TEMPLUM LUNAE IN AVENTINO (31 Marzo)


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FESTA DELLA LUNA
«TEMPLVM (Solis et) LVNAE. Il medesimo, I, 36, riproduce un capitello fantastico di colonna scanalata, con quattro putti agli angoli, e figura della Luna nel mezzo, trovato "alla Bocca di la verità"»

(RODOLFO LANCIANI)


Il "Templum Lunae in Aventino" si festeggiava il 31 marzo in onore della Dea Luna, culto introdotto al tempo del Re Titus Tatius. Il tempio sul colle Aventino di Diana Luna venne consacrato sotto Servio Tullio e venne bruciato sotto Nerone. La Dea Luna era la regolatrice delle stagioni ed a lei furono preposti i mesi fin dall'inizio, tanto è vero che i mesi dell'anno erano 13 e solo in seguito vennero portati a 12.

Il culto della Luna era di origine italica e veniva già celebrato presso gli Etruschi (Catha o Cavtha), e presso i Sabini come Luna. Col nome di Cinzia (Cintya) però veniva venerata presso gli spartani, e come Selene presso i greci. 

SELENE
Proprio il re sabino Tito Tazio avrebbe importato a Roma il culto di Luna, mentre il tempio a lei dedicato sull’Aventino (templum o aedes Lunae) sarebbe stato edificato per volere di Servio Tullio, vicino al tempio di Diana, anch'essa Dea lunare.

Sul Palatino invece sorgeva un antichissimo tempio intitolato a Luna Noctiluca (colei che rischiara la notte), ricordato solo dall’erudito Varrone che studiava attentamente ogni ritualità del passato.

La prima menzione che troviamo con riferimento al tempio sull’Aventino riguarda un prodigio avvenuto nel 182 a.c., quando un turbine ne scardinò le porte facendole atterrare nel retro del tempio di Cerere. Inoltre, dopo la distruzione di Corinto nel 146 a.c., Lucio Mummio dedicò in questo tempio alcune delle opere depredate dalla città greca.

DEA LUNA - MUSEI CAPITOLINI
Nel 123 a.c., nel tempio di Luna cercarono inutilmente scampo Gaio Sempronio Gracco e i suoi sostenitori che trovarono la morte nel tempio stesso, mentre al tempo della morte di Cinna (84 a.c.) l’Aedes Lunae venne colpito da un fulmine.
Secondo Tacito, il tempio fu distrutto dal grande incendio del 64 d.c., quello terribile verificatosi al tempo di Nerone di cui venne accusato lo stesso imperatore e mai più venne riedificato.

Nelle rappresentazioni di Luna, la Dea viene raffigurata con una falce lunare sul capo, i cui corni sono rivolti verso l’alto e, a volte, su un carro trainato da buoi. I buoi erano spesso suoi simboli in quanto le corna simboleggiavano quelle del corno lunare nei suoi quarti, con un crescente e un decrescente, di cui occorreva tener conto nei riti ad essa dedicati.

ALTARE DI LUNA - II SEC. D.C. - LOUVRE - PARIGI 
Infatti il crescente lunare era dedicato più al mondo esterno ed era il periodo in cui si potevano intraprendere lavori o imprese all'esterno, mentre il decrescente lunare era più dedicato a cose riguardanti la salute, gli stati mentali, la semina della terra e le operazioni magiche. La Dea infatti era anche maga, e nella su qualità notturna era connessa al mondo degli inferi, con diversi attributi passati poi alla Dea Diana.

IL TEMPIO DELLA DEA LUNA SULL'AVENTINO
Pertanto era Dea dei defunti e della morte, ma anche del contatto con i defunti soprattutto per la divinazione e i presagi. Anche il toro le era sacro sempre per il simbolismo delle sue corna, per quanto l'immagine di Luna è presente, insieme al Sole, anche in molte rappresentazioni della tauroctonia, l’uccisione rituale del toro bianco presente nei mitrei.

L'immagine del sole sulla destra della rappresentazione e della luna alla sua sinistra venne copiata e divenne poi comune sulle tele trecentesche come accompagnamento della figura del Cristo in croce.
Se il Sole rappresentava il mondo visibile, la Luna rappresentava il mondo invisibile degli Dei, dei Sacri Misteri e di tutti gli spiriti  che animavano la Natura ma soprattutto della antica magia sacerdotale e non.

Il culto della Dea Luna venne poi sostituito in gran parte dal culto di Diana, altra Dea italica, che venne illustrata come Dea della caccia e sorella di Apollo, nonchè figlia di Latona. Della sua facoltà di donare vita e morte aveva conservato i due simboli: della luna piena, la cornucopia traboccante di frutti, e della luna nera o nuova, la cornucopia vuota.

MITRA CHE UCCIDE IL TORO CON SOL E LUNA

LA FESTA

Durante la festa di culto pubblico veniva organizzata una processione diurna (pompa) e una notturna con le fiaccole nel bosco dove venivano anche appese altalene lunari in cui si dice che le sacerdotesse si cullassero per ottenere uno stato di trance attraverso cui predire il futuro.

Nel culto diurno della Dea le veniva sacrificato un bue ornato di nastri e rametti di cipresso, albero a lei dedicato, e nelle ville romane a volte si organizzavano banchetti notturni a base di cacciagione. Col tempo il rito della processione notturna scomparve, forse anche a causa dei possibili disordini che ne seguivano.


BIBLIO

- Samuel Ball Platner - Aedes Lunae, in A Topographical Dictionary of Ancient Rome - Londra - Oxford University Press - 1929 -
- Robert Turcan - The Gods of Ancient Rome - Routledge - 1998, 2001 -
- George Dumezil - La religione romana arcaica - a cura di Furio Jesi - Rizzoli Editore - Milano - 1977 -


ACQUEDOTTO DI MACULNIA - CATANIA (Sicilia)


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L'ACQUEDOTTO ROMANO DI CATANIA
L'acquedotto romano di Catania fu un capolavoro di ingegneria per il sistema idrico nella Sicilia romana. Esso traversava il territorio compreso tra le fonti sorgive di Santa Maria di Licodia, gli attuali territori comunali di Paternò, Belpasso e Misterbianco per giungere infine a Catania.



LA STORIA

Non conosciamo la data di tanto ciclopico lavoro ma sappiamo che già esisteva in età augustea, in quanto si rinvenne presso la sua parte iniziale una lapide del I secolo d.c. incisa con i nomi dei curatores aquarum, oggi custodita al Museo civico catanese del Castello Ursino.

Secondo le fonti in età augustea Catania (latino Catina in greco Katane) viene eletta a colonia con grande sviluppo economico, di popolazione e di fabbisogno idrico, da qui l'edificazione dell'acquedotto di Malcunia. Questo subì vari danneggiamenti, compreso l'eruzione del 253, come testimonia una lapide, rinvenuta nel 1771 presso il monastero dei benedettini relativa ad un ninfeo che qui si trovava e che venne restaurato.

In epoca islamica la struttura era già dimenticata, ma purtroppo se ne ricordò nel 1556 il viceré Juan de Vega (1507 – 1558) che ordinò lo smantellamento di un lungo tratto del ponte-acquedotto sito nei pressi della città, onde ricavarne materiale per realizzazione le mura di Catania, dimezzandone gli archi (da 65 a 32).
Non contento nel 1621 fece spoliare il monumento insieme ad altri per pavimentare una strada "con ordinate lastre", cosa inusuale, che divenne luogo di passeggio e svago. L'eruzione dell'Etna del 1669 contribuì infine a interrare le uniche arcate superstiti presso Catania, lasciandone appena qualche porzione.


DESCRIZIONE
L'acquedotto copriva un percorso di 24 km da Santa Maria di Licodia (400 m s.l.m.) fino a Catania, fino a 15 m s.l.m. presso il monastero benedettino di San Nicola. A Licodia quattro sorgenti vennero incanalate nella Botte dell'acqua, una grande camera a base quadrata divisa da una parete centrale e con copertura a botte, che accoglieva l'acqua mediante quattro bocche per poi direzionarla ad un canale aperto a est, verso Catania.

La conduttura era ampia oltre mezzo metro in larghezza e un metro e mezzo in altezza, coperta con una volta semicircolare impermeabilizzata all'interno con un fine intonaco di malta, pozzolana e frammenti di terracotta (Opus signinum o cocciopesto).

Il resto dell'acquedotto era stato eseguito soprattutto in pietra lavica, con roccia eruttiva per il riempimento e con cocci ben squadrati per la copertura, oltre a un composto di malta e pozzolana per fissare i blocchi e isolare il flusso dell'acqua, gli archi invece furono eretti a mattoni in terracotta.

LO STESSO ACQUEDOTTO NELLA ZONA DI VALCORRENTE
Il Principe di Biscari descrisse diverse lamine di piombo rinvenute all'interno delle condotte e conservate nel museo dei Benedettini al Monastero di San Nicolò l'Arena, ipotizzando fossero degli antichi restauri per chiudere le fessure generate dall'usura; tale restauro potrebbe essere quello menzionato dalla lapide relativa al curatores Q. Maculnius.

Dal serbatoio partiva il canale nel suo lungo viaggio, la cui pendenza veniva calcolata dagli abilissimi genieri romani per cui il canale a tratti era completamente interrato, oppure su un muro di sostegno, o su ponti-acquedotto su arcate portanti, talvolta anche su due file sovrapposte.
Il canale presentava nel suo percorso dei putei, cioè pozzi di ispezione per la manutenzione e la pulizia, e diversi castella aquae (cisterne di filtraggio e diramazione dell'acqua) sia a Licodia che a Valcorrente, a Misterbianco, e a Catania. 

INTERNO DELL'ACQUEDOTTO
Il castello dell'acqua di Licodia è andato perduto a seguito di lavori di sbancamento (sig!), mentre nella località Sciarone Castello di Belpasso ne rimangono notevoli resti. A Misterbianco, contrada Erbe Bianche, doveva esservi un castello di distribuzione che invogliava l'acqua al complesso termale in via delle Terme ma ne restano solo delle tracce.
A Catania, presso l'attuale Corso Indipendenza, è stata identificata una fabbrica quadrata e voltata, che doveva essere una conserva d'acqua, un'altra ne è stata identificata nella vigna dei Portuesi. Il sistema avrebbe dovuto raggiungere un grande serbatoio, che non è ancora stato identificato, e che doveva essere posto sul Colle Montevergine, da cui dovevano diramarsi i tratti di acquedotto destinato alle fontane e terme pubbliche, a residenze private, e a ogni altro fabbisogno in una città ormai ricca e molto romanizzata.
Alcuni studiosi suppongono che il grande serbatoio fosse il grande Ninfeo posto presso il monastero benedettino; in effetti a volte una cisterna veniva configurata all'esterno come un ninfeo. L'edificio infatti venne poi riconosciuto grazie a una lapide su cui era inciso:
«juxta lapideum aqueductum/
quem ipse construxerat ut in balneas copiosam/
aquam derivaret commodo civium
».

LE TERME SOTTERRANEE

I RITROVAMENTI
- A Santa Maria di Licodia vi sono state rinvenute vasche di contenimento e tratti dell'acquedotto, sia a mezzacosta che su arcate. Si sa che nei suoi pressi erano le quattro sorgenti incanalate nel grande serbatoio, oggi non più esistente.

- In contrada Cavaliere Bosco rimangono invece tre cisterne in pietra lavica, oggi usati come serbatoi d'acqua e abbeveraggio.

- A Paternò l'acquedotto ha un percorso vario, ora interrato, ora a mezza costa, o su muro, o su arcate.- A Civita sono stati rinvenuti i resti dell'acquedotto interrato fino alle spallette e privo di volta (spallette utilizzate come muro di contenimento di un agrumeto).

- A Civita-Scalilli, vi è un tratto di acquedotto su muro, con innesto di inizio arcate utilizzato come parete per un edificio retrostante di più recente realizzazione, oltre a pozzetti di ispezione e altri basamenti di arcate. Il tratto proseguendo a est è interrotto dalla stradella poderale della proprietà Reitano e dal tracciato ferroviario.

In Contrada Scalilli, i resti di acquedotto utilizzato come muro di delimitazione di una stradella interpoderale. Proseguendo a sud-est se ne perdono le tracce a causa delle lave di Monte Sona.
In Contrada Porrazzo-Pantafurna, sono ancora esistenti delle arcate, e basamenti di arcate.
A Contrada Giacobbe-Santa Barbara, un tratto di acquedotto a su muro con arcate cieche è stato utilizzato come delimitazione di proprietà.

LE TERME DELLA ROTONDA A CATANIA
- A Belpasso in Contrada Valcorrente, acquedotto è in parte interrato, e in parte su arcate. 

- A Misterbianco, in Contrada Erbe Bianche, resti di strutture ipotizzate quale castello dell'acqua.In Contrada Tiriti e via delle Terme, resti dell'acquedotto e della diramazione che alimentava le terme romane, nella contrada della Nunziatella. In Corso Carlo Marx, al di sotto dell'attuale magazzino Scaringi fu trovata una parte dell'acquedotto interrato.

- A Catania resti dell'acquedotto, in parte in interro, in parte su arcate a Monte Po, a Corso Indipendenza, nei giardini di Villa Curia, nei quartieri Nesima, Curìa, Àrcora, Chiusa del Tindaro, Antico Corso, dove sono state trovate diverse tracce dell'acquedotto sia su arcate che in interro. L'acquedotto, giunto in città, forniva tre diramazioni che partivano dal serbatoio di distribuzione. 
Una diramazione andava a sud-est per il Teatro, (con tracce di condutture), per poi diramarsi nei vari isolati: Un'altra diramazione, di alcune decine di metri, è emersa durante gli scavi archeologici di via dei Crociferi nel corso degli anni ottanta. Le altre due diramazioni invece sono ancora da scoprire.

BIBLIO
- Gioconda Lamagna - «L'acquedotto romano di Catania» in AA.VV. - Acquedotto romano -
- Luciano Nicolosi - L'acquedotto antico di Catania - Catania - Tip. Nicolosi e Grasso - 1931 -
- Cordaro Clarenza - Osservazioni sopra la storia di Catania cavate dalla storia generale di Sicilia - Catania -



CULTO DI BARBATUS


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DIONISO BARBATO

"La statua del Dioniso barbato, oggi a Palazzo Massimo alle Terme di Roma, fu rinvenuta nel 1926 a Frattocchie, al Km 18 della via Appia Antica , sul lato sinistro salendo verso Due Santi, nei pressi dell’attuale via Castagnole, durante gli scavi per le fondazioni di una nuova costruzione.

Di questa storia ne rimane memoria nella relazione dell’illustre archeologo britannico Bernard Ashmole che ricordava come lo stesso Paribeni , Soprintendente Regio alle Antichità, gli avesse mostrato la statua priva del capo appena recuperata con un sequestro dopo un tentativo di vendita clandestina. Durante gli stessi scavi sappiamo anche che vennero rinvenuti, oltre ad un’altra statua conosciuta come la Peplophoros, anche i resti di un antico basolato di strada romana.

E’ sempre contemporanea a questi fatti la notizia che vennero venduti al mercato clandestino inglese le due parti del capo mancate del Dioniso. Della parte posteriore se ne sono perse le tracce, mentre di quella anteriore sappiamo che già nel 1930 lo stesso Ashmole ne aveva riconosciuto la pertinenza con la statua di Palazzo Massimo grazie ad un calco che il soprintendente Aurigemma ne aveva preventivamente curato. E’ molto probabile che questo importante frammento, passato poi all’Ashmolean Museum di Oxford come donazione dei coniugi Beazley, facesse parte di una collezione privata ( Warren collection N° 100).

Singolare invece la storia legata alla restante parte della statua, meglio conosciuta come Dioniso Sardanapalo, già restaurata della testa mancante dallo scultore Giuseppe Tonnini prima del 1943 prendendo a modello la statua dei Musei Vaticani rinvenuta nel 1761 a Monte Porzio Catone.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, nel gennaio del 1944,su ordine di Hitler, la statua, già promessa da Mussolini al dottor George Lǖttke per le celebrazioni del centenario della nascita di Nietzsche (Cercherò la scultura greca da mettere nell’abside dell’Archivio di Nietzsche. Sarà il mio omaggio all’autore di “Also sprach Zarathustra”).

Da una lettera del Duce ricevuta dal dottor Lǖttke il 6 luglio 1942),fu prelevata dal museo di Roma dallo stesso generale Kesserling e trasferita in treno a Weimar in Germania. Nel 1954 la statua passò poi a Berlino ed esposta nel Pergamon museum fino al dicembre del 1991, quando grazie al sapiente lavoro di studio e di diplomazia del Soprintendente Adriano La Regina (Grande Adriano), quest’opera è stata riconsegnata e ricollocata nel museo di origine a Roma.

Per quel che riguarda il frammento della testa originale ancora oggi nell’Ashmolean Museum di Oxoford, sebbene sia stata già presentata una formale richiesta di restituzione, dovremo ancora aspettare.

(Marco Bellitto)

Gli antichi romani, quelli monarchici per intenderci, non si radevano, ma curavano le barbe per non lasciarle troppo lunghe. Varrone e Aulo Gellio infatti osservano come lunghe barbe e lunghe capigliature nelle statue sono indizio sicuro di antichità. 

Nel 299 a.c. Publio Ticino Menea (o Menas) introduce, per primo, i barbitonsori a Roma, conducendo dalla Sicilia una truppa di barbieri (Varrone, De re rustica, II, 11, 10), segno che in Sicilia la nuova moda è già propagata. 

I romani, grandi guerrieri, pensano che con barba e capelli corti non possono essere afferrati dai nemici attraverso questi, inoltre è più igienico, e, ragione non ultima, li distingue dai nemici che diventano "barbari" (non per la balbuzie come qualcuno sostiene ma proprio per la barba)
DIONISO SARDANAPALO

CONFONDE GLI ESPERTI

"Una scultura raffigurante una misteriosa divinità romana, mai osservata prima d’ora, è stata rinvenuta durante gli scavi di un tempio romano in Turchia del I secolo a.c.
L’immagine di un enigmatico Dio barbuto che emerge da quella che sembra una pianta o un fiore è stata scoperta durante gli scavi di un tempio romano del I secolo a.c. in Turchia, nei pressi del confine con la Siria.

Si tratta di una divinità completamente sconosciuta agli esperti. “È chiaramente un dio, ma al momento è difficile dire di chi esattamente si tratta”, ha confessato a Live Science Micheal Blömer, archeologo dell’Università di Muenster, Germania, impegnato nel sito. Il rilievo era inglobato in un muro di sostegno realizzato successivamente per l’edificazione di un monastero cristiano medievale. 

'Ci sono alcuni elementi che ricordano le antiche divinità del Vicino Oriente, quindi potrebbe essere una divinità più antica del pantheon romano', continua Blömer. L’archeologo tedesco non è il solo ad essere confuso; più di una dozzina di esperti contattai da Live Science non hanno idea a quale divinità appartenga l’immagine scoperta in Turchia.



IL DIO VEGETAZIONE ANNUALE

Chiunque sia, sembra si tratti di una divinità della vegetazione annuale, quindi un Dio della crescita, come in fondo doveva essere il Dio romano Barbatus, Dio romano protettore dei giovani che passavano dalla pubertà alla giovinezza, ai quali faceva comparire la prima barba. 

Non per nulla veniva invocato durante la prima rasatura, che i romani facevano usando un rasoio affilato con cura. In genere era il padre che aiutava il figlio, ma solo nei consigli e nell'incoraggiamento ad effettuare accuratamente questa delicata operazione.

La barba veniva poi avvolta in un candido panno e portata solennemente al tempio della Dea Iuventas
dove veniva bruciata ritualmente, si deve a Nerone l’istituzione dei Giovenali o Juvenalia, giochi della gioventù dedicati alla suddetta divinità alla quale si offrivano i peli del viso dei giovani in procinto di diventare ufficialmente cittadini romani.

Il Dio rinvenuto in Turchia sboccia con molta evidenza da una pianta poggiandosi ad una o due piante, come stesse cercando di liberarsi dal vegetale che lo tiene, e la presenza di un serpente al suo fianco lo denota ancor più come figlio della terra, ovvero della Dea Tellus, o Gaia che dir si voglia.

Ai suoi piedi un fiore enorme ha disteso i suoi petali in tutta la sua bellezza. Il figlio della Grande Madre è cresciuto, è diventato un uomo e si accoppierà con la sua stessa madre, come usava a volte nelle antiche religioni della Grande Madre.



GLI DEI BARBUTI

Stranamente gli antichi Dei erano sempre barbuti, vedi Dioniso e vedi Mercurio, o Saturno, o Nettuno, o Marte, o Ade, per non parlare di Giove. Avere barbe e capelli fluenti era segno di autorità e potere, soprattutto nell'antica Grecia, ma Roma seguì soprattutto la moda di Alessandro Magno che si radeva ogni giorno, copiato poi dal suo esercito.

Quando Giove diventò il re degli Dei, molti Dei si rasarono, vedi Dioniso, Mercurio, Apollo e perfino Marte (ma non sempre), a significare che l'autorità massima fosse Giove. Facevano eccezione Plutone e Nettuno perchè erano aldifuori del mondo di Giove, governando l'Ade e il mare.

HERMES BARBUTO
Pertanto mentre il potente era barbuto, l'eroe non lo era. Al momento della prima tonsura i giovani patrizi dovevano lasciare della toga pretesta (quella indossata dai magistrati curuli che li rendevano intoccabili, pena la morte), insieme alla bulla d'oro che rendeva anch'essa i bambini sacri (usanza presa dai sabini), per offrirla ai Dei lari della propria famiglia, andando appunto ad ornare il larario familiare.

I romani fissarono l’età adulta tra i quindici e i diciassette anni per i giovani ragazzi, facendo seguire l'evento da cerimonie e feste, nonchè di un ricco banchetto, al termine del quale si donava al giovane patrizio la veste virile. 

Poi si andava ai templi a fare dei sacrifici e gli si tagliavano i capelli: una parte si gettava nel fuoco in onore di Apollo, una parte si gettava nell’acqua in onore di Nettuno.

I giovinetti assumevano invece la toga virilis (di colore bianco ma non candido come quella dei "candidati"), il vestimento che chiudeva cerimonia chiamata tirocinium (tirocinio).

Lo stesso giorno in cui il giovinetto diveniva adulto la sua famiglia lo accompagnava al Campidoglio e al Foro e successivamente veniva iscritto sul registro dei cittadini romani, mentre il padre offriva una moneta alla Dea Juventa.

Un altro tempio a cui si poteva rivolgere una preghiera di protezione accompagnata da un'offerta era Fortuna Barbata uno dei tanti volti della Fortuna romana che accompagnava i giovani fino all'apparizione dei primi peli. 

Una divinità analoga nell'accompagnare i ragazzi ai primi peli della barba era la Venere calva, che sarebbe stata venerata sotto il regno di Anco Marzio; ma sembra che questo culto, celebrato dalle matrone romane, si rifaccia a una statua di Venere Calva eretta all'inizio del IV sec. a.c. per commemorare il sacrificio delle Romane che avrebbero tagliato la loro capigliatura per confezionare delle funi, nel corso dell'assedio di Roma da parte dei Galli.



SANTO BARBATO

Al Dio Barbato la chiesa contrappose San Barbato, un vescovo cattolico che convertì molti Longobardi al Cristianesimo, in quanto benché fossero battezzati adoravano ancora gli idoli come la vipera d'oro e gli alberi sacri. 

Nel luogo dove fu tagliato il noce delle streghe (in realtà il culto di Diana Caria a cui era sacro l'albero del noce), il Santo fece erigere un tempio con il nome di S. Maria in Voto.

La vipera d'oro era in realtà l'anfesibena o anfisbena, un mitico serpente a due teste, una ad ogni estremità del corpo, e di occhi che brillano come lampade.
Secondo il mito greco, l'anfisbena fu generata dal sangue uscito dalla testa di Medusa quando Perseo volò sul deserto libico, ma il simbolo è molto arcaico.

Viene citata da Marco Anneo Lucano e Plinio il Vecchio. Il nome deriva dal latino "amphisbaena", dal greco ἀμϕίσβαινα, composto di ἀμϕι «anfi» e βαίνω «andare», il che significa "che va in due direzioni". 

E' il simbolo della Madre Terra, cioè della Natura che va nelle due direzioni, cioè verso la vita e verso la morte, dove tutto nasce, cresce, muore e risorge attraverso una reincarnazione.

Vedi anche: LISTA DELLE DIVINITA' ROMANE


BIBLIO

- George Dumezil - La religione romana arcaica - a cura di Furio Jesi - Rizzoli Editore - Milano - 1977 -
- William Warde Fowler - Religious Experience - Londra - 1910 -
- Publio Ovidio Nasone - Fasti e frammenti, a cura di Fabio Stock - Unione Tipografico-Editrice Torinese - Torino - 1999 -
- La religione romana arcaica (La religion romaine archaïque, avec un'appendice sur la religion des Étrusques.- Parigi - Payot - 1964) - Milano - Rizzoli - 1977 -



MAGNO MASSIMO - MAGNUS MAXIMUS (Usurpatore: 383-388)


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MAGNO MASSIMO

Nome: Magnus Clemens Maximus
Nascita: Hispania, 335 circa
Morte: Aquileia, 28 agosto 388
Figli: Sevira Maxima, Flavio Vittore
Regno: 383-388


Magno Massimo, o Magno Clemente Massimo e Massimiano (Hispania, 335 circa – Aquileia, 28 agosto 388), fu un usurpatore dell'Impero romano dal 383 al 388. Sconfitto, venne condannato a morte dall'imperatore Teodosio I.


LE VICENDE

In seguito alla sconfitta di Adrianopoli del 378 contro i Goti che avevano sterminato due terzi dell'esercito romano e in cui era morto l'imperatore Valente, il diciannovenne imperatore s'Occidente Graziano, piuttosto smarrito, nominò nel 379 Teodosio I imperatore d'oriente e nel 381 spostò la capitale da Treviri a Milano.

Magno Massimo era nato in Hispania come l'imperatore Teodosio I (379-395), e aveva combattuto con lui nella campagna in Britannia (probabilmente nel 368-369, quando Teodosio sconfisse i Sassoni e altre popolazioni giunte dalla Scozia e dall'Irlanda), dove si era fatto notare per le sue abilità militari e il suo coraggio contro i terribili Pitti.

Sembra che le legioni fossero piuttosto malcontente per l'ammissione nell'esercito romano di contingenti di barbari, in particolare Alani (iranici sarmati), assunti per giunta con paghe elevate, e che ricevevano molti doni, mentre fino ad allora gli ausiliari venivano pagati circa la metà dei legionari. Inoltre arruolare contingenti fra le popolazioni barbare e farli combattere contro altri barbari, spesso etnicamente affini non era una buona idea e le diserzioni erano frequenti.

GRAZIANO

SCONFITTA E UCCISIONE DI GRAZIANO (383)

L’esercito di Massimo salpò per la Gallia, l’appoggio delle truppe di stanza sulla frontiera del Reno. Graziano, con le truppe rimastegli fedeli, si scontrò in battaglia con Massimo nei pressi di Parigi.

La battaglia durò per ben cinque giorni: ma Graziano, in seguito alla diserzione della cavalleria mauritana e della quasi totalità delle sue truppe che defezionarono in favore dell’usurpatore, abbandonò tutte le speranze e tentò la fuga verso le Alpi con un piccolo seguito di trecento cavalieri, gli unici fedeli.

Quando Massimo fu informato della fuga, incaricò Andragazio, comandante della cavalleria, di inseguire Graziano e ucciderlo. Questo ufficiale lo inseguì, lo raggiunse a Lione, e lo uccise. (25 agosto 383), confermando l’autorità di Massimo sulle Gallie.

Narra invece lo storico Zosimo che Graziano, quando si accorse che le sue truppe stavano disertando per passare a Massimo, decise di scappare verso la Rezia, il Norico e la Pannonia, ma fu raggiunto e ucciso da Andragazio a Singidunum nella Mesia. 

Secondo altri Andragazio avrebbe invece portato a termine il suo compito a Lugdunum, il 25 agosto di quello stesso anno, con uno stratagemma: impossessatosi di una carrozza imperiale, mise in giro la voce che la moglie di Graziano, che l'imperatore aveva da poco sposato, era tornata dalla Bretagna, ma quando l'imperatore raggiunse la carrozza e l'aprì, dentro trovò Andragazio che lo uccise.

Naturalmente dopo la morte Graziano fu divinizzato, poichè l'usanza della divinizzazione degli imperatori stranamente non cessò con la religione di stato cristiana. Massimo venne proclamato imperatore nella primavera del 383 dalle legioni di stanza in Britannia, ma non a Roma. 



BAUTONE

Dunque Magno Massimo dominava sulla Gallia, sulla Britannia e sulla Hispania, ma non osò muovere guerra al giovane imperatore Valentiniano II (371-392), fratellastro di Graziano e signore dell'Italia e dell'Africa, perché questi era amato dalle legioni e protetto dal generale Bautone.

Così morto Graziano venne nominato imperatore il fratellastro Valentiniano II, che però si trovò ad affrontare un avversario molto forte come Massimo che era benvoluto e che sapeva combattere. Bautone fu allora inviato in occidente ad aiutare il nuovo imperatore e intelligentemente pose i soldati a difesa dei valichi alpini, impedendo altri attacchi da parte dell'usurpatore. 

Poiché l'imperatore era molto giovane (Valentiniano era salito al trono a soli quattro anni), Bautone con la sua esperienza e con la sua abilità riuscì ad essere molto influente a corte, divenendo in pratica capo dell'impero d'occidente a nome di Valentiniano. 

Fu questa l'accusa che gli fece Massimo invidioso di un potere che avrebbe voluto per sè. Nel 385 venne nominato console, ma morì prima del 388, quando è attestato un nuovo magister militum, e cioè Arbogaste.

MAGNO MASSIMO E LA DEA VIRTUS

ARBOGASTE

 Massimo pose la propria capitale ad Augusta Treverorum (Treviri) e propose a Teodosio, imperatore in Oriente, un trattato di amicizia. Teodosio che stava badando ad altri fronti, pur volendo vendicare Graziano, accettò di riconoscere Massimo imperatore, confermandogli la sovranità sulla prefettura gallica e riconoscendolo console per il 384, ma solo in Occidente. 

Teodosio diede così ordine a Cinegio, prefetto del pretorio, di innalzare ad Alessandria una statua di Massimo, dichiarando alla popolazione che l’usurpatore era stato riconosciuto e associato all’Impero. Magno Massimo fu nel frattempo riconosciuto anche dall’Imperatore Valentiniano II, che governava l’Italia e l’Illirico sotto la reggenza della madre Giustina.



MAGNO MASSIMO INVADE L’ITALIA (386)

Massimo, che riteneva i suoi domini inferiori al suo merito, governando solo quella parte dell’Impero già governata da Graziano, progettava di detronizzare il giovane Valentiniano II, in modo da impadronirsi anche dell’Italia e degli altri territori da lui governati. Così si preparò ad attraversare le Alpi per invadere l’Italia, ma avrebbe dovuto passare per passi stretti ben guardati e monti impervii per cui rimandò l’impresa.

Valentiniano II, tuttavia, da Aquileia, gli aveva inviato degli ambasciatori per ratificare la continuazione della pace. L’ambasciatore di Valentiniano II, Domnino, fu ricevuto con molta gentilezza e rispetto da Massimo, che lo ricoprì di doni ed onori, in modo da guadagnarsi la sua fiducia.

Massimo si mostrò disposto a inviare parte del suo esercito in Pannonia, territorio di giurisdizione di Valentiniano II, con il pretesto di assistere Valentiniano contro i Barbari che l’avevano invasa e Domnino gli credette. Così, attraversando le Alpi, rese il passaggio più praticabile per Massimo, che lo seguì con tutte le sue forze, con un esercito ben più numeroso di quanto pattuito, senza destare sospetti e si presentò sotto le mura di Milano.

Così, nel 386, Massimo invase l’Italia senza incontrare resistenza, e atterrì Valentiniano, e la situazione era tanto disperata che i cortigiani già presagivano la possibile cattura ed esecuzione del loro Imperatore ad opera di Massimo. Valentiniano, la sorella Galla e la madre, finalmente consci di quanto accadeva, furono costretti a fuggire ed a rifugiarsi prima ad Aquileia e poi a Tessalonica presso Teodosio.

VALENTINIANO II

FUGA DI VALENTINIANO II A TESSALONICA

Valentiniano, con la madre Giustina e la sorella Galla, si imbarcò per Tessalonica e da qui inviarono messaggeri all’Imperatore Teodosio, chiedendogli di allestire una spedizione militare per rovesciare Massimo e ristabilire Valentiniano II sul trono d’Occidente. In questo modo avrebbe vendicato anche l’assassinio di Graziano, a cui Teodosio doveva il trono.

TEODOSIO I
Teodosio però era consapevole dei danni possibili di una guerra civile, e che lo stato avrebbe subito perdite fatali da entrambe le parti. Egli propose di inviare prima un’ambasceria presso Massimo, in cui gli si intimava di restituire a Valentiniano la sua quota di Impero, in modo che tutto l’Impero fosse diviso tra i tre. Nel caso Massimo avesse rifiutato, Teodosio gli avrebbe dichiarato guerra.

Nel frattempo, Giustina, dopo averlo supplicato di non lasciare impunita l’uccisione di Graziano, a cui tra l’altro doveva il trono, gli presentò sua figlia in lacrime, che era di una bellezza straordinaria. Teodosio ascoltò queste suppliche, ed essendo rimasto ammaliato dalla sua bellezza, richiese a Giustina di promettergli in sposa sua figlia. L'altra rispose che non avrebbe dato l’assenso al matrimonio, finché Teodosio non avrebbe dichiarato guerra a Massimo per vendicare l’uccisione di Graziano.

Quando tutti i preparativi erano ultimati per la spedizione, l’Imperatore Teodosio fu informato che i Barbari, che combattevano a fianco delle legioni romane, erano state sobillate da Massimo a tradire l’esercito di Teodosio con la promessa di grandi ricompense. Quando ricevettero il sentore che il loro piano era stato scoperto, i Barbari fuggirono in Macedonia, dove si nascosero nelle foreste. Essendo cercati con grande diligenza, molti di loro furono uccisi.



MORTE DI MAGNO MASSIMO

Mentre Teodosio era in marcia, Massimo, avendo appreso che la madre di Valentiniano e i suoi figli stavano procedendo ad attraversare il Mar Ionio, allestì numerose imbarcazioni, e mise al comando di esse Andragazio, per intercettare le imbarcazioni che trasportavano la famiglia di Valentiniano e catturarli.

Ma Andragazio, anche se cercò in tutte le direzioni, fallì nel suo scopo. infatti, la famiglia di Valentiniano aveva già attraversato lo stretto ionico. Allestendo una marina consistente, allora, navigò per le coste adiacenti, aspettandosi che Teodosio lo avrebbe attaccato con la sua flotta.

Teodosio vinse nella battaglia della Sava e nella battaglia di Poetovio contro Massimo che si rifugiò ad Aquileia, ma venne catturato e portato a Teodosio, che lo fece uccidere dal boia. In Gallia Vittore fu sconfitto e ucciso da Arbogaste, mentre la flotta teodosiana distruggeva quella di Massimo, al cui comando era Andragazio, l'assassinio di Graziano, che si suicidò gettandosi in mare.



BIBLIO

- Lendering, Jona - Magnus Maximus - Livius.org - (usurpatore) -
- Zosimo - Storia nuova IV - Milano - BUR - 1977 -
- Arthur Auguste Beugnot.- Histoire de la Destruction du Paganisme en Occidente - 1832 -
- Hartmut Leppin - Teodosio il Grande - Salerno editrice - 2008 -
- Valentiniano II - Dizionario di storia - Istituto dell'Enciclopedia Italiana - 2010 -
- Paolo Orosio - in Dizionario di storia - Istituto dell'Enciclopedia Italiana - 2010 -


L'ASSEDIO DI GERGOVIA (52 a.c.)


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Battaglia di Gergovia 52 a.c.

Comandanti
- Gaio Giulio Cesare - (Effettivi 6 legioni 60.000 armati. Perdite: alcune coorti)
- Vercingetorige

«Caesar ex eo loco quintis castris Gergoviam pervenit»
(Cesare, Commentarii de bello Gallico, VII, 36)

La battaglia di Gergovia fu un episodio della Conquista della Gallia da parte della Repubblica romana: la battaglia si svolse nell'anno 52 a.c. tra l'esercito romano guidato da Gaio Giulio Cesare e l'esercito gallico di Vercingetorige, che inflisse una sconfitta ai Romani.

Giulio Cesare arrivò in Gallia nel 58 a.c., dopo il consolato dell'anno precedente. Era, infatti, consuetudine che i consoli, gli ufficiali più elevati in grado di Roma, alla fine del loro mandato fossero nominati governatori in una delle province dal Senato romano. Grazie agli accordi del I triumvirato (alleanza politica con Gneo Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso), Cesare fu nominato governatore della Gallia cisalpina (la regione fra le Alpi, gli Appennini, l'Adriatico), dell'Illirico e della Gallia Narbonense.

GAIO GIULIO CESARE

LA PERSONALITA' DI CESARE

Cesare conosce benissimo le sue immense potenzialità, è uno stratega fantastico, ha un'immaginazione senza limiti, una mente mobile come pochi, sa scegliere le persone e sa quali compiti affidargli. Le sue strategie non si somigliano mai, rendendo al nemico imprevedibili i suoi movimenti. E' colto e arguto, ma sa trattare benissimo con i semplici. Ha un fiuto stupendo per i percorsi in luoghi mai visitati, legge nell'animo delle persone, e sa come rapportarsi a loro. E' autorevole ma con grande semplicità.

Gli altri riconoscono immediatamente la sua superiorità mentale e gli si affidano. Cesare è ambizioso di gloria, è vissuto da bambino con l'insegnamento di suo zio, il grande Caio Mario, uomo del popolo a cui i senatori patrizi dovevano sempre rivolgersi, loro malgrado, per salvare le situazioni. E' un generale fantastico, nella strategia e nell'addestramento dei suoi uomini, il popolo lo adora.

Mario se l'è portato nella palestra e gli ha insegnato a combattere, Cesare è il figlio che avrebbe voluto avere, è solo suo nipote ma non appena crescerà se lo porterà in battaglia. Anche Mario è conoscitore di animi e capisce che quel nipote ha un talento speciale. Purtroppo non potrà farlo perchè morirà quando Cesare ha 14 anni e a sedici anni perderà anche il padre, ora poteva contare solo su se stesso.

Ora Cesare, con la scusa di dover impedire che il popolo degli Elvezi attraversi la Gallia e si stabilisca in una posizione pericolosa per Roma, ad occidente dei suoi possedimenti della provincia Narbonense, comincia ad attaccare queste tribù che per secoli avevano costituito il "Metus Gallicus", il terrore che i romani avevano di essere attaccati dai Galli. Del resto queste popolazioni facevano continue incursioni oltre confini, razziando bestiame e viveri, stuprando le donne e uccidendo chi gli si opponeva e pure chi non gli si opponeva, bambini compresi.

Cesare sconfigge una ad una tutte le popolazioni della Gallia, a cominciare dalla Gallia Belgica, per passare a quelle della costa atlantica, fino all'Aquitania.
Sconfigge inoltre le popolazioni germaniche di Ariovisto nell'Alsazia, passa il Reno per due volte, nel 55 e 53 a.c.; e primo tra i Romani, conduce due spedizioni contro i Britanni oltre La Manica nel 55 e 54 a.c.



IL PRELUDIO

Le agitazioni in Gallia non erano ancora finite con l'inverno del 53-52 a.c., benché Cesare fosse tornato per l'inverno a svolgere le normali pratiche amministrative nella Gallia cisalpina, ed a controllare più da vicino quanto accadeva a Roma in sua assenza.

La situazione era precipitata, i galli si erano uniti in una coalizione che si manifestò quando i Carnuti uccisero tutti i coloni romani nella città di Cenabum (moderna Orléans). Questo scoppio di violenza fu seguito dal massacro di altri cittadini romani, mercanti e coloni, nelle principali città galliche. Venutone a conoscenza, Cesare radunò rapidamente alcune coorti che aveva reclutato nel corso dell'inverno ad integrazione dell'esercito lasciato a svernare in Gallia ed attraversò le Alpi, ancora coperte di neve. Cesare non ha regole, combatte d'estate e d'inverno, di giorno e di notte, è imprevedibile.

Con la sua proverbiale rapidità Cesare guida le corti fino al ricongiungimento con le truppe lasciate nel cuore della Gallia, ad Agendico. I successi militari si susseguono comportando l'occupazione delle città di:
Vellaunodunum (dei Senoni),
Cenabum (capitale dei Carnuti),
Noviodunum
Avaricum (capitale dei Biturigi),

Cesare è deciso a portare a termine la campagna di quell'anno, con la sottomissione definitiva delle popolazioni dell'intera Gallia.

CARTINA DELLA BATTAGLIA (INGRANDIBILE)
Divide, pertanto, l'esercito in due parti: al suo generale Tito Labieno lascia 4 legioni, inviandolo a nord per sopprimere la rivolta di Senoni e Parisi; mentre a sé stesso riserva il compito più difficile: quello di rincorrere Vercingetorige fino alla capitale del popolo degli Arverni, con le rimanenti 6 legioni. Così volge a sud, seguendo il fiume Elaver, verso la capitale arverna di Gergovia (le cui rovine sorgono nei pressi di Clermont-Ferrand).

Giuntagli la notizia dell'avanzata di Cesare, Vercingetorige, interrotti tutti i ponti di quel fiume, si pone in marcia lungo la sponda opposta.

«I due eserciti rimanevano l'uno al cospetto dell'altro, ponevano i campi quasi dirimpetto. La sorveglianza degli esploratori nemici impediva ai Romani di costruire in qualche luogo un ponte per varcare il fiume. Cesare correva il rischio di rimanere bloccato dal fiume per la maggior parte dell'estate, in quanto l'Allier non consente con facilità il guado prima dell'autunno. Così, per evitare tale evenienza, pose il campo in una zona boscosa, dinnanzi a uno dei ponti distrutti da Vercingetorige; il giorno seguente si tenne nascosto con due legioni.

Le altre truppe, con tutte le salmerie, ripresero il cammino secondo il solito, ma alcune coorti vennero frazionate perché sembrasse inalterato il numero delle legioni. Ad esse comandò di protrarre la marcia il più possibile: a tarda ora, supponendo che le legioni si fossero accampate, intraprese la ricostruzione del ponte, utilizzando gli stessi piloni rimasti intatti nella parte inferiore. L'opera venne rapidamente realizzata e le legioni furono condotte sull'altra sponda. Scelse una zona adatta all'accampamento e richiamò le rimanenti truppe

(Cesare, De bello Gallico, VII, 35)

E così Vercingetorige è costretto a precederlo fino a Gergovia a marce forzate, mentre Cesare raggiunge la capitale degli Arverni nella quinta giornata di viaggio. In quel giorno deve sostenere un piccolo combattimento tra le cavallerie ed osserva la posizione della città, posta sopra un monte molto alto, di difficile accesso da tutte le parti.

"Il proconsole romano, per prima cosa, reputò necessario procurarsi le necessarie provviste prima di darne l'assalto, e comunque di porre il proprio campo ai piedi della rocca. Vercingetorige, che lo aveva preceduto, si era già installato sullo stesso monte presso la città, avendo inoltre occupato con le milizie di ogni altra nazione gallica, tutte le cime della catena intorno all'oppidum arverno."

Forze in campo:

- Gaio Giulio Cesare si apprestò ad assediare la capitale degli Arverni con sei legioni:
la VI, VIII, IX, X, XIII e XIIII.
- Vercingetorige deve essere stato in possesso di 60/80.000 armati come suggerirebbe il confronto tra due passi del De bello Gallico.



L'ASSEDIO

Non passa giorno che Vercingetorige non provochi i Romani con scontri di cavalleria, ma pure con gli arcieri. Poco distante dal grande campo di Cesare, c'è una collina ben munita, ai piedi della rocca, ed occupata con un consistente presidio di Galli. Il generale romano ritiene che occuparla faciliterebbe l'assalto a Gergovia, ma soprattutto priverebbe il nemico dell'approvvigionamento di gran parte dell'acqua e della possibilità di foraggiare liberamente.

Così una notte, Cesare uscito dal campo in silenzio, prima che possano giungere i soccorsi dalla città, riusce a cacciare il presidio gallico e vi pone a difesa due legioni. Poi fa scavare una doppia fossa, larga dodici piedi, che congiungeva il campo maggiore con il minore, in modo da costituire un camminamento protetto per i soldati che si spostano da un campo all'altro, contro eventuali assalti del nemico.

Però mentre Cesare si trova a Gergovia, il capo degli Edui, Convictolitave, al quale poco prima aveva assegnato la magistratura suprema, si ribella all'alleato romano, sobillato dagli Arverni, dopo aver fatto credere ai suoi sudditi che alcuni dei loro capi siano stati uccisi a tradimento dallo stesso Cesare.

Convictolitave fa trucidare alcuni cittadini romani dopo averli spogliati dei loro beni, inviando poco dopo un certo Litavicco, alla testa di 10 000 armati, ad unirsi alle forze galliche insorte di Vercingetorige.

Eporedorige e Viridomaro, due dei più prestigiosi capi Edui, ora creduti morti, si trovavano a fianco di Cesare nel difficile assedio. Conosciuti i fatti, pregano il generale romano di:
« non permettere agli Edui di venir meno all'alleanza con il popolo romano per colpa dei perfidi piani di alcuni giovani, lo prega di tener conto delle conseguenze, se tante migliaia di uomini si fossero unite ai nemici»
 (Cesare, De bello Gallico, VII, 39.)

Cesare non perde tempo e marcia con quattro legioni verso la colonna degli Edui distante solo 25 miglia, dopo aver lasciato al campo base le restanti due legioni ed il legato Gaio Fabio. Giunti in vista dell'esercito Eduo, il proconsole invia proprio Eporedorige e Viridomaro, che gli Edui credevano morti, per smascherare l'inganno di Litavicco. Quest'ultimo, prima di poter essere scoperto, fugge e si rifugia a Gergovia.

Cesare deve perdonare l'intera nazione degli Edui, per evitare di aprire un nuovo fronte di guerra, tanto più che deve rientrare al campo base presso Gergovia sotto attacco nemico. E' solo grazie al suo provvidenziale intervento che le due legioni rimaste a guardia dei bagagli, vengono salvate dal costante assedio operato dalle truppe galliche di Vercingetorige fin dalla partenza di Cesare.



LA SCONFITTA

Cesare, recatosi ad ispezionare il campo minore, si accorge che la collina occupata dai Galli di fronte alla capitale degli Arverni, è del tutto libera dagli uomini, contrariamente ai giorni precedenti. Decide allora di occupare quel colle in modo da bloccare ogni via di vettovagliamento a Vercingetorige ed al suo esercito.

Dalla mezzanotte successiva fino all'alba, Cesare invia tra i colli vicini alcuni reparti di cavalleria con bagagli e muli, simulando possibili azioni di attacco da più parti, sapendo che da Gergovia non si poteva riconoscere che cosa realmente accadesse, per la grande distanza. Contemporaneamente invia una legione lungo il crinale occidentale ai piedi della città, in posizione boscosa e quindi nascosta, mentre la cavalleria degli Edui è pronta ad attaccare sul fianco destro lungo un'altra salita.

 «Le mura della città distavano dalla pianura e dall'inizio della salita milleduecento passi in linea retta, se non ci fosse stata di mezzo nessuna tortuosità. E tutte le curve che si aggiungevano per attenuare la salita, aumentavano la distanza. Sul colle, a mezza altezza, i Galli avevano costruito in senso longitudinale un muro di grosse pietre, alto sei piedi, che assecondava la natura del monte e aveva lo scopo di frenare l'assalto dei nostri.

Tutta la zona sottostante era stata evacuata, mentre nella parte superiore, fin sotto le mura della città, i Galli avevano posto fittissime le tende del loro campo. Al segnale i legionari raggiungono rapidamente il muro, lo superano e conquistano tre accampamenti. L'azione fu così rapida, che Teutomato, re dei Nitiobrogi, sorpreso ancora nella tenda durante il riposo pomeridiano, a stento riuscì a sfuggire ai nostri in cerca di bottino, mezzo nudo, dopo che anche il suo cavallo era stato colpito.»
 (Cesare, De bello Gallico, VII, 46.)

Cesare ordina il rientro delle truppe al campo base, mentre la legione X, che è con lui, si ferma per coprirne la ritirata. Qualcosa però non funziona e molti dei legionari continuano la loro avanzata. «Trascinati, però, dalla speranza di una rapida vittoria, dalla fuga dei nemici e dai successi precedenti, pensarono che non vi fosse impresa impossibile per il loro valore. Così, non cessarono l'inseguimento finché non ebbero raggiunto le mura e le porte della città
 (Cesare, De bello Gallico, VII, 47.)

La reazione dei Galli, per il timore di essere massacrati come ad Avarico, è immediata. Dopo essersi, precipitati fuori dalle porte della città, mentre le donne gettavano dalle mura indumenti ed argenti supplicando i Romani di risparmiarle insieme ai loro figli, riescono a respingere gli attacchi della legio VIII. La ritirata dei Romani è disastrosa. Cesare deve intervenire con la legio X, dopo che la cavalleria degli Edui, intervenendo sul fianco destro, non viene riconosciuta dai Romani dell'VIII legione, temendo di essere ingannati e circondati.

Anche il legato Tito Sestio, che si trovava presso il campo minore, esce insieme alle coorti della legio XIII e legio VIII (quest'ultima comandata dal centurione Marco Petreio Cesariano), per frenare i Galli che inseguono i Romani. Al termine dello scontro, risultano uccisi quasi 700 legionari e ben 46 centurioni.

 Il giorno seguente Cesare, convocato l'intero esercito in assemblea, rimprovera la temerarietà, la cupidigia, la sfrenatezza ed indisciplina dei suoi legionari, che non si sono arrestati al segnale della ritirata e nemmeno poterono trattenerli i tribuni militari e i legati. Cesare spiega che ha dovuto abbandonare una vittoria certa, avendo sorpreso il nemico senza comandante e senza cavalleria, per coprire una ritirata nella quale ha perduto quasi due coorti di armati.

Ricordò loro che è suo compito stabilire la tattica in battaglia e portare a termine l'operazione. Non tollererà alcuna azione di indisciplina in futuro. Poi rincuora gli animi della sua armata, e dispone che, affinché non si scoraggino ed attribuiscano al valore del nemico ciò che è dipeso dalla posizione sfavorevole, le legioni si schierino in ordine di battaglia di fronte al campo romano.

E così fa anche il giorno successivo, ma poiché Vercingetorige non scende per accettare battaglia, certamente per il timore della superiore tattica bellica, Cesare muove il campo in direzione del paese degli Edui, dove si profila una nuova rivolta ai suoi danni. Vercingetorige non lo insegue e rimane arroccato dentro Gergovia.

Cesare non fu sconfitto dal nemico, ma dovette desistere dall'assedio e cercare un nuovo campo di combattimento, ma per lui fu una sconfitta. Perchè già si profilava la battaglia di Alesia.


BIBLIO

- Cassio Dione - Storia romana - libri XL -
- Svetonio - Vite dei Cesari - Vita di Cesare -
- J. Carcopino - Giulio Cesare - traduzione di Anna Rosso Cattabiani - Rusconi Libri - 1993 -
- Andrea Frediani - Le grandi battaglie di Giulio Cesare - Roma - 2003 -



NAUMACHIA DI AUGUSTO - NAUMACHIA AUGUSTI


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Le naumachie erano dei grandi bacini attrezzati per rappresentare le battaglie navali dove si rievocavano le grandi vittorie del passato, il che non solo divertiva gli spettatori ma li inorgogliva per essere romani provocando un attaccamento sempre maggiore alla patria.

I naumacharii, cioè gli attori combattenti, erano  nemici caduti schiavi, o gente assoldata al momento in cerca di notorietà e fortuna (nella naumachia si era molto visibili), o marinai pagati, o criminali condannati a morte cui veniva risparmiata la vita se dimostravano abilità e coraggio.

Questi dovevano guerreggiare indossando le armature del paese rappresentato, incitati alla lotta dai pretoriani e dalla folla sugli spalti. Questi spettacoli erano chiamati navalia proelia, battaglie navali, mentre il termine greco naumachia, più comune, indicava sia lo spettacolo sia il sito che le ospitava.

Questi spettacoli, ideati e rappresentati a Roma, solo raramente furono eseguiti altrove, in quanto costosissimi, poiché le navi erano autentiche, e manovravano come vere navi in battaglia, rovinandosi tra loro o addirittura affondando.

In origine i giochi erano gestiti dai sacerdoti per questioni di culto e duravano, come le famose corse dei cavalli, solo un giorno. Dai 77 giorni di ludi proclamati ufficiali tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero si arrivò nel quarto secolo a ben 177 giorni all’anno dedicati agli spettacoli.

Le naumachie spesso riproducevano famose battaglie storiche, come quella dei Greci che vinsero i Persiani a Salamina, ma passarono presto a rappresentare le vittorie di Roma, ormai padrona del Mediterraneo.

I naumachiarii (combattenti nella naumachia), e non come spesso si crede i gladiatori, salutavano  prima della battaglia l'imperatore con una frase famosa: "Ave Caesar, morituri te salutant." Almeno così salutarono l'imperatore Claudio che non desiderando il massacro di tutti fece un cenno di negazione che fu però interpretato come una grazia dal combattimento. Claudio si infuriò, gli uomini combatterono, parecchi morirono, la folla andò in visibilio e tutti i sopravvissuti vennero graziati. Poiché era andata bene la frase venne ripetuta.

NAUMACHIA DEL COLOSSEO

LA  I  NAUMACHIA

La prima naumachia si tenne a Roma in un bacino temporaneo scavato nel Campo Marzio, e fu finanziata da Cesare nel 46 a.c. per celebrare il suo trionfo. Ebbe tanto successo che Augusto organizzò le naumachie nei Septa, un ampio complesso con uno spazio aperto di 300 x 120 metri, circondato da portici e arricchito da opere d'arte prese dai paesi conquistati. 

Augusto voleva celebrare la potenza della flotta romana, soprattutto la sua vittoria navale di Azio, dove Agrippa, suo genero, era stato l'ammiraglio della flotta. Per la prima volta dai tempi di Caio Duilio, vincitore contro Cartagine, un ammiraglio era stato più celebrato di un generale delle armate di terra. L’orgoglio dei romani per la loro marina militare si rifletteva negli spettacoli delle battaglie navali.
 

IL COLOSSEO

Il Colosseo poteva offrire lo spettacolo di naumachia quando la scena veniva inondata da un sistema ingegnoso d’irrigazione, ma sembra sia stato usato poche volte, dopodiché venne usato solo come anfiteatro, poiché "erano necessari molti preparativi per rendere l'arena stagna e riempirla ad una altezza sufficiente (1,5 m) per potervi far galleggiare le navi".


IL VATICANO

Un'altra Naumachia famosa era costruita nella valle del Vaticano. Fu edificata da Domiziano all'interno degli Horti di Agrippinae, all'inizio per uso privato e poi per uso pubblico, a ovest del Mausoleo di Adriano. Era rettangolare con due lati lunghi e uno breve curvo. Pirro Ligorio ne riportò un disegno nel suo libro "Antiquae Urbis Image" del 1561. Poi fu usato per piantarvi una vigna e alla fine scomparve.

NAUMACHIA DI AUGUSTO (by Jean Claude Golvin)

LA NAUMACHIA DI AUGUSTO

La naumachia d'Augusto (naumachia Augusti) è conosciuta dalle Res Gestæ. Il bacino fu edificato nel 42 a.c., per celebrare la dedicazione del tempio di Marte Ultore, dove si rappresentò la battaglia di Salamina. Augusto medesimo indica che il bacino misurava 1800 piedi romani su 1200 (circa 533 x 355 m) e Plinio aggiunge che al centro del bacino, probabilmente ovale, si trovava un'isola collegata all'argine con un ponte.

Il bacino era rifornito dall'acquedotto dell'Aqua Alsietina, acquedotto sotterraneo costruito nel 2 a.c. che assicurava l’alimentazione di acqua, passando sotto le costruzioni, appositamente costruito da Augusto per la sua alimentazione, con una capacità di 180 litri di acqua al secondo, per un ammontare di circa 200.000  utili per riempire in 15 giorni la naumachia. Il bacino doveva avere una profondità di circa 1,5 m, quella minima per permettere alle navi di galleggiare, e pertanto una capacità giustappunto di circa 200.000 .

Era un acquedotto lungo 22.000 passi, creato appositamente per portare l'acqua alla Naumachia di Augusto dal lago di Martignano (vicino al lago di Bracciano) con un percorso di 33 km.
Un canale navigabile permetteva l'accesso alle navi provenienti dal Tevere, oltrepassato da un ponte mobile (pons naumachiarius).

I romani erano impazziti per la naumachia di Cesare, pertanto Augusto, che copiava il padre adottivo in tutto e per tutto, organizzò altre naumachie nei Septa, un complesso monumentale con uno spazio aperto di 300 x 120 m, circondato da portici e arricchito da opere d'arte provenienti dai paesi conquistati. 

LOCAZIONE DEL BACINO
Augusto celebrava così la flotta romana, poiché egli stesso aveva conquistato il potere e sgominato i suoi nemici attraverso la vittoria navale di Azio, ove il suo genero Agrippa, costruttore del Pantheon, era stato l'ammiraglio della flotta. Si suppone che la stessa battaglia sia stata poi rievocata a beneficio dei romani e del suo imperator.

Come riportò nelle Res Gestæ, fece scavare sulla riva destra del Tevere, nel luogo denominato "bosco dei cesari" (nemus Caesarum), un bacino dove s'affrontarono 3000 uomini, senza contare i rematori, su 30 navi, e altre unità più piccole. 

Considerando le dimensioni del bacino e quelle d'una trireme (35 x 4,90 m circa), la trentina di vascelli utilizzati non dovevano avere molto margine di manovra.

In più l'equipaggio d'una trireme romana era di circa 170 rematori e tra i 50 o 60 soldati imbarcati, per cui occorrevano molti più combattenti d'una vera flotta. Lo spettacolo non consentiva evoluzioni ai vascelli, ma era basato sulla presenza scenica degli stessi nei grandi bacini e sui combattimenti corpo a corpo.

La sua naumachia riprodusse fedelmente quella di Cesare, cioè la battaglia di Salamina.

In questa immensa conca le navi di guerra romane si affrontavano in battaglie sanguinose. Tutto attorno accoglievano le folle numerose gradinate, di cui si è creduto riconoscere qualche avanzo nei pressi della chiesa di S. Cosimato. Nel centro c'era il lungo molo per gli ormeggi. Il tutto con un imponente servizio di guardia per evitare che i ladri approfittassero dell’assenza dei romani per compiere saccheggi nelle loro case.



DOPO AUGUSTO

Risulta che il ponte mobile Naumachiarius venne restaurato da Tiberius dopo un incendio e vi si tennero spettacoli sotto gli imperatori Nerone e Tito.  Più tardi, anche Domiziano costruì una naumachia, ma il luogo preciso è ancora oggetto di dibattito.

La naumachia Augusti è menzionata ancora nel 95 d.c. (Stat. Silv. IV.4.5), poi cadde in disuso, si che al tempo di Alessandro Severo ne restavano solo alcune parti. (Cass. Dio LV.10). Secondo alcune fonti questa naumachia sarebbe sparita all’inizio del II secolo.


BIBLIO

- L. Quilici, S. Quilici Gigli - Architettura e pianificazione urbana nell'Italia antica - L'Erma di Bretschneider - 1997 -
- A. M. Liberati - Naumachia Augusti - ed. E. Steinby - Lexicon topographicum urbis Romae - 1996 -
- Anna Maria Liberati - Naumachia Caesaris - a cura di Eva Margareta Steinby - Lexicon Topographicum Urbis Romae - Roma - 1993 -



TESORO DI DEVON (Inghilterra)


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Sleaford oggi è un piccolo paesino della verde campagna inglese, nel Lincolnshire, lontano dai principali centri urbani, ma durante l’occupazione romana della Britannia era un crocevia di rilevante importanza geografica, forse anche sede di un mercato.

Il giornale The Sleaford Standard riporta che nei pressi del villaggio è stato scoperto un tesoro di monete del IV secolo d.c., che testimoniano la centralità e la ricchezza dei cittadini romani di questa provincia. La scoperta è avvenuta dopo anni di ricerche da parte di due amici entrambi cercatori di tesori con il metal detector, Rob Jones, un ingegnere e professore universitario di Lincoln, e Craig Paul, manager di un’azienda locale. 

La scoperta è avvenuta nel luglio 2017, ma è soltanto dopo 2 anni, per la precisione giovedì 9 maggio 2019, che il tesoro di monete è stato dichiarato protetto dal Treasure Act del 1996, diventando patrimonio nazionale.

Il Prof. universitario Rob Jones, ha raccontato la propria esperienza alla stampa:
I nostri metal detector hanno iniziato a emettere il segnale corrispettivo a un metallo, così abbiamo iniziato a scavare. Non potevo credere a quel che stavo vedendo! Ho trovato altri oggetti prima d’oggi, ma nulla di questa portata, ero sbalordito! Trovare le monete è stata un’esperienza che non dimenticheremo mai. E’ impressionante pensare che l’ultima volta che qualcuno ha toccato queste monete è stato quasi 2000 anni fa!“.

Il Seaton Down Hoard è costituito da 22.000 monete, di un periodo che va dal 260 d.c. fino al 340 d.c. Secondo Vincent Drost, un numismatico del British Museum che studia le monete, il tesoro può rappresentare il risparmio privato di un individuo, una transazione commerciale o il salario di un soldato.


Nonostante le notevoli dimensioni del deposito, esso è costituito esclusivamente da nummi in lega di rame a basso valore, il che rende l'intera collezione equivalente a pochi solidi d'oro. Tuttavia, probabilmente si rivelerà prezioso per i ricercatori. Gli archeologi ritengono che il Seaton Down Hoard sia stato sepolto durante il dominio dell'imperatori Costanzo I.

"Uno studio dettagliato delle monete fornirà importanti informazioni sulle caratteristiche della monetazione costantiniana e sull'uso e l'approvvigionamento di monete in Britannia a metà del quarto secolo", dice Drost.

Il tesoro di monete in lega di rame, delle quali alcune storicamente uniche, è oggi sotto esame dagli esperti del British Museum, ed è considerato di notevole importanza per la storia della colonizzazione romana della Britannia.

La dottoressa Eleanor Ghey, curatrice del British Museum per l’epoca dell’età del ferro e Roman Coin Hoards al British Museum, ha aggiunto: 
Al tempo della sepoltura del tesoro, intorno al 307 d.c., l’impero romano era sempre più decentralizzato, e la Britannia era sotto i riflettori di Roma dopo la morte dell’imperatore Costanzo a Eboracum, l’odierna York. Per la prima volta le monete romane avevano iniziato a essere coniate a Londra, e la scoperta di questo tesoro riveste una grande importanza per lo studio dell’archeologia del Lincolnshire“.



COMMENTO

In Italia è proibito usare il metal detector perchè è proibito cercare nel sottosuolo, in quanto il sottosuolo appartiene allo stato. Ma a chi a chi rinviene un tesoro storico ed avverte entro 24 e conserva adeguatamente il bene spetterà un quarto del valore stimato del tesoro.

Tenuto conto che le procedure per ottenere il rimborso sono lunghissime e faraoniche per cui il rimborso o è teorico o lontanissimo, la quasi totalità di coloro che trovano oggetti antichi nel sottosuolo lo vendono all'estero dove sono ben felici di acquistarlo. Questa è la ragione per cui in Italia invece delle persone comuni scavano solamente i cosiddetti "tombaroli".


BIBLIO

- Il Giornale della Numismatica - di Gabriele Lepri - 2014 -


 

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