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ARCO DI CLAUDIO


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COME APPARIVA NEL XVIII SECOLO (Piranesi)

"Dal palazzo del Principe di Carbognano della nobilissima famiglia Colonna di Sciarra prende questa piazza il suo nome, ed è molto frequentata dalla nobiltà.... ed è sommamente notabile, che nel Pontificato di Pio IV. facendosi i fondamenti di questo, furono trovati alcuni pezzi di bassirilievi col ritratto dell'Imperatore Claudio; e dipoi l’anno 1641.facendosi un nuovo scavo nella piazza, alla profondità di palmi 23. fu ritrovato l’antico pavimento della Via Flaminia, che quì colla Lata si univa, e trovaronsi ancora alcune colonne rotte di marino africano, un pezzo di capitello, ed una gran porzione di lapide con iscrizione del suddetto Claudio, ed altresì una medaglia d'oro del medesimo Imperatore, avendo da una parte là di lui effigie, e nome, e dall'altra un arco con statua equestre, le quali cose danno a vedere, che quei marmi furono dell'arco, che secoli fa stava per l’appunto, dove ora la strada di fontana di Trevi traversa il Corso."
COME DOVEVA ESSERE ORIGINARIAMENTE
L'Arco di Claudio era un antico arco di Roma, situato sulla via Lata (attuale via del Corso), all'altezza di piazza Sciarra, subito dopo via del Caravita. L’Arco, ormai scomparso, sorgeva proprio sul lato opposto della strada, all’ancora esistente fonte dell’Aqua Virgo, che sgorga visibile su un lato della Fontana di Trevi, e corre sotto l’isolato e il rione.

La conquista romana della Britannia era iniziata nel 43 d.c., dall'imperatore Claudio, ma era iniziata in realtà molti anni prima, quando nel 55 e nel 54 a.c. l'esercito di Gaio Giulio Cesare mosse dalla Gallia alla volta della Britannia. Non vi fu alcuna conquista territoriale, creando però una serie di clientele che avrebbe portato il sud dell'isola, nell'influenza economica e culturale di Roma, e favorendo così la conquista di Claudio.

L'arco era stato eretto nel 51 o 52 d.c. per commemorare la conquista della Britannia del 43 ad opera di Claudio, abbellendo e ingrandendo un'arcata dell'acquedotto dell'Aqua Virgo con marmi, sculture e statue.

Si trattava di un arco a un solo fornice, decorato con statue dei membri della famiglia imperiale e con vari trofei. Un grande frammento dell'iscrizione si trova oggi nel cortile del palazzo dei Conservatori (Musei Capitolini), mentre altri frammenti scultorei si trovano sia al Museo Capitolino che nella galleria Borghese.

l'Arco di Claudio venne rinvenuto nel 1841 durante uno scavo occasionale, e di contro fu pure trovato l'Arco detto di Cardognano

Si ha però menzione dalle fonti di tre archi dedicati a Claudio imperatore:

CIO' CHE NE RIMANE
  • Arcus Claudii (1): uno degli archi dell'Aqua Virgo, esiste ancora,nel cortile del n° 14 di Via del Nazareno, di cui parla Marziale nel 46 d.c.
  • Arcus Claudii (2): costruito da Claudius nel 51/52 d.c. in commemorazione delle sue vittorie in Britannia. Anche questo parte dell'acqua Virgo, dove l'acquedotto incrocia la via Lata, giusto a nord dei Saepta. Cadde in rovina nell'VIII° sec., ma nel 1562, nel 1641, e poi ancora nel 1869 porzioni della struttura vennero rinvenute, insieme a parte dell'iscrizione principale, dedicata ai membri della famiglia imperiale, oltre a parte delle fondazioni, e frammenti di sculture oggi scomparse, certamente rivendute in modo illegale. .
    L'Acqua Virgo passa sopra la Via Flaminia attraverso l'Arco di Claudio. nulla rimane dell'Arco di Claudio, cioè il fornice con cui l'acquedotto scavalcava il tratto urbano della via Flaminia, oggi via del Corso; nel 51 era stato decorato in ricordo della conquista della Britannia da parte dell'imperatore Claudio, avvenuta otto anni prima. Solo un frammento della grande iscrizione che l'adornava è conservato ai Musei Capitolini.
    Sul lato della strada di fronte agli archi sepolti dell'Aqua Virgo, un minuscolo portone sormontato dallo stemma di papa Sisto IV (1471-84) chiude un passaggio che conduce proprio allo speco dell'acquedotto. È ancora in uso per lavori di manutenzione, ma per ovvi motivi è tenuto costantemente chiuso.
  • Arcus Claudii (3): un arco di Claudio dovette essere eretto per le vittorie in Germania (Diodoro 41 d.c.) come si evidenzia in diverse monete dell stessa data e degli anni subito dopo. Non si conosce però la sua ubicazione.




TEMPIO DEL DIVO CLAUDIO


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RICOSTRUZIONE GRAFICA (By https://www.katatexilux.com/)
"Cara Livia, come mi hai chiesto, ho discusso con Tiberio se dare un qualche incarico a tuo nipote Claudio in occasione dei giochi di Marte, e siamo giunti ad una comune decisione: se è normale, ma ne dubito, è necessario trattarlo come suo fratello e concedergli incarichi e responsabilità secondo il suo rango; se invece non lo riteniamo in possesso di tutte le facoltà fisiche e mentali, sarà bene non esporre al ridicolo né lui né la nostra famiglia…."

Così si esprimeva Augusto in una lettera a sua moglie Livia riferendosi a Claudio, figlio di Druso e nipote di Livia. Augusto non fu l'unico a ritenerlo inetto, anche se scrisse poi diversi e dotti trattati, però non pervenuti a noi.

RICOSTRUZIONE GRAFICA (By https://www.katatexilux.com/)
Eppure alla sua morte venne decretata la sua "apoteosi", per cui il suo corpo venne bruciato su una pira da cui si fece volare un'aquila a simbolo dell'ascesa dell'anima al cielo. Dopo pochi anni, però, con Nerone imperatore, cominciarono a diffondersi su Claudio varie parodie. Lucio Amneo Seneca, esiliato da Claudio, scrisse su di lui la dissacrante opera "'Apococyntosis Divi Claudii" , cioè "la trasformazione in zucca del Divo Claudio":

"Claudio dispose la sua anima alla partenza, ma non trovava l'uscita. Allora Mercurio, che si era sempre compiaciuto del sottile ingegno di lui, chiama in disparte una delle Parche e le dice: "Donna spietata, perché lasci nelle pene dell'agonia quel disgraziato? Ma non avrà mai riposo da questi lunghi tormenti? Sono sessantaquattro anni che è alle prese con la sua anima: perché non vuoi far piacere a lui e al suo popolo? 
Lascia che abbiano ragione per una volta gli astrologi, che, da quando è diventato imperatore, non passa anno, non passa mese, che non lo spediscano all’altro mondo. Però nulla di strano se non si raccapezzano e se nessuno sa quando suona la sua ora: nessuno credeva che egli fosse mai di questo mondo. Fa’ il tuo ufficio: muoia, e tu lascia che un altro al suo posto governi più degno".


RICOSTRUZIONE GRAFICA (By https://www.katatexilux.com/)
Ciononostante Claudio fu divinizzato e gli fu dedicato il tempio del Divino Claudio, templum Divi Claudii, costruito sul Celio nella parte settentrionale, affacciato sulla valle dove poi sarebbe stato costruito il Colosseo. La costruzione del tempio fu iniziata nel 54 d.c., alla morte dell'imperatore, per volere della moglie, Agrippina minore, anche se sembra che l'avesse fatto avvelenare proprio lei.

L'opera venne gravemente danneggiata dal grande incendio di Roma del 64, sotto Nerone, che lo riadattò a ninfeo per la propria Domus Aurea, collegandolo con l'Aqua Claudia tramite l'arcus Neroniani. Dopo la morte di Nerone il tempio fu infine ricostruito da Vespasiano.

Su un'iscrizione romana sono specificati i sacrifici dovuti ai templi: A Giove due tori, a Gionone due vacche, a Minerva due vacche, alla Salute Pubblica due vacche, nel tempio nuovo due buoi al divo Augusto, due buoi al divo Claudio.

Si parla ancora del tempio nel IV sec., e nel 1217 di papa Onorio III scrisse di "formae et alia aedificia positae intra clausuram Clodei".

RICOSTRUZIONE GRAFICA

DESCRIZIONE

La struttura era una delle più elevate di Roma, ergendosi a 50 m sopra il livello del mare, sopra una grandiosa piattaforma rettangolare di ben 180 m x 200 metri, in parte artificiale e sostenuta da grandi muri di contenimento che sul lato meridionale raggiungevano i 15 m.

Il tempio era situato al centro di questa grande terrazza, circondata da un portico e con giardini al suo interno; tale terrazza era stata realizzata in parte con un terrapieno trattenuto da muraglioni perimetrale di cui rimangono molti resti sui lati orientale e occidentale; quello sul lato orientale, lungo l'attuale via Claudia, si presenta in opera laterizia a grandi nicchie, alternativamente semicircolari e rettangolari che avevano al loro interno fontane alimentate da condutture dell'acquedotto Neroniano.

RESTI DEL TEMPIO
Ne conosciamo la forma grazie alla Forma Urbis, la monumentale pianta di Roma (scala 1:246) realizzata sotto Settimio Severo tra il 203 e il 211 d.c.:

Il tempio, orientato verso il Palatino, aveva una imponente scalinata di accesso e sul pronao allineava tre ordini di 6 colonne, con quattro scalini di accesso al podio e una cella senza colonne. Due portoni sboccavano ciascuno su lunghe scalinate, un portone nord ed uno a ovest.

Il lato occidentale, rivestito di travertino grezzo, aveva due livelli, su quello inferiore aveva arcate piatte, su quello superiore arcate curve. I capitelli dei pilastri erano dorici.
Dietro il fronte passava una strada su cui si affacciavano tabernae in laterizio, e la scalinata di accesso al tempio superava la strada attraverso un ponte.

Alcuni resti del lato occidentale tempio sono inglobati nel campanile della basilica dei Santi Giovanni e Paolo, in particolare un gruppo di ambienti a due piani, comunicanti tra loro ed appoggiati a un muro di ben 6,10 metri di spessore. Questa facciata è costruita in blocchi di travertino spesso appena sbozzati, secondo quello stile "rustico" che si riscontra anche in altre opere di età claudia. Pertanto questa parte dovrebbe essere originaria, iniziata subito dopo la morte dell'imperatore.

Le arcate sono inquadrate da lesene doriche, con capitelli lavorati e sormontate da grosse architravi. Il pianterreno aveva muri radiali in laterizio e ambienti coperti a volta. Alcuni ruderi in laterizio, inglobati oggi in un edificio moderno, facevano parte dell'avancorpo centrale, dove si trovava la scale aper l'accesso al tempio.

Il lato settentrionale era composto da una fila di stanze a volta, in cui scorrevano tubature d'acqua, che  all'epoca di Nerone alimentavano anche delle fontane, tanto che si sono trovati i resti di una di queste, composta da una prora di nave con testa di cinghiale, oggi conservati al Museo Capitolino. Anche sotto la dinastia dei Flavi, però, questa disposizione rimase, sebbene Vespasiano fece ridurre la gettata dell'acqua.

Il lato meridionale, dovendo sollevare la spianata solo poco al di sopra del colle, era quello meno elaborato, con sostruzioni meno importanti. Qui si trova un locale con un'abside in cui era collocata una statua.

Il lato orientale è il più monumentale e meglio conservato, dove si notano le trasformazioni neroniane all'edificio. Venne scoperto nel 1880 in occasione dell'apertura della via Claudia. Qui sono i resti di una grande parete in mattoni, ornata da nicchie alternatamente rettangolari e semicircolari, con corridoi a volta e stanze a pozzo, che però non sembra siano stati utilizzati per contenere acqua, e di cui si ignora lo scopo.



LE TESTIMONIANZE

1563-1566. CLAVDIVM.
« Accanto il Coliseo verso Ss. Gio: e Paolo vi è una vigna. Mi ricordo vi fu trovata una gran platea di grossissimi quadri di travertini, e due capitelli corintij; e quando Pio IV restaurò le Terme Diocleziane, mancandogli un capitello della nave principale, vi mise uno di quelli: e vi fu trovata una barca di marmo da 42 palmi lunga (m. 9,36): ed una fontana molto adorna di marmi; e credetemi che aveva avuto più fuoco che acqua; ed ancora molti condotti di piombo ". Vacca, Mem. 22.

Io credo di avere scoperto gli autori di questi scavi nel seguente documento del 12 marzo 1565 (quando fervevano, per lo appunto, i lavori di Pio IV a s. Maria degli Angeli), in atti del not. Stefano Maccarani, prot. 973, e. 455.

« Societas Puteolane.
Indictione vj die vero 12 mensis martij 1565. In mei Constitutus Angelus quondam Jacobi Colletij detto il Pistoja Cavator puteolane qui asserens habere et possidere unam Cavam puteolane in urbe in loco detto San Ioanne et paulo et illam couductam retinere a Monasterio et fratribus Sanctorum Ioannis et pauli ad tertium genus qua propter dictus Angelus devenit ad infrascriptam Societatem diete Cave infrascripte ex sponte nunc posuit et immisit in socios diete Cave puteolane videlicet Sanctum q.'" luce de assisio et gregorium q."' francisci de aretio Cavatores presentes ad lucrum et damnum cum infrascriptis pactis videlicet Item 

"che trovandose travertine figure piombo et altre cose de importanza la meta de detta robba siano delli frati di S. Joanne e paulo et l'altra meta de essi compagni, essendo che d'angelo sia tenuto la meta de dette robbe farne partecipi li detti frati per la meta secondo ne appare istromento della locazione fatto a d'angelo rogato per mano simono Agnetto notare del Vicario del Papa. Promette mantenerli fino a tanto che si trovava della pozzolana et robba de cavare."

"Actum Rome in domo mei notarij regionis pinee presenti bus ibi hieronimo piciono de pisauro et Magistro Antonino q."^ Dominici romandiolo garzotto ad apotecas obscuras, testibus " .

1574 - Stefano du Perac, riproducendo nella tav. XIV il gruppo del Claudium visto dal Palatino, osserva :
« ora sopra detta fabbricha è edificato il monasterio di san Giovanni e Paolo nel quale cavandosi non molti giorni sono fu ritrovato certi fragmènti di statue molto grandi ».

E nella tavola XVI, l'angolo dell'edificio verso il Colosseo, che è oggi coronato da una fila di pittoreschi cipressi, è chiamato « cimiterio della chiesa di s. Gregorio ".

Il Desio, altro testimonio dei lavori di Pio IV, "una base ionica... qual fu trovata sul mònte Celio dove oggi la chiesa di s. Jo. e Paulo  » .

I continui lavori di restauro di ampliamento, e di deturpamento fatti alla chiesa e convento nel secolo XVI, da Adriano VI nel 1522, dal card. Eckenvoort dopo il sacco (1530), dal card. Nicola Laus di Palvé nel 1575, dal card. Antonio Carrara nel 1587, e dal card. Agostino Cusano nel 1508 devono avere dato occasione a scoperte di qualche interesse. Cosi p. e. essendo stato rotto il pavimento della basilica nel 1575 vicino al « martyrium " dei santi eponimi, si aperse l'adito all'ipogeo e alla cella dove stava il deposito delle sacre relequie.

Vi è anche memoria di una « basis marmorea praegrandis » eretta a Giuliano apostata da Memmius Vitrasius Orfitus prefetto negli anni 356-359 « reperta in hortis ss. lohannis et Pauli posteaque ad vineam card, Carpensis translata » circa la metà del secolo, ossia al tempo della dimora in Roma dello Smet e del Pighio. (CIL. VI, 1168).

Debbo ricordare in ultimo luogo la licenza rilasciata il 3 agosto 1596 dal camerlengo Enrico Caetani a Pietro Mergo romano per iscavare - in vinea d.' Joannis Baptiste Tannini de Arpino posita prope culiseum sub proprietate S. Joannis et Pauli in districto urbis " con la riserva della quarta parte alla Camera. (Provv. del Cam.g" nn. 1589-91, e. 114 A. S.).

1466, giugno - CLAVDIVM?
(Nella chiesa e nel palazzo di s. Marco) « andò una infinità di travertini che furono cavati, secondo che si dice, di certe vigne vicine all'arco di Costantino, che venivano a esserecontrafforti de fondamenti di quella parte del Colosseo eh' è oggi rovinata, forse per averallentato quell'edifizio » (Vasari, Giuliano da Maiano, IV, 5.)

Siccome il Colosseo non è mai venuto a trovarsi « in certe vigne » né ha mai avuto « contrafforti de' fondamenti » è chiaro che si tratta delle sostruzioni del Claudium, fatte a grossi macigni di travertino, e poste sul confine tra le vigne Cornovaglia e dei ss. Giovanni e Paolo, vicine all''arco di Costantino.



FORNIX CLAVDII

sito in piazza di Sciarra. Il ritrovamento di questo gruppo monumentale è attribuito ai tempi di Pio IV, e precisamente all'anno 1562: ma è probabile che i primi avanzi ne sieno stati cavati sino dalla fìne del secolo precedente. Infatti la scheda fiorent. 125 di fra Giocondo otl're il disegno in prospettiva di una base di pilone e di un architrave intagliato, accompagnato dalla leggenda « questo basamento fu trovatto a piaza detta de Ssara». 

Nell'anno 1502, però, il fornice fu scavato e distrutto sino al piano della via Flaminia, come provano le testimonianze del Vacca, del Torrent, e del Ligorio. 
La piazza di Sciarra si dice così dal sig. Sciarra Colonna che in quel luogo abitò. 


Vi furono trovati al tempo di Pio IV, dei frammenti dell'arco di Claudio e molti pezzi d'istorie col ritratto di Claudio, che furono comprati dal sig. Gio: Giorgio Cesarino; ed oggi si trovano nel suo giardino a S. Pietro in Vincoli. Io comprai il resto di detti frammenti, e furono cento trentasei carrettate. Tutta 1' opera era di marmi gentili; solo l'imbasamento di saligno. Pochi anni sono vi era sopra terra in opera un pezzo d' istoria, quale era una fiicciata dell'Arco, e fu levata dà Romani, e murata nel piano delle scale, che saliscono sulla sala di Campidoglio ". 

In questa occasione furono ritrovati due soli frammenti dell' iscrizione dedicatoria (solus servavit Nic. Torrentius): e siccome non contenevano nomo di titolare, come avviene che Vacca parli senza esitazione di un arco di Claudio? È vero che il grande pezzo della epigrafe intitolata a questo imperatore {CIL. VI, 920) è stato ritrovato quasi un secolo dopo nel 1641: ma i presenti alle scoperte del 1562 poterono formare il loro giudizio su prove altrettanto evidenti. 

Vedi il bellissimo disegno del fornice in Ligorio, Torin. XV, nel quale gli specchi tra i pilastrini dell'attico, quelli tra gli sporti del fregio e quelli tra le colonne dell'ordine sono distinti con le lettere A-A, B-B, C-C, D-D, e il basamento dell'ordine stesso con la lettera E-E. La nota ligoriana è del tenore seguente:

IL TERRAZZAMENTO SOTTO AL TEMPIO
« Ordunque tutti i luoghi signati nell'arco A, B, C, D tutti erano ornati di scultura di figure, et i luoglii signati E, erano scritti dove erano le intitulazioni della genalogia de parenti di Claudio et della sua discendentia et della sua prole, ma tutte erano malamente trattati i caratteri et dall' antica rovina et da quelli che r anno cavate da sotto terra ». 

Segue egli a dire che in una faccia del basamento, quella rivolta « urbem introeuntibus », erano incise le dedicazioni a Ottavia, Brittannico, Antonia di Driiso e Agrippina: nell'altra quelle di Germanico e di Agrippina giuniore. Tutto ciò non è esatto, poiché le testimonianze raccolte dal CH^. VI, 921-293 provano come alcuni elogii fossero ritrovati tra il palazzo Sciarra e la casa di Marsilio Cafano (il presente palazzo della Cassa di Risparmio), altre nelle fondamenta stesse del predetto palazzo di Carbognano.

Sulla fine del mese di settembre (1562) fu trovata una base dedicata a Marco Aurelio degli Hipponenses ex Africa CIL. 1010, e una seconda dedicata a Faustina giuniore dai Sextani Arelatenses, ivi 1006.

Il disegno ligoriano è riportato due volte nel cod. barber. vatic. XLIX, 35 a e. 48 e 54 sotto il titolo « disegno dell' arco di Claudio cavato da un libro di Pino Ligorio che sta appresso la regina di Svezia ». 
Alcuni dei bassorilievi son delineati a. e. 2' del cod. XLVIII, 101. Vedi anche le schede fior. QQ(ì del Peruzzi e 1541 di fra Giocondo, le quali, però, si riferiscono all'altro fornice di Claudio 
« ne giardino di Miser Agnello chollocio » al Nazareno. L' acquisto del principale rilievo dell' arco dal proprietario Antonino Cioci, per 1'ornato della scala dei Conservatori, fu fatto dal s. p. q. r. nell'anno 1573. Vedi tomo precedente, p. 83.



I RESTI

I resti conosciuti riguardano i quattro lati delle costruzioni, mentre nulla resta del tempio al di sopra.
Ancora oggi colpiscono le immense infrastrutture ancora visibili, di fianco al Colosseo, che sostengono il complesso del Tempio del Divo Claudio.

PARTE DEL TERRAZZAMENTO
 Le grosse mura sul lato occidentale formavano la fronte del complesso con al centro una scalinata monumentale d'accesso, di cui rimane, presso la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, un tratto con due ordini di otto arcate, in blocchi bugnati in travertino.

Alle arcate, inquadrate da lesene con capitelli dorici e sormontate da un grande architrave, fanno capo nei due piani ambienti con pareti in laterizio, coperti a volta e collegati tra loro e appoggiati a un muri dietro al quale sono due corridoi paralleli. Degli altri due lati non rimane ormai più nulla salvo un rudere sul lato settentrionale (dal lato del Colosseo), probabilmente riguardante una struttura a ripiani di un accesso secondario.

Sotto al tempio sono stati rinvenuti complessi di edifici molto interessanti, ma purtroppo il tempio di Claudio e i suoi sotterranei fanno parte della giurisdizione ecclesiastica, quindi solo il Vaticano può concedere il permesso per un’eventuale scavo archeologico, e a tutt'oggi tutto tace. Questi sotterranei sono lunghe gallerie scavate nel tufo, ex cava probabilmente antecedente al tempio e forse di epoca repubblicana, con pozzi e coni di detriti.

Sopra il podio del Tempio, in base alla vecchia consuetudine ecclesiastica di cancellare le tracce del culto pagano, è stato costruito il convento dei Padri Passionisti, nel cui interno sono visibili le arcate in travertino a bugne rustiche delle sostruzioni del Tempio del Divo Claudio. Questo convento, parte del Parco del Ninfeo di Nerone, è accessibile solo quando si celebrano matrimoni nella chiesa di S.Giovanni e Paolo, e naturalmente solo ai partecipanti. Il parcheggio si effettua sul retro, cioè le macchine sostano sul podio del tempio.

Sicuramente il lato più conservato è quello est dell’edificio, riportato alla luce nel 1880, durante la realizzazione della Via Claudia. Questi resti riguardano un poderoso muro in laterizio caratterizzato da un gruppo di piccole celle che forse contrassegnavano anche le pareti di una stanza molto ampia. Tra questa enorme parete e il bastione dietro di essa si snoda un’apertura che forse aveva la funzione di canale idrico, probabilmente realizzata da Nerone per il trasporto dell’acqua verso il suo ninfeo. I muri erano foderati con pannelli in marmo con un porticato colonnato e dotato di archi posti tra una celletta e l'altra.


BIBLIO

- Lawrence Richardson, Jr. - Claudius, Divus, Templum - A New Topographical Dictionary of Ancient Rome - Baltimore - JHU - 1992 -
- Pier Franco Beatrice (a cura di) - L'intolleranza cristiana nei confronti dei pagani - Cristianesimo nella storia - Edizioni Dehoniane - Bologna - 1990 -
- E. Testa - Legislazione contro il paganesimo e cristianizzazione dei templi (sec. IV-VI) - in Liber Annuus - 1991 -
- Arnaldo Momigliano - L'opera dell'imperatore Claudio - Firenze - Vallecchi - 1932 - a cura di Davide Faoro - Sesto San Giovanni - Jouvence - 2017 -




VALERIA MESSALINA


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Nome: Valeria Messalina
Nascita: Roma, 25 d.c.
Morte: Roma, 48
Genitori: Domizia Lepida e Valerio Messalla Barbato
Marito: Tiberio Claudio


LE ORIGINI

Valeria Messalina, figlia di Marco Valerio Messalla Barbato e Domizia Lepida, nacque a Roma nel 25 d.c. e vi morì nel 48 d.c. Era nipote di Ottavia Minore sorella di Augusto, e quindi da una famiglia patrizia imparentata con la gens iulia-claudia.

Quando Caligola salì al trono Messalina aveva solo 12 anni ma era già una delle donne più desiderate di Roma per la sua bellezza. A soli 15 anni venne costretta da Caligola a sposare Claudio, di quasi quarant'anni più grande di lei, cugino della madre, per giunta zoppo e balbuziente.

Per Caligola era una mossa politica, Messalina era sua cugina di sangue, e il matrimonio serviva ad unire ancor più la famiglia intorno a lui. Da questo matrimonio nacquero due figli: Claudia Ottavia e Cesare, passato alla storia come Britannico, che compare piccolo nella statua insieme alla madre.

Nel 41 una congiura dei pretoriani uccise Caligola, già inviso al senato e all'esercito per la sua crudeltà e dissolutezza, facendo nominare al soglio imperiale il suo parente più prossimo, il pauroso e vecchio Claudio, trovato nascosto e tremante dietro una tenda. Così la sua giovane e bellissima moglie Messalina divenne imperatrice.



L'IMPERATRICE

Messalina rimase all’inizio dietro le quinte, ma in concordanza col marito fece uccidere gli assassini di Caligola, esiliò Seneca in Corsica, esiliò Giulia Livilla, sorella minore di Caligola e amante di Seneca, a Ventotene, dove fu uccisa, e richiamò dall'esilio Agrippina Minore, sua zia. Ma di tutto ciò la colpa venne data solo a Messalina.

Ben presto però la donna, stando a quanto racconta lo storico Tacito, con qualche punta di veleno di troppo, prese a tenere una vita assolutamente sregolata.

Iniziò a frequentare giovani uomini, senza curarsi della sua frama. Giovenale narra che Messalina vinse una gara con una famosa cortigiana collezionando 25 amanti in un solo giorno, ma si sa che Giovenale odiava le donne, da sempre da lui criticate e diffamate, mai parò bene di alcuna, forse sentendosi rifiutato da loro.

Per Giovenale la donna è una ladra di cibo, se è colta fa pesare la sua cultura, se è bella la sua bellezza, insomma la donna migliore è quella che sta in silenzio assoluto.

Bersaglio privilegiato delle satire di Giovenale furono le donne, soprattutto se emancipate e libere, che per il loro disinvolto comportamento personificavano lo scempio del pudore. Nella satira VI, Giovenale fornì uno dei più feroci documenti di misoginismo di tutti i tempi, dove campeggiava Messalina, definita Augusta meretrix cioè "prostituta imperiale".

Messalina avrebbe avuto una doppia vita: non appena suo marito Claudio si addormentava, ne profittava per prostituirsi in un lupanare fino all'alba, col nome d’arte di Licisca "lassata viris necdum satiata" (stanca di tanti, ma non soddisfatta).

Ma ciò che faceva più rabbia era che l’imperatore Claudio, sicuramente al corrente del comportamento della moglie, sopportasse, forse perchè alla sua età non poteva più soddisfare le esigenze sessuali dell'altra. D'altronde Giovenale odiava pure gli omosessuali, cioè il rapporto tra maschi adulti, perchè abusare degli adolescenti era considerato normale.

Storici greci, Dione Cassio e Flavio Giuseppe, e romani, Svetonio, Tacito e Seneca, tracciano della consorte di Claudio un ritratto molto crudele, anche perchè, operando nel periodo dei Flavi, cercavano di ingraziarsi la benevolenza degli imperatori gettando discredito sulla ormai estinta famiglia giulio-claudia.

CLAUDIO

GLI AMORI

Messalina ebbe prima una relazione con il governatore Appio Silano, poi con l’attore Mnestere, e infine con l’uomo che sarebbe stato la sua rovina, Silio, di cui si era innamorata. Messalina voleva per Slio la villa sul Pincio di Valerio Asiatico così, con la complicità del liberto Narciso, convinse Claudio di essere vittima di una congiura, cosa che terrorizzava l'imperatore anche a causa di precedenti sventati. Così Valerio Asiatico, dichiarato capo della congiura, seppur innocente, fu costretto al suicidio.

Messalina ottenne che gli eredi non ottenessero il praemium festinandi, il premio che spettava ai discendenti di chi anticipava col suicidio la condanna a morte, e fece assegnare all'amante Silio l’ambita proprietà sul Pincio.

Per poterlo sposare inventò uno strattagemma, una mattina raccontò piangente al marito di aver sognato se stessa vedova. Così Messalina propose il divorzio al marito terrorizzato: sposando un altro, avrebbe gettato sul nuovo marito la infausta sorte e, da vedova, sarebbe tornata dall'amatissimo Claudio che acconsentì.

Mentre Claudio era a Ostia, Messalina celebrò fantasiose le nozze con Silio, o almeno una scena che le rappresentasse, visto che era già sposata. Infatti Messalina non avrebbe mai rinunciato al trono.

Claudio, informato dell'inganno dal suo liberto personale Narciso, che evidentemente ora temeva per la sua vita, ritornò precipitosamente a Roma, dove Messalina si gettò ai suoi piedi chiedendo il perdono. D'altronde anche Cluadio aveva avuto le sue avventure, che però essendo maschio non cantavano.

Narciso, temendo le rappresaglie di Messalina, incitò l'imperatore ad eliminarla, ed ottenutone l'assenso, la fece uccidere da un pretoriano nell’estate del 48. Messalina aveva solo 23 anni, dunque ancora un'adolescente, e fu demonizzata allora e nei secoli a venire come donna intrigante, crudele e dissoluta.

La sua vita sessuale la conosceva tutta Roma e aveva l'abitudine di circondarsi di bellissimi uomini, ma le orge e le prestazioni sessuali nei postriboli furono messi in giro per giustificarne l'assassinio.

MORTE DI MESSALINA
Messalina a 23 anni divenne, nell’immaginario popolare, l’emblema della dissolutezza e della lussuria, il contrario dell'immagine della matrona romana.
Su di lei si inventò di tutto:
  • che impose al marito di ordinare ai sudditi di bell'aspetto di cederle
  • di aver avuto rapporti incestuosi con i fratelliche si prostituì nei bordelli di RomaFece una scommessa con una prostituta: le disse che sarebbe riuscita a farsi un plotone intero (25 uomini) in una volta sola. E si dice che all'alba tornò a casa non perchè sazia, ma l'ora tarda.
  • che fosse davvero innamorata di un giovane bellissimo, nobile e ricco. Silio.
  • che per mollare Claudio e gli disse che lei, essendo della vergine, aveva letto che sarebbe rimasta vedova. Quindi, se fosse andata in sposa a qualcun altro, sarebbe morto il futuro marito, al posto di Claudio.
  • che il tribuno da cui si fece uccidere avrebbe detto: " Se la tua morte sarà pianta da tutti i tuoi amanti, piangerà mezza Roma"
  • che completamente depilata, i capezzoli dorati, gli occhi bistrati di antimonio e nerofumo, si offriva a marinai e gladiatori per qualche ora al giorno.
Non fu Claudio, comunque, a decretare la morte di Messalina, ma Narciso, temendo che un eventuale riconciliazione tra i coniugi sarebbe stata letale per lui, delatore, si presentò alla testa di un gruppo di pretoriani e ordinò a Messalina di togliersi la vita.

Messalina in lacrime tra le braccia della madre tentò di pugnalarsi al collo e al petto ma non riuscì a darsi la morte, e anche qui fu tacciata di viltà dai contemporanei e dai posteri. Finché un pretoriano non le dette il colpo finale.

Pagò non solo con la vita tutte le dissolutezze e gli omicidi commessi; infatti su di lei fu applicata la "damnatio memoriae", cioè l'eliminazione del suo nome dai documenti e dai monumenti di Roma e la distruzione delle sue statue. Inoltre il figlio Britannico non fu mai Imperatore. Alla morte di Messalina Claudio sposò Agrippina, poi Plauzia Urgulanilla, poi Elia Petina e infine Giulia Agrippina. Nominò suo successore il figliastro Nerone che alla morte di Claudio ordinò l'assassinio di Britannico.


BIBLIO

- Giovenale - Satire - Libro II -
- D. Bowder - Dizionario dei personaggi dell'antica Roma - Newton Compton editori - 2001 -
- Luca Goldoni - Messalina - Una spudorata innocenza - Rizzoli - 1992 -
- Dimitri Landeschi - Sesso e potere nella Roma imperiale. Quattro vite scandalose - Edizioni Saecula - 2012 -
- Antonietta Dosi - Eros, l'amore in Roma antica - Vita e Costumi nel mondo romano antico - Quasar - Roma - 2008 -


CLAUDIO - CLAUDIUS


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Nome completo:
Tiberius Claudius Caesar Augustus Germanicus
Altri titoli: Pontifex Maximus, Pater Patriae
Nascita: Lugdunum 1  agosto  10 a.c.
Morte: Roma 13 ottobre 54
Predecessore: Caligola
Successore: Nerone
Coniuge: Plauzia Urgulanilla (15-28)
Elia Petina (28-31), Valeria Messalina (31-49)
Giulia Agrippina (49-54)
Figli: Claudio Druso, Claudio, Claudia Antonia,
Claudia Ottavia, Britannico.
Dinastia: giulio-claudia
Padre: Druso maggiore
Madre: Antonia minore
Regno: 41-54 d.c.

Tiberio Claudio nacque a Lugdunum nel 10 a.c, da Druso ed Antonia Minore. Nell'adolescenza aveva avuto una salute malferma che gli si era ripercossa sul fisico lasciandolo debole e fragile, nonchè timoroso e insicuro, ma per giunta era un po' inetto.
Sua madre lo definiva un essere incompiuto, e per definire uno stupido, diceva: "E' più scemo di mio figlio Claudio." La nonna Livia l'aveva ignorato e la sorella Livilla, sapendo che avrebbe potuto governare, aveva compianto il popolo.

"Cara Livia, come mi hai chiesto, ho discusso con Tiberio se dare un qualche incarico a tuo nipote Claudio in occasione dei giochi di Marte, e siamo giunti ad una comune decisione: se è normale, ma ne dubito, è necessario trattarlo come suo fratello e concedergli incarichi e responsabilità secondo il suo rango; se invece non lo riteniamo in possesso di tutte le facoltà fisiche e mentali, sarà bene non esporre al ridicolo né lui né la nostra famiglia…." Così scrisse Augusto in una lettera a sua moglie Livia riferendosi a Claudio, figlio di Druso e quindi nipote della stessa Livia che, al momento del suo matrimonio con Augusto, era di Druso già incinta.

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL VOLTO (By Haroun Binous)
Di certo l'avevano trattato molto male, e questo sicuramente aveva peggiorato le cose. Nemmeno Augusto si era mai interessato a lui, lontano da tutti sia dalla vita pubblica che dalla famiglia. affidato per giunta a precettori severi.

Tiberio gli aveva conferito gli onori e le insegne consolari, ma senza carica, in più era stato eletto augure e nominato erede di terzo grado, ma solo per dovere di parentela. Sotto Caligola era stato console due volte ed era diventato senatore, ma senza accattivarsi simpatie nè dal popolo nè dai parenti. In famiglia veniva deriso e in Senato contava poco.

Quando Caligola fu assassinato, i Pretoriani corsero a teatro colpendo tutti quelli che incontravano, anche dei senatori estranei alla congiura. Poi entrarono nella sala minacciando una strage, ma in quel momento fu annunciata solennemente la morte di Caligola.

Alcuni ufficiali dissero ai Pretoriani di uscire dal teatro e di preoccuparsi della successione dell'Impero anzichè vendicare un tiranno che tutta Roma detestava, e che facessero in fretta, perchè rischiavano il linciaggio dal popolo.

Popolo e Senato ne avevano abbastanza delle crudeltà di Tiberio e di Caligola, per cui molti pensarono di restaurare la Repubblica. Poichè i cospiratori si erano messi a disposizione del Senato, questo si radunò in Campidoglio, nel tempio di Giove Capitolino, per decidere la fine dell'impero. Sembrava cosa fatta e i consoli iniziarono già a istruire le milizie inneggiando alla libertà.

Intanto i Pretoriani si erano placati ma non sapevano che fare, a loro l'imperatore faceva comodo, perchè erano la sua guardia personale, e perchè proprio per questo erano ben pagati e avevano poteri e privilegi.

CLAUDIO SCOPERTO DAI PRETORIANI

Così molti si recarono al palazzo imperiale, dove un soldato trovò per caso un uomo nascosto dietro una tenda, che tremava di paura.
Era Claudio, zio dell'odiato Caligola ma fratello di Germanico, che i soldati ancora ricordavano con benevolenza. Si era nascosto temendo di essere ucciso anche lui dai pretoriani inferociti, infatti si gettò ai piedi del soldato implorandolo di risparmiarlo.

Il Pretoriano non aveva intenzione di ucciderlo, anzi riconosciutolo chiamò i compagni, era ciò che volevano e lo acclamarono imperatore; poi lo misero in una lettiga dei feriti e lo trasportarono al loro campo fuori porta Nomentana, per toglierlo dai pericoli.

Così il Senato si trovò diviso, tra quelli che volevano la Repubblica e quelli che volevano Claudio sul trono. Ci furono persino tre senatori che si candidarono alla successione. Cherea e Cornelio Sabino tentarono di farli ragionare ma non trovarono ascolto. Il Senato tentò ancora di opporsi ai Pretoriani ordinando a Claudio di recarsi nella Curia e sottomettersi al volere dei Senatori.

Claudio rispose che non era più padrone di sé stesso, ma anche fosse stato libero non avrebbe obbedito al Senato. Ormai si vedeva imperatore: al campo dei Pretoriani accorrevano gladiatori e liberti schierandosi dalla sua parte, e le milizie urbane, prima per la Repubblica, si univano ai Pretoriani.

Solo Cherea si sforzava di trattenerle dicendo quanto fosse folle parteggiare per un imbecille dopo che si erano liberati da un pazzo. Il popolino intanto si accalcava intorno alla Curia ed acclamava l'imperatore. Anche al popolo piaceva l'impero, perchè portava il circo e gli spettacoli: insomma panem et circensem (pane e giochi circensi).

Quando fu sicuro che la forza e la maggioranza dei cittadini erano con lui, Claudio, secondo i consigli di Erode Agrippa, re dei Giudei, che alloggiava a Roma, arringò le truppe, si fece prestare giuramento e promise a ciascun soldato un premio di quindicimila sesterzi, inaugurando la prima corruzione del suo impero. Così il sogno della Repubblica naufragò e i Senatori recatisi al campo di Porta Nomentana, conferirono la corona imperiale a Claudio che a capo dei Pretoriani, rientrò a Roma.

CLAUDIO GIOVINETTO

CLAUDIO

Discorso dell'Imperatore Claudio al Senato Romano per la concessione del diritto senatorio ai Galli Edui.

"I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine sabina, fu accolto sia tra i cittadini romani che nel patriziato, mi esortano ad agire con gli stessi criteri nel governo dello stato, trasferendo qui quanto di meglio vi sia altrove. Non ignoro, infatti, che i Giulii sono stati chiamati in senato da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tusculo e, a parte i tempi più antichi, dall'Etruria, dalla Lucania e da tutta l'Italia. L'Italia stessa ha da ultimo portato i suoi confini alle Alpi, in modo che, non solo gli individui, ma le regioni e i popoli si fondessero nel nostro nome. Abbiamo goduto di una solida pace all'interno, sviluppando tutta la forza contro nemici esterni, proprio quando, accolti come cittadini i Transpadani, si poté risollevare l'impero stremato, assimilando le forze più valide delle province, col pretesto di fondare colonie militari in tutto il mondo. 

C'è forse da pentirsi che siano venuti i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia Narbonense? Ci sono qui i loro discendenti, che non ci sono secondi nell'amore verso questa nostra patria. Cos'altro costituì la rovina di Spartani e Ateniesi, per quanto forti sul piano militare, se non il fatto che respingevano i vinti come stranieri? Romolo, fondatore della nostra città, ha espresso la propria saggezza, quando ha considerato molti popoli, nello stesso giorno, prima nemici e poi concittadini. Stranieri hanno regnato su di noi: e affidare le magistrature a figli di liberti non è, come molti sbagliano a credere, un'improvvisa novità, ma una pratica normale del popolo in antico. Ma, voi dite, abbiamo combattuto coi Senoni: come se Volsci e Equi non si fossero mai scontrati con noi in campo aperto. Siamo stati conquistati dai Galli: ma non abbiamo dato ostaggi anche agli Etruschi e subìto il giogo dei Sanniti? 

Eppure, se passiamo in rassegna tutte le guerre, nessuna s'è conclusa in un tempo più breve che quella contro i Galli: da allora la pace è stata continua e sicura. Ormai si sono assimilati a noi per costumi, cultura, parentele: ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, invece di tenerli per sé! O senatori, tutto ciò che crediamo vecchissimo è stato nuovo un tempo: i magistrati plebei dopo quelli patrizi, quelli latini dopo i plebei, degli altri popoli d'Italia dopo quelli latini. Anche questa decisione si radicherà e invecchierà, e ciò per cui oggi ricorriamo ad altri esempi verrà un giorno annoverato fra gli esempi".

Claudio aveva cinquant'anni quando fu eletto, e sembrava un vecchio cadente. Era balbuziente, sempre tormentato da dolori allo stomaco così forti da farlo pensare al suicidio, con uno sgradevole sorriso e la bocca che schiumava bava quando era preso dall'ira.

Contraddittorio fino alla follia, rifiutò di essere chiamato imperatore, onorò i familiari morti come primo atto del suo imperio, conferendo onori divini alla nonna Livia, proibì qualsiasi festeggiamento per la sua elezione, in quanto anche giorno della morte del nipote Caligola, proclamò l'amnistia per chi aveva invocato la Repubblica, però fece giustiziare i congiurati di Caligola, pur facendo annullare tutti gli atti del suo predecessore.

Fu spesso crudele, provando piacere di fronte ai patimenti dei torturati, adorava i combattimenti al circo e spesso costrinse la gente comune a combattere nell'arena. Ossequioso però con Senato e Magistrati, salutandoli come se lui fosse un cittadino qualsiasi.

Condannò Cassio Cherea che volle essere ucciso con la stessa spada con cui aveva colpito Caligola. Cornelio Sabino, che era stato graziato, volle morire anche lui disdegnando di vivere sotto la tirannide. Claudio si oppose alla damnatio memoriae di Caligola, ma fece togliere le sue statue come si fa in una damnatio memoriae.

Richiamò gli esuli, liberò dal carcere tutti coloro per cui non esistevano prove di colpa, restituì i beni confiscati, consegnò ai loro padroni gli schiavi e i liberti che avevano denunziato i padroni medesimi.
Rifiutò il titolo di Britannico e quello di Padre del Senato accettando quello di "Padre della Patria e del Popolo", proibì che il Senato giurasse nel nome di lui e lui giurò sempre nel nome di Augusto.
Portò a termine l'arco di trionfo in marmo in onore di Tiberio che era rimasto incompiuto; ma vietò che il giorno della morte di Caligola fosse posto tra i festivi.


L'IMPERO

Studiò molto e, consigliato da Tito Livio, cominciò una storia romana, che poi interruppe iniziandone un'altra che cominciava dalla monarchia; scrisse in greco, in venti libri, la storia di Cartagine e in otto quella degli Etruschi, compose otto volumi sulla sua vita dei quali Svetonio elogia lo stile elegante, scrisse una Difesa di Cicerone, fece introdurre nell'alfabeto latino tre nuove lettere e sull'alfabeto pubblicò un volume di studi. Purtroppo nulla ci è rimasto di questi scritti se non la notizia del loro componimento.

Fece leggi a favore degli schiavi: si considerava omicida chiunque uccideva il proprio schiavo, e gli schiavi ammalati esposti presso il tempio di Esculapio nell' isola Tiberina diventavano liberi. Quest'ultima legge in favore degli schiavi ammalati, che, per risparmiare il medico, venivano lasciati alle cure dei sacerdoti di Esculapio sull'isola Tiberina (attuale Fatebenefratelli), era già all'epoca stata varata da Augusto e poi successivamente abrogata.

L'onorario massimo degli avvocati fu fissato a diecimila sesterzi e condannò chi, redigendo un testamento, vi includesse legati in proprio favore.

Proibì l'acquisto di edifici per demolirli e venderne il materiale; la statua in pubblico fu limitata ai cittadini benemeriti per opere di pubblica utilità; consentì di legittimare la prole ai soldati che non potevano contrarre matrimoni.

Proibì di concedere mutui con interessi al figlio mentre il padre era vivo, stabilì che il patrimonio dei figli minorenni, in caso di sequestro, fosse detratto dai beni del padre, ammise la madre di figli defunti a succedergli con gli altri parenti e vennero dichiarate nulle le obbligazioni delle mogli in favore dei mariti, il che fu un grande passo di liberazione nei confronti della donna. Anche in questo emulò Ottaviano che aveva già concesso alle donne la sottrazione alla tutela maritale e il divorzio.

Inoltre velocizzò l'iter giudiziario assistendo lui stesso ai processi, spesso facendo da giudice.
Svetonio ne scrisse gran bene: "Rese sempre la giustizia con grande zelo, anche nei giorni di feste sia casalinghe che religiose. E non si attenne sempre rigidamente alle leggi, ma qualche volta le mitigò o le inasprì... Concesse la riaperture delle cause a quelli che l'avevano perduta davanti ai giudici privati perché avevano trascurate le formalità prescritte e condannò al publico ludibrio i consapevoli di frode maggiore, accrescendo la pena voluta dalle leggi." ma aggiunge che nei giudizi l'imperatore era "ora acuto e prudente, ora volubile e furioso, ora leggero e stravagante."

Inoltre provvide che non avvenissero disordini nei teatri, censurò il lusso, fece dimettere parecchi senatori, creò nuove famiglie patrizie, e fece il censimento della popolazione per sei milioni di cittadini, non compresi le donne e i giovani sotto i 17 anni.

Istituì una coorte di vigili a Pozzuoli ed un'altra ad Ostia. Durante l'incendio del quartiere Emiliano, rimase due notti in piazza a dirigere le operazioni dei vigili e poiché il numero non era sufficiente, ordinò che venissero impiegati gli schiavi e la plebe degli altri quartieri, promettendo premi ai più attivi.



OPERE ARCHITETTONICHE

Durante il suo principato la carestia travagliò Roma e nel 51 fu così grave che la folla lo circondò nel Foro e lo coprì d'ingiurie. Allora per favorire l'approvvigionamento fece costruire alla foce del Tevere il porto romano che costò trenta milioni di sesterzi, e assunse a proprio carico i danni che le tempeste avrebbero cagionato ai mercanti.

Vennero costruite delle fontane, fu abbellito il Circo Massimo, furono riparati gli acquedotti e costruiti due nuovi che raccolsero due corsi d'acqua distanti da Roma quaranta e cinquanta miglia: Acqua Claudia e Anio Novus, che costò cinquantacinque milioni e mezzo di sesterzi.

Il prosciugamento del Lago di Fucino, durato undici anni con trentamila uomini, con un canale di 5600 m., fallì per gli errori nella costruzione delle dighe che provocarono l'allagamento delle circostanti campagne.

Fece strade in Gallia e nella regione del Reno, riparò templi ed edifici pubblici, restaurò la diga del Lago Lucrino.

Vedi anche: IL TEMPIO DEL DIVO CLAUDIO



RELIGIONE

Fece ricostruire a spese dello stato il tempio di Venere Ericina in Sicilia, abolì il culto di Caligola, e ripristinò gli antichi riti: fra cui il sacrificio d'una scrofa e l'orazione dei Fedali nel Foro nei trattati di alleanza, e la processione col Pontefice Massimo per placare l'ira degli Dei per i cattivi auspici.

Proibì il culto druidico e il sacrificio di vittime umane in Gallia: fu invece tollerante degli altri culti, accordò privilegi agli ebrei consentendone il culto anche a Roma, e fece processare e condannare a morte Isidoro e Lampone che capeggiavano in Alessandria i moti antisemiti.

A causa dei tumulti tra Cristiani ed Ebrei però li fece cacciare da Roma. Ebrei e Cristiani infatti predicavano il loro credo come unico e vero, per cancellare qualsiasi altra religione. Nessuna delle religioni pagane si era mai imposta con la forza, nè aveva cercato di abolire le altre religioni. La persecuzione di cristiani ed ebrei nacque da questo, perchè predicavano contro le altre religioni e pretendevano di abolirle, compreso il culto dell'imperatore.


I GIOCHI

Claudio acquistò la benevolenza del popolo con i giuochi e le pubbliche feste. Diede numerosi e splendidi spettacoli, ripristinando quelli in disuso e inventandone nuovi. Agli spettacoli era assiduo e gioviale, non si mostrava superbo, ma affabile e popolare, rivolgeva motti agli spettatori e distribuiva premi in denaro. Fece ricostruire il teatro di Pompeo distrutto in un incendio.
Narra Svetonio: "Spesso fece fare le corse del Circo sul Monte Vaticano e come intermezzi tra una corsa e l'altra fece eseguire combattimenti di belve. Adornò il Circo Massimo di balaustre marmoree e di mète dorate sostituendole a quelle di legno; assegnò posti ai senatori che prima non avevano seggi speciali. Ai combattimenti dei carri aggiunse giuochi troiani, e la cavalleria pretoriana, comandata dai suoi Tribuni e dallo stesso Prefetto, che combatterono contro le belve africane. Si videro anche cavalieri tessali inseguire nel Circo tori infuriati, stancarli, saltare lor addosso, afferrarli per le corna ed abbatterli."

Curò molto gli spettacoli dei gladiatori dati dallo stesso Claudio. Uno annuo nel campo dei pretoriani alla porta Nomentana, un altro nel campo Marzio. Nel Campo Marzio fece rappresentare la vittoria sul re di Britannia, a cui egli assistette in abito di guerriero.
Nel 47 festeggiò l'ottavo centenario della fondazione di Roma con una sfarzosa celebrazione.
Dette due grandiosi spettacoli per festeggiare il prosciugamento del lago Fucino; una naumachia e un combattimento di gladiatori.

Prima che iniziasse la lotta le navi sfilarono davanti la tribuna di Claudio e Agrippina, salutando l'imperatore con la rituale frase : Ave Caesar, morituri te salutant. Claudio rispose: "Habetis vos" (avete voi) e i combattenti interpretando come concessione di grazia, gettarono via le armi.
Claudio adirato minacciò d'incendiare le navi e la battaglia ebbe inizio. Le acque del Fucino si empirono di sangue e di cadaveri. I sopravvissuti vennero graziati.
Il combattimento dei gladiatori fu dato su ponti gettati sul lago; ma lo spettacolo venne interrotto dalla furia, delle onde, le quali travolsero le dighe ed allagarono nuovamente la campagna.

Il popolo romano amava chi non lesinava doni e si prodigava per le feste. Ciononostante Claudio visse fra timori e sospetti pensando a volte di abdicare. Nei primi tempi pranzava sotto la custodia dei Pretoriani e si faceva servire dai soldati.

Sospettava soprattutto i Senatori, nella Curia entrava scortato da ufficiali delle coorti pretorie. Con tutto ciò vi furono attentati, congiure e rivolte e non solo senatori, ma plebei, cavalieri ed anche ufficiali dell'esercito.



LE GUERRE

L'amministrazione delle province e la politica mirò a romanizzarle e legarle da rapporti sempre più stretti a Roma. Fu severo contro le prevaricazioni dei governatori, accordò il diritto di cittadinanza a Spagnoli, a Galli e a Greci, ma volle imparassero la lingua e i costumi di Roma. Proibì che i forestieri assumessero nomi di famiglie patrizie romane e tolse i tributi ai Troiani perché consanguinei del popolo romano.

- Nella Mauritania, dopo l'assassinio del re Tolomeo, la popolazione si era ribellata ed aveva proclamato re un liberto dell'ucciso. Contro i ribelli Claudio mandò ben tre eserciti in anni successivi e li sconfisse. La Mauritania fu divisa in due province: la Tingitana con capitale Tingi (Tangeri) ad Occidente e la Cesariense con capitale Cesarea (Scherschel) ad Oriente. A ciascuna di esse fu preposto un Procuratore Imperiale.

- In Tracia, ucciso il re Remetalce III, le tribù si sollevarono, ma furono ridotte all'obbedienza e costituite in provincia sotto il governo d'un Procuratore Imperiale.

- Vennero sedate dal Governatore della Siria Numidio Quadrato le lotte in Palestina tra Samaritani e Giudei. Morto il re dell' Iturea, questo paese venne incorporato alla Siria.

- Alla morte di Erode Agrippa nel 44, la Giudea fu ridotta a provincia, il resto del regno fu dato al figlio Agrippa II.

- I Parti che avevano occupato l'Armenia vennero cacciati dalle legioni romane e sul trono venne rimesso Mitridate, ucciso però dal nipote Radamisto, poi scacciato dai Parti. Sul trono d'Armenia venne posto Tiridate.

- Il regno del Bosforo, da cui era stato cacciato Mitridate II, era stato dato da Roma a Cotys, suo fratello: Mitridate tentò di riconquistare il trono, ma fu sconfitto dalle milizie romane che fecero prigioniero Mitridate II.


LA BRITANNIA

Un principe di nome Borico, scacciato dai Britanni, era andato a Roma e, per vendicarsi, aveva persuaso Claudio a fare una spedizione oltre la Manica. L'imperatore inviò Aulo Plauzio, che, con un esercito di settantamila uomini, sbarcò im Britannia e con l'aiuto di un principe della regione, pose il campo nel paese dei Regni che diventò la base d'operazione dell'esercito romano.

A sud parte dell'esercito, comandato dal luogotenente Vespasiano, espugnò Clausentum e conquistò l' isola di Vectis; Plauzio, col rimanente delle truppe, attaccò i Trinovanti, si spinse fino alla Tamesa (Tamigi) e presso la foce ingaggiò battaglia a Togoduno, e vinse nel 43.
Nel frattempo Claudio s'imbarcava per recarsi sul teatro della guerra, rimase diciassette giorni in Britannia, ma il viaggio era durato sei mesi. Il Senato gli conferì il titolo di Britannico ma l'imperatore lo rifiutò e lo diede al figlio; volle invece il trionfo, anche se non aveva fatto nulla. A perpetuo ricordo della vittoria fece erigere un arco trionfale, di cui si conservano le vestigia.

La Britannia divenne provincia romana e Plauzio fu il primo governatore. A Plauzio successe nel governo Astorio Scapula, il quale cominciò a costruire fortificazioni ed ordinò ai popoli vinti la consegna delle armi. Ma essi si ribellarono e con loro gli Iceni già alleati dei Romani.
Ricominciò così la guerra. Cataracato, capo dei Siluri che Plautius aveva sconfitto sul Tamigi, fu sconfitto di nuovo e fuggì presso i Briganti ed ottenne ospitalità dalla regina, che però lo tradì e lo consegnò ai Romani. I Siluri passarono allora alla guerriglia nei boschi e nelle paludi che costò ai Romani molte perdite. Finalmente i Romani, capeggiati da Didio Gallo, li ricacciarono oltre confine.

Intanto in Germania un certo Gannasco, capo della tribù dei Canninefati, che era stato nell'esercito romano, con una flottiglia armata colpiva le coste settentrionali della Gallia. Il governatore della Germania inferiore Domizio Corbulone, generale risoluto ed energico, fece una lotta spietata contro Gannasco, che ebbe distrutta la flotta e si rifugiò tra i Chauci. Corbulone trattò allora coi Chauci, chiedendo la loro sottomissione e la consegna di Gannasco. Intanto Corbulone invase i Frisii, li sconfisse, si fece dare ostaggi e pose un presidio romano nella regione.

A questo punto le trattative coi Chauci promettevano bene, perchè Gannasco era stato ucciso, ma da Roma venne l'ordine di Claudio di ritirarsi con tutte le truppe sulla sinistra del Reno. Spesso l'imperatore stroncava sul più bello le imprese dei suoi generali, probabilmente geloso del loro prestigio e timoroso che avessero brame sul suo trono.

Costretto a ritirarsi, Corbulone impiegò il tempo facendo scavare dai suoi soldati un canale tra il Reno e la Mosa. Per ricompensarlo degli utili servigi Claudio gli concesse le insegne trionfali.
Le guerre di conquista di Claudio erano finite e cominciava il rafforzamento delle frontiere del nord con parecchie colonie militari: sul Reno Augusta Treverorum (Treviri) e Colonia Agrippina (Colonia), nella Pannonia Claudia Savaria (Stein) e Scarbandia (Odenburgo). Altre colonie vennero istituite nell'Oriente, nella penisola balcanica e nella Mauritania.



I LIBERTI DI CLAUDIO

Eccetto Ottaviano Augusto che creò il liberto Mena ammiraglio, e il liberto Licinio procuratore in Gallia, i liberti erano stati impiegati dagli imperatori solo nella corte, mentre senatori e cavalieri erano amministratori dello stato e consiglieri dell'imperatore.
Claudio invece preferì i liberti ai senatori e ai cavalieri, e si fidò e affidò tanto da farne i veri detentori del potere.

Scrive Svetonio:
"Onori cariche, grazie, castighi, tutto dipendeva da essi, tutto era fatto per loro capriccio e per loro vantaggio, spesso senza che Claudio ne sapesse nulla.... I suoi atti erano revocati, i suoi giudizi erano cancellati, e si inventarono e si cambiarono lettere sue con cui venivano concessi pubblici uffici.... Claudio così firmò la condanna capitale di trentacinque senatori e di oltre trecento cavalieri con sì grande leggerezza che, essendo un centurione venuto ad annunziargli la morte di un consolare e dicendogli di avere eseguito i suoi comandi, egli rispose di non aver dato nessun ordine, tuttavia approvò questo omicidio perché dai liberti fu assicurato che i soldati, vendicando spontaneamente l'imperatore, avevano fatto il loro dovere».

I più potenti liberti erano: Narcisso, Pallante, Callisto, Polibio, Antonio Felice, Arpocrate e Pasides.

NARCISSO aveva la funzione di primo ministro e dirigeva l'ufficio di corrispondenza, costruendosi un patrimonio ricchissimo.

PALLANTE presiedeva al fisco ed aveva accumulato una ricchezza di trecento milioni di sesterzi. Si era talmente montato la testa da sostenere di esser discendente di Evandro, re degli Arcadi, stabilitesi nel Lazio, secondo la leggenda, settant'anni prima della guerra di Troia.
Lagnandosi Claudio delle condizioni in cui versava l'erario, gli fu risposto che l'erario se voleva esser ricco doveva far società con Narcisso e Pallante.

CALLISTO era maestro delle cerimonie.

POLIBIO era bibliotecario e aveva tanta influenza sull'imperatore, di cui era stato amico di scuola, che Seneca, esiliato in Corsica, per ottenere la grazia dovette ricorrere a lui. Spesso egli fu visto camminare per le vie di Roma tra i consoli che si sentivano onorati della sua compagnia.

ANTONIO FELICE era fratello di Pallante e per questo fu nominato Procuratore imperiale della Giudea, della Samaria e della Galilea. In origine umile liberto, diventò così potente da sposare tre regine.

Ad ARPOCRATE Claudio concesse di andare per le vie di Roma in lettiga e di dare spettacoli.

L'eunuco PASIDES, in occasione del trionfo sui Britanni ricevette dall'imperatore un'asta d'argento.

I liberti furono la piaga principale dell'impero di Claudio, la seconda furono le ultime due mogli, che comandarono insieme ai liberti commettendo delitti e soprusi. Claudio ebbe inoltre due fidanzate e quattro mogli.


LE DONNE DI CLAUDIO

Le fidanzate furono EMILIA LEPIDA, pronipote di Augusto, la quale fu abbandonata per offese recate dalla famiglia di Lepido alla casa imperiale, e LIVIA MEDULLINA, discendente del dittatore Marco Furio Camillo, che morì il giorno stesso che era stato fissato per le nozze.

La prima moglie fu PLAUZIA URGULANILLA la quale fu ripudiata per sospetto di omicidio e per infedeltà coniugale. Da lei due figli: Druso, fidanzato alla figlia di Seiano ed ancor giovinetto morì, forse ad opera del futuro suocero, e Claudia, che nacque cinque mesi prima del divorzio della madre e che l'imperatore, sospettandola figlia del liberto Botere, non volle riconoscere e la fece esporre nuda davanti alla porta della suocera.
La seconda moglie fu ELIA PETINA che lo fece padre di Antonia e fu anch'essa ripudiata. Antonia fu poi sposa a Gneo Pompeo ed ebbe in seconde nozze Fausto Silla.

MESSALINA

MESSALINA

La terza moglie fu Valeria Messalina, figlia di Valerio Messalla Barbato, cugino dell' imperatore, e discendente, per parte della madre Domizia, da Ottavia e Marc'Antonio.
Fu corrotta, pazza, lasciva e crudele. Amante degli spettacoli, a volte correva sul cocchio nel Circo e una volta, rovesciatesi il cocchio, cadde a terra. Passava apertamente da un amore all'altro, girava di notte in cerca di avventure, si concedeva ai liberti suoi complici, premiando gli amanti o vendicandosi su chi la rifiutasse.

Dette a Claudio due figli: Ottavia e Britannico. Quest'ultimo fu molto amato dal popolo, il quale, vedendolo spesso nei teatri sulle ginocchia dell'imperatore, plaudiva e faceva voti per lui.


Messalina si macchiò di molti delitti:
  • Catorio Giusto, prefetto del pretorio, che aveva minacciato di svelare le tresche dell'imperatrice, venne ucciso.
  • Vittime della gelosia furono la bellissima Giulia, figlia di Germanico e l'altra Giulia, figlia di Druso e moglie di un figlio di Germanico. Le fece accusare di adulterio senza processo, le fece poi esiliare ed uccidere.
  • Seneca, il filosofo, accusato di tresca con una delle due Giulie, venne confinato in Corsica.
  • Il patrizio Appio Silano, per averla rifiutata come amante e averne sposata la madre Domizia, fu messo a morte.
  • Anche Gneo Pompeo, marito di Antonia figlia di Claudio, venne messo a morte insieme ai genitori dall'imperatore, per volere di Messalina.
  • Per impossessarsi dei magnifici giardini del console Valerio Asiatico, Messalina lo fece accusare di tresca con la bella Poppea Sabina e di aver tentato di amicarsi le truppe. Fu condannato alla pena capitale e ottenne solo di morire facendosi tagliare le vene.
  • Anche Poppea Sabina fu messa a morte a causa della sua bellezza.
  • Il liberto Polibio pur avendo goduto i favori di Messalina, fu da questa fatto uccidere.
Poi Messalina s'innamorò morbosamente di Cajo Silio. Era considerato il più bell'uomo di Roma e Messalina perse la testa. Tutti sapevano dei suoi amori, solo Claudio non sapeva nulla.
Stavolta però i suoi liberti non tennero il segreto, perchè temevano che Messalina si sbarazzasse del marito e dei suoi consiglieri.

Mentre l'imperatore era ad Ostia, Messalina si dice contraesse matrimonio con l'amante dando feste magnifiche. Comunque le cortigiane Cleopatra e Calpurnia e il ministro Narcisso riferirono a Claudio sulla condotta di Messalina. Claudio fu talmente spaventato da chiedere se lui o Silio fosse l'imperatore.

Narcisso chiese a Claudio che gli si desse per poco tempo il comando delle coorti pretorie, poi condusse l'imperatore in casa di Silio e gli mostrò gli oggetti di valore che Messalina aveva sottratti alla casa imperiale e regalati al suo amante, infine condusse Claudio al campo dei Pretoriani.

L'imperatore, dietro suggerimento di Narcisso, informò i Pretoriani della condotta della moglie e giurò loro che non avrebbe più sposato nessuna donna, aggiungendo che autorizzava i soldati ad ucciderlo se avesse violato il giuramento. I Pretoriani chiesero la punizione dei colpevoli e vennero ordinati i processi sommari per Messalina e i suoi amanti.

Caddero così Cajo Silio, il senatore Giunco Virgiliano, Saurello Trogo, Sulpizio Rufo, Decio Calpurniano, Tazio Proculo, Pompeo Urbico, e il mimo Mnestere.
Era poi la volta di Messalina e Claudio, dopo tante condanne, disse a tavola : "fate sapere a quella disgraziata che venga domani a scolparsi".

Narcisso si vide perduto. Egli sapeva che Messalina sarebbe stata perdonata se fosse riuscita a parlare all'imperatore, così dette ordine a un Tribuno e ad alcuni centurioni di uccidere Messalina.
Quando l'imperatrice comprese la sentenza, impugnò il ferro che la madre le porgeva e si vibrò alcuni colpi ma non mortali. Allora il tribuno la uccise con la sua spada.

A Claudio, ch'era ancora a tavola, fu portata la notizia della morte di Messalina. L'imperatore rimase calmo, quasi indifferente; ma alcuni giorni dopo, trovandosi a cena, domandò ai servi perché la loro padrona fosse assente. Era completamente rimbecillito. Il Senato, per ricompensare Narcisso, gli decretò le insegne questorie.

AGRIPPINA MINORE

AGRIPPINA

Claudio dimenticò il giuramento fatto ai Pretoriani di non riprendere moglie, e sposò Agrippina, figlia di Germanico e perciò nipote di Claudio. Era nata a Colonia, era bellissima, intelligente, colta ed ambiziosa.

Era stata l'amante del fratello Caligola, sposa di Gneo Domizio Enobardo da cui aveva avuto il figlio Domizio, rimaritatasi con Crispo Passiono, presto era rimasta vedova e ricca; accusata di aver tramato contro il fratello, era stata mandata in esilio e soltanto quando Claudio era stato eletto imperatore aveva potuto fare ritorno a Roma.

Seppe ammaliare Claudio che diventò suo succube. Giunse a persuaderlo perché desse la figlia Ottavia, già fidanzata al Pretore Silano, in sposa a Domizio, figlio del primo marito.
Silano fu accusato d'immoralità, fu dimesso da Pretore, il fidanzamento fu rotto, e Silano si suicidò.

La legge considerava incestuose le nozze tra zio e nipote, come erano Claudio e Agrippina, ma il divieto fu abrogato dal Senato. Agrippina ebbe il titolo di Augusta, partecipò attivamente alla vita politica ed esercitò il comando insieme al marito. Assisteva alle udienze imperiali, riceveva gli ambasciatori, e discuteva con ministri e Senatori sugli affari dello Stato.

Anche lei ebbe amanti, si vendicò delle rivali e tolse di mezzo quanti le facevano ombra. Lollia Paulina, che aveva aspirato alla mano di Claudio, venne mandata in esilio e poi uccisa; la nobile e bella Calpurnia venne messa a morte; la stessa sorte toccò a tutte le matrone che primeggiavano per bellezza.

Narcisso e Callisto che l'avevano osteggiata prima del matrimonio, pur rimanendo a corte, non conservarono i privilegi, mentre Pallante ne divenne l'amante e guadagnò dal Senato le insegne pretorie. Ma Agrippina per regnare dopo la morte del marito faceva di tutto per assicurare la successione al figlio Domizio. Un ostacolo era Britannico, adorato dal popolo. Ottenne l'appoggio dei pretoriani e fece adottare Domizio Nerone da Claudio. Così Domizio divenne fratello di Ottavia, che venne adottata da un altra famiglia.



DOMIZIO NERONE

Quando prese la toga virile fu designato console dal Senato col diritto di entrare in carica a 20 anni; ricevette il titolo di principe della gioventù, l'impero proconsolare fuori di Roma e fu ammesso nei collegi dei sacerdoti.

All'adozione di Nerone si era opposto Narcisso, ma Agrippina infatti per isolare Britannico, fece mandare in esilio o mettere a morte i suoi precettori, dandogli persone di sua fiducia. Narcisso però valendosi del favore dell'imperatore, cominciò a perorare la causa di Britannico e tanto fece che Claudio si convinse.

Svetonio narra che l'imperatore si era pentito del matrimonio con Agrippina e dell'adozione di Nerone e che, rispondendo un giorno ai liberti, - che lo lodavano per avere condannato una donna impudica, disse esser suo destino aver mogli colpevoli ma impunite. -
E narra che abbracciato Britannico, Claudio gli dicesse in greco "colui che ha ferito guarirà la piaga" e che si proponesse di dargli prima dell'età stabilita la toga virile "affinchè il popolo romano avesse finalmente il vero Cesare."

Ma Agrippina dalle spie di corte seppe dei mutati sentimenti del marito in favore di Britannico e si preparò alla lotta contro Narcisso che si era ammalato e, proprio quando la sua presenza era indispensabile a corte per il trionfo di Britannico, fu costretto a recarsi ai bagni di Sinuessa.
Agrippina allora approfittò dell'assenza di Narcisso per disfarsi di Claudio, facendolo uccidere il 13 ottobre del 54.

Secondo alcuni venne avvelenato dall'eunuco Aiolo mentre banchettava con i pontefici in Campidoglio. Secondo altri, Agrippina somministrò al marito un piatto di funghi avvelenato, ma poichè l'effetto tardava chiamò il fido medico Senofonte che gli fece ingoiare un altro veleno.
Claudio aveva 64 anni e aveva regnato 14 anni.


BIBLIO

- Cornelio Tacito - Annales - Libri II-XIV -
- Cassio Dione Cocceiano - Storia romana - Libri LVII-LX -
- Svetonio - Vite dei Cesari - Libri III, IV, V -
- Arnaldo Momigliano - L'opera dell'imperatore Claudio - Firenze - Vallecchi - 1932 - a cura di Davide Faoro - Sesto San Giovanni - Jouvence - 2017 -
- Dimitri Landeschi - Claudio, l'imperatore balbuziente - Edizioni Saecula - 2014 -



 

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