geografia: 1516, Tipografia Aldina. 



LA STORIA UNIVERSALE

Fu autore in gioventù dei: Commentari storici, ovvero l'elaborazione di una Storia universale. Dei 47 libri originari ci rimangono oggi solamente 19 frammenti, tra cui il frammento papiraceo tradotto dal grecista Achille Vogliano 46, conservato presso l'Università degli Studi di Milano, e per il resto conservati nelle Antichità Giudaiche di Flavio Giuseppe. Intento di Strabone era quello di proseguire la narrazione di Polibio (146 a.c.) almeno fino alla data epocale del 27 a.c., l'anno di inizio del Principato augusteo.



BIBLIO 

- Strabone - Geografia: L'Italia - a cura di Anna Maria Biraschi - Libri V, VI - BUR - 1988 -
- Strabone - Geografia: Il Peloponneso - a cura di Anna Maria Biraschi - Libro VIII - BUR - 1992 -
- Francesco Sbordone - L’impero di Tiberio e la redazione definitiva della «Geografia» di Strabone -  Nel CL annuale della fondazione (1807-08/1957-58) - Annuario celebrativo - Caserta - Tip. E. Farina - 1958 -
- Daniela Dueck - Strabo of Amasia: A Greek Man of Letters in Augustan Rome - London -Routledge - 2000 -
- Adalberto Magnelli, - Strabone di Amasea: dai "Commentarî storici" alla "Storia universale" - Lugano - Agorà e Co. - 2012 -
- Francesco Prontera e Gianfranco Maddoli (a cura di) - Strabone: contributi allo studio della personalità e dell'opera - 2 voll. - Perugia - Universita degli studi - 1984-86 -


 

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