PORTA METRONIA (Porte Aureliane)


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PORTA METRONIA OGGI

IL NOME

La Porta Metronia si apre dalla superficie delle Mura Aureliane, in corrispondenza della Porta Querquetulana della più antica cinta muraria di Servio, e fu chiamata in modi diversi:
  • porta Metrodia e Metronia, secondo alcuni derivati dal termine greco metron (misura): 
  • porta Metaura, che secondo alcuni significherebbe meta aurea, cioè il luogo in cui veniva depositato e pesato l'oro dei tributi che le province versavano a Roma, prima che venisse trasferito nelle casse dello Stato;
  • poi Metromia, in due atti del 1173 compare a denominazione Porta Metromii in Pantano, evidentemente la Marana, nell’incanalarsi nella conduttura sotto la Porta, andò a formare uno stagno; 
  • porta Mediana, 
  • porta Mitrobi, 
  • porta Metrovia probabilmente da Metrobius, il proprietario di un terreno nelle vicinanze del luogo; 
  • porta Gabiusa, in relazione alla Via Gallia che si snodava partendo proprio da questa Porta e si dirigeva verso Gabii, una cittadina dei Volsci molto ricca e con un famoso santuario dedicato a Giunone, fiorente soprattutto nel periodo repubblicano.
PORTA METRONIA NEL XVII SECOLO
Questo portale, tuttavia, altro non era che una posterula, l’unica porta inclusa nel basamento di un torrione, in modo che sporgesse leggermente verso l’interno, voluta in origine con la struttura e le funzioni di una porta minore per dare accesso al Celio attraverso una strada di secondaria importanza.

Essendo poco importante fu aperta con le caratteristiche di una posterula di terz'ordine, più o meno come le porte Pinciana e Asinaria; ma mentre queste due vennero ampliate e abbellite in occasione dei restauri operati intorno al 402 dall'imperatore Onorio, la Metronia rimase una semplice apertura di utilità
A partire dal XIII secolo l’area fuori Porta Metronia fu detta Lo Pantano, per le acque stagnanti della Marrana  che causarono un’epidemia che nel 1601 afflisse gli abitanti del Celio.

Il problema fu risolto con l’apertura della Passeggiata Archeologica, tutta la terra qui scavata fu scaricata nell’area di Piazzale Metronio e di piazza di Porta Metronia; il che causò un notevole innalzamento del piano di calpestio sotterrando il varco idrico. La Porta non riprese però prestigio e divenne poco più di uno spartitraffico.


LANCIANI:

"Se l'iscrizione del Boissard, dedicata NYMPHIS QVAE SVB COLLE SVNT, e che si asserisce trovata presso la porta latina meritasse fede, avremmo documento di altre vene in quell'appendice del Celio che chiamasi Monte d'oro. Infatti cotesta regione naviga, per così dire, sulle acque sotterranee. « Nella china meridionale del Celio, tra la porta Latina, e la Metronia, vi fu ne' trascorsi secoli un ristagno d'acque che dal luogo, il quale per proprio vocabolo era detto Decennia, furono anch'elle nominate decennie. Ugualmente al difuori incontro alla porta Metronia il terreno fu paludoso : sicché dalle carte di quei tempi si ha che vi fosse un pantano, e la campagna circostante... portava il nome di prati di Decio ». 
Con istromento dell'anno 857, Pipino console e duca concede a Bomano suddiacono un appezzamento di terra con grotte e con sorgente di acqua nella II regione di Roma, presso la « via pubblica quae vadit ad portam Mitrobi », e certe rovine di muri antichi « iuxta decennias ». Onorio III, in una bolla del 1217 ricorda il pantano di porta Metronia come ancora esistente a suo tempo, e questa credo sia l'ultima menzione che se ne abbia nel medio evo. 
Il Fea, nell'indicazione della pianta del foro romano p. 7 n. 64, dice : « le terre e le macerie che si scaveranno, verranno portate a colmare la valle detta celimontana fuori le mura incontro all'antica piccola porta chiusa, chiamata Metrobia, ove è un grande basso fondo che diventa palude mefitica nei tempi di molte e lunghe pioggie, come nel 1706 e 1707 al tempo di Clemente XI, il quale ordinò al suo archiatro monsig. Lancisi di farla empire, ma non vi riuscì. Le terre del Fea non giunsero alla palude: vi son giunte bensì settant'anni dopo, quando per cura del ministero della publica istruzione furono ripresi gli scavi del foro".



DESCRIZIONE

STAMPA DELLA PORTA DEL 1829
Porta Metronia è fornita solo di un piccolo fornice, privo di qualsiasi rivestimento marmoreo, senza torri di fiancheggiamento, priva di architravi o stipiti ma dotata solo di un arco realizzato in laterizio.

La doppia coppia di fornici posti ai lati della Porta, invece, furono realizzati separatamente, nel corso del fascismo e durante il dopoguerra, in modo da rendere più agevole la circolazione del traffico stradale.

Attualmente la porta, incassata nel suolo almeno per m. 1,50, si presenta con l'aspetto che raggiunse nel periodo medioevale. L'arco del fornice, largo m. 3,22, più visibile sulla parete esterna, è ornato in opera laterizia del secolo XII; l'interno è tamponato con pezzi irregolari di peperino misti a tegole e tufo.

PARTE LATERALE DELLA PORTA OGGI
Il torrione centrale di epoca medioevale, basso e merlato, è largo m. 6,90 e profondo m. 4,55, con una struttura muraria poco accurata, in opera listata all'esterno e opera incerta all'interno. Poichè la torre è sporgente verso l'interno della città, si è supposto trattarsi di una controporta.

Ma la costruzione della torre, databile all'epigrafe del 1157, è posteriore al passaggio dell'Acqua Mariana del 1122. Forse la torre era una mola fortificata per sfruttare il corso d'acqua, in maniera analoga alle vicine Torri di S. Sisto Vecchio e alla Torre della Moletta.



LA MARRANA

Il fornice appartenente alla Porta Metronia, nel corso del XII secolo, venne chiuso in modo che fosse possibile utilizzare la porta stessa per il trasporto dell’Acqua Mariana, proveniente da un paese denominato Squarciarelli e condotta in città al opera del pontefice Callisto II nel corso del 1122.

L'ACQUA MARIANA CHE PASSAVA ATTRAVERSO LA PORTA
Il pontefice infatti decise di far passare sotto la porta forse già chiusa, le acque dell'Acqua Mariana, denominata anche Marrana di San Giovanni, che giungeva a Roma appunto presso Porta S. Giovanni e, varcata Porta Metronia, scendeva fino alla chiesa di S. Sisto, percorreva la Valle delle Camene e si gettava nel Tevere all'altezza di S. Maria in Cosmedin, alimentando i mulini fortificati che incontrava lungo il suo percorso.

Trasformata da porta a varco per l'acqua continuò ad essere restaurata come dimostra l'epigrafe, ancora visibile sulla facciata interna, nella parte che sovrasta la posterula chiusa, che ricorda il restauro del Senato romano nel 1157 e firmato da dieci senatori:

TORRIONE DELLA PORTA
REGIO S. ANGELI. + ANNO MCLVII INCARNATIONIS
DOMINI NOSTRI IESU CHRISTI S.P.Q.R. HEC MENIA
VETUSTATE DILAPSA RESTAURA-
VIT, SENATORES SASSO, IOHANNES DE ALl-
BERICO, ROIERI BUCCACANE, PINZO
FILIPPO, IOHANNES DE PARENZO, PETRUS
DEUSTESALVI, CENCIO DE ANSOINO,
RAINALDO ROMANO,
NICOLA MANNETTO

cioè: "Regione S. Angelo + Nell'anno 1157 della incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo il Senato e il Popolo Romano queste mura rovinate dalla vecchiaia restaurarono. Erano senatori Sasso, Giovanni di Alberico, Roieri Buccacane, Pinzo, Filippo, Giovanni di Parenzo, Pietro Diotisalvi, Cencio di Ansoino, Rainaldo Romano, Nicola Mannetto"

Erano i consiglieri dell'esecutivo del Senato, quando il Comune democratico teneva ancora alla sua indipendenza dal potere papale, esegue il restauro e lo ricorda senza nemmeno citare il nome del pontefice regnante: era la Renovatio senatus.

EPIGRAFE
Un'altra epigrafe accanto alla prima ricorda invece il restauro della porta avvenuto nel 1579 per opera del  conservatore romano Cesare Giovenale Manetti, discendente di uno dei consiglieri ricordati nell'epigrafe medioevale, a ricordo della devozione che la famiglia Manetti ha sempre avuto verso la patria.

Nel corso dei secoli, le immagini che ritraggono Porta Metronia continuano a rappresentarla come un semplice passaggio arcuato sotto cui scorre l'Acqua Marrana, ad uso irrigativo degli orti: così la ritrae la pianta di Alessandro Strozzi del 1474, del Bufalini del 1551, del Du Pérac del 1577, del Falda del 1676, e del Nolli del 1748 (ma non la pianta del Tempesta del 1593).

Nel 1157 venne sostituita la struttura originaria con fornici più moderni, divenuti oggi quattro archi laterali, cui si è dato il nome alla porta romana ormai chiusa, che furono aperti, per motivi di viabilità cittadina, in due tempi successivi nella prima metà del secolo scorso.


BIBLIO


- Mauro Quercioli - Le porte di Roma - Newton Compton - Roma - 1997 -
- Laura G.Cozzi - Le porte di Roma - F. Spinosi Ed. - Roma - 1968 -
- Rodolfo Lanciani - Porte aureliane -
- Alison E.Cooley - "History and Inscriptions, Rome" - in The Oxford History of Historical Writing - eds. A. Feldherr e G. Hardy - Oxford University Press - Oxford - 2011 -
- Lucos Cozza - Notizie storiche. Le mura di Roma. Porta Metronia. Da Porta Metronia a Porta Latina - Avanguardia Transavanguardia - Mura Aureliane - 1982 - Roma - Tipografia Operaia Romana - 1982 -





I MERCATI ROMANI


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L'AGORA' GRECA

Il Mercato alle origini in Grecia nacque con la piazza, e quindi mercato scoperto nel centro del primitivo accampamento di capanne, e poi nell'incrocio principale ove convergevano le poche strade del villaggio arcaico. La pizza principale veniva chiamata agorà, una piazza circondata da edifici vari e variamente disposti senza un'organizzazione urbanistica.

L’Agorà non era mercato e pure fiera dove si vendeva il bestiame, ma con zone riservate al tipo di merce venduta; c’era la zona per i venditori di bestiame, di pentole, di attrezzi agricoli,  di pettini, e poi i venditori di derrate alimentari, come cereali, carni, formaggi, vino, olio e così via, ma soprattutto vi è la divisione, come riferisce Aristotele, tra il mercato degli alimenti e quello generico.

Poi c'erano i banchieri, coi banchi carichi di monete, di pegni e di registri.  Seguivano i venditori ambulanti su banchetti improvvisati con tele, borse, cinture, sandali e così via. Ma non mancavano nella piazza le botteghe vere e proprie, con gioiellieri, profumieri, barbieri e medici.

L’agorà di Priene ad esempio si sviluppa, appunto come nelle città medievali, in due piazze diversamente calibrate, la maggiore, rettangolare e circondata da portici continui, è destinata al mercato generico che si svolge attorno all’altare centrale, la minore, pure rettangolare ma delimitata da botteghe, è riservata al mercato del pesce e della carne, entrambe le piazze-mercato mancano del lato settentrionale, cosicchè si aprono sulla via che le unisce. Da qui prese spunto il mercato romano.



MERCATO ROMANO

Come nel mondo greco il mercato romano si sviluppa sull’agorà, e cioè con il centro cittadino, che all'inizio  non si distingue dal Forum. Il Foro romano infatti, nel periodo repubblicano, appare costituito in gran parte da tabernae, e cioè botteghe per la vendita delle merci.

Quando Roma aveva un solo Forum, questa piazza serviva per le adunanze publiche, per i giudizi e per il mercato. Successivamente vi si aggiunse la Curia cinta di portici e di tabernae, templi e basiliche per i processi.

Varrone, nel suo "De Lingua Latina" lib IV, fa derivare la parola Forum dal verbo ferre (portare), come luogo dove portavano le loro controversie e le merci da vendere. Festo conferma che per Forum si intendesse il luogo dei giudizi, dei pubblici discorsi e dei mercati o fiere posti lungo le vie consolari, come il Forum Flamini ed il Forum Julii.

Isidoro, nel suo lavoro "Origine" lib XVIII c XV deduce la etimologia di Forum dal parlare in quanto luogo dove si agitavano le liti. Vitruvio, vissuto ai tempi di Augusto, nota che i Greci facevano i Fori di forma quadrata cinti da portici amplissimi e doppi con architravi di pietra o di marmo e con passaggi sopra i soffitti.

Nelle città d'Italia invece c'era l'uso di dare combattimenti gladiatorii nel Foro per cui i porticati dovevano consentire la vista sulla piazza mediante intercolumni più larghi,  ponendo sotto i portici le taberne argentarie (agenzie di cambio) e nel piano superiore dei palchi che potevano sia come loggioni che per la riscossione delle tasse.

Il Foro Romano in epoca arcaica dunque veniva utilizzato per i giochi atletici o gladiatorii e a fini commerciali. Tuttavia con lo sviluppo della società dell'antica Roma, il foro divenne un centro politico ed economico. La Curia, sede del Senato e il tempio di Saturno, sede dell'Erario pubblico, curavano questi aspetti. Con la crescita di Roma crebbe anche il Foro Romano, come uffici e centro politico prima dell’Urbe e poi dell’Impero, i nuovi edifici monumentali si sostituirono alle tabernae che si dislocarono in vari luoghi della città, sempre chiamati Fori, destinati a mercati specializzati.

In tutte le città antiche ne fu centro il Foro, cioè la piazza "publica" che era il centro di tutti gli affari pubblici e privati. Roma da uno che ne ebbe all'inizio, ai tempi dello storico Sesto Aurelio Vittore, del IV secolo d.c., se ne contavano diciassette. La forma poi, doveva essere, per Vitruvio, rettangolare con proporzione fra lunghezza e larghezza di 3 a 2. Pertanto i Fori di Roma ed italici erano piazze rettangolari cinte di portici con taberne ed edifici publici come la Curia, l'Erario, le basiliche, i templi e il carcere. Ma oltre a ciò contenevano i mercati.

Questi mercati si distinsero a seconda delle merci che vendevano: Forum Vinarium, Forum Piscarium,  Forum Olitorium, Forum Cuppedinis, Forum  Suarium, Forum Bovarium.


IL MACELLUM

Il Macellum, da cui derivano oggi i termini "macello" (luogo dove si uccidono gli animali) e "macellaio" (venditore di carni), non aveva lo stesso significato presso i romani, che tale termine avevano coniato. Il macellum romano era infatti un mercato dove si vendeva di tutto, comprese le carni. I mercati erano in genere detti Forum.

Varrone (de Lingua Latina lib IV) informa che nel Macellum non si tenevano nè giudizi nè adunanze e in questo differiva dal Forum. La sua etimologia deriverebbe, come narra Festo, da un tal Macello che aveva commesso a Roma diversi latrocini per cui venne condannato nell'anno 573 dai censori Emilio e Fulvio i quali gli requisirono la casa adibendola alla vendita delle vivande. Tale notizia è confermata tradizione da Donato e da Varrone.

Se la piazza del mercato è sia greca che romana, il mercato coperto, cioè l'edificio specifico alla vendita dei prodotti alimentari è solo romano e nasce nel primo quarto del II sec. a.c.. Infatti nel 179 a.c. sorgeva a Roma il primo supermarket, un edificio destinato a concentrare tutti i mercati cittadini sul luogo stesso ove, nel 210 a.c. era stato distrutto dal fuoco il Forum Piscarium.

Il nuovo edificio fu designato con il nome di Macellum, che oggi indica solo il mattatoio. Il primo Macellum, demolito probabilmente dopo un secolo e mezzo di funzionamento, fu sostituito, in epoca augustea, dal Macellum Liviae costruito sull’Esquilino, al quale si aggiunsero, sotto Nerone, il Macellum Magnum edificato sul Celio, e sotto Traiano i Mercati Traianei presso il Foro.

Dall’Urbe i macella si diffusero nelle province, fin nei municipi lontani: dal mercato coperto di Pompei e da quello di Alatri a quelli di Rimini e di Isernia, dal mercato di Eclano a quelli di Corfinio e di Mantinea in Grecia, dal grandioso macellum di Pozzuoli noto come “ Tempio di Serapide” ai mercati africani di Leptis Magna e di Thamugadi.

MERCATI DI TRAIANO

DESCRIZIONE

MACELLVM R. II. " Sancto Stefano ritondo . . . con una cappella antica dallato con musaico et con tavolette et tondi di porfido et serpentino et con fogliami di nachere et grappoli d'uue et tarsie et altre gentileze "
(M. Poggio p. 573)

Mentre le botteghe del mercato seguono le associazioni e si susseguono liberamente al piano terreno delle case poste lungo le vie, gli edifici dei più antichi mercati romani avevano un unico tipo edilizio: un quadriportico rettangolare, sotto il quale si allineano le tabernae, che include uno spazio scoperto, un cortile-piazza interna, in mezzo a cui sorge, con carattere sacrale, la tholus macelli o l’ara sacrificale o anche, come nell’angusteo macellum Liviae, una fontana, forse di acqua sacra.

A questi tipo appartiene il mercato coperto di Pompei del I sec.,  nell’angolo nord-est del foro, dal quale si apre l’accesso principale, altri due ingressi secondari e non simmetrici si aprono nel muro d’ambito meridionale e in quello settentrionale.
Il recinto rettangolare non è porticato e include un’area scoperta con dodici piedistalli delle colonne che reggevano una copertura, probabilmente displuviata, formando un'edicola sacra.
Due grandi ambienti destinati al culto si aprono sul lato orientale, nel quale è pure ricavata la pescheria denunziata dai banchi inclinati.

Sugli altri tre lati si allineano le botteghe, aperte verso l’interno quelle del lato sud, verso l’esterno quelle dei lati settentrionale e occidentale, per evitare una eccessiva insolazione nociva alla conservazione delle derrate. Le pareti poi erano riccamente decorate da pitture in parte mitiche in parte riproducenti le merci esposte.

Completamente diversi i mercati traianei, costruiti sulle pendici del Quirinale e confinanti con il foro di Traiano.
Dovendo accogliere un gran numero di botteghe, di ambulacri, uffici e perfino una basilica, in uno spazio piuttosto esiguo e scosceso, si rimediò egregiamente con la grande esedra, gli archi laterizi e le volte in conglomerato.

Dagli scavi di Pompei,di Ostia e dei mercati traianei hanno rivelato gli elementi della taberna, termine derivato da tabula (tavolo), cioè il banco di vendita, che consiste in un piccolo locale a piano terreno con grande apertura sulla via e un ammezzato superiore al quale si accede per una scala di legno, dall’ammezzato sporge un balcone o una tettuccio, pergula, a protezione dalle intemperie.

Il banco che era di legno o in muratura, posto ad angolo retto, in modo che un lato fronteggi la via e l’altro fronteggi i compratori, con speciali gradini per l’esposizione delle merci. Questa disposizione resterà per tutto il medioevo e oltre. I banchi delle “cauponae” (osterie) e quelli dei “thermopolii” (odierni bar) dispongono anche di dolia fittili murati o interrati e di fornelli. L’apertura della bottega sulla via è generalmente, almeno a Pompei, scarna nel portale ma spesso adorna di pitture allusive, più raramente di rilievi, detti “insigna”.

Delle suppellettili interne si sa molto grazie alle pitture pompeiane, ora al Museo di Napoli, riproducenti gli interni di una calzoleria e di una farmacia. Oltre a mensole lignee poste su pioli immurati, si usavano armadi anche finemente lavorati e decorati con finiture di bronzo. La chiusura esterna aveva un battente girevole che, non occupando l’intero vano, si saldava ad una serie di assi verticali posti in apposite scanalature praticate nella soglia e nell’architrave e, infine, si agganciavano reciprocamente all’interno. Invece all’esterno erano garantite da sbarre metalliche, si che le fa definire da Giovenale “catenatae tabernae”.



FORO VENALE

Il Foro Venale (in latino: forum (rerum) venalium) era una mercato dedicato ai vari generi alimentari nell'antica Roma durante la Repubblica e l'Impero. Erano Foro Venale il Foro Boario, il Foro Olitorio, il Foro Piscario, il Forum Cuppedinis, il Foro Vinario. Questi fori erano estensioni del Foro Romano, e comprendevano strutture apposite per i commercianti, edificate sia in epoca repubblicana che imperiale. I vari Fori Venali avevano dimensioni ridotte, se paragonati con i più grandi fori civili. Basti pensare agli espropri e acquisti di terreno per il Foro voluto da Giulio Cesare o i poderosi lavori di sbancamento della sella montuosa che collegava il Quirinale con il Campidoglio per la realizzazione del Foro di Traiano.



FORO BOARIO

Il Foro Boario, Forum Boarium o Bovarium, era un'area dell'antica Roma, un tempo zona paludosa lungo la riva sinistra del fiume Tevere, tra Campidoglio e Aventino, poi bonificata dall'azione della Cloaca Massima. Lo stesso nome era attribuito anche ad una piazza in quest'area, in cui si teneva il mercato del bestiame. Nei suoi pressi era pure presente una località dove venivano ammassate grandi quantità di sale (le Salinae), provenienti dalla foce.

Posto alle falde del Palatino presso il Circo Massimo. Esistente fin dal V secolo a.c. I limiti dell'area erano compresi tra il Circo Massimo a sud-est, il Velabro a nord est, con l'arco degli Argentari, porta monumentale di accesso all'area, il vicus Iugarius, alle pendici del Campidoglio a nord, il Tevere a ovest e l'Aventino a sud.

L'area era divisa tra le regioni augustee VIII (Forum Romanum) e XI (Circus Maximus).
Si trattava dell'area di mercato (emporio) della città arcaica, collocata nel punto in cui confluivano i percorsi che percorrevano la valle del Tevere e quelli tra Etruria e Campania, i quali in origine superavano il fiume in corrispondenza del guado dell'Isola Tiberina. Era frequentata da mercanti greci già all'epoca della fondazione della città, metà dell'VIII sec. a.c.
La parte centrale di questa lunga fascia che si affacciava sul Tevere era formata dal Velabro, dove sorgono attualmente l'Arco Quadrifronte e le chiese di S. Giorgio e S. Teodoro. In questo punto il terreno si abbassava notevolmente e, a causa delle acque provenienti dal vicino Foro Romano e delle piene del Tevere, per alcuni mesi dell'anno tutta la zona si trasformava in una palude.

La riva del fiume costituiva il porto fluviale di Roma (portus Tiberinus), che come tutta l'area, aperta agli stranieri, era considerata esterna al perimetro della città e si trovava al di fuori delle mura più antiche. Vi aveva sede un antichissimo santuario, l'Ara massima di Ercole.
Nel 387 a.c., con la costruzione delle mura repubblicane (cosiddette "Serviane") a blocchi di tufo, la zona del Foro Boario viene compresa nella nuova cinta urbana che in questo punto correva parallelamente al fiume.
In età regia il guado venne sostituito dal ponte Sublicio, in legno, ad opera di Anco Marzio. Sotto Servio Tullio,  nel Foro Boario venne sistemato un secondo grande santuario, dedicato alla Fortuna e alla Mater Matuta, i cui resti sono stati rinvenuti negli scavi dell'area sacra di Sant'Omobono.

Verso la fine del III secolo a.c., allo scopo di limitare i danni causati dalle piene del fiume, tutta la zona del Velabro venne rialzata con un grande terrapieno. A causa di questi lavori vengono ricostruiti i principali templi della zona (tempio della Fortuna e della Mater Matuta, Ara Massima di Ercole, tempio di Portuno ecc.) che sorgevano nell'area fin dai tempi più antichi.

Nell'area era collocata una statua in bronzo dorato raffigurante un toro, che ne costituiva il simbolo: la scultura proveniva dalla conquista di Egina contro la lega Achea, ad opera del console Publio Sulpicio Galba Massimo nel 210 a.c.

Il Foro Boario era frequentemente preda di incendi, come negli anni 213, 203 e 196 a.c., mentre la vicinanza al Tevere lo esponeva alle alluvioni. Oltre agli antichissimi santuari dell'Ara Massima di Ercole e della Fortuna e della Mater Matuta, vi erano collocati il tempio di Portuno e il tempio di Ercole Vincitore.

A partire dal II secolo a.c. le strutture portuali furono spostate più a valle, sotto l'Aventino (Emporium), mentre l'area viene progressivamente occupata da abitazioni private e insulae. Le attività commerciali, tuttavia proseguivano e nel IV secolo d.c. venne costruito il cosiddetto arco di Giano per ospitarle.



FORO OLITORIO

Il Foro Olitorio (Forum Holitorium) era posizionato alle pendici del Campidoglio, tra il Teatro di Marcello e il Foro Boario, fin dalle origini mercato della verdura e della frutta. Questi prodotti, ancor più della carne, occupavano il primo posto nell’alimentazione dei romani, soprattutto per i cereali.

Prima della completa urbanizzazione della zona, l’area di mercato comprendeva l’ampia pianura situata tra il Campidoglio e il Tevere che si estendeva dal Vico Iugario, presso la cosiddetta area sacra di S. Omobono, al Campo Marzio.

In età repubblicana i vennero edificati tre templi che limitarono l'estensione del mercato, che probabilmente doveva arrivare fino al Tevere. Questi templi fanno oggi parte della struttura della chiesa di San Nicola in Carcere, della cui esistenza si hanno le prime notizie nel XI secolo nel Liber Pontificalis.

All’inizio dell’impero, il mercato degli ortaggi divenne una piazza monumentale, delimitata a sud e a est dagli impianti commerciali situati sotto le pendici del Campidoglio e nel vicino Foro Boario; a nord dai templi di Bellona, di Apollo e dal teatro di Marcello, e a ovest dai tre templi di S. Nicola in Carcere (Giano, Giunone Sospita e Spes) che separavano la piazza dagli impianti portuali situati lungo la sponda del fiume. Il Foro Olitorio era attraversato da varie strade, due delle quali univano la piazza con il Foro Boario e il Campo Marzio, mentre una terza (il Vico Iugario), la collegava col vicino Foro Romano


Tempio di Giano

Il tempio di Giano era quello situato sulla destra e il più vicino al Teatro di Marcello. Costruito durante la prima guerra punica, con colonne su tre lati in tufo rivestite di stucco su basso podio sagomato.


Tempio di Spes

Il tempio della Speranza era invece situato alla sinistra, in opposizione al tempio di Giano. Fu anch'esso costruito ai tempi della prima guerra punica, di ordine dorico con sei colonne sul fronte e undici sul lato lungo. Il tempio era fatto di pietra, e le colonne ricoperte di stucco per simulare l'aspetto del marmo. Ne restano sei colonne con architrave inglobate nel fianco sinistro della chiesa.


Tempio di Giunone Sospita

Il tempio di Giunone Sospita era situato tra il tempio della Speranza e quello di Giano, dove attualmente sorge la chiesa, che si stabilì sulle sue rovine verso la fine del I millennio. Costruito verso il 195 a.c. di ordine ionico con tre file di sei colonne sul lato anteriore, due file di sei colonne sul lato posteriore e undici sul lato lungo. Una gradinata, utilizzata ancora oggi per entrare nella chiesa, conduceva al pronao del tempio. Era il più grande dei tre templi. Ne restano il basamento, visitabile all'interno della chiesa, e tre colonne inglobate dalla facciata di cui una priva di capitello.


Tempio della Pietas

Esisteva un quarto tempio, situato di fianco al tempio di Giano, che venne distrutto durante i lavori di costruzione del teatro di Marcello. Venne costruito da Manio Acilio Glabrione, console nel 191 a.c. Il tempio era anche luogo di culto di Diana.

Anche quando le attività mercantili collegate al commercio degli ortaggi saranno in gran parte cessate, il Foro Olitorio resterà un luogo intensamente frequentato. per le rappresentazioni nei vicini teatri o alla folla che accorreva alle grandi aste pubbliche che si svolgevano nella piazza, o che assisteva alla pompa dei cortei trionfali che attraversavano il Foro Olitorio provenendo dal vicino Portico di Ottavia.



FORUM PISCARIUS

Il Foro Piscario (Forum Piscarium secondo Varrone e Plauto, Forum Piscatorium secondo Livio) era un'area il mercato del pesce. Si trovava a nord del Foro Romano, tra la Via Sacra e l'Argileto. Le lastre marmoree dove il pesce era venduto sono visibili su entrambi i lati della strada.

Livio lo annuncia incendiato nel 542. Ma di nuovo andò distrutto in un incendio nel 210 a.c., venne ricostruito l'anno seguente. Nel 179 a.c. venne incorporato nel Macellum, grande mercato della Subura, costruito da Marco Fulvio Nobiliore nella stessa area, sul lato nord-est della Basilica Emilia.

Nel Medioevo, il mercato del pesce venne spostato vicino al Foro Romano, ormai completamente abbandonato, tra le rovine del Portico d'Ottavia, e vi rimase sino alla fine dell'Ottocento, divenendo uno dei luoghi più pittoreschi di Roma.



FORUM PISTORIUM

Fin dai tempi di Romulo e Tazio nel piazzale alle falde del Palatino presso il Circo Massimo si aprivano i mercati. Il Forum Pistorium, lo riferisce Livio inaugurato nell'anno 573, venne aperto un nuovo mercato destinato alla vendita delle farine, fuori della porta Trigemina.



FORUM CUPEDINIS

"Forum Cupedinis appellatum est, Plauto nell'Adularia Act II Sc VIII v 3" Era il mercato delle delizie, posto, come cita Varrone, tra la via Sacra e l'Argileto. Insieme ad altri mercati di diverso tipo, venne incorporato nel Macellum di Fulvius Nobilior nel 179 a.c.. In Symmachus questo mercato è chiamato Forum Cupedinarium.

Il suo nome secondo alcuni deriva da due celebri ladri, Numerio Equizio Cupedine e Romanio Macello, che abitavano nel sito, che vennero esiliati e spogliati di ogni bene, ma in realtà il nome veniva dal termine Cupedi, cioè bevande scelte, del resto i romani non avrebbero mai intitolato un luogo commerciale a due ladri, perchè disdicevole e di malaugurio.

Per alcuni qui si vendevano gioielli, invece la vendita riguardava prelibatezze, cioè confetterie, pasticcerie, arrosterie, erbe particolari e cibi cotti. Varrone informa che in questo mercato si vendesse anche il propoli, prodotto dalle api.



FORUM SUARIUM

Vasi:
"Si situa comunemente il foro Suario vicino alla Chiesa di S. Croce dei Lucchesi, per essere stata questa denominata anticamente S. Niccolò in Porcis o Porcillibus dall'uso che ivi ancora si conservava di vendere i porci. In tale località questo foro si trovava a sinistra delle suddette grandi scale che mettevano sull'alto del Quirinale."

Il Forum Suarium era un Forum Venalium, il mercato dei maiali, menzionato in due iscrizioni del 200 d.c. e in alcuni documenti più tardi. "I majali vanno a raccogliersi nel Forum suarium".

Ma non si vendevano solo maiali ma anche i loro prodotti, dal lardo ai salumi e alle spazzole e pennelli fatti con le setole del maiale.

Il Forum si trovava nella VII regio, vicino alle baracche delle cohortes urbanae, poste nella parte nord del Campo Marzio, non lontano dai Castra Urbana, probabilmente sotto l'attuale via di Propaganda Fides, vicino piazza SS. Apostoli, amministrato dal prefetto e dai suoi ufficiali.

L'imperatore Aureliano adoperò il Forum Suarium per distribuire al popolo bisognoso, oltre alle solite derrate di grano ed olio, le porzioni di carni di maiale provenienti da Campania, Sannio e Lucania.



FORUM ARCHEMORIUM o ARCHEMONIUM

Si sa che era posto sulla via Lata, secondo alcuni era lo stesso Forum Suarium ma sembra poco probabile, risulta invece fosse posto non distante da questo. Era questo il Forum dove solevano riunirsi i mercanti greci che vendevano in detto mercato le loro merci, inclusi i manufatti come vasi, statue, specchi, pettini, anfore e anforette e così via. Insomma una specie di souvenir perlopiù greci.



FORUM LANARIUM

Certamente connesso all'inizio solo alla vendita delle pecore, commercio fiorente e prima forma di ricchezza per il pastore delle campagne romane, del resto la parola Pecunia, cioè denaro, viene da pecus, pecora, ma pure della lana e dei prodotti tessili, cioè le stoffe, dapprima solo di lana, poi estesa a lini e cotoni. 

Sembra che in questo mercato si offrisse anche la stiratura delle vesti, che una volta stirate attraverso una pressa con vite in legno, venivano sistemate su mensole di legno affisse alle pareti in attesa del ritiro.



FORUM CAPRARIUM

Da qualche anno sono stati aperti al pubblico gli scavi adiacenti alla famosa Fontana di Trevi, un caseggiato romano probabilmente modificato nel IV secolo riutilizzando costruzioni precedenti, che sorgeva nella zona del Vicus Caprarius che in epoca remota era interessato da una piccola palude.

Nelle immediate vicinanze del Vicus probabilmente c'era anche un luogo di culto chiamato "aedicula Capraria". Oltre alla parte muraria dell'insula romana è visitabile anche un e antiquarium con statue, terracotte, frammenti di mosaici e soprattutto una raccolta di monete romane raggruppate per valore ritrovate negli strati più profondi. Questo ultimo ritrovamento, nonchè il sistema divisionario delle monete suggerisce che in prossimità vi fosse il mercato caprario, o Forum Caprarium, il mercato di bestiame romano dove si vendevano le capre e i loro prodotti di latte, formaggio e lana.



FORUM PISTORIUM

Era il mercato della pizza e del pane, situato accanto ai Granai di Galba, situato lungo la riva del Tevere, non lontano dal mercato dei legumi.

I romani avevano molti tipi sia di pizza, realizzata con infarcimenti diversi, che di pani, con cotture e pure con cereali diversi.



FORUM VINARIUM

Si conosce solo attraverso la dicitura "argentarii de foro vinario" che compare in quattro iscrizioni, del resto sarebbe stato strano che i romani, grandi apprezzatori di vini, non avessero un apposito mercato di tale merce, tanto più che esisteva il Portus Vinarius dove se ne effettuava il carico e lo scarico. Sembra fosse locato accanto all'Emporium.



MACELLUM LIVIAE

O Macellum Livianum o Liviani. Un grande mercato fatto costruire da Augusto che lo fece intitolare alla moglie Livia, per altri invece dedicato a sua madre da Tiberio nel 7 a.c. è riportato nella mappa severiana, conserva alcune rovine fuori della porta Esquilina, un'area aperta, di m 80 x 25, costruita in mattoni e opus reticulatum, parallela alle mura Serviane, che in parte coincidevano col suo perimetro. La piazza era circondata da un porticato sotto cui si aprivano le botteghe con merci di diversi tipi. Venne in seguito restaurato dagli imperatori Valentiniano, Valente e Graziano, come indica un'epigrafe. Sembra che la parte sud dell'area sia stata invasa dalle abitazioni private dall'inizio del II sec. d.c. Posta sull'Esquilino nella regione V, fu denominata anche Macellum Magnum, ma per altri, e probabilmente con più esattezza, il Macellum Magnum era quello di Nerone.

Sotto la Basilica di Santa Maria Maggiore, a 6 m di profondità,  sono stati rinvenuti dei ricchi locali rivestiti con marmi, in seguito restaurati con pittura a finto marmo, ma pure con affreschi, di cui notevoli alcuni raffiguranti i lavori agricoli relativi ai vari mesi dell'anno, un tema indubbiamente molto adatto a un mercato di derrate alimentari, per cui si è ritenuto, da parte di alcuni studiosi, di aver scoperto una parte del mercato di Livia, o Macellum Liviae. resta il fatto che le grandi dimensioni degli affreschi fanno pensare ad un edificio pubblico più che a un'abitazione privata.

"Di grande importanza è lo scavo realizzato in anni recenti sotto la basilica di S. Maria Maggiore (1966-71), in seguito al quale è stato possibile liberare parti di un grande edificio di età augustea, costituito da un grande cortile porticato (m 37,30 × 30) circondato da alcuni ambienti. In una fase tarda (IV secolo) le mura del portico furono decorate con un grande calendario rustico dipinto, simile a quello Filocaliano del 354, decorato con grandi affreschi paesistici, con rappresentazioni dei lavori agricoli relativi ai singoli mesi (conservati solo in minima parte). Si è proposta l'identificazione del monumento con il Macellum Liviae".





MACELLUM MAGNUM

Il Macellum Magnum era un antico centro commerciale romano, ricordato da Plauto e da Varrone e collocato sul Celio. Venne fatto costruire da Nerone, un grande edificio a due piani, con una grande cupola di poco inferiore a quella del Pantheon. La struttura fu opera di due architetti che Tacito definisce geniali, Severus e Celer, gli architetti preferiti di Nerone. 

Al piano terreno c'erano le stalle con i commerci del bestiame, poi i banchi del pesce, quelli per le carni e quelli per i prodotti dei campi, dai cereali agli ortaggi e alla frutta. Un sacello votivo dedicato a Cerere assicurava poi l'abbondanza e il benessere. Al secondo piano  c'erano le botteghe di banchieri, i cosiddetti argentieri, i cambiavalute e i commercianti in beni di lusso. 

Il Macellum Magnum compare su alcuni dupondi e sesterzi di Nerone ove possiamo ammirare una struttura porticata molto elegante, sormontata da un’alta cupola. La struttura risulta abbellita da numerose statue tra cui una di Nerone al culmine della scalinata d’ingresso. Molti studiosi ritengono che la chiesa di San Stefano Rotondo sorga sulle fondamenta del mercato di Nerone e in parte ne riprenda le forme.

MACELLVM MAGNVM. Il priore di s. Stefano Rotondo fa scavare e distruggere parte di antico edificio vicino al Macellum. « Sia manifesto a chi legera la presente scripta. Como hogie questo di die XIII mensis Julii 1517. El venerabile patre frate gregorio beaedicti priore di s. Stefano ritondo in celio monte de urbe da ad maestro berardino de boschino da binaco ad fare seu fabricare un certo corritore over deambulatorio dalato al moniiterio verso l'orto grande, dove sonno molti piedi de melangoli et cepressi. Con quisti patti cioè, che dicto maestro bernardino se obliga di fare tanto muro de fondumeuto. quanto altro muro et volte de dicto corritore, per carlini quattordici canna, mettendoce ogni cosa necessaria ad far dicto muro ad loro spese come calce, pozolana acqua et degni sorte de legnami tanto necessarie ad far ponti quanto ad far centini per diete volte archi over finestre et porte et funi. Excepto che dicto patre priore li dano le prete in certe muraglie verso la strada maestra et dicti maestri li hando ad fare capare et cavare et portare in dieta opera ad loro spesa. Et dicti sopradicti maestri se obligano come di sopra che tutta terra che cavarando ad fare dicto fondamento l'abbiano ad fare buttare ad loro spese per lo chiostro grande, con altri calcinacci che uscissino ad fare porte finestre et archi che se haverrando ad fare in dieta opera. Et dicto patre priore se obliga ad soe spese darli le colonne diritte che handarando in dicto corritore, et tutti ferramenti necessarii in dieta opera come catene di ferro et cancani dicto patre priore li promette damili ad soe spese. Item dicti maestri se obligano de rompere lo muro dove handarando certi archi, porte et finestre ad loro spese ". Net. de Coronis, prot. 643, e. 150 in A. S. 1517, 17 luglio — R. IX.

"Il macellum Magnum, costruito nel 64 d.c. da Nerone, ha la fortuna di essere un monumento simmetrico, noto in parte grazie alla Forma Urbis Severiana e che è confrontabile con il macellum di Pozzuoli di età flavia. Per la ricostruzione dei suoi elevati, fondamentale risulta una moneta di Nerone, un dupondio bronzeo del 64-66 d.c. che raffigura il macellum. Il bello della moneta è che non è simmetrica. Infatti sul lato destro e al livello superiore si vede il portico a due ordini, ma a sinistra un ponte arcuato si appoggia alla tholos centrale. 

Il ponte serviva, evidentemente, per ­congiungere il primo piano della porticus al primo piano della tholos, particolare che in pianta non si coglie. Così l’intero monumento viene recuperato alla conoscenza con la porticus esterna, la doppia fila di stanze, la porticus interna, con spazi triangolari agli angoli: probabilmente quattro vasche. Al centro era la tholos di Nettuno, alla quale si accedeva tramite scalette. 

L’aula centrale absidata e preceduta da colonne è desunta dal macellum di Pozzuoli. Era fiancheggiata da ambienti che sembrano magazzini con scale, mentre sul retro stanno due edifici a semicerchi, probabilmente due foricae o latrine, simili a quelle del foro Giulio, del teatro di Balbo e delle terme di Diocleziano, da non confondere con le biblioteche." 

(Andrea Carandini)



FORUM ESQUILINUM  o  MACELLUM ESQUILINUM 

Il Forum Esquilinum era il più antico e il più importante spazio commerciale dell'Esquilino nell'antichità, citato da Cicerone, ma di cui non è rimasta alcuna traccia. Appiano (bell. civ. 1.58), nel'attacco di Silla alla città di Roma nell'88 a.c.: quando già gli assedianti avevano occupato le mura e la Porta Esquilina, narra che i partigiani del generale Mario, asserragliati all'interno della città, resistettero a lungo trovando rifugio proprio nel Forum. 

Gli studiosi ipotizzano che la vasta piazza fosse collocata nella zona immediatamente all'interno della Porta Esquilina, dove sono state trovate a fine Ottocento alcune iscrizioni pertinenti, e ci informano sul sistema di gestione di questo importante spazio pubblico, grazie ad alcune epigrafi che citano il magister vici, un magistrato incaricato della gestione di aree pubbliche. Un'altra epigrafe che cita due argentarii a foro Esquilino, artigiani orafi. 

Il Forum Esquilinum rimase in uso per lunghissimo tempo, come dimostra una iscrizione che ricorda un restauro fatto a metà del V secolo d.c. da parte del praefectus urbi, il prefetto urbano che ricopriva varie cariche legate alla tutela dell'ordine pubblico all'interno della città.


MACELLUM VIAE SACRAE

"La falda poi dell Esquilino dominante immediatamente la via Sacra originale fu destinata ne tempi più antichi a mercato che Forum Cupedinis e Macellum viae Sacrae si disse come apprendiamo da Varrone De Ling Lat lib IV S 146 152 il quale inoltre mostra che essendo stata in origine vestita di cornioli fu chiamata la contrada ad Corneta anche dopo che gli alberi vennero abbattuti. 

"'Ad corneta forum Cupedinis a cupediis quod multi forum Cupidinis a cupiditate"'  L'antico scoliaste di Terenzio nell'Eunuchus Act II Sc II v 25 riferisce sul Forum Cupedinis ed il Macellum viae Sacrae. Un passo di Varrone tratto dalla opera Rerum Humanarum dal quale apparisce che una tradizione portava come I Numerii Equizio e Cupedine dalla Romania infestarono quei luoghi commettendo furto di nuovo tipo. I loro beni vennero confiscati. 

Le Case disfatte furono adibite alla vendita di Commestibili che si portavano di partire da Roma e perciò dal nome dell'uno furono chiamato Forum Cupedinis. Varrone cita Equizio Cupes, e Romanius Macellus rapinatori senza precedenti, condannati all'esilio, e ala trasformazione della casa in negozio di alimentari sulla via Sacra."

(Da Antonio Nibby)


VELABRUM

Il Velabro (in latino Velabrum) era un'area pianeggiante dell'antica città di Roma, situata tra il fiume Tevere e il Foro Romano, tra i colli del Campidoglio e del Palatino, contigua al Foro Boario e al vicus Tuscus, la via che partendo dal Foro Romano costeggiava le pendici del Palatino verso il Circo Massimo.

L'etimologia è incerta: Varrone la riferiva a vehere ("trasportare") o a velaturam facere ("traghettare"), mentre Sesto Pompeo Festo alla ventilazione del grano e Plutarco all'uso di coprire con vele il percorso del corteo trionfale, che comprendeva anche il Velabro.

Qui prosperarono le attività commerciali di banchieri e cambiavalute, ma anche legate al settore alimentare, mentre sul vicino vicus Tuscus erano presenti mercanti di stoffe e di abiti.
In epoca tardo antica al limite verso il Foro Boario sorse l'arco di Giano, identificato come l'arcus divi Constantini citato nel Velabro dai Cataloghi Regionari.
La zona mantenne la sua funzione commerciale fino al VI sec., quando una devastante alluvione del Tevere ricordata nel 589 dovette rialzare il livello del terreno seppellendo tutto. In seguito vi si insediarono istituzioni ecclesiastiche, come le chiese di San Teodoro e di San Giorgio in Velabro. Il suo nome venne all'epoca modificato in Velum Aureum e tale rimase per tutto il medioevo.



FORUM SALLUSTI  e  FORUM ADENOBARBI

Altri mercati simili furono stabiliti sul finire della republica da Sallustio e da Cneo Domizio Aenobarbo dinanzi i loro giardini alle falde del Pincio designati dai Regionari coi nomi di Forum Sallusti e Forum Adenobarbi.


BIBLIO


- A. Cristilli - "Macellum and Imperium. The relationship between the Roman State and the market-building construction" - in Analysis Archaeologica - 1 - 2015 -
- Cl. de Ruyt - "L'importance de Pouzzoles pour l'étude du macellum romain" - Puteoli - Anno I - 1977 - Napoli - 1978 -
- Cl. de Ruyt - Macellum. Marché alimentaire des romains - Louvain-la-Neuve - 1983 -
- Antonella Dosi - François Schnell - A tavola con i Romani antichi - Quasar - Roma - 1984 -
- M. Gaggiotti - "Considerazioni sulla 'punicità' del macellum romano" - L'Africa Romana - Anno VII - Roma - 1989 -
- James C. Anderson - Architettura e società romana - Baltimore - Johns Hopkins Univ. Stampa - a cura di Martin Henig - Oxford - Oxford Univ. - Comitato per l'archeologia - 1997 -



BOVILLAE - FRATTOCCHIE (Lazio)


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ARCHI DEL CIRCO
Bovillae, l'odierna Frattocchie in provincia di Roma, era una delle trenta cittadine della Lega Latina, successivamente trasformata in città romana a tutti gli effetti. Come Roma arcaica, anche Bovillae fu inizialmente una colonia di Alba Longa. Dopo la distruzione di quest’ultima i sacri riti laziali furono trasferiti a Bovillae, incluso il culto della Gens Julia, il clan familiare di Giulio Cesare.

I suoi resti sono reperibili nella località detta “delle Giostre”, vicino a Frattocchie. Rimangono splendidi reperti archeologici del periodo imperiale: lo stadio, un piccolo teatro, ville, domus ed edifici collegati probabilmente al servizio postale.

Il circo o stadio di Tiberio è l'elemento più importante dell'area archeologica, costruito dall'imperatore per commemorare suo padre Augusto. Poichè la gens di Giulio Cesare era originaria di Bovillae, pur essendo Augusto nativo di Velitrae (Velletri), quando morì a Nola nel 14 d.c. la sua salma fu prima traslata a Bovillae per gli onori e gli antichi rituali, e poi scortata a Roma, per essere infine tumulata nel suo mausoleo.

Bovillae,  centro agricolo e residenziale, era posta all'incrocio tra la Via Appia Antica, la Regina Viarum, e la moderna Via della Cavona, che anticamente portava da Tivoli (Tibur) ad Anzio (Antium),  un crocevia importante nella transumanza della mandrie, da cui il nome, Bovis Villae, Città dei Buoi. Non a caso il primo tratto pavimentato dell’Appia Antica, realizzato nel 312 a.c., giungeva sino a Bovillae.

Come Roma in età più antica, anche Bovillae fu inizialmente una colonia di Alba Longa, divenuta ora Castel Gandolfo, il cui nome si rifaceva alla "Montagna Lunga" dove era situata la città, in quanto "alba" significava "montagna". Nelle iscrizioni odierne i cittadini si chiamano ancora “Albani Longani Bovillenses”.

Nell'unico fondo agricolo coltivato a vigneto rimasto nel Quartiere Palaverta di Frattocchie, ex proprietà “Pompili-Marcheggiani”, in Via J. F. Kennedy, sono in corso dei sondaggi effettuati dalla Soprintendenza Archeologica della Regione Lazio che riferiscono già di antiche incanalature di irrigazione ottimamente conservate, con bordi di ceramica, ed anche un antico muro di contenimento. Tali resti insistono sugli immobili siti nel Comune di Marino, segnati in Catasto al foglio 30, particelle 34, 35 e 63.

Si chiede alla Soprintendenza Archeologica per il Lazio di emanare apposito vincolo archeologico per l'area dato che secondo l’ultima Variante al PRG del Comune di Marino in questa area sarà possibile realizzare nuove costruzioni per circa 13.000 mq., con terreno terreno già acquistato da un’impresa di costruzioni edili. Purtroppo spesso la febbre edilizia ha avuto in Italia la supremazia sulle zone archeologiche.



LA STORIA

Boville ebbe inizio in epoca repubblicana in una località detta oggi   "Due Santi", a sinistra dell'Appia andando verso Albano, esattamente dove inizia il Parco Regionale dei Castelli Romani. Successivamente in epoca imperiale la cittadina si estese a valle, a destra dell'Appia andando verso Albano,  nell'odierna Frattocchie.

L'antica Bovillae aveva grande rilevanza culturale per i culti latini che vi venivano celebrati. Dopo la distruzione di Alba Longa da parte di Roma, i riti sacri di Vesta e della Gens Julia furono trasferiti a Bovillae.

"Boville continuarono ad essere celebrati importanti sacra Albana: a parte la possibilità che il suddetto tempio di Vesta sorgesse proprio qui, lo dimostra il fatto che, perlomeno in piena età imperiale, i suoi abitanti erano chiamati Albani Longani Bovillenses e che la gens Iulia, la quale vantava discendenza da Alba, celebrava  i suoi riti proprio a Boville, in un’antica ara diventata poi sacrario all’epoca dell’imperatore Tiberio. 
Ebbene, da una parte, il ruolo di Roma nel mantenimento dei culti albani si può appunto spiegare con la sua conquista di Alba in età monarchica: infatti, sappiamo che le pratiche religiose di una comunità latina non potevano cessare quando questa perdesse la sua autonomia o fosse distrutta, ma venivano prese in carico dalla nuova realtà egemone."

(Ridolfino 1763)

RICOSTRUZIONE DOMUS DI BOVILLAE
Il culto si evidenzia in un frammento della “Tabula Iliaca Capitolina” ritrovato nel 1683 nel territorio.

Si tratta di un rilievo rappresentante la cattura di Troia e la fuga di Enea che porta con sè oltre al padre ed il figlio, anche i Penati e i Sacra, cioè gli oggetti di culto degli antenati, i loro valori più sacri. Il reperto è oggi custodito al Museo Capitolino.

Il culto Enea veniva considerato un simbolo di “pietas”, cioe’ dell’essere pio, poiche' fedele ai Penati e ai Sacra, e come tale caro agli Dei.
Pertanto il fondatore di Roma e del suo impero aveva alla base delle sue imprese i valori tradizionali, sacri agli Dei. I discendenti di Enea, cioè Cesare e Augusto venivano pertanto accreditati delle stesse qualità, e si direbbe che non li delusero.

Quando Augusto, come narra Svetonio, morì a Nola, la sua salma fu prima traslata a Bovillae a spalla dai magistrati di ogni municipio lungo la strada, secondo le antiche usanze spettanti ai re e agli eroi, e poi scortata a Roma dai cavalieri dell’ordine equestre, per essere cremata ed infine tumulata nell'omonimo mausoleo.

Nel 16 d.c.. Tiberio fece erigere a Bovillae un luogo di culto alla Gens Julia, ed anche statue per commemorare Augusto, come narra Tacito negli annali, di cui si sono perse le tracce. Anche le competizioni del famoso circo erano del resto dedite al culto della Gens Julia.

Boville venne in gran parte abbondata nel IX sec. d.c., spostandosi in localita' "Ad nonum", cioè al nono miglio da Roma, dove oggi sorge Santa Maria delle Mole. Durante gli scavi del secolo XIX furono esplorate le tribune del circo, che erano ancora riconoscibili nella prima parte del secolo scorso. E' evidente pertanto l'urgenza di creare un "Parco di Bovillae", che congiunga il Parco del'Appia Antica con il Parco Regionale dei Castelli Romani.

POSIZIONE DEL CIRCO


IL CIRCO 

La facciata del lato Nord dello stadio "detto Oppidum", mostra ancora  i "carceres" del circo.

RICOSTRUZIONE DEL CIRCO
Oggi rimangono solo tre dei dodici archi dello stadio, detti "carceres"; i posti di partenza dei fantini a cavallo, ovvero gli auriga, o per le bighe pronte per la gara, interrotti da una porta centrale di accesso al circo.

Ne esistono ancora quattro, anche se uno è inglobato purtroppo in una moderna costruzione rurale, che include anche i resti della porta di accesso principale.

Sono gli unici rimasti del mondo romano antico, pertanto importantissimi, ma, come gran parte del patrimonio archeologico italiano, sono minacciati da crolli, per cui presto potremmo perderli per sempre, con grande gioia di abusivi e speculatori. Restano anche vari ruderi e frammenti di statue, ed e' ancora visibile la pianta dello stadio. Sotto terra, come dimostrano molte ricognizioni, vi sono le costruzioni e le ville della citta' antica, che aspettano solo di essere portate alla luce.

ARCHI DEL CIRCO
Il circo fu uno dei soli sei stadi della Roma antica, capace di 8000 spettatori, numero notevole per i circhi dell'epoca, era lungo m. 328.50 e largo m. 60.

Intorno ai "carceres", in peperino e alti circa m. 2.9, erano costruiti dei vani quadrilateri, larghi m. 4, per alloggiare i cavalli, le bighe e i cavalieri, posti sul lato corto settentrionale.

Le gradinate poggiavano su una larga base composta di pezzi di peperino, ed erano costituite in muratura, larghe 5 metri e alte circa due metri, esse ospitavano 6 file di sedili. Erano intervallate regolarmente da aperture ad arco che permettevano l'accesso all'arena dall'esterno dello stadio.

Caratteristica degli archi è la loro successione leggermente obliqua rispetto ai lati lunghi del circo in modo tale che il lato lungo a ovest sia più lungo di 10 m rispetto a quello est, consentendo ai condottieri di percorrere la stessa distanza in un giro del circo, come si usa ancora oggi con le corsie in atletica.

I pilastri dei carceres, nella faccia rivolta all'interno del circo, erano decorati con semicolonne sempre in peperino, con basi e capitelli.

Numerosi parti delle semicolonne, e delle strutture vicine, tra cui basi di colonne, sono state rinvenute, e sono oggi addossate ai carceres o ad essi immediatamente vicine. I carceres avevano dei cancelli lignei, a due ante, che si aprivano sull'arena, mentre un'altra cancellata lignea, come indicato dalla presenza di fori nei pilastri delle arcate, ne divideva i vani.

I CARCERES - RICOSTRUZIONE
Sino all'inizio del secolo scorso erano osservabili le tracce dei basamenti delle due torri poste alle estremità laterali dei carceres nei punti di congiunzione con i lati lunghi del circo.

Allora era anche visibile il basamento della spina, larga m. 2.5, decorata con elementi scultorei i cui frammenti sono stati a più riprese trovati nell'area del circo.

Dinanzi ai carceres, ma all'esterno del circo e in direzione Nord, sempre all'interno dell'attuale "Fattoria Boville", esistono resti di costruzioni antiche. Nell'esplorazione del XIX secolo venne rilevato trattarsi di un portico con all'interno una serie di vari piccoli ambienti di forma rettangolare, affiancati tra di loro, probabilmente si trattava di una struttura attinente l'attività del circo.



ALTRI RESTI

Numerose altre strutture della Bovillae Imperiale insistono nel territorio circostante: imponenti cisterne, le fondazioni dell’antico capiente teatro, resti delle tribune e la spina dello stadio, edifici collegati probabilmente al servizio postale, presenti soprattutto a Frattocchie nella localita cosidetta’ “delle Giostre”, dalle evoluzioni dei cavalieri nel circo, ma anche a Santa Maria delle Mole, specie in località “Mugilla”.

VITTORIA
In passato, numerose esplorazioni archeologiche, condotte prevalentemente nel XIX sec. dal Principe Colonna, dal Lugli e dal Lanciani, avevano portato alla luce un grande teatro, una costruzione a volta alta 6 metri con pianta ottagonale ad esso vicino, sarcofagi, mausolei, cisterne, statue, vari manufatti, tra cui una pianta del circo scolpita nel marmo, diverse abitazioni e ville, numerose statue e sepolcri, come illustrato in una delle numerose piantine e disegni dell'epoca.

Gli scavi per la realizzazione della fognatura in Via delle Giostre, nel novembre 2005, eseguiti dal Comune di Marino senza autorizzazione della Soprintendenza, e senza neanche notificare ad essa l’inizio dei lavori, entrambi passi previsti dalla legge, hanno portato alla luce numerosi reperti:
- 6 lastroni squadrati di peperino con al centro un grande incavo quadrato, presumibilmente per alloggiarvi travi di sostegno;
- una grande quantità di blocchetti di mura romane, "opus reticulatum";
- pezzi di antiche tegole;
- cocci di vasellame "Sigillato italico" di origine etrusca, usato nel I e II secolo a.c.;
- pezzi di marmo lavorati;
- il piano di calpestio di un precedente insediamento abitato antico romano lungo tutta Via delle Giostre, ad una profondità di circa 1 m sotto l’attuale livello stradale.

Comunque fino a circa 30 anni fa era ancora visibile a 20 m. di distanza dal lato lungo orientale del circo, in posizione centrale, un arco di lastroni di peperino alto m. 5.30 e con m. 2 di luce. Questo arco era probabilmente l'ingresso principale dello stadio, raggiungibile tramite un'apposita strada dall'Appia Antica, e da esso partiva una via delimitata da pareti di peperino alte 2 m. che portava al circo, ed anche a un corridoio di servizio tutto intorno ad esso, a sua volta delimitato da un muro di peperino. La porta trionfale, destinata all'uscita dei vincitori delle gare, era situata invece sul lato corto ricurvo, posto a Sud.

Purtroppo nella zona, anche in quella con vincolo archeologico, albergano grandi ville con loro “dependance” ed addirittura di una costruzione che ha usato alcuni “carceres” come architravi di sostegno.



IL TEATRO

Nel novembre 2005 sono stati eseguiti dei lavori di scavo per l’apposizione di tubi di fognature in Via delle Giostre, eseguiti anche qui dal Comune di Marino senza richiedere l'autorizzazione della Sovrintendenza ai Beni Archeologici, e senza neanche informarla, entrambi obblighi di legge.

Nel corso degli scavi, condotti frettolosamente e con poca o nessuna cura verso eventuali ritrovamenti archeologici, sono stati rinvenuti 5 lastroni di peperino di notevoli dimensioni, di cui 3 molto grandi e squadrati, e 2 leggermente più piccoli, sempre squadrati, ma con al centro un grande incavo quadrato, presumibilmente per alloggiarvi travi di sostegno.

I lastroni, uniti tra loro, e posti ad una profondita' di 80-90 cm, formavano una struttura molto più grande delle dimensioni della traccia degli scavi fognari, venendo attraversata da essa.

Sono stati rinvenuti poi molti blocchetti di  "opus reticulatum", pezzi di antiche tegole, cocci di vasellame di "Sigillato italico" di origine etrusca del I e II sec. d.c., ed infine pezzi di marmo lavorati. I reperti sembra derivino tutti dal grande teatro antico di Bovillae, un’imponente complesso residenziale di epoca imperiale.



AREA DI MUGILLA

La Giunta regionale - incredibilmente – non ha inserito nel Parco Regionale dell’Appia Antica l'area di Mugilla, peraltro la naturale prosecuzione del Parco, contrariamente a quanto proposto dal Piano di Assetto. Il sito è di alto valore paesistico, poiché agisce da cerniera tra il Parco dell'Appia Antica e la campagna Romana, e contiene strutture archeologiche tra cui una cisterna romana, un sepolcro, resti murari attribuiti ad una villa romana.

Per questi motivi la Soprintendenza Archeologica del Lazio, con nota alla Variante Generale, prescrive nell'area di Mugilla l'inedificabilità assoluta. Non da ultimo, essa costituisce un importante polmone verde, inserita all'interno di un'urbanizzazione intensa e caotica.


BIBLIO

- Raimondo Del Nero - Bovillae - Iª ed., Marino - Tipografia Gianni Palozzi - 1994 -
- Sesto Aurelio Vittore - De Originis Gentis Romanae - XVII -
- Pamela Cerino, Andrea De Angelis, Andrea Pancotti, Noemi Tomei - Verso i carceres. Una via basolata nel territorio di Bovillae (Marino) - in Lazio e Sabina - X - atti del convegno di studi di Roma - 2013 -
- Filippo Coarelli - Guide archeologiche Laterza - Dintorni di Roma - Iª ed. - Roma-Bari - Casa editrice Giuseppe Laterza e figli - 1981 -
- Girolamo Torquati - Studi storico-archeologici sulla città e sul territorio di Marino - vol I - Marino - Tipografica Renzo Palozzi - 1974 -
- Girolamo Torquati - Studi storico-archeologici sulla città e sul territorio di Marino in tre volumi -  (di questo manoscritto è stato edito a Marino nel 1987 per i tipi della Tipografica Renzo Palozzi il I volume, contenente gli studi su Bovillae; gli altri due volumi sono inediti) -






ANFITEATRO DI STATILIO TAURO


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RICOSTRUZIONE DELL'ANFITEATRO

L'anfiteatro di Statilio Tauro (latino: amphiteathrum Statilii Tauri) fu il primo anfiteatro permanente, cioè in muratura, costruito a Roma. Venne edificato nel 29 a.c., come informano Diodoro Cassio,  Svetonio e Tacito, nella parte meridionale del Campo Marzio, in posizione però incerta, da Tito Statilio Tauro, a proprie spese.

Si trattava di un anfiteatro privato di dimensioni piuttosto ridotte, e nel 64 d.c. venne distrutto dal fuoco, evidentemente larga parte di esso era ancora costruito in legno. (Dio Cassio); si pensa che la sua locazione entro il Campus Martius fosse una speculazione edilizia volta ad alzare i prezzi delle case. Infatti un anfiteatro valorizzava moltissimo una zona, fornendo una grossa attrattiva per abitare nei pressi. Roma era grandissima e spostarsi coi carri era un'impresa per il traffico intenso.

ANFITEATRO TAURO, STAMPA DEL 1663

LA LOCAZIONE

L'anfiteatro è citato da Svetonio e da Strabone, mentre Dione scrive che:
"Essendo Cesare Augusto ancora console per la quarta volta, Tauro Statilio edificò un teatro venatorio di pietra nel Campo Marzio a proprie spese inaugurandolo con un combattimento di gladiatori. Questo lo portò ad essere eletto dal popolo come uno dei pretori annuali."

Strabone però descrive un altro campus (Campus Flaminius) presso il Campus Martius con colonnati in gran numero, e sacri recinti, e tre teatri, e un anfiteatro, e molti templi in successione serrata l'uno dall'altro.

I tre teatri erano senza dubbio il teatro di Pompeo, il teatro Balbo e il teatro Marcello, e l'anfiteatro si presume fosse quello di Statilius Taurus. Poichè Strabone menziona l'anfiteatro nella stessa area, come gli altri teatri del Marzio, dovremmo cercare l'anfiteatro nelle loro vicinanze. Esistono oggi tre teorie riguardanti il monumento, ma nessuna assolutamente convincente.

L'ipotesi più convincente individua l'anfiteatro vicino al Circo Flaminio nei pressi di Monte dei Cenci, ad ovest del Petronia Amnis e il Tempio di Castore e Polluce in circo Flaminio (Marchetti Longhi 130 n.1; Wiseman, Viscogliosi, Coarelli). Tornano a favore di questa ipotesi i disegni e gli appunti di Piranesi, che ritrasse i resti di una cavea teatrale sotto il Palazzo Cenci nel 1762 (Wiseman 22 n.64,. Lanciani, FUR pl 21, 28).


Poichè Augusto esortava i cittadini romani ad abbellire Roma contribuendo ognuno con le sue possibilità, Statilio Tauro raccolse l'invito e fece costruire a sue spese un anfiteatro, che alcuni studiosi supposero attaccato alle mura di Roma, presso l'attuale convento di Santa Croce in Gerusalemme. Insomma venne confuso coll'anfiteatro castrense.

Monte Giordano, a nord ovest del Campo Martio (a volte chiamato 'Monticello') è stato proposto come un possibile sito. I tentativi di associare l'anfiteatro con questa bassa eminenza (Lanciani, FUR pl 14;. Scagnetti) sono state complicate dalla tesi di Jolivet che identifica la collina come un accumulo di terreno alluvionale del Tevere (al contrario di una massa crollata di materiali da costruzione, Coarelli 1997) e come il luogo degli Horti di Pompeo (Horti Pompei). Però ci si aspetterebbe un po' di macerie dell'edificio dopo un teatro in gran parte di legno bruciato. Inoltre, Monte Giordano è troppo lontano dai tre teatri del Campus per essere il sito di anfiteatro di Strabone.

Invece Monte Citorio, a testimonianza del Piranesi, era pieno di pezzi di marmo provenienti dall'abbattimento dell'anfiteatro Statilio Tauro. Sembra infatti che con i suoi sedili marmorei venne edificato il Palazzo della Curia Innocenziana, nonchè la chiesa e la Missione dei Padri Passionisti. Oggi la Curia Innocenziana altri non è se non il Palazzo del Governo a Monte Citorio, posto nel Campo Marzio.

Richardson ha un approccio diverso e analizza evidenze relative all'incendio del 64 d.c.. Poiché i tre teatri di pietra menzionati da Strabone sono tutti sopravvissuti all'incendio mentre l'anfiteatro è bruciato, Richardson postula si trovasse a sud est del Campo Marzio, in particolare nell' Aemiliana, una zona distrutta durante la seconda recrudescenza del fuoco (Tac., Ann. 15.40).

Richardson suggerisce una posizione sulla Via Flaminia a nord della Via Pallacinae: (a sud della moderna Piazza dei SS Apostoli.). Però la posizione suggerito di Richardson si trova ben al di fuori del Circo Flaminio. Eppoi il passaggio Tacito è ambiguo e potrebbe riferirsi a uno dei due quartieri dell'Aemiliana, uno nel Campo Marzio o l'altro lungo il Tevere a sud del Foro Boario.

Allo stato attuale la prova per la posizione del anfiteatro di Statilio Tauro è ancora dubbia; la posizione vicino al Monte dei Cenci offre la soluzione migliore per i dati disponibili. Questo posto è vicino ai tre teatri del Campus e offre spazio sufficiente per un anfiteatro, che, per quanto modesto, necessitava di un sito consistente.



ROMA INESPLORATA

Riprendiamo il discorso per dimostrare come sia priva di fondamento l’ipotesi di Piranesi sulla localizzazione dell’anfiteatro di Tauro sotto l’odierno palazzo Montecitorio. Vediamo quindi come è nata questa leggenda metropolitana diffusa ancora oggi da molti siti internet.

Secondo Piranesi la presenza di un anfiteatro in quella zona si deduce primariamente dagli avanzi di alcuni sedili circolari che dovevano appartenere al medesimo anfiteatro. Questi sedili sarebbero stati trovati sotto l’edificio della Curia Innocenziana, oggi palazzo del parlamento. Altri simili sedili sarebbero stati trovati nell’anno 1705 durante lo scavo delle fondamenta della chiesa e delle case della Missione, sul lato sinistro del palazzo di Montecitorio.

LE COLONNE DI MONTECITORIO
Carlo Fontana, l’architetto che presenziò gli scavi, non accenna a simili ritrovamenti. Afferma solamente che:
"sotto il piano del cortile della Curia in profondità di palmi quarantacinque dove seguì lo scavo de fondamenti si trovarono alcune Chiaviche di Tevoloni antichi d’ottimo lavoro, quali indicavano esser servite per trasporto dell’acque sotto di quei sontuosi edifici più nobili del campo Martio, che dimoravano in quegl’antichi piani". 

Accenna inoltre a due Colonne di Granito trovate nell’escavazione del Terreno della Curia.

Per dare un’idea della dispersione dei monumenti antichi per tutta Roma sappiate che queste colonne furono utilizzate da Fontana come ornamento della fontana nel cortile interno della Curia. 

Durante la ricostruzione del palazzo furono rimosse e depositate presso un magazzino. 

Nel 2009 si decise di rialzarle in piazza Porta Capena a simboleggiare le torri gemelle di NewYork: idea nobile ma forse era il caso di posizionarle vicino al luogo del loro ritrovamento. 

Andando avanti di questo passo bisognerà munire i reperti archeologici di un sistema di posizionamento globale satellitare per registrare i loro spostamenti, altrimenti tra qualche secolo sarà impossibile rintracciarli.



STATLIO TAURO

Statilio Tauro, proveniente da famiglia plebea, ottenne il consolato nel 37 a.c. come Consul Suffectus. Fu peraltro uno dei generali migliori del suo tempo, conseguendo molte vittorie e pertanto diventando molto ricco, permettendosi di devolvere una parte del personale patrimonio per la costruzione di una serie di opere pubbliche a Roma, ove si ricorda l'edificazione dell'anfiteatro a lui intitolato, rivestito di marmi ornati, e altre opere nel Lazio.

CURIA INNOCENZIANA, STAMPA DEL 1800
Infatti restaurò e costruì edifici alle sorgenti termali della "Ficoncella", nei pressi della futura Centumcellae (Civitavecchia).

Il vicino municipio di Aquae, ricco di acque termali, per le opere realizzate dal Console, prese il determinativo di Acquae Tauri.Statilio venne eletto console per due volte e finanziò pure i giochi gladiatorii per l'inaugurazione del suddetto anfiteatro al pubblico romano. Sebbene fosse in parte costruito in pietra, alcune strutture erano in legno, come l'arena.



I GIOCHI

In seguito, non essendo ancora costruito il Colosseo, Caligola vi organizzò dei giochi, scontento però delle esigue proporzioni dell'anfiteatro di Tauro, che seppure in uso per molto tempo, era divenuto insufficiente per gli splendidi spettacoli di era imperiale.

Sembra che Caligola tenesse per questo gli spettacoli nella piazza deu Septa,  e Nerone per la stessa ragione e pure per la sua follia nel 57 fece costruire un anfiteatro di legno con il velarium blu, gemme, oro e avorio.

LA CURIA INNOCENZIANA OGGI, L'ATTUALE MONTECITORIO
Il muro intorno all'arena aveva in cima rulli d'avorio che impedivano agli animali di saltare, e per maggior protezione una rete d'oro veniva tesa tutt'intorno, con appuntite zanne d'elefante inclinate verso l'interno.

Così l'anfiteatro Tauro venne pian piano escluso dagli spettacoli più importanti, che chiamavano dunque più gente, finchè andò distrutto nel più famoso degli incendi di Roma: quello del 64.

Per l’ottavo anniversario dell’attacco a New York, sono state poste a porta Capena due colonne, simbolo delle torri gemelle, provenienti dalla fontana della Curia Innocenziana in Piazza di Montecitorio, a loro volta provenienti dall'anfiteatro Tauro. La curia innocenziana infatti, secondo parecchi studiosi, è stata edificata sopra l'anfiteatro.


BIBLIO

- J. Cl. Golvin - L'amphithéâtre romain. Essai sur la théorisation de sa forme et de ses fonctions - Paris -1988 -
- J. Cl. Golvin, Ch. Landes - Amphithéâtres et gladiateurs - Paris - 1990, 96 -
- John H. Humphrey - Roman circuses: arenas for chariot racing - Londra - University of California Press - 1986 -
- Velleio Patercolo - Storia di Roma - II -
- Cassio Dione Cocceiano - Storia romana - libri LIII-LXV -



 

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