TEMPIO DI VENERE GENITRICE


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TEMPIO DI VENERE GENITRICE

Il tempio di Venere Genitrice chiudeva la piazza del Foro di Cesare verso la sella che conduceva al Campidoglio, dominandone il lato di fondo nord-occidentale. Venne promesso in voto da Giulio Cesare a Venere durante la battaglia di Farsalo, combattuta e vinta nel 48 a.c. contro il suo avversario Pompeo Magno, e venne da lui inaugurato nel 46 a.c..

Il termine "Genitrice" allude alla mitica discendenza del dittatore, attraverso Iulo, progenitore della gens Iulia, da Enea, figlio della Dea, ma si riferisce anche all'aspetto creatore della divinità legata al rifiorire primaverile della natura. Inizialmente il tempio doveva essere dedicato a "Venere Vincitrice", come quello edificato dal rivale Pompeo alla sommità del suo teatro, poi Cesare mutò idea.

Il tempio, inaugurato da Giulio Cesare insieme alla piazza antistante, fu uno dei pochissimi edifici da lui iniziati che riuscì a inaugurare prima del suo assassinio. Un passo di Svetonio (70 - 122) ricorda come un giorno Cesare ricevette il Senato, ignorando ogni norma dell'etichetta repubblicana, seduto al centro del podio del tempio, come una divinità vivente. 



Ma l'aneddoto non è molto credibile, perchè il senato si riuniva solo in luoghi consacrati, solitamente nella Curia, che si trovava nel foro romano; le cerimonie del senato per il nuovo anno avvenivano invece nel tempio di Giove Ottimo Massimo mentre gli incontri di argomento bellico avvenivano nel tempio di Bellona.

Del resto Adriano, sotto cui servì Svetonio ci teneva che il suo governo fosse ritenuto migliore di quello dei suoi predecessori, per cui gradiva aneddoti sfavorevoli sui precedenti imperatori.

Il tempio venne danneggiato dall'incendio scoppiato sul Campidoglio nell'80 e dovette essere ricostruito sulle medesime fondazioni sotto Traiano (53-117), in seguito all'abbattimento della sella montuosa tra Campidoglio e Quirinale per l'erezione del Foro di Traiano, sella al cui pendio si appoggiava il tempio.


Venne pertanto nuovamente dedicato, come riportano i Fasti Ostiensi il 12 maggio del 113, nello stesso giorno dell'inaugurazione della Colonna di Traiano. Il tempio sopportò un nuovo incendio sotto l'imperatore Carino (257-285) nel 283, mentre sotto Diocleziano (244-313) dovette essere restaurato, inglobando le colonne della facciata in un muro in laterizio.

Venne poi collegato con archi, sempre in laterizio rivestito di marmo, per ragioni di stabilità, alle strutture laterali della Basilica Argentaria, il portico a pilastri che fiancheggiava il tempio di Venere Genitrice.

TRASFORMAZIONE DEL FORO

DESCRIZIONE

L'area occupata dal Foro misurava in origine circa m 160 x 75, un rettangolo molto allungato e circondato su tre lati da un duplice colonnato, con l'ingresso che si apriva sul lato sud-est, direttamente sull'Argiletum,  l'antica via romana che usciva dal Foro Romano costeggiando il fianco sinistro della Curia per dirigersi verso la Subura. 

Si trattava di un tempio periptero (circondato da un portico colonnato), eretto su alto podio ricoperto di marmo, a cui si accedeva mediante due scalinate laterali, con otto colonne sulla fronte (ottastilo) e nove sui fianchi, piuttosto ravvicinate tra loro, ma privo di colonne sul retro.

Al centro della piazza sorgeva la statua equestre di Cesare, su un cavallo le cui zampe anteriori avevano la forma di piedi umani.
Il cavallo, scolpito da Lisippo, aveva un tempo sostenuto la figura di Alessandro il Grande. 

Il lato sud-occidentale della piazza era costituito da una serie di taberne di varia profondità, appartenenti all'antico Foro di Cesare, costruite con blocchi di tufo e di travertino e precedute da un doppio colonnato (pertinenti però al restauro dioclezianeo) oltre il quale, tramite tre scalini, si scendeva al livello della piazza.

Sul muro esterno della cella, rivestito da lastre in marmo a mo' di opus quadratum, le colonne esterne si rinfacciavano a un ordine di lesene, tra le quali, su due registri sovrapposti, si trovavano pannelli a bassorilievi, con amorini in diverse composizioni a carattere decorativo che si ripetono sui lacunari degli architravi nella trabeazione principale e nel fregio appartenente al primo ordine interno della cella, legati alla figura mitologica del Dio Eros, figlio di Venere, raffigurato come fanciullo alato.

VENERE DEL TIPO GENITRICE
Al primo ordine il fregio presentava Amorini recanti uno scudo con testa di Medusa e una faretra, mentre altri Amorini versano del liquido da un anfora in un bacino. 

Probabilmente gli oggetti evocano simbolicamente la presenza di diverse divinità che accompagnano la Dea nel suo aspetto di progenitrice della natura.

La statua di Venere era opera di Arkesilaos, e il suo seno era coperto da fili di perle britanniche.

Plinio, dopo aver menzionato la collezione di gemme fatta da Scauro ed un’altra da Mitridate che Pompeo Magno aveva offerto a Giove Capitolino, aggiunge:
"Questi precedenti furono sorpassati dal dittatore Cesare che offrì a Venere Genitrice sei collezioni di cammei ed incisioni". 

La cella era decorata, su ognuno dei due lati, da colonne di "giallo antico" aderenti alle pareti, sulle quali era un architrave scolpito con figure di beoti, antichi abitanti della Beozia. frammenti dei quali sono conservati nei Musei Capitolini. 

Altri pannelli erano a decorazioni vegetali e piccoli animali. Nell'edificio preesistente le pareti erano decorate da due ordini di colonne innalzate su un basamento, che inquadravano nicchie con frontoncini; sul primo ordine correva un fregio, ancora con amorini, occupati a portare gli attributi di varie divinità. 

Sul fondo l'abside era stata ricostruita e maggiormente distaccata dalla cella vera e propria. Le basi decorate dell'abside sono state reimpiegate nell'ingresso del Battistero lateranense di Piazza s. Giovanni in Laterano.

Il Foro fu riportato alla luce durante i lavori di sfondamento di via dell'Impero, realizzati tra il 1930 ed il 1932, anche se fu una scoperta casuale e non voluta. La parte oggi visibile costituisce oltre un terzo della superficie originaria del Foro, anche se scavi ancora in corso fanno ben sperare in altre meraviglie.

RESTI DEL TEMPIO

I RESTI

Del tempio di epoca cesariana si conserva solo il nucleo in cementizio del podio, a cui si accedeva tramite due scalinate laterali, e alcuni resti dell'abside che si trovava in fondo alla cella, inglobata nelle nuove strutture traianee. 

Dell'edificio ricostruito da Traiano, la cui pianta dovette ricalcare quella dell'edificio più antico, si conservano invece numerosi resti marmorei. Sono state rialzate sul podio tre delle colonne di ordine corinzio del lato sud-occidentale del tempio, con la relativa trabeazione (cornice con mensole, fregio con decorazione a girali d'acanto e architrave decorato inferiormente da lacunari con amorini in mezzo a girali d'acanto), rinvenute in posizione di caduta negli scavi degli anni trenta.

Un chiaro richiamo a Dioniso è rappresentato da un pannello a rilievo nel quale è raffigurato un cratere, con ai piedi una maschera teatrale ed una pantera dal corpo maculato. Alcuni dei resti sono stati esposti nel Museo dei fori imperiali che si trovano nei Mercati di Traiano.

RESTI DEL TEMPIO DI VENERE GENITRICE
Sul fondo l'abside era stata ricostruita e maggiormente distaccata dalla cella vera e propria: alla parte absidale del Tempio di Venere Genitrice dovevano appartenere i bellissimi capitelli, in realtà capovolti e usati come  basi di colonne, che sono state reimpiegate nell'ingresso del Battistero lateranense.

All'interno del tempio erano presenti numerose opere d'arte, che conosciamo in parte dalle fonti:

- una statua di Venere Genitrice, opera dello scultore neoattico Arcesilao (Arkesilas).
- una statua di Cesare con la stella sulla fronte (sidus Caesaris),
- una statua in bronzo dorato di Cleopatra,
- due quadri di Timomaco di Bisanzio (Medea e Aiace, che Cesare pagò ottanta talenti),
- sei collezioni di gemme intagliate (dactyliothecae),
- una corazza decorata con perle proveniente dalla Britannia.

Davanti al podio restano i basamenti di due fontanelle, già scambiati per le basi delle statue delle Appiadi ricordate da Ovidio, che in realtà si trovavano nel vicino all'Atrium Libertatis. Numerosi frammenti del tempio sono conservati nei Musei Capitolini.

I CAPITELLI DEL TEMPIO DI VENERE GENITRICE REIMPIEGATI NE BATTISTERO DI SAN GIOVANNI

RODOLFO LANCIANI

- Un esempio molto elegante dell' utilità che può derivare da queste nostre ricerche si ha nella faccenda dell'orto della Valle, al Pantano di san Basilio, i quali orto e pantano occupavano parte dell'area dei fori Giulio e Augusto.

Nella tav. 32 dell'edizione originale dell'Architettura di Antonio Labacco, messa in luce da Antonio Lafreri l'anno 1552 si veggono la pianta, l'alzato, e la sezione di un tempio, il cui fregio a nascimenti e volute, ricorda quelle tali famose candeliere che ora stanno murate nelle pareti di una loggia di Villa Medici, sulla quarta torre a partire dal confine coi giardini del Pincio.

Ma nella seconda edizione dell'Architettura, incisa (alla rovescia) in Venezia nel 1560, lo stesso edificio è descritto con le parole seguenti « il seguente edificio fu cavato fra il Campidoglio et il colle quirinale, in quel luogo dove hoggi si dice il Pantano, molto distrutto et rovinato, d'ordine composito, tutto ornato de intagli et fogliami bellissimi ".

GLI EROTI DEL TEMPIO
Si tratta dunque del tempio di Venere Genitrice, visto e delineato contemporaneamente da Andrea Palladio, il quale ne parla così (Architettura, lib. IV, e. 31) «nel luogo che si dice Pantano, che è dietro a Marforio, era anticamente il tempio che segue: le cui fondamenta furono scoperte cavandosi per fabbricare una casa (di Bruto della Valle) e vi fu ritrovato anco una quantità grandissima di marmi lavorati eccellentemente ma perchè nei frammenti della gola diritta della sua cornice si vedono dei delfini intagliati, et in alcuni luoghi .... dei tridenti, mi dò a credere che fosse di Nettuno. Di questo mirabile monumento furono messi in salvo due soli pezzi del fregio, che il Lafreri fece incidere in rame nel 1561 con la leggenda "in aedibus Andreae quondam card, a Valle" ».

E quando la raccolta della Valle fu comperata l'anno 1584 dal card. Ferdinando de Medici, i fregi seguirono la sorte comune, e furono murati nella loggia poc' anzi nominata. Di tale trasferimento si ha la prova Della tav. 48 delle « Romanae magnitudinis monumenta » di Domeaico de Rossi (Roma 1699), tavola incisa dal Bartoli seniore con la postilla: «templum ordinis compositi detectum inter Quirinalem et Capitolium in regione Pantani, ab Antonio Labacco delineatura, cuius Zophoris marmorei praegrandia fragmenta vario foliorum circuitu aifabre ornata serva ntur in aedibus Mediceis in Pincio». -



LA FESTA DEL TEMPLUM VENERIS GENETRICIS

 La festa veniva celebrata il 26 settembre in onore di Venus Genetrix, Venere Madre. Si ricordava la dedicatio del tempio deciso da Iulius Caesar in occasione della battaglia di Pharsalus. Venne costruito nel Forum Iulium ed inaugurato nel 46 a.c. Genetrix si riferisce alla divina origine della famiglia Iulia.

Vedi anche: IL FORO DI CESARE


BIBLIO

- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Grossi, Olindo - The Forum of Julius Caesar and the Temple of Venus Genetrix - 1936 -
- Strabone - Geografia - V -
- Plinio il vecchio - Naturalis Historia - XXXIV -





ISIA (28 ottobre - 3 novembre)


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- Dea dalle molte facoltà,
- onore del sesso femminile.
- Amabile, che fa regnare la dolcezza nelle assemblee,
- nemica dell'odio,
- Tu regni nel Sublime e nell'Infinito.
- Tu trionfi facilmente sui despoti con i tuoi consigli leali.
- Sei tu che, da sola, hai ritrovato tuo fratello, 

- che hai ben governato la barca, 
- e gli hai dato una sepoltura degna di lui.
- Tu vuoi che le donne si uniscano agli uomini.
- Sei tu la Signora della Terra
- Tu hai reso il potere delle donne 
- uguale a quello degli uomini.

(Papiro di Ossirinco n.1380, 1. 214-216, del II secolo a.c.)

Il culto isiaco aveva luogo nei templi, costruiti sul modello di quelli egiziani, e si divideva in:

- giornaliero, che consisteva nella contemplazione del simulacro della Dea,
- festivo, che aveva luogo il 5 marzo (navigium Isidis) quando si riapriva la navigazione;
- il 12-14 novembre (Inventio Osiridis) specie di rappresentazione sacra in cui si ricordava:
  • l'uccisione del Dio ad opera di Set, 
  • la ricerca del suo corpo da parte di Iside (con i pianti per Osiride morto), 
  • sepoltura del cadavere e resurrezione di Osiride 
  • che va poi nel regno dei morti per risalire poi nel tempio. (ricorda qualcosa? Morì e fu sepolto, resuscitò da morte. scese all'inferno ecc.)
Occorre però distinguere il culto pubblico di Iside da quello dei Sacri Misteri Isiaci, del tutto privato e riservato a pochi. pochi ma non pochissimi se a Firenze degli scavi hanno messo in luce un'epigrafe in cui si dichiara una specie di associazione segreta misterica isiaca, del resto il culto della Dea fu spesso bandito sul suolo italico, e l'associazione contava circa 500 membri, tra cui liberi, liberti e schiavi.

L'iniziazione isiaca, narrata Apuleio nelle Metamorfosi (libro XI), consisteva in una cerimonia preceduta da un bagno di purificazione, digiuni, preghiere con la continua assistenza del sacerdote isiaco, ad imitazione della morte e risurrezione di Osiride, alla quale il candidato, identificato nel Dio, subiva come lui i riti della morte e della sepoltura, a cui seguiva una rinascita come Osiride risorto.

Anche qui rimanda parecchio al Cristo risorto, ma nel mito della morte e resurrezione ricorreva spesso nei miti della Grande Madre, il cui figlio-vegetazione moriva in inverno (appunto al solstizio d'inverno) per rinascere in primavera (appunto nell'equinozio di primavera).

Apuleio non può svelare i sacri misteri, se non che alla fine della sua iniziazione veniva vestito e adornato sopra un trono, come un nuovo Osiride-sole.

Il culto isiaco ufficiale, che però nulla aveva a che fare con i Sacri Misteri, ebbe larghissima diffusione in tutto il bacino mediterraneo, portato dai commercianti e navigatori filosofi e studiosi alessandrini, dotati indubbiamente di una supremazia culturale che interessò tutto il mondo greco-romano.

ISEO CAMPENSE A ROMA
La Chiesa l'osteggiò non poco mettendo a fuoco la meravigliosa biblioteca alessandrina, la maggiore nel mondo, e facendo a pezzi il corpo della grande studiosa e filosofa Ipazia, rea di essere donna e di porsi con la sua cultura al disopra dei maschi. Secondo Luciano Canfora però la biblioteca di Alessandria era già andata distrutta durante la guerra che oppose Aureliano a Zenobia, regina di Palmira.

I sacerdoti portavano una veste di lino bianca senza maniche annodata sotto le ascelle, dotati di sistro e secchiello per l'acqua lustrale. I Diaconi vi indossavano sopra una sopravveste bianca incrociata sul petto con il nodo sacro di Ankh; per le Diaconesse la sopravveste era rossastra. I Pastofori, sacerdoti di Serapide, oltre alla sopravveste indossavano un mantello nero.

La suprema sacerdotessa di ogni tempio era una donna e portava un fiore di loto in fronte ed un ureo, vivo o di bronzo, attorno al braccio. I sacerdoti maschi avevano l'obbligo della testa rasata e anch'essi avevano un serpente di metallo avvolto attorno al braccio, caratteristica, questa, che distingueva tanto un sacerdote d'Iside che d'Esculapio.

Le sacerdotesse della Dea vestivano solitamente in bianco. portavano lunghi capelli e si adornavano di fiori; a Roma, probabilmente imitando un po' le vestali, dedicavano talvolta la loro castità alla Dea Iside. Sull'Appia antica c'è un sarcofago con 4 effigi: sopra quella dei genitori, sotto quella della prima sacerdotessa di Iside, ma al suo fianco non ha una figura maschile, bensì l'umbone solare, il simbolo del maschile interiore ritrovato, dunque casta e senza marito, ma completa del suo maschile in sè stessa.

RICOSTRUZIONE IDEALE TEMPIO DI ISIDE A ROMA
Il regime alimentare impediva ai ministri del culto il vino, la carne di maiale e alcuni pesci; i sacerdoti dovevano condurre una vita casta e morigerata tanto che Tertulliano giunse a proporli come esempio ai Cristiani.

La giornata di un sacerdote era piena. Il culto giornaliero era simile a quello praticato in Egitto, diviso in due uffici: il primo iniziava con l'apertura solenne del tempio (apertio templi) prima del levarsi del sole, il secondo cadeva sul far della sera. Seguiva poi il culto settimanale e quelli annuali:
  • Navigium Isidis - festa celebrata il 5 marzo in onore di Isis, Dea egiziana della vita e della resurrezione. Si celebrava il ritorno della primavera e la ripresa della navigazione.
  • Pelusia - Festa celebrata il 20 marzo in onore di Isis. Pelusium era una città alla foce orientale del Nilo.
  • Lychnapsia - Festa celebrata il 12 agosto in onore della Dea egiziana Isis, ossia Iside.
  • Isia - Festa che andava dal 28 ottobre al 3 novembre in onore di Isis, legata senz'altro al lato oscuro della Dea.
ISIDE  - TEMPIO DI POMPEI

LE ISIA (O ISIACHE)

Erano le ultime feste dell'anno consacrate a Iside, che collegavano gli aspetti di vita e salvifici della Dea con i suoi aspetti inferi collegati alla morte. La Dea era collegata alla natura e ricordava agli uomini che anche loro erano parte di lei, come gli animali e le piante che lei governava.


Iside-Hator

La festa di Iside si protraeva al mese di novembre, ripercorrendo la festa più antica della Dea Hathor, la Dea precedente, anch'essa Grande madre e Dea Vacca, a cui il mese di novembre era dedicato, e sicuramente si collegava al rito delle divinità infere. In qualità di madre degli Dei e Grande Madre, Iside aveva infatti i tre aspetti della vita: nascita, crescita e morte.

La crescita era sempre sotto la sua egida perchè era la Dea Iside-Natura che nutriva le sue creature con i prodotti della terra, pertanto con il suo corpo, come fa una madre attraverso il latte che dona al suo piccolo. Non a caso Iside veniva a volte raffigurata con le orecchie di mucca, simbolo dell'animale mansueto e donativo del suo latte.

Durante le feste isiache, specie quelle dal 28 ottobre al 3 novembre, si svolgevano le processioni rituali, con le statue delle divinità portate nelle vie e nelle piazze e sacerdotesse e sacerdoti che cantavano le "aretologie" accompagnati da suonatori di flauti e strumenti a corde. Dietro si snodava il corteo del popolo che recava fiori e corone nei templi.

Le "aretologie" erano una tipica espressione poetica letteraria greca nelle quali la divinità celebrava l'affermazione del proprio sé divino. Vennero in uso dal I sec. a.c. fino al III sec. d.c. (quando il cattolicesimo divenne obbligatoria e unica religione di stato) e venivano sia cantate che recitate nelle feste isiache.

Gli inni più antichi (I sec. a.c.) sono stati ritrovati a Kymé in Asia Minore (attuale Turchia), copia di una stele più antica del tempio di Efesto (Ptah) a Menfi (III sec. a.c.) e nell'isola di Andros. Nell'inno di Kymé, la Dea parla in prima persona e si dichiara signora assoluta dell'universo:



"Io sono Iside, regina di tutta la terra,
lo sono stata allevata da Hermes
e ho inventato assieme a Hermes la scrittura,
la sacra e la profana.
Io sono l'antica figlia di Kronos;
Io sono la sposa e la sorella di Osiride; 
Io sono quella che si manifesta nella stella del Cane; 
Io ho separato la terra dal cielo; 
lo ho indicato il cammino alle stelle; 
lo ho segnato la via del sole e della luna."

Negli ultimi tre giorni di novembre sembra che sia i sacerdoti che il popolo si togliessero le ghirlande e i festoni per adornarne i templi. La statua della Dea non solo veniva coperta di fiori ma pure di offerte votive, per il suo aspetto guaritore e soccorrevole, per cui spesso le si donavano gioielli in oro, argento e altri metalli. Insomma un po' come si faceva per la Madonna di Loreto o altre Madonne guaritrici o miracolistiche.

Seguivano i banchetti augurali che si protraevano con le torce fino a notte fonda, con vini e cibi in quantità, per l'accettazione dell'eterno ciclo della vota e della morte di cui la grande Dea triforme era portatrice universale. .


BIBLIO

- Ermanno Arslan (a cura di) - Iside: il mito, il mistero, la magia - Milano - Electa - 1997 -
- Laurent Bricault e Miguel John Versluys (a cura di) - Isis on the Nile: Egyptian Gods in Hellenistic and Roman Egypt - IV International Conference of Isis Studies - Liège - 2008 - Brill - 2010 -
- Laurent Bricault e Miguel John Versluys (a cura di) - Power, Politics and the Cults of Isis - V International Conference of Isis Studies - Boulogne-sur-Mer - 2011 - Brill - 2014 -- Laurent Bricault - Atlas de la diffusion des cultes isiaques - Diffusion de Boccard - 2001 -
- David Kennedy - L'Oriente - in Il mondo di Roma imperiale: la formazione - Bari - 1989 -



M. LIVIO SALINATORE - M. LIVIUS SALINATOR


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MARCO LIVIO SALINATORE

Nome: Marcus Livius Salinator
Nascita: 254 a.c.
Morte: 204 a.c.
Consolato: 219 a.c., 207 a.c.


Marco Livio Salinatore (254 – 204 a.c.), ovvero Marcus Livius Salinator

- fu console insieme con Lucio Emilio Paolo e poi con Gaio Claudio Nerone,
- fu vincitore durante la II guerra illirica (220 - 219 a.c.)
- partecipò alla sconfitta di Asdrubale al Metauro (207 a.c.);
- fu censore nel 204

Il cognomen (Salinator) derivò dall'istituzione di una tassa sul sale, da lui promossa durante la censura, e che divenne ereditario nella sua famiglia.



LA II GUERRA ILLIRICA (220 - 219 a.c.)

Annibale, nel 221 a.c. aveva assunto il pieno comando della Spagna cartaginese e stava occupando militarmente tutta l'area a sud del fiume Ebro..Allora il senato romano inviò l'anno successivo entrambi i consoli contro gli Illiri, abitanti della penisola balcanica (parti della Serbia, Bulgaria, Slovenia, Romania) nord-occidentale (Illiria e Pannonia) e della costa sud-orientale della penisola italiana (Messapia). che si erano ribellati a Roma nel 219 a.c..
FILIPPO IV
L'antefatto era che Demetrio di Faro (reggente dell'Illiria e tributario di Roma,  - ... - 214 a.c.) si era alleato con il re macedone Antigono Dosone (re dal 229 al 221 a.c.), supportandolo nella guerra contro Cleomene III, re di Sparta, onde ottenere il potente appoggio della Macedonia, pensando che Roma fosse troppo impegnata nella conquista della Gallia Cisalpina e contro Cartagine ed Annibale per occuparsi di altri fronti.

Demetrio compì atti di pirateria sulle coste del mare Adriatico, saccheggiando e distruggendo le città illiriche soggette ai Romani, e violando il trattato stipulato al termine della I guerra illirica (230 - 229 a.c.), avendo l'ardire di navigare con ben 50 lembi (imbarcazioni aperte e leggere) oltre Lissa (Alessio, in Albania).

Devastò molte delle isole Cicladi, e conquistò la città di Pylos (Navarino), catturando oltre 50 navi. Mandò poi una forte guarnigione a Dimale (presso Durazzo), eliminò tutti gli oppositori politici dalle città conquistate, affidando il governo ad amici suoi e mise 6.000 armati a presidiare l'isola di Faro (Lesina).

Demetrio però non immaginava che ai Romani facesse gola il ricco regno di Macedonia, per cui il senato decise di punire le violazioni al trattato precedente e reagirono tempestivamente, punendo Demetrio per la sua ingratitudine e temerarietà.

Quando gli ambasciatori romani avuta la sensazione che Annibale stesse cercando a tutti i costi la guerra, informarono il Senato romano che, di fronte alla minaccia di una nuova guerra, prese le misure necessarie per consolidare le proprie conquiste anzitutto ad oriente, proprio in Illiria.

Nel 219 a.c. il Senato romano, infatti, assegnò il comando della flotta romana al console Lucio Emilio Paolo, che in breve occupò le principali roccaforti nemiche, a partire da Albania, conquistata in soli sette giorni, che atterrì talmente il nemico da fargli dichiarare la resa.

Cadde, infine, la stessa Pharos (che il console rase al suolo per rappresaglia).  La sconfitta costrinse Demetrio a rifugiarsi presso Filippo V (238 – 179 a.c.), alla cui corte trascorse il resto della propria vita, diventandone uno dei consiglieri più ascoltati. I Romani inviarono una ambasciata presso la corte macedone, per chiederne la consegna, ma senza risultati.

Il console romano Lucio Emilio Paolo (console nel 219 a.c.), sottomise il resto dell'Illiria, riorganizzandola nuovamente, per poi fare ritorno in patria verso la fine dell'estate, dove gli fu concesso, insieme al console Marco Livio Salinatore, il meritato trionfo.

Polibio attribuisce questi risultati a Emilio Paolo, ma da altre fonti sappiamo che la guerra fu condotta da entrambi i consoli che infatti ebbero infatti il trionfo assieme nel 219 a.c. Verso la fine del 219 a.c., fu inviato come ambasciatore dal Senato romano a Cartagine, dopo l'Assedio di Sagunto, per capire se fosse stato Annibale ad aggredire Sagunto oppure se avesse ricevuto l'ordine dal senato cartaginese.

ASDRUBALE
La delegazione era composta da
- Quinto Fabio Massimo Verrucoso,
- Marco Livio Salinatore,
- Lucio Emilio Paolo (console 219 a.c.),
- Gaio Licinio Varo
- Quinto Bebio Tamfilo.

Il fatto che fosse stato mandato come ambasciatore in una missione così pericolosa e delicata insieme, dimostrava che il senato aveva grande fiducia in lui.

Nonostante ciò al ritorno dalla missione a Cartagine, subì un processo insieme a Emilio Paolo perché accusati di aver diviso non correttamente il bottino di guerra. Paolo riuscì a sfuggire all'accusa anche se con difficoltà, in quanto rampollo di una famiglia molto potente, mentre Livio fu condannato da tutte le tribù meno una. Sembra che la sentenza fosse ingiusta e Livio si ritirò nei suoi possedimenti in campagna dove rimase per alcuni anni senza partecipare alla vita politica.

Siamo portati a pensare che Livio fosse innocente, altrimenti avrebbe prima o poi tentato di ricucire la cosa, ma Livio, la cui depressione è comprensibilissima per il torto subito, era uno che non dimenticava mai, che si portava i rancori all'infinito.



LIVIO SENATORE E CONSOLE

Dopo sette anni, nel 210 a.c., durante la II guerra punica, Roma non poteva più di fare a meno di un qualsiasi cittadino nella guerra per la sopravvivenza e Livio Salinatore fu richiamato dai consoli e fu invitato a riprendere il suo posto in Senato, da dove era stato ingiustamente espulso, dove però non parlò per altri due anni finché non fu spinto a prendere parola per difendere, nel 208 a.c., un suo parente, M. Livio Macato, accusato anch'egli ingiustamente. Tacere per due anni in una assemblea non sarebbe facile per nessuno, ma Livio era pervicace.

SITUAZIONE DEL MEDITERRANEO NEL 218 A.C. (MAPPA INGRANDIBILE)
L'anno successivo, il 207 a.c. fu eletto console per la seconda volta assieme a Gaio Claudio Nerone Il secondo consolato (207 a.c.) L'invasione dell'Italia settentrionale da parte di Asdrubale Barca aveva reso ancora più pressante la richiesta di generali esperti.

La costituzione romana imponeva che uno dei due consoli fosse plebeo e la morte di molti generali plebei aveva lasciato praticamente disponibile solo Livio.

Quindi la repubblica cercò di affidare a lui la propria salvezza. Livio rifiutò con decisione la propria candidatura: "Se lo ritennero un uomo buono, perché lo condannarono così come un uomo cattivo e dannoso? Se lo giudicarono colpevole, perché dopo un precedente consolato giudicato male, gli affidano un altro?"

I senatori gli rammentarono come Furio Camillo ritornato dall'esilio, avesse salvato la patria, insomma dovettero pregarlo a lungo, il che fa pensare però che lo ritenessero un bravissimo generale. Alla fine si arrese agli appelli del Senato e accettò l'elezione al consolato.



BATTAGLIA DEL METAURO

Salinatore procedette nella guerra con un forte risentimento nei confronti dei suoi compatrioti. Quando Fabio Massimo (il Temporeggiatore) lo invitò a non dare battaglia finché non fosse stato ben informato delle forze nemiche, Livio rispose, che avrebbe combattuto appena possibile, per poter guadagnare la gloria dalla vittoria oppure la soddisfazione di vedere la sconfitta dei suoi concittadini.

Tuttavia il suo comportamento fu ineccepibile. Per estrazione a sorte Livio doveva opporsi ad Asdrubale nel nord e Nerone doveva combattere contro Annibale nel sud. Asdrubale voleva riunirsi con Annibale, ma alcuni messaggeri inviati al fratello, per portare le indicazioni sui suoi movimenti e proporgli di riunirsi in Umbria, furono intercettati da Nerone.

Questi allora inviò subito 7.000 uomini e poi raggiunse Livio nel suo accampamento a Sena (Senigallia). I due consoli decisero di ingaggiare subito battaglia; ma Asdrubale, avendo saputo dell'arrivo dell'altro console, evitò il combattimento e si ritirò verso Ariminum) Rimini. I Romani lo inseguirono e lo costrinsero alla battaglia sul Metauro.

Nella battaglia l'esercito cartaginese fu completamente sconfitto e Asdrubale stesso cadde in combattimento. Il trionfo I consoli celebrarono il trionfo alla fine dell'estate, Livio sul carro e Nerone che cavalcava al suo fianco.

Livio ebbe il posto più prestigioso perché la battaglia si era svolta nel territorio assegnatogli come provincia e aveva tratto gli auspici, anche se l'opinione pubblica riteneva che il merito della vittoria fosse più di Nerone. Inoltre il suo esercito era potuto rientrare a Roma, mentre l'esercito di Nerone era dovuto rimanere per disposizione del Senato a bada di Annibale in provincia.



IL DICTATOR

Nello stesso anno, il 207 a.c., Livio fu nominato "dictator comitiorum habendorum causa" (dittatore per radunare i comitia per le elezioni) e l'anno successivo come proconsole stette in Etruria con un esercito costituito da due legioni di "volones" e il suo imperium fu prolungato per altri due anni. I volones erano i volontari, arruolati dopo la battaglia di Canne, dato che per le morti numerose non c'erano più uomini liberi per completare le legioni.

Vennero infatti arruolati 8.000 schiavi giovani e di robusta costituzione che si offrirono volontari e che ricevettero un'armatura a spese dell'erario con la possibilità di affrancarsi. Essi parteciparono poi alla Battaglia di Cuma (215 a.c.), a fianco del console Tiberio Sempronio Gracco. Da allora il termine Volones il termine indicò gli schiavi che erano scelti o a cui era accordato di prendere le armi in difesa dei loro padroni, conquistandosi così l'affrancamento.

Verso la fine del 205 a.c. Livio avanzò dall'Etruria nella Gallia Cisalpina, per sostenere il pretore Spurio Lucrezio, che doveva fermare Magone (219 – 203 a.c.), il generale cartaginese figlio di Amilcare Barca che era sbarcato in Liguria. Entrambi riuscirono a arrestare Magone giusto in Liguria.



IL CENSORE

Nel 204 a.c. Livio fu eletto censore assieme al suo vecchio avversario ed ex-collega consolare Claudio Nerone, con cui i vecchi rancori scoppiarono senza ritegno durante la censura  provocando scandalo nello Stato. Alla fine della censura, quando i censori dovevano rendere i consueti giuramenti e depositare le annotazioni del loro ufficio nell'aerarium (attribuendogli una tassazione), ciascuno lasciò il nome del suo collega fra gli aerarii e Livio, inoltre, lasciò come aerarii i cittadini di tutte le tribù, perché lo avevano condannato e poi eletto al consolato e alla censura.

Salvò solo la tribù Maecia, l'unica che non lo aveva condannato. L'indignazione dei romani per questi comportamenti scorretti spinse Cn. Baebius, il tribuno della plebe, a portarli in tribunale. Diciamo che ambedue i censori avevano anteposto i loro interessi e pure i loro rancori davanti agli interessi dello stato e ciò era imperdonabile. Tuttavia il processo fu lasciato cadere per volere del senato, che sosteneva il principio di inviolabilità dei censori.

Livio, durante la sua censura, impose una tassa sul sale, di conseguenza ebbe il cognomen non brillante di Salinator e così i suoi discendenti. Evidentemente la tassa non fu gradita e la sua figura ancora meno, nonostante le vittorie e il valore sul campo. Tanto può un cattivo carattere.

Secondo la tradizione, Marco Livio Salinatore, o più probabilmente suo figlio Gaio Livio Salinatore (console 188 a.c.), fondò la città di Forlì, col nome di Forum Livii, probabilmente nel 188 a.c.


BIBLIO

- Cicerone - Brutus - XVIII -
- Appiano di Alessandria - Historia Romana - VII e VIII -
- Tito Livio - Ab Urbe Condita Libri - XXVII 34 -
- Polibio - Storie - III 19 -


BONONIA - BOLOGNA (Emilia Romagna)


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RICOSTRUZIONE DELLA BONONIA ROMANA - IL FORO

LA FONDAZIONE

Esistono leggende diverse sulla fondazione di Bologna:
- alcuni l'attribuiscono all'umbro Ocno, messo in fuga dall'Umbria dall'etrusco Auleste (Uno dei re etruschi che combatterono contro Mezenzio appoggiando Enea), che fondò un villaggio dove ora sorge Bologna, e successivamente ancora scacciato dagli etruschi.

- Un'altra storia parla di Felsino, discendente di un altro Ocno (ma etrusco, detto anche Bianore, lo stesso fondatore di Pianoro, Parma e Mantova, di cui parla anche Virgilio), che diede il nome alla città successivamente cambiato dal figlio Bono in Bononia.

Un'altra leggenda narra che il re etrusco Fero, proveniente da Ravenna e approdato nella pianura tra i torrenti Aposa e Ravone, assieme ai suoi uomini cominciò a costruire un villaggio di capanne si ampliò attorno a un torrente (l'Aposa, che oggi scorre ancora nei sotterranei di Bologna), costruendo un ponte per collegare le due sponde all'altezza dell'attuale via Farini nei pressi di piazza Minghetti: il Ponte di Fero (probabilmente nell'odierna via Farini all'altezza di piazza Calderini).

BONONIA ROMANA - RICOSTRUZIONE DI RICCARDO MERLO
(immagine ingrandibile)
La leggenda vuole che il nome Aposa venisse attribuito al torrente dall'etrusco Fero a ricordare l'amante Aposa, principessa dei Galli Boi ( popolazione celtica dell'Età del ferro originaria dell'Antica Gallia, che con gli Etruschi abitò la città in età preromana), annegata nelle acque del torrente per raggiungere l'amato.

Un giorno però Aposa, amante di Fero, venne travolta da una piena del fiume mentre stava raggiungendo l'abitazione di Fero che addolorato dette al torrente il nome di Aposa. Il villaggio crebbe e Fero decise di proteggerlo con una cinta muraria e, benché anziano, lavorò lui stesso alla costruzione.
Durante il lavoro, in una caldissima giornata estiva la figlia di Fero porse al padre un recipiente d'acqua a patto che Fero desse il suo nome alla città.
Fero acconsentì e mantenne la promessa; da quel momento la città prese il nome della figlia, Felsina. Plinio il Vecchio: « Dentro [c'è] la colonia di Bologna, chiamata Felsina quando era la principale dell'Etruria... »

TORRENTE APOSA

LA STORIA

La colonia romana di Bononia fu stabilita dai romani dopo aver sconfitto i Boi, per volere del senato della Repubblica romana che la votò nel 189 a.c. Si presuppone che il nome Bononia provenisse dal nome Boi (nome della popolazione) oppure dalla parola celta bona, dato a un "luogo fortificato", o forse proveniva da Bona, divinità celtica della prosperità.

PLANIMETRIA DELLE MURA DI BOLOGNA
(INGRANDIBILE)
Tra le nuove colonie emiliano-romagnole i romani edificarono una fitta rete stradale, tra cui la via Emilia, nata nel 187 a.c. e voluta dal console Marco Emilio Lepido. Bononia divenne uno dei fulcri della rete viaria romana, collegata anche ad Arezzo attraverso la via Flaminia militare e ad Aquileia attraverso la via Emilia Altinate.

Nell'88 a.c., alla fine delle guerre sociali, Bononia divenne municipio e i suoi cittadini acquisirono la cittadinanza romana, per cui la città si ingrandì e si arricchì di commerci. In un'isoletta del fiume Reno di Bonomia sorse nel 43 a.c. il secondo triumvirato di Antonio, Lepido e Ottaviano che promise grosse ricompense ai veterani. Bononia ne dovette accogliere un buon numero ed a costoro vennero assegnati terreni abbandonati in seguito alle guerre sociali.

Per riconoscenza sotto Augusto Bononia pavimentò oltre 10 Km di strade, si costruirono le fognature ma soprattutto si edificò l'acquedotto che convogliava le acque dal torrente Setta nei pressi di Sasso Marconi e la portava, come avviene tuttora, con un dislivello di circa venti metri, alle porte della città passando per Casalecchio di Reno con una galleria di 18 Km. 

MURA DI SELENITE NELL'ARCHEOGINNASIO

I romani ritenevano che l’acqua di questa sorgente fosse di qualità migliore rispetto a quella del Reno, e passando tramite gallerie sotterranee fino al fiume Aposa, incontrava una vasca di decantazione (castellum) che schiariva l’acqua prima di distribuirla alla città ed alle terme mediante tubi di piombo o terracotta (fistulae aquariae)

A tutt’oggi di edilizia privata o pubblica, civile e religiosa, e di strade si può parlare solo nel caso della Bononia romana: i popoli e le civiltà più antiche non ci hanno lasciato altro che sepolcreti, molti dei quali ricchi di suppellettili e di altri cospicui corredi funerari. Per cui in epoca romana si edificarono gli edifici pubblici con largo uso di marmi e quelli privati in cui si diffuse l'uso del mosaico; entrarono in funzione le terme, un teatro, l'arena e sorsero le prime fabbriche di tessuti.

Bononia era costruita in mattoni, selenite e soprattutto legno, e proprio a causa di ciò risultò gravemente danneggiata da un incendio nel 53 d.c. ma fu subito ricostruita grazie all'interessamento di Nerone (37 - 68), il quale, fra l'altro, fece ampliare e abbellire il teatro.

Alla fine del III secolo i barbari saccheggiarono o conquistarono tutte le città attraversate dalla via Emilia per cui i bolognesi decisero di edificare una cerchia muraria costruita con blocchi di selenite che, però, non racchiudevano tutta l'area urbana ma escludevano i quartieri più poveri a nord e a ovest. Le mura ebbero 6 porte: Porta Ravegnana (va est), Porta San Procolo (a sud), Porta Stiera (a ovest), Porta San Cassiano poi di San Pietro (a nord).

In seguito scesero dal nord gli Unni di Attila (406-463) e successivamente Odoacre (433-493), capo degli Eruli, che era diretto a Ravenna, allora capitale dell'Impero, a deporre l'ultimo imperatore romano, Romolo Augusto. Nell'anno 476 si concluse così la lunga agonia dell'Impero romano d'Occidente, un impero che aveva dato civiltà e luce al mondo.

TARGA DELLE MURA

I RESTI

Bologna rivela ancora, nel centro storico, resti dell’epoca romana: strutture architettoniche, tratti di strade, frammenti di mosaici e reperti conservati nei musei narrano la storia dell’antica Bononia.
La città romana fu impostata secondo lo schema classico, basato su due strade principali: il cardine massimo, che andava da nord a sud (via Galliera – via Val d’Aposa), e il decumano massimo, diretto da est a ovest (via Rizzoli - via Ugo Bassi). Una serie di cardini e decumani minori formavano una griglia di isolati rettangolari di 6oo m per lato.

La romanizzazione del territorio comincia in realtà nel 268 a.c. ben quattro anni prima della lunga contesa con Cartagine. La Repubblica fonda una colonia nei pressi di Ariminum (odierna Rimini). Poi i Romani cominceranno a spargersi a macchia d’olio per la Pianura Padana e nel 189 a.c., viene ufficialmente fondata la nuova città di Bononia, che si sovrappose alla vecchia città etrusca. Essa fu colonia per diversi anni fino all’88 a.c. quando venne trasformata in Municipio. Da quel momento essa seguì le sorti di Roma, in era Repubblicana e Imperiale.

Nei molti scavi effettuati nel centro della città hanno evidenziato molti strati del terreno sovrapposti, con una difficile distinzione cronologica. Sono state rinvenute però strade, solcate perfino dai carri trainati (visibili ancora oggi) reperti archeologici come boccette, vetri e anfore; l’anfiteatro, la necropoli e la villa rustica.

VILLA ROMANA SOTTO LA SINAGOGA
Interi musei e palazzi sono stati adibiti ad esposizioni di reperti archeologici come l’Archiginnasio e la Sala Ex-Borsa, fermata per diversi giorni per permettere agli archeologi di effettuare gli scavi.
Particolarmente importanti per la città furono l’imperatore Augusto, che la fece ricostruire e abbellire, e l’imperatore Nerone, che convinse il senato romano a pagare importanti opere edilizie necessarie dopo un vasto incendio che aveva distrutto numerosi monumenti.

Alcuni resti romani si rivelano al di sotto di Palazzo Re Enzo, accedendo dalla sede della Scuola delle Idee (ex START) sotto al Voltone del Podestà, oppure dal vecchio ingresso del sottopassaggio, accessibile da Piazza Re Enzo.

Negli ambienti interni, attraverso una vetrata, è possibile vedere i resti di uno dei Cardini minori di epoca romana, con tanto di marciapiede. Altri pezzi di queste vie sono visibili al di sotto dell’Hotel Baglioni (oggi Grand Hotel Majestic, Via Indipendenza) e del negozio Roche Bobois (a Palazzo Lupari, in Strada Maggiore 11).

Uscendo dal sottopassaggio di Piazza Re Enzo, poi, è visibile un mosaico geometrico bianco e nero, resto di un antico palazzo signorile di età imperiale (in Piazza Maggiore infatti c’erano tanti edifici).

L'ACQUEDOTTO

L'ACQUEDOTTO ROMANO 

Di solito i romani edificavano gli acquedotti mediante condotti aerei, ma a Bonomia realizzarono questa opera completamente in galleria (in parte nella roccia ed in parte in terreni rinforzati).

L'acquedotto risale al I secolo a.c. e si presume voluto dall'imperatore Augusto. L'acquedotto attinge dal fiume Setta in quanto i romani compresero fin da allora che le acque del Reno non erano pure e potabili come quelle del Setta.

Pertanto l'acquedotto prelevava l'acqua presso Sasso Marconi e, passando da Casalecchio di Reno sotto il Colle della Guardia, la convogliava in galleria fino a raggiungere l'Aposa,  che scorre sotto Palazzo Pizzardi nella odierna via d'Azeglio angolo via Farini.

Qui una vasca di decantazione (castellum) schiariva l'acqua prima di distribuirla a tutta la città mediante il sistema tipicamente romano delle fistulae aquariae (tubi di piombo o terracotta). Oggi il tunnel finisce presso la caserma dei Vigili del Fuoco in viale Aldini. 

La portata ai tempi dei romani era di ca. 35.000 metri cubi al giorno, abbastanza per soddisfare le necessità di una città di 25-30.000 abitanti!. L'acquedotto rimase attivo fino al Medioevo, quando, a seguito delle invasioni barbariche e dell'incuria, rimase quasi dimenticato e interrato.

Quando però, nel 19° secolo a Bologna si creò il bisogno di aumentare i suoi approvvigionamenti idrici, grazie all'ingegnere e archeologo Antonio Zannoni ed al conte Giovanni Gozzadini (lo scopritore della civiltà villanoviana) si poté finalmente individuare e ripristinare l'antico acquedotto, tutt'oggi in funzione a dimostrazione della straordinaria abilità degli ingegneri antichi romani.

BAGNI DI MARIO

BAGNI DI MARIO

Non si tratta come si potrebbe credere di un ambiente termale, ma di un complesso idraulico che non ha mai avuto nessuna relazione con l'uso termale. Tra l'altro il nome "Mario" fu dato al complesso in memoria del console romano.

Un'angusta scala di pietra conduce giù sottoterra per ben 40 metri: ci si ritrova in una sala ottagonale con le pareti ornate da affreschi e bassorilievi, tra cui i due leoni rampanti che probabilmente rappresentavano le insegne di Pio IV dè Medici di Marignano mentre ai lati della sala partono quattro cunicoli che portavano all'antica cisterna in pietra. Una costruzione cinquecentesca che alcuni fanno però risalire ancora oggi, e forse non hanno torto, a un'opera romana.

I RESTI DEL TEATRO

IL TEATRO ROMANO

Il Teatro Romano in via de’ Carbonesi, è uno straordinario monumento di età repubblicana (risalente all’incirca all’88 a.c.) quando, all’indomani della guerra sociale, gli abitanti di Bononia ottennero lo status di cittadini romani e la città fu promossa da colonia di diritto latino a municipium. 

In quella occasione l’impianto urbano fu dotato di nuovi edifici di cui abbiamo forse un’ulteriore testimonianza nella basilica e proprio nelle strutture murarie del teatro. 

DECORAZIONE DEL TEATRO
Esso rappresentava un unicum per il suo tempo: basti pensare che neanche a Roma esistevano teatri in muratura, ma solo strutture lignee rimovibili. 

Sarà solo Gneo Pompeo Magno a far erigere un teatro in muratura, a quasi trent’anni di distanza da quello bolognese, tra il 61 e il 55 a.c..

Infatti il teatro, costruito in epoca tardo repubblicana (dal 120 all' 80 a.c.) fu successivamente ampliato in età augustea e ancora sotto Nerone nel I sec. d.c.. il teatro costituisce una delle più interessanti testimonianze della Bononia romana. 

Nella fase costruttiva iniziale il teatro fu caratterizzato da un emiciclo autoportante di circa 75 metri di diametro; successivamente la struttura venne ampliata portando la cavea ad un diametro di 93 metri e l'edificio fu ornato con marmi pregiati d’importazione.

Il teatro è caratterizzato da una struttura autoportante fondata su una fitta rete di muri radiali a vista, in pietra arenaria, lavorati a opus incertum. 

Il sito è venuto alla luce nell'ambito di una campagna di scavi risalente alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. 

SCAVI DELLA SALABORSA


I SEPOLCRI ROMANI DI BONOMIA

(RODOLFO LANCIANI)

Il 17 aprile 1888, a m 2,30 dal suolo attuale se ne scoprirono due, distanti l'uno dall'altro m. 0,70.
- Il primo col tetto di tegole a due pioventi di m. 1,40  x. 0,50 x 0,80 di altezza. Lo scheletro lungo m. 1,38 posava sopra un letto di tegole con la testa volta ad occidente.

-  1l secondo sepolcro col tetto parimenti a capanna era di fanciullo, di  m. 0,80  x  0,30 e. 0,55 di altezza. Lo scheletro posava col cranio ad oriente. Fra i due sepolcri si rinvenne una monetiua in bronzo molto corrosa.

-  Poco discosto dal secondo, un terzo sepolcro composto di dieci tegole col tetto a capanna e di 2 m. x 0,50 di larghezza. Lo scheletro posava sopra un letto di tegole con la testa ad oriente,  circondato da quattro vasetti in terracotta della forma ventricosa con labbro dritto, due alla testa e due ai piedi, più un altro rotto della forma come di fiasco, ed una lucerna.

-  Un quarto sepolcro apparve alla profondità di soli 2 m dal suolo, ma già distrutto anticamente. Vi si raccolsero le tegole di m. 0,50 X 0,60.

Più notevoli sono due altri sepolcri scoperti il giorno successivo.

- Lungo il primo m. 1,80 x. 0,50, di tegole lunghe m. 0,60 x 0,50, disposte tre in ciascun dei lati maggiori, una alla testa, ed una ai piedi. Formavano il rivestimento esterno di una cassa in piombo di m. 1.70 x 0,31 ed alta m. 0,35, alla quale però non aderivano perchè vi erano tenute discoste, un 15 cm per parte, da grossi chiodi di ferro. Questi chiodi, di cui si raccolsero molti resti nell'interstizio fra la cassa di piombo e le pareti di tegole, erano 12, distribuiti 4 a ciascuno dei lati maggiori e 2 a ciascuno dei minori. Introdotti con la punta nella cassa e ribattuti, aderivano con la testa alle tegole. Lo scheletro, in pessimo stato, posava con la testa ad oriente, i vasetti funerari raccolti in frammenti non posavano dentro la cassa ma fuori. Forse il sepolcro aveva subito violazione.

-  Sulla medesima linea si scopri l'altro sepolcro più piccolo, ma simile. Di m. 1,55 x 0,60 aveva una copertura in piano di 4 tegole, 2  larghe ciascuna m. 0,58, la terza e la quarta di m. 0,20 e collocate una alla testa e l'altra ai piedi. La cassa è di m. 1,35 x. 0,32 x. 0,29. Furono trovati gli avanzi di altri chiodi di ferro, sei, cioè due a ciascun lato maggiore ed uno a ciascuno dei minori e tenevano le tegole discoste dalla cassa un 15 cent.


- Ai piedi del sepolcro, un altro ne esisteva formato similmente da tegole, ma privo della cassa interna di piombo. Il letto era a due pioventi. Questo sepolcro però era già stato quasi per metà distrutto nei tempi antichi.

- Un ottavo sepolcro romano fu scoperto  alla distanza di 3 m, di m. 0,60 x 2 m ed era largo alla testa m. 0,60, ai piedi m. 0,50. Consisteva di 10 tegole, disposte quattro a ciascun lato maggiore ed una a ciascuno dei minori. Dentro eravi la solita cassa di piombo di  m. 1,80 x m. 0,35 x 0,33. Negl'interstizi si raccolsero gli avanzi di 12 chiodi di ferro. Lo scheletro infracidato aveva la testa ad oriente ed i piedi ad occidente.

Questi tre sepolcri contenenti casse di piombo ho fatto trasportare al Museo Civico dove una sola cassa simile finora si conservava d'ignota provenienza, quantunque con molta probabilità del bolognese. Questa cassa però é in due pezzi, lunga nell'assieme m. 1,45, larga m. 0,40 ed alta m. 0,25. Il piombo è di miglior qualità, che non quello delle tre casse di recente scoperte perché esso appena toccato si rompe, mentre nella cassa più antica è molto duttile e piegasi a piacimento senza rompersi. Otto sepolcri adunque si scoprirono disposti in modo da formare due linee simmetriche e corrispondenti. Molti altri ne esistevano senza dubbio distrutti nei tempi di mezzo, perché s'incontrarono lì presso a diversa profondità avanzi di costruzioni che parevano medioevali.

Si possono considerare quali avanzi dei sepolcri taluni oggetti romani incontrati durante gli scavi, sparsi a differenti altezze dal suolo. Ne indico qui i principali :
- Lucerna in terracotta finissima con l'ornamento di un rombo nella parte superiore fratturata, ed un S a rilievo nell'inferiore.
-  Altra lucerna rinvenuta ad un metro sotto il suolo, in mezzo a rottami, perfettamente conservata, con forti profili nella faccia superiore ed il nome V I B I A N I a rilievo nell'inferiore. 20 giugno.
- Altra lucerna simile perfettamente conservata con F A O R a rilievo.
-  Una dozzina di monete di bronzo la maggior parte logorate dall'ossido ed illegibili. Sono riuscito a determinare soltanto le seguenti: P in bronzo di Tiberio, 2 in argento di Alessandro Severo. 3 in bronzo di  Trajano Decio,. 4-5 piccoli bronzi di Costantino Magno. Con queste monete si può dire che il sepolcreto durò dal II al IV sec. dell'impero. La sua esistenza nella proprietà Fabbri è della massima importanza per la topografia della Bononia romana.


Avanzi di casa romana

Sui primi del mese di luglio ampliandosi e rifacendosi le fondamenta della casa Calzolari situata fra via Gombruti e via Imperiale, alla profondità di m. 2,50 dal suolo venne scoperto un assai bello e ben conservato pavimento a mosaico. Quantunque lavorato con sole pietruzze bianche e nere, tuttavia assai vario e complicato ne riesce il disegno.

REPERTI DEL TEATRO ROMANO
Più file di circoli intersecantisi e concatenati sopra e sotto fra loro, danno origine a quadretti interni con base ricurva, riempiti di nere pietruzze: ne risultano per conseguenza tanti segmenti di circolo a fondo bianco e conformati a foglie le quali, convergendo ad un centro comune, compongono alla lor volta una specie di rosone.

Non precisamente nel centro, ma come si potè constatare in seguito, più verso il lato meridionale, esisteva un quadretto dell'ampiezza di m. 0,95 per lato, a pietruzze bianche e nere, ma assai più fine, chiuso tutto all'intorno da una elegante cornice a foglie d'edera.

Disgraziatamente la rappresentanza del centro era stata distrutta nel passato secolo, quando venne costruita la casa, un pilone della quale era venuto a cadere e sfondare proprio il quadretto. Tutto il pavimento largo m. 3,48 per 4 circa di lunghezza, è circondato all'intorno da una fascia nera distante m. 0,20 dal muro della camera.

Anche di questo muro rimaneva in piedi verso l'angolo nord-est una parte, lo zoccolo, con l'intonaco dipinto a color verde porro ed una striscia della parete superiore, dipinta a giallo. Siccome il muro interno della nuova casa in costruzione viene appunto a tagliare a mezzo il mosaico, così questo doveva di necessità essere distrutto.

BUSTO DI NERONE
Perciò allo scopo di conservar memoria della scoperta ne ho fatto segare e trasportare in Museo una porzione, poco più di un metro quadrato, mentre ho preso gli accordi con il proprietario sig. Calzolari per eseguire scavi e ricerche metodiche nel cortile, sotto cui il mosaico s'interna, non appena saranno terminati i lavori di muratura, ciò avverrà in dicembre.

Mi riprometto soddisfacenti risultati da questo scavo, in quantochè il mosaico scoperto mi sembra parte e propriamente il triclinio di una vasta casa, che sorgeva in questo punto della Domnia romam. M'inducono in questo avviso gli avanzi di altri mosaici apparsi qua e là in contiguità di quello ora descritto e che attestano l'esistenza di altri considerevoli ambienti.

La maniera frettolosa con cui eseguivasi lo sterro, ch'era dato a cottimo, non ha permesso di rilevare una pianta esatta dei mosaici o almeno dei loro avanzi, tanto più che molti di ossi insieme con i relativi muri di perimetro aveano sofferto grande distrazione nel passato secolo quando venne innalzata la prima volta la casa ora in ampliamento.

Cionondimeno ho potuto costatare che almeno quattro camere, ciascuna con particolare pavimento, si collegavano con quella prima descritta. Per maggiore chiarezza indico come n. 1 la stanza col pavimento a mosaico di circoli concatenati e col quadretto centrale circondato da foglie d'edera: il suo lato nord insieme con porzione della parete dipinta penetra e si nasconde ancora sotto il cortile A.

In vicinanza trovasi un pozzo moderno, nel costruire il quale si dovette certo distruggere tutto ciò che di antico ivi esisteva. Il pavimento dell'ambiente n. 3 era a mattone battuto; ho potuto riconoscerne chiaramente le tracce lungo il lato ovest e determinarne la lunghezza in circa tre m.

Lo strato del mattonato era piuttosto sottile, circa 10 centimetri; ma posava sopra un piano di ciottoli, sistema di costruzione osservato altresì sotto i mosaici degli ambienti 1 e 5. Mattoncelli cubici legati assieme con cemento durissimo costituivano il pavimento dell'ambiente n. 4, di cui però due soli tratti scoperti in posto: il rimanente era ridotto in pezzi che giacevano sconvolti e gli uni agli altri sovrapposti : questo pavimento poteva misurare una superficie di m. 2,80 per 8,50.

LA VIA EMILIA RIAFFIORA DURANTE DEI LAVORI STRADALI

Anche di esso ho fatto trasportare, quale ricordo, un pezzo al Museo. Una forte rovina, cagionata da avvallamento del terreno, aveva sofferto altresì il pavimento dell'ambiente n. 5, esso pure a mosaico, ma bianco con semplice fascia nera. Gran parte del fianco sud era sprofondata e si scoperse infissa verticalmente al suolo : cionondimeno, seguendo le tracce lasciate nelle sezioni delle terre, se ne poterono determinare le dimensioni in m. 3,50 X 6,60.

Allo scavo dello spazio n. 6 non ho potuto assistere in persona; ma dal sorvegliante mi venne riferito che tutto il pavimento era sconvolto e qua e là apparivano tronchi di colonnine formati di mattoncelli circolari del dìametro di m. 0,18 presso i quali giacevano frammenti di tegole.

Queste notizie fanno pensare ad un pavimento sospeso per la circolazione del vapore come i pavimenti della stufe o calidari; supposizione resa più probabile dal fatto che da questi medesimo sito provengono parecchi frammenti di tubetti quadrangolari aderenti ad intonaco od usati per le doppie pareti proprie appunto dei calidari.

Oltre i resti di mosaico si raccolsero quasi in ogni ambiente frammenti d'intonaco delle precipitate pareti, dipinti a colori giallo, rosso, nero e verde. Finalmente nei due punti h q g della trincea s'incontrarono, alla profondità di circa m. 3,50 dal suolo attuale, due tratti di una chiavica romana con fondo, sponde e copertura, il tutto formato da mattoni, diretta ed inclinata da est ad ovest.


BIBLIO

- Plinio il Vecchio - Naturalis Historia - III, 15 -
- Franco Bergonzoni - Bononia (189 a.C.- Secolo V) - in Antonio Ferri, Giancarlo Roversi (a cura di) - Storia di Bologna - Bologna - Bononia University press - 2005 -
- Giuseppe Sassatelli e Angela Donati (a cura di) - Bologna nell'antichità - in Storia di Bologna, vol I - Bologna - Bononia University Press - 2005 -
- Giovanni Colonna - Felsina princeps Etruriae - in Comptes rendus des séances de l'Académie des Inscriptions et Belles-Lettres - vol 143, n. 1 - 1999 -





LE VILLE TUSCOLANE (Lazio)


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NINFEO DI VILLA ALDOBRANDINI
Le Ville Tuscolane sono delle magnifiche ville rinascimentali, quasi tutte ben conservate, edificate dal ricco clero per i loro otii (ozi), tra il XVI e il XVII sec., nella zona dell'antico Tusculum.  Esse vennero costruite negli stessi luoghi in cui un tempo sorgevano le antiche ville romane e spesso sopra di esse, copiandone le forme sia degli edifici che dei giardini, per cui da esse si può capire quanto splendide e monumentali fossero le ville degli antichi romani.

La vicinanza di Frascati a Roma faceva sì che a distanza di secoli si ripetesse lo stesso uso fattone in età romana, quando il colle del Tuscolo era stato prescelto come sede preferita di ville e giardini da parte dei più potenti ed illustri cittadini romani, tra i quali Catone, Lucullo e Cicerone.
Le ville si trovano nel territorio di Frascati, Monte Porzio Catone e Grottaferrata, ai lati del Colle del Tuscolo, quasi tutte di impronta romana.

Frascati si trova sui Colli Albani, al di sotto del monte Tuscolo, sede degli scavi archeologici di Tusculum, antica città pre-romana, romana e medioevale, attraversato dalla Via Tuscolana, in posizione dominante rispetto Roma, e parte del suo territorio è compreso all'interno dei confini del Parco regionale dei Castelli Romani.

Monteporzio, anch'esso facente parte dei Colli Albani, si trova tra tra Frascati a ovest e Montecompatri ad est. Esso sorge su una zona collinare, formatasi da un piccolo cono laterale del Vulcano Laziale che ha formato tutti i Castelli Romani. Il suo territorio degrada da un lato verso la pianura e dall'altro risale verso il Tuscolo, per divenire poi montagna con boschi di castagni impiantati nel XVIII sec., sostituendo tutti gli antichi boschi di quercia.

Grottaferrata, in massima parte composta di materiale vulcanico, con minerali caratteristici come il peperino, la pietra sperone del Tuscolo ed il tufo. Vi si allocarono alcune ville suburbane di ricchi cittadini romani come Marco Tullio Cicerone e la famiglia degli Scriboni-Libones a Castel de' Paolis, ai confini con Marino

I ritrovamenti archeologici più significativi risalgono all'epoca romana e appartengono alla villa patrizia di Lucullo (117 - 57 a.c.) e poi alla dinastia imperiale dei Flavi (69 - 96 d.c.). Nel quartiere di Cocciano si sono ritrovati da poco alcuni reperti archeologici, ed è stato costituito un Parco Archeologico.

Le dodici Ville Tuscolane, che ricadono nel territorio comunale di Frascati e nei territori dei confinanti Monte Porzio Catone e Grottaferrata, sono:

Villa Aldobrandini
Villa Falconieri
Villa Torlonia
Villa Parisi
Villa Lancellotti
Villa Tuscolana (o Rufinella)
Villa Sora
Villa Sciarra
Villa Mondragone
Villa Grazioli
Villa Muti
Villa Vecchia

"La riedificazione di Frascati incominciata da Paolo III nel 1538, fu compiuta nel 1546 sotto la direzione del factotum Iacopo Meleghino, e dell'architetto Bartolomeo Baronino. Questa opera importante comprese la fabbrica della rocca o castello, residenza ordinaria del " governatore della città di Tusculano " e straordinaria dei pontefici nelle loro gite campestri; quella delle nuove mura castellane, l'apertura di due piazze, e il gettito delle « case che occupano le strade per dirizzarle ».

Se si richiama alla mente il fatto che l' intera città giace sopra le rovine di una sola antica villa imperiale, come ho descritto minutamente nel Bull. com. tomo XII, a. 1884, pp. 141, appare certo che gli architetti preposti al lavoro devono avere raccolto, per conto di casa Farnese, larga messe di antichità.

Ulisse Aldovrandi ricorda tra i marmi farnesiani:
-  una spoglia o trofeo bellissimo con una Medusa
- grifoni e teste di arpie e di leoni con un panno avvolto in spalla
- un trofeo spoglia armata all'antica di porfido
- un candeliere triangolare con vittorie alate ed una donna trionfante a lato, e arpie giù ai piedi.
opere tutte ritrovate a Frascati.

La villa dove oggi è fondata la città di Frascati non dubito che fosse la più ampia e spaziosa del territorio Tusculano, e se ne vedono sino ad ora le vestigie sotto la porta Romana, e si stendeva sino al giardino e palazzo dei sigg. Cherubini che poi comprò il colonnello Guaina, e questo signore, nel cavare che fece, vi trovò alcune statue di molta consideratione che trasferì in Roma nel suo palazzo. Sotto il Castello o Rocca vi è il duomo vecchio, ed in questo luogo vi era, prima che lo fabbricassero, un altro vivaro".

GIARDINO ALDOBRANDINI

I REPERTI

I ritrovamenti archeologici più significativi risalgono all'epoca romana e appartengono alla villa patrizia di Lucullo (117 a.c. - 57 a.c.) e poi alla dinastia imperiale dei Flavi (69 d.c. - 96 d.c.). Piccolo centro agricolo sorto sulle rovine di una grande villa romana, San Sebastiano, eretta sui resti di una villa romana imperiale. Frascati sorge sulle pendici settentrionali del monte di Tuscolo, a 320 slm

L'attuale centro storico della Città, incentrato su piazza del Mercato, via dell'Olmo, piazza Paolo III e piazza San Rocco, sorge verosimilmente sui resti della villa romana di Caio Passieno Crispo (secondo marito di Agrippina, la madre di Nerone).

Tale risultanza, unitamente ai rinvenimenti archeologici di manufatti che attesterebbero anche la presenza della grande villa suburbana di Lucullo, in prossimità di quella di Passieno, fa arrivare alla conclusione che già in quell'epoca il sito fosse abitato, se non proprio come centro urbano, ma certamente con case rurali di servitù alle ville romane di cui era disseminato tutto il colle tuscolano e che i maggiori rappresentanti delle classi abbienti romane si fecero edificare nella zona a partire dal I sec. a.c.



CADUTA DELL' IMPERO ROMANO

Alla caduta dell'Impero Romano le ville romane vennero progressivamente abbandonate e subirono il saccheggio delle orde barbariche che si riversarono su Roma. A tali devastazioni non sfuggì la villa dei Passieni ed è da ritenere che i coloni che vi lavoravano, scampato il pericolo e dopo un primo momento di dispersione, sia tornati nei pressi di quelle rovine ed abbiamo cominciato ad adattarle per un sicuro riparo dalle intemperie. Man mano si ingrossò il numero dei rifugiati, sicchè cominciò a delinearsi un primitivo centro abitato.

Oggi sede della Diocesi Tuscolana, la massiccia costruzione a pianta quadrangolare che conserva l'aspetto di un castello medioevale, occupa il lato Sud di piazza Paolo III e si compone una torre centrale e di altre due torri quadrate sul versante della piazza, mentre un'altra a pianta rotonda s'innalza nell'angolo nord- ovest.

Diversi reperti archeologici di età romana e medievale, sono conservati all'interno del cortile porticato tra questi, il sarcofago che per anni è stato la vasca della Fontana delle Tre Cannelle in via Senni, il Sarcofago delle Stagioni, statue togate sempre di epoca romana e alcuni stemmi scolpiti in pietra di età medioevale.

La storia di Frascati è ricca di stupende ville romane e di saccheggi, a cominciare dall'importante villa attribuita un tempo a Lucullo, che, in età imperiale passò alla famiglia degli imperatori Flavi. Nel luogo in cui sorgeva la villa si erge attualmente la chiesa di Santa Maria in Vivario edificata nella zona corrispondente al Vivarium (cisterna).

Marco Porcio Catone, detto il Censore, nel suo De Agricultura da viticultore tuscolano, uomo sapiente, abile politico e oratore, capitano valoroso, governatore di province, narra che gradiva egli stesso porsi al lavoro delle sue terre assieme ai propri dipendenti, dividendone poi il cibo semplice ed il vino genuino.

Varrone ricorda le feste tuscolane "Vinalia" per il vino nuovo del Tuscolo ed alcuni provvedimenti relativi alla sua esportazione in Roma. Con questo buon vino, al dire di Macrobio, Ortensio innaffiava i celebri platani che aveva piantato sulle liete pendici tuscolane perché crescessero più rigogliosi.

Inoltre Marco Tullio Cicerone vi possedeva la prediletta tra le sue ville dove amava rifugiarsi e da dove intitolò la sua più celebrata opera filosofica, le "Tusculanae disputationes"

Anche Lucullo, il celebre generale romano, passato alla storia più per la predilezione della buona tavola che per quella di armi e di studi, possedeva una splendida villa alle falde del Tuscolo dove si dilettava ad invitare amici, quali Cicerone e Catone l'Uticense - pronipote del grande Marco Porzio - ospiti non solo della sua fornitissima biblioteca ma anche dei famosissimi banchetti, annaffiati di vino tuscolano.

"Un' altra cisterna, scavata per intero nella roccia vulcanica, fu scoperta e di- strutta in gran parte, costruendosi la ferrovia di Frascati fra le stazioni di Ciampino e di Grottaferrata (tunnel). Se ne veggono le gallerie tronche diagonalmente sull'una e l'altra scarpata della trincea a m. 52 prima dell'imbocco occidentale del tunnel. Forse fu alimentata da acque sorgive locali. Altra, assai più vasta, è all'istesso modo troncata dalla ferrovia al di là del tunnel, dalla parte di Frascati, nel luogo chiamato Le Grotte"

Non lontano da Frascati, le rovine dell'antica Tuscolo. Nonostante il nome etrusco, si tratta di una città di origine latina, un centro residenziale per ricchi romani. Posta a 610 metri d'altezza, regala un magnifico panorama sulla capitale, particolarmente suggestivo per la presenza dei resti dell'acropoli, del teatro, del foro, di una rete viaria e di una cisterna.



GLI SCAVI

La comunità di Frascati intraprese vasti scavi e perforazioni di monti nel 1562 per condurre dalla tenuta della Molara in città la sorgente detta della Canalecchia, valendosi della somma di scudi mille presa a censo dal banco Orazio Ruccellai (not. Quintilii prot. 8920, e. 67). Altro prestito di scudi 500 fu contratto nel 1572 in occasione della fabbrica di un altro braccio dell'acquedotto, detto Forma e Formetta (not. Reydet, prot. 6218, e. 767).

Nell'anno 1620 Matteo Greuter pubblicò uno splendido panorama della città e delle ville circostanti, lungo m. 1,46, ricco di particolari d'interesse artistico, istorico ed archeologico. Il panorama fu usurpato più tardi da Atanasio Kircher, il quale ne formò tre tavole per il suo Latium, intitolandole 
« schematismus villarum tusculanarum » e notando in esso i cambiamenti di proprietà avvenuti dal 1620 in poi. Di questi è necessario tenere stretto conto per riconoscere l'origine e il luogo di ritrovamento di molte iscrizioni tusculane, e per restituire il nome a molti ruderi di ville, di piscine e di sepolcri.

Sotto il pontificato di Giulio HI. una licenza accordata dalla Camera apostolica il 23 maggio 15,53 .. d. Job. Bapt; " Cole Vannetti layco auagnino perquirendi thesauros et ellbdiendi iu civitatibu. Anagnine et Tuscu1ane, ac terra Gabiniani provincie Campanie, eoruni tenitnriis et subterraaeisa patto che gli oggetti ritrovati in suolo pubblico fossero divisi a metà tra la Camera e l'inventore, quelli trovati in suolo privato lo fossero in tre.

Quello che, mercè le indagini del Gondi, sappiamo essere avvenuto  su La villa dei Quintini e la villa di Mondragone  Roma 1901  in fatto di scavi, di scoperte di fabbricati, di sculture marmoree figurate, di iscrizioni  isteriche ecc., deve essersi ripetuto per tutte le altre ville erette nel territorio circostante nella seconda metà del secolo, le quali tutte occupano siti antichi, e hanno le fondamenta adagiate sopra pareti antiche.



LE VILLE


VILLA FALCONIERI GIA' RUFINA

VILLA RUFINA

La sua fondazione è attribuita da taluni a Filippo Rufini vescovo di Sarno, che morì nel pontificato di Paolo III l'anno 1548; dal Galletti e da altri ad Alessandro vescovo di Melfi. La fabbrica coi suoi giardini, con le terrazze e conserve di acqua, fu piantata sugli avanzi di una villa romana, " i quali si continuano a discoprire anche di presente per cura del chiaro ing. Ferdinando Gerardi ". Vedi Jln//. l'ova. tomo XII, a. 1884, e. 141 e seg. Fu chiamata anche villa della Maddalena da una cappella dedicata a quella santa, che venne distrutta nel 1-2- 48 da m...

La villa Rufina ha preceduto tutte le altre moderne del territorio tusculano e tale priorità (1540-50) era celebrata da un epigramma, ora perduto, che incominciava col distico

" Adspice : quot villae circumstant mole superbae
Telegoni colles, bis prior ipsa fuit."


L'INGRESSO
Si può vedere il suo aspetto schematico, prima della ricostruzione Falconieri, nel rovescio di una medaglia di Paolo III con l'epigrafe "tvscvlo rest nel retto" (vedi Ardi. S. R. St. patr., tomo XVI. a. 189;}, e. 517). e "rufina" nel rovescio. La fabbrica coi suoi giardini, con le terrazze e conserve di acqua, fu piantata sugli avanzi di una villa romana, con poco rispetto della medesima.

I Ricci di Montepulciano vendettero la villa Rufina al card. Ranuccio Farnese pel prezzo di scudi 3454 » (G. Gondi, 1. e. p. 4). Morto Ranuccio, gli eredi Farnese, Geronima madre, Alessandro e Ottavio fratelli venderono la villa al cad. Marco Sitico d' Altemps ai 14 di aprile del 1567, il quale ne cambiò il nome da Angelina in Tusculana:

« finché sorta nei suoi stessi confini la villa di Mondragone, prese sotto Paolo V, ed ha tuttora, il nome di Villa Vecchia. Il casino architettato dal Vignola è piantato sugli avanzi di una fabbrica romana, la più vasta del territorio, conosciuta oggi sotto il nome di Barco. Un antico ambulacro fu mutato in istalla capace di contenere cento cavalli, e altre stanze furono adattate per uso di alloggio di fittavoli. Presso il ca.sino di Villa Vecchia, sul lato destro del viale che ad esso discende da villa Taverna, si trovano gli avanzi ben conservati dell'antica piscina »

VILLA FALCONIERI RUFINA CON GIARDINI ALLA ROMANA
E’ la più antica delle Ville Tuscolane. Denominata inizialmente come “la Rufina”, e dopo un breve periodo chiamata “la Maddalena”, assume la definitiva denominazione di Villa Falconieri quando, nel 1628, fu acquistata da Orazio Falconieri che ne commissionò il restauro a un nome celebre: Francesco Borromini.

Al progetto lavorarono sia il Borromini che l'altro celebre architetto Antonio da Sangallo il Giovane. Per affrescare la villa vennero chiamati i pittori Pier Leone Ghezzi, grande caricaturista ma pure amante di reperti romani, Giacinto Calandrucci, Ciro Ferri, Nicolò Berrettoni ed altri pittori settecenteschi.

Nel maggio del 1907 fu acquistata da un banchiere tedesco. Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre del ’43 l’aviazione americana tentò di colpire il comando tedesco che vi si era insediato. Frascati subì un bombardamento che causò centinaia di vittime fra la popolazione civile e fra i militari tedeschi.
Molti edifici furono distrutti e Villa Falconieri fu gravemente danneggiata. Un lavoro di restauro compiuto nel 1959 ha ripristinato buona parte dell’edificio.

Fu chiamata anche villa della Maddalena una cappella dedicata a quella santa, che venne distrutta, presso la quale, negli ultimi lustri del secolo XV era stata rinvenuta, recante il nome della casa de' Quintilii.

È certo poi che i Rufini debbano aver trovate opere d'arte insigni, trattandosi di scavo vergine, e ne fa fede Ulisse Aldovrandi, p. 181 dell'ediz. principe:

"In casa di messer Alessandro Rufini sulla piazza di s. Luigi presso Agona, nella loggia vi è la sepoltura di una donna chiamata Rufina ... Vi è pure una testa di donna col collo, con un certo ornamento in capo ritrovata a Frascati".

(ROBERTO LANCIANI)

VILLA RUFINELLA

VILLA RUFINELLA

La storia della villa Rufinella è stata scritta in uno stile barbarico, ma con molta copia di dati, dal Canina, nel volume sul « Tusculo » pubblicato nel 1841. Fu in origine parte e dipendenza della Rufina, e possedimento della stessa famiglia, e ne fu distaccata l'anno 1578 a favore del cardinal di Vercelli Guido Ferrerò, acquirente il figliuolo di Maddalena Borromeo, nipote di san Carlo, nato nel 1537, morto in Roma nel 1585 dopo una breve malattia di sei ore, e sepolto in s. M. Maggiore.

I topografi ne apprezzano la memoria, per essere egli stato possessore e buon custode delle terme di Costantino, nel sito dei presenti palazzi Consulta - Mazarino - Rospigliosi. (Vedi du Perac, tav. 32 e Ihill. com. tomo XXIII, a. 1895, e. 103).

"Nel 1585 Mons. Guido Ferrerò Cardinal di Vercelli asserisce haver inter vivos donato a un collegio di scolari fondato per S. S. 111. in Torino la sua villa Ferreria di Frascati con ordine che dopo la vita di SS. 111 la detta villa si debba vendere et il qual prezzo resti in perpetuo a beneficio di detto collegio. 
Nel 1585 la Riifinella era venuta in possesso del card. Francesco Sforza, il quale la vendette al proprio nipote Mario conte di Santatiora, per il prezzo di 4 mila scudi. Somma invero modesta se si consideri che la li tenuta detta "la Rufinella" occupava larghissimo spazio di territorio, benché il venditore ne avesse già distaccata una parte non dispregevole a favore dei pp. Cappuccini che ancora vi risiedono."

VILLA RUFINELLA
Il convento dei Cappuccini testé nominato occupa, come tutte le altre fabbriche del cinquecento, il sito di una villa antica. Vedi Cod. Tusc. cit. e. 147 seg.

« Dentro il recinto dei pp. Cappuccini. . . si vede un'altra antica fabbrica, vicino alla quale era la strada silicata, che conduceva in Tusculo scoperta da me nell'anno 1656, nell'orto delle conserve antiche, dove si riduce l'acqua dell'orto per beneficio di detto convento

Dietro a queste conserve vi è un piano, e dirimpetto si rimira la fabbrica dove era il palazzo, e nel frontespizio di questo vi sono sette nicchie, e quella di mezzo più grande delle altre sei, quattro quadre e tre ovate: et io, come curioso delle antichità, nel detto anno 1656 prima del contagio, con un altro religioso cappuccino cavammo vicino a dette nicchie ricoperte di terra, e scoprendo dette nicchie trovassimo attaccate al muro le conchiglie marine col tartaro, come si usa ora di accomodare le fontane.... e nel piedistallo dette nicchie erano lavorate di finissimo e bellissimo mosaico che il cardinal Sacchetti volse vendere. 

Più sotto scavando vi trovai un canale scoperto dove credo scorresse l'acqua, lavorato di pietre e calce dipinto di color rosso, che pareva che allora appunto li mastri l'avessero fatto. Non m'inoltrai più sotto per la scarsezza del tempo che nel detto convento dimorai. Dopo però gli altri religiosi hanno scoperti ampli fondamenti e sotterranei aquedotti di detta fabbrica ... Da chi fabbricata o di chi fosse, non ho possuto si do ad ora averne notizia. Ho inteso dire che nel ristretto di detto Convento vi sia un tesoro. anzi due. uno di statue, e l'altro di argento e d'oro. ... 

In detto anno 1656. . . il sig. Cardinale Antonio Barberini, vescovo di Frascati, essendo allora ritornato di Francia, dove ebbe notizia di questi tesori, mandò uomini a cavare nel piano del convento, per ordine della Camera, ma non trovarono cosa alcuna -. 


VILLA VECCHIA

VILLA VECCHIA (già Angelina e Tuscolana)

La Villa si trova nella strada che va tra Frascati e Monte Porzio Catone, oggi del comune di Monte Porzio, ed è una delle 12 Ville Tuscolane realizzate dalla nobiltà papale nel XVI sec. in agro di Frascati.

Alessandro Ruffino dona a Giulio e Giovanni Ricci di Montepulciano la derivazione di un'acqua sorgente vicino alla propria villa sita in territorio di Tusculo, presso la tenuta della Molara ed i beni della Comunità di Frascati, per portarla in certi fondi dai dd. Ricci comperati, allo scopo di costruirvi una villa di riposo ma pure un fondo produttivo per i vini pregiati della zona, nei pressi della villa Rufina di Frascati del Papa Paolo III.

L'atto porta la data del 1561, nel quale Mgr. Giovanni aveva già radunato materiali per la costruzione del casino, aperti viali, costruite fontane : ma . . . costretto ad allontanarsi di nuovo da Roma. . . vendette agli 8 di giugno del 1562 le terra comperata al card. Ranuccio Farnese che aveva già acquistato dieci rubbia di terreno in contrada Molara, e parte delle Grotte alte di santa Croce in Gerusalemme. 

"Nel 1561 Prospero e altri Annibaldi della Molara donarono al cardinale un capo d'acqua sorgente nella loro tenuta, chiamato "formello da lode", allo scopo di provvederne la nuova villa" [Reydet prot. 6187 e. 7].

Nel 1561 il Cardinale Ricci deve allontanarsi da Roma per importanti incarichi così vendette la villa ed i terreni l'8 giugno del 1562 al Cardinale Ranuccio Farnese che porta a compimento la costruzione iniziata dal Cardinale Ricci e denominandola Villa Angelina, dal suo titolo cardinalizio di Sant'Angelo.

"E sarà forse in conseguenza di tale donazione che Ranuccio Farnese volle togliere in affitto dagli Annibaldi tutta la loro immensa proprietà [id. prot. 6192 e. 21], la quale comprendeva, oltre tutta la valle dell'Algido attraversata dalla via Latina col « castrum dirutum de Molarla », anche la tenuta di Monteporco, che gli Annibaldi possedevano a metà coi Gambara [id. prot. 6153 e. 889], e quella della Colonna" [id. prot. 6155 e. 353].

Morto Ranuccio, gli eredi Farnese venderono la villa al card. Marco Sitico d' Altemps ai 14 di aprile del 1567, il quale ne cambiò il nome da Angelina in Tusculana. ingaggiandone famosi pittori, finché sorta nei suoi stessi confini la villa di Mondragone, prese sotto Paolo V, ed ha tuttora, il nome di Villa Vecchia.

Nel 1568 iniziano i lavori di ristrutturazione della villa con l'intervento degli architetti Giacomo Barozzi da Vignola e Martino Longhi il vecchio, ed il Cardinale Altemps ribattezza la villa come Villa Tuscolana. 

Nel 1571 il Cardinale Marco Sitico Altemps fa costruire anche delle abitazioni per gli addetti ai lavori agricoli su dei ruderi di una villa romana, alcune sostruzioni di questa villa oggi sono denominate Barco Borghese. Nel giardino della villa vengono alla luce tratti di strada romana basolata.

Nel XX secolo la denominazione della villa diviene Villa Vecchia e i proprietari Padri Gesuiti che provvedono anche alla ricostruzione dell'edificio.

Il casino architettato dal Vignola è piantato sugli avanzi di una fabbrica romana, la più vasta del territorio, conosciuta oggi sotto il nome di Barco. Un antico ambulacro fu mutato in istalla capace di contenere cento cavalli, e altre stanze furono adattate per uso di alloggio di fittavoli. Presso il ca.sino di Villa Vecchia, sul lato destro del viale che ad esso discende da villa Taverna, si trovano gli avanzi ben conservati dell'antica piscina » (vedi Bull. com. tomo XII, a. 1884, p. 185).

Dopo la distruzione della Seconda Guerra Mondiale la villa verrà ricordata come Villa Vecchia e passa nelle mani dei Padri Gesuiti che la riadattano per le loro esigenze per poi cederla ad un istituto di suore che, dopo averla ulteriormente modificata, vendono la villa ad un proprietario privato che trasforma l'edificio in un albergo.

VILLA MONDRAGONE

VILLA MONDRAGONE

L'origine di questa « regina villarum » si fa risalire alla visita fatta da Gregorio XIII al card. Altemps il 21-23 ottobre del 1572, e al desiderio da lui manifestato di veder sorgere un casino di delizia sui ruderi di quello già appartenuto ai fratelli Quintilii, Condiano e Massimo, che domina tutto l'orizzonte romano da un ciglione di monte alto 416 m. sul mare. Dalla storia del sito, ricostruita dal p. G. Gondi, con l'aiuto di documenti inediti tratti dagli archivii Altempsiani e borghesiani, ricavo queste brevi notizie archeologiche.

I conti e le stime dell'architetto Martino Longhi, e dei capi maestri Fontana e da Coltre, parlano costantemente di muri antichi o distrutti o conglobati nella nuova fabbrica: di un castello o conserva d'acqua coperta a volta: di grotte o criptoportici. " Della sua magnificenza ci sono testimoni, sebbene tardi, i muratori (che lavorarono al nuovo palazzo). . .  ci attestano che vi furono ritrovate colonne 
statue ed alabastri. 

E le statue dovettero essere di si gran pregio, che trovo in questi tempi uno scultore in permanenza alla fabbrica di Mondragone per restaurarle, forse, nelle parti rotte o perdute. 

E queste medesime statue così racconciate furono messe ad ornamento del nuovo palazzo (nelle nicchie del portico inferiore verso mezzogiorno, e in quelle che erano nella scala a lumaca), ed una, forse quella di maggior pregio, venne poi nel maggio 1594 trasportata in Roma, come nel febbraio 1589 v'era stata portata una colonna. Un'altra invece veniva da Roma trasportata a Mondragone"1. e. pp. 35-36.
ANTINOO DI MONDRAGONE
Secondo l'affermazione del Mattei — Mem. istor. Tusc. p. 77,  il piedistallo di statua eretta in onore di Caracalla ai 15 di agosto del 210 {CIL. tomo XIV. n. 2596) da Emilio Macro Faustiniano sarebbe stato
« trovato nell'occasione che si fabbricava la villa di Mondragone ».

Ma è più probabile che sia stato rinvenuto nelli scavi di Corcolle, descritti nel tomo precedente p. 109.

Gli epigrafisti-topograti infatti, sono oramai d'accordo nel negare ogni valore locale ad alcuna iscrizione delle ville di Frascati, che non porti un certificato di origine.

Il Gondi ha trovato nell'archivio Borghese pagamenti per iscrizioni antiche portate a Mondragone.
Altri scavi furono eseguiti nel 1573 per la perduzione dell'acqua dalla sorgente delle Formelle, nome che attesta l'esistenza in quel luogo di un antico acquedotto.

Nel territorio annesso alla villa, e formato con parte di quello già appartenente alla villa Angelina, con le vigne di Sante Gregorio Pallotta, e di Giambattista Romano acquistata ai 22 gennaio 1573, con quella di Miarto Taddei acquistata ai 9 dicembre dello stesso anno, con il territorio di Montecompatri acquistato da Marcantonio Colonna nel 1573 per 37 m. scudi, e con quello di Monteporzio acquistato nel 1582 da Cesare Annibaldi della Iolara per 9550 scudi — vero principato con 12 poderi e 12 miglia di campagna da seminare — si contano almeno ventuno ettari di interesse archeologico. Manca, però, ogni ricordo di scavi e di scoperte fattivi dalla casa Altemps.

VISTA DELLA VILLA MONDRAGONE

La villa di Moadragone e la Angelina -Tusciilana furono donate dal card. Marco l'anno 1575 al figliuolo Roberto, natogli nel 1565 da donna, il cui nome è rimasto ignoto, creato duca di Gallese da Sisto V nel 1585. Roberto morì ventenne nel 1586 lasciando un unico figliuolo, Gian Angelo, al quale furono dati come tutori due proprietarii di ville vicine, cioè Pietro Aldobrandini di Belvedere e Ferdinando Taverna di Mondragoncino.

Il duca nel 29 novembre 1613 vendette al card. Scipione Borghese "villam Tusculanam cum villa palatio, seu palatiis Montis Draconis. .. (cum omnibus statuis tam aflfìxis quam non affìsis) ... castrum Montis Compatrum tenutam et castrum diritura Molariae . . . cum tenuta s. crucis nuncupata di Grollalle et Trippone item castrum et tenutam Montis Portii" pel prezzo di scudi 300,000 dei quali 280,000 in moneta, e 20,000 rappresentanti il valore della villa Acquaviva, scambiata con Mondragone.

Le Guide del secolo XVIII ricordano ancora esistenti nel palazzo e sue dipendenze i busti dei primi dodici Cesari, e nell'atrio le quattro statue colossali di Antinoo, di Faustina rinvenuta nella villa di Adriano a Tivoli, di Giulio Cesare e di Flavia. Vi era anche una piccola raccolta d'iscrizioni. Nel 1567 iniziarono i lavori di costruzione che compresero l'ampliamento della preesistente Villa Vecchia per volere del cardinale Marco Sittico Altemps, che commissionò il progetto a Martino Longhi il vecchio, su delle strutture di una antica villa romana appartenuta ai consoli Quintili, come al solito devastandone le vestigia ma prendendone spunto e resti romani.

I lavori termineranno nel 1573, subito dopo si insedierà il cardinale Ugo Boncompagni che, divenuto papa Gregorio XIII, usò l'edificio come residenza e avendo come stemma araldico un drago, dette il nome alla villa.

Villa Mondragone fiorì soprattutto durante l'epoca della famiglia Borghese, con il cardinale Scipione Borghese e papa Paolo V. Nel 1626 papa Urbano VIII decise di lasciare Villa Mondragone in favore della residenza papale di Castel Gandolfo. All'inizio del 1700 Villa Mondragone si conserva nelle migliori condizioni, dopodiché ne inizia il declino e alla fine del XVIII secolo la villa-palazzo risulta disabitata in quanto i Borghese preferiscono ritirarsi nella più piccola Villa Taverna.

Purtroppo il terremoto del 1806, l'occupazione dei soldati austriaci nel 1821 e infine il disinteresse di Camillo Borghese provocano la totale decadenza del complesso al punto che gli stessi cittadini di Frascati chiedono a papa Leone XII di salvare la villa. Ma salvo parziali restauri compiuti dall'architetto Canina nel 1832 su incarico di Marcantonio Borghese, non se ne fa nulla per i costi elevati.

Nel 1865 la villa venne donata ai Gesuiti dal principe Marcantonio V Borghese, divenendo la sede estera del collegio Ghislieri e successivamente vi si impiantò il Collegio di Mondragone, un convitto per i figli delle classi sociali più elevate. I successivi restauri del 1929 vengono eseguiti ad opera dell'architetto Clemente Busiri Vici.

Durante la II guerra mondiale il collegio fu trasformato in rifugio per sfollati e nel 1953 il Collegio dei Gesuiti fu chiuso. Nel 1981 la Villa fu venduta dai Gesuiti alla Università degli studi di Roma "Tor Vergata" che ne ha fatto un centro congressi.

VILLA TORLONIA

VILLA CARAVILLA (TORLONIA)

Nel 1563 Annibal Caro, un poeta che tradusse l'Eneide di Virgilio in italiano e che diede consigli al cardinale Alessandro Farnese per la decorazione del suo palazzo a Caprarola, ospite e commensale continuo del card. Ranuccio, per accondiscendere ai desideri di lui e per fuggire quanto più di frequente gli tornasse possibile le infinite molestie della corte di Roma, comperossi nel 1563 una villetta, cui dipoi, dal suo nome insieme, e dall'affetto che le portava chiamò Caravilla. La piccola proprietà si estendeva vicino a Frascati e apparteneva all'Abbazia di Grottaferrata.

E in questo ameno recesso, egli potè condurre sino al decimo libro la traduzione dell'Eneide. « Ma ne il Farnese della sua Angelina, ne il Caro della sua Caravilla godettero a lungo, che 1' uno si spense ai 28 ottobre del 1565 in Parma, l'altro ai 21 novembre del 1566 in Roma ». (G. Gondi, 1. e, p. 6).

Dato che si pensava che tal luogo fosse la villa di Lucullo è evidente che vi furono rinvenuti almeno diversi ruderi romani di cui oggi peraltro non v'è traccia visibile. Infatti dell’originario complesso oggi si può ammirare solo il parco, il Teatro d’acqua, le fontane e le scalinate.

Durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale, il palazzo fu quasi completamente distrutto e ricostruito in forme moderne. Nel 1579 la villa venne acquistata dal cardinale Tolomeo Galli, segretario di stato di papa Gregorio XIII Boncompagni, che ampliò la proprietà e costruì il primo nucleo di quella che sarà la grande villa degli anni successivi.

INTERNI VILLA TORLONIA
Alla fine nel 1607 la proprietà fu acquistata dal cardinale Scipione Borghese che commissionò a Carlo Maderno, Flaminio Ponzio e Giovanni Fontana la costruzione di una nuova grande villa.

La caratteristica più spettacolare della nuova villa era il suo Teatro delle Acque, che era di una larghezza senza precedenti.

Nel 1613 tuttavia il cardinale Borghese cambiò idea e acquisì Villa Mondragone dagli Altemps a cui cedette la villa che stava per completare. Pochi anni dopo l'Altemps vendette la villa al cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Papa Gregorio XV che completò la sua costruzione e abbellì i giardini con statue antiche (il cardinale fece lo stesso nella sua villa romana ).

Da un rogito del notaro Campana del 1571 intitolato, "venditio ville Piscine in territorio Tuscolano prò mag.'' d. Beatrice arias de Cinciis, uxore iur. utr. doctoris Evangeliste Recchie a fratribus de Caris de Civitate Nova « apparisce che i fratelli di Annibale avevano ereditato da lui altri beni nella contrada di Frascati, dove restavano in piedi avanzi di antichi ricettacoli d'acqua.

TEATRO DELLE ACQUE DI CARLO MADERNO
Annibal ebbe altri possedimenti sulla via da Roma a Frascati
" Fuori della porta di s. Giovanni " dice il Vacca, Mem. 48 " nella vigna del sig. Annibal Caro, essendovi un grosso massiccio dagli antichi fabbricato, e dando Jioja alla vigna, il detto sig. Aonibale si risolse spianarlo. Vi trovò dentro murati molti v. latina ritratti d' imperatori, oltre tutti i dodici, ed un pilo di marmo, nel quale erano scolpite tutte le forze di Ercole, e molti altri frammenti di statue di maniera greca. Delle suddette teste non mi ricordo che ne fosse fatto: ma del pilo ne fu segatala faccia d'avanti e mandata a Nuvolara da monsignor Visconti ". 

Alcuni hanno creduto il prelato in questione essere stato 1'Ercole Visconti, proprietario della villa Belpoggio-Pallavicini, e Nuvolara corruzione di Muralara, nome, forse, attribuito
dal volgo alla villa stessa. Ma i Visconti possedettero la villa tusculana un buon secolo dopo i fatti narrati dal Vacca, e Nuvolara è luogo ben noto sulla sponda sinistra del fiume Po. Vedi Fea, Misceli, tomo I, p. Ixxv.

Devo anche ricordare un incidente relativo alle statue di marmo "valde pulcherrimae " offerte in vendita da un Ottavio Caro al S. P. Q. R. nel mese di febbraio del 1570. Dato che sia corsa relazione di parentela tra Ottavio e il fondatore di Caravilla, Annibale, ciò che ritengo sommamente probabile, si potrebbe supporre le statue esser state trovate sulla pendice di Tusculo, tra gli avanzi della villa sui quali il poeta aveva piantata la sua casetta. Egli stesso parla di scavi e scoperte nella lettera del 14 settembre 1585:
« la cretineria mia è di fuggir Roma quando posso, e starmi in una villetta che mi sto facendo nel Tusculano, nel loco proprio di Lucullo, che così mi hanno chiarito li vestigi degli grandi monumenti, e di alcune lettere che vi ho trovato ».

Il Caro allude alla scoperta dei tubi di piombo, recanti il cognome del fondatore della villa, che fu di casa Licinia, intorno ai quali vedi Laudani. coìnm. di Frontino, p. 288, n. 580.

VILLA TORLONIA

Per mezzo di tali documenti topografici, rimane accertato che l' immenso gruppo dei ruderi sui quali è piantata la presente villa Torlonia ( in extremo Ludovisiorum hortorum proxime... Frascati est series fornicum ortorum.. olim Aviarium Luculli Montfaucon) formasse parte del Tusculano eretto tra gli anni 66-56 a.c. dal vincitore di Mitridate, Licinio Lucullo.

Ciò ammesso si dovrà ricercare nuovamente il nome del costruttore e proprietario dell'altra villa colossale, sulla quale è fabbricata la città di Frascati, villa che si crede indemaniata da Domiziano: [Bull. com. tomo XII, a. 1884, p. 185], essendo evidente che i due gruppi, frascatano e Ludovisiano, non potessero appartenere ad un solo proprietario, essendo divisi dalla antica via Tusculana, la più importante del territorio, fiancheggiata da case e sepolcri, le vestigia della quale si possono tuttora seguire dalla villa Sora sino all'altipiano dei Cappuccini.

La Casina di Annibal Caro, col modesto terreno che le apparteneva, vennero col tempo a formar parte della grande villa del cardinal Tolomeo Galli Gallio, detto il cardinale comense. il quale, dopo avere passati i primi anni della brillante carriera in varie sedi vescovili dell' Italia meridionale, s'era ridotto in Roma al tempo di Pio IV, dal quale ottenne la porpora nel concistoro dell '1marzo 1505.
Sotto Gregorio XIII. nel 1580. fu trasferito alla sede di Albano, poi in Sabina, a Ostia e a Velletri.

A anni ottantadue, dopo quarantadue di cardinalato, le immense rendite ecclesiastiche a lui concesse lo posero in grado non solo di arricchire la propria famiglia col ducato di Treplebi nel milanese, ma di legare il suo nome a monumenti e fondazioni di cui non è ancora perita la memoria. A queste si dovrà ora aggiungerne una, appena registrata dai suoi biografi : la fondazione cioè di una villa Tusculana in territorio canonato a favore del commendatario di Grottaferrata. Il documento spiega il processo di formazione della villa mediante l'acquisto delle vigne di Francesco Cenci, già Caro, in vocabolo Spagna, dell'illustre capitan Battista Cremona da Varese, in vocabolo « Costa di Zompo », di Evangelista Orecchia, e di cinque altri vignaioli frascatani.


Parte del latifondo così costituito ebbe la denominazione di Fontana vecchia, come risulta da un'atto del notare Campana [prot. 437, e. 1] col quale Tranquillo Marianeschi vende al cardinale un terreno olivato in detta contrada nel 1579. Le vicende successive del sito sono note. Gli eredi Galli lo vendettero alla casa Borghese il 28 marzo 1607. Paolo V e i suoi fratelli e nipoti l'adornarono e l'arricchirono, mediante scavi e perforazioni ingenti, di gran tesoro di acqua, che anche oggi contribuisce a renderlo dilettoso oltre ogni dire. Lo speco che doveva raccogliere le quattro oncie donate dal card. Pietro Aldobrandino e le diciotto donate dal duca Giannangelo Altemps, è opera degli architetti Fontana. Maderuo e Ponzio, per la quale il pontefice aveva sottratta alla Camera Apostolica la somma di 19913 scudi.
Altri 500 scudi furono stornati dallo stesso cespite per lavori di abbellimento e per l'acquisto della villa Acquaviva (Montalto-Grazioli). Somme invero sciupate, perchè in capo a pochi anni il cardinale Scipione si era già annoiato del sito, che volle scambiare nel 1613 con Mondragone. La casa d'Altemps non lo ritenne a lungo. Nel 1621 Pietro, primogenito del defunto Giannangelo, la vendette al cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Gregorio XV. Divenne in seguito, come è noto, proprietà di casa Poli-Conti. Sforza Cesarini e oggi Torlonia.


VILLA TAVERNA

VILLA TAVERNA-MONDRAGONCINO

Villa Parisi, è una villa tuscolana privata, del comune di Monte Porcio Catone (o Monteporzio) e non accessibile al pubblico; appartenne ai Borghese dal 1614 al 1896, e ancora prima alla famiglia Taverna dal 1605. Essa confina con Villa Mondragone e Villa Vecchia.

“Sorta sulle rovine della villa romana dei Quintili, come la limitrofa Villa Mondragone, la costruzione primaria fu voluta dal Cardinale Taverna intorno al 1605, dando luogo, sul terreno appartenuto in precedenza agli Altemps, al primo nucleo dell’edificio che fu poi trasformato man mano nel tempo.

Allora Governatore di Roma sotto il pontificato di Clemente VIII, il cardinale Ferdinando Taverna nel 1614 decise di vendere la villa al Cardinale Scipione Borghese (nipote di Paolo V, pontefice dal 1605) ottenendone inoltre in cambio la Villa Acquaviva, poi Grazioli. All’interno, la villa risultò molto simile a villa Mondragone: un salone ampio a doppia altezza intorno al quale si collocavano delle stanze laterali. Nuovi lavori di abbellimento decorativo iniziarono con Camillo Borghese che nel 1729, alla morte del padre Marcantonio, ne eredita i beni e sposa Agnese Colonna.

In particolare un importante ciclo pittorico caratterizzò la terza fase dei lavori che interessarono l’edificio (terzo decennio del 1700). Nel salone centrale detto “delle feste”, un tempo adorno di arredi e suppellettili, i fratelli realizzarono gli splendidi affreschi raffiguranti figure femminili allegoriche indicanti le “Arti” (Pittura, Musica, Poesia e Scultura); sopra il camino, “Romolo e Remo con la lupa ed una regale dea Roma, con ai suoi piedi oggetti di guerra”; sui lati brevi invece furono dipinti quattro Atlanti o “Telamoni”, che reggono strutture architettoniche, ed ancora busti di Imperatori romani, armi e decorazioni in stile neoclassico.



PORTALE E LATO DELLA VILLA TAVERNA

Nel 1741 in occasione della visita di papa Benedetto XIV, nella villa si eseguirono nuovi lavori di abbellimento che interessarono alcune sale dell’edificio, tra cui quella detta delle “cacce”, insieme con quella della “musica”, quella delle “stagioni”, e la sala occupata dalla Cappella di famiglia, abbellita dagli arazzi realizzati da monsignor Sergardi. Tra il 1768 ed il 1832 i Borghese ereditarono i beni degli Aldobrandini e operarono interventi nei piani superiori della villa, utilizzando motivi decorativi ispirati all’antica Roma.

Sulle pareti del salone centrale e della loggia, vi sono le opere a tempera su muro dei fratelli Valeriani realizzate nel 1735/1736, mentre nella Galleria delle Statue, nella Stanza dell'Eremitorio e nella Galleria con Pergolato si trovano affreschi di Ignazio Heldmann il Bavarese e nella Stanza delle Colonne alcune decorazioni di Taddeo Kuntze, che decorò la neoclassica sala detta delle “colonne”, i cui dipinti si ispirarono alla pittura romana. Famose le “nozze aldobrandine”, copia di un originale alessandrino, rinvenuto nel 1600 sull’Esquilino e rimasto a lungo di proprietà degli Aldobrandini prima di passare ai Borghese. Nel 1896 la villa venne venduta dai Borghese a Saverio Parisi. Negli anni successivi, i Parisi avviarono ed ultimarono i lavori di adattamento interno e tutti i restauri pittorici.”


(Irvit: Istituto Regionale delle Ville Tuscolane)

La villa fu costruita nella sua prima parte centrale, tra il 1604 ed il 1605, da Mons. Ferdinando Taverna, nobile milanese, governatore e magistrato di Roma sotto il pontefice Papa Clemente VIII. Fu membro della Congregazione del Sant'Uffizio e feroce soppressore di Onofrio Santacroce, figlio di Giorgio Santacroce, marchese di Oriolo e Aurelia Savelli dei signori di Rignano. Nel 1599, Costanza Santacroce, moglie di Giorgio Santacroce, viene uccisa per motivi d'interesse dal figlio Paolo, che riesce a fuggire nel regno di Napoli. Al suo posto Mons. Taverna fa arrestare il fratello Onofrio, che fu decapitato il 31 gennaio 1604 a Castel Sant' Angelo, per ragioni di interessi sulle sue terre.

Per questo delitto venne creato cardinale nel 1604. I lavori di costruzione durarono fino al 1605. In un istrumento del 20 maggio 1614 è tuttora chiamata "Villa Ulnii et mi de Fenantis Tabernae card. s. Eusebi sita in territorio Tusculano iuxta villani Mentis Draconis Illmi card. Burghesii".

Il Taverna vendette la villa nel 1614 al cardinale Scipione Borghese nipote del Papa Paolo V, che l'acquistava a 28 m. scudi, e la sua famiglia ne ha serbato il possesso sino alla catastrofe nel 1888. Il Mattei, 1. e, p. 30, parlando della selva d'Algido che si estendeva sino alle scaturigini dell'acqua Felice, come osservasi delineata in una carta topografica della campagna di Roma impressa l'anno MDXIII nel pontificato di Leone X così la pone in relazione col card. Scipione:

« spettava parte di questa selva alla Camera apostolica, et il popolo di Frascati vi aveva il jus pascendì. .. dal Fosso della Formica sotto l'Eremo de' Camaldoli a questa valle che è tra Frascati e Monte Porzio, fino al Fosso antico che confinava con la via della Colonna, fuori del casale di san Marco. Ma avendola poi comprata il cardinale Scipione Borghese nell'anno mdcxiv, poco dopo la fece tagliare, e concesse in enfiteusi a molti particolari di Frascati il terreno che ritiene ancora oggidì il vocabolo della Selva » .

Il cardinale Borghese affidò all'architetto Girolamo Rainaldi la ristrutturazione della villa, cui vennero aggiunti le parti laterali ed il ninfeo, nonché il portale delle armi. Nel 1729 Camillo Borghese fece aggiungere decorazioni interne e arcate sulla facciata, a cu8i Marcantonio Borghese aggiunse nuove decorazioni pittoriche. Nel 1896 la Villa fu venduta a Saverio Parisi, la cui famiglia ne è ancora proprietaria.

VILLA ACQUAVIVA-GRAZIOLI

VILLA ACQUAVIVA-MONTALTO (GRAZIOLI)

La villa sorse in agro di Frascati, attualmente a Grottaferrata, edificata nel 1580 dal cardinal Antonio Carafa su un terreno di proprietà dei PP. Maroniti. Gregorio XIII, legato da stima e grande affetto per il cardinale, lascia scritto che: "Il nostro diletto figlio Antonio Carafa.... per riprendersi dalle fatiche che assiduamente sostiene per la Chiesa, si è costruito una villa nell'agro del Tuscolo avendo in animo non tanto di abbandonarsi agli agi e allo svago, quanto piuttosto di attingere, nella tranquillità, ai celesti nutrimenti dello spirito".

Alla morte del Carafa, avvenuta nel 1591, la sua villa passa in proprietà di Ottavio Acquaviva d'Aragona, marchese di Atri, suo parente, a cui si devono la decorazione di gran parte dei soffitti e delle volte al piano nobile. Da un documento dell'epoca risulta che nel 1606 il cardinale Acquaviva partiva come arcivescovo per la diocesi di Napoli, lasciando la "bella villa" in prestito ai fratelli del nuovo pontefice, eletto nel 1605, Paolo V Borghese e ai suoi parenti.

Gli stretti rapporti che legavano il cardinale alla famiglia del neoeletto pontefice, sono dimostrati dall'accostamento dello stemma dei Borghese a quello degli Acquaviva in uno degli affreschi al piano nobile della villa.

Infatti nell'ottobre del 1606 vi furono ospitati i fratelli del nuovo papa Borghese, lusingandosi il cardinale di ottenere con ciò remissione di un debito che verso di loro aveva. Fu infatti acquistata dal card. Scipione Borghese nel 1610 per unirla a quella già Galli: ma nel 1613 la cedeva al cardinal Taverna come parte del prezzo (scudi 20 m.) per l'acquisto di Mondragone a Frascati.

Il Taverna a sua volta la vendette al principe Michele Peretti di Montalto, nipote di papa Sisto V, nel 1614, , e con lui alla famiglia Peretti. La villa passa dunque ai Savelli, i quali nel 1683 la cedono al duca Livio Odescalchi, che cura il consolidamento della struttura tra il 1696 e il 1698, sotto la direzione dell'architetto Giovanni Battista Fontana.

Nel 1833 la proprietà passa al Collegio di Propaganda Fide che la vende nel 1870 al duca Pio Grazioli, che fa compiere grandi restauri anche nel parco. Buona parte delle stanze della villa e della galleria al secondo piano, vantano affreschi seicenteschi e settecenteschi di Agostino Ciampelli, Giovanni Paolo Pannini e Antonio Carracci.

Il Mattei, Mem. dell' ant. Tuscolo, p. 18 descrive un « pezzo residuale di strada antica lastricata di grosse e larghe selci, chiamata oggi comunemente delle pietre liscie, sopra il giardino o villa odescalca, oltre i confini della giurisdizione di Frascati, per la strada che conduce a Marino. ... la medesima di nuovo si lascia rivedere in un luogo detto la Pediea, poco sopra alla villa de' signori Cavalletti, nella strada che volta a Rocca Priora, e oltre passando poco più disopra alla Latina si prolonga dove è il fosso de' Ladroni, et altrove si stende per la via che conduce a Rocca di Papa » .

INTERNO VILLA GRAZIOLI
Gli Odescalchi venderono la villa al Collegio Urbano di Propaganda nel secolo scorso, dal quale passò al presente possessore, il duca Mario Grazioli. È probabile che il nome di Pietre Liscie fosse attribuito ne' tempi andati a tutti a molti tratti di selciati antichi. Negli ultimi anni di Paolo IH « fu acquistata in Frascati, sulla via Romana, in luogo detto prete 1isei e una vigna dal novello ordine de' Gesuiti, per villeggiatura dei suoi giovani studenti » (G. Gondi, 1. e, p. 4, n. 2).

"E che si tratti appunto di rimasugli di strada lo dice il Mattei. Non conosco questo prezioso documento topografico, non ho potuto trovarne esemplare in tanti Gabinetti di stampe da me visitati."  Questo passaggio serve a spiegare l'errore commesso dal Kircher scrivendo « Villa Montaltina a Sisto V pont. max. fundata, liodie principi familiae Sabellorum subest  » .n. 55 1. c, p. 20 : « osservò il Fabretti due strade diramarsi dalla sinistra della Latina. . . v. latina la seconda vicino al centrone donde proseguiva a Frascati... e di essa sono re- state presentemente le vestigia che si vedono vicino la vigna de' Padri Gesuiti, e sotto le mura di Frascati presso il palazzo de' signori Accoramboni ».

VILLA ALDOBRANDINI

VILLA BELVEDERE-ALDOBRANDINI 

Fu costruita per il cardinale Pietro Aldobrandini, nipote del Papa Clemente VIII su di un edificio preesistente del 1550 appartenuto a monsignor Alessandro Rufini. In effetti, fin dal 1592, dopo la prima villeggiatura a Frascati, Clemente VIII « pensò a farvi alcune fabbriche a sua comodità » dove potesse starsene a suo agio senza mendicare, come i predecessori, l'ospitalità di Mondragone. E rivolse gli ocelli alla bella pendice del Tuscolo che sovrasta a Frascati dalla parte di mezzogiorno, e che portava ab antico il nome di Belvedere.

Essendo venuto a morte il Capranica e i suoi beni devoluti alla Camera, il papa Clemente VIII prese per sé la villetta cui diede il nome di Belvedere, e ne fece dono al nipote cardinale Pietro Aldobrandini, il quale, dopo la conquista di Ferrara, ne fece una dimora signorile dove suo zio poteva trascorrere alcuni giorni di riposo come aveva fatto Gregorio XIII a Villa Mondragone.

I lavori di costruzione della villa richiesero quattro anni, dal 1598 al 1602, e furono diretti dall'architetto Giacomo della Porta, che ne concepì anche il progetto, ma alla cui morte nel 1602 venne sostituito nel suo lavoro dagli architetti Carlo Maderno e Giovanni Fontana. Prima dei lavori si procedette alla rimozione di tutti gli ostacoli che potessero impedire agli ospiti del cardinale di godersi la vista su Roma.
NINFEO ALDOBRANDINI
Benché il vasto parco e i terreni annessi contengano molti e nobilissimi avanzi di antiche ville, pure il casino Aldobrandini, architettato da Giacomo della Porta, non pare sia stato fondato sopra ruderi preesistenti. 

Il casino, incominciato nel 1602. fu abitato la prima volta da Clemente VIII nel settembre del 1604.

L'opera di scavo più notevole nel corso di tutti questi lavori fu senza dubbio quella per la condottura dell'acqua della Molara, donata al card. Pietro da Giovannangelo Altemps, con la riserva di quattro once a favore della villa di Mondragone, che furono poi aumentate a otto e mezzo.

L'acquedotto Aldobrandino lungo più chilometri, raccoglie le antiche sorgenti della Crabra sotto il monte Fiore, scende alla via Latina e ne segue il margine settentrionale, dai Muracci della Molara sino sotto il monte del Tusculo. il cui estremo sperone verso occidente traversa per mozzo di galleria lunga circa m. 1870. In questo percorso l'acquedotto taglia il sito di cinque ville romane. La residenza è tale e quale nella sua condizione presente.

IL GIARDINO ALDOBRANDINI

Il giardino

Dettagli del giardino dietro il casinò: (a sinistra) fontana di Polifemo che suona il flauto di pan; un meccanismo ad acqua produceva un suono, simile a quello che accadeva in molte fontane a Villa d'Este ; (centro) ingresso a una caverna sotterranea che porta alla fine del giardino posteriore; è simile alle finestre e alle porte di Palazzo Zuccari e ad uno dei mostri di Bomarzo ; (a destra) una maschera nascosta in rocce false.

"Prendemmo l'autobus e andammo a quindici miglia dalla città a Frascati, in precedenza Tusculum, una villa del cardinale Aldobrandini, costruita per una casa di campagna; ma superando, a mio parere, i posti più deliziosi che abbia mai visto per la sua situazione, l'eleganza, l'acqua abbondante, i boschetti, le ascensioni e le prospettive.

Proprio dietro il palazzo (che è di eccellente architettura) al centro del recinto, sorge un'alta collina, o montagna, tutta rivestita di legno alto, e così formata dalla natura, come se fosse stata tagliata dall'arte, da la sommità di cui cade una cascata, sembra piuttosto un grande fiume di una corrente che precipita in un grande teatro d'acqua, che rappresenta un arcobaleno esatto e perfetto, quando il sole splende.


LA VILLA ALDOBRANDINI

Sotto questo, viene fatta una grotta artificiale, in cui sono rocce curiose, organi idraulici e tutti i tipi di uccelli che cantano, muovendo e cinguettando con la forza dell'acqua, con diversi altri cortei e invenzioni sorprendenti, con molti altri dispositivi per bagnare gli spettatori incauti, in modo che uno possa difficilmente calpestare senza bagnare la pelle.

Il giardino ha eccellenti passeggiate e boschetti ombrosi, abbondanza di frutta rare, arance, limoni, ecc., E la prospettiva divina di Roma, soprattutto la descrizione, così come non mi meraviglio che Cicerone e altri hanno celebrato questo posto con tali encomi. "


(John Evelyn nel suo Diario del 1645).



VILLA PALLOTTA

Benché le più antiche notizie di una villa Pallotta rimontino solo alla prima metà del seicento, pure credo appartenga al secolo precedente. Una vigna di un Sante Gregorio Pallotta è ricordata tra quelle acquistate dal card. d'Altemps, per arrotondare il suo possesso di Mondragone. La fondazione della villa è attribuita dal cod. tusc. cit., e. 150' e seg. a Giambattista, secondo cardinale della serie.

" Fra Monte Porzio e la Colonna nel territorio tusculano fu scoperta un'altra villa e celebre palazzo antico dal card. Giovanni Battista Pallotta (creato legato nel 1631) nell'anno 1640, in mezzo della selva ch'era di Frascati e fu data al principe Borghese. Ora avendo il detto cardinal Pallotta preso questo palazzo per fabbricarvi una villa, vi scopri alcune conserve antiche (ancora esistenti) e sopra di esse fabbricò un palazzo (oggi in rovina), e poi, mentre scassava un'ampia vigna, ritrovò nell'istesso ristretto poco lungi molte antichità, come bagni, molini di oglio, colonne, statue, camere lavorate di mosaico et un piedistallo di fino marmo con questa iscrizione fatta in lettere grandi... (cursus honorum di e. ivlivs cornvtvs ter.tvllvs cos. suff. a. 100, CIL. tomo XIV, n. 2925).

Il palazzo di questa villa era fondato sopra un monticello ameno, conforme testificano molti vasti fondamenti ivi ritrovati, dove io viddi, mentre scoprivano, alcuni bellissimi marmi della porta maggiore del Palazzo".

VILLA MUTI

VILLA ARRIGONI-MUTI

La sua prima fondazione è attribuita a Ludovico Cerasoli, canonico tusculano. Da lui acquistolla, sulla fine del secolo decimosesto. Pompeo Arrigoni nato in Roma nel 1541 da illustre famiglia milanese o comasca. Avvocato concistoriale sotto Gregorio XIII e uditore di Rota sotto Gregorio XIV, fu da Clemente VIII creato cardinale diacono dal titolo di s. m. in Aquiro ai 5 di giugno 1596. Egli trasformò l'umile casino del Cerasoli in magnifico palazzo, circondato da parco e giardino, sopra suolo ricchissimo di antiche rovine, conforme ho dimostrato in Bull. com. tomo XII, a. 1884, p. 300 seg.

« Non molto lungi (dalla villa Cavalletti) verso Roma vi era un'altra grandissima villa et era dove ora sta la villa dei sig Rocci e sig Varesi, nella quale altro non è restato in piedi che alcune grotte sotterranee, le quali avendo io con ogni diligenza misurato, ritrovai che la fabbrica fu quadra, di cento sessanta passi geometrici, circondata di muro, dentro la quale si vede un'altro ordine o loggia da passeggiare di longhezza quasi da seicento piedi et ha il lume estrinseco per alcuni archi.

Nel mezzo di questa fabbrica seguono sette ordini di camere segrete, et ogni camera è di longhezza cento ottantanove palmi (m. 42.14) e per larghezza trentadue palmi (m. 7.18) e per una si entra nell'altra per le porte, senza però lume alcuno o finestra... Sopra delle quali era fondato il palazzo, come mostrano sino ad oggi le rovine delle fabbriche... Vi erano anche nel medesimo luogo alcuni bagni, che dimostrano li canali per dove correva l'acqua.

Lontano da questa fabbrica quasi quattrocento piedi vi è un luogo per la strada incavato in forma di anfiteatro, quasi di grandezza di quanto è il Pantheon . . . di novantasei piedi geometrici di diametro, dal quale spazioso argine o orlo si cala per alcuni scalini... Oggi altro non si vede se non li muri antichi. E questa piscina oggi è commutata in orto ».


La villa Arrigoni passò più tardi ai Ilocci-Varesi, ai Cesarini, ai Muti, il quale ultimo nome ancora conserva.

VILLA LANCELLOTTI

VILLA  LANCELLOTTI

La Villa ha avuto un'origine diversa dalle altre residenze storiche della zona, perchè fu edificata dai Padri Oratoriani per farne accoglienza dei confratelli malati, all'incirca nel 1582.
Venne poi affittata al Cardinale Alfonso Visconti, e nel 1609 al Duca Mari Mattei; per essere poi acquistata del banchiere Roberto Primo della famiglia Borghese. Dopo una serie di successioni, tra cui la famiglia Piccolomini, giunse nel 1866 ad Elisabetta Borghese Aldobrandini, moglie del Principe Filippo Massimo Lancellotti, della cui casata è ancora proprietà.

Inizialmente di dimensioni ridotte, grazie all'annessioni di terreni limitrofi, la residenza divenne circondata da vigne, tanto che nel 1591 venne definita magna domus. L'ampliamento simmetrico delle ali rispettò il modello romano, e nel 1617-19 venne costruito il ninfeo secondo il modello del Teatro delle Acque di Villa Mondragone, cioè secondo l'uso antico.
.
La facciata venne ristrutturata nel 1764 con l'aggiunta di una scala a due rampe e io Lancellotti l'arricchirono di pitture  e di una terrazza panoramica affacciata verso Roma.
All'interno la volta del salone al piano terra è decorato con affreschi del 1873 di Angelini e Forti, celebrativi della famiglia Lancellotti, in altre sale vi sono le opere di Cherubino Alberti come Elia rapito in cielo sul carro di fuoco e Abacuc trasportato in volo da un angelo. Nella volta del Camerino settecentesco, c'è l'affresco Diana con Edimione dormiente tra quattro piccoli paesaggi.

I bombardamenti del grande conflitto hanno danneggiato la struttura, che è stata sottoposta a restauro di recente. Una parte del giardino è oggi divenuto giardino comunale, il cosiddetto Parco dell'Ombrellino. Il Palazzo, di proprietà privata, non è aperto al pubblico.

VILLA SORA

VILLA SORA

La villa, ubicata a Frascati in via Tuscolana, sorge su una superficie che un tempo faceva parte del “Tusculano” di Licio Licinio Lucullo (117-57 a.c.) e, in epoca successiva, della villa di Saverio Sulpicio Galba (Imperatore di Roma dal 68 al 69 d.c.).

Sopra a queste vestigia venne costruita la villa come casale di campagna nella seconda metà del Cinquecento dalla famiglia Moroni, che ospitarono papa Gregorio XIII ed il cardinale Carlo Borromeo nel novembre del 1582. La villa, conosciuta con il nome di “Torricella”, nel 1600 venne venduta al Marchese di Sora Giacomo Boncompagni (figlio naturale di Gregorio XIII). 

I Boncompagni rimasero proprietari della villa per quasi trecento anni, alternando periodi di splendore a fasi di decadenza, finchè nel 1893 Rodolfo Boncompagni Ludovisi, principe di Piombino, cedette la villa con tutti gli arredi al grande incisore di cammei Tommaso Saulini che la tenne fino al 1900, per poi cederla ai Salesiani, attuali proprietari.  

Fu originariamente un palazzo quadrato a tre piani con cortile centrale e torre belvedere, come si osserva dalle riproduzioni del 1620 di Matteo Greuter. Esso era dotato di due torrette: una con vista su Roma, l’altra, più piccola, prospiciente la facciata principale.

VILLA SORA
Passato il portale d’accesso, si accedeva nel cotile e, per mezzo di una scala, ai piani superiori. Nel salone, al piano nobile del palazzo, sulle quattro pareti vi sono affreschi con scene allegoriche che riproducono le nove muse, intervallate dalla rappresentazione di uomini illustri e da scene di paesaggio. Per lungo tempo la decorazione di questa sala, detta sala Zuccari, è stata attribuita ai cinquecenteschi  fratelli Zuccari, in realtà affrescata da Cesare Rossetti, della bottega del Cavalier d’Arpino.
 
A causa dei bombardamenti del 1944, il Palazzo venne devastato: si sono salvate solo la facciata ed alcune parti interne accuratamente restaurate. Con l’avvento dei salesiani, si costruì un nuovo corpo di fabbrica nel 1912 per ospitare delle scuole, congiunte alla villa nel 1926 attraverso un lungo corridoio. Attualmente il palazzo ospita degli istituti scolastici privati gestiti dai Padri Salesiani, che sono esentasse, che sono sostenuti da sovvenzioni statali, e che non permettono di visitare la villa.

VILLA SCIARRA

VILLA SCIARRA

Venne edificata a Frascati da Mons. Ottaviano Vestri da Barbiano, nel 1570 con la denominazione Villa Bel Poggio. Passò poi al Duca di Ceri, e successivamente ai principi Pallavicini, nel 1919 fu ceduta a Maffeo Barberini Colonna di Sciarra, VIII principe di Carbognano, il quale nel 1929 la cedette a Leone Weinstein. 

Nel 1932 la villa venne acquistata alle Suore dell'Opera Pia Casa della Provvidenza che vi istituirono un orfanotrofio fino alla sua completa distruzione durante gli eventi della II guerra mondiale.
Notevole il portale d'ingresso attribuito all'arch. Nicola Salvi, l'architetto della Fontana di Trevi.

Ne resta il parco - giardino con ruderi classici di età romana e la terrazza panoramica. Attualmente la Villa ricostruita ed il Parco sono adibiti a scuola pubblica.


BIBLIO

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- Ugo Enrico Paoli - Vita romana - Firenze - Le Monnier - 1962 -
- Paul Zanker - Arte romana - Bari - Economica Laterza - 2008 -
- Patrizio Pensabene - Provenienze e modalità di spogliazione e di reimpiego a Roma tra tardoantico e Medioevo - in O.Brandt - Ph. Pergola - Marmoribus Vestita - Miscellanea - F. Guidobaldi - Città del Vaticano - 2011 -



 

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