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CURES (Città scomparse)


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CURES IN TERRITORIO SABINO

Cures o Cures Sabini, o Curi fu un'antica città Sabina locata presso l'odierna Fara in Sabina, nel Lazio, a circa 26 miglia da Roma. Posta nella valle del Tevere fu citata da Cicerone, Virgilio, Stazio, Strabone e Plutarco. Probabilmente fondata dopo la cacciata degli Aborigeni dai Sabini, era una delle città di maggiore importanza per il popolo arcaico, di cultura appenninica.

La cultura appenninica appartenne all'età del bronzo e si diffuse nell'Italia peninsulare, e in particolare nelle regioni percorse dalla dorsale degli Appennini, in Emilia-Romagna ad est del fiume Panaro, nelle isole Eolie ed in alcune zone della Sicilia.

Secondo il racconto di Dionigi di Alicarnasso, che dichiara di attingere da Varrone, al tempo degli Aborigeni il Dio Quirino, attratto dalla bellezza di una fanciulla di Reate (Rieti), l'attirò nel suo tempio, la possedette e la rese madre di un fanciullo che fu chiamato Modio Fabidio.

C'è da dire che la leggenda ricorda molto quella del Dio Marte con Rea Silvia che divenne madre di Romolo e Remo. In Entrambi i casi erano figli di un Dio e di una mortale che aveva dovuto sottostare, volente o nolente, ai desideri del Dio.

MUSEO ARCHEOLOGICO DI FARA SABINA

GLI ABORIGENI

Gli Aborigeni avrebbero abitato le zone montuose dell'Italia centrale, sugli Appennini. Da qui scacciarono i Siculi (prima popolazione di cui si aveva memoria storica ad abitare il Lazio) dalla zona di Alba Longa, attraverso una lunga guerra.

Dionigi di Alicarnasso riporta diverse teorie sulla loro origine:
per alcuni si trattava dei nativi di quei luoghi, da dove tutte le famiglie e genti sarebbero discese;
per altri si trattava di nomadi razziatori;
per altri appartenevano alla popolazione dei Liguri.
Secondo lui però si trattava degli Enotri, i più antichi colonizzatori provenienti dalla Grecia.
Marco Porcio Catone li riferisce anch'egli di origine greca.

In altri testi sono indicati come i più antichi abitanti del Latium vetus (o antiquum). In epoca remota i Sabini conquistarono la loro capitale Lista, che non fu più riconquistata da suoi abitanti, rifugiatisi a Rieti.

In tempi remoti, in conseguenza del rito della Primavera sacra, gli Aborigeni iniziarono ad espandere il proprio territorio, entrando in contrasto con le popolazioni vicine, e tra queste, soprattutto con i Siculi. Furono fondate le città di Antemnae, Tellenae, Ficulea e Tibur.

Gli Aborigeni vennero quindi in contatto con i Pelasgi, da cui discenderebbero i greci e gli illiri, con cui si allearono. I due popoli uniti diedero battaglia agli Umbri e ai Siculi, conquistando alcune città e ne fondarono altre, tra cui Caere, Pisa, Saturnia e Alsium.

Praticavano un culto dedito al Dio Saturno che si diceva avesse insegnato loro l'agricoltura. Quando Enea giunse nel Lazio alla testa dei suoi troiani dall'unione dei due popoli ne nacque uno, appunto il popolo dei latini, così chiamato in onore del re Latino.

SANTUARIO DI ERCOLE DI CURES


MODIO FABIDIO

Divenuto adulto, Modio Fabidio, figlio del Dio Quirno, si distinse per le sue imprese guerresche fino a diventare un eroe che ebbe quindi largo seguito tra la sua gente. Alla fine, desiderando creare una città ed un regno per sé, fondò Cures, che in lingua sabina significava "lancia", una città senza mura né opere difensive perché era situata sopra una collina, ma soprattutto perché era protetta dal Dio Quirino.
Il nome Cures, perciò, deriverebbe dal nome di Quirino, padre del fondatore della città.



UNIONE TRE SABINI E ROMANI

Cures fu la capitale dei Sabini sotto Titus Tatius, o Tito Tazio, che guidò un gruppo di coloni sabini sul colle Quirinale di Roma e si unì ai Romani del Palatino per formare i Quiriti. Ma Cures fu anche il luogo di nascita del secondo re di Roma, Numa Pompilio, che risiedette a Cures immediatamente prima della sua elezione a re. 

Nel II secolo d.c., sotto l'Impero romano, Cures raggiunse la prosperità e continuò a prosperare fino al IV secolo d.c.. Nel corso del V secolo d.c., Cures divenne sede di un vescovato cristiano. Nel 589 d.c., i Longobardi distrussero la città, senza salvarne nulla.


BIBLIO

- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - II -
- Plutarco - Vita di Romolo -
-  Floro - Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC -
- S. M. Puglisi - La civiltà appenninica. Origine delle comunità pastorali in Italia - Sansoni - Firenze - 1959 -
- M. A. Fugazzola Delpino - Testimonianze di cultura appenninica nel Lazio - Sansoni - Firenze - 1976 -
- Christian Mauri - La Sabina prima dei Sabini: gli Aborigeni e l'età del Bronzo. I santuari romani in opera poligonale - Aracne editrice - 2018 -

APIOLAE (Città scomparse)


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INGRESSO CON ORSI ARALDICI DEGLI ORSINI

LE ORIGINI

Apiolae fu una cittadella dei Latini distrutta dal re di Roma Tarquinio Prisco e localizzata dall'archeologo G. M. De Rossi sul Monte Savello, tra Pavona e Albano Laziale. Giovan Battista De Rossi inoltre propose di identificare gli Apiolani con gli Abolani riportati nell'elenco delle 30 colonie albane (e da non confondere con i quasi omonimi Bolani, riportati nella stessa lista di Plinio, pertinenti invece alla città di Bola).

Monte Savello è una località di Roma posta nel rione Sant’Angelo, tra il Tevere presso ponte Fabricio (o dei 4 Capi) ed il colle Capitolino. Esso deriva dal rilievo creato dalle alcune rovine del Teatro di Marcello, cui si aggiunsero i detriti alluvionali depositati dal Tevere. Con la fortificazione dell'XI secolo, sembra ad opera dei Pierleoni, prese il nome dai Savelli che ne furono i principali proprietari. Nel palazzo Savelli Orsini ha sede l'ambasciata del Sovrano militare ordine di Malta presso la Santa Sede.

La cittadella di Apiolae viene riportata sia da Livio che da Plinio come Oppidum Latinorum, ovvero come centro fortificato dei Latini, per Dionigi era una non oscura città Latina, il cui territorio confinava con quello dei Sicani, mentre Strabone la descrive come città dei Volsci, sul confine del territorio romano. 

Lo studioso e topografo Antonio Nibby considerava Apiolae come la città latina più vicina a Roma, dopo la caduta di Alba Longa, sebbene la sua proposta di identificazione sul colle della Giostra, su via di Fioranello, non abbia trovato seguito.

In seguito all'annessione dei Sicani, per opera dello stesso re Anco Marzio, gli Apiolani si ritrovarono quindi confinanti con gli stessi Romani. Morto il re e decaduto quindi il precedente accordo di pace con Roma, secondo i costumi dell'epoca che duravano fin quando erano in vita i firmatari, gli Apiolani invasero il vicino territorio romano compiendo ripetuti saccheggi.

Il fatto che Apiolae non compaia in nessuna delle liste delle città scomparse del Lazio arcaico, nonostante fosse nota ai contemporanei e che con il bottino derivato dalla sua conquista, si siano organizzati i Ludi Magni, e si siano anche avviati i lavori per il Tempio di Giove Ottimo Massimo, potrebbe accreditare l'affermazione di Strabone, secondo il quale si trattava di una città volsca.

Ci sono varie opinioni sulle sue origini.

- Per Tito Livio era un oppidum Latinorum, ovvero un centro fortificato.

- Per Plinio era un oppidum Latinorum,

- Per Dionigi era una rinomata città Latina, il cui territorio confinava con quello dei Sicani, 

- Per Strabone era una città dei Volsci della pianura pontina. Una volta vinta e distrutta i suoi abitanti furono portati a Roma e venduti come schiavi, In realtà Apiolae venne distrutta da Tarquinio Prisco a fine VII secolo a.c., mentre i Volsci fecero la loro comparsa nel Lazio solo nella seconda metà del VI secolo a.c..
La prima cittadella volsca distrutta dai Romani fu Corioli (assieme a Longula e Polusca),, nel 493 a.c. che Dionigi cita come una città-stato, i cui resti sono stati identificati nell'odierna località Monte Giove, presso Genzano di Roma mentre la prima colonia che i Romani fondarono nella pianura pontina fu Norba nel 492 a.c., quando ormai Apiolae era scomparsa da tempo.
Anche la collocazione proposta da altre fonti nella pianura pontina è errata, visto che i Romani in età regia non si spinsero a sud oltre il territorio dei Latini. La presenza romana nelle pianure pontine avvenne oltre un secolo dopo la distruzione di Apiolae, risalendo infatti agli inizi del V secolo a.c.

- Altrettanto illusoria l'ipotesi dello studioso Carine Ampolo che, ignorando il precedente studio del De Rossi, propose di identificare il centro arcaico di Monte Savello con il Lucus Ferentinae.

- Per Antonio Nibby era la città latina più vicina a Roma, dopo la caduta di Alba Longa.

RIEMERGE MONTE SAVELLO

ANCO MARZIO

Dionigi narra che il re Anco Marzio, nell'intraprendere la guerra contro i Sicani, stipulò un accordo di pace con gli Apiolani, in quanto confinanti con il territorio dei Sicani. Il re di Roma, in seguito alle vittorie riportate contro i Sicani e alla conseguente annessione delle loro città (Politorium, Ficana e Tellenae), ampliò l'estensione del primitivo ager romanus e fece quindi avanzare il confine del territorio romano a ridosso con quello dei Latini. 

Alla fine della guerra quindi gli Apiolani non si ritrovarono più confinanti con i Sicani, bensì con gli stessi Romani (per una strana coincidenza, ancora oggi una parte del territorio di Pavona ricade sotto il comune di Roma). Morto Anco Marzio e decaduto il precedente accordo di pace con Roma, gli Apiolani invasero l'adiacente territorio romano compiendo saccheggi.



RE TERQUINIO

Il nuovo re Tarquinio Prisco, che non consentiva il minimo attacco a Roma o ai suoi territori, prese d'assedio la cittadella di Apiolae ed una volta conquistata la distrusse, a monito di tutte le altre cittadelle, procedendo e per impedire che venisse di nuovo abitata e che di nuovo combattesse contro Roma, la distrusse casa per casa, smantellando anche tutte le sue mura di difesa,

Con il bottino ricavato secondo alcune fonti si sarebbe iniziata l'edificazione del tempio di Giove Capitolino, mentre secondo altri si sarebbe finanziata la celebrazione degli splendidi giochi dei Ludi Romani, e secondo altri ancora ambedue, il tempio e i Ludi. 

La popolazione, secondo le fonti, sarebbe stata trasferita sull'Aventino per diventare i nuovi abitanti dell'urbe, come spesso avevano fatto i Romani con i nemici per procurarsi nuovi combattenti al fianco dei romani, mentre secondo il racconto di Dionigi di Alicarnasso i sopravvissuti furono tutti tratti come schiavi a Roma. 

Con il bottino ricavato secondo alcune fonti si sarebbe iniziata l'edificazione del tempio di Giove Capitolino, secondo altri si sarebbe finanziata la celebrazione degli splendidi giochi dei Ludi Romani. Secondo altri vennero tramite il bottino finanziati ambedue.

SCAVI DI MONTE SAVELLO

MONTE SAVELLO

Oggi sul colle di Monte Savello si conservano alcuni blocchi di tufo arcaici inglobati nelle fondazioni del castello medievale dei Savelli ed un cornicione marmoreo con dedica ad Apollo, pertinente probabilmente ad un tempio dedicato a questa divinità presente in antico sulla cima del colle (l'epigrafe recita (A)POLLINI SANCTO AEDE). 

Lo stesso toponimo di Apiolae sembra essere infatti una variante arcaica locale collegata al culto di Apollo. Dalla stessa località proviene inoltre la bella testina arcaica policroma di guerriero latino conservata oggi nel Museo Civico di Albano Laziale.

Altro culto attestato nella zona è quello di Giuturna, sorella di Turno di Ardea, la quale, già riportata da Virgilio nell'Eneide, ha dato il suo nome alla sorgente omonima (oggi sorgente di Secciano) ed al laghetto adiacente, noto infatti come Lago di Giuturna (o di Turno), oggi laghetto di Pavona. Infatti la "Fonte Ioturna", sotto Monte Savello, compare anche sulla mappa di Eufrosino della Volpaia del 1547.

MONTE SAVELLO NEL '900

DOPO I ROMANI

Piazza di Monte Savello deriva il nome dal “monte” creato sulle rovine del Teatro di Marcello e dalla poderosa rocca dei Savelli costruita sulle rovine stesse. Nei primi secoli il monte si chiamò “ Faffo” o “Faffi“, derivato per corruzione dai Fabi che per primi costruirono e fortificarono la fortezza medioevale. 

Successivamente fu proprietà dei Pierleoni, nel 1361 passò ai Savelli che vi edificarono un sontuoso palazzo che occupò gran parte dell’antico Teatro, con il giardino nella cavea. Il palazzo passò poi agli Sforza Cesarini, alla Congregazione dei Baroni, e a Domenico Orsini nella seconda metà del Settecento.
 


I RESTI

Oggi sul colle di Monte Savello si conservano grossi blocchi di tufo arcaici inglobati nelle fondazioni del castello medievale dei Savelli e un cornicione marmoreo con dedica ad Apollo  (A)POLLINI SANCTO AEDE, pertinente evidentemente a un tempio dedicato a questa divinità presente un tempo sulla cima del colle. Lo stesso toponimo di Apiolae sembrerebbe avere un legame col Dio Apollo.

Altro culto attestato nella zona è quello di Giuturna, sorella di Turno re di Ardea, la quale già riportata da Virgilio nell'Eneide (XII, 870-886), ha lasciato il proprio nome a una sorgente omonima (oggi sorgente di Secciano) ed al laghetto adiacente, noto infatti come Lago di Giuturna (o di Turno) (oggi laghetto di Pavona).

GHETTARELLO

IL GHETTARELLO

Il Ghettarello sorgeva nell’area antistante palazzo Savelli, costruito sui resti del Teatro di Marcello. Oggi sul colle di Monte Savello si notano alcuni blocchi di tufo arcaici inglobati nelle fondazioni del castello medievale dei Savelli ed un cornicione marmoreo con dedica ad Apollo;
A)POLLINI SANCTO AEDE
pertinente probabilmente ad un tempio dedicato al Dio che si ergeva un tempo sulla cima del colle.

Il nome stesso di Apiolae sembra infatti risalire ad Apollo, Dio della musica, delle arti mediche, delle scienze, dell'intelletto, della profezia e del carro del sole, che egli guida durante il giorno nella volta celeste.

In zona è stato scoperto anche il culto di Giuturna, sorella di Turno re di Ardea, la quale già riportata da Virgilio nell'Eneide (XII, 870-886), ha lasciato il proprio nome ad una sorgente omonima (oggi sorgente di Secciano) ed al laghetto adiacente, noto infatti come Lago di Giuturna (o di Turno) (oggi laghetto di Pavona).


BIBLIO
- Tito Livio - Ab Urbe condita libri -
- Gaio Plinio Secondo - Naturalis historia -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane -
- Strabone - Geografia - V -
- Giovanni Battista De Rossi - Apiolae - Forma Italiae, Regio I, vol. IX - Roma - De Luca - 1970 -
- The age of tarquinius Superbus centrral Italy in the late VI century bc - cap. Apiolae, Pometia e Cora - Domenico Palombi -
- Antonio Nibby -Analisi storico-topografica-antiquaria della Carta de' Dintorni di Roma - Roma - Tipografia delle Belle Arti - 1848 -


AMERIOLA (Città scomparse)


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LATIUM VETUS

Ameriola fu una città del Latium vetus, una regione storico-geografica costituita dalla parte centrale dell'attuale Lazio, posta a sud del fiume Tevere (che lo divideva dai territori Etruschi dell'Etruria meridionale - attuale Lazio settentrionale) e a nord del monte Circeo (quello della maga Circe figlia del Dio Sole), che lo divideva dal Latium adiectum, unitamente al quale costituiva il vero e proprio Latium.
 
Plinio il Vecchio (23 - 79) iscrisse Ameriola nella sua lista delle città scomparse. Si sa che la città venne conquistata dai romani sotto il regno di Tarquinio Prisco (... – 579 a.c.), il V re di Roma, insieme alle altre città della Lega Latina di Crustumerium, di Medullia e di Nomentum.

Poiché viene citata sia da Livio che da Plinio, associata appunto a Crustumerium e Medullia, Antonio Nibby (1792 - 1839) ne dedusse che Ameriola si dovesse trovare in posizione intermedia tra le due, dove tra l'altro vennero trovate le rovine di una città di modeste dimensioni. Ma all'epoca in genere le città avevano dimensioni modeste, data l'elevatissima mortalità infantile.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che Ameriola corrisponda alla moderna Castelchiodato, frazione di Mentana, il cui nome deriva dall’antica denominazione di Castrum Deodati. Alcuni studiosi invece collocano Ameriola nelle vicinanze di Castrum Deadati.

Di Castrum Deodati si scrive quello che fu scritto per Ameriola, : che fu distrutta in epoca sabina dal re Tarquinio Prisco e che dopo il ratto delle sabine, il centro d'origine sabina fu annesso a Roma, di cui ne seguì le sorti.


Ameriola fu dunque una arcaica città che, inclusa nel territorio sabino, fu soggiogata d al re romano Tarquinio Prisco che sconfisse ed assoggettò le varie popolazioni della Sabina. Secondo alcune fonti storiche fu non solo conquistata ma pure distrutta in epoca sabina dal re Tarquinio Prisco.

In tal caso venne ricostruita, e dopo il ratto delle sabine, il centro d'origine sabina fu annesso a Roma, di cui ne seguì le sorti, arricchendosi di arte e di monumenti, ma assorbendone poi anche il declino. Subì quindi anche le varie invasioni barbariche da quelle dei Goti fino a quelle dei Longobardi. Tra il IX ed X secolo il territorio dovette anche essere devastata dai Saraceni, costringendo gli abitanti a ripararsi nelle colline vicine.

Durante le invasioni barbariche fu invasa dagli Eruli, dai Visigoti, dagli Ostrogoti ed infine dai Longobardi. In seguito, tra l'870 ed il 910 l'invasione dei Saraceni costrinse gli abitanti a ripararsi sulle colline vicine.


BIBLIO

 - Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - libro III -
- Plinio il Vecchio - Naturalis historia - III - 
- Tito Livio - Ab Urbe condita libri - I -
- Antonio Nibby - Analisi storico-topografico-antiquaria della carta de' dintorni di Roma -


COLLATIA - COLLAZIA (Città scomparse)


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L'ANTICA VIA COLLATINA

Secondo la tradizione Collatia sarebbe stata una colonia di Alba Longa, (Verg., Aen., VI) città a capo della confederazione dei popoli latini (populi albenses), di incerta localizzazione. Alba Longa venne distrutta da Roma sotto il re Tullo Ostilio, dopo l'anno 673 a.c., 

La sua colonia Collatia sarebbe stata fondata dal re latino Silvio, fratellastro di Ascanio, in quanto figlio postumo di Enea e di Lavinia, così almeno narrano Aulo Gellio e Dionigi di Alicarnasso mentre, secondo Tito Livio, Silvio era invece il figlio di Ascanio.

Il grammatico romano Sesto Pompeo Festo riferisce che Conlatia (Collatia), città già scomparsa già ai suoi tempi, si chiamava così perché era il luogo in cui in passato si era usato portare e raccogliere (latino conferre, "raccogliere") le risorse e le vestigia di altre città della zona abbandonate. 



LA VIA CONLATINA

Collatia è collocata da Strabone a circa trenta stadi dall'antica Roma e viene citata tra le scomparse città del Lazio ridotte all'epoca dell'autore a semplici villaggi o tenute agricole. Riferisce inoltre Strabone che la via Collatina (Collatina) partiva in origine dall'antica porta Collatina nelle mura di Roma, anch'essa ormai scomparsa.

La via Collatina era la via romana che, distaccandosi sulla destra dalla via Tiburtina, conduceva a Collazia, nel Lazio; il nome è conservato ancor oggi nella via Collatina e nella via Collatina Vecchia (dove sono visibili alcuni resti dell’antica strada).


GLI SCAVI

Nel 2008 sono stati dissotterrati due tratti della antica Collatina presso il centro commerciale Roma Est a Ponte di Nona, grosso modo fra il VII e l'VIII miglio dalla Porta Tiburtina. Un altro breve tratto è venuto alla luce durante i lavori per la realizzazione del parco Fabio Montagna in zona La Rustica, all'interno del GRA. In parte è stato rinterrato, in parte è visibile all'interno del parco.

L'antichissima città del Lazio, posta a circa 15 km a est di Roma, nella tenuta di Lunghezza, o Castel dell'Osa che dir si voglia, quindi nel Latium Vetus, sarebbe posta giusto al termine dell'antica via Collatina, che recenti indagini archeologiche localizzano nella zona della Rustica e di conseguenza alla città di Collatia. 

Collatia rimase a lungo sotto la dipendenza della città di Alba, finché questa non venne distrutta per opera di Orazio Coclite, e per ordine di Tullo Ostilio. Collazia dopo quella epoca venne governata dai Sabini, forse dopo la morte di Anco Marzio avvenuta l’anno 616 a.c.. Nel racconto di Tito Livio la città fu poi tolta ai Sabini dal re Tarquinio Prisco, il V re di Roma, che la fece governare da suo nipote, figlio di Tarquino Arunte, Egerio, progenitore della famiglia dei Collatini.

A Collatia nacque Lucio Tarquinio Collatino, primo console di Roma insieme a Lucio Giunio Bruto, e marito di Lucrezia, che proprio a Collatia si suicidò, per aver dovuto cedere con le minacce alle richieste sessuali di Sesto Tarquinio, figlio di Tarquinio il Superbo. Fu agli abitanti di Collatia che Bruto rivolse un accorato appello perché si ribellassero alla tirannia dei Tarquini, prima ancora di fare appello ai Romani.

Decaduta poi rapidamente nella repubblica, al tempo di Cicerone (De leg. agr., II, 35) era più che altro un luogo di ville, e al tempo di Plinio (Nat. hist., III, 68) era completamente scomparsa: il ricordo di essa rimase nel nome della via che vi conduceva, la Via Collatina.

LA POSIZIONE

SITO ARCHEOLOGICO

Un tempo si pensava che Collatia corrispondesse all'attuale località di Lunghezza, a est di Roma, dove sorge un castello a guardia del fiume Aniene. Secondo l'archeologo e topografo Antonio Nibby in questo luogo sorgeva la cittadella di Collatia, citata da Tito Livio e nota la violenza usata a Lucrezia, la cui tomba si ipotizzava trovarsi al di sotto del Castello di Lunghezza.
 
Invece il sito della città è stato poi identificato dalla Soprintendenza archeologica, nei pressi del quartiere della Rustica, dove sono stati ritrovati tratti delle mura in blocchi squadrati di tufo, databili fra l'età tardo arcaica e repubblicana, oltre alle 418 tombe a fossa portate alla luce nel 2009.

L'area di questi scavi è tra via Costi, via Amarilli, via Naide e via Nerina, nel parco Fabrizio Montagna e dal dicembre del 2015 alcuni tra i più importanti reperti di questa campagna di scavi sono esposti in una nuova sala del Museo nazionale romano.

Chissà se la presenza di quest’importante pezzo della Roma antica possa portare ad una rivalutazione di questo quartiere periferico. Intanto già si parla dell’ipotetica apertura di un museo.



- ABITARE A ROMA -

Scoperta la città di Collatia al di sotto de La Rustica -

Confermata dalla Soprintendenza la localizzazione dell'antica città latina dopo il ritrovamento di nuovi reperti - di M.G.T. - 1 Ottobre 2013.

Il ritrovamento dell’antica città, famosa per essere stata citata dallo storico Tito Livio che gli attribuiva un ruolo chiave nella rivolta tra Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo, era stato già annunciato dall’allora capo della soprintendenza Mariarosaria Barbera nel 2009 anche se a quei tempi si parlava solo della scoperta di una necropoli principesca databile tra il VIII e il VII secolo a.c.

Mentre l’annuncio ufficiale dell’estensione al di sotto de La Rustica di una vera e propria città è stato dato solo ora dal responsabile delle indagini Stefano Musco, che ha spiegato: 
La localizzazione di Collatia è stata lunga e controversa. Una delle ipotesi più seguite – continua Musco – collocava questo centro in corrispondenza del Castello di Lunghezza. Però le indagini in quest’area hanno escluso la presenza di un centro abitato ed inoltre si esclude anche l’ipotesi che identificava La Rustica come l’antichissimo centro di Caenina”.



ADNKRONOS 

- Al Museo Nazionale Romano le principesse dell'antica 'Collatia' -

Tre corredi principeschi, uno maschile e due femminili, di cui è stata appena concluso il restauro e lo studio. Sepolture, di cui è stato ritrovato anche il carro da guerra, la spada e lo scettro, rinvenute nel sito archeologico di La Rustica e datate tra l’VIII e il VII secolo a.c. (III e IV periodo della cultura laziale).

Reperti che vengono ora esposti nella nuova sala della sezione 'Protostoria dei popoli latini' del Museo Nazionale Romano, la sala 'Principesse e principi dall’antica Collatia', che è stata aperta oggi alle Terme di Diocleziano a Roma.


BIBLIO

- Strabone - Geografia - V -
- Dionigi di Alicarnasso -  Antichità romane -  III -
- Sesto Pompeo Festo - De verborum significatione - Parte I - Budapest - 1889 -
- W. Gell - The topography of Rome and its Vicinity - Londra - 1846 -
- A. Nibby - Analisi dei dintorni di Roma - Roma - 1849 -
- Westphall - Die Römische Kampagne - Berlino - 1829 -


LONGULA (Città scomparse)


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BATTAGLIA DI LONGULA
 
Longula (in lingua greca: Λόγγολα) fu una città del Latium Vetus, ma comunque nel territorio dei Volsci. Secondo Plinio il Vecchio, era una città latina e inserisce i suoi abitanti, i Longani, fra le popolazioni albane che tuttavia alla sua epoca erano già scomparse (I secolo d.c.).

Comunque una città molto antica dei Volsci, ricordata specialmente da Livio (II, 39, 3) e da Dionigi (VIII, 36 e 85) a proposito delle imprese di Coriolano. Il suo territorio confinava con Anzio, Satrico, Ardea e Polusca, estendendosi forse fino al mare e il fosso di Cavallo Morto fungeva da linea di confine tra i Rutuli di Ardea ed i Volsci anziati.



LA POSIZIONE

A. Nibby identifica Longula con la moderna località di Buon Riposo, a destra della Via Anziatina, circa 27 miglia lontano da Roma, su una collina che ha la forma allungata, da cui sembra che la città abbia tratto il nome. Essa si trova nel territorio comunale di Aprilia in cui sorgono anche i resti di Polusca (a Campoleone, tra i comuni di Lanuvio e Aprilia) nonchè insediamenti Rutuli a Casalazzara.

Tuttavia la città di Longula è stata localizzata più recentemente in località Colle Rotondo, presso Lavinio, nel comune di Anzio. Qui è venuto alla luce un insediamento prolungato, dalla media età del Bronzo fino alla media età repubblicana, difeso con due aggeri. Nei pressi è venuta alla luce anche un'ampia necropoli, in località Cavallo Morto, risalente all'età del Bronzo recente (XIII-XII secolo a.c.), connessa con questo insediamento ed i cui reperti sono conservati oggi al Museo Pigorini di Roma. 



LA STORIA

Dopo essere stata occupata dai Volsci, fu riconquistata nuovamente dal console Postumio Cominio nell'anno 493 a.c. nel corso della campagna militare contro i Volsci di Anzio. Postumio Cominio infatti sbaragliò i Volsci, li inseguì fino a Longula, che conquistò, come pure conquistò Polusca, per giungere finalmente fino alle mura di Corioli che cinse d'assedio.

Nel 489 a.x. fu una delle città attaccate dai Volsci condotti da Gneo Marcio Coriolano che, posto l'assedio a Lavinium, congedati cinque ambasciatori (tra cui Postumio Cominio) inviati da Roma per farlo desistesse dai suoi vendicativi propositi, prese facilmente Longula, facendone schiavi gli abitanti. 

Dopo la guerra combattuta da Roma contro i Volsci, guidati da Coriolano, che viene datata al 488, non se ne ha più notizia. O venne abbandonata o venne distrutta. Plinio la dà come non più esistente al suo tempo, ammesso che sia giusta l'identificazione di Longani con Longalani. 

Nel 484 a.c. i Romani, in rotta dopo la sconfitta patita ad Anzio contro i Volsci, riuscirono a sconfiggere questi ultimi nella battaglia di Longula, sovvertendo così le sorti della guerra.



BATTAGLIA DI LONGULA

La battaglia di Longula venne combattuta nel 309 a.c., durante la dittatura di Lucio Papirio Cursore; diretto alla volta del Sannio, per prendere il comando dell'esercito romano, dalle mani del console dell'anno precedente Gaio Marcio Rutilo Censorino (console nel 310 a.c.), e si incontrò con quest'ultimo a Longula. Qui i Romani affrontarono i Sanniti che furono sbaragliati in uno scontro campale.

Se la località viene citata è segno che ancora esisteva. L’abbandono del colle è infatti documentato a partire dal III secolo a.c., come conseguenza della presa di Anzio e dell’esito della Guerra Latina (338 a.c.), a seguito della quale la cittadella di Longula perse la sua importanza strategica e militare, perdendo abitanti e case, diventando un piccolo villaggio fino a sparire.


BIBLIO

- Tito Livio - Ab Urbe condita libri -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane -
- Plutarco - Vita di Coriolano -
- Antonio Nibby - Analisi storico-topografica-antiquaria della Carta de' Dintorni di Roma - Roma - Tipografia delle Belle Arti - 1848 -
- Christian Mauri - Latium arcaico - Aracne editrice - 2022 -
- A. Guidi, A.M. Jaia, G. Cifani - Nuove ricerche nel territorio di Colle Rotondo ad Anzio (Roma) - in Lazio e Sabina 7 - Roma - 2010 -


THURII (Città scomparse)


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La città di Thurii, o Turi, chiamata Thurium da alcuni scrittori latini, e per un certo tempo anche Copia e Copiae (probabilmente in onore della Dea Copia) era una città della Magna Grecia, cioè del territorio formato dalle zone costiere dell'Italia meridionale nelle regioni di Calabria, Puglia, Basilicata e Campania, all'epoca ampiamente popolate da coloni greci.

Thurii era situata sul golfo di Taranto, a breve distanza dal sito di Sibari, un tempo importante città tra due fiumi, il Crathis o Crati o Cratere e il Sybaris oggi Coscile. Le rovine di Thurii si presuppongono siano nel parco archeologico di Sibari, non lontano dall'attuale Sibari in provincia di Cosenza, Calabria, Si presuppongono perchè non si è ancora scavato a sufficienza per stabilirne l'esatta locazione.

Thurii era un'antica colonia greca e fondata da coloni di Atene e Sibari nel 443 a.c. lo scrittore latino Giustino del II secolo narra che secondo la tradizione la città di Thurii fu costruita da Filottete, l'eroe greco, famoso arciere che partecipò alla guerra di Troia. Giustino narra che il monumento in suo onore stava lì anche ai suoi giorni, così come le frecce di Ercole che erano state deposte nel tempio di Apollo.

Il sito di quella città era rimasto desolato per ben 58 anni dopo la sua distruzione da parte dei Crotoniati. finchè, nel 452 a.c., alcuni sibariti esuli e dei loro discendenti tentarono di ristabilirsi sul posto, sotto la guida di alcuni condottieri di origine tessalica. La nuova colonia prosperò così rapidamente che i Crotoniati gelosi espulsero i nuovi coloni poco più di 5 anni dopo la costituzione della colonia.

I fuggiaschi Sibariti prima si appellarono a Sparta, ma senza successo, poi si rivolsero agli Ateniesi che invece ascoltò e decise di inviare una nuova colonia, inviata dal Pericle sotto il comando di Lampon e Xenocritus.

L'intento espresso di Pericle era che fosse una colonia panellenica, con un piccolo numero di ateniesi e con coloni di varie parti della Grecia. Tra loro c'erano due nomi celebri: lo storico Erodoto e l'oratore Lisia, entrambi della colonia originale.

Le leggi della nuova colonia furono stabilite dal sofista Protagora su richiesta di Pericle, adottando le leggi di Zaleuco di Locri. I nuovi coloni si stabilirono nel luogo della deserta Sibari, ma si trasferirono. si dice a causa di un oracolo in un luogo poco distante, dove c'era una fontana chiamata "Thuria", da cui il nuova città prese il nome di Thurii, probabilmente una ricca sorgente.

LA VICINA SYBARI

LA FONDAZIONE

Diodoro assegna la fondazione di Thurii all'anno 446 a.c.; ma altri, più veritieri, lo collocano nel 443 ac,. Gli ateniesi protessero la colonia dai Crotoniati, ma i dissensi vennero tra i discendenti degli originari coloni sibariti e i nuovi coloni, dove i primi rivendicavano onori e cariche politiche. Alla fine i Sibariti vennero espulsi dalla città. 

I Thuriani intanto conclusero un trattato di pace con Crotona, e giunsero nuovi coloni specialmente dal Peloponneso. I cittadini erano divisi in dieci tribù: l'Arcadica (da Arcadia), Achea (da Acaia), Eleana (da Elea), Beota (da Beozia), Anfizionica (da Anfizionide), Dorica (da Doris), Ionia (da Ionia), Ateniese (da Atene), Eubea (da Eubea), e Nesiotico (dalle isole).

Thurii aveva un governo democratico sul modello ateniese con un buon sistema di leggi, anche queste più o meno prese da Atene. La città era divisa da quattro larghe strade o platee, ciascuna delle quali era attraversata in modo simile da altre tre in un ordinato sistema ortogonale.

LA VICINA SYBARI

LA GUERRA CON TARANTO

Poco dopo la sua fondazione, Thurii fu coinvolta in una guerra con Taranto per il possesso del fertile distretto dei Siriti, a circa 50 km a nord di Thurii, sul quale gli Ateniesi avevano un diritto di lunga data, che fu ripreso dai loro coloni.

Il generale spartano Cleandridas, era stato condannato a morte in sua assenza per aver accettato una tangente dal capo ateniese Pericle onde annullare il loro attacco pianificato alla regione ateniese dell'Attica. (Plutarco, Vita di Pericle XXII) Pertanto Cleandridas si stabilì a Thurii, divenendo il generale dei Thurian; tuttavia la guerra venne conclusa da un compromesso, entrambe le parti acconsentendo alla fondazione della nuova colonia di Eraclea nel territorio conteso. 

Eraclea fu la nuova colonia, sorta anch'essa sul Golfo di Taranto tra i fiumi Aciris (moderno Agri) e Siris (moderno Sinni). Le rovine della città si trovano nel moderno comune di Policoro, provincia di Matera, in Basilicata.

ATENA CON SCILLA SULL'ELMO E TORO INCORONATO DA NIKE


LE CONTROVERSIE

Le controversie tra i cittadini ateniesi e gli altri coloni furono infine risolte dall'oracolo di Delfi, secondo cui l'unico vero fondatore delle città Apollo. Ma fu oggetto di contrasti anche la grande spedizione ateniese in Sicilia, quando la città fu divisa in due parti, l'una desiderosa di favorire e sostenere gli Ateniesi, l'altra contraria.

Nel 413 a.c. la parte ateniese riprese il potere; e quando Demostene ed Eurimedonte toccarono Thurii, i cittadini diedero loro ogni aiuto, persino fornendogli 700 opliti e 300 dardi. Nel 390 a.c. fu oggetto delle incursioni dei Lucani, contro cui tutte le città della Magna Grecia avevano stretto una lega difensiva. Ma i Thurian senza attendere gli alleati, respinsero gli attacchi dei Lucani; però avendoli seguiti nel loro territorio, vennero sconfitti e trucidati.

L'ascesa del popolo Bruzio intorno al 356 a.c. fece decadere Thurii. Attaccata dai lucani chiese aiuto a Roma che inviò in soccorso Gaio Fabricius Luscinus con un esercito che sbaragliò i Lucani, che assediavano la città. Ma poco dopo furono attaccati dai Tarantini che la saccheggiato per cui Roma dichiarò guerra a Taranto nel 282 a.c.

LA VICINA SYBARI

DOMINIO DI ROMA

Ora Thurii era un'alleata dipendente di Roma, protetta da una guarnigione romana e si ribellò ai Cartaginesi dopo la battaglia di Canne. Nel 210 ac. Annibale, incapace di proteggere i suoi alleati in Campania, rimosse gli abitanti sopravvissuti di Atella mandandoli a Thurii; ma infine dovette abbandonare anche questa città.

Quando Annibale nel 204 a.c. ritirò le sue forze dal Bruzio, trasportò a Crotona 3500 dei principali cittadini di Thurii, mentre cedeva la città al saccheggio delle sue truppe. Però Thurii aveva un territorio molto fertile per cui nel 194 a.c. Roma vi istituì una colonia di diritto latino.

Strabone ci dice che diedero alla nuova colonia il nome di Copiae, come testimonia anche il grammatico e geografo Stefano di Bisanzio, anche se sulle monete è scritto "COPIA", cioè al singolare. Venne ancora citata come municipio verso la fine della Repubblica Romana. Nel 72 a.c. Thurii subì da Spartaco l'obbligo di pesanti contribuzioni ma non di peggio come fecero in altre zone.

LA VICINA SYBARI

Secondo Svetonio, la famiglia Ottaviano vi aveva in questa contrada una certa fama e Gaio Ottavio (padre di Augusto) sconfisse un esercito spartachista in zona. Di conseguenza, al futuro imperatore fu concesso il cognome Thurinus poco dopo la nascita.

Allo scoppio delle guerre civili, Giulio Cesare le pose a guardia una guarnigione di cavalli gallici e spagnoli, e lì Marco Celio Rufo, oratore e politico nella tarda Repubblica romana e noto per il suo processo per violenza pubblica nel 56 a.c., quando Cicerone lo difese nell'orazione Pro Caelio, fu messo a morte per aver tentato un'insurrezione.

La zecca di Thurii produsse monete di grande bellezza. Nel 40 a.c. la città venne attaccata da Sesto Pompeo, che però non riuscì a forzarne le mura. Thurii è menzionata come città ancora esistente da Plinio e Tolomeo, oltre che da Strabone, e viene citata da Procopio come ancora esistente nel VI secolo.

LAMINETTA ORFICA DI THURII

IL DECLINO

Per l' accrescimento dei sedimenti del fiume Crati il suo delta fluviale si spostò verso il mare ad un un metro all'anno per cui i siti di Sybaris, Thurii e Copia furono chiusi al mare e persero d' importanza per il commercio. Sembra che Thurii sia stata abbandonata nel Medioevo quando gli abitanti si rifugiarono a Terranova (Terranova da Sibari), a circa 15 km nell'entroterra, su un colle sulla sponda sinistra del Crati.

L'UBICAZIONE


L'UBICAZIONE

L'esatta ubicazione della greca Thurii non è nota, ma quella della città romana, che probabilmente occupava lo stesso sito, è fissata da alcuni ruderi a 6 km a est di Terranova da Sibari. Sia di Diodoro che Strabone affermano che Thurii occupava un sito vicino, ma distinto da Sibari. Forse il vero sito è da ricercare a nord del Coscile (l'antica Sybaris), a pochi km dal mare, dove esistono ancora ruderi, attribuiti a Sybaris, ma che probabilmente sono in realtà quelli di Thurii.


BIBLIO

- Diodoro Siculo - Bibliotheca historica -
- John Murray, Ashby, Thomas - Turi - In Chisholm, Hugh ed. - Enc. Britannica - Cambridge University Press - 1919 -
- Jean-Daniel Stanley, Maria Pia Bernasconi - Trilogia Sybaris-Thuri-Copia: tre siti costieri del delta diventano senza sbocco sul mare - Mediterraneo - 2009 -
- M. Giuniano Giustino - Epitome delle Storie Filippiche di P. Trogo - R. Pappritz, Thurii - Berlino - 1891 -
- E. Ciaceri - Storia della Magna Grecia - Milano - 1927 -
- Studi topografici sull'antica Sibari - Memorie R. Accad. Archeol., lettere e belle arti di Napoli - Arch. storico per Calabria e Lucania - 1932 -


CRUSTUMERIUM - CRUSTUMERIA (Città scomparse)


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Roma decise di ricondurre a più miti consigli tutte le città vicine che avevano osato attaccare il territorio romano, così dopo la vittoria sui Ceninensi fu la volta degli Antemnati. La loro città fu presa d'assalto ed occupata, portando Romolo a celebrare una seconda ovatio. Ancora i Fasti trionfali ricordano sempre per l'anno 752/751 a.c.:

« Romolo, figlio di Marte, re, trionfò per la seconda volta sugli abitanti di Antemnae (Antemnates)
(Fasti Triumphales, 2 anni dalla fondazione di Roma )

Rimaneva solo la città dei Crustumini, la cui resistenza durò ancora meno dei loro alleati. I Crustumini (per contrazione di Crustumerini), erano un popolo dell'Italia preromana che occupavano un territorio del Latium Vetus delimitato ad ovest dal fiume Tevere, al di là del quale si trovavano i Veienti. 



IL NOME

Nelle citazioni delle fonti antiche il nome presenta diverse varianti: Tito Livio la nomina sia come Crustumeria, sia come Crustumerium, mentre sono forme poetiche dovute a ragioni metriche le varianti citate da Virgilio (Crustumeri) e da Silio Italico (Crustumium). La città dette inoltre il nome alla fertile campagna circostante, detta "ager Crustuminus" anche dopo la sua scomparsa.



LE ORIGINI

- Plutarco ritiene i Crustumini di origine sabina. 
- Secondo Diodoro Siculo fu tra le città fondate da Silvio, figlio postumo di Enea e di Lavinia, e quindi di origine latina.
- Per Dionigi di Alicarnasso Crustumerium fu fondata prima di Roma, dalla popolazione latina di Alba Longa. 
- Virgilio la nomina nell'Eneide tra le cinque città impegnate nella fabbricazione delle armi che le popolazioni dell'Italia centrale dovevano usare per combattere Enea.
- Comunque i Crustumini erano in genere considerati di stirpe latina. 

La loro capitale era Crustumerium (o Crustumeria), una città affacciata sul Tevere tra Eretum e Fidenae, esattamente a nord di Fidenae e ad ovest della città sabina Corniculum, presso le sorgenti del fiume Allia, sulla collina della Marcigliana Vecchia, che domina la via Salaria presso Settebagni.
 

LA CONQUISTA

Sia Tito Livio sia Dionigi di Alicarnasso ne riportano la conquista a Romolo, in seguito alla loro ribellione conseguente al tradimento romano perpetrato con il ratto delle Sabine, e il successivo arrivo di coloni romani, in misura maggiore alle altre due città appena sconfitte (Antemnae e Caenina), per la maggiore fertilità dei campi.

Una volta terminate le conquiste dovute, il nuovo re di Roma dispose che venissero inviati nei nuovi territori ottenuti dei coloni romani, i quali andarono a popolare soprattutto la città di Crustumerium (o Crustumeria), che, rispetto alle altre, possedeva terreni più fertili. Contemporaneamente molte persone dei popoli sottomessi, in particolar modo i genitori ed i parenti delle donne rapite, vennero a stabilirsi a Roma.

Cinque grandi città, mano alle incudini, fan nuove armi: la potente Atina, Tivoli stupenda, Crustumerio ed Ardea e la turrita Antenne”.
(Virgilio - Eneide, VII, 629-631)
  
Tutte le città che avevano subito l'aggressione di Roma mossero battaglia, ma abituate ai piccoli dissidi tra di loro per i vari sconfinamenti di terreni non pensarono a far fronte comune contro i Romani, che avrebbero in caso distrutto sicuramente ma, essendo ogni città orgogliosa dei propri guerrieri, attaccarono ciascun centro abitato per suo conto.

Intanto che i Romani intendeano a questo affare quelli d'Antenna colto il bello che non v'avea difensori corsono sopra la terra di Roma. Ma Romolo subitamente venne loro incontro con la romana legione e sconfissegli e sbarattatili al primo assembro e romore prese la loro città per forza. "
(Tito Livio - Ab Urbe Condita XI)

Per Roma fu una fortuna; essendo abituati al saccheggio, alla rapina e al combattimento più di ogni altro popolo in quanto essendo quasi solo uomini e spesso con reati alle spalle, non temevano il confronto con una singola città, essendo tutti abituati a combattere per sopravvivere.

" Ed al tornare ch'egli faceva lieto di doppia vittoria, Ersilia sua moglie per preghi delle rapite il pregò eh'egli perdonasse ai loro padri e ch'ei gli ricevesse dentro la cittade imperò che cosi vi potrebbe crescere la cittade per accordo e per pace Romolo il concedette assai leggermentePoi andò incontro ai Crustumini i quali gli moveano guerra. 
Ma egli furo sì paurosi e spaventati della sconfitta degli altri che assai più leggermente venne a capo Romolo della guerra che non avea fatto delle altre. E mandò gente ad abitare all'una città e all'altra. E assai trovò di quelli che volentieri andarono ad abitare a Crustumeria per la terra che era buona e diviziosa e molti de Crustumini principalmente i parenti e li padri delle rapite se n'andaro ad abitare a Roma. "
(Tito Livio - Ad Urbe Condita Libri)

Dunque la vittoria fu agevole per i Romani e venne seguita da una rapida fusione tra i due popoli, fusione ottenuta con sistema più semplice e più rapido: molti Romani andarono ad abitare nella città di Crustumeria e nelle loro campagne, mentre molti Crostumini vennero ad abitare a Roma e nelle sue campagne. I figli che nacquero sancirono oltre che la pace il buon accordo tra i due popoli.

LA COLLANA DI BRONZO

LA RIVOLTA

Successivamente la città che si era rivoltata a Roma, e perciò prese parte della Lega Latina, nelle scontro con Roma, durante il regno di Tarquinio Prisco. Crustumerium fu una delle molte città conquistate dal re, ma non si comportò come Apiolae, rasa al suolo con i suoi sopravvissuti tratti schiavi a Roma, la città fu risparmiata, perché alla vista dell'esercito romano, aprì le porte senza combattere poichè aveva compreso la lezione.

La distruzione della città, come narra Tito Livio avvenne verso la metà del V sec. a.c., (secondo altre fonti nel 499 a.c.) con il trasferimento della popolazione a Roma e la creazione della nuova tribù Crustumina.

Sappiamo infatti che nel 499 a.c., i consoli Gaio Veturio Gemino Cicurino e Tito Ebuzio Helva, condussero l'assedio di Fidenae e la presa di Crustumerium; ma già nel 494 a.c. la guarnigione romana di stanza in città, segnalò al Senato movimenti di Sabini, che si stavano organizzando per portare un attacco a Roma.

Nel 468 a.c. le campagne intorno a Crustumerium furono gravemente saccheggiate dai Sabini che, con le loro razzie, arrivarono fin sotto Porta Collina, prima di essere respinti dai romani, guidati da Quinto Servilio Prisco.

Il centro decadde gradualmente e probabilmente non esisteva più già poco dopo la conquista romana di Veio, risalente ai primi anni del IV secolo a.c.; lo attesta il fatto che non è neppure nominata nelle cronache della battaglia dell'Allia (390 o 388 a.c.), combattuta proprio nell'area in cui era sorta la città.


IL SITO ARCHEOLOGICO

L'antico abitato antico, che occupa un'area di circa 60 ettari, è stato individuato dagli archeologi nel 1970 ma ci vollero ben 12 anni perchè venissero effettuati i primi saggi sul suolo da parte della Soprintendenza di Roma, mentre la necropoli della cittadina venne esplorata a partire dal 1987, cioè 17 anni dopo le ricognizioni.

Crustumerium è posta in località Marcigliana, a nord di Roma, dopo il casello dell'autostrada Firenze-Roma, al termine del lungo rettilineo finale, nelle località Monte Del Bufalo, Sasso Bianco, Cisterna Grande (oggi nella Riserva Naturale Marcigliana) a nord di Roma, nei pressi di Settebagni.

Pur essendo nata come zona agricola è stata fino ad oggi fortemente urbanizzata, occupando quella stessa collina dove finalmente, nel 2002, e cioè dopo 32 anni dai primi rilievi, sono stati effettuati rilevanti ritrovamenti archeologici (tombe ed altro) tuttora in corso di osservazione e studi.  


BIBLIO

- Tito Livio - Ab Urbe Condita libri - I II -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - VI -
- Diodoro Siculo - Bibliotheca historica -
- Angelo Amoroso - Nuovi dati per la conoscenza dell'antico centro di Crustumerium - Archeologia Classica - 2002 -
- Francesco di Gennaro - Crustumerium - Ricerche del 1982 - Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma - XCII - 1987-1988 -
- Lorenzo Quilici e Stefania Gigli Quilici - Crustumerium - Roma - ISCIMA - 1980 -
- Paolo Togninelli (a cura di) - Tra Eretum, Nomentum e Crustumerium: Antiche modalità insediative nel territorio di Monterotondo - Roma - L'Erma di Bretschneider - 2013 -
- Ultime scoperte a Crustumerium - Francesco Ceci - Archeo - Agosto 1997 -
- P.A.J. Attema, F. di Gennaro, E. Jarva - Crustumerium - Ricerche Internazionali In un Centro Latino - Archaeology and Identity Of a Latin Settlement Near Rome - Corollaria Crustumina - Barkhuis - 2013 -


ANTEMNAE - ANTENNE (Città scomparse)


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MONTE ANTEMNAE

Gli Antemnati erano un popolo preromano stanziato nei pressi di Roma, secondo alcuni di origine sabina. Dionigi di Alicarnasso racconta invece che fu fondata dagli Aborigeni in conseguenza del rito della primavera sacra. Per Silio Italico, la città fu ancora più antica di quella dei Crustumini. Virgilio informa che Antemnae fu una delle cinque città che prese le armi contro i troiani.

Sembra che Antemnae sia stata fondata dai Siculi ma successivamente venne occupata dagli Aborigeni, ossia dagli Enotro-Pelasgi all'incirca nel 1360 a.c.. Nel 1280 prese poi le armi e fece parte della lega contro Enea secondo la testimonianza che Vir­gilio trasse dagli antichi testi. Da allora non si sa più nulla di Antemne per quasi 5 secoli fino al famoso ratto delle Sabine.

A Roma c'erano tanti buoni combattenti, ma scarseggiavano le donne, allora:
«...Romolo su consiglio dei Senatori, inviò ambasciatori alle genti vicine per stipulare trattati di alleanza con questi popoli e favorire l'unione di nuovi matrimoni.... All'ambasceria non fu dato ascolto da parte di nessun popolo: da una parte provavano disprezzo, dall'altra temevano per loro stessi e per i loro successori, ché in mezzo a loro potesse crescere un simile potere
(Livio, Ab Urbe condita libri, I, 9.)

«Allora Romolo indisse la festa dei Consualia, e sembra che gli Antemnati, proprio perchè così vicini a Roma, accorsero in gran numero «ed ebbero insieme cogli altri a soffrir quella ingiuria. Per vendicarla presero le armi contro i Romani, ma Romu­lo li sconfisse, s’impadronì della città, vi mandò co­loni romani, e dall’altro canto per la mediazione di Ersilia sua moglie, accordò ai vinti la cittadinanza ro­mana
(Livio, Ab Urbe condita libri, I, 11.)


Gli Antemnati superstiti che ancora abitavano la città residua se l'erano però legata al dito, tanto che aderirono al­la lega latina stretta contro i Romani per ri­porre i Tarquini sul trono, come narra Dionisio lib. V e XXI, insieme ai Tuscula­ni e ai Camerini. Sconfitti al lago Regillo scomparirono dalla storia come popolo. Si pensa però che venissero anch'essi trasferiti a Roma, infatti Strabone la pone nella categoria delle cit­tà scomparse.

Secondo Plinio il Vecchio invece la città di Antemnae fu sottomessa da Romolo dopo la sconfitta del suo re Tito Tazio, per cui venne così associata al regno romano. In effetti i Romani, guidati da Romolo assaltarono ed occuparono la città, dopo che gli Antemnati, a seguito dell'episodio del ratto delle Sabine, stavano razziando il territorio di Roma, approfittando dell'assenza dei romani, impegnati nello scontro contro i Ceninensi.

Dopo la vittoria che Romolo, il primo re di Roma, ottenne nel 752-751 a.c. ritenne bene di celebrare una seconda ovatio. Ancora i Fasti trionfali ricordano l'anno 752/751 a.c.:
« Romolo, figlio di Marte, re, trionfò per la seconda volta sugli abitanti di Antemnae  "(Antemnates).

Dopo il vittorioso scontro Romolo vi inviò dei coloni romani. Ovviamente dette ai romani alcuni territori degli Antemnati, forse centuriò una zona, oppure la tolse ai capi dell'armata, non sappiamo quale fu il criterio.

TESTA DI DIVINITA' IN TERRACOTTA

Naturalmente l'acquisizione romana la fece prosperare da allora in poi,  fino alla fine del IV sec. a.c...
Il sito della città è stato identificato nell'Ottocento con l'altura situata in corrispondenza della confluenza del fiume Aniene nel Tevere, oggi all'interno della città di Roma.

La città divenuta avamposto romano fu fortificata con le mura. In età tardo-arcaica e repubblicana vi fu eretto un tempio dedicato a Giunone famoso per le grazie che accordava e per i miracoli. Tuttavia a partire dal III sec. a.c. la città iniziò a decadere, finchè, verso il I secolo a.c., la città venne sostituita da una ricca ed estesa villa romana.

LA DEA MUCCA GIUNONE

IL SITO

Il sito archeologico, che si trova oggi all'interno di Villa Ada, nel punto in cui l'Aniene confluisce nel Tevere, è stato in gran parte distrutto a seguito della costruzione del forte Antenne, e la sua prima identificazione si deve ad Antonio Nibby.

L'edificazione del forte venne fatta eseguire dopo la presa di Porta Pia, dal 1882 al 1891, su una superficie di 2,5 ha, sul Monte Antenne, distruggendo totalmente tutti i resti romani della città di Antemnae.

Fino agli anni '40 fu utilizzato come deposito del Reggimento Radiotelegrafisti, quindi venne dismesso. Una parte del forte è stata presa in consegna dal Comune di Roma il quale l'ha solo parzialmente utilizzata. La parte restante è occupata da unità militari.

Le mura della città, realizzate in cappellaccio a mezzo di opus quadratum, sono state datate fra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.c.. Dell'abitato si conoscono diverse fondazioni in tufo e delle coperture in tegola. Sarebbero noti anche degli impianti idraulici, anche se le cisterne sono state distrutte durante i lavori ottocenteschi.

Vi permangono i resti di un tempio del VII sec. a.c. con molti reperti votivi, che indicano fosse dedicato a  Giunone Sospita. Tra l'altro vi è stata rinvenuta un'antefissa con la bellissima riproduzione di Giunone con un elmo realizzato con elementi bovini, ed oggi esposto al Museo nazionale romano, datata all'inizio del V sec. a.c..



TITO LIVIO (Ab Urbe Condita)

Mentre i Romani si stavano occupando di queste cose (battaglia contro i Cerninensi), gli Antemnati, cogliendo al volo l'occasione offerta dalla loro assenza, compiono un'incursione armata nel nostro territorio. Ma le truppe romane, spinte a marce forzate anche in quella direzione, piombano loro addosso trovandoli sparpagliati nei campi. 

Fu così che bastò il primo urto accompagnato dall'urlo di guerra per sbaragliarli e conquistarne la città; mentre Romolo era nel pieno dell'ovazione per il doppio trionfo, la moglie Ersilia, cedendo alle preghiere incessanti delle donne rapite, lo prega di perdonarne i genitori e di ammetterli all'interno della città (la cui potenza sarebbe così aumentata proprio grazie alla concordia interna). "

TEMPIO DI FLORA - VILLA ADA


VILLA ADA

In questo paeco romano vi sono numerosi  resti di un insediamento urbano databile all'VIII secolo a.c., conosciuto con il nome di Antemnae, da ante amnes, ossia "davanti ai fiumi" (in lingua latina), per indicare il punto in cui l'Aniene si unisce al Tevere.

Dionisio, Livio e Plutarco la ricordano in lotta contro Roma per vendicare il ratto delle Sabine. Tra le donne rapite, infatti, sarebbero state numerose quelle provenienti da questo centro. Si pensa inoltre che gli antemnati fossero di origine sabina, perciò doppiamente coinvolti.

Antemnae era molto prossima all'antica via Salaria, la più antica via consolare, fondamentale tra l'altro per il commercio del sale, prosperò proprio per questo commercio che i primi Romani dovevano importare dal mare Adriatico. Lungo questa strada vi sono molti resti di sepolture e di necropoli, come le splendide e antichissime catacombe di Priscilla, il cui tracciato si estende per la maggior parte sotto il territorio della villa Ada.

Il luogo apparteneva infatti alla famiglia degli Acilii (se ne conserva ancora il toponimo di piazza Acilia nella villa), che aveva qui un ipogeo gentilizio; e tra i quali fu famoso il console Acilio Glabrione – sospettato dall'imperatore Domiziano e obbligato a combattere con le fiere nel circo, poi esiliato e messo a morte nel 95, o perché accusato di complotto contro l'imperatore (secondo Giovenale e Svetonio) o perché, secondo Cassio Dione, cristiano.



GLI SCAVI

I nuovi scavi hanno evidenziato vari addossamenti: prima costituite da due muri paralleli, con un riempimento databile al VI sec. a.c..

L'abitato occupa un'area di circa 13 ha; e le più antiche attestazioni risalgono alla metà dell'VIII sec. a.c.,  per accrescersi dal VII. Delle prime fasi di vita sono stati scoperti fondi di capanne e, del periodo tardo-orientalizzante, una tomba infantile.

In piena età arcaica e di epoca alto-medio repubblicana sono i resti di abitazioni in muratura, con cisterne, pozzi, vasche per attività produttive, e fogne, che denotano l'alto grado di civiltà del centro.

IUNO DEA MUCCA
Comunque fin dall'età «romulea», il centro funzionò da forte e da vedetta sul confine territoriale stabilito dall'Amene, e pure importante era il tempio di Giunone Sospita eretto nel punto più alto dell'abitato.

Vi è emerso infatti materiale votivo almeno dalla metà del VII sec. a.c., con una bellissima antefissa con testa di Iuno Lanuvina (Museo Nazionale Romano, inv. 4461).

Una fase di epoca medio-repubblicana è comunque evidenziata da una testa giovanile in terracotta e da un frammento di Minerva seduta (Museo Villa Giulia, inv. 9681, 26716) che potrebbero fare parte di un frontone; due antefisse a testa di Menade (Museo Nazionale Romano, inv, 4457; la seconda nota da un disegno) potrebbero far scendere alla seconda metà del III se non alla prima metà del II sec. a.c..

Posteriormente al III sec. a.c. la documentazione archeologica è scarsa, per riprendere dopo la metà del I sec. a.c., con l'impianto di una vasta villa, costituita da una parte residenziale con camere, corridoi,  criptoportico, terrazzamenti, gruppi edilizi distaccati r vaste cisterne. Eì pertinente alla villa un nucleo di lastre in terracotta della II metà del I sec. a.c. (Museo Nazionale Romano, inv. 4449, 4460).

Non ancora scavata è la necropoli arcaica di Αntenne, localizzabile nel parco di Villa Ada a Roma a sud dell'abitato. Tracce di una strada con poderose sostruzioni in opera quadrata di cappellaccio sono state riconosciute attraverso Villa Ada, a sud ovest di Αntenne: la via può essere identificata con la Salaria vetus, della quale era già noto il primo tratto, fuori Porta Pinciana, presso Villa Borghese a Roma.


OGGI

La tutela e la responsabilità di tutta l’area della Villa sono attualmente in concessione al Comune di Roma, che ha destinato solamente una piccola parte alla dignità di Parco. In virtù della sua collocazione urbanistica, il Parco ha un’importanza paragonabile a quella di Villa Ada ed è parte di un progetto congiunto tra Comune e Soprintendenza ai Beni culturali volto alla sua rivalutazione, con il fine di renderlo pubblicamente e facilmente accessibile.

La collina mostra ripide scarpate naturali tutt'intorno, alte sui 40 m, legata all'entroterra solo attraverso un istmo che, per difesa, fu tagliato e fortificato. Le prime scarpate sono circondate da poderose mura in blocchi d'opera quadrata di cappellaccio, alzate in struttura pseudoisodoma, che all'epoca della costruzione del forte furono trovate conservate fino a 7 m di altezza.

I nuovi scavi hanno evidenziato vari addossamenti: prima costituite da due muri paralleli, con un riempimento databile al VI sec. a.c.. L'abitato occupa un'area di circa 13 ha; e le più antiche attestazioni risalgono alla metà dell'VIII sec. a.c.,  per accrescersi dal VII. Delle prime fasi di vita sono stati scoperti fondi di capanne e, del periodo tardo-orientalizzante, una tomba infantile.

ANTEFISSE DEL TEMPIO
In piena età arcaica e di epoca alto-medio repubblicana sono i resti di abitazioni in muratura, con cisterne, pozzi, vasche per attività produttive, e fogne, che denotano l'alto grado di civiltà del centro.
Comunque fin dall'età «romulea», il centro funzionò da forte e da vedetta sul confine territoriale stabilito dall'Amene, e pure importante era il tempio di Giunone Sospita eretto nel punto più alto dell'abitato. Vi è emerso infatti materiale votivo almeno dalla metà del VII sec. a.c., con una bellissima antefissa con testa di Iuno Lanuvina (Museo Nazionale Romano, inv. 4461).

Una fase di epoca medio-repubblicana è comunque evidenziata da una testa giovanile in terracotta e da un frammento di Minerva seduta (Museo Villa Giulia, inv. 9681, 26716) che potrebbero fare parte di un frontone; due antefisse a testa di Menade (Museo Nazionale Romano, inv, 4457; la seconda nota da un disegno) potrebbero far risalire la datazione alla seconda metà del III se non alla prima metà del II sec. a.c..

Posteriormente al III sec. a.c. la documentazione archeologica è scarsa, per riprendere dopo la metà del I sec. a.c., con l'impianto di una vasta villa, costituita da una parte residenziale con camere, corridoi,  criptoportico, terrazzamenti, gruppi edilizi distaccati r vaste cisterne. E' pertinente alla villa un nucleo di lastre in terracotta della II metà del I sec. a.c. (Museo Nazionale Romano, inv. 4449, 4460).

Non ancora scavata è la necropoli arcaica di Αntenne, localizzabile nel parco di Villa Ada a Roma a sud dell'abitato. Tracce di una strada con poderose sostruzioni in opera quadrata di cappellaccio sono state riconosciute attraverso Villa Ada, a sud ovest di Αntenne: la via può essere identificata con la Salaria vetus, della quale era già noto il primo tratto, fuori Porta Pinciana, presso Villa Borghese a Roma.


BIBLIO

- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - II -
- Eutropio - Breviarium ab Urbe condita - I -
- Livio - Ab Urbe condita libri - I -
- Plinio il Vecchio - Naturalis historia - III -
- Plutarco - Vita di Romolo -
- Stefania Quilici Gigli - A proposito dei vecchi scavi ad Antemnae - Comunale di Roma
Vol. 90, No. 1 - Published by: L’Erma di Bretschneider - 1985 -
- L. Quilici, S. Quilici Gigli - Antemnae - Roma - 1978 -
- A. Nibby - Viaggio antiquario ne' contorni di Roma - I - Roma - 1819 -
- E. Mangani - Recenti indagini ad Antemnae - Archeologia Laziale IX - Roma - 1988 -


 

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