MARIO SERVIO ONORATO - MARIUS SERVIUS HONORATUS


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SERVIO SOLLEVA UNA TENDA ED INDICA VIRGILIO AD ENEA

Nome: Marius Servius Honoratus, detto pure Deuteroservio o Servio Danielino
Nascita: fine IV secolo
Morte: V secolo
Professione: grammatico e filologo latino


Commento all'Eneide di Virgilio:
"Pirro, irripetibile stratega, fu più bravo a vincere una battaglia che la guerra".
"Pyrrhus unicus pugnandi artifex magisque in proelio quam bello bonus." (I, 456)

Servio Mario Onorato, è stato un grammatico e commentatore romano. il suo appellativo "Deuteroservio" o "Servio Danielino" riguarda la pubblicazione da parte di Pierre Daniel di un'edizione del Commentario di Servio all'Eneide, contenente alcune aggiunte rispetto all'originale serviano. Non vi è però assoluta certezza dell'autenticità del Servio Danielino, pubblicato nel 1600.

Egli stesso si è appellato Servius Honoratus, sempre che l'operetta De finalibus sia sua, ma i due nomi compaiono spesso associati nei manoscritti. In un codice del sec. VII-VIII si legge però Marius Servius, in seguito trasformato in Marius.

L'attività letteraria e didattica di Servius, derivanti dai codici, dagli scoliasti di Orazio e Giovenale, e dai grammatici, le intitolazioni di Servius magister o grammaticus, si esplicò a Roma, anche se ignoriamo da dove provenisse e dove fosse nato.

Fu un suo allievo, Niceo, che sotto la sua guida curò il testo di Giovenale: cosa molto importante, visto che Giovenale con Persio, Stazio e Lucano fu considerato tra i pochi "auctor idoneus", cioè degno di commenti.

Compare come uno degli interlocutori nell'opera Saturnalia di Macrobio. Alcune allusioni negli scritti e nella lettera di Quinto Aurelio Simmaco indirizzata a Servio fanno capire che, come Simmaco, anche lui era pagano.

Commento all'Eneide di Virgilio:
"Chiunque tu sia, sarai dei nostri".
"Quisquis es, noster eris". (II, 148) 

VIRGILIO

LE OPERE

tre furono le principali:
- Commentarii in Vergilii Bucolica,
- Commentarii in Vergilii Georgica.
- Commentarii in Vergilii Aeneidos libros


Commentarii in Vergilii Bucolica

L'esperienza della guerra, dell'ingiustizia dell'esproprio delle sue terre (Augusto espropria le terre dei possidenti, tra cui quelle di Virgilio, per darle ai veterani in congedo), delle brutali vicende politiche, dalle quali Virgilio fu coinvolto, proprio là dove aveva sperato di essere al riparo da ogni affanno, servì a formare nel poeta una concezione della vita come dominata dal dolore, dall'ingiustizia, che pervade le Bucoliche. Per Virgilio la poesia è un mezzo con il quale superare le passioni attraverso l'armonia, per creare una via di fuga dalla tragica realtà di guerra e di stragi attraverso la contemplazione della natura.


Commentarii in Vergilii Georgica

L'opera si divide in quattro libri dedicati rispettivamente al lavoro nei campi, all'arboricoltura, all'allevamento del bestiame e all'apicoltura. L'opera fu suggerita da Mecenate seguendo le ispirazioni ideologiche di Ottaviano, composta poco prima dell'affermazione di Ottaviano a Roma e negli stessi anni in cui Virgilio entra a far parte del circolo di Mecenate.


Commentarii in Vergilii Aeneidos libros

Del commento alle opere di Virgilio esistono due tradizioni manoscritte:
- un commento breve, attribuito a Servio Mario Onorato, che viene chiamato "Servius Minor", che è l'unica edizione completa esistente di un autore classico scritto prima del crollo dell'Impero in Occidente. 
È una vasta critica al testo virgiliano, con critiche anche ai commentatori prima di lui, non usa un linguaggio raffinato, ma è colorito e fantasioso quando si occupa di etimologie (derivazione dei vocaboli). Oltre all'aspetto grammaticale, i commentari di Servio contengono molto materiale storico, mitologico, religioso, filosofico, probabilmente derivato da scrittori anteriori, con cui la poesia di Virgilio viene interpretata con diversi approcci.

- A un'altra serie di manoscritti, del X e XI secolo, appartiene invece un commento molto più esteso, con molte aggiunte (inusuali in Servio) il cui autore è sicuramente cristiano e viene chiamato "Servio Auctus" o "Servius Danielinus" da Pierre Daniel, che lo pubblicò nel 1600.

- Un'altra serie di manoscritti, composti in Italia, derivano dai primi due, attingendovi indifferentemente.


- Commentarius in artem Donati -

Raccolta di note grammaticali di Elio Donato che fu il grammatico più influente della sua epoca (non per nulla chiamato clarissimus), ma della cui vita non si conosce molto. Probabilmente di origine africana, insegnò anche retorica ed ebbe tra i suoi allievi anche San Girolamo (biblista, traduttore, teologo e monaco cristiano romano) e Rufino (monaco, storico e teologo cristiano).


- De centum metris ad Albinum

Un trattato di diverse figure metriche, dedicato a Cecina Decio Albino che fu praefectus urbis Romae nel 402. 


- De finalibus ad Aquilinum
Un trattato di metrica sui finali: - de littera, de syllaba, de pedibus, de accentibus, de distinctione ecc.


- De metris Horatii ad Fortunatianum
Un trattato della metrica di Orazio, probabilmente dedicato ad Atilio Fortunaziano, le numerose coincidenze tra Fortunaziano e Servio nel "De centum metris", hanno fatto ritenere l’opuscolo di Attilio Fortunaziano una fonte di Servio che gli dedica lo scritto.
Il manuale di metrica è diviso in tre sezioni:
- una prima parte consiste in una veloce presentazione delle nozioni di prosodia, parte della linguistica che studia l'intonazione, il ritmo (isocronia), la durata (quantità) e l'accento del linguaggio parlato;
- nella seconda parte l'autore definisce e analizza i cosiddetti "metri prototipi", ossia i principali, che sono dattilo, anapesto, giambo, trocheo, coriambo, antispasto, ionico a maiore, ionico a minore, cui aggiunge il proceleusmatico e il peonio;
- nella terza elenca i metri formati a partire da quelli principali e fa una rassegna "de metris Horatii".


- Vita Vergilii -
Uno scritto condotto con metodo scolastico, con molte osservazioni grammaticali e retoriche e interessanti cronografie: dominante nel commento è la presentazione di Virgilio come il "savio" per eccellenza.


"[I Sarrasti] sono popoli della Campania così detti dal fiume Sarno. Conone, nel libro che scrisse sull'Italia, dice che alcuni Pelasgi ed altri usciti dal Peloponneso giunsero in quel luogo d'Italia, che non aveva alcun nome prima, e diedero il nome di Sarro al fiume presso il quale abitarono, dalla denominazione del fiume della loro patria, e chiamarono se stessi Sarrastri. Questi fondarono molte città tra cui Nuceria"
(Servio Mario Onorato)


BIBLIO

- A. Pellizzari - Servio. Storia, cultura e istituzioni nell'opera di un grammatico tardoantico - Firenze - Olschki Editore - 2003 -
- G. Ramires - Servio - Commento al libro IX dell'Eneide di Virgilio; con le aggiunte del cosiddetto Servio Danielino - Bologna - Patron Editore - 1996 -
- Gino Funaioli - Servio Mario Onorato - in Enciclopedia Italiana - Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1936 -
- G. Funaioli - Esegesi virgiliana antica - Milano - 1930 -
- A. M. Negri (ed.) - Elio Donato. Ars grammatica maior - Reggio Emilia - 1960 -
- W. J. Chase (ed.) - The Ars minor of Donatus - Madison - 1926 -


HORTI PALLANTIANI


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TEMPIO COSIDDETTA MINERVA MEDICA

Gli Horti Pallantiani erano antichi giardini situati a Roma sul colle Esquilino (Rione Esquilino), nella zona di Porta Maggiore. I giardini erano situati nella Regio V augustea (Esquiliae) e prendevano il nome da Pallante, potente liberto imperiale arricchitosi durante il regno di Claudio, che Nerone fece uccidere nel 62 d.c. per impossessarsi dei suoi beni. 

Ai margini di questi giardini era ubicata, secondo Plinio il Giovane, la tomba dello stesso Pallante. Il toponimo Horti Pallantiani si mantenne per tutto l'impero e forse il loro assetto rimase intatto fino al IV secolo, quando sono ricordati nei Cataloghi regionari all'interno della Regio V (Esquiliae). Forse si può riferire a questi giardini il frammento 57 (horti P[---]) della Forma Urbis Severiana.

Gli Horti Pallantiani vengono menzionati tre volte da Frontino, sono ancora esistenti nel IV secolo (Not. Reg. V; cfr. FUR 57), e secondo Frontino il punto in cui il rivus Herculaneus si diramava dall'Aqua Marcia, a circa 175 m a sud della porta Tiburtina, e l'estremità del Claudia e dell'Anio novus, a circa 250 m a nord della porta Praenestina, erano dietro questi giardini. 

Dovevano quindi occupare un sito molto vicino al centro del triangolo formato dalla via Tiburtina vetus, dalla via Praenestina-Labicana e dalla linea dell'aqua Marcia, cioè un po' a sud della piazza Vittorio Emanuele (cfr. BC 1874 , 53‑54; LA 248; HJ 358).

LA RICOSTRUZIONE

TEMPIO DI MINERVA MEDICA

Il tempio di Minerva Medica, così chiamato in epoca medievale, è un monumento di architettura stupenda, posto in uno scenario inadeguato tra i binari della ferrovia e una linea del tram in via Giolitti,  ma che originariamente faceva parte degli Horti Pallantiani, nel settore orientale dell'Esquilino. 

Il monumento risale ai primi decenni del IV secolo d.c., e doveva far parte di un più grande complesso architettonico di cui costituiva un padiglione di rappresentanza, sede di banchetti e ricevimenti, dotato di altissime pareti, con una enorme cupola di 25 m di diametro.

La pianta dell'edificio è molto rara, con forma decagonale dove si aprono nove nicchie semicircolari, rivestita completamente di marmi policromi intagliati nell'«opus sectile», e pure di mosaici, sul pavimento, lungo le pareti, nell’incavo delle nicchie e fino al tamburo della cupola.



L'ARCHITETTURA

IN ROSSO LA POSIZIONE DEGLI HORTI PALLANTIANI
(INGRANDIBILE)
La struttura della Minerva Medica, inconsueta per l'epoca, è invece caratteristica dell’epoca tardoantica, con un’amplissima cupola a vela fatta a spicchi ed è la terza a Roma in ordine di grandezza dopo il Pantheon e le Terme di Caracalla. 

I suoi grandi finestroni anzitutto la alleggeriscono nel peso e poi la illuminano in modo molto efficace, partendo da un assetto poligonale che diventa pian piano emisferico grazie alla finissima opera laterizia come solo i Romani sapevano fare.

Tutti i lati del decagono sono caratterizzati inoltre da nicchioni semicircolari in ogni i lato del decagono, ad eccezione dell’ingresso. La struttura è rafforzata da questi nicchioni che creano forze di appoggio diverse, in più tra ogni nicchione si erige un massiccio pilastro che fa da contrafforte.

Così tanto all'interno quanto all'esterno lo spazio appare dilatato dalle profonde nicchie presenti su nove lati, disposte con perfetta simmetria e sovrastate dai grandi finestroni ad arco; l’elemento architettonico tradizionale delle colonne compare invece nell’ingresso e nei quattro nicchioni disposti ai lati dell’edificio.



GLI SCAVI

MINERVA MEDICA
Negli scavi effettuati in varie epoche furono rinvenute diverse sculture tra cui, nel XVI secolo le statue di Asclepio, Igea e le figlie collegate con la scienza medica ed una statua di Minerva con il serpente (simbolo della medicina), da cui l'odierna denominazione ritenuta però oggi impropria.

Si dimentica però che Igea, o Igeia, era proprio uno degli aspetti di Minerva nella sua qualità di guaritrice, non ci si meravigli che le venisse associato anche Asclepio (corrispondente romano di Esculapio, Dio della medicina). Del resto sia Cicerone che altre fonti parlano del tempio di Minerva Medica, uno degli aspetti più antichi della Dea.

Non a caso ad Atene, come a Roma, la Dea era corredata di serpenti, simbolo della Dea Madre e della guarigione sia in generale che miracolosa, infatti di solito era associata alle acque e questo tempio sembra non fare eccezione.

Robert Graves nella "Dea Bianca" scrive che Asclepio era legato al corvo, poiché sua madre era Coronide (cornacchia), probabilmente epiteto di Atena a cui questo animale era sacro. Suo padre era Apollo, il cui animale sacro era sempre il corvo.

Per cui, secondo Grave, Asclepio era figlio di Atena per quella sua qualità di vergine che nell'intento antico definiva una Dea non sottoposta al maschio ma con la possibilità di fare figli. Tanto è vero che fu proprio lei a donare ad Asclepio il sangue della Gorgone per guarire, dimostrandosi ancora una volta guaritrice. Uno dei suoi epiteti era infatti Minerva Medica.



I RESTAURI

Diversi interventi di contenimento e consolidamento sul monumento si resero necessari già dal IV secolo d.c. per salvaguardare la stabilità del monumento: 
- furono chiusi gli intercolumni delle nicchie, 
- vennero posti massicci contrafforti addossati ai pilastri angolari.
- vennero costruite due grandi esedre ai lati del padiglione centrale con una struttura a tenaglia davanti all’ingresso,
- nel lato sud-est, venne realizzato un solo contrafforte di dimensioni più grandi rispetto a quelli addossati ai pilastri, proprio dove avvenne il primo dal crollo parziale del tamburo e di una porzione della volta. 

TEMPIO MINERVA MEDICA (BACCO)

Nel 1826 Valadier progettò un intervento di restauro, ma nonostante i ponteggi allestiti per la ricostruzione del pilastro crollato, la porzione di cupola a sud-est collassò nel 1928.

Nel 1846, con la ricostruzione del pilastro e delle due arcate adiacenti, si realizzò in parte il progetto del Valadier, ma le condizioni del monumento peggiorarono e solo intorno al 1940, per opera di Guido Caraffa, fu oggetto di un nuovo restauro. 

Tra il 2002 e il 2009 La Soprintendenza Speciale di Roma ha effettuato indagini conoscitive che hanno evidenziato un reale pericolo di crollo per la cupola e il tamburo.

Si scoprì che nelle fondazioni, non esisteva un cordulo continuo ma i singoli pilastri poggiavano su strutture preesistenti (muri di contenimento di horti) con differenti piani di posa e andamenti diversi. 

Ciò provocò continue lesioni sia nelle fondazioni che negli alzati per cui nel 2014 si procedette al consolidamento delle fondazioni di tutti i pilastri e la ricostruzione della porzione di tamburo crollata. 

La reintegrazione delle parti crollate ha riguardato tre dei dieci lati della fabbrica con la ricostruzione di tre arcate. 

La riconfigurazione delle murature del tamburo è stata fatta a sacco e in laterizio, e per rafforzare la sommità si è proceduto alla sua chiusura, realizzando un piccolo aggetto che funge da gocciolatoio, evitando il rovinio delle acque piovane.

La muratura a sacco era composta da due muri in laterizio con mattoni bipedali per gli archi dei finestroni e le murature del tamburo. 

I laterizi sono stati realizzati con tre gradazioni dominanti di colore giallo, arancio e rosso, simili a quelle originarie del monumento.

I crolli della struttura originaria hanno messo in luce la presenza di 10 nervature di sostegno che, dalla cupola si sviluppavano per tutta la calotta con funzione strutturale, in corrispondenza dei vertici del decagono, e da 20 nervature secondarie in corrispondenza dei lati del tamburo, senza l’utilizzo di cemento armato o acciaio. 


BIBLIO

- Tacito - Annales XIV -
- Samuel Ball Platner e Thomas Ashby - Horti Pallantiani - Topographical Dictionary of Ancient Rome - London - Oxford University Press - 1929 -
- Topographicum Urbis Romae III - Roma - Quasar - 1996 -
- Lawrence Richardson Jr. - Horti Pallantiani - A New Topographical Dictionary of Ancient Rome - Baltimore - JHU Press - 1992 -
- Rodolfo Lanciani - Delle scoperte principali avvenute nella prima zona del nuovo quartiere
esquilino - Bullettino della Commiss. archeol. comun. di Roma - 1874 -
- Danila Mancioli - Horti Pallantiani - in Eva Margareta Steinby - Lexicon -
- Plinio il Giovane - Epistulae - via Tiburtina, intra primum lapidem. dalla Porta Esquilina -
- Rodolfo Lanciani - Forma Urbis Romae - Milano - 1893-1901 -



ALESSIO IV ANGELO (1182 - 1204)


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ALESSIO IV


Nascita: 1182 Costantinopoli
Morte: 8 febbraio 1204
Regno: 1203 - 8 febbraio 1204
Padre: Isacco II Angelo
Madre: Irene


« Il Tempo, nel suo scorrere perpetuo e irresistibile, trascina via con sé tutte le cose create, e le sprofonda negli abissi dell'oscurità, siano esse azioni di nessun conto o, al contrario, azioni grandi e degne di essere celebrate, e pertanto, come dice il grande poeta tragico, "porta alla luce ciò che era nascosto e avvolge nell'oscurità ciò che è manifesto [Sofocle]". Ma il racconto dell'indagine storiografica è un valido argine contro il fluire del tempo, e in certo modo costituisce un ostacolo al suo flusso irresistibile, e afferrando con una salda presa quante più cose galleggiano sulla sua superficie, impedisce che scivolino via e si perdano nell'abisso dell'Oblio.»

(Anna Comnena, Proemio dell'Alessiade)

Alessio IV Angelo (in greco: Αλέξιος Δ' Άγγελος) è stato un imperatore bizantino che fu basileus dei romei dal 1203 fino alla sua morte. Era figlio dell'imperatore Isacco II Angelo e della sua prima consorte, Irene, una nipote di Manuele I Comneno.

Quando era ancora un ragazzo venne fidanzato dal padre ad una principessa russa di Kiev. Spodestato il padre nel 1195 dallo zio Alessio III, fu lasciato libero, per la sua giovane età, ma sorvegliato. Nel 1201 lo zio imperatore lo condusse con sé in Tracia.

Ma qui Alessio riuscì a fuggire su una nave pisana, che lo trasportò in Italia. Visitò Innocenzo III che lo appoggiò e lo inviò poi a Filippo di Svevia, imperatore eletto, suo cognato.



LA IV CROCIATA

Fu l'ultimo sovrano della dinastia degli Angelo e per conquistare il trono portò l'armata della Quarta Crociata alla conquista di Costantinopoli. La sua incapacità di mantenere le promesse fatte fu la causa infine del crollo dell'impero bizantino, dopo il sacco di Costantinopoli.

Alessio fu imprigionato dallo zio Alessio III; quando questi spodestò il fratello, Isacco II, anch'egli incarcerato, e accecato. Riuscì a fuggire e si rifugiò presso Filippo di Svevia. Nel 1202, dopo la presa di Zara da parte dell'armata crociata, prese contatto con Bonifacio I di Monferrato, capo della spedizione, ed Enrico Dandolo doge di Venezia, stipulando con i capi latini il Trattato di Zara.

Con questo patto Alessio, in cambio dell'aiuto fornito dai crociati per fargli conquistare il trono, si impegnava a fornire aiuti economici e militari alla loro impresa, e inoltre ad impegnarsi affinché il clero greco riconoscesse la superiorità del Papa, ricomponendo in questo modo lo scisma aperto nel 1054. I crociati, già diretti in Egitto, accettarono, sperando in questo modo di riuscire a saldare il debito contratto con la Repubblica di Venezia, la cui flotta trasportava la spedizione.

Il 24 giugno i crociati arrivarono in vista della capitale imperiale; due giorni dopo, Alessio cercò di farsi proclamare imperatore dalla popolazione, che invece lo respinse, considerandolo un traditore, soprattutto per il suo impegno a far accettare alla Chiesa orientale la supremazia di Roma.

L'assedio durò fino alla notte tra il 17 e il 18 luglio, quando i crociati, guidati dall'anziano doge Enrico Dandolo, scalarono le mura e tentarono di entrare in città. Costantinopoli vide i soldati crociati mettere in atto una terribile e poco cristiana carneficina: Alessio III prima si nascose nel palazzo, poi fuggì via nave.
 
INGRESSO DEI CROCIATI A COSTANTINOPOLI
 

INCORONAZIONE

La popolazione di Bisanzio trasse Isacco II fuori dalla prigione e questi, rivestito degli indumenti imperiali, ricevette il figlio. Solo ad agosto Alessio salì al trono come Alessio IV, ma fu costretto ad accettare Isacco come co-imperatore. Forse per rafforzare il suo potere, ottenne dai crociati che non ripartissero subito per l'Egitto, come altrimenti avrebbero fatto, ma si fermassero fino alla primavera successiva.

Ma già in autunno, dopo una sfortunata campagna congiunta in Tracia, i rapporti tra gli Imperatori ed i Latini si deteriorarono, e la situazione si aggravò a causa dell'ostilità dei greci ai crociati. Il 19 agosto i Latini furono banditi dalla città e in novembre i crociati lanciarono un ultimatum agli Imperatori, affinché rispettassero le promesse del Trattato di Zara.

Alessio e Isacco erano riusciti ad alienarsi oramai tutti gli alleati: il popolo ed il clero osteggiavano la loro politica religiosa, i Latini pretendevano il soddisfacimento delle promesse ed ora anche il palazzo si mosse contro di loro, a causa della loro azione di governo considerata troppo prona ai voleri dei soldati occidentali.

L'8 febbraio del 1204 una congiura portò al potere Alessio Ducas, un alto cortigiano di famiglia imparentata coi Comneni e gli Angeli, che divenne abilmente capo della fazione antilatina che odiava sia Isacco II che Alessio IV, che subito si sbarazzò dei suoi predecessori spodestati: Alessio fu fatto strangolare insieme al padre.
    

BIBLIO

- Georg Ostrogorsky - Storia dell'Impero bizantino - Milano, Einaudi, 1968 -
- Gerhard Herm - I bizantini - Milano - Garzanti - 1985 -
- Niceta Coniata - Grandezza e catastrofe di Bisanzio - Milano - Mondadori - 1994 -
- John Julius Norwich - Bisanzio - Milano - Mondadori - 2000 -
- Silvia Ronchey - Lo stato bizantino - Torino - Einaudi - 2002 -
- Giorgio Ravegnani - Imperatori di Bisanzio - Bologna - Il Mulino - 2008 -
- Goffredo de Villehardouin - La conquista di Costantinopoli - Milano - Testi e documenti - 2008 -


SIPONTUM - SIPONTO (Puglia)


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A circa 2 chilometri dal centro storico di Manfredonia si trovano gli scavi dell’antica Sipontum (Siponto), fiorente colonia romana e poi bizantina, oggi considerata alla stregua di un quartiere residenziale e meta balneare.
 
La riqualifica della zona è iniziata dagli anni ’30, con un’opera di bonifica delle paludi sipontine, dalle quali poi nacque il lido di Siponto. Il nome Siponto sembrerebbe derivare da Sepiunte, Σιπιούς, o Sepius per l'abbondanza di seppie pescate in passato in questa località. Siponto venne distrutta da un terremoto nell’alto medioevo e abbandonata per la costruzione di una nuova città in un’area vicina, l’attuale Manfredonia appunto.

Fondata nel II secolo a.c. la città ha conosciuto il suo massimo splendore durante il periodo romano, quando divenne il maggiore porto della Puglia settentrionale, ma prima dei romani qui vivevano i Dauni, un’antichissima civiltà insediata nel nord della Puglia.



DIOMEDE

Secondo la leggenda, infatti, Siponto fu fondata dall'eroe omerico Diomede che sposò la figlia del re Dauno Evippe. Egli è il mitico figlio di Tideo e di Deipile, nipote di Adrasto, re di Argo, che partecipò alla guerra degli epigoni dei Sette, e pure alla guerra troiana. Con il favore di Atena ferì Ares e Afrodite, con Odisseo rubò il Palladio. 

Dopo la caduta di Troia, tornò ad Argo, ma oggetto delle insidie di Egiale, la moglie infedele, fuggì verso l’Occidente e raggiunse l’Africa, la Spagna e l’Italia. Nella Daunia fondò varie città, tra le quali Arpi, Canosa, Brindisi e Siponto. Per il suo valore o per altri motivi divenne immortale. Il suo culto fu diffuso dai coloni in tutto il mondo ellenico e della Magna Grecia. 


AREA ARCHEOLOGICA DI SIPONTO 

Durante le Guerre puniche i Dauni e altri popoli italici si schierano con i Romani, ma passano (a esclusione di Lucera) dalla parte dei Cartaginesi dopo la sconfitta alla battaglia di Canne nel 216 a.c.

L’area archeologica si trova a circa 2 km dal centro di Manfredonia, in uno spazio in cui domina la cattedrale di Santa Maria di Siponto, splendido esempio di architettura romanica pugliese. Proprio alla destra della chiesa troviamo infatti i resti di una basilica paleocristiana, a tre navate con pavimento a mosaico. E’ possibile osservare ancora alcune colonne e capitelli e tracce della decorazione musiva.

Nel 194 a.c. Roma fece aspra vendetta sulle antiche città che le furono infedeli. Tra queste, vi fu Arpi alla quale fu tolta la libertà, furono abbattute le mura, le monete proprie e ogni altro diritto, fu confiscato il territorio (e l'approdo marittimo) di Siponto. Il centro dauno diventò colonia di cittadini romani. 

LA CATTEDRALE FANTASMA

A seguito del progressivo impaludamento della laguna con malaria e quant'altro l'insediamento si spostò a nord nell'attuale Santa Maria di Siponto. Otto anni dopo fu però necessario l'invio di un nuovo contingente di coloni, perché la città era già spopolata, a causa della malaria o della scarsa appetibilità di tale territorio causata dalla siccità.

Nel corso dei secoli si alternò la dominazione da parte di diverse civiltà, da quella greca a quella sannita, fino a conoscere il suo massimo splendore sotto quella romana. In località Capparelli ad esempio si possono ammirare dei complessi sepolcrali scavati nel tufo e risalenti al V e IV secolo a.c..

Le strutture architettoniche sono articolate in nove ipogei con funzione sepolcrale per i pagani prima e cristiani poi. Nell’area sono infatti visibili alcuni ipogei risalenti al III secolo d.c. e alcune sepolture di epoca medievale. 


Passeggiando nel parco, è possibile scorgere i reperti che vanno dal II secolo a. c. all’Alto Medioevo, tra cui case, strade, luoghi di riunione della comunità, un anfiteatro e soprattutto le chiese, tra cui quella di Santa Maria Maggiore che sorge sopra ad un’antica basilica paleocristiana, crollata con il terremoto che ha distrutto l’antica Siponto.

La particolarità primaria della nuova chiesa, sorta sulla basilica, sta proprio nel fatto che le sue mura sono state innalzate recuperando le macerie degli edifici crollati col sisma. La struttura è a pianta quadrata e nella parte sottostante è anche presente una cripta.

Sulle pareti a sud e ad est sono collocate due absidi, mentre l’ingresso è di tipo monumentale, ricco di intagli, abbellimenti, figure zoomorfe con contaminazione di varie epoche. All’interno l’altare maggiore è un sarcofago paleocristiano accompagnato da colonne di recupero.

SARCOFAGO PALEOCRISTIANO E COLONNE ROMANE

All’interno del parco archeologico inoltre troviamo i resti dell’insediamento romano, con alcune parti dell’anfiteatro, porzioni dell’antica cinta muraria, e alcuni resti del foro. 

Nel 2016 per valorizzare il parco archeologico è stato interpellato un giovane artista milanese, Edoardo Tresoldi, che ha realizzato una “leggerissima” e quasi impercettibile struttura metallica permanente e alta circa 14 metri a richiamare idealmente i volumi dell’antica basilica paleocristiana in continuazione con l’attigua cattedrale medievale.

BIBLIO

- Mazzei, Marina - Soprintendenza archeologica della Puglia - Siponto antica - C. Grenzi - 1999 -
- Fabio Isman - I predatori dell'arte perduta. Il saccheggio dell'archeologia in Italia - Milano - 2009 -
- Autori vari - Nostoi. Capolavori ritrovati - Loreto - 2007 -
- Theodor Mommsen - Storia di Roma antica - vol.II - Milano - Sansoni - 2001 -
- Appiano di Alessandria - Historia Romana -



CULTO DI FORNAX


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LA DEA DEL FUOCO

La Dea Fornax o Fornace era una divinità preromana antichissima, colei che presiedeva alla cottura dei cibi e alla sessualità. Si ritiene che da lei venga il termine fornicare, cioè esercitare la sessualità, anch'essa collegata col calore.

Mentre in tempi antichissimi si abbrustoliva il cereale all'aria aperta ovvero in mezzo alle capanne, accendendo dei fuochi, accadeva che a volte si raccoglieva solo cenere o addirittura si appiccava fuoco alla capanna. L'invenzione dei forni pose a tali inconvenienti.



I FORNI EGIZIANI E GRECI

Nel III millennio a.c. gli Egiziani inventarono infatti un forno costituito da mattoni d’argilla disposti a forma di cilindro, alla cui base si accendeva il fuoco che veniva coperto da una lastra di pietra, sopra cui si sistemavano dei pani. Gli etruschi vi ponevano sopra invece delle pietre delle piastre tonde di argilla cotta. 

Dall'Egitto alla Grecia il passo era breve, perchè già molti traffici commerciali intercorrevano tra i due paesi, con uno scambio di civiltà e di risorse. I Greci, dopo aver adottato il forno egizio, crearono il forno a cupola e successivamente la camera unica.



I FORNI ROMANI

In epoca romana si migliorò ancora la costruzione dei forni a cupola. Grazie a Numa Pompilio venne introdotta una festa propiziatoria in onore della Dea che proteggeva i forni per il pane: la Dea Fornax, la Dea Fornace. La novità erano i mattoni, non crudi ma cotti, ovvero l'opus latericium.

Infatti il forno costruito con mattoni pieni che si riscaldavano molto lentamente e si raffreddavano con altrettanta lentezza permetteva dopo aver cotto il pane, di cucinare arrosti, verdure e dolci. Il fuoco permetteva di rendere i cibi più buoni, più digeribili e soprattutto ne evitava la muffa e la putrefazione.

Protettrice di quei forni divenne la Dea Fornax, che appunto, come tutte le Dee del fuoco erano femminili. Vedi Vesta e vedi Etna, la Dea del vulcano Etna. Successivamente gli Dei del fuoco si mascolinizzarono, vedi Vulcano.

FORNO ROMANO


LE FORNACALIA - 19 gennaio -

In nome della Dea si festeggiavano le Fornacalia (19-20 e 21 gennaio), feste di ringraziamento per la tostatura del farro nei forni dei panificatori, infatti nel periodo più arcaico in territorio romano si coltivava il farro, solo successivamente si coltivò il grano, che era più nutriente e di sapore migliore. La divinità sarebbe di origine, secondo alcuni umbro-sabina, perché il latino fornax sarebbe di origine sabina.



OVIDIO

- Provarono per isperienza che il farro seccato al forno era il migliore ma non sapevano ancora bene il modo di farlo seccare e perciò ne ebbero danno. "Dea Fornax facta est" et coloni laeti Fornace orant ut illa temperet suas fruges" Ed ecco fatta la Dea Fornace e i contadini lieti la pregano per temperare il suo calore e trattar bene le loro messi. Lattanzio invece ride di questa falsa Religione, di questa Dea e de sagrifizj a lei istituiti da Numa affinchè i grani li secchi e non li abbruci.

Ora il Massimo Curione con parole ordinate dalla legge intima le ferie Fornacali le quali non si fanno in un giorno fisso. Il Curio Maximus presiedeva questo a tutti i Curioni cioè a coloro ch'erano preposti a ciascuna Curia, perciocchè Romolo divise il popolo in tre Tribù e ciascuna Tribù in dieci Curie, e coloro che presiedevano alle Tribù eran detti Tribuni, e Curioni quelli che presiedevano alle Curie.

Questo Curione detto altresì "Abbreviator Curiae" fino all'anno di Roma 544 fu eletto dal ceto de Patrizj, e dopo da quello della plebei (V Liv l 27:). Faceva questo Curione i sagrifizj per la Curia e volle Romolo che il popolo insieme con lui avesse cura della res publica. La Curia si prendeva ancora come tempio sacro "ubi curahantur sacra".

E ciascuna Curia viene anche segnata sulla piazza con certe cifre su molte tavolette che colà intorno stanno pendenti e affiggevano nella piazza tavolette colle quali indicavano a quale Curia spettasse per turno (turnum) fare le feste Fornacali. -

(Ovidio - Fasti)


In nome della Dea Fornace, si cuoceva e si offriva la mola salsa alla Dea e il pane di farro (e poi di grano) alla gente. 

Il tal modo si donava anche la sopravvivenza ai poveri che insieme ricevevano spesso anche dell'olio e del vino.

La festa si protraeva nelle varie zone dell'Urbe fino a fine gennaio ma i giorni più densi erano dal 19 al 21 del mese. 

L'usanza di donare il pane si ripeteva anche per la feste di Cerere. Sembra che anticamente avvenissero anche accoppiamenti in nome della divinità (fornicare).


20 gennaio - FORNICALIA - II festa in onore della Dea Fornix.
Ancora si cuoceva e si offriva la mola salsa alla Dea e il pane alla gente, dopo avervi impresso i segno del sole, un punto centrale coi raggi intorno.

21 gennaio - FORNICALIA - II giorno di festa in onore della Dea Fornix, Fornace.
Di nuovo si cuoceva e si offriva la mola salsa alla Dea Fornix (Fornace) e il pane alla gente. Soprattutto i poveri si giovavano di queste elargizioni festive pagate dallo stato. Si organizzava la processione con pane vino e olio che veniva offerto ai cittadini.

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- W. Warde Fowler - The Roman Festivals of the Period of the Republic: An Introduction to the Study of the Religion of the Romans - London - Macmillan and Co. -1899 -
- Georges Dumézil - Feste romane - Genova - Il Melangolo - 1989 -
- Howard Hayes Scullard - Festivals and ceremonies of the Roman republic - 1981 -


TRIBONIANO - TRIBONIANUS


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Nome: Tribonianus
Nascita: Panfili, 500
Morte: 542
Professione: Giurista romano


Triboniano (Panfilia, 500 circa – 542) è stato un giurista bizantino, ministro di Giustiniano e suo principale collaboratore nell'opera legislativa. La sua data di nascita è ignota, ma si sa che proveniva dalla Panfilia e che forse era pagano. È considerato il più importante giurista dell'Impero Romano d'Oriente e del suo tempo. Di vasta e solida erudizione, svolse l'incarico di "Quaestor sacri palatii" (responsabile della giustizia dell'Impero) dal 529 al 532 e, in seguito, dal 535 al 542.

Dobbiamo soprattutto a lui che si sia potuto terminare in tempi relativamente brevi un'opera monumentale come quello che sarebbe stato più tardi denominato "Corpus Iuris Civilis", che ha rappresentato per secoli una fondamentale compilazione del diritto romano. 

Quando Giustiniano ordinò nel 528 la compilazione del Codice, chiamò Triboniano, che era "magister officiorum", a far parte della commissione, e quando ordinò nel 530, quella dei Digesta, Triboniano, diventato "magister sacri palatii", vi ebbe una posizione di primo piano e forse ne fu l'ispiratore.

Dal 530 al 532, e dal 534 alla sua morte, Triboniano servì sotto Giustiniano come quaestor sacri palatii, un ministero paragonabile al titolo medievale di cancelliere inglese. Forse a torto, venne accusato di venalità nel suo ufficio e di non essere ortodosso nella sua religione, probabilmente basato sul suo interesse per la filosofia e l'astronomia, considerate di interesse pagano.

Nella rivolta di Nika, sanguinosa sommossa nell'Ippodromo di Costantinopoli nel 532, dove al grido di "Nikā, Nikā", (Vinci! Vinci!), con cui il popolo incitava i campioni nelle corse di carri, la folla tentò di rovesciare l'imperatore Giustiniano I, Triboniano venne sostituito probabilmente per le pressioni dei suoi nemici.

Ben presto fu tuttavia richiamato e il suo ruolo fu decisivo nella redazione del: 
- Digesto (compilazione in 50 libri di frammenti di opere di giuristi romani realizzata su incarico dell'imperatore Giustiniano), 
- delle  Istituzioni (opera didattica in 4 libri voluta dall'imperatore Giustiniano), 
- delle "Novelle" (Le Novellae constitutiones) ovvero le costituzioni imperiali emanate da Giustiniano dal 535, anno successivo alla pubblicazione del "Codex Iustinianus repetitae praelectionis", fino alla morte dell'imperatore, nel 565.

Nel frattempo Triboniano aveva ricoperto pure l'importante ufficio di magister officiorum. Lo storico Procopio di Cesarea lo descrive come personaggio corrotto.
" Non si può negare a Triboniano la maggior lode dal lato della scienza, ma la disonorava con una codarda avarizia, la quale il recava a pubblicare o sopprimere le leggi secondo gli interessi de' privati che il presentavano doni ". 
(Mathieu-Richard-Auguste Henrion)

In ogni caso la sua competenza giuridica non potrà mai essere messa in discussione. Morì nel 542 a causa di una epidemia di peste.



LE OPERE

- alcune opere attribuite dal lessico Suida a un suo contemporaneo e omonimo:
- una revisione dei fasti consolari fino al suo tempo (῾Υπατικὸς καταλογάδην εἰς ᾿Ιουστινιανὸν αὐτοκράτορα);
- una cronologia degli imperatori (Βασιλικὸς εἰς ᾿Ιουστινιανόν);
- una storia del calendario (Περὶ μηνῶν απαλλαγῆς).
 
Treboniano presiedette anche le commissioni incaricate di redigere le Istituzioni (533) e la nuova edizione del Codice (534), e in seguito collaborò attivamente alle nuove costituzioni (Novellae). Sono pertanto da ascrivere a lui:

- le norme direttive osservate nell'opera di compilazione,
- le interpolazioni, destinate ad adeguare i testi classici al nuovo diritto (dette perciò nel sec. 16º emblemata Triboniani),
- la risoluzione delle questioni agitate nell'antica giurisprudenza e rimaste insolute mediante costituzioni, in gran parte raccolte sotto il nome di Quinquaginta decisiones. 


BIBLIO

- John Martindale - The Prosopography of the Later Roman Empire IIIb. - Cambridge - 1992 -
- Y. Lassard & A. Kopter - Iustiniani Novellae - in "The Roman Law Library" - 
- Codex Iustinianus - recogn. Paul Krüger - 1892 -
- Gregor Haloander - Corpus Iuris civilis - Venezia - 1529 -
- A. Arthur Schiller - Roman Law: Mechanisms of Development - 1978 -

ALESSIO III ANGELO (1195–1203)


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ALESSIO III E LA MOGLIE TEODORA

Nome: Alessio III Angelo. in greco: Αλέξιος Γ' Άγγελος; 
Nascita: 1153 circa 
Morte: Nicea, 1211
Professione: imperatore bizantino
Regno: fu basileus dei romei dall'8 aprile 1195 fino al 18 luglio 1203
Padre:  Andronico Angelo
Madre: Eufrosina Castamonitissa
Moglie: Euphrosyne Doukaina Kamatera da cui ebbe tre 
Figlie:
- Irene Angela, che sposò Andronico Contostefano, e in seconde nozze Alessio Paleologo;
- Anna Angela, che sposò il sebastocratore Isacco Comneno, pronipote di Manuele I Comneno, e in seconde nozze Teodoro I Lascaris, imperatore di Nicea;
- Eudocia Angela, che sposò il principe di Rascia Stefano I Prvovenčani, in seconde nozze l'imperatore Alessio V Ducas, in terze nozze Leone Sgouro, re di Corinto.


Alessio III Angelo (in greco: Αλέξιος Γ' Άγγελος) è stato un imperatore bizantino, basileus dei romei dall'8 aprile 1195 fino al 18 luglio 1203. Egli discendeva da una ricca famiglia anatolica, ingranditasi col favore degl'imperatori Comneni ed era il secondo figlio di Andronico Angelo e di Eufrosine Castamonitissa.

La dinastia fu fondata da Costantino Angelo, uomo di umili origini, che sposò Teodora Comnena, figlia dell'imperatore Alessio I Comneno e di Irene Ducaena. Dalla loro unione nacquero sette figli, tre maschi e quattro femmine, dando così origine alla nuova dinastia che dette all'Impero tre imperatori, ovvero: Isacco II Angelo (1185–1195, 1203–1204), Alessio III Angelo (1195–1203), Alessio IV Angelo (1203–1204).

Alessio era il secondo figlio di Andronico Angelo e di Eufrosina Castamonitissa; per via paterna era nipote di Teodora Conmena, la figlia minore dell'imperatore Alessio I Conmeno (1081-1118) e di Irene Ducaena. Alessio era quindi imparentato con la famiglia imperiale ma dopo che la sua famiglia aveva cospirato contro l'imperatore Andronico I Comneno (1182-1185) all'incirca nel 1183  venne mandato in esilio presso diverse corti musulmane, inclusa quella del Saladino, assieme al padre e ai fratelli.

Il fratello minore di Alessio, Isacco, subì un tentativo di assassinio per ordine dei cugini l'11 settembre 1185, ma Isacco, da quell'ottimo combattente che era, attaccò i messi imperiali, uccidendone il capo, Stefano Hagiochristophorites e ferendone altri, dopo di che si rifugiò in Hagia Sophia, e da qui si appellò alla popolazione. La rivolta che ne derivò causò la deposizione di Andronico I Conmeno e la proclamazione di Isacco II Angelo imperatore.

IL SALADINO

SALADINO

Il Saladino è stato un sovrano e condottiero curdo, sultano d'Egitto, Siria, Yemen e Hijaz, dal 1174 alla sua morte, col titolo di al-Malik al-Nāṣir ("il sovrano vittorioso"), annoverato tra i più grandi strateghi di tutti i tempi.

Musulmano sunnita di origine curda, Saladino ha rappresentato l'opposizione islamica alle crociate europee nel Levante. Le crociate furono guerre promosse dalla Chiesa di Roma, tra l'XI e il XIII secolo. Famose quelle del Vicino Oriente per riconquistare la Terra Santa dal dominio islamico. 

Ma le crociate furono volute dalla Chiesa di Roma per sopprimere il paganesimo e i movimenti eretici, risolvere i conflitti tra gruppi cristiani rivali o per ottenere vantaggi politici e territoriali. Al culmine del suo potere, il sultanato di Saladino includeva l'Egitto e altre parti del Nordafrica, Siria, Mesopotamia, Hijaz, Yemen.



IL COLPO DI STATO

Nel 1190 Alessio Angelo tornò alla corte del fratello minore, che lo aveva richiamato dall'esilio di Antiochia nominandolo sebastocratore. L'8 aprile 1195, quando Isacco II era lontano dalla capitale in una battuta di caccia in Tracia, Alessio si fece proclamare imperatore dalle truppe, contando sul sostegno della propria moglie, Eufrosine Ducaena Camatera. Alessio catturò Isacco a Stagira, in Macedonia, e lo fece accecare e imprigionare a Costantinopoli.

Per cercare approvazione Alessio fece generose donazioni all'apparato burocratico e militare dell'impero, impoverendo le casse dello stato e incrementando la corruzione. L'imperatrice tentò di rimettere ordine tramite Vatatzes, un capace funzionario, ma questi venne assassinato.

Intanto Irene Angela, vedova di Ruggero III di Sicilia, venne sposata al fratello minore di Enrico IV, Filippo, duca di Svevia, ed Enrico si proclamò difensore dei diritti di suo fratello sul trono di Bisanzio. Minacciò quindi di invadere l'impero di Alessio a meno che non ricevesse un tributo di 1600 libbre d'oro, che Alessio dovette versare fino alla morte di Enrico VI nel settembre dello stesso anno.

Ammalato di podagra e costretto perciò a lasciar il governo alla moglie Eufrosina Camatero e ai suoi favoriti, in oriente il suo impero fu razziato dai Selgiuchidi; da settentrione i Bulgari e i Valacchi saccheggiarono le pianure della Macedonia e della Tracia, mentre Kaloyan di Bulgaria riuscì ad annettere diverse città.

In più il Mediterraneo era soggetto alla pirateria e alle città marinare. Alessio cercò di usare la via diplomatica, dilapidando ulteriormente l'erario. Fu grave errore aver favorito Genovesi e Pisani a discapito dei Veneziani, cosa a cui cercò di rimediare accordando nel 1199 molti privilegi economici a Venezia.



LA IV CROCIATA

Alessio Angelo, figlio del deposto Isacco II, appena riuscito a fuggire da Costantinopoli si appellò ai comandanti crociati, che già stavano attrezzandosi per la IV Crociata, proponendo loro di aiutarlo a recuperare il trono del padre e offrendo in cambio la fine dello Scisma d'Oriente, oltre al pagamento delle spese di trasporto e al sostegno militare.

I crociati si fecero convincere a dirottare la spedizione dall'Egitto a Costantinopoli, giungendo davanti alle mura nel giugno 1203, proclamando che il vero imperatore era Alessio IV Angelo e chiedendo alla popolazione di deporre lo zio Alessio III.

L'imperatore cercò di corrompere i crociati, ma non riuscendovi tentò la battaglia venendo però sconfitto. Ripreso l'assedio i crociati, guidati dall'ottuagenario doge di Venezia Enrico Dandolo, scalarono le mura ed entrarono in città, operando una inutile e crudele carneficina.



LA FUGA

Nel 1204, dopo che i crociati ebbero preso il potere a Costantinopoli instaurando l'Impero Latino, Alessio V sposò una figlia di Alessio III, Eudossia Angelina; ma quando Alessio III fuggì in Tessaglia inseguito dai crociati, fece accecare Alessio V, temendo che volesse riottenere il trono per sé stesso.

Alessio III con la figlia Irene lasciò la capitale via nave, fuggì a Mesinopoli, poi in Tessaglia, a Salonicco e poi a Corinto ove a Leone Sguro diede in moglie la figlia Eudossia.

Nelle mani dei crociati rimasero però l'imperatrice Eufrosine e le altre figlie dell'imperatore. Alessio III dovette riconoscersi prigioniero, assieme ad Eufrosine, del marchese Bonifacio I del Monferrato, che, in occasione della caduta dell'Impero bizantino, si era creato il Regno di Tessalonica. L'imperatore cercò di fuggire ma, catturato da Bonifacio, fu prima mandato nel Monferrato e poi riportato a Tessalonica (1209).

Michele I pagò il riscatto di Alessio e della sua famiglia a Bonifacio, e permise all'imperatore deposto di raggiungere il genero Teodoro I Lascaris, che aveva formato lo stato autonomo dell'Impero di Nicea, contro l'Impero Latino. Ma, quando Teodoro si rifiutò di obbedire al suocero, Alessio III si mise in contatto con Kaykhusraw I, il Sultano di Iconio, e col suo sostegno tramò contro Teodoro.

Nel 1211 nella Battaglia della valle del Meandro, presso Antiochia di Pisidia, il sultano fu sconfitto e ucciso, mentre Alessio fu catturato da Teodoro, il quale lo confinò in un monastero di Nicea, dove morì nello stesso anno.


BIBLIO

- Georg Ostrogorsky - Storia dell'Impero bizantino - Milano - Einaudi - 1968 -
- Giorgio Ravegnani - I trattati con Bisanzio 992-1198 - Venezia - Il Cardo - 1992 -
- Niceta Coniata - Grandezza e catastrofe di Bisanzio - Milano - Mondadori - 1994 -
- John Julius Norwich - Bisanzio - Milano - A. Mondadori Ed. - 2000 -
- Alexander P Kazhdan - Bisanzio e la sua civiltà - Bari, Laterza, 2004 -
- Alain Ducellier - Michel Kapla - Bisanzio (IV-XV secolo) - Milano - San Paolo - 2005 -
- Goffredo de Villehardouin - La conquista di Costantinopoli - Milano - 2008 -
- M. L. Fobelli - Un tempio per Giustiniano. Santa Sofia di Costantinopoli e la Descrizione di Paolo Silenziario - Viella - 2005 -



III GUERRA FIDENATE (426 a.c.)


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BATTAGLIA DI FIDENE


Vedi anche: < PRIMA GUERRA FIDENATE
Vedi anche: < SECONDA GUERRA FIDENATE

Fidenae fu una città del Latium vetus, nella Valle del Tevere, secondo alcuni fondata da coloni provenienti da Alba Longa, ma secondo altri era di origine etrusca e distava circa 30 stadi da Roma. Al tempo di Strabone era ormai ridotta a un semplice villaggio o ad una vasta proprietà privata. La battaglia di Fidene del 426 a.c. avvenne tra l'esercito romano, guidato dal Mamerco Emilio Mamercino (inizio del V secolo a.c. - dopo il 426 a.c.) alla sua III dittatura, ed una coalizione nemica, formata da Fidenati ed Etruschi di Veio.

Eletti consoli Lucio Papirio Crasso e Lucio Giulio, i senatori ricevettero dai Volsci un trattato d'alleanza, che il senato trasformò in una proposta di resa, ottenendo infine una tregua di otto anni. I consoli successivi furono Lucio Sergio Fidenate, console per la seconda volta, e Ostio Lucrezio Tricipitino a cui seguirono Aulo Cornelio Cosso e Tito Quinzio Peno, al secondo mandato.

QUUADRIGA DEI VEIENTI

I VEIENTI SCONFINANO

I Veienti fecero razzie nel territorio romano, senz'altro più ricco del loro stesso territorio, forse appoggiati da alcuni Fidenati. Pertanto Lucio Sergio, Quinto Servilio e Mamerco Emilio vennero incaricati di procedere per dissuaderli con ogni mezzo. Alcuni Fidenati furono confinati a Ostia e venne aumentato il numero dei coloni ai quali venne assegnata la terra dei caduti in guerra. Intanto venne la siccità, il bestiame moriva di sete e di scabbia, e infine la malattia passò agli uomini. 

Perciò gli edili controllarono che non si venerassero divinità al di fuori di quelle romane e la vendetta contro i Veienti fu rimandata all'anno successivo, in cui furono consoli Gaio Servilio Ahala e Lucio Papirio Mugillano. Ma per scrupolo religioso, prima di dichiarare guerra, affinchè fosse una justum bellum, si decise di mandare prima i feziali a chiedere soddisfazione, ma questi non vennero neppure ricevuti.

Si discusse allora se la guerra andava dichiarata su decisione del popolo o solo su decreto del senato. Il console Quinzio portò la decisione di fronte al popolo, votarono tutte le centurie e vennero nominati quattro tribuni militari con potere consolare: Tito Quinzio Peno, già console, Gaio Furio, Marco Postumio e Aulo Cornelio Cosso.

AULO CORNELIO COSSO E MARCO CLAUDIO MARCELLO


AULO CORNELIO COSSO

Aulus Cornelius Cossus fu un politico e militare romano del V secolo a.c. che nella battaglia di Fidene uccise il re di Veio, Tolumnio, e per questo fu insignito delle spoglie opime, la più alta onorificenza romana rilasciata ai comandanti che uccidevano in battaglia il comandante nemico. In tutta la storia di Roma, solo tre persone ebbero le spoglie opime: Romolo, Cornelio Cosso e Marco Claudio Marcello, che uccise in battaglia un re dei Galli

L'episodio è narrato da Tito Livio nella sua Ab urbe condita:

«Siccome l'impresa aveva avuto pieno successo, per decreto del Senato e per volontà del popolo, il dittatore rientrò a Roma in trionfo. Ma nel trionfo lo spettacolo più grande fu Cosso che avanzava con le spoglie opime del re ucciso. In onore di Cosso, i soldati cantavano rozzi inni, paragonandolo a Romolo. 

Con una solenne dedica rituale, egli appese in dono le spoglie nel tempio di Giove Feretrio, accanto a quelle di Romolo, le prime, e fino a quel momento le uniche, a essere chiamate opime. Cosso si attirò gli sguardi dei cittadini distogliendoli dal carro del dittatore, così che quasi da solo raccolse il frutto della solennità di quel giorno. 

Per volontà del popolo, il dittatore offrì in dono a Giove sul Campidoglio, a spese dello Stato, una corona d'oro del peso di una libbra. Seguendo tutti gli scrittori che mi hanno preceduto, ho narrato come Aulo Cornelio Cosso abbia portato le seconde spoglie opime nel tempio di Giove Feretrio avendo il grado di tribuno militare. 

Ma, a parte il fatto che tradizionalmente sono considerate opime solo le spoglie prese da un comandante a un altro comandante e che il solo comandante che noi riconosciamo è quello sotto i cui auspici si fa una guerra, la stessa iscrizione posta sulle spoglie confuta gli altri e me, dimostrando che Cosso era console quando le prese. 

Avendo io sentito Cesare Augusto, fondatore e restauratore di tutti i templi, raccontare di aver letto lui personalmente quest'iscrizione su un corsaletto di lino quando entrò nel santuario di Giove Feretrio, che lui aveva fatto riparare dai danni del tempo, ho ritenuto quasi un sacrilegio privare Cosso della testimonianza che delle sue spoglie dà Cesare, cioè proprio colui che fece restaurare il tempio. 

Ma è giusto che ciascuno abbia un'opinione personale in merito alla questione se vi sia o meno un errore, dato che sia gli annali antichi sia i libri lintei dei magistrati, depositati nel tempio di Moneta, che Licinio Macro cita continuamente come fonte), riportano solo nove anni dopo il consolato di Aulo Cornelio Cosso, insieme a Tito Quinzio Peno. 

Ma un altro valido motivo per non spostare una battaglia così famosa in quell'anno è che all'epoca del consolato di Aulo Cornelio per circa un triennio non ci furono guerre a causa di una pestilenza e di una carestia, tanto che alcuni annali, quasi in segno di lutto, riportano solo i nomi dei consoli. Due anni dopo il suo consolato, Cosso compare come tribuno militare con poteri consolari e nello stesso anno anche come magister equitum. 

E mentre ricopriva tale carica combatté un'altra celebre battaglia equestre. In merito è possibile fare molte ipotesi, che per me sono però tutte inutili, dato che il protagonista del combattimento si sottoscrisse Aulo Cornelio Cosso console, dopo aver deposto le spoglie appena conquistate nella sacra sede alla presenza di Giove, cui erano state dedicate, e di Romolo, testimoni che l'autore di un falso non può certo prendere alla leggera.»

(Livio, Ab Urbe Condita, IV 20)
  
A tale Aulo Cornelio Cosso venne dunque dato il governo della città, mentre gli altri partirono alla volta di Veio ma poichè non andavano d'accordo, i Veienti ne approfittarono e li assalirono facendo fuggire i Romani nel loro accampamento, il che generò un grande disonore. 

La città costernata odiò i tribuni e chiese un dittatore, ma potendo questi essere nominato solo dal console, si consultarono gli auguri che tolsero quello scrupolo. Aulo Cornelio nominò dittatore Mamerco Emilio che a sua volta lo scelse come maestro della cavalleria.
 
FIDENE ALLE PORTE DI ROMA

 
MAMERCO EMILIO MAMERCINO

I più antichi membri della gens Aemilia avevano il cognome di Mamerci o Mamercini tra i quali ricordiamo: 
- Lucio Emilio Mamerco che sconfisse i Veienti, l'anno prima della strage dei Fabii; 
- Mamerco Emilio Mamercino, dittatore nel 437, 434 e 426, che sottomise Fidene; 
- Lucio Emilio Mamercino Privernate, console nel 341 e 329, che costrinse i Sanniti a chieder pace e poi trionfò sui Privernati;
- Tiberio Emilio Mamercino, che, console nel 339, sconfisse ì Latini ai campi Fenectani. 

Così, quando il paese ebbe veramente bisogno di un uomo di qualità superiori, si ricorse a Mamerco Emilio, eletto tribuno consolare nel 438 a.c. con Lucio Quinzio Cincinnato, il figlio di Cincinnato, dittatore l'anno precedente, e con Lucio Giulio Iullo.



VEIENTI E FIDENATI

Intanto i Veienti mandarono messaggeri in Etruria ad annunciare la vittoria su tre comandanti romani in una sola battaglia. Pur non ottenendo alcuna alleanza ufficiale dalla confederazione, attirarono molti volontari mossi dalla speranza del bottino. 

Soltanto i Fidenati decisero di riaprire le ostilità e, come già prima con gli ambasciatori così ora si macchiarono del sangue dei nuovi coloni. Quindi si unirono ai Veienti e scelsero Fidene come teatro di operazioni. Pertanto i Veienti, attraversato il Tevere, trasferirono l'esercito a Fidene. 

Roma era ora in grave pericolo, il senato richiamò da Veio l'esercito demoralizzato per la sconfitta, si pose l'accampamento di fronte alla porta Collina, si distribuirono uomini armati sulle mura, si sospese l'attività giudiziaria nel foro e si chiusero le botteghe. I cittadini Romani erano disperati.

CAPANNA PROTOSTORICA A FIDENE


ADLOCUTIO DI MAMERCO

Mamerco Emilio, il nuovo dittatore, convocò allora in assemblea i cittadini e li rimproverò di essersi persi d'animo per un così lieve mutamento della sorte. I Romani avevano subito un piccolo scacco, oltretutto non per il valore dei nemici nè per l'ignavia dell'esercito romano, ma per la mancata intesa tra i generali. Ora non dovevano temere i Veienti, da loro in passato già sconfitti ben sei volte, nè Fidene, città più spesso espugnata che assediata. 

I Romani e i loro nemici erano gli stessi di sempre e anche lui era lo stesso dittatore Mamerco Emilio che, poco tempo prima, aveva sbaragliato a Nomento gli eserciti di Veienti, Fidenati e Falisci alleati; come maestro della cavalleria in battaglia ci sarebbe stato quello stesso Aulo Cornelio che nella guerra precedente, come tribuno militare, aveva ucciso davanti a due eserciti il re dei Veienti Larte Tolumnio, e ne aveva portato poi le spoglie opime nel tempio di Giove Feretrio. 

Dunque gli uomini stessero tranquilli e prendessero le armi, ricordandosi che dalla parte loro c'erano i trionfi, le spoglie e la vittoria, mentre da quella del nemico l'orrendo assassinio degli ambasciatori uccisi contro il diritto delle genti, il massacro in tempo di pace dei coloni di Fidene, la rottura della tregua e la settima ribellione destinata a fallire. 

Pronunciati poi solenni voti agli Dei, uscì e si accampò col suo esercito non lontano da Fidene, protetto dalle colline e dal Tevere. Fece occupare da Quinzio Peno le alture e pure un colle situato alle spalle dei nemici e fuori dalla loro vista. La mattina dopo, quando gli Etruschi avanzarono in ordine di battaglia, ormai certi della vittoria, il dittatore attese finché le vedette gli riferirono che Quinzio stava sul colle dietro a Fidene. 

LA CAPANNA RICOSTRUITA


L'ESERCITO DI FUOCO

Poi guidò lui stesso a passo di carica la fanteria contro il nemico, con i Romani inferociti contro i traditori Fidenati e i predoni Veienti. Dopo aver già fiaccato un po' la resistenza dei nemici, si spalancarono d'improvviso le porte di Fidene e ne uscì uno strano esercito, armato di torce e lanciato a una corsa folle. I Romani si bloccarono sbigottiti. Allora il dittatore chiamò il maestro della cavalleria coi suoi uomini e Quinzio dalle alture. Quindi si precipitò all'ala sinistra che aveva cominciato a ripiegare e gridò: 

"Vinti dal fumo come uno sciame di api, cacciati dalla vostra posizione, cederete a un nemico senz'armi? Non volete spegnere il fuoco con la spada? Se c'è da combattere col fuoco e non con le armi, perché non andate a strappare tutte quelle torce e non attaccate il nemico con le sue stesse armi? Avanti! Memori del nome di Roma e del coraggio dei vostri padri e vostro: deviate quest'incendio sulla città nemica e distruggete con le sue stesse fiamme Fidene, che con i vostri benefici non siete riusciti a placare! Vi spingono a farlo il sangue dei vostri ambasciatori e dei coloni e la vostra terra messa a ferro e fuoco!

I legionari raccolsero le torce che erano state lanciate, o le strapparono ai nemici, poi il maestro della cavalleria fece togliere il morso ai cavalli, e per primo a briglia sciolta si gettò in mezzo alle fiamme; e gli altri cavalli trascinano i cavalieri contro il nemico, seminando morte e devastazione ovunque. 



LA CONQUISTA DI FIDENE

Intanto il luogotenente Quinzio aveva attaccato il nemico alle spalle, gli Etruschi vennero circondati, mentre la maggior parte dei Veienti scappò verso il Tevere, e i Fidenati superstiti cercarono di rifugiarsi a Fidene, ma vennero uccisi sulla riva o furono travolti dalla corrente, solo pochi raggiunsero a nuoto la riva opposta. 

L'esercito nemico riparò in città ma vi entrarono pure i Romani, e gli uomini di Quinzio salirono sulle mura dando il segnale che la città era conquistata. 

Infine i nemici, gettate le armi, si consegnarono al dittatore, chiedendo di aver salva la vita. Città e accampamento vennero messi a sacco. Il giorno dopo, tra cavalieri e centurioni venne sorteggiato un prigioniero a testa. Due ne toccarono a quanti avevano dato prova di grandissimo valore. Il resto dei nemici venne venduto all'asta e il dittatore ricondusse in trionfo a Roma l'esercito vincitore e coperto di prede. 

Dopo aver ordinato al maestro della cavalleria di dimettersi dalla carica, Mamerco Emilio abdicò anche lui, restituendo dopo quindici giorni in pace, quel potere che aveva accettato in guerra, quando la situazione era critica. Il popolo lo adorò.

TEATRO OVVERO ANFITEATRO DI FIDENE


IL TEATRO DI FIDENE

Sotto il consolato di Marco Licinio e Lucio Calpurnio, un’improvvisa sciagura assunse le proporzioni della sconfitta in una grande guerra, ma al contrario della guerra se ne videro contemporaneamente  sia l’inizio che la fine. Svetonio e Tacito narrano di un certo Atilio, figlio di due liberti, che volle portare lo sfarzo romano in città e creare un edificio dove rappresentare lo spettacolo dei gladiatori.

Atilio era un uomo ambizioso e si era gettato in quell’impresa “non per dovizia di mezzi” e neppure per “ambizione municipale”, ma solamente per ottenere un “sordido guadagno”. Costruì un anfiteatro ligneo capace di contenere migliaia di persone le quali, all’inaugurazione, si riversarono occupando ogni posto libero. 

L’anfiteatro stracolmo di persone iniziò a vacillare sotto il loro peso. Il teatro si spostò verso l’interno e poi verso l’esterno, finché crollò all’interno. Il 27 d.c. fu segnato da questa catastrofe civile dove furono coinvolte circa 50.000 persone tra morti e feriti.

(Tacito -  Annales ) Suet., Tib., 40, e Oros., Hist., VII, 4, 11)

Atilio non aveva realizzato delle fondamenta abbastanza solide per sostenere le persone e non aveva legato correttamente le strutture lignee tra di loro, innescando così il drammatico crollo.


BIBLIO

- Tito Livio - Ab Urbe condita - I e IV -
- Dionigi di Alicarnasso - Antichità romane - VII-VIII -
- Eutropio - Breviarium ab Urbe condita - I -
- Svetonio - Vita dei Cesari - Tiberio -
- Tito Livio - Ab Urbe condita libri - I -
- Plutarco - Vita di Romolo - XXIII -
- Andrea Carandini - Roma. Il primo giorno - Roma-Bari - 2007 -
- Theodor Mommsen - Storia di Roma antica - Sansoni - Milano - 2001 -


VILLA ROMANA IN MARINA DI SAN NICOLA (Lazio)


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VILLA ROMANA MARINA DI SAN NICOLA

La villa romana risale al periodo augusteo (I secolo a.c. - I secolo d.c.) e si ritiene occupata fino all'età tardo imperiale (IVV secolo d.c.), uno degli esempi meglio conservati delle grandiose ville patrizie che dovevano susseguirsi lungo il litorale a nord di Roma. Sembra sia appartenuta a Gneo Pompeo Magno (106-48 a.c.), tanto che le rovine vengono chiamate anche La villa di Pompeo. 

La villa è stata solo parzialmente riportata alla luce, è collocata sulla sommità di un lieve promontorio naturale di arenaria e la sua estensione misura circa 2 ettari. Della villa rimangono i portici con i basamenti delle colonne in mattoni rivestite di stucco bianco ed alcuni ambienti con le pareti rivestite da intonaci decorati.

Poco discosta c'è una torretta di postazione tedesca della seconda guerra mondiale costruita con cemento e con i resti stessi della villa (sig!).

 
Il magnifico criptoportico non è accessibile al pubblico, un lungo corridoio munito di piccole finestrelle "a gola di lupo" che affacciano sul mare e che filtrano la luce del sole: un ambiente per passeggiare al riparo dal caldo e dalla luce forte del sole.

Un interessante settore della villa è caratterizzato dalla presenza di un edificio terrazzato da cui si poteva godere di una splendida vista sul mare. Questa era in pratica la zona dove il dominus si ritirava nelle ore di riposo. La terrazza era altresì munita di un portico, lungo 80 m e alto 3.5 m, che la collegava direttamente alla spiaggia.

Sopra il criptoportico c’era un lungo porticato con colonne e mura intonacate. Il pavimento era a mosaico (tasselli bianchi e neri) con figure geometriche e vegetali. Alla fine del criptoportico c’era un alto edificio residenziale (turris) dotato di una scala per accedere alla spiaggia. Parallelo al criptoportico è un viale aperto delimitato da delle mura in opus reticolatum.


La villa era in origine servita da un piccolo porto, probabilmente il porto di Alsium, in magazzini con banchina dove sono stati rinvenuti numerosi oggetti come anfore di produzione africana, gallica ispanica che testimoniano un’intensa attività mercantile. Secondo Cicerone (Pro Milone 20, 54) ad Alsium c’era la grande villa di Pompeo Magno (106-48 A.C.). 

Per tale motivo l’edificio è comunemente conosciuto come la “Villa di Pompeo”, ma elementi comprovanti tale ipotesi non sono ancora stati trovati. Tutto ciò che sappiamo, da alcune “fistulae aquariae” recanti il bollo “DEI SOLIS MAGNI ELAGABALI”, è che tutto il complesso urbano fu confiscato in epoca cesariana per essere annesso al demanio.

In un'area della villa, ricca di marmi, era posta una statua bifronte, detta Erma di Marina di San Nicola, che attualmente è conservata al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia a Roma. Realizzata nel II secolo d.c., la statua ritrae Giano Bifronte.

La spiaggia ai piedi della modesta altura dove sorge la villa è quasi nera poichè formata da granelli con elevata concentrazione di ferro. Qui sfocia il fosso Cupino - detto anche Fiume Statua – che serpeggia libero fino al mare tra due fasce verdeggianti di canneto.
Nel novembre del 2004 il Comune di Ladispoli ha deciso di stanziare fondi per il restauro del sito archeologico.




BIBLIO

Ida Caruso, La villa imperiale di Marina di San Nicola. Un belvedere sul mare, in Archeo, 52, pp. 32–39.
Xavier Lafon, Il complesso di Marina di San Nicola, in Bollettino d'Archeologia, II, 1990, pp. 15–29.
Paolo Moreno, L'erma di San Nicola e i Bronzi di Riace, in Archeo.



 

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