GIUSTINIANO - IUSTINIANUS


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GIUSTINIANO

Nome completo: Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus
Nascita: Tauresium, 11 maggio 482
Morte: Costantinopoli, 14 novembre 565
Dinastia: Giustinianea
Consorte: Teodora
Incoronazione: 527
Predecessore: Giustino I
Successore: Giustino II
Regno: 527-565 d.c.



LE ORIGINI

Capostipite della dinastia giustinianea, Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano, o Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus, passato alla storia come Giustiniano I, nacque a Dyraho (Durazzo), nell'Illiria, nel 482, da Vigilantia, sorella del generale Giustino, futuro imperatore e da certo Sabbazio.

Suo zio lo adottò dandogli una buona educazione per l'epoca, di giurisprudenza e filosofia, per quanto la filosofia consentita fosse all'epoca molto limitata, ormai i classici testi della cultura romana e greca erano tramontati, perchè si poteva leggere solo ciò che non dispiaceva al cristianesimo. Visse pertanto l'infanzia alla corte di Costantinopoli.

La sua carriera militare fu segnata da rapidi avanzamenti, e quando, nel 518, suo zio Giustino divenne imperatore, tutti pensarono a lui come possibile erede. Giustiniano venne nominato console nel 521, e più tardi comandante dell'esercito d'oriente. Funse da reggente virtuale molto prima che Giustino lo rendesse imperatore associato quasi in estremis, il 1º aprile 527.

TEODORA

TEODORA

Nel 521 Giustiniano divenne dunque console e la persona più influente dell’Impero; iniziò a proteggere gli Azzurri che causarono tumulti non solo a Bisanzio ma in ogni città dell’Impero che avesse un ippodromo. In questo periodo fece la conoscenza di Teodora, un'ex attrice.
Secondo Procopio la donna era una viziosa prostituta : “Pur lavorando con ben tre orifizi, rimproverava stizzita alla natura di non aver provveduto il suo seno di un’apertura più ampia, sì da poter escogitare anche in tal sede un’altra forma di copula”.

Comunque Teodora conobbe Giustiniano che se ne innamorò perdutamente e ci convisse. In realtà avrebbe voluto sposarla ma la legge, emanata da Costantino I, affermava esplicitamente: “I senatori, o prefetti, o quelli che nella città godono la dignità di duumviri, o quelli decorati degli ornamenti del sacerdozio, cioè della Fenimarchia o Siriarchia, a noi piace che subiscano la macchia d’infamia e siano fuori delle leggi romane se abbiano voluto avere come legittimi figli nati loro da ancella o da figlia di ancella, da liberta o da figlia di liberta, da scenica o da figlia di scenica, da taverniera o figlia di taverniera, o da vile o abietta persona, o da figlia di lenone o d’arenario o che pubblicamente presiedette a mercimoni

Giustiniano convinse lo zio Giustino a mutare la legge ed a promulgare l’editto De nuptiis: “Concediamo alle donne un tempo dedite ai giochi del teatro, con questo editto dettato dalla clemenza e benevolenza imperiale, a condizione che rinuncino a questa infame condizione e si dedichino ad una vita decorosa ed onesta. Che venga loro concesso di supplicare la Nostra Maestà di dar loro i permessi imperiali per contrarre un matrimonio legittimo” .
Lo zio acconsentì anche perchè anch'eglia aveva un'attrice come amante che voleva sposare. Così Teodora nel 523 ottenne il rango di patrizia e sposò il futuro imperatore.

Teodora sarebbe divenuta molto influente nella politica dell'impero, e gli imperatori successivi avrebbero seguito l'esempio di Giustiniano sposandosi al di fuori della classe aristocratica.

GIUSTINIANO

L'IMPERATORE

Nel 525 i senatori spinsero Giustino a conferire a Giustiniano il titolo di Cesare, il sovrano cedette. Dopo il matrimonio Teodora protesse il clero monofisita, mentre il governo, guidato da suo marito, perseguitava ed esiliava tutti i seguaci del monofisismo.

Con l’aggravarsi delle condizioni di salute del vecchio imperatore, Giustiniano nel 526 fu elevato dal Senato al rango di nobilissimus (creato appositamente per lui) e chiese all’imperatore di ratificare la scelta, Giustino, anche questa volta, a malincuore accettò.

Procopio ci fornisce la fonte principale della storia di Giustiniano, coadiuvata dalle cronache di Giovanni da Efeso, entrambi però molto aspri nei confronti di Giustiniano e Teodora. A fianco della sua opera principale, Procopio scrisse anche una Storia Segreta, coi molti scandali della corte di Giustiniano.

Ciò che scandalizzò gli storici non furono però le persecuzioni, le torture e i massacri perpetrati dall'imperatore in nome della fede, ma il fatto che una donna di facili costumi anzichè essere punita venisse fatta salire al soglio imperiale.

Teodora morì nel 548; Giustiniano le sopravvisse per quasi 20 anni e il suo carattere, non più mitigato da una certa tolleranza della moglie si dette ad ogni eccesso nella persecuzione dei non cattolici.



IL LEGISLATORE

Giustiniano apportò secondo alcuni una rivoluzione giuridica, che organizzò il diritto romano in uno schema ancor oggi ancora valido, lo schema, non le leggi, che per molti versi furono un regressione rispetto al diritto romano che dava, rispetto al popolo e ai senatori, parecchio più potere. I sovrani bizantini instaurarono una monarchia assoluta all'uso orientale e come l'impero romano non si sognava, e ci vorranno molti secoli per una monarchia più democratica.

La sua attività legislativa si suddivide in tre periodi. Il primo periodo, dal 528 al 534, riguardò:
  • Il primo Codice (Novus Iustinianus Codex), dal 528 al 529,
  • Il Digesto, o Pandette (Digestum, seu Pandectae), dal 530 al 533, una raccolta di iura (opere di giuristi presieduti da Triboniano)
  • Le Istituzioni (Institutiones Iustiniani sive Elementa), 533, destinate all'insegnamento del diritto nelle scuole
  • Il secondo Codice (Codex repetitae praelectionis), 534, ossia il Codice vero e proprio con la raccolta delle leges imperiali.
Il secondo periodo, dal 535 al 541-545 circa, fu caratterizzato da un'intensa legislazione "corrente" (per mezzo delle Novellae constitutiones, che raccolsero i frutti dell'intensa stagione legislativa tra il 535 e il 545).

Il terzo periodo, dal 546 al 565, forse per la peggiore qualità dei collaboratori, che vide l'attività legislativa (sempre per mezzo di Novellae) farsi sempre più scarsa e scadente.

Il Corpus Iuris Civilis nel primo periodo fu scritto in latino, lingua ufficiale dell'impero ma scarsamente conosciuto dai cittadini delle province orientali, anche se lo stesso Giustiniano era di lingua, cultura e mentalità latine e parlava con difficoltà il greco, lingua che i colti romani conoscevano e parlavano come seconda lingua (vedi Giulio Cesare).

Il latino infatti era la lingua dell'amministrazione, della giustizia e dell'esercito, mentre le principali lingue d'uso erano il greco, il copto, l'aramaico e l'armeno. Se il dominio romano era riuscito ad imporre con successo il proprio diritto e le proprie istituzioni politiche e militari, le province orientali dell'impero adottarono lingua e istituzioni greche. Per questo dalle Novellae in poi le leggi vennero redatte in greco.

Il Corpus forma la base della giurisprudenza latina (compreso il diritto canonico: ecclesia vivit lege romana). Raccoglie le leggi vere e proprie, senatoconsulti (senatusconsulta), decreti imperiali, rescritti, opinioni e interpretazioni dei giuristi (responsa prudentium). Il Corpus viene definito un "monumento alla sapienza giuridica di Roma" e fu alla base della rinascita degli studi giuridici e delle istituzioni politiche in Europa, tanto che ancora oggi costituisce il fondamento di molti sistemi giuridici nazionali nel mondo.

BELISARIO
BELISARIO

Nel 524 Giustiniano s’ammalò gravemente e gli Azzurri scatenarono tumulti, per cui Giustiniano incaricò il prefetto Teodoto di reprimere i disordini, il prefetto fece giustiziare tra gli altri un certo Teodoro, ricchissimo patrizio. Giustiniano allora destituì il prefetto e lo mandò in esilio, al suo posto fu chiamato l’ex prefetto Teganiste che riuscì a ristabilire l’ordine non solo a Bisanzio ma in tutto l’Oriente: le sommosse dei partiti dell’Ippodromo furono sotto controllo fino alla Rivolta di Nika.
In quest'occasione Giustiniano considerò l'idea di abbandonare la capitale, ma rimase in città su consiglio di Teodora, e Belisario giunse per schiacciare la rivolta pochi giorni dopo, chiudendo le porte dell'ippodromo e uccidendo una per una ben 7000 persone a colpi di freccia.

Giustiniano si impegnò in guerra contro la Persia della dinastia Sassanide, lasciando il compito però al generale Belisario, meritevole di aver sedato la rivolta di Nika, a Costantinopoli, nel gennaio del 532, nella quale degli oppositiri avevano costretto Giustiniano a dimettere l'impopolare Triboniano, ed avevano tentato di rovesciare l'imperatore stesso. Il tempo degli imperatori romani che guidavano gli eserciti aggiudicandosi i trionfi era tramontato da un pezzo.

Nel 533 Belisario riconquistò il Nord Africa ai Vandali, dopo la Battaglia di Ad Decimum, vicino a Cartagine, poi avanzò quindi in Sicilia ed Italia, riconquistano Roma, l'antica capitale dell'Impero (536) e la capitale degli Ostrogoti, Ravenna (540).

Mentre Giustiniano voleva lasciare che gli Ostrogoti governassero uno stato tributario, Belisario voleva far tornare l'Italia territorio imperiale romano. Per questo disaccordo con Belisario, Giustiniano lo inviò in oriente contro i Persiani. Dopo aver stabilito una nuova pace ad est nel 545,

Belisario fece ritorno in Italia, dove gli Ostrogoti avevano riconquistato Roma. Il generale eunuco Narsete strappò il comando a Belisario, e lo storico Procopio, ex ufficiale dell'esercito di Belisario, accusò Narsete di tradimento. Narsete riuscì a sconfiggere definitivamente i Goti, e a conquistare tutta l'Italia, e a respingere le scorrerie degli Alammanni nell'Italia del Nord.

Belisario venne imprigionato ma Giustiniano lo perdonò e gli ridette il comando perchè era il più bravo generale che aveva, ed infatti questi sconfisse i Bulgari quando questi comparvero per la prima volta sul Danubio nel 549. Nel 551, le forze bizantine conquistarono parte della Spagna meridionale ai Visigoti. Le conquiste di Narsete non furono però durature ed a causa dello spopolamento e delle frequenti razzie di Franchi e Alamanni non si ebbe mai una buona gestione dei territori recuperati.

Lo squilibrio creato a oriente dalle campagne in Europa occidentale fu subito colto dai Persiani, che tra il 540 e il 562 invasero l'Armenia e la Siria, conquistando anche la metropoli di Antiochia.

GIUSTINIANO E TEODORA

PROCOPIO - STORIE SEGRETE

"Ch'egli non fosse un uomo, ma una sorta di demone in forma umana, lo può provare chi valuti la dimensione del danno da lui inflitto all'umanità; è dalla dismisura dei fatti che si chiarisce la potenza del loro responsabile. Nessuno, mi pare, se non Dio, potrebbe riferire con esattezza l'ammontare delle vittime sue: si conterebbe prima quanti granelli ha la sabbia, che non le vittime di questo imperatore.
A una considerazione sommaria della terra ch'egli lasciò deserta d'abitanti, direi che siano morti milioni e milioni di persone. La sconfinata Libia si era svuotata a tal punto, che anche affrontando un lungo cammino era arduo imbattersi in anima viva. Eppure erano 80000 i Vandali che non molto prima avevano costì prese le armi; e chi potrebbe avanzare un numero per le loro donne, i bambini, i servi?
Ed è rimasto sulla terra qualcuno che sappia valutare quanti erano in Libia un tempo residenti in città, quanti coltivavano la terra, quanti attendevano ai commerci marittimi? Eppure io potei vederli, con questi miei occhi. E di gran lunga superiore era il numero dei Mauritani laggiù residenti, spariti tutti, con le loro donne e la figliolanza. E proprio quella terra occultò in sé molti soldati romani e quanti da Bisanzio li avevano seguiti. Insomma, a stimar 5 milioni i morti in Libia, non si sarebbe ancora al livello dei fatti.
E il motivo è che dopo la repentina sconfitta dei Vandali, Giustiniano trascurò di rafforzare il controllo sul territorio, né si premurò che la salvaguardia dei beni fosse assicurata dalla buona disposizione dei sudditi; al contrario, non ebbe indugi a richiamare indietro Belisario, accusandolo di comportamenti dispotici a lui affatto alieni: così avrebbe potuto governare la Libia a suo piacimento, depredarla, fagocitandola in un solo boccone.
Subito inviò ispettori territoriali e impose nuove, pesantissime, tasse; requisì la parte migliore dei terreni; vietò agli ariani di celebrare i loro riti. Ritardava i pagamenti ai militari, rendendosi loro insopportabile per questa e altre ragioni, che diedero luogo a torbidi, forieri di gran danni.
Incapace di lasciare le cose come stavano, era nato per rovesciare tutto nel caos. L'Italia, che è almeno tre volte la Libia, divenne ovunque un deserto, ancor peggio dell'altra. Può pertanto valutarsi con una certa esattezza il numero delle persone morte laggiù. Anche là si ripeterono tutti gli errori commessi in Libia. Avere inviato i cosiddetti ‘logoteti’ fu ragione di subitanea rovina e caos generale.
Prima della guerra, il regno dei Goti andava dalla Gallia ai confini della Dacia, dove si trova la città di Sirmio; quando l'esercito romano giunse in Italia, erano i Germani a detenere la maggior parte e della Gallia e del territorio dei Veneti; quanto a Sirmio e ai suoi dintorni, è nelle mani dei Gepidi; ma tutto, a dirla in breve, è un assoluto deserto.
Alcuni erano stati uccisi dalla guerra, altri dalla malattia e dalla fame, consueto corredo della guerra. Dacché Giustiniano ascese al trono, l'Illiria con la Tracia tutta subì pressoché annualmente le scorrerie di Unni, Sclaveni e Anti: alla popolazione furono inflitti scempi fatali.
Ritengo che ad ogni loro invasione fossero più di duecentomila i Romani che finivano per morire, o in schiavitù. Il risultato fu che tutta quella regione divenne una vera desolazione scitica. Tali gli esiti della guerra in Libia e in Europa. In tutto questo periodo, i Saraceni compirono continue scorrerie contro i Romani in Oriente, dall'Egitto ai confini della Persia; scorrerie tanto devastanti che tutta quell'area ne restò pressoché spopolata.
Né ritengo sia possibile, a chiunque indaghi, appurare il numero di quanti così persero la vita. I Persiani, con Cosroe, attaccarono per tre volte le altre zone dell'impero; distrussero le città e dei prigionieri catturati nelle città conquistate e nelle restanti aree, parte ne uccisero, parte ne portarono via con sé. In qualunque terra facessero irruzione, la lasciavano spopolata.
Dacché invasero la Colchide fino ad oggi, è stato sterminio continuo di Colchi, Lazi, Romani. A contare, poi, le conseguenze delle sedizioni in Bisanzio e in ogni altra città, riterrei che abbiano causato non minore strage di uomini che la guerra. Nella totale assenza di giustizia, e della conseguente punizione dei colpevoli entrambe le parti erano inquiete, l'una perché in condizioni d'inferiorità, l'altra invece per sfrontatezza; e sempre perseguivano gesti disperati e inconsulti.
Ora si attaccavano in massa, ora combattevano a piccoli gruppi, e capitava che tendessero agguati individuali. Per 32 anni, senza posa, s'inflissero reciproche atrocità, tanto che spesso vennero messi a morte dalla magistratura preposta al popolo. La punizione per le illegalità commesse di solito ricadeva sui Verdi; ma la violenza omicida si diffuse sull'impero romano anche a causa delle persecuzioni dei Samaritani e dei cosiddetti eretici.
Tutto questo toccò all'umana stirpe sotto quel demonio incarnato, in veste d'imperatore; il responsabile ne fu lui. Infatti, mentre egli reggeva lo Stato romano, molte altre calamità sopravvennero; alcuni sostengono che siano accadute per presenza e macchinazione di quel demonio maligno; per altri, invece, quel che s'è qui compiuto risale all'odio divino per le azioni sue, onde Iddio, volte le spalle all'impero romano, avrebbe affidato queste terre ai demoni della violenza."

TRIBUNIANO CONSEGNA LE PANDETTE ALL'IMPERATORE GIUSTINIANO

LE PERSECUZIONI DEI NON CRISTIANI

Giustiniano I ricostruì in modo grandioso la basilica di Santa Sofia, facendola diventare la più grande chiesa della cristianità, egli dopo dirà: "Salomone ti ho superato". La politica religiosa di Giustiniano prevedeva che l'unità dell'impero presupponesse un'unità di fede, credendo che questa fede potesse essere solo l'ortodossia.

Si sa che quando coincidono potere temporale e monoteismo cominciano le persecuzioni e la violenza, la storia l'insegna. Il Codice Giustiniano conteneva due statuti che decretavano uno dei più orrendi crimini per la storia: la totale distruzione dell'Ellenismo, anche nella vita civile, e così fu fatto. Le fonti contemporanee (Giovanni Malala, Teofane Confessore, Giovanni di Efeso) ci parlano di gravi persecuzioni, anche di importanti e colti personaggi.



L'ACCADEMIA DI ATENE

Fra i tanti interventi di crudeltà e intolleranza, quello più ignobile avvenne nel 529, quando gli insegnamenti dell'Accademia di Atene di Platone vennero posti sotto il controllo dello stato per ordine di Giustiniano, sopprimendo in pratica la scuola, la libertà e la cultura ellenica. L'Accademia fondata da Platone era vissuta per un arco di quasi nove secoli, dalla sua fondazione nel 387 a.c. alla sua chiusura nel 529. Già nel 415 era stata torturata e uccisa Ipazia, la maestra della scuola di Alessandria, ossequiata dai capi della città e dai più grandi studiosi dell'epoca, ed era stata distrutta, sempre per motivi religiosi, l'Accademia di Alessandria di Egitto.

COLOSSO DI BARLETTA
Dopo la comparsa del Cristianesimo, l'Accademia di Atene era diventata il centro della cultura pagana dell'impero, cioè scienza fisica, matematica, di geometria, di medicina, astronomica, sperimentale, filosofica e speculativa, divenendo poi uno dei principali centri di sviluppo del neoplatonismo, soprattutto in seguito a maestri colti e illuminati come Siriano, Plutarco di Atene e Proclo. Dopo la chiusura decretata nel 529 da Giustiniano, un gruppo di sette filosofi, (si pensa quelli rappresentati a Ostia Antica, i cosiddetti 7 Sapienti) che comprendeva l'ultimo capo dell'Accademia, Damascio, si recò in Persia, presso il re Cosroe I, e cercò di rifondare in oriente una nuova scuola platonica, ma senza successo.

I libri e il sapere ellenico vennero banditi in quanto pagani e il nuovo insegnamento poteva riguardare solo la religione cristiana, perchè anche la scienza era pagana e si poteva accettare solo quanto detto dalla Bibbia o dai Vangeli. Il solo mettere in discussione che il mondo fosse stato creato in sette giorni costava eresia e rogo.

L'Accademia dunque fu perduta per sempre, e per tutto il medioevo regnò l'ignoranza suprema, perchè anche l'arte era proibita se non a favore della propaganda religiosa. Solo nel Rinascimento, a causa dei ritrovamenti romani, molti artisti si dedicarono all'arte ispirata dagli antichi greci e romani.

Un vero fondamentalismo. Il Paganesimo venne soppresso con le confische dei beni, le torture e i roghi, il che comportò una conversione forzata di massa, solo in Asia Minore, Giovanni di Efeso sostenne di aver convertito 70.000 pagani. Altre popolazioni si piegarono alla cristianità: gli Eruli, gli Unni che dimoravano nei pressi del Don, gli Abasgi e gli Tzani in Caucasia.

L'adorazione di Amon ad Augila, nel deserto libico, venne proibita pena la morte, i templi e le statue vennero distrutti, i libri bruciati, come i resti del culto di Iside sull'isola di Philae sul Nilo. Il Presbitero Giuliano e il Vescovo Longino condussero una missione tra i Nabatei, e Giustiniano tentò di rafforzare la cristianità nello Yemen inviandovi un ecclesiastico dall'Egitto.



LA REPRESSIONE EBRAICA

Anche gli Ebrei soffrirono; non solo le autorità restrinsero i loro diritti civili e tolsero i loro privilegi religiosi; ma l'imperatore interferì negli affari interni della sinagoga, vietando ad esempio l'uso della lingua ebraica nel culto. I recalcitranti subirono bastonature, esilio, confisca dei beni e morte, per lo più sui roghi.

Gli ebrei di Borium, non lontano dalla Syrtis Major, che resistettero a Belisario nella sua campagna contro i Vandali, dovettero abbracciare la cristianità o morire e la loro sinagoga fu trasformata in chiesa cattolica.

La cosa curiosa è che tanto il grande assassino e torturatore Cirillo, che fece fare a pezzi Ipazia, quanto il grande assassino e torturatore Giustiniano I, sono stati fatti Santi dalla Chiesa Cattolica. I libri non raccontano mai lo sterminio degli Ebrei da parte della Chiesa Cattolica che li perseguitò e briuciò sui roghi o linciò aizzando la folla narrando infamie sul loro conto. Solo le biblioteche ebraiche ne conservano i documenti.

La conversione del mondo al cattolicesimo non fu libera scelta ma obbligato, e le vittime opearate dalla Chiesa furono infinitamente maggiori delle persecuzioni operate dai pagani, e durarono fino ai primi del 1900. Molto prima delle leggi razziali di Mussolini, gli ebrei a Roma venivano chiusi ogni sera nel ghetto con porte di ferro e catene, perchè di sera non potevano uscire, e non potevano acquistare beni nè merci, per cui divennero usurai o straccivendoli.



LO STERMINIO DEI SAMARITANI

L'imperatore ebbe problemi con i Samaritani, assolutamente refrattari al cristianesimo, e se costretti si ribellavano. Nel VI sec. questa etnia era diventata dominante in Samaria, avversata tanto dai cristiani quanto dagli Ebrei. L'imperatore tolse loro anche il diritto di acquistare proprietà, finchè scoppiò una rivolta nel 529, repressa nel sangue da Giustino I, zio di Giustiniano. Quest'ultimo, che alla morte della moglie Teodora non aveva più ostacoli alla sua violenza religiosa, emise leggi contro di loro che gli impedivano di essere assunti per qualsiasi lavoro.

Nel 556 scoppiò così una seconda rivolta samaritana in Cesarea, stavolta alleati con gli Ebrei. Così di nuovo vennero sterminati e bruciati sui roghi. I Samaritani rimasti vennero definitivamente annientati dal successore di Giustiniano, Giustino II, che estinse il problema Samaritano portando a termine il genocidio di questo popolo, ma neppure di questo parla la storia, nonostante i documenti ci siano.



IL MASSACRO DEI MANICHEI

Rei di credere nel sommo bene e nel sommo male che governano il mondo (un po' come Dio e il Diavolo, ma senza la supremazia del bene), vennero perseguitati prima esiliandoli e confiscando i loro beni, un sistema molto usato che portò grandi ricchezze alla Chiesa cattolica che se ne appropriava, poi vennero epurati soprattutto a Costantinopoli, in parte affogati e in parte arsi sui roghi, perchè l'acqua e il fuoco erano il battesimo di Cristo per i recalcitranti.



IL CREDO DELL'IMPERATORE

Agli inizi del suo regno Giustiniano promulgò come legge il suo credo nella Trinità e nell'Incarnazione, per cui chi non ci credeva era punibile con la morte e non era necessario neppure il processo. Così bastava un'accusa per mandare sul rogo un avversario politico, o qualcuno di cui si desiderasse i beni.

AYA SOFYA
Giustiniano rese il credo Niceno-Costantinopoliano l'unico valido della Chiesa, e concesse valore legale ai quattro concili ecumenici. I vescovi che parteciparono al Secondo concilio di Costantinopoli del 553, riconobbero che la Chiesa era agli ordini dell'imperatore che però in cambio le dette immensi privilegi e ricchezze.

Infatti redasse il Codex e le Novellae con molti decreti su donazioni, fondazioni, privilegi e amministrazione della proprietà ecclesiastica; elezioni e diritti di vescovi, sacerdoti ed abati; vita monastica, obblighi residenziali del clero, condotta del servizio divino, giurisdizione episcopale, ecc. Il tutto fu la premessa al potere temporale della Chiesa.

Giustiniano inoltre ricostruì la Chiesa di Hagia Sophia, già distrutta durante la rivolta Nika. La nuova Hagia Sophia, con le sue numerose cappelle e sacrari, la cupola ottagonale dorata, e i mosaici, divenne il monumento più importante dell'Ortodossia Orientale a Costantinopoli.



LA SUPREMAZIA RELIGIOSA

La lettera di Papa Leone I a Flaviano di Costantinopoli, ad oriente era considerata diabolica, quindi la Chiesa di Roma non aveva seguito. Ma Giustiniano doveva preservare l'unione tra Oriente ed Occidente, per cui non doveva scostarsi dalla linea definita a Calcedonia. Ma i gruppi dissidenti ad Oriente, erano più del partito che appoggiava Calcedonia, anche in abilità intellettuale. Così chi sceglieva Roma e Roma doveva rinunciare a Bisanzio e viceversa.

Ciò non tolse che l'imperatore dominasse i papi Silverio e Vigilio, giungendo a imprigionare quest'ultimo nel 548, quando si rifiutò di legittimare l'editto dei Tre Capitoli in condanna ad alcune opere teologiche. Una prova di ciò fu il suo atteggiamento nella controversia teopaschita, una dottrina cristiana ma eretica che proclamava che Cristo ha sofferto come Dio oltre che come uomo.

All'inizio la questione del teopaschismo sembrava poco importante, ma pur non essendo ortodossa, poteva servire da conciliazione con i monofisiti, per cui Giustiniano la usò nella conferenza religiosa con i seguaci di Severo di Antiochia, nel 533, ma senza ottenere alcun risultato.

Un altro tentativo Giustiniano si presentò con l'approvazione nell'editto religioso del 15 marzo 533, e stavolta con un certo successo, poiché Papa Giovanni II aveva ammesso l'ortodossia della confessione imperiale. Egli voleva in realtà debellare i monofisiti, ma senza doversi arrendere alla fede calcedoniana.
Nella condanna dei tre capitoli Giustiniano cercò di soddisfare sia l'Oriente che l'Occidente, ma non soddisfece nessuno. Anche se il Papa consentì alla condanna, l'Occidente ritenne l'imperatore disobbediente ai decreti di Calcedonia.



GLI SCRITTI RELIGIOSI
  • L'editto sulle eterodossie di Origene, del 543 o 544.
  • Richiami ai vescovi riuniti a Costantinopoli per il concilio del 553, sugli errori dei seguaci monastici di Origene (Origenisti) a Gerusalemme.
  • Editto sulla controversia dei Tre Capitoli, forse nel 551.
  • Discorso al concilio del 553, sulla teologia antiochena.
  • Documento, probabilmente antedatato al 550, indirizzato ai difensori dei tre capitoli.
  • Scomunica contro Antimo, Severo e compagni.
  • Appello ai monaci egiziani, con una confutazione degli errori monofisiti.
  • Lettere ai Papi Ormisda, Giovanni II, Agapito I, e Vigilio.
  • Documento inviato al Patriarca Zoilo di Alessandria, di cui resta solo un frammento.
La sua teologia concordava, in generale, con quella di Leonzio II di Bisanzio mirando a risolvere il problema, interpretando il simbolo calcedoniano in termini della teologia di Cirillo di Alessandria, quello che aveva fatto linciare Ipazia strappandole prima gli occhi.



LA MORTE

Evagrio riporta che al termine dei suoi giorni l'imperatore si convertì all'Aftartodocetismo, dottrina promulgata da editto per cui si dichiarava che il corpo di Cristo era incorruttibile e non suscettibile di sofferenza naturale, pur non negando la natura umana di Cristo.

Morì il 13 o il 14 novembre del 565 a Costantinopoli, sembra di vecchiaia.

La peste che colpì l'impero al termine della vita di Giustiniano segnò la fine di un'epoca di ripresa dell'impero bizantino che non sarebbe più tornata, soprattutto per la mancanza di bravi generali e per le fazioni religiose nell'ambito dello stesso cristianesimo.



IGUVIUM - GUBBIO ( Umbria )


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IKUVIUM UMBRA

Il territorio di Gubbio, antica Ikuvium, fu già abitato tra il Neolitico e la prima età del Ferro, come documentano i resti di mura ciclopiche sulle pendici del monte Foce. Fu fondata dagli Umbri, antico popolo di stirpe italica, di cui fu un importante centro religioso e politico, come mostrano alcune antiche monete e le famose Tavole Eugubine.

Le Tavole Iguvine, redatte in parte a caratteri umbri e latini, rimandano all’esistenza di una città-stato, il centro più importante del popolo degli Umbri, l’unico forse paragonabile alle città-stato etrusche, con rinvenimenti del IV secolo a.c.

La città-stato era protetta da una cinta muraria, situata a monte della linea che va dall'attuale arco di S. Marziale (probabile ex Porta Vehia) alla zona di Santa Croce lungo via XX Settembre e via dei Consoli.

Gubbio, neutrale nella guerra tra Roma e i Sanniti conclusasi nel 295 a.c. con la battaglia del Sentino (Sassoferrato), nello stesso anno strinse alleanza con Roma, temendo l'attacco di altri popoli, soprattutto etruschi, e prese il nome di IGUVIUM, divenuto nel medioevo EUGUBIUM.

Nell'anno 166 a.c., dato gli ottimi rapporti con Roma, questa affidò alla Magistratura Eugubina la custodia di un prigioniero regale: Genzio re degli Illiri, con moglie e figli e pure col fratello Caravanzio. Qui Genzio, il prigioniero dai romani, dopo un paio d'anni morì e fu sepolto nel Mausoleo.

Fu la prima città umbra ad allearsi con Roma e, come afferma Cicerone, "a Roma congiunta con giustissimo e santissimo patto", ma l'ingerenza romana negli affari interni, e soprattutto il desiderio di avere diritti pari a Roma, portò i popoli italici alla rivolta nel 90 a.c. Dopo la rivolta ottenne però i diritti civici romani.



IGUVIUM ROMANA

Nell'89 a.c. Gubbio ottenne la cittadinanza romana, fu eretta a Municipíum ed ascritta alla Tribù Clustumina. La città augustea, alle pendici del Monte Ingino, nacque quadrata secondo la usuale centuriazione romana e si sviluppò in terrazzamenti lungo la collina con reperti che ne testimoniano la continuità fino al IV sec. d.c.

Le testimonianze architettoniche romane si trovano tutte nella pianura antistante la città. Infatti in questo periodo la città si espanse nella pianura, come testimoniano i resti di domus, ponti, strade, mosaici, iscrizioni varie; le rovine del tempio dedicato a Diana Azione Monteleto (di cui si conservano scarsi resti), il Mausoleo di Pomponio Grecino e il grande Teatro Romano.

Sotto Via degli Ortacci si trovano i resti delle antiche terme, mentre poco lontano si innalza il Teatro Romano del periodo tardo-repubblicano, uno dei più grandi del suo tempo.
La costruzione in bugnato era completata da due basiliche che Gneo Satrio Rufo, quadrumviro jusdicente, fece restaurare e completare nel I sec.

Scavi e restauri effettuati nel settecento hanno restituito mosaici di grande pregio, oltre al mausoleo, così detto di Pomponio Grecino, domus, templi, murature, tutto di età romana.
Recenti scavi, in località Guastuglia e in località Zappacenere, hanno portato alla luce tracce di un ampio abitato di fine I sec. a.c. - inizi I sec. d.c. ed una necropoli di incinerati degli ultimi decenni della Repubblica.

In epoca romana l'area urbana era divisa in due parti dal torrente Camignano: Certense verso valle e Colonia verso il monte. Le due parti poi si chiamarono più semplicemente Oriente e Occidente. In epoca comunale il territorio di Gubbio era diviso in 7 "vici" e questo durò sino alla fine del XIII secolo.

Invasa dagli Eruli, fu nel 552 distrutta dai Goti di Totila, ma venne ricostruita con due potenti torri difensive dai Bizantini di Narsete, generale di Giustiniano, non più in pianura, ma sulle pendici del monte Ingino. Nel 772, Gubbio fu occupata dai longobardi Liutprando, Astolfo e Desiderio.

PORTA ROMANA

DESCRIZIONE

L'antica Gubbio ebbe due città romane. La prima fu il Municipium militare, attuale quartiere di S. Pietro, reticolo viario Romano Municipale.

La seconda città romana fu quella difesa dal Vallum: terreno rialzato che si eleva da viale U. Parruccini a via Allende fino al torrente Cavarello.

Municipium e Vallum avevano scopi politico-militari di presenza romana: prima l'occupazione militare, poi lo sviluppo imprenditoriale e commerciale che crearono gli Equites romani impiantando, unita al Municipiun, la città di Vallum più ricca e quindi più bramata dalle orde di barbari e così la più distrutta.

I maggiori monumenti romani si trovano nella zona del Vallum (fuori Porta degli Ortacci): Teatro Romano, Mausoleo, Terme e Ceramico.
Il Teatro Romano di Gubbio è il più capiente delle Province dell'Impero; aveva due ordini con archi che ne sostenevano la cavea: rimangono originali ventidue scalinate in quattro cunei che scendono all'orchestra ed al proscenio ove si trova il podium, alto un metro, che permetteva di far salire il sipario.

Il Teatro Romano conteneva circa 6.000 spettatori: costruito in epoca Repubblicana, fu restaurato, durante il regno di Augusto dal governatore Gneo Satrio Rufo che lasciò due dettagliati conti in pietra scritti in lingua latino-augustea e visibili presso la Pinacoteca Comunale.



IL TEATRO ROMANO

Situato in Via del Teatro Romano, é costruito in blocchi squadrati di pietra calcarea lavorati a bugnato. Ha due ordini di arcate, di cui rimangono in piedi l’ordine inferiore e alcuni archi corrispondenti alla galleria superiore. Resti di opera reticolata sono presenti nei corridoi dei vomitori.

La cavea é divisa in quattro cunei e le fasce in cui non erano presenti i gradini accoglievano probabilmente scale in legno. Il piano dell’orchestra, pavimentato con lastre di pietra calcarea, permette la raccolta delle acque piovane in una grande cisterna sotto il pulpitum. La frons scaenae ha due nicchie laterali quadrangolari e una nicchia centrale semicircolare.

Residui della decorazione architettonica sono conservati presso il Museo Civico (palazzo dei Consoli). Nello stesso Museo sono anche presenti resti di un’iscrizione di epoca augustea che si riferisce a restauri eseguiti dal magistrato della città Cneo Satrio Rufo che “...a sue spese fece il tetto delle basiliche, fissò con ferro le travi del tetto, fece il pavimento di pietra...”

Presso il teatro è presente un piccolo antiquarium realizzato sopra una domus romana.
Il Teatro Romano è ancora utilizzato per la Stagione di Spettacoli Classici nel periodo estivo.

Fu costruito probabilmente verso la fine del I sec.a.c., secondo la tecnica del periodo repubblicano, nella zona residenziale della Gubbio romana. Ha forma semicircolare con diametro della cavea di m.70, altezza di m.13 e la capienza era per 8/10 mila spettatori, poco più piccolo del Teatro Marcello a Roma.

Il teatro era completato da due basiliche che Gneo Satrio fece restaurare nel I sec.d.c.
Il teatro, caduto in disuso, divenne cava di pietra e quindi fu sommerso da terreno di riporto; nel 1561 fu riscoperto e nel tempo restaurato.


AREA DELLA GUASTUGLIA

L'area archeologica della Guastuglia comprende un intero quartiere di epoca romana con un lussuoso ed imponente edificio, probabilmente una villa, pavimentato con raffinati mosaici.
Gli ambienti della domus rivelano il grado di sviluppo dell’edilizia privata nella Gubbio romana fine I sec. a.c. Alcuni mosaici figurati sembrano riferirsi a interventi di ristrutturazione avvenuti nel corso del III-IV sec. d.c.

Da non dimenticare la domus con mosaico decorato da un emblema centrale con raffigurazione del mito di Scilla e i compagni di Ulisse.

L'area, ubicata nella zona sud orientale del centro antico, poco distante dal teatro romano, e occupata da un quartiere residenziale di epoca romana, inquadrabile tra la I'eta augustea e II tardo antico.

Del monumentale complesso pubblico-religioso ivi rinvenuto, la fase meglio nota è quella della prima età imperiale (età Giulio-Claudia, inizi I sec. d.c.), costituita dal santuario scoperto negli anni precedenti, di cui restano le strutture di fondazione, e da un portico che quest’anno si è finito di portare alla luce.

La divinità a cui il tempio era dedicato non è ancora stata individuata, ma è ipotizzare che essa appartenesse alla sfera femminile. E’ venuta alla luce anche una struttura fognaria sotterranea, e tracce di piombo lavorato e saldato hanno fatto ipotizzare l’utilizzo di una conduttura acquaria, fistula, per il trasporto delle acque. La stratigrafia del terreno all’interno del bacino soffittato a volta, fa pensare che la struttura fognaria, datata al I sec. d.c., sia stata utilizzata per almeno otto secoli per poi essere distrutta in epoca alto medievale.




Domus del banchetto

Tra le domus, la piu significativa e quella cosiddetta del "banchetto", scavata intorno al 1970 e restaurata negli ultimi decenni. La casa, orientata in senso Nord-Sud, e costruita in opus vittatum, con blocchetti di calcare uniti da malta.
Gli ambienti sono caratterizzati da una elegante decorazione pavimentale in opus signinum ed a mosaico, databile alla fine del I sec. d.c., presenta una ristrutturazione avvenuta tra la fine del III e I'inizio del IV sec. d.c.

Procedendo da sinistra, I'ambiente 1, di forma rettangolare, presenta un pavimento a mosaico, con ornato geometrico ad esagoni neri su campo bianco;
I'ambiente 2, pavimentato in opus signinum rosso, decorato con crocette e singole tessere, mostra due fasce concentriche con scala di meandri e quadrati inseriti con tessera al centro; all'intemo è un ottagono in cui sono inseriti un quadrato, un cerchio ed una stella a sette punte. Agli angoli schematiche palmette.

l'ambiente 3, in opus signinum, delimitato da tre file di tessere bianche, e decorato con ampia fascia a quadrati e meandri e riquadro centrale con rosetta a petali doppi e semplici;
I'ambiente 4 conserva un lacerto di mosaico bianco e nero, ornato da una rete di rombi e quadrati;
I'ambiente 5 rivela un mosaico figurato, inserito al posto di uno precedente, di cui si conserva la cornice a treccia, coevo a quelli prima descritti.
II pavimento, realizzato con tessere bianche, nere e rosse, risale alla fine del III, primi decenni del IV sec. d.c.

Al centro una coppia di figure femminili semisdraiate come in un banchetto, su una struttura a quattro archi, una vestita, I'altra seminuda, con mantello che copre le gambe, mentre cinge con il braccio sinistro la spalla della donna ammantata e con la mano destra porge una coppa verso un personaggio maschile in piedi a destra e nudo, forse Bacco, con il piede sinistro poggiato su una roccia, che versa un liquido, probabilmente vino, dal rhyton, sollevandolo con la mano. Sullo sfondo appare un altro personaggio maschile, vestito di corta tunica e bassi calzari, sdraiato sulle rocce, forse un cacciatore, armato con arco e faretra.

La coppia rappresenta con buona probabilità una Venere Marina con una compagna o domina, affiancati da Bacco, che versa il vino. L'iconografia della Venere marina è di solito presente nelle terme, come si vede a Ostia e a Roma.


MAUSOLEO

La sepoltura, sita in via del Mausoleo, attribuita da alcuni a Pomponio Grecino, Prefetto romano, è situata lungo via del Mausoleo.

Ha una struttura circolare in opera cementizia originariamente rivestita di grossi blocchi squadrati di calcare locale. All’interno la camera sepolcrale, molto ben conservata, ha pareti a blocchi squadrati di calcare locale e volta a botte.

Attualmente il rivestimento di lastre di marmo è andato perduto, ma l'interno è molto ben conservato. La Camera sepolcrale è di raffinata fattura con volta a botte illuminata da finestrella: la datazione del monumento è protoaugustea.

Si ritiene che sia stato il sepolcro di Genzio, re degli Illiri, dato in custodia agli eugubini dopo la sua resa nel 168 a.c.

L'edificio è alto 9 m e la stanza sepolcrale misura 6,30 x 4,72 m. Si ritiene che sia stato il sepolcro di Genzio, re degli Illiri, che fu prigioniero a Gubbio dopo la sua resa ai Romani nel 168 a.C. Altri pensano si tratti invece della tomba di un certo Pomponio Grecino.


TAVOLE EUGUBINE

La società della “Tota Ikuvina” dell’epoca è rappresentata dalle famose Tavole Eugubine, conservate nel Palazzo dei Consoli, che raccontano la città-stato italica, la sua attività amministrativa, i collegi sacerdotali, il pantheon eugubino, la topografia, i riti.

Si tratta di sette lastre di bronzo di diverse grandezze con incisioni, in parte anche sul retro, in lingua umbra, di cui cinque in caratteri etruschi, del III e II sec. a.c., e due con caratteri latini adattati alla lingua, del I sec. a.c.

Le Tavole furono rinvenute nei pressi di Scheggia nel 1444 ed acquistate in cambio di diritti di pascolo dal Comune di Gubbio. Il più notevole testo rituale di tutta l’antichità classica oltre che un documento fondamentale della lingua degli antichi Umbri.

Contengono una precisa descrizione di rituali religiosi e sacrifici della confraternita degli Atiedii, riferimenti al culto della triade Grabovia: Giove, Marte e Vofione, che nella triade romana fu chiamato Quirino e sostituito in seguito da Minerva. Vi si narra di dodici corporazioni, riunite in tre grandi gruppi: natine petrunia – lavoratori della pietra, natine vuhicia – trasportatori e sehmenies tekufies – commercianti e artigiani.

Si parla delle porte cittadine, Trebulana, Tessenaca e Vehia, delle quali solo quest’ultima è stata identificata: la Porta Vehia del IV-III sec. a.c., rinnovata nell’arco in età medievale. Vengono menzionati popoli nemici come gli Etruschi (etruskus), quelli di Terni e della Valnerina (naharskus) e quelli di Gualdo Tadino (Tarsinater), dei quali si chiede agli Dei l’estinzione.
Ma vi sono prescritti anche specifici rituali:

"...Una Volta Che, Sedendosi, Colui Che Deve Osservare I Messaggi Si È Messo A Disposizione Della Divinità Augurale, Non Si Faccia Rumore, Nè Ci Si Intrometta Con Dediche Sacre, Fino A Che Quello Che Dovrà Osservare I Messaggi Non Sarà Tornato..."

Anche se la scrittura ha i caratteri dell'alfabeto etrusco e di quello latino, la lingua non è né latina né etrusca. È il dialetto degli antichi popoli di queste terre. La difficoltà alla traduzione fece si che solo nel 1883, in un volumetto di Bucheler, fu data una interpretazione considerata definitiva, finchè nel 1940 il prof. Devoto, decifrandole con metodi più moderni e accurati, pubblicò le "Tabulae iguvinae", il più completo e preciso documento interpretativo delle tavole.


LE MURA E LE PORTE

L'umbra Iguvio era situata certamente all'interno di una cinta muraria che si può individuare lungo le attuali vie Galeotti, via XX Settembre e Via Savelli a sud. Le porte di accesso erano sicuramente tre: Trebulana, Tessenaca e Vehia (la ancora esistente porta di S.Marziale) ma forse ne esisteva una quarta in direzione nord-est.


ANTICA DISCARICA

A nord del Mausoleo si estende un grande scarico di materiale Ceramico, una fortuna, perchè i reperti sono frammenti di ceramica a vernice nera sia d'importazione che locali, tra cui ceramica figurata attica ed etrusca. Nell'antica discarica sono stati reperiti anche bronzi votivi, monete e buccheri, le sottili e nere ceramiche etrusche.


FONTANELLE

Invece in località Fontanelle è venuto alla luce un letto romano in ferro con raffigurazioni di Venere, databile al II sec. a.c. Ma c'è ben altro:

"Come era possibile prevedere, gli scavi di Via Fontanelle a Poggiomarino ogni giorno donano alla città strutture stupende, opere di alta ingegnerie idraulica ed una tecnica pittorica che fa emergere dalle pareti dipinte piante dell’antica Roma come le agavi e le ginestre, ancora oggi tanto diffuse da noi.
Subito però la meraviglia e lo stupore di ciò che emerge contrasta con la cruda realtà del mondo circostante: terreni agricoli ben curati, altri semi abbandonati, case sparse, condonate e non, alcuni artigiani e commercianti che sbuffano e spingono i potenti locali a fare presto e chiudere tutto.
Con la morte nel cuore assistiamo e siamo testimoni oculari di uno scempio già iniziato un mese fa che diventa ogni giorno più drammatico: infatti non siamo al cospetto di un piccolo ritrovamento come tanti altri della zona, ma di un insieme di strutture murarie fatte di stanze dipinte, di acquedotti, di canali, di anfore giganti, tra l’altro già affiorate nel precedente scavo-carotaggio del 2007.

La logica e la cultura di chi dirige lo scavo dovrebbe suggerire al Generale Jucci che là, in quel posto e nelle vicinanze, tutto si può fare fuorchè un impianto fognario che taglierebbe a metà un insieme di ville patronali del I sec. d.c. ben conservate, dotate di tutti i servizi igienici, sanitari, ricreativi, con suppellettili ed attrezzi per la conservazione delle derrate alimentari.
I mosaici qui rinvenuti, staccati, raccolti e portati a Pompei, SONO L’INIZIO DELLA FINE E DELLA DISTRUZIONE DI QUESTA INCREDIBILE TESTIMONIANZA STORICA, CULTURALE ED ECONOMICA che, attraverso le mura, attraverso i canali e le opere pittoriche, ci parlano e ci raccontano dal vivo, annullando 2000 anni di tempo, la vita e le opere di chi viveva proprio in Via Fontanelle, enfatizzando le proprie capacità artistiche e le conoscenze di ingegneria edile ed idraulica. "

Questa è la triste realtà, in Italia si distrugge molto più di quanto non si scavi, perchè i "palazzinari" pagano, gli scavi no.


LE TERME

Ritornando verso Porta degli Ortacci si intravede il rudere delle Pubbliche Terme. Analoga opera si ritrova a fianco del Civico Ospedale dove si è scoperto un Calidarium di altre Terme Pubbliche con mosaici geometrici e figurati, policromatici; è evidente che si tratta di un aristocratico rione Romano, in cui vi sono anche preziosi mosaici ellenistici con scene mitologiche greche.


MUSEO CIVICO

Ha sede nel Palazzo dei Consoli, in Piazza della Signoria. Vi si conservano numerosi reperti provenienti dalla città antica e dalle diverse necropoli della città: urne, stele funerarie, decorazioni a rilievo ecc.

 In una saletta sono conservate le famose “Tavole di Gubbio”, scoperte nel 1444, tavole di bronzo (III-I sec.a.c.) che recano inciso un lungo testo in umbro e latino, sulla struttura sacra e laica della città-stato italica, la sua topografia, i collegi, le divinità.

Nelle sale più recenti sono esposti i materiali della città antica e del territorio, presentati con una sistemazione metodologicamente ordinata in base a rinvenimenti topografici e a cronologia.


IL TEMPIO ROMANO

Sono emersi, infatti, i resti di un’imponente area sacra, posta proprio al centro dell’immediata periferia di Gubbio, a pochi passi dal Teatro Romano.

Le ricerche riguardano la zona posta a sud-est del santuario, mirate all’area frontale del porticato del tempio, e il tracciato della strada basolata romana. E’ previsto, inoltre, che venga intrapreso uno scavo all’interno degli ambienti della “domus della Guastuglia”. L’abitazione rinvenuta ha già restituito i resti di una pregevole pavimentazione.

L’edificio, con l’ingresso aperto a sud-est, sono di m. 7,40 x 11,54 ed i suoi muri delimitavano una cella e l’antistante pronao colonnato, come di consuetudine nei templi romani. La cella del tempio ospitava la statua di culto, che tutto fa pensare fosse femminile, di cui si è scoperta la fondazione su cui poggiava il piedistallo della statua, ubicato come consueto, sull’asse principale dell’edificio al centro della parete di fondo.

Sotto il basamento, gli scavi hanno rinvenuto, all’interno del deposito sacrificale, circa 50 contenitori per unguenti, oltre a molti oggetti in ceramica, utilizzati durante il sacrificio di fondazione del culto.
Oltre ai contenitori in ceramica è stata rinvenuta anche l’ascia in ferro usata per l’uccisione degli animali sacrificati di cui rimangono numerosi frammenti ossei. In più diversi oggetti in bronzo quali monete, anelli, una statuetta votiva antropomorfa e altre suppellettili.

Al di sotto del tempio del I sec. a.c. sono state rinvenute potenti strutture murarie più antiche, appartenute ad un'altra struttura sacra databile all’età medio-repubblicana IV-III sec.a.c.


BIBLIO

- George M. A. Hanfmann - Ritual and cults of pre-roman Iguvium - Archeological Institute of America -
- Simonetta Stopponi - La media valle del Tevere fra Etruschi ed Umbri - in Filippo Coarelli - Helen Patterson (a cura di) - Mercator placidissimus - The Tiber valley in antiquity, New research in the upper and middle river valley - Roma - Ed. Quasar - 2009 -
- Giacomo Devoto - Le Tavole di Gubbio - Firenze - Sansoni - 1977 -
- Augusto Ancillotti, Romolo Cerri - La civiltà degli Umbri - Edizioni Jama - Perugia - 1996 -
- Delia G. Lollini - La civiltà picena in Popoli e civiltà dell'Italia antica - Roma - Biblioteca di Storia Patria - 1976 -







M. TULLIO CICERONE - M. TULLIUS CICERO


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Nome originale: Marcus Tullius Cicero
Nascita: 3 gennaio 106 a.c., Arpino
Morte: 7 dicembre 43 a.c., Formia
Coniuge: Terenzia (79-46 a.c.), Publilia (46-45 a.c.)
Figli: Tullia e Marco
Padre: Marco Tullio Cicerone il Vecchio
Madre: Elvia
Consolato: 63 a.c.
Professione: Avvocato, giurista e politico


Marco Tullio Cicerone - Prima Catilinaria:
" Quousque tandum abutere, Catilina, patientia nostra?" Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?
Marco Tullio Cicerone, o Marcus Tullius Cicero, nacque ad Arpinum, 3 gennaio 106 a.c. e morì a Formiae, nel 7 dicembre 43 a.c. Famoso filosofo, politico, avvocato e scrittore della tarda Repubblica Romana.

"Marco Tullio, il padre della romana eloquenza, abitualmente, preso da poco dignitoso tremore, esordiva balbettando, come un ragazzino. Quintiliano vede in questo la prova dell'oratore di valore
(Erasmo da Rotterdam - Elogio della follia)



LE ORIGINI

Discendente di una ricca famiglia dell'ordine equestre di Arpinum, oggi località Ponte Olmo, nel territorio di Sora, ebbe come padre Marco Tullio Cicerone il Vecchio, uomo molto colto ma di origini sconosciute, come madre Elvia, una patrizia romana, e come fratello Quinto Tullio Cicerone, già milite sotto Cesare nella guerra delle Gallie, poi seguace di Pompeo contro Cesare, poi perdonato da Cesare e poi tra i congiurati contro di lui.

Era anche lontano parente di Gaio Mario, il leader dei Populares durante la guerra civile contro gli optimates di Lucio Cornelio Silla, ma ciononostante si sentì sempre dalla parte degli optimates.

Il cognomen Cicero era il soprannome di un suo oscuro antenato con una verruca sul naso, ma quando gli fu sconsigliato di utilizzare un cognomen tanto buffo, Cicerone rispose che "avrebbe fatto sì che esso diventasse più noto di quello degli Scauri e dei Catuli.", il che la dice lunga sulla consapevolezza delle proprie capacità.

Infatti emerse immediatamente negli studi di greco e dei classici, per cui il padre condusse a Roma sia lui che il fratello, introducendoli nei salotti intellettuali del tempo, soprattutto nel circolo degli oratori Lucio Licinio Crasso e Marco Antonio. Licinio rimase sempre per Cicerone un modello di oratore e di statista.



GLI INCONTRI

A Roma Cicerone poté anche formarsi come magistrato sotto il giurista Quinto Mucio Scevola. Tra i suoi compagni: Gaio Mario il giovane, Servio Sulpicio Rufo, che Cicerone molto stimò considerandolo più bravo di lui, e Tito Pomponio Attico che diventò suo grande amico. Ben presto si avvicinò alla poesia traducendo dal greco al latino Omero e i Fenomeni di Arato.

Nel 91 a.c. incontrò il filosofo epicureo Fedro in visita a Roma, ne rimase colpito ma non divenne seguace della dottrina epicurea. Nell'87 conobbe poi il maestro di retorica Apollonio Molone, lo stesso insegnante di Gaio Giulio Cesare, e Filone di Larissa, capo dell'Accademia platonica che invece Cicerone apprezzò molto pur rifiutandone il Mondo delle idee, cioè un mondo a parte dove l'idea sorge e si suddivide con una specie di gerarchia, in cui più scende più si allontana dal bene corrompendosi.

Cicerone incontrò anche Diodoto, esponente dello stoicismo, che adottò solo in parte. Lo stoicismo era un movimento filosofico che propugnava l'autocontrollo e il distacco dalle passioni, cosa bella in sè ma pericolosa, come poi dimostrerà la psicoanalisi, se non si conosce la radice delle proprie passioni.



CURSUS HONORUM

Cicerone, consapevole del suo valore, desiderava come Cesare emergere sugli altri, con dignitas ed auctoritas, simboleggiati dalla toga pretesta e dalla verga dei littori. Per questo tra il 90 e l'88 a.c., servì sotto Gneo Pompeo Strabone e Lucio Cornelio Silla durante le campagne della Guerra Sociale, pur non apprezzando la vita militare. Infatti scrisse poi al suo amico Attico: "Perché mi spedisci una statua di Marte? Sai che io sono un pacifista."

La carriera che Cicerone desiderava era di natura intellettuale ed ebbe inizio nell'81 a.c. con la prima orazione pubblica, la "Pro Quinctio", contro l'eloquenza del più celebre oratore del tempo, Quinto Ortensio Ortalo, di cui divenne poi grande amico. Ma divenne famoso con la "Pro Roscio Amerino".

E' sotto la dominazione di Silla che il giovane avvocato comincia la sua carriera. In quegli anni l'aristocrazia abusava del proprio potere; le sue rappresaglie, dopo la fine di Mario, furono molto cruente (duemila teste di cavalieri e senatori erano appena state tagliate), potendo sfruttare l'espediente delle proscrizioni, inventato da Silla, che permetteva di legalizzare l'assassinio.

Roscio non era che uno sventurato ridotto sul lastrico dalle spoliazioni dei partigiani di Silla, e siccome era stato accusato d'aver ucciso il padre, nessuno voleva difenderlo. Cicerone dimostrò facilmente l'assenza di prove e che dietro l'accusa si nascondeva uno dei più potenti liberti di Silla, il ricco e dissoluto Crisogono, che difendeva i veri colpevoli.
Cicerone lo accusò e indirettamente accusò il regime di Silla. Il successo della requisitoria fu tale che Cicerone entrò subito nelle grazie del partito democratico.

" La sua eloquenza era stata tanto degna di ammirazione quanto mai era accaduto a voce umana! " Quanta nulla umquam umana vox, cum admiratione eloquentiae auditus fuerat". (Seneca il Vecchio)



CURSUS FILOSOFICO

Roscio fu assolto, ma Cicerone, per sfuggire alla vendetta di Silla, fuggì in Grecia e in Asia minore. Ad Atene contattò l'accademia di Platone di cui era capo Antioco di Ascalona, di cui divenne discepolo, che però poco convinse Marco Tullio, più vicino a Filone di Larissa, poco incline all'autosufficienza della virtù.
A Rodi, Cicerone conobbe lo stoico Posidonio, attento alla conoscenza dei popoli sul campo e contrario allo sfruttamento della schiavitù. Secondo Cicerone, Posidonio aveva costruito un interessante planetario che riproduceva il moto degli astri. Ma più che amico di Cicerone Posidonio divenne amico di Pompeo Magno.

Cicerone in Grecia fu iniziato ai Misteri Eleusini, che lo toccarono molto, si recò all'Oracolo di Delfi, dove chiese alla Pizia come avrebbe potuto raggiungere la gloria. La sacerdotessa gli rispose che avrebbe dovuto seguire il suo istinto, e non le opinioni degli altri.



LA POLITICA

Morto Silla nel 78 a.c, Cicerone potè rientrare a Roma, e nel 77 sposò Terenzia, che oltre alla nobiltà, gli portava una cospicua dote: ben 100.000 sesterzi, alcuni poderi e degli immobili a Roma. Nel 76 si presentò come candidato alla questura, la prima magistratura del cursus honorum. I questori, eletti in numero di venti, si occupavano della gestione finanziaria, o assistevano propretori e proconsoli nel governo delle province. Riuscì a farsi eleggere per la città di Lilibeo, nella Sicilia Occidentale, dove emerse per capacità ed onestà. A Siracusa scoprì la tomba di Archimede scrivendo su di lui e sul suo planetario.

Al termine del mandato, i Siciliani gli affidarono la causa contro il propretore Verre, reo di aver dissanguato l'isola nel triennio 73-71 a.c. Cicerone pronunciò due orazioni preliminari, Divinatio in Quintum Caecilium e Actio prima in Verrem, per cui Verre, prevedendo il peggio, se ne andò volontariamente in esilio. Le cinque orazioni successive furono contro il malgoverno dei senatori permesso dalle riforme sillane. L'avvocato avversario nella causa contro Verre Quinto Ortensio Ortalo, sconfitto da Cicerone, gli cedette la sua carica ma gli restò comunque buon amico.

Le orazioni Verrine ebbero un gran successo, e nel 69 Cicerone venne eletto edile curule alla giovane età di 37 anni, nel 66 divenne pretore a 40 anni. Nello stesso anno pronunciò il suo primo discorso politico, "Pro lege Manilia de imperio Cn. Pompei", in favore dei pieni poteri a Pompeo anzichè a Lucullo per la guerra mitridatica, in opposizione al Senato, che non voleva combattere Mitridate per gli interessi commerciali col suo regno.

Sembra che il suo successo dipendesse anche dalla scelta dei clienti, non troppo odiati dalla classe dominante e in grado di pagare favolose parcelle, a volte addirittura lasciti testamentari: è stato calcolato che alla sua morte, in 30 anni di carriera, Cicerone abbia speso almeno 150 milioni di sesterzi, cioè circa 300 milioni di euro, un capitale da capogiro.


" Il suo ingegno gli propiziò abbondanza di opere e di riconoscimenti ".
 "Ingenium et operibus et praemiis operum felix". (Seneca il Vecchio Suasorie)



IL CONSOLE

Nel 64 a.c. Cicerone presentò la candidatura al consolato per l'anno successivo, appoggiato dal fratello Quinto, redattore del Commentariolum petitionis, scritta per consigliarlo nella campagna elettorale. Per chissà quali sotterfugi, Cicerone risultò eletto con il voto di tutte le centurie, insieme al patrizio Gaio Antonio Ibrida, alleato, durante la campagna elettorale, di Lucio Sergio Catilina. Poco dopo Cicerone pronunciò quattro orazioni De lege agraria contro la proposta di legge del tribuno Servilio Rullo.



CONTRO CATILINA

Durante il suo consolato Cicerone dovette ostacolare Catilina, nobile impoverito che ordì una congiura per rovesciare la repubblica. Questi contava soprattutto sulla plebe, a cui prometteva riforme e migliorie, e su altri nobili decaduti, cui prospettava uno stato più ricco. Non si sa se Catilina anelasse a un potere dittatoriale o fosse avverso ai potenti in modo incontrollato.

Dobbiamo a Cicerone la maggior parte delle informazioni su Catilina. La posizione di Cicerone si riassume nell’incipit della prima delle orazioni Catilinarie, pronunciata al Senato neel 63 a.c.:Quousque tandem, Catilina, abutere patientia nostra? (fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?)

La nota congiura di Catilina, che ha come fonte principale l'impianto accusatorio di Cicerone, è uno degli eventi più famosi degli ultimi decenni della Repubblica Romana. Secondo Cicerone, i rivoltosi avevano come progetto un incendio doloso e altri danni materiali, oltre che l'assassinio di personaggi politici, tra cui Cicerone. Due congiurati, Cornelio e Vargunteio, si sarebbero presentati a casa di Cicerone e, con il pretesto di salutarlo, avrebbero tentato di ucciderlo. Ma lui avvisato da Fulvia sarebbe scampato a quest'attentato.

Cicerone non risparmiò mezzi ed effetti speciali per mettere in cattiva luce Catilina. In attesa dell'esito della denuncia per brogli contro Murena, cosa che avrebbe assegnato la carica di console a Catilina, Cicerone si presentò al Campo Marzio circondato da una scorta "vestendo quella mia ampia e vistosa corazza, non perché essa mi proteggesse dai colpi, che io sapevo essere suo costume sferrare non al fianco o al ventre ma al capo o al collo, bensì per richiamare l'attenzione di tutti gli onesti."

Venuto a conoscenza del pericolo che lo stato correva grazie alla soffiata di Fulvia, amante del congiurato Quinto Curio, Cicerone fece promulgare dal senato un senatus consultum ultimum de re publica defendenda, cioè un provvedimento con cui si attribuivano, in situazioni di emergenza, poteri speciali ai consoli. Sfuggito poi egli stesso ad un attentato da parte dei congiurati, Cicerone convocò il senato nel tempio di Giove Statore, dove pronunciò una violenta accusa a Catilina, con il discorso noto come Prima Catilinaria. Catilina, visti i suoi piani svelati, fu costretto a lasciare Roma per l'Etruria, presso l'amico Gaio Manlio, lasciando la guida della congiura a Lentulo Sura e Cetego.

Con la collaborazione degli ambasciatori Galli Allobrogi inviati a Roma, Cicerone trascinò anche Lentulo e Cetego in senato: gli ambasciatori, incontratisi con i congiurati, che avevano dato loro documenti scritti in cui promettevano grandi benefici se avessero appoggiato Catilina, furono arrestati in modo fittizio, e i documenti caddero nelle mani di Cicerone.

Questi portò Cetego, Lentulo e gli altri davanti al senato, ma nel decidere la pena si scatenò un acceso dibattito: dopo che molti avevano sostenuto la pena capitale, Gaio Giulio Cesare propose di punire i congiurati con il confino e la confisca dei beni. Il discorso di Cesare provocò scalpore, ed avrebbe convinto i senatori se Marco Porcio Catone Uticense non avesse pronunciato un altrettanto acceso discorso in favore della pena di morte.
I congiurati furono quindi giustiziati, e Cicerone annunziò la loro morte al popolo con la formula:"vixerunt"

Catilina fu poi sconfitto in battaglia assieme al suo esercito e tutti i congiurati vennero portati nel carcere Mamertino estrangolati uno a uno. Come cittadini romani sarebbe stato loro diritto appellarsi al popolo, provocatio ad populum, la richiesta di grazia sulla quale erano chiamati a pronunciarsi i comizi delle tribù romane e in ogni caso avrebbero avuto diritto a poter scegliere l'esilio al posto della morte, anche se questo avrebbe comportato la confisca di tutti i loro beni.

Cicerone, che vantò il proprio ruolo per la salvezza dello stato, grazie alle Catilinarie, ottenne un prestigio incredibile, che gli valse l'appellativo di pater patriae. Nonostante ciò, la condanna a morte dei congiurati senza concedere loro la provocatio ad populum, cioè l'appello al popolo, che poteva decretare la commutazione della pena capitale in una pena detentiva, gli sarebbe costata cara pochi anni dopo.



LE MOGLI

Cicerone probabilmente sposò Terenzia all'età di 29 anni, nel 77 a.c. Il matrimonio, per quanto di convenienza, andò bene per 30 anni. Terenzia, di famiglia patrizia, era una ricca ereditiera, che forniva prestigio e soldi all'ambizioso Cicerone.
Inoltre una delle sue sorelle, o una cugina, era stata scelta come vergine Vestale, il che costituiva un grandissimo onore. Terenzia era una donna intelligente e dal carattere forte, e prese parte alla carriera politica di suo marito che lamentò in una lettera scritta durante il suo esilio in Grecia che "Né gli Dei che lei ha adorato adorato con tanta devozione né gli uomini che io ho servito hanno mostrato il più piccolo segno di gratitudine nei nostri confronti".

Alla fine del 47 a.c. o all'inizio del 46 Cicerone ripudiò Terenzia accusandola di averlo trascurato durante la guerra, di non averlo accolto nel giusto modo al suo ritorno e di avergli restituito la casa gravata di forti debiti.
Forse la vera ragione fu Publilia, più giovane di sua figlia, che sposò pochi mesi dopo, una ricca fanciulla orfana di padre, che viveva sola con la madre. Secondo Terenzia il nuovo matrimonio avveniva per l'amore di Cicerone per la giovinezza della fanciulla, mentre secondo Tirone, suo liberto, Cicerone era attratto solo dalle ricchezze della giovane.

Sembra probabile, perchè Cicerone fu nominato tutore di Publilia, e ne amministrò le ricchezze. Secondo altri fu Terenzia a chiedere il divorzio perchè Cicerone stava dilapidando i suoi beni.

Poco dopo il matrimonio, Tullia, figlia di Cicerone, morì di parto. Ne fu addoloratissimo e nel luglio del 45, mentre gli amici gli recavano conforto, ripudiò Publilia dopo soli sette mesi di matrimonio perchè si era rallegrata della morte di Tullia. Essendo più o meno coetanee Publilia evidentemente era gelosa di lei.



LA FIGLIA

I due divorzi furono ferocemente criticate a Roma, e questo, ma soprattutto la morte di parto della amatissima figlia Tullia a soli 31 anni, lo gettarono nella disperazione. Tullia era l'unica persona che Cicerone non criticò mai. La descrive così in una lettera al fratello Quinto: "Com'è affettuosa, com'è modesta, com'è intelligente!"

Quando lei si ammalò improvvisamente nel febbraio del 45 a.c. e morì, dopo che era sembrato che stesse guarendo, dando alla luce un figlio, Cicerone scrisse ad Attico: "Ho perso l'unica cosa che mi legava alla vita".
Attico invitò Cicerone ad andarlo a trovare nelle prime settimane dopo la morte di Tullia per dargli conforto. Nella grande biblioteca di Attico, Cicerone lesse tutto quello che i filosofi greci avevano scritto circa il superamento del dolore, "ma il mio dolore ogni consolazione sconfigge."

Cesare e Marco Giunio Bruto gli spedirono lettere di condoglianze, e così l'avvocato Servio Sulpicio Rufo, che gli spedì una lettera che in seguito fu molto apprezzata, piena di riflessioni sulla fugacità di tutte le cose. Dopo un po', Cicerone decise di abbandonare ogni compagnia per ritirarsi in solitudine nella sua villa di Astura, appena acquistata. Si trovava in un bosco solitario, ma non lontano da Napoli, e per molti mesi non fece altro che camminare per il bosco, piangendo. Scrisse ad Attico: "Io mi immergo là nel bosco selvatico e fitto la mattina presto, e vi soggiorno fino a sera".

Più tardi decise di scrivere un libro per insegnare a se stesso come superare il dolore. Questo libro, intitolato Consolatio, era estremamente apprezzato in antichità (in particolare da Sant'Agostino), ma sfortunatamente è andato perduto, e ne restano solo pochi frammenti. In seguito Cicerone progettò anche di far erigere un piccolo tempio alla memoria di Tullia, la "sua incomparabile" figlia, ma poi non portò a termine il progetto, per ragioni ignote.




CESARE

A seguito del riemergere dei contrasti tra senatori e pubblicani, e dell'accordo tra Cesare e Pompeo ai danni dell'oligarchia senatoria, Cicerone si fece da parte. L'ultima possibilità di rientrare nel gioco politico gli fu offerta nel 60 a.c., dai tre più potenti uomini del momento, ovvero Pompeo, Gaio Giulio Cesare e Marco Licinio Crasso, al primo triumvirato, di appoggiare la legge agraria a favore dei veterani di Pompeo e della plebe meno abbiente.

Cicerone, tuttavia, rifiutò per non apparire un traditore dell'aristocrazia, ma anche per l'attaccamento all'ordine legale e sociale di cui gli ottimati si proclamavano difensori. Dopo questo rifiuto e la costituzione del primo triumvirato, Cicerone si tenne fuori dalla politica ma ciò non bastò a salvarlo dalle vendette dei populares: all'inizio del 58 a.c. il Tribuno della plebe Clodio Pulcro, nemico di Cicerone per un precedente processo per sacrilegio, fece approvare una legge con valore retroattivo che condannava all'esilio chiunque avesse mandato a morte un cittadino romano senza concedergli la provocatio ad populum.

Si trattava, in realtà, di un'abilissima mossa politica di Cesare, che prima di partire per la Gallia aveva aspettato che Cicerone fosse fuggito da Roma, e che, attraverso il suo alleato Clodio, eliminava così dalla scena politica uno dei suoi avversari più temibili.
Cicerone fu processato e costretto all'esilio, ma non si diede pace,implorando le sue conoscenze perché favorissero il suo ritorno. Clodio, però, fece approvare anche una serie di altre leggi che prevedevano che Cicerone non si potesse neppure avvicinare al confine dell'Italia, e che le sue proprietà venissero confiscate.

In realtà la villa sul Colle Palatino fu addirittura distrutta, e così quelle di Formia. Nel 57 a.c. la situazione a Roma migliorò, allorché i nobili e Pompeo posero un freno alle iniziative di Clodio Pulcro, permettendo a Cicerone di tornare e ricominciare la sua lotta contro il tribuno della plebe.
Cicerone pronunciò l'orazione Pro Sestio in cui allargava il suo precedente ideale politico: l'alleanza tra cavalieri e senatori a suo avviso non era più sufficiente per stabilizzare la situazione politica. Occorreva, quindi, un fronte comune di tutti i possidenti per opporsi alla sovversione tentata dai populares.

Un anno dopo, per decreto dei comizi, Cicerone potè rientrare in patria, pronunciando quattro discorsi contro i clodiani. Poi, con l'aiuto di Catone Minore, fece in modo che il tribuno Milone, in una rissa sulla via Appia, uccidesse Clodio e altri suoi parenti. Nel 52 Cicerone assunsee la difesa di Milone, ma inutilmente, perché la folla lo costringe a fuggire.
Al processo per omicidio, Cicerone non era riuscito a pronunciare il suo discorso per il clamore della folla e per il timore che gli incutevano i partigiani di Clodio nel foro.



LA GUERRA CIVILE

Dopo essere stato nominato nel 53 a.c. al posto di Crasso, nel 51 a.c. come proconsole si recò in Cilicia, proprio mentre i rapporti tra Cesare e Pompeo si inasprivano. Durante il soggiorno lontano da Roma, i pensieri dell'oratore furono rivolti alla minaccia della guerra civile.
Tornato in patria, non cessò di invitare le parti alla moderazione ed alla conciliazione, ma i suoi inviti caddero nel vuoto anche a causa del fanatismo che spingeva Pompeo all'intransigenza nei confronti delle richieste di Cesare.

Quando Cesare varcò il Rubicone, Cicerone cercò di accattivarsene il favore, ma poi decise ugualmente di lasciare l'Italia per unirsi a Pompeo. Sbarcò, dunque, a Dyrrachium, ma, raggiunti i Pompeiani, si accorse che i salvatori della repubblica non lottavano per gli ideali, ma solo per arricchirsi cin la guerra. Dopo la grande vittoria di Cesare nella Battaglia di Farsalo nel 48 a.c., Cicerone decise di tornare a Roma, dove ottenne il perdono dello stesso Cesare nel 47 a.c.

Cicerone rivelava nelle sue opere ed in lettere ad amici come Cornelio Nepote, riguardo la personalità di Cesare:
"Non vedo a chi Cesare debba cedere il passo. Ha un modo di esporre elegante, brillante ed anche, in un certo modo si pronuncia in modo elegante e splendido... Chi gli vorresti anteporre, anche tra gli oratori di professione? Chi è più acuto o ricco nei concetti? Chi più ornato o elegante nell'esposizione?"
(Svetonio, Vite dei Cesari, Cesare, 55.)

La speranza di Cicerone di collaborare al governo di Cesare venne troncata dalla dittatura, e anche perchè Cesare l'aveva perdonato ma non avrebbe sopportato una sua avversione. allora si ritirò, iniziando le opere di carattere filosofico. A questo si aggiunse il divorzio dalla moglie Terenzia e la morte della figlia Tullia, seguita dalla separazione dalla seconda moglie Publilia, una giovinetta.



LA MORTE DI CESARE

Quando Cesare fu ucciso, il 15 marzo del 44 a.c., dai congiurati Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, Cicerone era sicuramente al corrente della congiura, ma decise di tenersene fuori, pur manifestando una grande ammirazione per Bruto, che da parte sua aveva additato alla folla Cicerone come l'uomo che avrebbe ristabilito l'ordine nella repubblica.

Cicerone, infatti, tornò ad essere uno dei maggiori leader degli Optimates, mentre Marco Antonio, luogotenente e Magister equitum di Cesare, si pose a capo dei "Populares" .
Antonio spinse il senato a una spedizione contro i Liberatores, ma Cicerone fu promotore di un accordo che, pur riconoscendo di tutti i provvedimenti presi da Cesare nel corso della sua dittatura, garantiva l'impunità a Bruto e Cassio. Da un lato Cicerone difendeva la nobilitas senatoriale e la repubblica, mentre Antonio avrebbe voluto fare suoi i progetti di Cesare ed assumerne il potere.



LE FILIPPICHE

Intanto Ottaviano, pronipote di Cesare e suo erede designato, adottò una politica filosenatoriale, il che spinse Cicerone ad opporsi più apertamente contro Antonio, definendo Ottaviano come vero erede politico di Cesare, e come uomo mandato dagli Dei per ristabilire l'ordine. Cicerone sperava che Ottaviano, divenendo un princeps salvasse la repubblica, riconoscesse il potere del senato e dello stesso Cicerone, riportando la pace.

Iniziò così tra il 44 e il 43 a.c., a pronunciare contro Antonio una serie di orazioni, le Filippiche, in ricordo di quelle pronunciate da Demostene a Filippo II di Macedonia.
Intanto, Antonio decise di marciare contro Decimo Giunio Bruto Albino, governatore della Gallia Cisalpina, e lo assediò nella città di Modena. Qui Antonio fu però raggiunto dagli eserciti consolari guidati da Aulo Irzio, Gaio Vibio Pansa e dallo stesso Ottaviano, che lo sconfissero.

Tornato a Roma, Ottaviano costituì, assieme ad Antonio e a Marco Emilio Lepido, il "Secondo triumvirato", un accordo politico secondo il quale i tre uomini avrebbero dovuto compiere una profonda riforma della repubblica.

Comunque Cicerone non ritirò le accuse rivolte ad Antonio nelle Filippiche, che allora, nonostante l'opposizione di Ottaviano, iscrisse Cicerone nelle liste di proscrizione, decretando la sua condanna a morte.



LA MORTE

TOMBA DI CICERONE A FORMIA
Cicerone lasciò allora Roma e si ritirò nella sua villa di Formia, che aveva ricostruito dopo gli episodi legati a Clodio. A Formia, però, fu raggiunto dai sicari di Antonio, che, aiutati da un liberto di nome Filologo, lo rintracciarno e uccisero.

Si narra che egli stesso, sporgendosi dalla carrozza, desse il capo ai sicari che gli tagliarono la testa. Sembra che le sue ultime parole furono (come riferisce Seneca il Vecchio):
" Che io muoia nella patria che tante volte ho salvato! " 
" Moriar in patria saepe servata ".
Il capo reciso fu posto da Antonio proprio in quel luogo [i Rostri] dove aveva parlato in quello stesso anno contro di lui ".           " Ita relatum caput ad Antonium ubi ille, ubi eo ipso anno adversus Antonium ".
(Seneca il Vecchio)
 
Poi, sempre per ordine di Antonio, gli furono tagliate le mani, o soltanto la mano destra con cui aveva scritto le Filippiche, che furono esposte in senato insieme alla testa, appese ai rostri, come monito per gli oppositori del triumvirato.

Plutarco:
"Sporgendosi dalla lettiga ed offrendo il collo senza tremare, gli fu recisa la testa. E ciò non bastò alla sciocca crudeltà dei soldati: essi gli tagliarono anche le mani, rimproverandole di aver scritto qualcosa contro Antonio."

Sconfitto Antonio, Ottaviano scelse Marco, figlio di Cicerone, come collega per il consolato, e proprio Marco comminò le pene di Antonio, facendone abbattere le statue e decretando che nessun membro della gens Antonia avrebbe più potuto essere chiamato Marco.

Plutarco racconta che quando, tempo dopo, insignito del titolo di Augusto, Ottaviano trovò un nipote che leggeva le opere di Cicerone, gli prese il libro, e lo sfogliò. Una volta che glielo ebbe restituito, disse:
"Era un saggio, ragazzo mio, un saggio, e amava la patria".



PLUTARCO  (Vita di Cicerone, 48-49):

- Cicerone, con suo fratello Quinto e il figlio di questi, si trovava a Tuscolo mentre i triumviri discutevano e preparavano le liste di proscrizione. Quando i tre ne furono informati, decisero di trasferirsi ad Astura, un paese non lontano da Anzio, dove Cicerone possedeva un podere sulla riva del mare; da lì era possibile imbarcarsi per la Macedonia e raggiungere Bruto, il cesaricida che in quella regione si era accampato con un esercito. 
Erano già in viaggio per Astura, quando Quinto e suo figlio decisero di tornare indietro; i due però, pochi giorni dopo, furono raggiunti dai sicari e uccisi. Cicerone invece riuscì a prendere il mare; presso la costa del Circeo, mentre i marinai proponevano di continuare in direzione della Grecia, Cicerone volle sbarcare. Dopo molte esitazioni, l’oratore si diresse a Gaeta, dove aveva una villa; quando vi arrivò, si sdraiò su un letto, per riposare. -

A questo punto Plutarco, cedendo al piacere degli aneddoti, racconta che alcuni corvi si ammassarono alla finestra; uno di loro s’avvicinò al letto e con il becco sollevò un po’ il mantello dal volto di Cicerone. I servi dell’oratore, avviliti per questi segni del destino che non venivano colti, convinsero il loro padrone a fuggire e lo portarono su una lettiga verso il mare. A questo punto giunsero i sicari, il centurione Erennio e il tribuno Popillio, che una volta fu difeso da Cicerone dall’accusa di parricidio; con i due vi erano alcuni soldati. Poichè:

” trovarono chiuse le porte le abbatterono; ma Cicerone non c’era e quelli che erano dentro dicevano di non sapere dove si trovasse. Si dice che un giovanetto di nome Filologo, educato da Cicerone nelle lettere e nelle discipline liberali, liberto di Quinto, fratello dell’oratore, indicò al tribuno la lettiga che si dirigeva verso il mare attraverso sentieri pieni di alberi e ombreggiati. Allora il tribuno, dopo aver preso con sè pochi soldati, fece il giro e si diresse verso l’uscita del bosco, mentre Erennio avanzava di corsa lungo quei sentieri; Cicerone se ne accorse e ordinò ai servi di deporre lì la lettiga. 
Poi, toccandosi il mento con la mano sinistra, com’era solito fare, guardò fissamente i sicari, con i capelli scompigliati e il volto logorato dai pensieri, tanto che i più si coprirono gli occhi mentre Erennio lo uccideva. 
Fu colpito al collo dopo che l’ebbe proteso fuori della lettiga, all’età di sessantaquattro anni. Su ordine di Antonio, gli tagliarono la testa e le mani con le quali aveva scritto le Filippiche. Cicerone stesso, infatti, intitolò Filippiche le orazioni contro Antonio, e ancora si usa questo nome. Quando quelle parti del corpo furono portate a Roma, Antonio stava presiedendo i comizi per le elezioni; dopo che ebbe udito ed ebbe visto, disse ad alta voce che ormai le proscrizioni erano finite. Diede l’ordine che la testa e le mani di Cicerone fossero poste sui rostri, sopra la tribuna, spettacolo tremendo per i Romani, che credevano di vedere non il volto di Cicerone, ma l’immagine dell’anima di Antonio. 
Così morì Cicerone, il più grande oratore di tutti i tempi, che un giorno, nelle gloriose giornate della lotta contro Catilina, era stato chiamato parens patriae. Cicerone pagò con la vita gli attacchi furiosi contro Antonio; ma certamente morì con l’orgogliosa consapevolezza di essere rimasto fedele, fino in fondo, agli ideali nei quali aveva sempre creduto. -





SOMNIUM SCIPIONIS (di Cicerone)

(Scipione):
Quando giunsi in Africa in qualità di tribuno militare, come sapete, presentandomi agli ordini del console Manio Manilio alla quarta legione, non chiedevo altro che di incontrare Massinissa, un re molto amico della nostra famiglia, per fondati motivi. Non appena mi trovai al suo cospetto, il vecchio, abbracciandomi, scoppiò in lacrime; poi, dopo qualche attimo, levò gli occhi al cielo e disse: 
«Sono grato a te, Sole eccelso, come pure a voi, altri dèi celesti, perché, prima di migrare da questa vita, vedo nel mio regno e sotto il mio tetto Publio Cornelio Scipione, al cui nome mi sento rinascere; a tal punto non è mai svanito dal mio cuore il ricordo di quell'uomo eccezionale e davvero invitto». 

Quindi io gli chiesi notizie del suo regno, egli mi domandò della nostra repubblica: così, tra le tante parole spese da parte mia e sua, trascorse quella nostra giornata. Poi, dopo essere stati accolti con un banchetto regale, prolungammo la nostra conversazione fino a tarda notte, mentre il vecchio non parlava di altro che dell'Africano e ricordava non solo tutte le sue imprese, ma anche i suoi detti. In séguito, quando ci congedammo per andare a dormire, un sonno più profondo del solito s'impadronì di me, stanco sia per il viaggio sia per la veglia fino a notte fonda.

Quand'ecco che (credo, a dire il vero, che dipendesse dall'argomento della nostra discussione: accade infatti generalmente che i nostri pensieri e le conversazioni producano durante il sonno un qualcosa di simile a ciò che Ennio dice a proposito di Omero, al quale, è evidente, di solito pensava da sveglio e del quale discuteva) m'apparve l'Africano, nell'aspetto che mi era noto più dal suo ritratto che dalle sue fattezze reali; non appena lo riconobbi, un brivido davvero mi percorse; ma quello disse: «Sta’sereno, deponi il tuo timore, Scipione, e tramanda alla memoria le parole che ti dirò».

«Vedi, laggiù, la città che, costretta per mio tramite a ubbidire al popolo romano, rinnova le guerre d'un tempo e non riesce a rimanere in pace?». 
(Mi indicava Cartagine dall'alto di un luogo elevatissimo e pieno di stelle, luminoso e nitido.) 
«Tu adesso vieni ad assediarla quasi come soldato semplice, ma entro i prossimi due anni la abbatterai come console e ne otterrai, per tuo personale merito, quel soprannome che fino a oggi hai ereditato da noi. Quando poi avrai distrutto Cartagine, celebrato il trionfo, rivestito la carica di censore e percorso, in qualità di legato, l'Egitto, la Siria, l'Asia, la Grecia, verrai scelto, benché assente, come console per la seconda volta e porterai a termine una guerra importantissima: raderai al suolo Numanzia. Ma, dopo che su un carro trionfale sarai giunto al Campidoglio, troverai la repubblica sconvolta dai piani di mio nipote».

«Allora occorrerà che tu, Africano, mostri alla patria la luce del tuo coraggio, della tua indole, del tuo senno. Ma per quel frangente vedo un bivio, per così dire, sulla strada del tuo destino. Quando la tua età avrà infatti compiuto per otto volte sette giri di andata e ritorno del sole e questi due numeri - ciascuno dei quali, per ragioni diverse, è considerato perfetto - avranno segnato, nel volgere naturale del tempo, la somma d'anni per te fatale, tutta la città a te solo e al tuo nome si rivolgerà, su di te il senato, su di te tutti gli uomini perbene, su di te gli alleati, su di te i Latini poseranno lo sguardo, tu sarai il solo nel quale possa trovare sostegno la salvezza della città; insomma, tu dovrai, nelle vesti di dittatore, rendere stabile lo Stato, a patto che tu riesca a sottrarti alle empie mani dei tuoi parenti». 
A questo punto, poiché Lelio aveva levato un grido e tutti gli altri avevano cominciato a gemere più vivamente, Scipione, sorridendo: «Sst! Vi prego,» disse, «non risvegliatemi dal mio sonno e ascoltate ancora per un momento il resto».

«Ma perché tu, Africano, sia più sollecito nel difendere lo Stato, tieni ben presente quanto segue: per tutti gli uomini che abbiano conservato gli ordinamenti della patria, si siano adoperati per essa, l'abbiano resa potente, è assicurato in cielo un luogo ben definito, dove da beati fruiscono di una vita sempiterna. A quel sommo dio che regge tutto l'universo, nulla di ciò che accade in terra è infatti più caro delle unioni e aggregazioni di uomini, associate sulla base del diritto, che vanno sotto il nome di città: coloro che le reggono e ne custodiscono gli ordinamenti partono da questa zona del cielo e poi vi ritornano».

A questo punto io, anche se ero rimasto atterrito non tanto dal timore della morte, quanto dall'idea del tradimento dei miei, gli chiesi tuttavia se fosse ancora in vita egli stesso e mio padre Paolo e gli altri che noi riteniamo estinti. «Al contrario», disse, «sono costoro i vivi, costoro che sono volati via dalle catene del corpo come da una prigione, mentre la vostra, che ha nome vita, è in realtà una morte. Non scorgi tuo padre Paolo, che ti viene incontro?». Non appena lo vidi, versai davvero un fiume di lacrime, mentre egli, abbracciandomi e baciandomi, cercava di frenare il mio pianto.

E io, non appena riuscii a trattenere le lacrime e potei riprendere a parlare: «Ti prego», dissi, «padre mio santissimo e ottimo: se questa è la vera vita, a quanto sento dire dall'Africano, come mai indugio sulla terra? Perché non mi affretto a raggiungervi qui?».
«No», rispose. «Se non ti avrà liberato dal carcere del corpo quel dio cui appartiene tutto lo spazio celeste che vedi, non può accadere che per te sia praticabile l'accesso a questo luogo. Gli uomini sono stati infatti generati col seguente impegno, di custodire quella sfera là, chiamata terra, che tu scorgi al centro di questo spazio celeste; a loro viene fornita l'anima dai fuochi sempiterni cui voi date nome di costellazioni e stelle, quei globi sferici che, animati da menti divine, compiono le loro circonvoluzioni e orbite con velocità sorprendente. Anche tu, dunque, Publio, come tutti gli uomini pii, devi tenere l'anima sotto la sorveglianza del corpo, né sei tenuto a migrare dalla vita degli uomini senza il consenso del dio da cui l'avete ricevuta, perché non sembri che intendiate esimervi dal compito umano assegnato dalla divinità.

Ma allo stesso modo, Scipione, sull'esempio di questo tuo avo e come me che ti ho generato, coltiva la giustizia e il rispetto, valori che, già grandi se nutriti verso i genitori e i parenti, giungono al vertice quando riguardano la patria; una vita simile è la via che conduce al cielo e a questa adunanza di uomini che hanno già terminato la propria esistenza terrena e che, liberatisi del corpo, abitano il luogo che vedi» - si trattava, appunto, di una fascia risplendente tra le fiamme, dal candore abbagliante -, «che voi, come avete appreso dai Greci, denominate Via Lattea». 

Mentre contemplavo l'universo, tutto pareva magnifico e meraviglioso. C'erano anche stelle che non vediamo mai dalle nostre regioni terrene; inoltre le dimensioni di tutti i corpi celesti erano maggiori di quanto avessimo creduto; tra di essi, il più piccolo era l'astro che, essendo il più lontano dalla volta celeste e il più vicino alla terra, brillava di luce riflessa. I volumi delle stelle, poi, superavano nettamente le dimensioni della terra. Anzi, a dire il vero, perfino la terra mi sembrò così piccola, che provai vergogna del nostro dominio, con il quale occupiamo, per così dire, solo un punto del globo.

Poiché guardavo la terra con più attenzione, l'Africano mi disse: «Posso sapere fino a quando la tua mente rimarrà fissa a terra? Non ti rendi conto a quali spazi celesti sei giunto? Eccoti sotto gli occhi tutto l'universo compaginato in nove orbite, anzi, in nove sfere. Una sola di esse è celeste, la più esterna, che abbraccia tutte le altre: è il dio sommo che racchiude e contiene in sé le restanti. In essa sono confitte le sempiterne orbite circolari delle stelle, cui sottostanno sette sfere che ruotano in direzione opposta, con moto contrario all'orbita del cielo. Di tali sfere una è occupata dal pianeta chiamato, sulla terra, Saturno. Quindi si trova quel fulgido astro - propizio e apportatore di salute per il genere umano - che è detto Giove. Poi, in quei bagliori rossastri che tanto fanno tremare la terra, c'è il pianeta che chiamate Marte. Sotto, quindi, il Sole occupa la regione all'incirca centrale: è guida, sovrano e regolatore degli altri astri, mente e misura dell'universo, di tale grandezza, che illumina e avvolge con la sua luce tutti gli altri corpi celesti. Lo seguono, come compagni di viaggio, ciascuno secondo il proprio corso, Venere e Mercurio, mentre nell'orbita più bassa ruota la Luna, infiammata dai raggi del Sole. Al di sotto, poi, non c'è ormai più nulla, se non mortale e caduco, eccetto le anime, assegnate per dono degli dèi al genere umano; al di sopra della Luna tutto è eterno. La sfera che è centrale e nona, ossia la Terra, non è infatti soggetta a movimento, rappresenta la zona più bassa e verso di essa sono attratti tutti i pesi, per una forza che è loro propria».

Dopo aver osservato questo spettacolo, non appena mi riebbi, esclamai: «Ma che suono è questo, così intenso e armonioso, che riempie le mie orecchie?». 
«È il suono», rispose, «che sull'accordo di intervalli regolari, eppure distinti da una razionale proporzione, risulta dalla spinta e dal movimento delle orbite stesse e, equilibrando i toni acuti con i gravi, crea accordi uniformemente variati; del resto, movimenti così grandiosi non potrebbero svolgersi in silenzio e la natura richiede che le due estremità risuonino, di toni gravi l'una, acuti l'altra. Ecco perché l'orbita stellare suprema, la cui rotazione è la più rapida, si muove con suono più acuto e concitato, mentre questa sfera lunare, la più bassa, emette un suono estremamente grave; la Terra infatti, nona, poiché resta immobile, rimane sempre fissa in un'unica sede, racchiudendo in sé il centro dell'universo. Le otto orbite, poi, all'interno delle quali due hanno la stessa velocità, producono sette suoni distinti da intervalli, il cui numero è, possiamo dire, il nodo di tutte le cose; imitandolo, gli uomini esperti di strumenti a corde e di canto si sono aperti la via per ritornare qui, come gli altri che, grazie all'eccellenza dei loro ingegni, durante la loro esistenza terrena hanno coltivato gli studi divini.

Le orecchie degli uomini, riempite da tale suono, sono diventate sorde. Nessun organo di senso, in voi mortali, è più debole: allo stesso modo, là dove il Nilo, da monti altissimi, si getta a precipizio nella regione chiamata Catadupa, abita un popolo che, per l'intensità del rumore, manca dell'udito. Il suono, per la rotazione vorticosa di tutto l'universo, è talmente forte, che le orecchie umane non hanno la capacità di coglierlo, allo stesso modo in cui non potete fissare il sole, perché la vostra percezione visiva è vinta dai suoi raggi».

Io, pur osservando stupito tali meraviglie, volgevo tuttavia a più riprese gli occhi verso la terra. Allora l'Africano disse: «Mi accorgo che contempli ancora la sede e la dimora degli uomini; ma se davvero ti sembra così piccola, quale in effetti è, non smettere mai di tenere il tuo sguardo fisso sul mondo celeste e non dar conto alle vicende umane. Tu infatti quale celebrità puoi mai raggiungere nei discorsi della gente, quale gloria che valga la pena di essere ricercata? Vedi che sulla terra si abita in zone sparse e ristrette e che questa sorta di macchie in cui si risiede è inframmezzata da enormi deserti; inoltre, gli abitanti della terra non solo sono separati al punto che, tra di loro, nulla può diffondersi dagli uni agli altri, ma alcuni sono disposti, rispetto a voi, in senso obliquo, altri trasversalmente, altri ancora si trovano addirittura agli antipodi. Da essi, gloria non potete di certo attendervene.

Nota, inoltre, che la terra è in un certo senso incoronata e avvolta da fasce: due di esse, diametralmente opposte e appoggiate, sui rispettivi lati, ai vertici stessi del cielo, s'irrigidiscono per la brina, mentre la fascia centrale, laggiù, la più estesa, è arsa dalla vampa del sole. Al suo interno, due sono le zone abitabili: la regione australe, là, nella quale gli abitanti lasciano impronte opposte alle vostre, non ha nulla a che fare con la vostra razza; quanto a quest'altra, invece, che abitate voi, esposta ad aquilone, guarda come vi tocchi solo in misura minima. Nel suo complesso infatti la terra che è da voi abitata, stretta ai vertici, più larga ai lati, è, come dire, una piccola isola circondata da quel mare che sulla terra chiamate Atlantico, Mare Magno, Oceano, ma che, a dispetto del nome altisonante, vedi bene quanto sia minuscolo.

Forse che da queste stesse terre abitate e conosciute il nome tuo o di qualcun altro di noi ha potuto valicare il Caucaso, che scorgi qui, oppure oltrepassare il Gange, laggiù? Chi udirà il tuo nome nelle restanti, remote regioni dell'oriente e dell'occidente oppure a settentrione o a meridione? Se le escludi, ti accorgi senz'altro di quanto sia angusto lo spazio in cui la vostra gloria vuole espandersi. E la gente che parla di noi, fino a quando ne parlerà?

E anche nel caso che quella progenie di uomini futuri desideri tramandare, di generazione in generazione, gli elogi di ciascuno di noi dopo averli appresi dai padri, tuttavia, a causa delle inondazioni e degli incendi che devono inevitabilmente prodursi sulla terra in un tempo determinato, non siamo in grado di conseguire una gloria non dico eterna, ma neppure duratura. Cosa importa, dunque, che discuta sul tuo conto chi nascerà dopo di te, se riguardo a te non parlava la gente nata prima? E questi uomini furono non meno numerosi e, senza dubbio, migliori.

A maggior ragione accade ciò, se è vero che perfino tra la gente in grado di udire il nostro nome, nessuno può lasciare di sé un ricordo che duri più di un anno. Gli uomini, a dire il vero, misurano ordinariamente l'anno solo con il volgere ciclico del sole, cioè con il ritorno di un'unica stella; quando, invece, tutti quanti gli astri saranno ritornati nell'identico punto da cui sono partiti e avranno nuovamente tracciato, dopo lunghi intervalli di tempo, il disegno di tutta la volta celeste, solo allora lo si potrà definire, a ragione, il volgere di un anno; a fatica oserei dire quante generazioni di uomini siano in esso contenute. Come un tempo il sole sembrò agli uomini venir meno e spegnersi, allorché l'anima di Romolo entrò in questi stessi spazi celesti, così, quando per la seconda volta, dalla stessa parte del cielo e nel medesimo istante, il sole verrà meno, in quell'istante, una volta che saranno ricondotte al punto di partenza tutte le costellazioni e le stelle, considera compiuto l'anno; sappi, comunque, che non ne è ancora trascorsa la ventesima parte.

Di conseguenza, se perderai la speranza di tornare in questo luogo, verso cui tendono le aspirazioni degli uomini grandi e illustri, quale valore ha mai la vostra gloria umana, che a mala pena può riguardare una minima parte di un solo anno? Se intendi, pertanto, mirare in alto e fissare il tuo sguardo su questa sede e dimora eterna, non concederti alla mentalità comune e non riporre le speranze della tua vita nelle ricompense umane: la virtù stessa, con le sue attrattive, deve condurti verso il vero onore. Quali parole gli altri pronunceranno su di te non ti riguarda, eppure parleranno; ogni discorso, comunque, è delimitato dallo spazio ristretto delle regioni che vedi e non è stato mai, sul conto di nessuno, durevole negli anni: è sepolto con la morte degli uomini e si spegne con l'oblio dei posteri
».

Dopo che ebbe così parlato, gli dissi: «Allora, o Africano, se davvero per chi vanta dei meriti verso la patria si apre una sorta di sentiero per l'accesso al cielo, io, sebbene fin dall'infanzia, calcando le orme di mio padre e le tue, non sia mai venuto meno al vostro decoro, adesso tuttavia, di fronte a una ricompensa così grande, mi impegnerò con attenzione molto maggiore». 
Ed egli: «Sì, impegnati e tieni sempre per certo che non tu sei mortale, ma lo è questo tuo corpo: non rappresenti infatti ciò che la tua figura esterna manifesta, ma l'essere di ciascuno di noi è la mente, non certo l'aspetto esteriore che si può indicare col dito. Sappi, dunque, che tu sei un dio, se davvero è un dio colui che vive, percepisce, ricorda, prevede, regge e regola e muove il corpo cui è preposto, negli stessi termini in cui quel dio sommo governa questo universo; e come quel dio eterno dà movimento all'universo, mortale sotto un certo aspetto, così l'anima sempiterna muove il fragile corpo.

Ciò che muove se stesso incessantemente, è eterno; ciò che, invece, trasmette il moto ad altro e a sua volta trae impulso da una forza esterna, poiché ha un termine del movimento, deve avere necessariamente un termine della vita. Pertanto, solo ciò che muove se stesso, in quanto da se stesso non viene mai abbandonato, non cessa mai neppure di muoversi; anzi, per tutte le altre cose che si muovono è la fonte, è il principio del moto. Non vi è origine per tale principio; dal principio si genera ogni cosa, ma esso non può nascere da null'altro; se fosse generato dall'esterno non potrebbe infatti essere il principio; e come non è mai nato, così non muore mai. Il principio infatti, una volta estinto, non rinascerà da altro né creerà altro da sé, se è vero che da un principio deve nascere ogni cosa. Ne consegue che il principio del moto deriva da ciò che si muove da sé; non può, quindi, né nascere né morire, altrimenti è inevitabile che tutto il cielo crolli e che tutta la natura, da un lato, si fermi e, dall'altro, non trovi alcuna forza da cui ricevere l'impulso iniziale per il movimento.

Siccome, quindi, risulta evidente che è eterno ciò che si muove da sé, chi potrebbe sostenere che questa natura non è stata attribuita all'anima? È inanimato infatti tutto ciò che trae impulso da un urto esterno; ciò che è animato, invece, viene sospinto da un moto interiore e proprio; tale è infatti la natura peculiare dell'anima, la sua essenza; se, dunque, tra tutte le cose l'anima è l'unica a muoversi da sé, significa certamente che non è nata ed è eterna.

Tu esercitala nelle attività più nobili. Ora, le occupazioni più nobili riguardano il bene della patria: se la tua anima trarrà stimolo ed esercizio da esse, volerà più rapidamente verso questa sede e dimora a lei propria; e lo farà con velocità ancor maggiore, se, già da quando si troverà chiusa nel corpo, si eleverà al di fuori e, mediante la contemplazione della realtà esterna, si distaccherà il più possibile dal corpo.

Quanto agli uomini che si sono dati ai piaceri del corpo, che si sono offerti, per così dire, come loro mezzani e che hanno violato le leggi divine e umane sotto la spinta delle passioni schiave dei piaceri, la loro anima, abbandonato il corpo, si aggira in volo attorno alla terra, e non ritorna in questo luogo, se non dopo aver vagato tra i travagli per molte generazioni
».
Se ne andò; io mi riscossi dal sonno.



IL FIGLIO DI CICERONE

Cicerone sperava che il figlio Marco scegliesse la sua professione, ma Marco, che voleva fare la carriera militare, nel 49 si unì a Pompeo ed al suo esercito, e partì con loro per la Grecia. Quando nel 48, dopo la sconfitta dei pompeiani a Farsalo, Marco si presentò a Cesare, questi lo perdonò. Cicerone allora lo spedì ad Atene alla scuola del filosofo Cratippo, ma Marco ne profittò per darsi ai bagordi.

Dopo l'assassinio del padre, Marco si unì all'esercito dei Liberatores, guidati da Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, ma dopo la battaglia di Filippi, nel 42, fu perdonato da Augusto. Questi, infatti, sentendosi in colpa per aver permesso che Cicerone fosse inserito nelle liste di proscrizione del "Secondo triumvirato" decise di favorire la carriera del giovane Marco. Quest'ultimo divenne, dunque, augure, e fu poi nominato prima Console nel 30 assieme allo stesso Augusto, e poi proconsole in Siria, provincia d'Asia.



LA POLITICA DI CICERONE

Il potere è del popolo, l'autorità del senato
Marco Tullio Cicerone, De Legibus

Come politico, Cicerone è sempre stato bersaglio della critica di antichi e moderni. Le accuse mossegli vanno dall'incoerenza alla vanità, alla poca lungimiranza.
Cicerone era attaccato al governo repubblicano per tradizione e per ricordo, e pure ai privilegi senatoriali e con lui molti altri che volevano salvare la repubblica combattendo per Pompeo, sicuri e probabilmente illusi che Pompeo, eliminato il suo rivale, non ne avesse gli stessi sogni di potere.

Lucano fa dire a Catone:
"Come un padre, che ha or ora perduto il figlio, prova una sorta di piacere a dirigere i riti funebri, accende con le sue mani il rogo, non lo lascia che a malincuore e il più tardi possibile, così, Roma, io non t'abbandonerò prima di averti tenuta morta tra le mie braccia. Io seguirò fino alla fine il tuo solo nome, o libertà, anche quando non sarai più che un'ombra vana".

Preoccupazione costante di Cicerone fu la difesa dello status quo e dei diritti della grande proprietà latifondista, desideroso soprattutto di acquisire presso i notabili romani il credito necessario per far parte della classe dirigente. Egli si adoperò quindi per la conservazione del potere e dei privilegi di cui godeva la classe degli optimates, per cui il potere rimanesse nelle mani dei patrizi.

Ma fu anche sostenitore dell'ideale della concordia ordinum tra il ceto equestre e senatorio divenuta poi concordia omnium bonorum, concordia di tutti i cittadini onesti, esaltandola nella quarta orazione contro Catilina: allora, per la prima volta nella storia repubblicana, i senatori, i cavalieri ed il popolo si trovarono d'accordo sulle decisioni da prendere, decisioni dalle quali dipendeva la salvezza dello stato. Cicerone si illuse che la concordia potesse durare per sempre, pur capendo che era nata su un'onda emotiva.



LA FILOSOFIA

Cicerone fu il primo degli autori romani a comporre opere filosofiche in latino. Ne era fiero, ma alcuni ritenevano disdicevole per un romano dedicarsi alla filosofia. Altri invece, erano convinti sostenitori della totale superiorità della filosofia greca, considerando solo le opere greche degne di essere lette.

Cicerone era convinto che se i Romani si fossero dedicati seriamente alla filosofia, avrebbero allora raggiunto le stesse vette dei Greci, che già avevano eguagliato nella retorica. Ma le speculazioni filosofiche erano estranee ai romani, che erano soprattutto uomini d'azione. I Romani conobbero la filosofia grazie al contatto con i Greci, ma consideravano inutile, se non addirittura deleteria, una vita spesa alla continua ricerca di un sapere che non portava nessuna gloria alla patria né alcuna ricchezza.

Il Senato arrivò, infatti, addirittura ad espellere dall'Urbe i filosofi ateniesi che vi erano giunti in visita nel 161 a.c.
La stessa nobilitas senatoriale non voleva, poi, che il popolo ed i giovani si interessassero alla filosofia, anche se sempre più persone se ne interessavano. I senatori decisero di richiamare a Roma i filosofi che avevano scacciato per prendere da loro lezioni di filosofia, vietandogli però di insegnare la filosofia pubblicamente.

A riscuotere un istantaneo successo a Roma fu lo Stoicismo, ma presto ad esso si unirono le altre dottrine, i cui esponenti arrivarono "in massa" a Roma nel corso del I sec. a.c. In poco tempo, dunque, la situazione aveva subito un totale ribaltamento, e non esisteva più uomo estraneo alla filosofia. Cicerone considerava la filosofia un valido supporto per la retorica, iniziando però a comporre opere filosofiche soltanto in tarda età, nel tempo libero.



LE OPERE FILOSOFICHE

  • Academica priora - sulla dottrina platonica.
  • Catulus (Dialogo), la prima parte dell'Academica priora, perduto.
  • Lucullus (Dialogo), la seconda parte dell'Academica priora, conservato.
  • Academici libri oppure Academica posteriora - sulla dottrina della conoscenza dell'accademia platonica.
  • Cato Maior de senectute - Catone il censore, sull'anzianità.
  • De divinatione - Sulle profezie, la critica dell'arte aruspicina. Egli stesso augure nega con dati di fatto la sua efficacia. Da quest'opera e dal terzo libro del "De natura deorum" i primi cristiani attinsero argomenti per combattere il politeismo, senza accorgersi che le stesse critiche potevano essere fatte al cristianesimo.
  • De finibus bonorum et malorum - Sui confini del bene e del male. Un dialogo in cinque libri sul sommo bene, tenendo in considerazione le due filosofie antiche stoica ed epicurea che, rispettivamente, lo classificavano come virtù e piacere.
  • De Fato - Sul Caso, giunta solo in parte, in cui viene argomentata la dottrina provvidenzialistica degli stoici.
  • De natura Deorum - Sulla natura degli Dei, scritto nel 44 a.c., subito prima della morte di Cesare, ed inviato a Bruto. Cicerone immagina una conversazione tra un epicureo, Velleio, uno stoico, Balbo, ed un accademico, Cotta, che discutono sugli Dei e sulla Provvidenza. L'ateismo dissimulato di Epicuro viene confutato da Cotta, che sembra rappresentare lo stesso Cicerone, e che confuta anche il pensiero stoico sulla Provvidenza. Cicerone è persuaso che il culto degli Dei e la loro azione sul mondo debba esercitare una profonda influenza sulla vita, fondamentale pertanto per il governo di uno stato. Cotta crede che gli Dei esistano e governino il mondo, ma lo crede, perché è un'opinione comune a tutti i popoli, e quindi è una legge della natura. In quanto alla pluralità dei Dei, li considera emanazioni del Dio unico, uno spirito libero e privo di qualsiasi elemento mortale, all'origine di tutto. Ridicolizza invece i miti, ma considerava necessaria l'esistenza degli Dei: tutti i popoli credevano, e di conseguenza credeva anche lui. sull'immortalità dell'anima, ha le stesse opinioni di Platone.
  • De officiis - Sui doveri, scritto dopo la morte di Cesare, nel 44 a.c., l'ultima opera filosofica di Cicerone, dedicata al figlio Marco. Ispirato ad un lavoro dello stoico Panezio, è divisa in tre libri: il primo tratta di ciò che è onesto, il secondo di ciò che utile, ed il terzo compara l'utile all'onesto, traendone i principi della virtus romana.
  • Laelius de amicitia - Lelio sull'amicizia.
  • Paradoxa Stoicorum - disquisizioni sui paradossi etici della scuola degli stoici, esercitazioni di casistica oratoria, spesso malgiudicate dalla critica.
  • Tusculanae disputationes - Conversazioni a Tusculum, composte nel 45, sotto la dittatura di Cesare, quando Catone Uticense era già stato costretto al suicidio e la repubblica stava morendo. Il dittatore si era dimostrato clemente, ma aveva fatto capire agli intellettuali che non avrebbe accettato opposizioni. A Cicerone, che aveva scritto un libro in memoria di Catone, Cesare aveva risposto con l'Anticato, Anticatone,, in cui criticava l'illustre morto, mostrando quale sarebbe stato il suo atteggiamento verso gli oppositori. Per Cicerone la situazione era dolorosa, sua figlia Tullia era appena morta, e la vita politica aveva perso ogni senso. Si ritirò nella villa di Tusculum filosofando sulla morte, sul dolore, sulle passioni, sulla virtù e sul suicidio, inteso come mezzo per eludere la morte.
  • De re publica - Sulla repubblica, sul modello di "La Repubblica" di Platone.
  • De legibus - Sulle leggi: composto nel 52, dopo essere stato nominato Augure. Scritto complementare al De re publica, in parte filosofico, in parte giuridico. Nel primo libro, ispirato all'opera di Platone e al trattato Sulle leggi di Crisippo, Cicerone indica l'esistenza di una legge universale, eterna, immutabile, conforme alla ragione divina, che costituisce il diritto naturale, precedente tutti gli ordinamenti. Poi passa all'analisi delle leggi in rapporto alle varie forme di governo e alle leggi romane che sono perfette. Nel secondo libro enuncia le poche imperfette, soprattutto sul culto. Forse unamanovra di propaganda, per dimostrare di essere degno della carica sacerdotale assegnatagli. Nel terzo libro analizza la natura e l'organizzazione del potere, le diverse funzioni dello stato e l'antagonismo che deve esistere tra le forze che lo costituiscono. Si chiede quale debba essere la parte dell'aristocrazia o del senato, e quale quella del popolo nel governo della repubblica. Nell'opera, il fratello di Cicerone, Quinto, è contrario al tribunato della plebe perchè pericoloso. Cicerone, pur non condividendolo, vi riconosce un pericolo per la calma e la pace. Possediamo solamente i primi tre libri dei sei del De legibus. Il quarto era dedicato all'esame del diritto politico, il quinto al diritto criminale, il sesto al diritto civile.
Cicerone è certamente il più celebre oratore dell'antica Roma. Nel Brutus egli ritiene completato con se stesso lo sviluppo dell'arte oratoria latina. Cicerone ha pubblicato da sé la maggior parte dei suoi discorsi; 58 orazioni nella versione originale, circa 100 sono conosciute per il titolo o per alcuni frammenti. I testi si possono dividere tra orazioni pronunciate di fronte al Senato o al popolo e tra le arringhe pronunciate come avvocato difensore o pubblica accusa, nonostante anche quest'ultimi abbiano spesso un forte substrato politico, come nel celeberrimo caso contro Gaio Verre, unica volta in cui Cicerone compare come accusatore in un processo penale.
Grande e raffinato oratore, eclettico e vario a seconda del pubblico di cui sa toccare emotività, timori ed interessi, cambiando continuamente tattica, per convincere il pubblico contrario e raggiungere lo scopo.

Per memorizzare i suoi discorsi Cicerone utilizzava una tecnica associativa che venne chiamata tecnica dei loci o tecnica delle stanze, associando parole o argomenti, alle stanze di una casa o di un palazzo che conosceva bene.



LE ORAZIONI
  • De domo sua ad pontifices - Sulla propria casa, al collegio pontificale, arringa in cui Cicerone contesta la consacrazione di parte della sua proprietà palatina alla Dea Libertas, decisa dal suo avversario Clodio, chiedendone la restituzione. Da questo nasce la locuzione "Cicero pro domo sua"
  • De haruspicum responso - Sul responso degli aruspici, del 56 a.c.: Clodio redige un passo sulla profanazione di alcune reliquie durante una perizia degli aruspici sul terreno di Cicerone sul Palatino e chiede la demolizione di una casa di Cicerone ivi in costruzione. Contro questa ed altre accuse Cicerone si rivolge con un appello al Senato, nel quale spiega, che la maggior parte delle accuse di Clodio si basano su indagini inadeguate.
  • De imperio Cn. Pompei - Sul comando di Gneo Pompeo, sulla legge Manilia, del 66 a.c., pronunciata di fronte al popolo in occasione dell'attribuzione, su proposta del tribuno della plebe Gaio Manilio a Gneo Pompeo di poteri speciali per la conduzione di una campagna militare contro il re del Ponto Mitridate VI.
  • De lege agraria - Sulla legge agraria (contro Rullo), 63 a.c. orazione durante il consolato, tenuta in Senato e davanti al popolo; un quarto dell'orazione è stato perduto.
  • De provinciis consularibus - Sulle province consolari, 56 a.c., pronunciata in senato sulle province consolari romane.
  • De Sullae bonis - Sui beni di Silla", 66 a.c.
  • Divinatio in Caecilium - Dibattito contro Cecilio,70 a.c.), per l'assunzione del ruolo di accusatore nel processo contro Verre. Quinto Cecilio Nigro fu sotto Verre questore in Sicilia e presentò la propria candidatura nel ruolo di accusatore. Per Cicerone egli era invischiato nelle macchinazioni di Verre.
  • In L. Calpurnium Pisonem - Contro Lucio Calpurnio Pisone, 55 a.c., accusa politica contro Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console nel 58.
  • Catilinarie In Catilinam I–IV - Contro Catilina I-IV ovvero "Le Catilinarie", 63 a.c., orazioni contro Lucio Sergio Catilina: i discorsi del 7 e dell'8 novembre 63 di fronte al Senato (I) e al popolo (II); i discorsi della scoperta e della condanna dei seguaci di Catilina, del 3 dicembre di fronte al popolo (III) e del 5 dicembre di fronte al Senato (IV).
  • In P. Vatinium - Contro Publio Vatinio, 56, orazione accusatoria contro P.Vatinio riguardo l'interrogatorio nel processo contro P.Sestio.
  • In Verrem actio prima - Prima accusa contro Verre, 70 a.c., orazione accusatoria nel processo contro Verre, accusato di concussione
  • In Verrem actio secunda I–V - Seconda accusa contro Verre I–V, discorsi mai pronunciati a causa dell'esilio volontario di Verre, ma vennero comunque pubblicati.
  • Oratio cum populo gratias egit - Ringraziamento al popolo, 57 a.c., ringraziamento a tutti coloro che hanno appoggiato il ritorno di Cicerone dall'esilio, e gli hanno permesso il rientro nella vita politica.
  • Oratio cum senatui gratias egit - Ringraziamento al senato", 57, ringraziamento a tutti coloro che in Senato hanno appoggiato il ritorno di Cicerone dall'esilio, e gli hanno permesso il rientro nella vita politica.
  • Filippiche - 43 a.c., orazioni contro Marco Antonio.
  • Pro Aemilio Scauro - In difesa di Emilio Scauro, del 54 a.c., nel ruolo di difensore.
  • Pro T. Annio Milone - In difesa di Tito Annio Milone, del 52, orazione difensiva, diversa dalla versione pubblicata, che non ebbe effetto perchè la curia era assediata dalla fazione clodiana. Dopo l'esilio di Milone viene modificata e pubblicata, con la celebre citazione "Inter arma enim silent leges", quando ci sono le armi le leggi tacciono.
  • Pro Archia poeta - In difesa di Archia, del 62 a.c., come difensore del poeta antiochiano.
  • Pro A. Caecina - In difesa di Aulo Cecina, del 69 - 71 a.c., orazione tenuta per il querelante per un'azione di rivendicazione. Il fondamento giuridico è l'interdetto de vi armata (rimedio del possessore contro lo spossessamento violento). Sostenitore della parte avversa è Gaio Calpurnio Pisone; entrambi fanno ricorso al "Giurista romano" Gaio Aquilio Gallo.
  • Pro M. Caelio - In difesa di M. Celio", 56, nel ruolo di difensore.
  • Pro A. Cluentio Habito - In difesa di Aulo Cluenzio Abito, 66, nel ruolo di difensore.
  • Pro G. Cornelio - In difesa di Gaio Cornelio, 65, come difensore.
  • Pro L. Cornelio Balbo - In difesa di Lucio Cornelio Balbo, 56, nel ruolo di difensore.
  • Pro P. Cornelio Sulla - In difesa di Publio Cornelio Silla, 62, nel ruolo di difensore.
  • Pro M. Fonteio - In difesa di Marco Fonteio, 69, nel ruolo di difensore.
  • Pro Q. Ligario - In difesa di Quinto Ligario, 46, orazione pronunciata nel ruolo di difensore di Quinto Ligario, indirizzata a Gaio Giulio Cesare in quanto dittatore.
  • Pro M. Marcello - In difesa di Marco Marcello, 46, orazione pronunciata nel ruolo di difensore di Marco Marcello, indirizzata a Gaio Giulio Cesare in quanto dittatore.
  • Pro muliere Arretina - In difesa di una donna di Arezzo, 80, nel ruolo di difensore.
  • Pro Murena - A favore di Murena, 63, nel ruolo di difensore.
  • Pro Cn. Plancio - In difesa di Gneo Plancio, 54, nel ruolo di difensore.
  • Pro P. Quinctio - In difesa di Publio Quinto, 81, il più antico discorso giuridico tradizionale di Cicerone a favore del querelante in un processo civile, sulla legittimità del sequestro preventivo eseguita dal convenuto Sesto Nevio contro il cliente di Cicerone Publio Quinto. Difensore della parte avversa è Quinto Ortensio Ortalo, giudice è Gaio Aquilio Gallo.
  • Pro C. Rabirio perduellionis reo - In difesa di Gaio Rabirio, colpevole di alto tradimento", 63, nel ruolo di difensore.
  • Pro Rabirio Postumo - In difesa di Rabirio Postumo, 54, orazione difensiva nella fase pregiudiziale del processo contro Aulo Gabinio a causa di concussione nelle province. Corruzione in connessione alla reintegrazione al trono d'Egitto di Tolomeo XII Aulete.
  • Pro rege Deiotaro - In difesa del re Deiotaro, 45, in difesa del Re Deiotaro, rivolta a Gaio Giulio Cesare.
  • Pro Sex. Roscio Amerino - In difesa di Sesto Roscio da Ameria, 80, orazione di difesa, è la prima arringa di Cicerone in un processo per omicidio. Sesto Roscio era accusato di parricidio. Durante la guerra civile un parente si era impossessato del patrimonio del padre di Roscio togliendolo ai legittimi eredi. Cicerone ottenne l'assoluzione.
  • Pro Q. Roscio Comoedo - In difesa dell'attore Quinto Roscio, 77, nel ruolo di difensore.
  • Pro P. Sestio - In difesa di Publio Sestio, 56, nel ruolo di difensore.
  • Pro Titinia - In difesa di Titinia, 79, nel ruolo di difensore.
  • Pro M. Tullio - In difesa di Marco Tullio, 72, nel ruolo di difensore.
  • Pro L. Valerio Flacco - In difesa di Lucio Valerio Flacco, 63, nel ruolo di difensore.
Cicerone nella sua prima opera conservata (De inventione I 1-5)asserisce che la sapienza, l'eloquenza e l'arte del governo hanno sviluppato un legame naturale, che ha contribuito allo sviluppo della cultura degli uomini e che dev'essere ristabilito. Quest'unità è il suo modello ideale. La separazione tra sapienza ed eloquenza sarebbe la "rottura tra linguaggio e intelletto" compiuta dalla filosofia socratica (De oratore III 61) e tenta attraverso i suoi scritti di "risanare" questa frattura.
Cicerone dichiara "io sono diventato un oratore non nelle scuole dei retori ma nei saloni dell'Accademia".



LA RETORICA
  • Brutus - libro dedicato a De oratore, l'importanza del giudizio del pubblico e una riflessione sull'oratore Ortensio, poi Cicerone rifiuta il modello dell'"Atticismo". L'opera culmina in confronto tra l'arte oratoria di Ortensio e di Cicerone stesso, presentandosi come il punto d'arrivo dell'arte oratoria. Punto principale è la critica allo stile neoattico, a cui anche il giovane Bruto appartiene, difendendo il suo stile, più ricco e magniloquente, dalla critica di essere un esempio dello stile asiano.
  • De inventione - Sul ritrovamento, 85 80 a.c., il primo di due libri di una descrizione globale della retorica, mai completata. Cicerone rinunciò a completarla, per dedicarsi al De oratore, e tuttavia fu usato come testo d'insegnamento fino al Medioevo. La parte completata tratta nel primo libro dei concetti principali della retorica, la dottrina dell'insegnamento della retorica in riferimento ad Ermagora di Temnos e il ruolo dell'oratore; il secondo libro tratta delle tecniche d'argomentazione, soprattutto nelle arringhe giuridiche, e sulle orazioni di fronte al popolo e in occasione di celebrazioni.
  • De optimo genere oratorum - Sulla miglior arte dell'oratoria, del 46 o 50 a.c., introduzione alla traduzione delle orazioni di Demostene ed Eschine, per e contro Ctesifonte.
  • De oratore - Sull'oratore, del 55 a.c. in forma di dialogo, i cui protagonisti sono Lucio Licinio Crasso e Marco Antonio, esempi, secondo Cicerone, dei più grandi oratori della generazione precedente. Nel I libro è Crasso (portavoce di Cicerone) ad esporre la tesi principale dell'opera ossia che il buon oratore deve avere un'approfondita conoscenza dell'argomento da trattare,contrario ad alcuni retori greci che ritenevano sufficiente una formazione basta su regole, tecnicismi ed esercizi per affrontare qualsiasi discorso. Il II libro tratta invece delle "parti" in cui si suddivide la retorica, cioè l'inventio, la dispositio e la memoria; nel III libro si parla dello stile, cioè l' elocutio, e dell'actio, cioè del comportamento durante l'orazione.
  • Orator - L'oratore, del 46, dedicata a Marco Giunio Bruto, descrive un modello ideale del perfetto oratore. Mentre gli atticisti, come Bruto, seguono uno stile sobrio e preciso, e gli asiani prediligono uno stile magniloquente, Cicerone ritiene che il perfetto oratore, come Demostene, deve dominare tutti gli stili e saper passare da uno all'altro con naturalezza. Per questo motivo bisogna dedicarsi soprattutto alla formazione filosofica: solo così potrà svolgere i tre compiti dell'oratore: probare, delectare, flectere (dimostrare, divertire, convincere), ben ordinati e descritti.
  • Partitiones oratoriae - Partizione dell'arte oratoria, del 54, una sorta di manuale della retorica, nella forma di domanda e risposta tra padre e figlio.
  • Topica - del 44, scritti nel viaggio in Grecia, su sollecitazione dell'amico Gaio Trebazio Testa, trattano della dottrina dell'inventatio divulgata da Aristotele, ovvero l'arte di saper trovare gli argomenti. In questa produzione retorica vengono considerati i luoghi (topoi) come spunto per ogni genere di argomento ed utilizzabili per qualunque disciplina (poesia, politica, retorica, filosofia, ecc.)


OPERE PERDUTE

Tra le opere tardive di Cicerone ci sono scritti consolatori, storiografia, poesiee traduzioni, per la maggior parte perdute.

Delle poesie restano varie citazioni che dimostrano l'influenza di uno dei più importanti poeti latini, Gaio Valerio Catullo e di altri neoterici. Tra le traduzioni sono rimasti vasti frammenti del lavoro compiuto sul Timeo (dialogo) di Platone, che Cicerone forse mai pubblicato. Restano frammenti di una libera traduzione, Aratea, dei Fenomeni celesti del poeta ellenistico Arato di Soli.

Le epistole di Cicerone furono riscoperte tra il 1345 e il 1389 da Petrarca e dal cancelliere e umanista Coluccio Salutati, circa 864 lettere, che svelano vari aspetti del suo carattere.
Le epistole furono raccolte e archiviate dal segretario di Cicerone, Tirone, fra il 48 e il 43 a.c., divise in:
Epistole agli amici, tra cui:
Epistulae ad M. Brutum - Epistole a Marco Giunio Bruto
Epistulae ad Atticum - Epistole ad Attico
Epistulae ad familiares, tra cui:
Epistole al fratello Quinto Tullio Cicerone

Lo stato: è ciò che appartiene al popolo, ed un popolo non è qualsiasi insieme di persone, ma una società organizzata che ha per fondamento l’osservanza della giustizia e la comunanza d’interessi.
Il Popolo: unione di cittadini con leggi ed interessi comuni. La causa prima che spinge gli uomini ad unirsino n è come si potrebbe pensare solo il bisogno di reciproco aiuto, ma bensì una naturale inclinazione dell’uomo stesso a vivere insieme. Ogni stato per essere stabile deve essere retto da un’autorità giudicante.

Il governo quindi deve essere affidato:
Ad un uomo solo: Monarchia (degenera in Tirannide).
Ad uomini scelti: Aristocrazia (degenera in oligarchia).
Al popolo: Democrazia (degenera in oclocrazia).

Monarchia: Quando tutto il potere è nelle mani di un uomo solo, noi chiamiamo re colui che governa e regna tale forma di costituzione politica. Tuttavia, nei regimi monarchici, la massa dei cittadini è esclusa dall’esercizio dei diritti politici.
Diremo invece che uno stato è governato dai migliori, quando solo al potere gli uomini più autorevoli ed illustri. Ma, in tali governi, viene soppressa la libertà in quanto si priva il popolo di una partecipazione effettiva al potere pubblico.
E infine diremo che una costituzione è democratica quando il potere è esercitato da il popolo, condizione per nulla augurabile. Ma in esse l’eguaglianza dei diritti politici è sbagliata perché non ammette distinzioni secondo meriti individuali.

La crocefissione: Cicerone, ben calato nella cultura del suo tempo e testimone fedele della società e del suo sentire, in più passaggi definisce la crocifissione supplizio atroce ed incivile. Ricordiamo l’emozionante difesa di Rabirio accusato da Labieno di aver ucciso il tribuno della plebe L. Apuleio Saturnino. Cicerone insiste sul fatto che molte sono le cose disonorevoli: l’ignominia di una condanna pubblica, la confisca dei beni, l’esilio, ma in tutte queste, sottolinea, rimane la parvenza della libertà. «Se siamo minacciati di morte, moriamo almeno da uomini liberi: che il carnefice, che la velatura del capo, che il nome stesso della croce (capitis et nomen ipsum crucis) restino lontani non solo dal corpo dei cittadini romani, ma anche dai loro pensieri, dai loro occhi, dalle loro orecchie (non modo a corpore civium Romanorum sed etiam a cogitatione, oculis, auribus)».


L'UMORISMO

Vedendo un busto marmoreo che raffigurava suo fratello Quinto, uomo di bassa statura, Cicerone osservò "Che strano! Mio fratello è più grande quando è mezzo che quando è intero".

Anche il marito della figlia, non era alto, e vedendolo indossare l’armatura e le armi di legionario, Cicerone chiese ai presenti: "Chi ha legato mio genero alla spada?".

In un dibattimento in tribunale, l’oratore Pontidio chiede alla corte: "Che uomo è mai uno che si fa cogliere in flagrante adulterio?". "Lento" sentenziò Cicerone.

Un certo Vibio Curione aveva il vezzo di abbassarsi l'età e Cicerone: "Ma allora quando andavamo a scuola insieme non eri ancora nato?".

Saputo che Fabia Dolabella asseriva di avere trent’anni, Cicerone assentì: "E’ vero! Sono vent’anni che glielo sento dire."

Cicerone non aveva nobili natali per cui il patrizio Metello Nepote lo derideva, durante le udienze in tribunale, chiedendogli chi era suo padre. Ma Cicerone: "Per quanto ti riguarda, invece, tua madre ti ha reso difficile rispondere a questa domanda!"


BIBLIO

- Tiziano Colombi - Il segreto di Cicerone - Palermo - Sellerio - 1993 -
- Pierre Grimal - Cicerone - Edizioni Scientifiche Italiane - Napoli - 1986 - altre ediz. - Garzanti - Milano - 1987 -
- Luciano Perelli - Il De republica e il pensiero politico di Cicerone- Torino - Giappichelli - 1977
- E. Narducci - Introduzione a Cicerone - Bari - Laterza - 2005 -
- Luciano Perelli - Il pensiero politico di Cicerone: tra filosofia greca e ideologia aristocratica romana - Scandicci - La Nuova Italia - 1990 -
- S. C. Utcenko - Cicerone e il suo tempo - Editori Riuniti - 1975 -
- Emanuele Narducci - Cicerone e l'eloquenza romana: retorica e progetto culturale - Roma-Bari - Laterza - 1997 -
- G. Boissier - Cicerone e i suoi amici (Cicéron et ses amis) - traduz. di Carlo Saggio - BUR - 1959 -
- A. Everitt - Cicero - A turbulent life - Londra - John Murray Publishers - 2001 -
- C. Fruttero, Franco Lucentini - La morte di Cicerone - Nuovo Melangolo - 1995 -



 

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