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THUBURBO MAIUS (Tunisia)


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LA SCOPERTA

Nel 1857 il diplomatico francese Charles-Joseph Tissot giunse alla conclusione che le rovine che visitò a Henchir al-Kasbat, trenta miglia a sud di Tunisi, erano quelle di Thuburbo Majus. Henchir è una parola araba che significa "fattoria con rovine" e la scoperta di sette antiche città romane è stata facilitata dalle loro rovine chiamate henchir.

Il Manuale di Murray del 1895 per i viaggiatori in Algeria e Tunisia faceva riferimento a Thuburbo Minus, un'antica città romana nella valle del fiume Mejerda, ma ignorava l'esistenza di Thuburbo Majus, perché all'epoca il sito doveva ancora essere scavato.

RICOSTRUZIONE DEL FORO


GLI SCAVI

Gli scavi archeologici, iniziati nel 1912, portarono all'identificazione del Foro e di alcune grandi domus decorate con mosaici. Altri scavi vennero effettuati nel 1916 portando alla luce un tempio tetrastilo, che era decorato con le statue di Apollo, Venere, Silvano, Bacco, i Dioscuri, e un satiro. tre vasi di profumo avevano immagini di cani che inseguivano una lepre.

Nel 1920 venne trovata un'iscrizione a Thuburbo Majus compilata in onore di C. Vettius Sabinianus dimostrando che che molte altre iscrizioni con quel nome si riferivano alla stessa persona.

Qui sopra, conservato nel Museo del Bardo c'è un mosaico prelevato dalla Casa delle Protomi (teste o busti di uomo, animale o creatura fantastica, a ornamento di elementi architettonici) a Thuburbo (inizi IV sec. d.c.) con animali utilizzati nelle "venationes" (uccisione di animali feroci negli anfiteatri). Un mosaico molto simile è stato trovato nella Casa degli animali legati.

Nel 1925 furono scavati i resti della casa di Bacco e Arianna risalenti all'inizio del V secolo. I mosaici rinvenuti nella città risalgono alla fine del IV secolo. Questi mosaici raffigurano oggetti della natura, come una natura morta di prodotti alimentari e un mare pieno di pesci mentre i giovani pescano dalle barche.

Un altro mosaico rappresenta una Venere nuda che cavalca un carro, con la vita vegetale che la circonda per rappresentare il benessere e la fertilità. Altre campagne di scavo sono state effettuate negli anni '30 e '50, ma la maggior parte di Thuburbo Majus deve ancora essere scavata e riportata il più possibile all'antico splendore.



LA STORIA

Durante la III Guerra Punica Thuburbo si schierò con Cartagine e la città fu per questo punita dai Romani che in segno di sottomissione imposero un pesante compenso annuo. Nel 27 a.c. l'imperatore Augusto insediò alcuni dei suoi veterani nei dintorni della città. 

Ciò ha portato alla creazione di due comunità; uno dei peregrini (liberi indigeni) che abitavano nella civitas (città) di Thuburbo e uno dei discendenti dei veterani che avevano la cittadinanza romana e che abitavano nel pagus, cioè nel quartiere rurale.

Le due comunità avevano leggi e autorità locali diverse, ma nel tempo queste distinzioni si sono affievolite. L'imperatore Adriano visitò l'Africa e concesse lo status di municipium alla civitas di Thuburbo, conferendo così maggiori diritti ai suoi cittadini. 



I MONUMENTI

- Il Foro, centro commerciale e civile dell'antica città, venne alzato contemporaneamente al Capitolium. Era circondato da un portico di colonne di cipollino, marmo verde proveniente dalla Grecia. Queste colonne contrastavano con quelle del Capitolium che erano di pietra rosa locale per sottolineare l'importanza dell'edificio. 

Il Foro era completato da un mercato che comprendeva botteghe e da una basilica, che probabilmente ospitava un tribunale. Nell'angolo sud-est del Foro, alcune lettere sono incise nel pavimento, parte di un gioco usato per imparare l'alfabeto.

- Nel 166 gli abitanti di civitas e pagus eressero nel Foro un tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva, le tre divinità adorate sul Campidoglio a Roma e gli annunci pubblici venivano fatti dall'alto podio del tempio.

IL CAPITOLIUM


IL CAPITOLIUM

Nel II secolo questa colonia romana per veterani di guerra contava 10.000 abitanti, i più ricchi dei quali cercavano di farsi pubblicità attraverso l'evergetismo, e cioè donando edifici pubblici e raffinati mosaici; molti dei quali sono ora nel Museo del Bardo di Tunisi. 

Sul sito domina il Capitolium, o Campidoglio, con quattro gigantesche colonne corinzie scanalate a tutta lunghezza, in marmo rosa venato che segnano l'ingresso al tempio. Qui si onorava la Triade Capitolina: Giove, il re degli dei; Giunone, sua moglie; e Minerva, la figlia di Giove, Dea della saggezza. 

Costruito nel 168 d.c., vi si accede tramite un'ampia rampa di scale che sale dal foro (161–2 d.c.), che è colonnato su tre lati. Qui sono stati trovati un gigantesco piede con sandali e la testa di un'enorme statua di Giove, che si stima fosse alta 7,5 m. Nella cantina del Capitolium, è possibile vedere un enorme torchio circolare in pietra che drena quella che era una piscina di epoca romana.

I mosaici più belli furono trasferiti al Museo del Bardo a Tunisi; quelli geometrici sono stati lasciati in situ. La Casa degli Animali Legati conserva un esempio relativamente raro di mosaici in bianco e nero; questi erano molto popolari a Roma e l'imperatore Adriano, uomo che non mancava di risorse, decorò l'Hospitalia, le stanze per i suoi ospiti a Villa Adriana, con mosaici in bianco e nero. 

Probabilmente i ricchi cittadini dell'Africa romana sentivano che i mosaici colorati esprimevano al meglio il loro status sociale.

IL CAPITOLIUM

- Mercurio era il Dio del commercio e nel 211 gli fu eretto un tempio accanto al Capitolium. Aveva però una forma insolita con un peristilio rotondo inserito in uno spazio quadrato limitato da quattro absidi. Le bancarelle del mercato si scorgono su tre lati del cortile sottostante il tempio.

- Direttamente dietro il mercato c'è un groviglio di strade residenziali molto poco romane, ovviamente tracciate prima del loro arrivo. Al di là si trova la spaziosa Casa di Nettuno, con alcuni imponenti mosaici a motivi geometrici. 

- A circa 50 metri a sud dei bagni invernali, il Santuario di Baal è un piccolo tempio quadrato facilmente riconoscibile dai due pilastri grigi con venature gialle in cima ai suoi gradini. Era dedicato al Dio punico Baal Hammon, il cui culto sopravvisse (in forma romanizzata) molto tempo dopo la caduta di Cartagine. 
Il che dimostra ancora una volta l'infondatezza di alcune fonti che asserivano si facessero sacrifici di bambini al Dio. I Romani non avrebbero mai accolta una divinità a cui si facessero sacrifici umani.

IL FORO

- L'adiacente Santuario di Caelestis, raggiungibile attraverso un arco indipendente in pietra gialla, era per un altra divinità assimilata, questa volta la versione romana della Dea punica Tanit, moglie di Baal Hammon. Il tempio fu poi trasformato in chiesa bizantina, di cui si possono ancora vedere le tracce.

- Un sentiero accidentato conduce a sud-est dal Santuario di Baal verso le rovine di massicce cisterne ad arco incastonate nella collina che un tempo riforniva d'acqua la città. Il tumulo oltre le cisterne segna il sito di un piccolo anfiteatro, che non è stato completamente scavato. Qui è evidente il riciclaggio: pietre con iscrizioni latine non correlate sono state capovolte per aiutare a puntellare la base della struttura. 

- Un altro sentiero accidentato attraverso piante spinose conduce a nord da qui a una bassa collina sormontata dai resti del Tempio di Saturno, anche se non è stato scoperto molto. 

- Il Tempio della Pace, a nord-est del foro, custodisce alcuni bassorilievi in ​​pietra, tra cui uno di Pegaso.

CASA DI NETTUNO

- Ad est si trovano i meravigliosi portici della Palestra dei Petroni, dal nome della famiglia di Petronio Felice, che finanziò la costruzione di questo complesso di ginnasi nel 225 d.c. Era circondato da colonne corinzie fatte di un insolito marmo grigio venato di giallo; una fila rimane in piedi (sostenuta da un'impalcatura), reggendo ancora in alto un'iscrizione latina.

- In molte case romane in Tunisia, gli archeologi hanno trovato vasche semicircolari, solitamente situate nel cortile principale dell'edificio, che si ritiene quindi fossero fontane, ma che in altri luoghi come a Bulla Regia venivano utilizzate per la balneazione interna. Nella maggior parte dei casi queste fontane erano decorate con teste di Oceano circondate da creature marine come a Thuburbo Majus e a Neapolis.

- L'area a sud-ovest del Foro costituisce la parte visitabile dell'area archeologica e quella dove si trovano gli edifici più interessanti. L'area dall'altra parte del Foro (dietro la Curia) era un quartiere di botteghe e casette. Oggi sembra che sia ancora da scavare, ma dettagliate mappe archeologiche pubblicate negli anni '60 mostrano che è già stato indagato.

LE TERME ESTIVE

LE TERME

- Probabilmente mentre stavano ricostruendo il loro Foro, i cittadini di Thuburbo sentivano che ora potevano permettersi i bagni pubblici e le terme che edificarono decorandoli con mosaici e con costosissime colonne rossastre provenienti da Simitthus, località dell'interno del paese vicino all'odierno confine con l'Algeria.

Posizionato accanto alla palestra per il lavaggio post palestra sta infatti l'enorme complesso delle Terme Estive, che copre 2800 metri quadrati. Sebbene più grandi, non sono così ben conservati come le terme Invernali, 150 m a est, che hanno un grande ingresso fiancheggiato da colonne di marmo butterate e venate. Entrambi erano pieni di mosaici: i più belli sono ora in mostra al Bardo, anche se alcuni motivi geometrici possono ancora essere visti in situ.

Poco dopo aver ultimato i Bagni Invernali, il Comune di Thuburbo ne fece costruire altri a brevissima distanza dai primi. Gli archeologi ritengono che durante la stagione calda si siano prosciugate le sorgenti che rifornivano i Bagni Invernali, mentre le nuove terme, costruite ad un livello leggermente più basso, ricevevano l'acqua da una grande cisterna. Questo spiega i nomi dati dagli archeologi alle terme.

Ci sono prove che le terme fossero funzionanti all'inizio del V secolo perché le iscrizioni rinvenute sul sito parlano di un restauro effettuato tra il 395 e il 408. Quando il paese tornò ad essere un villaggio di contadini nelle terme furono installati dei frantoi. 


LA COLONIA IULIA AURELIA COMMODA

Nel 188 il processo di integrazione di Thuburbo nel sistema di governo romano fu completato dall'imperatore Commodo che unificò civitas e pagus nella Colonia Julia Aurelia Commoda e concesse la cittadinanza romana a tutti i suoi abitanti.

Thuburbo godette di un periodo di grande prosperità fino alla metà del secolo successivo, poi accadde qualcosa che causò il suo declino. Durante il IV secolo l'imperatore Costanzo II cercò di far rivivere la città restaurando alcuni dei suoi edifici pubblici. La ribattezzò Respublica Felix Thuburbo Majus.

Diversi templi di Thuburbo furono trasformati in chiese nel IV secolo, ma le spaccature tra i sostenitori del Donatismo, una setta cristiana locale, e i sostenitori della chiesa ufficiale controllata dagli imperatori causarono probabilmente un nuovo declino della città.

A differenza di quanto si può osservare a Thugga, Sufetula, Mactaris, Mustis e altri luoghi, non ci sono prove di fortificazioni bizantine, il che indica che quando gli arabi invasero l'Africa romana nel VII secolo, Thuburbo era ridotto ormai solo a un villaggio di contadini.

L'economia di Thuburbo non si basava esclusivamente sull'agricoltura, perchè la città si trovava lungo una strada romana dell'entroterra che collegava Cartagine con l'Algeria ed era quindi meta di molti mercanti. 

Il sito archeologico di Thuburbo Majus manca di un piccolo museo che accolga rilievi, iscrizioni e sezioni di architravi che attualmente sono sparsi qua e là, non necessariamente nel luogo in cui sono stati trovati, e senza nessuna indicazione.



I MOSAICI
 
Il labirinto di Cnosso dove Teseo uccise il Minotauro, era un motivo decorativo popolare. Solitamente però i mosaicisti non includevano la vera scena dell'uccisione del monstrum mezzo umano e mezzo taurino, che invece a Thuburbo era raffigurata in tutta la sua violenza.

Compaiono inoltre i Peltas, gli scudi a forma di mezzaluna usati dalle Amazzoni che costituivano un altro motivo decorativo popolare per i mosaici geometrici (Casa di Nettuno). 

Talvolta i soggetti dei mosaici avevano lo scopo di mostrare la cultura del padrone di casa e i suoi gusti letterari. Uno dei mosaici più noti del Museo del Bardo ritrae Virgilio nell'atto di scrivere l'Eneide. 
Si ritiene che un mosaico ritrovato a Thuburbo ritragga Menandro, drammaturgo greco del III secolo a.c. le cui opere furono tradotte in latino. 

Forse però non fu ritratto per le sue commedie, ma per una serie di massime a lui attribuite, alcune delle quali ancora oggi popolari come "la notte porta consiglio" e "la cattiva compagnia corrompe i buoni costumi" (quest'ultima ripresa da san Paolo - Corinzi 15: 33).

Sebbene la loro economia fosse basata sull'agricoltura, le città dell'Africa avevano tutte le strutture tipiche di un insediamento urbano: strade lastricate, acquedotti, fontane, terme, tribunali, mercati, teatri e anfiteatri. Una rete di strade collegava le città dell'interno con Cartagine e altri porti.

DIO OCEANO

L'INCURIA

A differenza di quelli di Thugga, i monumenti di Thuburbo Majus crollarono e gli archeologi non furono subito in grado di valutare il livello di ricchezza raggiunto dal paese, anche se il fatto che fosse indicato come Majus (maggiore) avrebbe dovuto dare un serio indizio della sua importanza.

I mosaici trovati nelle case hanno dato il giusto peso alle abitazioni, perchè potrebbero competere con quelli trovati a Cartagine ea Utica, le più grandi città dell'Africa, il nome che i romani davano all'odierna Tunisia.

L'area archeologica è attigua a delle fattorie e non c'è recinzione che la separi e la protegga. Non è raro vedere pastori che portano le loro greggi al pascolo nelle aree circostanti gli antichi monumenti il che dà un tono piuttosto suggestivo, ma questo, insieme all'aspetto selvaggio della vegetazione, dà l'idea l'area archeologica sia oggetto di incuria.

FORSE MENANDRO

BIBLIO

- Aïcha Ben Abed-Ben Khader - Corpus des mosaïques de Tunisie II: Région de Zaghouan - Thuburbo Majus, les mosaïques dans la région ouest - by D. Parrish, American Journal of Arch. - July 1993 -
- Jashemski, Foss, Lewis, Timpson, Lee - Roman Gardens in Tunisia: Preliminary Excavations in the House of Bacchus and Ariadne and in the East Temple at Thuburbo Maius - American Journal of Archaeology - October 1995 -
-William N. Bates, "Archaeological News", American Journal of Archaeology, Vol. 22, No. 1. (January–March 1918), pp. 73-100
- Sidney N. Deane, "Archaeological News", American Journal of Archaeology, Vol. 25, No. 1. (January–March 1921), pp. 83-109
- "Thuburbo Minus" Catholic Encyclopedia - Herbermann, Charles, ed. - New York: Robert Appleton Company - 1913 -



HIPPO DIARRHYTUS - BIZERTE (Tunisia)


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Hippo Diarrhytus è una città costiera della attuale Tunisia, uno dei suoi insediamenti più antichi conosciuti in Tunisia, e pure la città più settentrionale dell' Africa.

Situata sul Mar Mediterraneo a 65 km a nordovest della capitale Tunisi e a 15 km da Cap Blanc,
venne fondata intorno al 1100 a.c. dai Fenici, un'antica popolazione semitica originaria delle regioni costiere del Mediterraneo orientale, provenienti dal porto fenicio Sidone (oggi città libanese). Nel 310 a.c. fu conquistata da Agatocle, tiranno di Siracusa.

Inizialmente fu un piccolo porto fenicio per il commercio marittimo nel Mediterraneo occidentale, posto 30 km (18,5 mil) a nord di Utica e 50 km (31 mil) a nord-ovest di Cartagine, altre città fondate dai Fenici, poi si estese e acquisì importanza per i traffici commerciali e l'aspetto militare.


I Fenici furono grandi navigatori, grandi esploratori e grandi commercianti fin dall'epoca più antica. Intorno all'800 a.c., la città passò sotto l'influenza di Cartagine durante il regno della regina Didone/Elissa. 

Nel 309 a.c., durante le guerre greco-puniche e dopo la sconfitta di Agatocle, la città e la Sicilia tornarono alla Repubblica Cartaginese. Diversi generali cartaginesi usarono il suo porto durante le guerre puniche del 264-146 a.c., come Amilcare Barca, Mago, Hasdrubal e Annibale.

Nel 149 a.c. si verificarono le prime incursioni romane. Durante l'ascesa di Giulio Cesare i Romani occuparono la città, chiamandola Hippo Diarrhytus. La città riacquistò la sua prosperità e il suo progresso dal regno di Augusto (imperatore dal 27 a.c. al 14 d.c.) e mantenne relazioni marittime con Ostia e Roma, come dimostra un mosaico che decora la sua rappresentanza commerciale nella piazza del Foro delle Corporazioni. 

MASCHERE FUNERARIE

Più tardi, col nome di Hippo Diarrhytus, la città venne innalzata al rango di colonia dell'impero romano, il riconoscimento più elevato che l'impero poteva concedere ad una città. Il cristianesimo si diffuse nella città sotto l'Impero.

Nel 439 d.c., Genserico, il re dei Vandali (tribù germaniche orientali), e i suoi seguaci invasero la città e usarono il porto come base per le invasioni in altre parti dell'Impero Romano d'Occidente: la città di Roma e le isole di Sardegna, Malta, Corsica e Sicilia. La città appare sulla mappa medievale di Peutinger.

Dal 534 d.c. al 642 d.c., la città passò sotto il controllo dell'Impero Bizantino dopo la sconfitta dei Vandali nel 534; furono infatti i bizantini a edificare il Forte di Bizerte (oggi Forte di Kasba), per la sicurezza dei confini.


Interessanti sono alcuni mosaici, oggi trasferiti al Museo del Bardo, che danno un'idea della ricchezza degli abitanti di questa città e della loro agiatezza. A fianco frammento di un pavimento a mosaico che proviene da una terme privata. Raffigura due cavalli da corsa, attaccati a una colonna, di cui se ne vede uno solo, Diomedes. Il cavallo ha la coda legata a un ramo d'ulivo.

Diomedes come Alcides, l'altro cavallo, portano il marchio della scuderia a cui appartengono. Il mosaico risale al IV secolo d.c. e proviene da Sidi Abdallah nei pressi di Biserta. Di Hippo Diarrythus parla Plinio il Giovane. 

Caio Plinio Cecilio Secondo, detto Plinio il Giovane fu nipote e figlio adottivo di Plinio il Vecchio, e visse fra il 62 e il 113. Console della provincia del Ponto e Bitinia nel 100 ed è rimasto famoso per le sue lettere a noi pervenute. 

MOSAICO MARINO

In una delle sue lettere Plinio il Giovane narra una storia pertinente: 

"A Hippo i piaceri della pesca e del nuoto rendono di buon umore tutti quanti e in particolare i bambini, poiché l'attrazione dei giochi è irresistibile, mettono i loro cuore e il loro coraggio in una gara che consiste nel nuotare e nell'allontanarsi il più possibile dalla costa. 

Un giorno, un ragazzo più coraggioso degli altri, si allontana e incontra un delfino. Il delfino nuota davanti al ragazzo, dietro e attorno a lui. Lo carica sul suo dorso e lo immerge nell'acqua. Quindi trasporta il ragazzo impaurito lontano al largo, poi fa un semicerchio, si avvicina alla costa e lo riporta sulla terraferma vicino ai suoi amici. 

L'episodio si propagò nella colonia, la gente veniva da ogni parte e il ragazzo era considerato una specie di prodigio. Era interrogato continuamente, lo si ascoltava e si riportava la sua storia straordinaria di nuovo ovunque. 


Questo si ripete il giorno dopo, il giorno dopo, per diversi giorni, finché i bambini nati dal mare iniziano a vergognarsi della loro paura. Si avvicinano, giocano con il delfino e lo chiamano, persino lo toccano e lo accarezzano, qualunque cosa gli permetta. La loro audacia aumenta con il tentativo. 

Soprattutto il ragazzo che l'ha provato per primo gli nuota incontro, gli salta sulla schiena e si lascia portare avanti e indietro. Crede che l'animale lo riconosca e lo ami e ami l'animale stesso. Non hanno paura l'uno dell'altro. La fiducia nel ragazzo cresce, il delfino diventa sempre più docile. 

Anche altri bambini nuotano con lui a destra e a manca, gridando per incoraggiamento. È incredibile, eppure vero come il precedente, che questo delfino si sia anche lasciato tirare fuori dal mare sulla spiaggia e quando si è asciugato sulla sabbia, si è scaldato, e si è rotolato di nuovo dentro il mare. 

È certo che Ottavio Avito, legato del proconsole, una volta per malvagia superstizione fece versare un unguento profumato sul delfino quando fu portato a terra. Allora l'animale era fuggito dalla polvere sconosciuta e dallo strano odore in alto mare, e solo dopo molti giorni fu di nuovo visto, senza vita e triste, ma poi le sue forze ritornarono, e fu lasciato libero come prima, e lasciò vedere il suo soliti giochi.


Tutti i magistrati venivano di qua e di là per assistere allo spettacolo, ma il loro arrivo e la loro permanenza misero in difficoltà il piccolo paese con spese impreviste. Alla fine, si decise in segreto di uccidere la causa del grande afflusso."



BIBLIO

- Brown, Peter - Through the Eye of a Needle: Wealth, the Fall of Rome, and the Making of Christianity in the West, 350–550 AD - Princeton University Press - 2013 -
- Pétridès, Sophron - Hippo Diarrhytus - In Herbermann, Charles (ed.) - Catholic Encyclopedia - New York: Robert Appleton Company - 1913 -
- Chisholm, Hugh, ed. - Bizerta - Encyclopædia Britannica - Cambridge University Press - 1911 -




UTHINA - OUDNA (Tunisia)


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L'ANFITEATRO

Uthina, o Oudna, fu un'antica città Romana-Berbera, cioè edificata dai romani su territorio e centro abitato preesistente berbero, locata a 25 km da Tunisi, nell'odierna Tunisia, allora una provincia dell'Africa proconsolare.

Uthina venne elevata a colonia in età augustea, il che la portò a una rapida colonizzazione e conobbe il periodo più florido della sua storia sotto il regno degli Antonini e dei Severi. Il suo declino fu rapido malgrado un piccolo periodo di rinascita nel IV secolo.

Fu abbandonata nel V secolo e da allora non si seppe più nulla di Uthina. Notevoli campagne di scavo e di ricerca hanno già riportato alla luce importanti monumenti come il teatro, l'anfiteatro, l'acquedotto, le ville, le terme, oltre a monumenti con splendidi mosaici che testimoniano l'importanza agricola e commerciale di una città costruita nel bel mezzo di una campagna riccamente dedita alla coltivazione del grano, di cui tanto l'Urbe di Roma aveva bisogno.

UTHINA IN EPOCA ROMANA (by Jean Claude Golvin)

L'ANFITEATRO

Il monumento segna l'ingresso al sito archeologico, come annuncia un cartello con la mappa del sito posto in loco. Per grandezza è il terzo anfiteatro in Tunisia, dopo quelli di El Jem e Cartagine, e  può contenere circe 15.000 persone.

Ha una forma ellittica e l'arena centrale misura 58 m per 35 m. Secondo l'uso greco è stato parzialmente scavato nella collina: con meno materiali da spostare e una migliore solidità alla struttura. Una rampa posta nella parte alta del monumento consente di raggiungere il centro dell'anfiteatro scendendo verso l'arena. 
 
I lavori di restauro sono stati intrapresi circa venti anni fa e diverse sale a volta sono stati resi, grazie a questi, accessibili sotto l'arena. Uno squarcio ricoperto da una solida rete permette di vedere attraverso diversi punti dell'intero pavimento dell'arena, offrendo una finestra sul livello inferiore dell'anfiteatro prima di scendere le scale.

In un atto di suprema arroganza coloniale, una volta sorgeva qui una fattoria francese che è stata demolita quando Uthina è diventata un sito archeologico ufficiale nel 2008.
Da non perdere il larario, una nicchia dipinta dove i cacciatori di bestie davano offerte alle loro diverse divinità per chiedere protezione.

L'ANFITEATRO


IL FORO

L'ex foro, a sud-est del Capitole, è occupato da fatiscenti annessi coloniali oggi utilizzati dal personale di scavo e manutenzione.

IL TEMPIO DEL CAMPIDOGLIO


IL CAMPIDOGLIO

Situato sulla collina, è considerato uno dei più grandi templi dell'Africa. Le colonne Capitoline sono state parzialmente ricostruite con attenzione all'evidenza di ciò che è antico da ciò che è moderno, restituendo l'immagine delle dimensioni e della forma dell'edificio.

Nel Campidoglio sono stati rinvenuti i suoi preziosi sotterranei, dove evidentemente si conservavano gli strumenti per la pulizia e la liturgia del tempio, compreso il carro da cerimonia per le processioni e le varie statue degli Dei, la cui sala principale è mantenuta da enormi archi.

LA SALA PRINCIPALE DEI SOTTERRANEI CAPITOLINI

LE CISTERNE

Più a sud-est del foro, alla fine di un acquedotto che riforniva di acqua sorgiva dalla vicina Djebel Ressas, ci sono i resti di un serbatoio. La maggior parte dell'acqua è stata inviata a una rete di enormi cisterne ad arco, 200 ma sud del bacino. Alcuni sono crollati, anche se altri rimangono in condizioni notevolmente buone.

Sul lato del Campidoglio, c'è una casa ancora occupata a tutt'oggi. Questa casa, che per qualche strano motivo non è stata ancora espropriata dallo stato, è sostenuta da vecchie cisterne romane che rifornivano all'epoca il Campidoglio e le Terme.

Continuando verso est, si incontra un acquedotto romano che si riforniva d'acqua dalle 3 fonti poste sulle colline circostanti. Pertanto, Oudhna, nonostante la vicina presenza dell'acquedotto Zaghouan / Cartagine, era indipendente per l'approvvigionamento idrico.
 
LE TERME

LE TERME

Ai piedi del Campidoglio, a meno di 200 metri di distanza, c'è un'enorme massa di blocchi e pietre che sono i resti dei i bagni pubblici romani, costituiti da portici, archi e frammenti di pietre scolpite. Il posto è anche pericoloso, con alcuni buchi mal protetti ma l'effetto è imponente.

E' il sito dei grandi bagni pubblici, che furono danneggiati dalle esplosioni mentre venivano usati come deposito di armi durante la seconda guerra mondiale. 

Il livello sotterraneo, ancora in buone condizioni, è il luogo in cui è possibile assistere alle tipiche conquiste ingegneristiche dei romani, compresi i modi intelligenti per smaltire l'acqua sporca del bagno.

Tornati a nord sulla strada per l'anfiteatro si trovano le Terme dei Laberii, che prendono il nome da un'iscrizione rinvenuta su un mosaico di Orfeo che incanta gli animali, oggi al Museo del Bardo di Tunisi. 

I vicini Bagni degli Amorini Pescatori ha ancora un bel mosaico murale semicircolare in situ, raffigurante Amorini (dett anche Eroti, da Eros), dei genietti allegri della religione romana, che gettano pali e reti in un ruscello carico di pesci. 

Quando Uthina andò in declino durante l'era bizantina, la parte nord-est del complesso fu convertita in un laboratorio di ceramica e qui furono scoperti molti manufatti cristiani.

Le terme si trovano accanto ai resti della sontuosa villa di 30 stanze chiamata Casa dei Laberii, che ha un paio di mosaici surrogati, che illustrano la leggenda dell'invenzione del vino, nonché scene di caccia in cui due cani di nome Ederatus e Mustela inseguono lepri e volpi, e sono seguiti dai loro proprietari a cavallo.


LE VILLE ROMANE

VISTA SATELLITARE DELL'AREA ARCHEOLOGICA
(INGRANDIBILE)
Diverse ville furono riportate alla luce durante i vari scavi, come la Villa dei Laberii, una immensa villa con una superficie di circa 2.300 mq o come la Villa Industrius con una superficie di 700 mq. le ville erano ornate da pavimentazioni musive di grande effetto ora esposti al Museo Nazionale del Bardo. Tuttavia delle copie dei mosaici sono state poste nei siti originali delle ville.


IL TEATRO

Il teatro, posto all'esterno e ai piedi della città è stato scavato solo in parte, ovvero quasi per nulla, per cui attualmente è più facilmente identificabile dall'immagine satellitare.


BIBLIO

- Ammar Mahjoubi - Villes et structures de la province romaine d'Afrique - éd. Centre de publication universitaire - Tunis - 2000 -
- Hédi Slim et Nicolas Fauqué - La Tunisie antique - De Hannibal à saint Augustin - éd. Mengès - Paris - 2001 -  
- Hitchner, R., DARMC, R. Talbert, R. Warner, J. Becker, S. Gillies, T. Elliott - Places: 315247 (Uthina) - Pleiades . Retrieved  2014 -
- Mary Taliaferro Boatwright - Hadrian and the Cities of the Roman Empire - Princeton University Press - 2002 -



SUFETULA - SBEITLA (Tunisia)


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TEMPLI DI GIUNONE GIOVE MINERVA (da sx a dx)

Sbeitla è un piccolo paese del governatorato di Kasserine, nella Tunisia centro-settentrionale, a circa 260 km da Tunisi e a più di 150 km da Sfax. Nei suoi pressi, ad ovest, lungo entrambi i lati della strada per Kasserine, sorge l'antica città romana di Sufetula con i suoi resti imponenti. Intorno a Sbeitla ci sono sono alcuni megaliti punici e stele funerarie a tutt'oggi visibili.

Oggi il sito archeologico di Sufetula, che occupa un vasto altopiano leggermente in pendio, a un'altitudine di 537 m, accoglie gli monumenti antichi, in parte restaurati, che spiccano per il color ocra
La sua fondazione, in corrispondenza di un crocevia di strade e presso una fonte, fu in territorio berbero ma romana fin dall'inizio; la popolazione doveva ammontare a qualche migliaio di abitanti, sparsi su un'area di poco meno di 50 ettari. 

Sufetula, che sorge a cinquanta miglia a sud di Maktar fra i boschi, in una zona semi-arida rigata da letti di fiumi disseccati e a poca distanza da un uadi stagionale, era al tempo dei Romani un centro importante, come suggeriscono le sue rovine e le quattro strade che vi confluivano una volta. 

Gli uliveti, i vigneti e i campi di grano che continuano ad alternarsi, in quest'antica provincia di Byzacena ci dimostrano come, quando in Italia era già sparita da un pezzo, la pace regnasse ancora nel Nordafrica agricolo. Un'iscrizione romano cristiana del V secolo ci ricorda per esempio che il «pius vir Dion» visse qui 80 anni e piantò 4000 ulivi.



LA STORIA

I romani si trovarono subito a combattere le tribù berbere che abitavano la regione e che non sopportavano alcun dominio, ma solo quando la legio III Augusta si accampò ad Ammaedarai nomadi Berberi che vennero infine sconfitti, insieme al loro capo Tacfarinas, sotto il regno dell'imperatore Vespasiano e di suo figlio Tito.


Tacfarinas

Il berbero Tacfarinas aveva servito nelle truppe ausiliarie di Roma ma poi, insofferente della disciplina, disertò e si circondò di un banda di irregolari. Egli era molto pericoloso perchè ben conosceva il modo e le regole della battaglia romana che era in grado, come Arminio nella battaglia di Teutoburgo, di aggirare e ingannare.

In seguito, sfruttando il malcontento delle tribù indigene amministrate dai Romani, riuscì a porsi a capo della potente tribù dei Musulami e ad attirare numerosi Mauri, scontenti del loro sovrano, Tolomeo, figlio di Giuba II, che era ormai un fantoccio nelle mani dei romani. 

I romani combatterono i berberi mettendoli in serie difficoltà, ma poi giunsero rinforzi e aiuti in favore di Tacfarinas dal re dei Garamanti e dalla stessa provincia d'Africa (attuale Tunisia), per cui l'esercito romano doveva combattere su un fronte vastissimo, che andava dalla piccola Sirte a est fino alla Mauretania ad ovest. La guerra durò sette anni, e fu una delle più importanti rivolte dei fieri Berberi contro i Romani.

Il primo scontro avvenne in campo aperto nel 17, con la vittoria delle truppe romane della Legio III Augusta; allora le bande berbere abbandonarono lo scontro diretto ricorrendo alle continue e dissanguanti azioni di guerriglia. 

Così Tiberio nel 19 decise di trasferire temporaneamente, dalla Pannonia, l'intera IX Legione Hispana e distaccamenti legionari della legio VIII Augusta, agli ordini del prefetto del pretorio Quinto Giunio Bleso per sconfiggere definitivamente l'esercito di Tacfarinas. 



Quinto Giunio Bleso

Quando morì Augusto, Bleso si trovava in Pannonia a capo delle legioni VIII Augusta, VIIII Hispana e XV Apollinaris che volevano ribellarsi a Tiberi, così disse ai suoi soldati:
«Macchiatevi piuttosto le mani con il mio sangue; sarà un delitto meno grave uccidere un luogotenente che ribellarsi all'imperatore. O manterrò la fedeltà delle legioni incolume, o trucidato affretterò l'ora del vostro rimorso»
(Bleso da Tacito, Annales, I, 18.)

Per le sue battaglie e la sua fedeltà Bleso ottenne il trionfo, ma non riuscì nè ad uccidere nè a catturare Tacfarinas che in pochi mesi ridivenne un pericolo per i Romani. 

Solo nel 24 il proconsole Dolabella riuscì a porre fine alla guerra, espugnando, dopo un lungo assedio, la fortezza di Auzea in cui si era rifugiato Tacfarinas che vista la sconfitta, evitò la cattura con il suicidio. I Romani ebbero il sopravvento e anche Sufetula tornò romana.

L'immagine del ribelle che non si sottomette alla potenza di un impero ha molto colpito i Berberi del XX secolo, che nella riscoperta delle proprie origini anteriori all'islamizzazione gli riservarono un posto d'onore. Cosicché oggi molti Berberi danno ai loro figli il nome di Tacfarinas.



LA FONDAZIONE

Sufetula divenne certamente municipium alla fine del I secolo d.c. dai veterani smobilitati in seguito al trasferimento della III Legione augusta da Ammaedra (Haidra) a Thebaste (Tébessa in Algeria) e in seguito divenne colonia. Dal II al III secolo i circa diecimila abitanti prosperarono grazie ai proventi dell'ulivocoltura: nel II secolo, infatti, la città cominciò ad erigere monumentali edifici classici, poi dal IV secolo, basiliche e chiese cristiane. 

Le iscrizioni trovate nella città suggeriscono che la città si sia sviluppata durante il II secolo, insieme alle altre città del Africa settentrionale, grazie al commercio soprattutto dell'olio: alcune presse per la produzione dell'olio furono ritrovate infatti nelle sue rovine. La sua prosperità nei secoli rese consentì la costruzione di monumentali edifici pubblici.

Sufetula contava sei chiese nel IV secolo, custodite dalle comunità cattoliche o donatiste, costruite su precedenti edifici pagani. Con il declino dell'impero (inizio del V secolo) e l'occupazione Vandala (V e inizio del VI secolo), Sufetula, situata ai confini con la zona stepposa, rivestì il ruolo di strategica città di frontiera a continuo contatto con i popoli berberi di Aurès e della Tripolitania ridiventata indipendente.

Decaduta nel IV secolo, con l'occupazione dei Vandali, fu quindi riconquistata dai Bizantini ed ebbe una nuova fioritura. Vi troviamo due chiese risalenti all'epoca bizantina (VI e VII secolo). Con l'avvento del cristianesimo Sufetula divenne sede episcopale e, dopo la fine del regno Vandalo, fu fortificata dai Bizantini che, nella prima metà del VII secolo ne fecero una capitale in seguito all'iniziativa secessionista del patrizio Gregorio.

Nel 646 il prefetto Gregorio vi spostò la capitale da Cartagine, dichiarando la propria indipendenza da Bisanzio. L'anno successivo venne tuttavia conquistata dagli Arabi, guidati da Abd Allah ibn al-Zubayr.

IL TEATRO

IL TEATRO

Il teatro, posto vicino alla riva di un torrente, conserva in gran parte le gradinate che in origine erano una decina, oggi restaurate e ben conservate. Sono in parte salve le strutture della scena anche se piuttosto rovinate, che vennero elevate sopra a imponenti sostruzioni.

Nella parte alta del teatro sono stati recentemente scoperti i resti di una galleria, poco distante dalle terme; in basso alle gradinate, il pavimento dell'orchestra era totalmente ricoperta di lastricato. La scena
presentava varie nicchie rivolte agli spettatori, evidentemente sedi delle immagini di divinità. 

Infatti nella nicchia centrale è stata rinvenuta una statuetta rappresentante il Dio greco Dionisio (Bacco per i romani), attualmente esposto nella II sala del museo del sito. Della scena, resta solo parte delle infrastrutture fisse: colonnati, nicchie, capitelli e altro.


IL PONTE ROMANO

IL PONTE ROMANO

Un sentiero in terra battuta, sulla destra della chiesa di Vitalis, conduce a un ponte-acquedotto composto da tre archi che scavalcano il torrente Sbeitla. A monte, lungo il letto del fiume, sono le sorgenti che alimentavano l'antica città e che oggi sono state incanalate per rifornire Sfax. Poco dopo l'incrocio col sentiero che porta all'acquedotto si possono vedere, sulla destra, le imponenti rovine di un tempio di cui è rimasta soltanto la cella. Sufetula era al tempo dei Romani una città di una certa importanza, come suggeriscono le sue rovine, un gigantesco ponte e le quattro strade che una volta vi confluivano.

PORTA DI ANTONINO PIO


L'ARCO DI TRIONFO

L'Arco di Trionfo, all'ingresso sud della città, fu costruito all'epoca di Diocleziano (fine III - inizio IV secolo) dopo l'istituzione della tetrarchia. In quest'epoca il cristianesimo soffrì un lungo e duro periodo di persecuzioni e ciò spiega forse il martellamento dei nomi degli imperatori, sui fregi dell'arco, ad opera probabilmente di cristiani di Sufetula.

Su entrambi i lati dell'arco, davanti ai piedritti, si trovano due colonne con capitello corinzio, accanto alle quali sono nicchie rettangolari con pilastri incassati un tempo ornati di statue.


Il Decumano della città che parte dalla porta dedicata ad Antonino Pio porta all'area centrale della città introducendo direttamente alla piazza del Foro e alla Triade capitolina. Gli scavi furono iniziati fra il 1906 e il 1922 e ripresi fra il 1954 e il 1966; diverse opere di restauro sono tuttora in corso.



IL FORO

Il Foro è è una vasta piazza lastricata (70 m per 60) risalente al II secolo d.c., posta al centro del cardo maximo e del decumano maximo; è cinto da un muro alto 4 metri di epoca bizantina, che subì alcuni rifacimenti a scopo difensivo in epoca bizantina, quando furono eliminate le porte di accesso, ma senza torri nè camminamento di ronda. 

Il Foro accoglie un grandioso insieme di edifici: i templi del Capitolium, la curia, le botteghe e ad esso ci si immette tramite la magnifica Porta di Antonino Pio, una porta monumentale a tre fornici, costruita appunto sotto Antonino Pio (138-161), con colonne incassate che sostengono una trabeazione ben conservata.

Questo, secondo l'uso romano, è fiancheggiato da portici di cui alcune colonne sono state ricomposte, accanto al muro che lo circonda si trovavano svariate botteghe. 



IL CAPITOLIUM

Nella piazza alloggiano i tre maestosi templi di Giove, Giunone e Minerva, che delimitano il foro verso nord-ovest, e che sorsero contemporaneamente al Foro edificati con un'edilizia un po' particolare. 
Infatti gli edifici, templi pseudo-peripteri, cioè con le colonne perimetrali sostituite da semi-colonne addossate al muro della cella, erano uniti da archi sovrastanti i passaggi che li separavano l'uno dall'altro. 

Pertanto il Capitolium non era composto di un solo tempio consacrato alla triade capitolina, ma da ben tre templi distinti ma collegati tra loro, dedicati ognuno ad una delle tre divinità.

All'esterno del foro, nei pressi dell'angolo nord-ovest, vi sono i resti di una chiesa, fine del IV o all'inizio del V secolo, con pianta basilicale a tre navate e con abside rivolta a occidente; nella navata centrale il reliquiario rivela il punto in cui sorgeva l'altare.


Ogni tempio era composto di quattro colonne in facciata e due di rincalzo. Quello centrale, dedicato a Giove, era invece privo di scalinata d'accesso sostituita da una balconata. Inoltre solo i templi laterali erano accessibili attraverso una scalinata frontale, mentre la parte anteriore del podio del tempio centrale serviva da tribuna. La facciata del tempio di sinistra è stata restaurata e le colonne del pronao tetrastilo (4 colonne di facciata e 2 di rincalzo) rialzate.


Nelle celle sono ancora evidenti le nicchie e i fori di sostegno delle travi di copertura. Nell'interno del podio si aprono grandi sotterranei a volta. I capitelli corinzi, dei templi laterali, o compositi, di quello centrale, sono di fattura mediocre, probabilmente di manifattura locale, anche se uno di questi ultimi, spaccato in due parti e oggi ricomposto, risulta assai imponente.

CASA DELLE STAGIONI

LE CASE

Alcune case si presentano in buono stato di conservazione e mantengono l'aspetto di fortini, probabilmente a due piani collegati da scale, in parte ristrutturate. L'interno contemplava stanze di forme e dimensioni differenti, con materiali più antichi di riporto, come trabeazioni, colonne, ecc. prelevati da templi e altro. Si trovano all'ingresso del sito e datano alla fine del VII secolo.

A sinistra si imbocca un'antica strada fiancheggiata da un secondo fortino, analogo al precedente anche se di dimensioni maggiori, inaccessibile all'interno che si può solo intravedere dall'esterno, vi si notano i resti di un bagno privato, con vasca a mosaico ornato di pesci.


Lungo il decumano e in prossimità della Porta di Antonino Pio pullula un intero quartiere attorno alle attività commerciali. Si tratta di una serie di locali con mura ben conservate che in età romana e bizantina furono adibiti a botteghe di artigiani, negozi, luoghi di incontro e di scambio di merci. Accanto a questi sorgevano delle case. probabilmente dei proprietari dei negozi o delle aziende.

LE GRANDI TERME


LE TERME

Nella città sono state rinvenuti cinque stabilimenti termali, una cui vasta parte fu distrutta dalla costruzione della strada moderna Sbeitla - Kasserine (sigh!) lasciando in evidenza solo una serie di piccole sale comunicanti fra loro. Alcuni settori subirono rimaneggiamenti e restauri sin dall'antichità.

A destra della via principale, appaiono i resti delle Grandi Terme pubbliche di Sufetula che occupano uno spazio rettangolare lungo più di cento metri e largo circa cinquanta. La stanza più preziosa presenta una vasca dalle pareti interamente decorate di mosaici con vari tipi di pesci e crostacei. 

Le grandi terme possedevano due serie di calidaria e frigidaria e una palestra, il cui pavimento è ricoperto di mosaici a motivi geometrici recentemente restaurati. circondata da un doppio colonnato; fondate nel III secolo d.c., subirono anch'esse numerosi restauri e rimaneggiamenti.  

La palestra immette direttamente nella seconda grande stanza rettangolare: il frigidarium, chiuso sui lati minori da due piccoli bacini. Da questo nucleo centrale dipartivano le altre sezioni delle terme che si possono ben vedere dalla piccola scala d'entrata. 

Precisamente qui troviamo un'iscrizione latina del IV secolo, che segnala i restauri cui fu sottoposta la zona utilizzata in inverno. Vi è una doppia serie di ambienti dallo stesso uso, posti lateralmente alle sale centrali, che erano le terme utilizzate in inverno (settore nord-ovest) e in estate (settore sud-ovest). 

Particolarmente interessanti il tepidarium e calidarium, riconoscibili da una serie di piccoli pilastri di tegole che sostenevano il pavimento (in realtà doppio) sotto il quale circolava l'aria calda proveniente dalle caldaie a forno (ipocausto), ancora in parte visibili.



LA FONTANA


Uscendo dalle terme scorgiamo i resti di una delle tre fontane rinvenute fino ad ora a Sufetula, posta sul fondo della antica strada e innalzata in modo da bloccare la via che conduceva dal teatro al Capitolium.
Della fontana sono visibili soltanto il basamento, la pavimentazione lastricata e il bacino rettangolare che riceveva l'acqua da sei nicchie poste sul fondo.



L'ACQUEDOTTO

Dell'acquedotto che portava fin qui l'acqua dell'altopiano del Djebel Mrihla rimangono solo i frammenti di poche arcate. Un arco di trionfo a un quarto di miglio dal suo centro culturale fa capire quanto questa città fosse estesa.

BATTISTERO DELLA CHIESA DI VITALE


CHIESA DI SERVUS

La maggior parte delle chiese bizantine riutilizzarono le fondamenta di edifici romani antecedenti.
- Chiesa di Bellatore -  fine IV o primi V secolo, dal nome di un vescovo locale, include la Cappella di Giocondo, che serviva come battistero.
- Chiesa di San Vitale - Basilica del V - VI secolo, la chiesa ha rivelato sotto al suo pavimento uno splendido mosaico con pesci.
- Cappella di Giocondo
- Chiesa di Servo



CHIESA DI SAN SERVO

La chiesa di Servus, forse la cattedrale della comunità Donatista, era una basilica a cinque navate venne edificata nel cortile di un tempio romano e il battistero poligonale, con fondo quadrilobato, venne installato nella cella quadrata del tempio pagano che era cinta da due esedre risalenti probabilmente al III secolo d. c.. Di questo santo non si hanno notizie.

Da una scaletta si accedeva all'abside, situata nel lato nord-ovest del portico (a sinistra dell'entrata attuale), dove fu rinvenuta la dedica ad un sacerdote di nome Servus, morto all'età di sessantotto anni, del quale la chiesa prese il nome. Le scanalature visibili sul pavimento delimitavano il settore riservato al clero ed indicano l'ubicazione dell'altare.


LA CHIESA DEL TRIFONE


CHIESA DEI SS. GERVASIO, PROTAIO E TRIFONE

La chiesa dei santi Gervasio, Protasio e Trifone fu consacrata probabilmente nel VI secolo dai Bizantini, ma servì al culto forse anche nei primi tempi dell'epoca araba; il culto di Trifone è associato a quello dei santi milanesi Gervasio e Protasio (l'iscrizione a loro dedicata si trova al Museo del Bardo), citati nel V secolo da un autore anonimo che ne ha composto la Passio

S. Trifone invece (232-250), giovane greco di fede cristiana che subì il martirio durante le persecuzioni di Decio (249-251). la sua storia venne scritta cinque secoli dopo la sua morte, descritto come un giovane pastore di oche che operava guarigioni ed esorcismi (ma i pastori di oche esistono solo nelle favole). Venne arrestato e torturato per il rifiuto ad onorare gli Dei pagani. Subì il martirio per decapitazione a Nicea (in Asia Minore) all'età di diciotto anni, il 2 febbraio del 250.

La facciata della chiesa è stata in parte restaurata con materiale di spoglio.


L'edificio cosiddetto delle Stagioni è un caseggiato con cortile centrale a peristilio fiancheggiato, sui lati nord e sud, da piccole stanze, molte delle quali a doppia abside. Da un'ampia sala con ai lati due ambienti più piccoli (le absidi sono state trasformate in fontane) proviene il mosaico delle Stagioni (ora al Museo del Bardo) che ritrae un certo Xenophontes, probabilmente lo scrittore greco vissuto nel V-IV secolo a.c.

A sud di questo edificio persistono le fondazioni di un complesso architettonico simile, con cortile centrale a peristilio, sala di ricevimento rettangolare e sala a doppia abside. Poco più avanti la strada terminava in corrispondenza di un arco di trionfo (inizi III secolo) del quale è rimasto solo il basamento. 

Poco più lontano, sulla sinistra, si possono vedere i resti di una costruzione che un tempo si ritenne appartenessero a una chiesa, ma che oggi si ritiene il peristilio di una casa adiacente.

Proseguendo verso nord lungo le antiche strade che si intersecano ad angolo retto nel centro della città, si passa accanto a un grande serbatoio che serviva per l'approvvigionamento idrico dell'abitato.


BIBLIO

- Hedi Slim et Nicolas Fauqué - La Tunisie antique. De Hannibal à saint Augustin - éd. Mengès - Paris - 2001 -
- David, Soren, Hedi Slim e Aicha Ben Abed Ben Khader - Carthage: uncovering the mysteries and splendors of ancient Tunisia - 1st Touchstone ed. - Simon & Schuster - 1991 -
- Ammar Mahjoubi - Villes et structures de la province romaine d'Afrique - éd. Centre de publication universitaire - Tunis - 2000 -
- Edward Gibbon- The History of the Decline and Fall of the Roman Empire - Storia della decadenza e rovina dell'impero romano - traduzione di Davide Bertolotti -



LEPTIMINUS - LAMTA (Tunisia)


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LEPTIMINUS CATACOMBE
Leptiminus (o Leptis Minus; oggi Lamta) fu un'antica città costiera dell’Africa settentrionale, situata a sud est di Susa, sulla Piccola Sirte (Syrtis Minor), tra Adrumeto e Tapso, nel sito dell'odierna Lamta in Tunisia. Fondata dalla popolazione semitica dei Fenici, contemporaneamente a Hadrumetum (oggi Sousse) e Hippo Diarrhytus (oggi Bizerte).

Leptiminus divenne poi cartaginese, menzionato in un passo mutilo dello Pseudo-Skylax (§ 110) del IV sec. a.c., e fu già fiorente nel III sec. a.c.; si sa che il suo porto venne usato da Annibale Barca al suo ritorno dall'Italia in Africa nel 203 a.c. (Livio, 30, 25, 12).

Divenne alleata di Roma nella III guerra punica e in cambio fu riconosciuta come città libera. Poco dopo il sacco di Cartagine del 146 a.c., gli abitanti della città, i Leptitani, sono citati infatti come popolo libero da Appiano (Libyca, 94) e la città è indicata come oppidum liberum da Plinio (HN 5.25). .

Fu dalla parte di Cesare durante la guerra africana e intorno alle sue mura si svolsero importanti combattimenti. Durante le guerre civili della metà del I secolo a.c., Leptimino accolse infatti le guarnigioni di Cesare e il mare intorno alla città fu teatro di una scaramuccia navale (Bellum Africanum, 7, 2 e 29, 2).

VILLA ROMANA
Nel 47-46 a.c. la città divenne una civitas libera et immunis ed emise le proprie monete sotto Augusto. Sembra che la città abbia ottenuto lo status di colonia sotto Traiano (Gascou 1972; Beschaouch 1991; Aounallah, Ben Abdallah, e Hurlet 2006), con il titolo di Colonia Ulpia Lepti Minus.

Venne chiamata Leptis Minus in contrapposizione a Leptis Magna. Restano avanzi del teatro, dell’anfiteatro, del foro e numerose necropoli.

La trasformazione dell'insediamento punico in città romana che si estendeva per circa 24 ettari comportò la riprogettazione urbana della cittadella lungo le linee ortogonali del cardo e del decumano. Sembra vi siano state tre fasi di espansione dalla collina verso la riva e l'area portuale, che aveva un molo lungo 450 m risalente al I sec. a.c. - I sec. d.c..

Un complesso di bagni pubblici e il più antico acquedotto di Leptiminus sembrano essere stati costruiti anche in questo periodo, forse risalente al 93/94 d.c. secondo i timbri in mattoni di Agathobulus e Cneo Domizio Tullo.

Una produzione di anfore è attestata anche nel porto, mentre Plinio afferma che i prodotti ittici venivano esportati a Roma (NH 31, 94). Ampi cimiteri di cremazione sono stati istituiti a sud-est e sud-ovest della città e nell'immediato entroterra sono stati individuati insediamenti rurali.

La regione è stata testimone di un processo di fondazione urbana, crescita, declino e abbandono in un arco di tempo di 1.200 anni (dal 500 a.c. al 700 d.c.), con tutta una serie di vestigia, reperti e tracce significative nella documentazione archeologica delle varie epoche.

Dal 1990 il Progetto Archeologico di Leptiminus, un progetto congiunto tunisino-americano-canadese, ha condotto un'indagine regionale dell'area attuando diversi scavi. Dal 1999 il progetto è gestito dall'Università di Manitoba).

ACQUEDOTTO ROMANO

LEPTIMINUS ROMANA

Importante città portuale fiorita sotto il dominio romano, Leptiminus esportava numerosi prodotti agricoli, tra cui l'olio d'oliva e il garum, la famosa salsa di pesce fermentato, anfore per il trasporto su larga scala, e articoli da tavola in rosso africano, una ceramica molto simile a quella aretina ma di colore decisamente rosso. 

Si trattava di una raffinata stoviglieria prodotta a Leptiminus, e molto richiesta in tutto il Mediterraneo dal II al VII secolo d.c., che veniva esportata in tutto l'impero romano: dall'Italia, Spagna, Portogallo e Gran Bretagna in Occidente, all'Egitto, alla Palestina e alla Siria in Oriente. Tanto i rilievi quanto gli scavi hanno fatto emergere una precedente occupazione punica e successivi insediamenti vandalici, bizantini e arabi.

La città si sviluppò particolarmente dal II al IV sec. d.c. verso est, il che significa che il nucleo abitato di Leptiminus da 45 ha arrivò a coprire circa 150 ha. A questo periodo risalgono diversi edifici pubblici: 
- l'anfiteatro nel II o III sec. d.c., 
- una fitta costruzione lungo la riva occidentale del Wadi Bou Hajar, 
- le Terme orientali nel periodo Severiano. 
- un complesso di forni che producevano anfore e oggetti da cucina, ma pure oggetti in ferro.
- una fullonica (bottega per il lavaggio e la tintura della lana).
- Le sepolture romane si trovano in tutti i cimiteri punici conosciuti, mentre un nuovo cimitero è stato istituito lungo il lato sud del nucleo della città alla fine del II-inizio del III secolo d.c.. 

Il sobborgo è stato testimone della comparsa di varie ville e officine suburbane. È difficile dire se la prosperità della città sia continuata anche nel IV sec. d.c. Una delle fornaci scavate fu abbandonata alla fine del II secolo d.c., ma altre attività industriali sono attestate altrove fino al IV secolo d.c..

LEPTIMINUS

L'EROSIONE

L'antica città di Leptiminus,  occupa un piccolo promontorio sulla baia di Monastir all'interno del Golfo di Hammamet. È definita a ovest dalle bocche del Wadi el Masourah e del Wadi Bou Hajar e a est da una piccola baia a sua volta limitata a est da un piccolo promontorio dove si trova la moderna città di Lamta. 

La costa è bassa e sabbiosa e il mare è poco profondo: infatti l'isobata di 5 m si trova a due chilometri dalla costa. La zona a sud è limitata da piccole colline su cui si trovano antichi cimiteri e cave (Slim et al. 2004, 154; Fantar 1999, 23).

Indici di erosione post-romana sono evidenti nelle scogliere e nei pavimenti a mosaico parzialmente distrutti dalle onde. La presenza di strutture archeologiche sommerse fa pensare che il livello del mare sia aumentato di circa 50-75 cm fin dall'antichità. Ricerche precedenti a Leptiminus suggeriscono che il litorale moderno era fino a circa 200 m più lontano nell'entroterra rispetto al periodo romano (Slim et al. 2004, 154; Stone, Mattingly, e Ben Lazreg 2011, 142).

MOSAICI VARI

LE SEPOLTURE

I cimiteri, che si estendono dal II al VI secolo d.c. e contengono circa 150 scheletri, sono attualmente in fase di studio e forniranno un prezioso database per la comprensione della salute, della longevità e delle pratiche di sepoltura degli antichi abitanti dell'insediamento.



LE TERME

Un bagno romano, che si estende su una superficie di circa 3.600 metri quadrati, è oggi uno dei più grandi noti del Nord Africa romano. Gli scavi del 1992 hanno rivelato, sotto i pavimenti di una stanza riscaldata, corti e tunnel che venivano utilizzati dagli addetti per alimentare i forni e i fuochi. 

Nel VI secolo d.c. il complesso termale fu convertito in un'area industriale dove si producevano grandi anfore per il trasporto dell'argilla. I resti archeologici suggeriscono anche che l'edificio ospitava aree per la lavorazione dei metalli e delle ossa, oltre che per la macellazione.

Una casa romana scavata traccia ordinatamente i modelli di vita mutevoli nei sobborghi orientali della città. L'edificio fu trasformato da casa con un bel mosaico di Venere nel triclinio (sala da pranzo), a zona industriale coperta di cenere, argilla e detriti ceramici, a zona di attività che richiedeva la costruzione di un canale d'acqua, prima di essere infine, nel V e VI secolo, trasformato in un piccolo cimitero.


Alcuni dei reperti più impressionanti degli scavi di Leptiminus provengono da un complesso di sette fornaci romane. Sebbene gli studiosi sappiano da tempo che la ceramica prodotta in Nord Africa era ampiamente esportata in tutto l'impero romano, pochi siti produttivi africani sono stati studiati da vicino. 

Le fornaci di Leptiminus sono tra le prime ad essere state scientificamente scavate e pubblicate con cura. In uso dal I al III secolo d.c., queste fornaci hanno prodotto grandi quantità di ceramica e di vasellame che, alla fine, hanno fatto luce sui modelli dei mercati d'esportazione e sul consumo locale.

Nonostante il rapido ritmo di sviluppo della regione costiera tunisina, circa l'85% dell'antica città di Leptiminus è ancora in coltivazione, ed è quindi ideale per le indagini archeologiche. La città è costituita da circa 1,5 chilometri quadrati di terreno dolcemente ondulato, piantato con alberi di ulivo e diviso in due parti da due letti di fiume secchi (wadi). 

Tra gli ulivi spiccano i resti di antiche strutture, tra cui più di 60 cisterne, un anfiteatro, due bagni, due acquedotti e numerosi muri. La conservazione di questi resti, tuttavia, è scarsa a causa del riutilizzo di materiali da costruzione nei vicini insediamenti medievali e moderni.


L'indagine sul Leptiminus si è concentrata su tre obiettivi principali. Il primo era quello di mappare e registrare ogni struttura scoperta nel corso di un'escursione sul campo. Il secondo è stato quello di esaminare sistematicamente la superficie dei frutteti di olivi alla ricerca di tracce di attività umane passate, da frammenti di ceramica, scorie di ferro e pezzi di macine, a materiali da costruzione come tegole, tessere di mosaico e pavimentazioni in marmo. 

L'ultimo è stato quello di "vedere sotto il suolo" con l'ausilio di dispositivi che misurano il magnetismo della terra e la resistenza alle correnti elettriche, suggerendo così le probabili ubicazioni delle strutture sepolte. Ognuno di questi obiettivi ha fatto parte dell'indagine archeologica dell'antico Leptimino e ha contribuito a costruire un'immagine campo per campo del paesaggio urbano.


I risultati degli scavi hanno identificato un piano di griglia urbana, situato nel probabile centro della città (foro) di Leptimino, scoprendo però un'immagine non  del tutto conforme alla maggior parte delle città romane o romanizzate. Tuttavia si distingue chiaramente un "centro pubblico" abitato da una "periferia produttiva" alla periferia della città. 


Quest'ultima area contiene un'alta concentrazione di manufatti sia di ceramica che di fusione, spesso utilizzando anche la sminuzzatura dei minerali importati. Questa sminuzzatura consentiva la fabbrica di oggetti più semplici di basso costo, un po' come la latta odierna.

Il che dimostra che oltre ad essere luoghi di residenza, di commercio e di produzione agricola, Leptiminus possedeva anche una nutrita fabbricazione artigianale di cui faceva larga esportazione, sia per via marittima, verso i mercati del Mediterraneo, sia verso l'entroterra raggiungendo molte città prive di sbocco sul mare. 

Altre città portuali come Leptiminus hanno punteggiato la costa nordafricana nell'antichità e probabilmente hanno svolto ruoli simili, per cui sebbene Leptiminus offra agli archeologi una rara opportunità di studiare uno di questi porti, molti erano all'epoca gli insediamenti costieri della regione che esportavano una serie di manufatti e oggetti importati sia per attività agricole (minerali di ferro e macine) sia per l'edilizia di lusso (marmo).

IL MUSEO DI LAMTA

IL MUSEO

Una componente importante del Progetto Archeologico di Leptiminus è stata l'installazione di un museo nel moderno villaggio di Lamta, sul sito delle terme orientali della città. Completato nel 1994, questo museo contiene oggi tre gallerie dedicate ai metodi archeologici, alle scoperte del sito e alle fasi punica e romana della storia tunisina. 

L'Istituto Tunisino del Patrimonio ha assunto la direzione della costruzione del museo, mentre il team del Michigan, guidato da Jim Richerson e assistito da Dana Buck, ex preparatore di mostre del Kelsey Museum, ha progettato la più grande delle gallerie. Essendo uno dei quattro musei principalmente educativi del Paese, riceve visite giornaliere da gruppi di scolari e turisti interessati alla storia classica della Tunisia.



BIBLIO

A. Beschaouch - Colonia Ulpia Lepti Minus. a cura di A. Mastino - L’Africa Romana: Atti dell’8 Convegno di Studio , 14-16 Dicembre 1990 - Cagliari (Italia) - Edizioni Gallizzi - 1991 -
- Giovanni Brizzi e Carcopino - Cartagine e altri scritti - Sassari - Università degli studi - 1989 -
- Slim, H. P. Trousset, R. Paskoff, A. Oueslati - Le littoral de la Tunisie : Etude géoarchéologique et historique - CNRS éditions - Etudes d’Antiquités Africaines - Paris - 2004 -
- St. Gsell - Histoire ancienne de l’Afrique du Nord - L’état carthaginois - Paris - Hachette - 1920 -
-  L. Pareti - Storia di Roma e del mondo romano, vol. II, Torino, 1952 -
- J. Gascou - Lepti Minus, Colonie de Trajan? - Antiquités Africaines - 1972 -
- D. P. Davidson - Survey of Underwater Structures - In Ben Lazreg - Leptiminus (Lamta): A Roman Port City in Tunisia - Report No. 1: 63–75- 1992 -



 

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