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TITO FLAVIO SABINO - FLAVIUS SABINUS


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Nome: Titus Flavius Sabinus
Nascita: Cittareale, 8 d.c.
Morte: Roma, 20 dicembre 69 d.c.
Gens: Flavia
Padre: Tito Flavio Sabino
Madre: Vespasia Polla
Figli: Tito Flavio Sabino
Fratello: Vespasiano
Nipoti: Tito Flavio Clemente, Tito Flavio Sabino
Consolato: 47


Tito Flavio Sabino, ovvero Titus Flavius Sabinus (ante 9 Cittareale – Roma 69) è stato un politico romano, fratello dell'imperatore Vespasiano.

Secondo alcune ardite congetture si è pensato che Sabino potrebbe essere stato il Teofilo accennato nella Bibbia sia nel Vangelo di Luca sia negli Atti degli apostoli.

Il nome Teofilo in effetti è presente nel Nuovo Testamento, là dove l'evangelista Luca indirizza il suo vangelo e il libro degli "Atti ad un uomo" così chiamato, ritenuto da alcuni un ufficiale romano, ma senza prova alcuna, sembra più logico dedurre, in virtù del suo significato. (Teofilo = che ama Dio) che sia un nome generico riferito a tutti i cristiani.

Del resto il nome Teofilo è un nome greco più che un nome romano, e comunque, non solo il greco era piuttosto diffuso a Roma, ma questo nome, non avendo un significato cristiano, era riferito a tutti gli uomini di una qualsiasi religione che fossero piuttosto pii, rispettosi degli Dei, o aspiranti a cariche sacerdotali.



LE ORIGINI

Tito Flavio Sabino nacque come figlio primogenito da Tito Flavio Sabino e Vespasia Polla, ed ebbe un figlio, anch'egli chiamato Tito Flavio Sabino. Dal nome si evince comunque una lontana discendenza sabina.

TEMPIO DI GIOVE CAPITOLINO
I sabini a Roma del resto dettero origine a diverse gentes: Clauda, Ostilia, Camilla, Valeria, Publicola, Messala, Gotta, Vtia, Cornelia, Lucrezia, Silla, Scipione, Lentula, Petronia, Manlia, Marcella, Plinia, Calpurnia, Emilia, Aurelia, Pomponia, Sertoria, Fulvia e Flavia.

I soli Claudi Regillesi diedero a Roma sette censori, cinque dittatori, ventotto consoli e tre imperatori (Tiberio, Claudio, Nerone).

Il padre era figlio di Tito Flavio Petrone (nonno di Vespasiano), che apparteneva a una nobile e ricca famiglia equestre di Reate (Rieti), e che aveva molti possedimenti terrieri nell'alta Sabina, ed è considerato il figlio del capostipite della dinastia Flavia.



TITO FLAVIO PETRONE

Fu il nonno di Vespasiano e di Tiro Flavio Sabino e visse nel I sec. a.c. Tito Flavio Petrone. Figlio di un locatore di braccianti (manceps operarum) proveniente dalla Gallia Cisalpina (Transpadana) che erano soliti emigrare ogni anno dall'Umbria alla Sabina per coltivare i campi. Evidentemente erano dei sabini emigrati in Transpadania che avevano conservato le loro terre nella Sabina.

SABINO PADRE
In seguito tornò  a Reate (Rieti), nella Sabina, dove si era sposato con Tertulla, da cui ebbe un figlio di nome Tito Flavio Sabino, futuro padre dell'imperatore romano Vespasiano e del Tito Flavio Sabino di cui sopra. 

Combatté per Gneo Pompeo Magno durante la guerra civile contro Cesare come centurione ma, fuggito dopo la battaglia di Farsalo, venne perdonato dal magnanimo Cesare che gli concedette il congedo con onore e si mise a recuperare i crediti per vendite all'asta (argentarius).

Gli argentari erano banchieri privati, non sottoposti al controllo dello stato,che esercitavano il loro mestiere nelle tabernae del foro, in negozi o in banchi di proprietà statale dove si occupavano del cambio della moneta, di operazioni bancarie e creditizie nonchè di speculazioni finanziarie.



CURSUM HONORUM


- Tito Flavio Sabino, con il suo fratello minore Vespasiano, il futuro imperatore, partecipò alla conquista romana della parte sud-occidentale dell'isola britannica nel 43, durante il regno dell'imperatore Claudio. dimostrandosi ottimo ufficiale prima e poi ottimo comandante.
- Diventò console suffetto nel 47, in sostituzione di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico IV, che ricoprì il consolato in qualità di princeps, ma solo per sei mesi.
- Fu governatore della Mesia dal 50 al 56
VESPASIANO
- Venne nominato praefectus urbi dal 56 al 69; poiché Lucio Pedanio Secondo è attestato per questa carica nel 61, è possibile che Sabino abbia servito per due volte come praefectus.

Sabino fu un grande sostenitore di suo fratello Vespasiano, il che conferma lo spirito generoso della famiglia, che degenerò solo con Domiziano.

Infatti quando Vespasiano si trovò in difficoltà finanziarie mentre era governatore dell'Africa, Sabino gli prestò molto denaro, e mentre Vespasiano era governatore della Giudea, Sabino fu la sua fonte di informazioni e di relazioni sugli eventi che accadevano a Roma e sulla gente che contava in quegli eventi. Sabino istituì in quell'occasione una rete di informatori segreti e di corrieri postali ultraveloci e organizzati come pochi avrebbero saputo fare.

Egli da lontano raccoglieva consensi ed amicizie per il fratello con cui svolgeva una fitta corrispondenza. Sembra che in famiglia vi fosse un grande accordo tra parenti, lo dimostra la moneta qui a fianco, fatta emettere da Vespasiano in onore di suo padre, che nella moneta viene appunto citato come Padre dell'Imperatore.


LA DISTRUZIONE DEL CAMPIDOGLIO

Nel 69, l'anno dei quattro imperatori, quando Vespasiano tornò a Roma, la guerra si scatenò per le strade, con le varie fazioni che si combatterono lungo le vie della città.

VERULANA GRATILLA
Il prefetto del pretorio Flavio Sabino, sapendo che Vitellio voleva abdicare, scrisse ai tribuni delle coorti di tenere a freno i soldati, ed i senatori più autorevoli, gran parte dei cavalieri e tutti i vigili e le milizie urbane riempirono la sua casa.

Gli comunicarono il malcontento della folla e delle coorti germaniche, esortandolo ad affrontare con le armi gli avversari del partito flaviano.

Scontratosi poi con una folla di rivoltosi Sabino dovette fuggire e arroccarsi sul Campidoglio, con le sue milizie, alcuni senatori, dei cavalieri, e alcune donne, fra cui Arria, Fannia (di cui nulla sappiamo) e Verulana Gratilla.  

Tacito, nel Libro III delle sue «Historie», ci fa sapere che tra i difensori c'erano delle donne, e, tra queste, una verolana, Gracilia, la bella moglie di Giulio Aruleno Rustico, la quale si distinse per il suo grande valore: 

« Subierunt obsidium eticam foeminae inter quas maxime insignis Verulana Gratilla, neque liberos neque pro.pinquos, sed bellum secuta » 

(«subirono l'assedio anche alcune donne, fra le quali la nobilissima verulana Gratilla, dei Pomponi, che non segui né figli, nè parenti, ma la sua fazione») "

(Giuseppe Trulli, Tutta Veroli Vol. I - VEROLI, pagine di storia, eventi, personaggi)

TITO FIGLIO DI VESPASIANO
Sabino riuscì a fare giungere al Campidoglio i figli ed il nipote Domiziano, ed a fare uscire messaggeri per gli eserciti Flaviani, chiedendo aiuto, poi inviò il primipilo Cornelio Marziale da Vitellio chiedendo di non assalire il Campidoglio. 

Vitellio diede la colpa ai soldati e fece fuggire Marziale da un passaggio segreto per farlo tornare alla rocca capitolina. I Vitelliani, decisi a uccidere gli oppositori, procedettero attraverso il Clivo Capitolino. 

A destra di questo Clivo c'era un antico porticato, dal cui tetto i Flaviani colpivano con sassi e tegole i Vitelliani che risposero lanciando fiaccole sul portico per incendiare la porta di accesso, che Sabino aveva fatto però barricare barricata con le statue che aveva fatto abbattere.

Altri Vitelliani attaccarono però il Campidoglio da sud per i cento gradini della rupe Tarpea e da nord, dalla parte dell'Asylum (Piazza del Campidoglio), dove due edifici contigui erano tanto alti da raggiungere il livello del terreno sul quale sorgeva la rocca. 

Un incendio si propagò raggiungendo il tempio di Giove, si estese ai portici del tempio, e presero fuoco le aquile di legno vecchissimo del frontone; così bruciò il Campidoglio. Tacito lo descrive come l'avvenimento "più luttuoso e deplorevole per lo stato e il popolo umano" dalla fondazione della città.

I Flaviani erano sbigottiti e pure Flavio Sabino era inerte ed inebetito, incapace di prendere una decisione, si che tutti cercarono la fuga I Vitelliani ebbero la meglio e massacrarono chiunque si oppose.
DOMIZIANO
Flavio Sabino, senza armi e non intenzionato a fuggire, fu circondato con il console aggiunto di novembre e di dicembre Quinzio Attico.

Domiziano riuscì a fuggire nascondendosi presso il custode del tempio e, grazie all'aiuto di un liberto, poté nascondersi, in veste di lino, nella turba dei sacrificatori e raggiungere la casa di un cliente del padre, vicino al Velabro, dove rimase nascosto. 

Gli altri sfuggirono al massacro con vari espedienti, chi travestito da servo, chi aiutato dalla lealtà di clienti, chi nascosto fra bagagli, e chi, venuto a conoscenza della parola d'ordine nemica ne fece uso.

Flavio Sabino e Quinzio Attico vennero poi condotti in catene da Vitellio che tentò inutilmente di intercedere in suo favore. Sabino fu trafitto ed il suo corpo straziato e decapitato venne fatto rotolare nelle Scale Gemonie. Ad ogni modo Vitellio di oppose al supplizio dell'altro console, Attico, grato che si fosse addossato la colpa dell'incendio del Campidoglio. A Vitellio verrà poi fatta fare una fine molto simile a quella di Sabino, straziato e decapitato.

Sabino aveva servito onorevolmente l'impero per 35 anni, era stato per 7 anni governatore della Mesia e per 8 anni, a intervalli, prefetto dell'Urbe. Purtroppo Vespasiano non aveva fatto in tempo a soccorrere il fratello, messo a morte dai seguaci di Vitellio, (imperatore dal 16 aprile al 22 dicembre del 69), per cui Flavio sabino non poté assistere, come avrebbe desiderato, all'incoronazione di suo fratello come Imperatore di Roma.


BIBLIO

- Cassio Dione Cocceiano, Historia Romana
- Svetonio, De vita Caesarum libri VIII - Vita del divo Vespasiano -
- Pietro Nelli, L'imperatore dalle umili origini. Titus Flavius Vespasianus, Roma, Lulu, 2010 -
- Charles Leslie Murison - Tiberius, Vitellius and spintriae - in Ancient History Bulletin - I - 1987 -
- Filippo Coarelli (a cura di) - Divus Vespasianus: il bimillenario dei Flavi, Milano, Electa, 2009 -


TEMPIO DI VESPASIANO E TITO


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RICOSTRUZIONE GRAFICA (By Gilbert Gorski)

Tito Flavio Vespasiano, ovvero Titus Flavius Vespasianus, meglio conosciuto come Vespasiano, fu un imperatore romano, che governò fra il 69 e il 79 col nome di Cesare Vespasiano Augusto.

Fu il fondatore della dinastia flavia, fu il quarto a salire al trono nel 69 (l'anno dei quattro imperatori) ponendo fine a un periodo d'instabilità seguito alla morte di Nerone.

Il tempio del Divo Vespasiano, a lui intitolato, o tempio di Vespasiano e Tito, è un tempio situato a Roma, ai piedi del Campidoglio verso il Foro Romano e dedicato all'imperatore Vespasiano, divinizzato dopo la sua morte (23 giugno 79).

RICOSTRUZIONE GRAFICA

DESCRIZIONE

Il Tempio sorge sulle pendici del Campidoglio, a ridosso del grande muro di sostruzione del Tabularium, al quale si appoggia il basamento del tempio, occupando lo spazio tra il tempio della Concordia e il portico degli Dei Consenti.

L'edificio era lungo m 33 e largo 22 ed era costituito da un'ampia cella preceduta da sei colonne, più due davanti alle ante, tutte
di ordine corinzio.

Lo costeggia dinanzi il "Clivo Capitolino" (clivus Capitolinus), la via percorsa dal corteo trionfale per salire sul colle, che lo separa dal tempio di Saturno. Per la sua costruzione dovettero sbarrare una scala che permetteva l'accesso dal basso al Tabularium.

Al tempio si accedeva mediante una scalinata frontale, ma per la ristrettezza dello spazio questa terminava, tra una colonna e l'altra, oltre la linea della facciata.

Aveva un colonnato solo frontale di sei colonne più due in corrispondenza delle ante.

All'interno della cella vi era un podio, sempre in cementizio, rivestito da blocchi di travertino, a loro volta ricoperti di marmo. Alcuni elementi dello zoccolo modanato in marmo sono conservati sul posto.

Le pareti della cella, in blocchi di travertino rivestiti di marmo, erano decorate con un ordine di lesene, che proseguiva con le stesse proporzioni l'ordine di colonne del pronao.

Sul podio si ergevano le statue dei due imperatori divinizzati.

Difatti il tempio fu dedicato anche a suo figlio Tito: ciò fa dedurre che la costruzione del tempio, iniziata subito dopo la morte di Vespasiano avvenuta nel 79 d.c., terminò ad opera dell'altro figlio, Domiziano, dopo la morte del fratello Tito avvenuta nell'81 d.c.



I RESTI

Del colonnato oggi rimangono soltanto le tre colonne corinzie, alte m 15,20, che sorreggono un frammento di architrave sul quale vi è un fregio rappresentante strumenti sacrificali e un frammento di iscrizione: (r)estituer(unt), ossia "restaurarono".

Questo frammento, insieme all'iscrizione completa trasmessaci dal cosiddetto Anonimo di Einsiedeln, un pellegrino dell'VIII secolo che trascrisse una serie di note del suo viaggio a Roma, permise di identificare il Tempio:

DIVO VESPASIANO AUGUSTO S.P.Q.R. / IMP. CAES. SEVERUS ET ANTONINUS PII FELICES AUG. RESTITUER.

La trabeazione, ancora quella di epoca flavia, è formata da una cornice con mensole e da un fregio-architrave, che sulla fronte fu interamente occupato dall'iscrizione severiana, realizzata rilavorando i blocchi della fase precedente (con iscrizione sul fregio e architrave decorato). Sui lati invece il fregio è decorato con strumenti sacrificali e bucrani in corrispondenza delle colonne e delle lesene.

Si conserva solo un breve tratto di uno dei muri laterali, mentre il retro si appoggiava completamente alla sostruzione del Tabularium: il tempio mancava quindi completamente del lato posteriore.

Dell'interno della cella è visibile il podio sul centro del lato di fondo, dove erano poste le statue. Le pareti interne erano decorate da due ordini colonnati sovrapposti, di cui resta traccia di quello inferiore.

Il tempio fu restaurato da Settimio Severo e Caracalla, anche se dovette essere un'opera assai limitata, perchè quanto resta dell'edificio appartiene tutta all'edificio originario.
Il tempio, iniziato sotto Tito e completato da Domiziano, viene citato per la prima volta dalle fonti antiche nell'87.

La dedica originaria si riferisce al solo Vespasiano, nonostante il suo completamento sia avvenuto dopo la morte del figlio e successore Tito, che pure venne divinizzato come divus Titus.

Da una veduta di Domenico Ghirlandaio, si scopre che già agli inizi del XVI sec. l'edificio era nelle condizioni attuali, con le sole tre colonne dell'angolo destro della facciata ancora in piedi.

Nel XIX secolo il progressivo interramento aveva quasi raggiunto i capitelli delle tre colonne rimaste, quando gli scavi del 1811 sotto la direzione del Valadier, liberarono i resti dell'edificio, permettendo il recupero dei frammenti della trabeazione ora ricomposti all'interno della galleria del Tabularium (nei Musei Capitolini). Sia la scala che parti del podio sono stati reintegrati nei restauri del 1811.


BIBLIO

- Filippo Coarelli, Guida archeologica di Roma, Arnoldo Mondadori Editore, Verona 1984.
- Filippo Coarelli - I templi dell'Italia antica - Milano - 1980 -- Mary Beard, John Henderson - Classical Art: From Greece to Rome - Oxford University Press - 2001 -
- Ranuccio Bianchi Bandinelli, Mario Torelli - L'arte dell'antichità classica - Etruria-Roma - Utet - Torino 1976 -
- Rodolfo Lanciani - Ancient Rome in the Lights of Recent Discoveries - Boston - New York - Houghton - Mifflin and Co. - 1888 -  L'antica Roma - Roma - Newton e Compton - 2005 -






FORO DELLA PACE


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Il Foro o Tempio della Pace è uno dei Fori Imperiali di Roma, il terzo in ordine cronologico, definito dai contemporanei come una delle meraviglie del mondo (Plinio, Naturalis Historia).

Esso venne concepito come un'altra grande piazza, separata dal Foro di Augusto e da quello di Cesare dalla via dell'Argileto, che metteva in comunicazione il Foro Romano con la Suburra, e più spostata verso la Velia, in direzione del Colosseo. Inizialmente separato dal Foro di Cesare e da quello di Augusto venne con essi posto in collegamento grazie alla costruzione del Foro di Nerva.

Fu costruito dall'imperatore Vespasiano, nel 75 d.c., come un vasto quadrilatero circondato da portici, con il tempio inserito nel portico del lato di fondo. L'area aveva una superficie di 135 m. x 100.

La zona centrale non era però lastricata come una piazza, ma ornata con siepi, alberi e piante, con vasche d'acqua, erme e statue, vialetti e panchine, come i giardini dei ricchi Horti romani.

Questo complesso non fu considerato in origine come uno dei Fori Imperiali, se non in epoca tarda, citato come "Foro della Pace", conosciuto in precedenza con il nome di Tempio della Pace.

Il monumento nacque per celebrare la conquista di Gerusalemme da parte di Tito Vespasiano. In seguito ad un incendio il complesso venne ricostruito almeno in parte in epoca severiana agli inizi del III secolo d.c., nella epoca della Forma Urbis Severiana, la pianta marmorea di Roma antica incisa sulle lastre di marmo che ne rivestivano la parete di uno degli ambienti, giunta parzialmente fino a noi. La pianta del complesso ci è nota proprio grazie alla Forma Urbis.

La piazza aveva portici sui tre lati laterali, con varie nicchie e statue, mentre il lato frontale era decorato da colonne in marmo africano. Il lato opposto all'entrata principale era centrato sul tempio.



IL FORO

Sul fondo del Foro si apriva il tempio della Dea Pax, che si estendeva sino alla collina della Velia, distrutta negli anni Trenta per costruire la Via dell’Impero e su cui era stata eretta nel IV sec. la Basilica si Massenzio. Era costituito da una grande aula absidata, che si apriva come un’esedra sul fondo del portico; nella sua abside era conservata la statua della Dea purtroppo non pervenuta.

Il tempio, circondato da edifici simmetrici, ospitava:
- una biblioteca greca e una latina,
- le spoglie di Gerusalemme col tesoro del tempio di Salomone
- e un museo pubblico, con una ricchissima serie di opere d'arte greche fatte trasportare da Vespasiano,
- oltre alle opere d'arte razziate da Nerone in Grecia e Asia Minore per abbellire la Domus Aurea, quali:
- i gruppi dei Galati, provenienti da Pergamo,
- il Ganimede di Leochares,
- le statue di Fidia e di Policleto
- e i dipinti di Nicomaco.

Con un pronao a sei colonne, un'aula absidata e l'altare nella piazza antistante, il tempio era inglobato nel portico, tranne per l'avancorpo del pronao. La piazza diveniva così un elemento del tempio stesso, "abbracciata" dai colonnati che da esso si dipanavano, un po' come S.Pietro è la Basilica ma pure la piazza.

Il Foro andò distrutto per un incendio nel 192 d.c. e venne ricostruito da Settimio Severo; a questa ricostruzione risalgono due ambienti dell'area meridionale, presso l'angolo della Basilica di Massenzio, utilizzati nel IV sec. d.c. per la costruzione della chiesa dei Santi Cosma e Damiano. Nel primo ambiente si può vedere, alla sinistra dell'ingresso della chiesa, l'intera parete sud-occidentale del tempio, con la cortina laterizia del rifacimento severiano.

Del secondo ambiente, parzialmente utilizzato dalla chiesa, si scorge a sinistra un tratto di parete in blocchi di travertino, mentre dal Foro Romano si vede la parte esterna sud-orientale, in blocchi di travertino e peperino insieme a una parte di quella sud-occidentale.



IL TEMPIO DELLA PACE

Il Tempio della Pace, o della Dea Pax, quella stessa Dea cui Ottaviano aveva dedicato la superba Ara Pacis, fu edificato da Vespasiano nel 71-75 d.c. per festeggiare la sconfitta del popolo ebraico che con tante guerre e rivolte aveva tenuto più volte in scacco l'esercito romano.

La tanto desiderata PAX ROMANA sembrava raggiunta, ma come dicevano i Romani, "Si vis pacem para bellum", se vuoi la pace prepara la guerra, e guerra fu.

Sul declivio della Via Sacra verso il Campidoglio, col mezzo di sostruzioni ben alte da questa parte, distruggendo casette, e troncando a sinistra una piccola porzione delle sostruzioni in selci della Casa aurea di Nerone, Vespasiano dopo la guerra giudaica, eresse piuttosto in fretta, come nota Giuseppe Flavio, il ricchissimo tempio, ritenuto il più grande di tutti a Roma.

Fu detto anche Foro di Vespasiano per l'estesa piazza, di ben 110 x 135 m, con un gigantesco quadriportico e ben quattro esedre, ricca di statue e monumenti che rendevano il tutto simile a un foro. Il tempio fu distrutto sotto Commodo nel 192 d.c. da un forte incendio ma in seguito fu ricostruito da Settimio Severo.
Per un approfondimento: TEMPLUM PACIS



DESCRIZIONE

Il tempio fu definito da Plinio come uno dei più belli al mondo ma purtroppo se ne conservano pochissimi resti. Al suo interno si narra che vi fosse conservato il bottino ricavato dall’occupazione del Tempio di Gerusalemme, con il noto candelabro dorato a sette bracci, la sacra Menorah, la mensa e le trombe argentate, che compaiono effigiate nell’Arco di Tito, ed anche molte opere artistiche prelevate dalle regioni orientali da Nerone per poter arredare la sua favolosa Domus Aurea.

Si sa da Procopio, che il candelabro fu risparmiato dall'incendio e portato via da Genserico l'anno 455 a Cartagine; di là, ripreso da Belisario, che ne scacciò i Vandali, fu portato a Costantinopoli; indi rimandato a Gerusalemme.

"Eran dorate le volte a cassettoni, coperto il pavimento di lastre di varj marmi preziosi, e in parte i muri. Le tre volte erano coperte con astrico; sopra dalle due minori si dava anche lume all' interno con lunette. 

La facciata voltava incontro l'Anfiteatro, - con un portico liscio fino quasi alla metà, 
- una porta in mezzo, 
- altra nell'angolo,
- e 3 finestroni, corrispondenti a 5 porte del tempio; 
- 3 nella navata grande, 
- due nelle piccole; 
- e uno scalino in dentro. 
Avanti la porta di mezzo vi era un ripiano di marmo; nel resto selci. 

In sostanza s'imitava una basilica, e la sua forma tanto grandiosa doveva uscire dal comune. La Via Sacra proveniente dall'alto verso il Colosseo, ove era la somma Sacra Via, gli passava innanzi, e riusciva nel lato sinistro verso il Palatino, dove cogli scavi si è trovata al grande arcone di mezzo una scala lunga 109 palmi addosso a un contrafforte di 23. con 11 gradini, che dal contraforte con due altri metteva nel tempio per tre porte, formate dalle tre piccole arcate di quell'arcone. Sopra il contrafforte era un portichetto formato da 4 colonne di porfido rosso."

Il tempio aveva un’unica sala, con un’abside sul fondo, incorniciata all'esterno da un quadriportico e da quattro esedre, di cui quella posta sul lato nord è l’unica ben conservata, ma non visibile al pubblico, posta sotto la Torre dei Conti. La statua della Dea era posta all’interno dell’abside, esattamente al suo centro.

Aveva tre grandi navate; quella di mezzo molto più alta. Dentro alla navata grande erano 8 gigantesche colonne di marmo pentelico, tutte d'un pezzo, corinzie scanalate. Quella addosso al pilastro del portale fu sottratta al tempio da Papa Paolo V e posta sulla piazza di s. Maria Maggiore.

"Domiziano, forse circa l'anno 86., vi fece quell'esedra, o parte semicircolare, ancora esistente, con un portichetto di due colonne, per una libreria, e per adunarvi a leggere, e recitare i letterati su quel pulpito nel mezzo.

Chiuse allo stesso oggetto anche il fondo del portico, ornato di simile pulpito; chiudendo la scaletta nell'angolo, che portava in cima al tempio; e aprendone altra in fuori al portico, ove perciò chiuse due finestre. Galeno vi andava ogni giorno, e vi faceva le sue dimostrazioni anatomiche."

Un paio degli ambienti che si trovano a est del Tempio, sono ancora visibili: di uno, posto tra l’entrata della chiesa Ss Cosma e Damiano e la basilica di Massenzio, è visibile l’intero muro sud-occidentale, in laterizio e risalente al restauro severiano. Questo ambiente confluiva nel porticato grazie ad un’estesa apertura abbellita da quattro colonne.

Sul muro in mattoni sono visibili i fori per le grappe a sorreggere le piastre in marmo sulle quali era incisa un’ampia mappa della città, la Forma Urbis, realizzata negli anni 203-211 d.c., sotto Settimio Severo. Caracalla l'arricchì con una più fastosa biblioteca, che si frequentava ancora sotto Costanzo Cloro, padre di Costantino, per attestato di Trebellio Pollione.


Le Biblioteche

L’altro ambiente, meglio conservato, stava dietro al muro che sorreggeva la Forma Urbis, e al suo interno è stata purtroppo edificata la chiesa dei ss. Cosma e Damiano. Composta da un doppio strato di mattoni, sembra ospitasse una delle due Biblioteche, cosa testimoniata dalle piccole celle che si aprivano sulle pareti, poco profonde per ospitare statue ma giuste per armadi-librerie.

All’altro ambiente, che forse originariamente era absidato, in seguito fu affiancato il Tempio di Romolo con cui in seguito, nella Roma papalina si fuse per farne una chiesa. Infatti nella parte semicircolare grande si vedono dipinte figure oranti e sopra il pulpito fu trovata una cassa al muro, con ossa, come di martiri, e due gocce di pasta di vetro per orecchini.



FORMA URBIS SEVERIANA

Il nucleo più imponente dei resti del Foro è addossato alla Basilica di Massenzio, giunto finora a noi perché inglobato dalla chiesa dei Santi Cosma e Damiano.

Della prima aula inglobata resta la parete sud-occidentale alta 18 m. x 13, su cui si scorgono i fori per le grappe che sostenevano le lastre marmoree orientate in modo da alternarsi in senso verticale e in senso orizzontale, con incisa la mappa di Roma, versione monumentale di documenti catastali del tempo depositati negli archivi della Prefettura, collocata nel Foro da Settimio Severo nel 211.

I frammenti delle lastre, in tutto 151 divise per 11 filari, sono stati rinvenuti a partire dal 1562 e attualmente sono conservati al Museo della Civiltà Romana in attesa di essere definitivamente ricomposti in sede appropriata. Nonostante si sia conservata molto parzialmente, la Forma Urbis costituisce il documento più importante per la conoscenza della topografia dell’antica Roma.



LA DECADENZA

Come la costruzuione del Foro determinò la distruzione o l’inglobamento di vecchie opere repubblicane, come il Foro Piscario e il Macellum, grandioso mercato della Suburra, il Foro della Pace è oggi sopraffatto da costruzioni posteriori.

Il settore più conservato è infatti inglobato in due monumenti: la Torre dei Conti, all’inizio di via Cavour, al di sotto della quale è ancora visibile la struttura in opera quadrata di una delle esedre del portico, e la chiesa dei Santi Cosma e Damiano, edificata tra il 526 e il 530, sull’angolo meridionale del Foro, all’interno dell’aula retrostante il muro della Forma Urbis.

Attualmente il Foro della Pace è uno dei grandi cantieri aperti su Via dei Fori Imperiali: tra le scoperte il ritrovamento di alcune tombe del VI-VII sec. d.c., segno che con la sua decadenza fu in parte adibito a cimitero.


BIBLIO

- Fabiola Fraioli - Regione IV - Templum Pacis - in Andrea Carandini (a cura di) - Atlante di Roma antica - Milano - Mondatori Electa - 2012 -
- Lucos Cozza - L'angolo meridionale del Foro della Pace (con F. Castagnoli) - BCom 76 - 1956 -
- Antonio Nibby - Del tempio della Pace e della basilica di Costantino dissertazione di A. Nibby - Roma - stamperia De Romanis - 1819 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Roma - Arnoldo Mondadori Editore - Verona - 1984 -
- Jona Lendering - Stad in marmer. Gids voor het antieke Rome aan de hand van tijdgenoten (The Marble City. Literary - Guide of Ancient Rome) - La città di marmo -
- Stefania Fogagnolo - "Scoperta di frammenti di colonne colossali dal Foro della Pace" - Marilda De Nuccio, Lucrezia Ungaro (a cura di) - I marmi colorati della Roma imperiale - Venezia - 2002 -






COLOSSEO - ANFITEATRO FLAVIO


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Anno di costruzione: 72 d.c. - Vespasiano
Anno di inaugurazione: 80 d.c. - Tito



MARZIALE

Ecco un monumento che sarà più famoso di ogni altra opera umana”.
Con queste parole Marziale descrive il Colosseo, che divenne sin dal momento della sua realizzazione, una vera e propria rappresentazione simbolica della città di Roma.

"L’anfiteatro di Vespasiano detto coliseo o colosseo è considerato come uno de’ più magnifici edifizi del mondo; onde Marziale disse dovergli cedere anche le piramidi ed i mausolei, e dover la fama parlar di esso solo per tutti gli altri.
Cassiodoro è d’avviso che col denaro speso nella fabbrica del colosseo si sarebbe potuto fabbricare una città capitale. (Variar. Lib. IV Epis. 42). 

Questa grandiosa mole che ebbe principio sotto Vespasiano, e fu condotta a termine e consacrata da Tito ottenne il nome di coliseo o colosseo non perché giacesse vicino al colosso di Nerone alto centoventi piedi, opera di Zenodoro, che fu collocata nel vestibolo della sua casa aurea: ma perché quest’edifizio compariva tra tutti gli altri quel che era tra le statue un colosso, e perché anticamente così si appellava tutto ciò che eccedeva in grandezza.

La quale opinione contraria a quella del Cardini, e di molti altri critici si può vedere confermata da validi argomenti nell’opera del Maffei sugli anfiteatri degli antichi, ed in quella del Canonico Alessio Mazochio sopra l’anfiteatro di Capua. Il Fontana dà al coliseo la lunghezza di piedi 564, e la larghezza di 467, il campo è lungo piedi 273, largo 173: il circuito fu di piedi 1566”. 

(Giulio Ferrario, Il Costume antico e moderno)


Posto nel cuore del centro storico di Roma, già dichiarato, come tutto il centro storico di Roma, nella lista dei Patrimoni dell'umanità dall'Unesco nel 1980, è stato dichiarato una delle 7 Nuove Meraviglie del mondo tramite un sondaggio internet promosso dal cineasta svizzero Bernard Weber, al quale hanno partecipato 100 milioni di persone di tutti i continenti.

Il suo nome originario era "anfiteatro flavio" per essere stato terminato sotto l'imperatore Tito Flavio Vespasiano, purtroppo per lui più ricordato per i bagni pubblici, i vespasiani, che per l'anfiteatro che prese il nome dalla colossale statua bronzea di Nerone che lo affiancava.

Dell'immagine dell'imperatore raffigurato in veste di Dio Sole resta solo la delimitazione in tufo del basamento accanto al Colosseo. Secondo altri autori in prossimità del Colosseo si trovava forse anche la grande statua bronzea di Costantino la quale, secondo le fonti, era l’idolo più importante di Roma, e come tale venerato da tutti i visitatori. Per tale motivo papa Silvestro avrebbe fatto distruggere la statua e portato i frammenti nei pressi del Laterano.

Non si sa il nome dell'architetto geniale che lo edificò. Per quanto si possa essere ricorsi agli schiavi per lavori minori di trasporto o altro, si pensa che la manovalanza, data la precisione dei lavori, fosse libera, stipendiata e altamente specializzata, non solo nelle sculture e nei decori, ma per la precisione dell'opera muratoria, di mattoni, cementizi, travertino, marmo ecc.


L'anfiteatro poteva contenere 50000 spettatori seduti, o se in piedi nei posti in alto come in genere accadeva, fino a 80000 posti.
Veniva adibito a spettacoli di vario tipo, da quelli gladiatori, a rievocazioni di battaglie famose, a cacce di animali o lotte tra animali, a tragedie greche o spettacoli teatrali di genere leggero.

Secondo il concetto architettonico romano, l'anfiteatro, invece di essere scavato all'interno come nell'uso greco, si svolgeva tutto in altezza, contenuto da altissime mura alleggerite tramite archi.

Sorse su un lago artificiale voluto da Nerone per i suoi giochi navali da contemplare dalla sua Domus Area.

Un lago che si estendeva su uno stagno preesistente, eliminato costruendo canali di scolo azionati da pompe idrauliche, un lavoro di alta ingegneria, portando allo scoperto il fondo del lago, coprendolo di detriti legati col cemento, su cui vennero impiantate solide fondamenta.

Va ricordato che l'aggiunta posteriore di una parte del terzo anello che si riconosce ad occhio nudo fu opera del grande architetto Valadier, con arcate identiche alle originali, ma con mattone non identico a quello romano ad eccezione della basi e dei capitelli in travertino identici e con lo stesso livello di definizione degli originali.



LE FONDAMENTA

Per poter edificare si dovette prima vuotare il lago, con canali e pompe di drenaggio, convogliando aldifuori le acque fino al Tevere.

Il fondo era fortunatamente coperto da argilla azzurra, quindi impermeabile, su cui si scavò per per 6,5 m. per una fossa larga 62 metri, su cui si gettarono calcestruzzo mescolato a leucitite, il durevolissimo cemento romano, ricoprendola poi con tufo squadrato per un'altezza di altri 3 metri su cui venne sovrapposta una pedana di blocchi di travertino di 90 cm.



LA STRUTTURA

Consta di tre anelli concentrici in orizzontale e di quattro ordini di arcate e mura in verticale, decrescenti verso l'arena. Volte e arcate furono la soluzione per alleggerire l'immensa mole e renderla più stabile.

Per alleggerire ancora e dare maggiore stabilità ogni piano superiore era meno spesso di quello inferiore, come si nota osservando il monumento di profilo, dove ogni piano all'esterno rientra leggermente dal sottostante. Ma di solito non si nota per i notevoli marcapiano elaborati e sporgenti.

La struttura portante è costituita da pilastri in blocchi di travertino, larghi ben 2,70 m., con un volume di circa 100.000 m. cubi, senza malta e collegati da perni, ben 300 tonnellate di ferro, poi scavati dai saccheggiatori a suon di scalpello deteriorandone il travertino.

I blocchi provenivano dalla cava di Tivoli e per portarli si creò una strada di circa 30 km. e larga 6 m. nonchè un cantiere adiacente dove i blocchi venivano rifiniti.

La facciata esterna, alta 48,50 m., si articola in quattro ordini: tre inferiori con 80 arcate, rette da pilastri ai quali si addossano semicolonne, mentre il quarto livello (attico) è una parete piena, con mezze colonne squadrate in corrispondenza dei pilastri sottostanti.

 I primi tre ordini hanno sulle semicolonne capitelli dorici nel primo livello, ionici nel secondo e corinzi nel terzo.

In queste arcate erano collocate 80 statue di bronzo dorato che spiccavano sul candore del travertino con un effetto a distanza di grande splendore.

Il quarto ordine è suddiviso in 80 riquadri divisi da lesene corinzie e intervallati da 40 finestrelle, tra ognuna delle quali era appeso uno scudo di bronzo dorato. Sopra le finestre c'erano tre mensole di travertino su cui erano infissi dei pali di legno per sorreggere la tenda del circo: il velarium.

IL VELARIUM

IL VELARIUM

Era una gigantesca tenda formata da molti teli a spicchio che coprivano la cavea, cioè gli spalti degli spettatori, ma non l'arena centrale, in modo da riparare le persone dal sole o dalla pioggia leggera, creando contemporaneamente col foro centrale una corrente d'aria tra sopra e sotto che rinfrescasse gli spettatori.

I teli erano fissati ai pali con un complesso sistema di funi e contemporaneamente erano fissati a terra all'esterno dell'anfiteatro affinchè il peso non li facesse precipitare all'interno.

Il fissaggio a terra era con funi legate a ceppi di pietra posti all'esterno della pedana in travertino su cui poggia il Colosseo, e in parte sono ancora visibili.

Anche qui si usavano carrucole ed argani, un complesso sistema di ingegneria che per essere manovrato richiedeva esperti di vela, infatti venivano impiegati i marinai delle base romana navale di Miseno, stanziata nei Ludi Magni accanto al Colosseo.

Sembra che il velarium fosse una forte attrattiva per gli spettatori, perchè veniva ampiamente pubblicizzato nella presentazione degli spettacoli, peraltro gratuiti, sempre e a tutti.

I MARINAI ROMANI MENTRE ISSANO IL VELARIUM SUL COLOSSEO

L'ESTERNO

L'esterno dei tre anelli concentrici è in travertino, con archi incorniciati dai rilievi squadrati delle lesene (colonne in rilievo).

Le volte a crociera sono tra le più antiche dell'architettura romana, con corduli incrociati in laterizio da cui si ispireranno in futuro le cattedrali gotiche.
Al secondo e terzo livello gli archi sono bordati da una parapetto continuo, in corrispondenza del quale le lesene presentano un dado come base.
Le semicolonne e le lesene dei quattro ordini hanno a partire dal basso capitelli dorici, ionici, corinzi e corinzi a foglie lisce. I primi tre ordini ripetono la medesima successione visibile sulla facciata esterna del teatro di Marcello.



L'ESECUZIONE

Gli archeologi attraverso attenta osservazione hanno rilevato che la costruzione venne divisa in quattro cantieri corrispondenti ai quadranti del Colosseo ed affidata a quattro diversi appaltatori che portarono avanti i lavori simultaneamente.

Lo scheletro di pilastri veniva alzato all'ordine successivo collegandoli con grossi archi di mattoni, in modo da rendere possibile la costruzione di tante volte rampanti, costituenti la cavea a imbuto che doveva sostenere le gradinate.

In questo modo i lavori continuavano contemporaneamente sopra e sotto la cavea, coprendo le volte tra gli archi e lasciandone aperte solo quelle per sollevare i carichi.

Il riempimento tra i pilastri è stato ottenuto, per il piano terreno, con opus quadrato di tufo, e per il secondo ordine con cemento romano e mattoni.

Tutto ciò permise di portare a termine, salvo abbellimenti ulteriori, la costruzione in 8 anni, di cui solo 5 usati per i lavori in muratura e 3, come è stato stimato, per i lavori di decorazione, come bassorilievi, sculture, applicazioni, tinteggiatura, incisioni e stucchi.

GLI AFFRESCHI CHE DECORAVANO IL COLOSSEO

L'INTERNO

L'ingegnosa architettura permise un'organizzazione perfetta del flusso all'interno e all'esterno del Colosseo. Infatti gli spettatori raggiungevano il posto pertinente entrando dalle 74 arcate.

Da qui si accedeva a scale incrociate verso corridoi curvi, coperti a volta, che immettevano in settori di tre cunei ciascuno. Il percorso aveva pareti in marmo e stucchi sulla volta.

Di queste 12 arcate erano riservate ai Senatori con corridoi verso l'anello più interno, e con una scala che scendeva al settore inferiore della cavea. Il tutto rivestito in marmo.

Il palco dell'imperatore aveva anche un accesso più diretto, attraverso un criptoportico che dava all'esterno, anch'esso rivestito in marmo.

Le altre arcate avevano scale per i settori superiori, con pareti e volte rivestite di intonaco.

Gli ingressi del primo ordine erano distinti da numerazione progressiva incisa sopra le arcate (in parte ancora visibile) che corrispondeva al numero sui biglietti.

Invece gli ingressi principali in corrispondenza dei due assi, con decorazioni a stucco sulle arcate, erano privi di numerazione perchè riservati a persone di rango. Lungo gli assi principali erano gli ingressi destinati ai gladiatori.

LA CAVEA

La cavea, con i gradini per i posti degli spettatori, era tutta in marmo e suddivisa con muretti in cinque settori orizzontali (maeniana), riservati a categorie diverse di pubblico, il cui grado decresceva con l'aumentare dell'altezza.
Lo stesso che nei teatri odierni dove l'attico, la cosiddetta "piccionaia" costa meno perchè con molte scale e meno lusso.

Con la differenza che il pubblico romano non pagava, l'unico privilegio delle personalità importanti è che ottenevano le tessere con posti prenotati.
Il settore inferiore, riservato a senatori e famiglie, aveva gradini più ampi e bassi, con cuscini e velluti cremisi e rifiniture dorate; sulla balaustra erano iscritti i nomi dei senatori a cui i posti erano riservati.

Seguivano il maenianum primum, con 20 gradini di marmo, il maenianum secundum con 16 gradini in marmo, e infine il maenanium tertium, con 11 gradini di legno, il tutto all'interno del portico con colonnato marmoreo che coronava la cavea.

Sui gradini sotto il colonnato prendevano posto le donne, e sul terrazzo sopra il colonnato, solo posti in piedi, la plebe.
Verticalmente i settori avevano scalette e accessi alla cavea con transenne in marmo.

Alle due estremità dell'asse minore, due palchi: uno per imperatore, consoli e vestali; l'altro per il prefetto dell'Urbe e altri dignitari.

L'ARENA DEL COLOSSEO
ARENA E SOTTERRANEI

L'arena ellittica di 86 m. x54 aveva una pavimentazione in muratura intorno e di legno al centro, ricoperta da sabbia costantemente rinnovata.

Appositi ascensori facevano dopo ogni spettacolo su e giù per portar via la sabbia sporca e rimettere quella pulita. L'arena era più bassa della cavea che stava su un podio di 4 m., decorato da statuette, bassorilievi e marmi con una balaustra di bronzo a protezione.
Sotto l'arena stavano gli ambienti di servizio con un passaggio centrale lungo l'asse maggiore con 12 corridoi distribuiti sui due lati.

MACCHINARI E CARRUCOLE SOTTO L'ARENA
Lungo il muro perimetrale vi era una serie di ambienti di servizio voltati che probabilmente ospitavano gli animali utilizzati durante i giochi. Sempre qui dovevano trovare posto le scenografie per i giochi e vi erano degli ambienti in cui i gladiatori attendevano prima di fare il loro ingresso nell’arena.

Pertanto qui si muovevano gli schiavi che attraverso questi passaggi si spostavano per adempiere ai propri servizi, senza che gli spettatori si accorgessero di nulla e senza intralciare gli spettacoli. 

Qui venivano portate le belve catturate negli angoli più remoti dell'Impero. Qui sostavano i gladiatori e si preparavano alla lotta prima di salire sull'arena.

Questi sotterranei furono realizzati in un secondo momento, sotto l’Imperatore Domiziano. Precedentemente, sotto Vespasiano e Tito, l’arena poteva essere allagata, come riporta Marziale nel suo De spectaculis, per ospitare delle naumachie, vale a dire battaglie navali, o addirittura spettacoli con nuotatrici.
Qui si trovavano gli 80 montacarichi per far salire nell'arena macchinari, sabbia o animali.
Grazie a ingegnose realizzazioni come piani inclinati, piattaforme mobili e ruotanti, elevatori mossi da contrappesi, era possibile introdurre nell’arena decine di animali alla volta e cambiare rapidamente le scenografie delle cacce.

L'INTRICATA STRUTTURA SOTTERRANEA DEL COLOSSEO

Il corridoio lungo l’asse principale dell’ellisse terminava con due gallerie che si aprivano, con forma trapezoidale, all’interno della ciambella di calcestruzzo che costituisce le fondamenta dell’anfiteatro: quella verso est metteva in collegamento con il vicino Ludus Magnus, la palestra nonchè caserma dei gladiatori, mentre quella opposta, in direzione del tempio di Venere e Roma, veniva  utilizzata per l’allestimento delle scenografie degli spettacoli.

Per quella straordinaria capacità organizzativa che i romani mettevano in pace e in guerra, queste strutture di servizio avevano traffici perfettamente architettati in modo da rendere tutto veloce e scorrevole attraverso ingressi rigorosamente separati:

IL MONTACARICHI

uno per per l'ingresso di animali e macchinari;
due per l'ingresso dei protagonisti dei giochi, o gladiatori ed animali troppo pesanti per essere sollevati dai montacarichi;
uno per gli inservienti attraverso l'anello più interno, lo stesso che utilizzavano i Senatori per raggiungere i posti.
Insomma un sistema complesso, simile a quello dei moderni stadi, permetteva la rapida uscita degli spettatori in soli 3 minuti attraverso gli 80 ingressi.

Ma c'era un ingresso sotterraneo intitolato alla Dea Libitina, in realtà una porta a sola uscita, la Porta Libitinaria, attraverso cui passavano i cadaveri dei gladiatori uccisi nel combattimento. Attraverso questa porta i cadaveri venivano poi issati sui carri e portati all'Ustrinum per la cremazione.



ANCORA DA SCAVARE

Altre due gallerie lungo l’asse minore dell’ellisse, quella a nord in direzione Colle Oppio e quella a sud in direzione Celio, non sono state scavate.

Una quinta galleria, nota come “passaggio di Commodo” è posizionata lungo il cuneo V, sotto il palco imperiale. Si pensa sia stata realizzata in epoca domizianea, poiché era rifinita con pavimento a tessere bianche e nere, marmi, intonaco dipinto e stucchi, un così ricco percorso di accesso doveva essere riservato esclusivamente all’Imperatore e probabilmente metteva direttamente in comunicazione con qualche edificio imperiale nella zona del Tempio di Claudio sul Celio. Questa galleria  fu inoltre  il luogo in cui si attentò alla vita dell’omonimo Imperatore.

Al di sotto delle 4 gallerie lungo i due assi si trovano 4 condotti idraulici, utili non solo allo smaltimento delle acque acque piovane ma pure degli scarichi delle latrine che venivano raccolti tramite un canale perimetrale anulare.

Alcune esplorazioni speleo-subacquee hanno portato alla scoperta di altri condotti di dimensioni molto maggiori da non essere giustificati con la gestione dello smaltimento dell'acqua piovana e degli scarichi dell'Anfiteatro. 

Si suppone pertanto che fossero le condutture provenienti dal Celio con cui si alimentò il lago realizzato per la residenza di Nerone. 
 
La struttura idraulica del Colosseo è comunque molto complessa e ancora molto c'è da capire e da scavare. 

Esternamente ad esso è stato rinvenuto un condotto fognario a 8 m di profondità dal piano di calpestio del piazzale che circonda tutto l'Anfiteatro a circa 2 - 3 m. dal suo perimetro esterno. 

Un'altra galleria con volta a cappuccina e di dimensioni più ridotte, parallela alla precedente e con essa comunicante tramite corti piani inclinati, è posizionata all'interno della ciambella di fondazione ad una profondità di 2,8 m. Quest'ultima ospitava probabilmente tubazioni di piombo che trasportavano acqua tenuta in pressione da serbatoi.

NAUMACHIA


LA NAUMACHIA NEL COLOSSEO

Questi spettacoli si tennero solo a Roma, perchè costosissimi, poiché le navi erano complete in tutti dettagli, e manovravano come vere navi in battaglia. I Romani li chiamavano navalia proelia (battaglie navali) ma sono conosciuti col termine greco naumachia.

Le naumachie spesso intendevano riprodurre famose battaglie storiche, come quella dei Greci che batterono i persiani a Salamina, o quella degli abitanti di Corfù contro la flotta di Corinto. Gli spettacoli dovevano essere impressionanti: in una naumachia si costruì una fortezza al centro del bacino, così che gli "Ateniesi" potessero sbarcare ed impadronirsi della piazzaforte "Siracusana". Si dovevano seguire le fasi della vera battaglia, ed il pubblico si esaltava alle manovre dei soldati e alla vista delle macchine da guerra.

In genere erano i criminali a dover combattere, ma talvolta vi erano delle troupe, come in una riproduzione storica, e altre volte veri marinai e soldati. Marziale racconta che si tennero delle naumachie al Colosseo nei primi anni dopo l'inaugurazione, ma non si sa come si potesse riuscire ad allagare il Colosseo.

Di rappresentazioni di battaglie navali, al Colosseo, se ne videro poche, infatti solo nei primi anni, quando ancora i sotterranei non erano costruiti con gabbie e celle, era possibile allagare l’arena.
Lo spettacolo però fu tanto suggestivo e impressionante che le poche naumachie presentate, lasciarono talmente esterrefatti gli spettatori che molti storici ce ne hanno lasciato documenti.


Risolto il mistero del Colosseo – Come a Roma venivano riprodotte le battaglie marine

Il mistero dell’anfiteatro che diventa scenario di battaglie navali ha intrigato gli storici e gli scienziati per circa 2000 anni. Ma ora un ingegnere di Edinburgo ha formulato una teoria circa il modo in cui l’Imperatore Tito inondò il Colosseo a Roma.

Una folla acclamante di 87000 cittadini e schiavi aveva assisteva ai duelli mortali dei gladiatori nell’arena. Più di 5000 animali furono uccisi in seno a questi giochi, per puro divertimento.

Ma l’attrazione principale delle cerimonie di inaugurazione fu una serie di battaglie navali riprodotte nel Colosseo, secondo Cassius Dio, cronista dell’antica Roma che dice:
Tito improvvisamente riempì questo stesso teatro con acqua e vi portò cavalli e tori ed altri animali addomesticati, cui era stato insegnato a muoversi nell’elemento liquido come sulla terra. Portò anche le persone sulle navi, e fu ingaggiata una battaglia navale, come quella di Corcireani e Corinzi.

Gli accademici hanno a lungo sostenuto che riprodurre battaglie marine nel Colosseo fosse impossibile per via dei tunnel sotterranei usati per fare comparire animali selvaggi schiavi e gladiatori in differenti punti dell’arena.

Racconti di migliaia di schiavi e condannati che ingaggiavano battaglie marine con navi costruite in scala sono state riferite da poeti latini come Marziale, ma furono liquidate come opere di fantasia scritte per esaltare la reputazione dell’imperatore.


Il Dr Crapper invece ritiene di avere risolto il mistero del Colosseo allagato.
Le sue teorie sono state verificate da un gruppo di esperti riuniti dal Canale Discovery della ABC americana. Gli autori del programma e archeologi dell’Università di California hanno trascorso un anno a creare una realtà virtuale che simulasse le condizioni del Colosseo per risolvere il problema logistico.

Il Dr Crapper ha dichiarato che la prima sfida era determinare se fosse possibile trasportare i milioni di galloni d’acqua necessari per le battaglie navali nel Colosseo.

E’ una pura speculazione, ma ritengo che una struttura di canali di legno sarebbe potuta essere usata per trasportare l’acqua dall’acquedotto principale. In ogni modo, il reale problema non era tanto muovere l’acqua ma assicurarsi che essa scorresse attraverso la serie di pozzi interni e tubazioni concentriche al di sotto delle tribune dello stadio.

Crapper è stato in grado di provare che è possibile, chiudendo il cancello principale, che la pressione dell’acqua raggiungesse il giusto livello e che l’arena si riempisse di quattro milioni di galloni d’acqua per una profondità di 5 piedi, entro 7 ore. Altri membri del gruppo di ricerca hanno usato scansioni ai raggi-X per provare l’impermeabilità dei materiali che erano stati usati in alcune parti della struttura sotterranea.

Ulteriori ricerche hanno scoperto 18 blocchi sepolti, usati per reggere supporti di legno che sostenessero il pavimento dell’arena e che potessero essere rimossi per consentire all’area di essere usata per battaglie gladiatorie e naumachie.



LE CONNESSIONI

Si sa che il Colosseo comunicava, e comunica tutt'ora anche se gli scavi non sono terminati, tramite sotterranei ai Ludi Magni, le palestre dove si allenavano i gladiatori; in seguito agli ultimi scavi ne sono visibili i resti oltre la strada a sud del Colosseo.

Ma pochi sanno che all'epoca un sotterraneo molto più lungo, ora interrotto, portava dal Colosseo sotto all'attuale Basilica di S. Clemente.

Sotto alla chiesa c'è un piano con resti paleocristiani, ma al piano ancora sotto c'è uno splendido Mitreo, con i banchi degli iniziati, Mitra bambino nel fondo che nasce da una roccia, un'ara con i dadofori Cautes e Cautopatos, e Mitra Buon Pastore con l'agnello sulle spalle, ora sottratto dalla Chiesa perchè un po' troppo in confusione col Cristo Buon Pastore.

Così i gladiatori avevano la possibilità di fare i loro riti propiziatori a Mitra prima di iniziare gli allenamenti o di combattere nell'arena. Il percorso è lungo circa 500 m. e costeggia un fiumicello di scarico, la Marana, con un passaggio sporgente dalla parete e sospeso sulle acque.

TRASFORMAZIONE DELL'ANFITEATRO IN FORTEZZA

LA FORTEZZA

Essendo stato praticamente impossibile distruggere il Colosseo data la sua mole, dopo averlo in parte usato come cava per i gradini di San Pietro nonchè per la costruzione del Palazzo Barberini, nel XIII secolo in epoche più remote, venne addirittura murato per farne una fortezza ad opera della famiglia dei Frangipane. Vennero pertanto occlusi tutti gli archi dei due primi ordini del colosseo, venne eretta al suo esterno una torre fortificata e venne costruito un camminamento in legno al suo apice dove le guardie potessero vigilare e operare con gli strumenti da guerra.



LA DEVASTAZIONE DEL COLOSSEO

La devastazione del Colosseo non avvenne naturalmente come spesso è stato insinuato, a causa di terremoti, nè è vero che i Papi facessero prelevare solo i massi già caduti, ed è ugualmente falso che furono i romani ad offrire al Papa i massi del Colosseo per edificare la basilica di San Pietro.

La devastazione fu opera dei Papi che si alternarono dall'inizio della costruzione della Basilica di San Pietro, e cioè dal 18 aprile 1506 sotto papa Giulio II e si concluse nel 1626, durante il pontificato di papa Urbano VIII, mentre la sistemazione della piazza antistante si concluse solo nel 1667.

Il marmo della facciata e di molte altre parti interne del Colosseo sono serviti a mille usi, per costruire essenzialmente i palazzi dei papi e le chiese in tutta la città. Per lungo tempo fu usato come fonte di materiali da costruzione e si calcola che sia rimasto solo un terzo della costruzione originale. pensate come poteva essere in origine con gli altri due terzi!

I Romani stessi iniziarono a riciclarne i materiali, anche per ricavarne la calce, ma presto la Chiesa lo proibì come unica beneficiaria possibile di cotanto scempio. Lo stesso Papa Gregorio Magno fece trasformare le basiliche romane e gli antichi templi in chiese cristiane, attraverso lo spoglio sistematico dell’anfiteatro. Ne è la prova il nome scolpito su un pilastro del lato sud est del Colosseo, GERONTI V S. Tal Gerontius (V S significa VIRI SPECTABILIS) avrebbe ottenuto la concessione per smantellarne la struttura ed utilizzarlo come cava.

Si calcola che sia rimasto solo un terzo della costruzione originale. Vennero cavate le spesse lastre di travertino che rivestivano i corridoi, i blocchi di tufo, il piombo delle tubature, le grappe metalliche che tenevano assieme i blocchi, e pure i i mattoni. Papa Gregorio Magno introdusse la pratica di trasformare le basiliche romane e gli antichi templi in chiese cristiane, attraverso lo spoglio sistematico dell’anfiteatro.

Si preferì comunque non intaccare la facciata nord, per le processioni religiose nel percorso verso il Laterano. si disse che il colosseo era luogo di martirio e pertanto sacro, ma gli spettacoli delle condanne a morte, sia pure "ad bestias" non avvennero mai al Colosseo in quanto considerati spettacoli di poco conto che avvenivano solo in anfiteatri minori.

Nel XIV secolo gli Orsini ed i Colonna ottennero il permesso di cavare pietre e marmi. Nel 1362 Álvarez de Albornoz, vescovo di Orvieto, lamentava in una lettera al Papa Urbano V che non vi erano acquirenti per le pietre del Colosseo, tranne i Frangipane che avevano ordinato dei marmi per costruire un loro palazzo. 

L'INTERNO DEL COLOSSEO NEL XVIII SECOLO

Ormai la licenza di asportare materiali, pagando i proprietari, cioè il Papato, era facilmente concessa dai Papi, i quali approfittavano della disponibilità dell’ampia ed economica fonte di materiali per realizzare i loro progetti, e pure per farne commercio. Pio II fece addirittura costruire un carro apposito per trasportare i blocchi sino a Palazzo Venezia (cioè Palazzo S. Marco, ampiamente costruito con lo spoglio del Colosseo).

Intanto si continuava a cavar pietre, per riparare la tribuna della Basilica di S. Giovanni in Laterano, per la Scala Santa, le mura della città, la Basilica di San Marco e Palazzo Venezia, ma soprattutto per la piazza ed il loggiato delle benedizioni a San Pietro. Un secolo dopo il Colosseo fornì materiali per il Palazzo della Cancelleria, Palazzo Farnese, Palazzi Senatorio e dei Conservatori sul Campidoglio e nel 1634 Palazzo Barberini. 

Un detto famoso sul saccheggio del Colosseo diceva: "Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barberini" (Ciò che non fecero i barbari, fecero i Barberini). Infine, nel 1703, il travertino finì al porto di Ripetta, per ironia della sorte poi demolito per la realizzazione dei muraglioni del Tevere.

In seguito al pericolo di veder crollare parti del Colosseo si ebbero finalmente i primi restauri: speroni a sostegno delle estremità rimaste in piedi della facciata furono costruiti nel 1807 ad opera di Raffaele Stern e nel 1827 da Luigi Maria Valadier, che ricompose nella nuova opera parte delle strutture già crollate.
 
Ma non andò a buon fine anche perchè vennero usati mattoni e materiali diversi che iniziarono a distaccarsi. Occorsero diversi altri restauri per evitare i crolli. A pensare che i restauri non siano durati nemmeno un secolo mentre Colosseo sta ancora in piedi dopo 2000 anni nonostante gli abbiano strappato tutte le grappe di ferro, fa in parte stupore per la bravura degli antichi, ma pure rabbia per i moderni.



RODOLFO LANCIANI - AMPHITHEATRVM

- Si fece ricerca dei sedili marmorei per uso delle scale di s. Pietro, ed è perciò che i registri usano costantemente la formula - a cauar marmi à coliseo ». Nel giugno si attaccarono di nuovo i travertini, per uso delle calcare, e per la selciatura a bastardoni della piazza di s. Pietro e della via Alessandrina. Conduttore degli scavi « maestro petro mamoraro » detto Goputo. Durarono sino al gennaio 1462.
 
- 1439, decembre - Si scavano travertini all'interno del Colosseo: « uno todesco portò la travertina da Couliseo a Sancto Johanni per essere impiegati nei risarcimenti della Tribuna » Muntz 1. e. tomo I, p. 48. La Memoria 72 di Flaminio Vacca, p. 84, ed. Fea, accenna vagamente ad una azione protettrice esercitata da Eugenio IV sul Colosseo, che egli avrebbe rinchiuso tra due muri, e posto sotto la tutela dei frati di s. Maria nuova.

- 1450 - Si riprendono gli scavi e le devastazioni del Colosseo per le opere di Pio II. I conti di camera parlano di marmi e di travertini cavati di sotterra, spezzati, rotti sul posto, e trasportati con carrette a s. Pietro per la piazza... per la fabrica delle scale di san Pietro. « Adesso è molto rovinato e distrutto per farne calce » (commenta dal Poggio)


- 1451-1454 - Si scavano, si spezzano e si mandano alle fornaci da calce di Nicolao V i travertini, gli asproni ed i marmi del Colosseo. Appaltatore principale M° Giovanni di Foglia lombardo. Muntz, voi I, p. 107.

- anno 1462 - per la richiesta di materiale per il pulpito della Benedizione, si fecero scavi e ricerche di marmi al Colosseo, alle terme Antoniniane, ad Ostia, ai portici di Ottavia, ai ss. Cosma e Damiano, alla Zecca vecchia, alla Valca, e a Ponte Molle.

- « a di X de gennaio 1462.... a m. Petro marmoraro co li manuali a cavare travertini a Coliseo »

- 1462 - Si fece ricerca dei sedili marmorei per le scale di s. Pietro, ed è perciò che i registri usano costantemente la formula "a cauar marmi à coliseo". Nel giugno si attaccarono di nuovo i travertini, per uso delle calcare, e per la selciatura a bastardoni della piazza di s. Pietro e della via Alessandrina. Conduttore degli scavi « maestro petro marmoraro » detto Goputo. Durarono sino al gennaio 1462. - 

- Adriano VI concede licenza a Maria Maddalena Brugmans da Brema, e suoi socii « effodiendi in Coliseo, et prope Ecam S. Crucis in Hierusalem ac in quadam via publica qua itur a Sancto Sixto ad sanctum Sebastianum .... sine alicuius etiam edificiorum publicorum preiudicio vel deterioratione ». Le lettere patenti per ciò rilasciate dal card. Armellino intimano ai maestri delle strade di non opporre ostacoli ai concessionarii, per quanto concerne lo scavo sull'Appia, ed ai monaci di s. Croce per quello del Sessorio, pena la scomunica e mille ducati di multa. La Camera si riservala metà degli oggetti di scavo da rinvenirsi in suolo publico, il terzo di quelli da rinvenirsi in suolo privato. 
(Arch. vat. Divers. tomo LXXIII, e. 103).

- 1466, decembre. quando Francesco da Vigevano riceve il saldo per aver trasportato « peperignas et tevertinas de palatio colisey alme urbis ad dieta eccam s. Marci » I trasporti erano fatti con un carrettone appositamente fabbricato.

ORIGINALE E RICOSTRUZIONE (https://www.relivehistoryin3d.com)

- 30 aprile 1467 « Maestro Bartolomeo da posa (Perosa) che hata (habita) ascto Baxilio per uno carro che a fatto fare dal borgo per tirare travertine marmore et altre cosse ». 

- E cosi nel febbraio e nel marzo dell'anno seguente: « maestri scarpelini et manuali ebano lavorato per cavare tevertine al coliseo » sino al 31 dicembre 1467.

- Sotto lo stimolo dei lamenti di Gregorio XIII, il giorno 12 marzo 1573, fu pubblicato il bando per l'appalto, in scudi 25000, per la ricostruzione di due archi. Il banchiere Antonio Ubaldini fornì il danaro per le prime opere, acquistando dal Comune 50 cartelle della gabella della Carne. Altri 10000 scudi furono votati il 6 agosto 1574 sui residui del prestito forzoso di 100000 scudi imposto dal papa per la guerra contro il Turco: ma mancando con tutto ciò il materiale occorrente e specialmente i travertini, il conservatore G. B. Cecchini, nella seduta del 13 ottobre, propose che fossero presi dalle rovine del Colosseo «cascati et no sono in opera». 
La deliberazione merita essere riferita "Lapides marmorei et Tiburtini existentes in ruuinis Amphiteatri Domitianj detto il Coliséo et diruti tantù, et nullo pacto dicto Amphiteatro coniuncti et applicati, sed ab oper' et fundamentis separati, et nò solù indico Ampliiteatro sed et possint effodi in óibus aliis locis publicis, prò supplemento operis Pontis S Marie, sine tamen iuditio aedificior. antiquor., prò quibus exequendis cura habere debeat magr Matthaeus Architectus: q omnes statuae et antiquitates quae in dictis locis inuenientur sint et esse debeant Ro.Po. ».

- 1484 - Accenno a scavi, nel corso dei quali furono scoperte le cloache che solcano in vario senso il substrato dell'edifizio, come pure il largo marciapiede "stratum lapidibus quadratis magnis versus septentrionem et orientem", tornato a scoprire nell'anno. 



Valle del Colosseo e Meta sudans

Lo scavo ha interessato l'area compresa tra Colosseo, tempio di Venere e Roma e via Sacra (piazza del Colosseo). Sono state rinvenute le fondazioni della statua colossale di Nerone e della Meta sudans, rasate al livello stradale moderno negli anni Trenta. Le indagini si sono particolarmente concentrate sul sottosuolo, consentendo chiarimenti importanti sul sistema di costruzione, sulle fasi di uso (a partire dall'età domizianea) e sul funzionamento. 

Nel corso degli scavi si sono inoltre rinvenute altre fondazioni aventi orientamento NE-SO, tra cui quelle di una fila di ambienti paralleli pertinenti molto probabilmente all'età neroniana. Sono stati eseguiti restauri e saggi di scavo; le ricerche si sono concentrate sull'esame delle fondazioni, che poggiano su strati di limo lacustre. 

L'intera zona presentava falde d'acqua sotterranee che fu necessario incanalare in una serie di collettori. Gli sterri nei collettori est e ovest hanno fornito importanti dati, che sono in relazione con le notizie delle fonti letterarie sulle fasi di abbandono e successivi restauri dell'anfiteatro. L'esame degli ipogei ha fornito precisazioni sulle fasi domizianea e teodoriciana dell'edificio.


BIBLIO

- Peter Connolly - Colosseum: Rome's Arena of Death - 2003 -
- Cassio Dione Cocceiano - Storia romana -
- Svetonio - Vite dei dodici Cesari -
- Historia Augusta -
- Carlo Fontana - L'Anfiteatro Flavio descritto e delineato dal Cavaliere Carlo Fontana - Vaillant - 1725 -
- P. Colagrossi - L'Anfiteatro Flavio nei suoi venti secoli di storia - Firenze - Libreria editrice fiorentina - 1913 -
- Ada Gabucci - Filippo Coarelli et al. - Il Colosseo - Milano - Electa - 1999 -
- Pier Giovanni Guzzo et al. - Il Colosseo - Archeo dossier 21 - 1986 -
- Roberto Luciani - Il Colosseo - Milano - Fenice 2000 - 1993 -
- Lawrence Richardson, Jr. - Amphitheatrum Flavium - A New Topographical Dictionary of Ancient Rome - Baltimore, JHU Press - 1992 -




 

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